E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from page images generously made available by Internet Archive (https://archive.org) Note: Images of the original pages are available through Internet Archive. See https://archive.org/details/nuovepaesane00capuuoft LUIGI CAPUANA NUOVE "PAESANE" 1898 ROUX FRASSATI E C.o EDITORI TORINO PROPRIET LETTERARIA A Eugenio Torelli-Viollier con animo gratissimo Luigi Capuana. _Roma, 15 agosto 1898._ INDICE Il Barone di Fontane Asciutte _Pag_. 1 Un Tipo 53 Il Mulo di Rosa 63 Un Eccentrico 83 Il Fascio del Cavaliere 97 Le verginelle 119 Donna Strula 139 Zi' Gamella 157 La casa nuova 175 IL BARONE DI FONTANE ASCIUTTE Il procuratore legale don Emanuele Cerrotta apriva il suo studio assai prima dell'alba pei clienti provinciali, mattinieri e solleciti, che avevano pure altre faccende da sbrigare durante la giornata in Catania. Don Calogero, lo scrivano, veniva a svegliare il portinaio, accendeva, salendo, il lume a petrolio per le scale ed entrava nello studio dove il suo principale gi lavorava da qualche ora. Nell'anticamera, mezza dozzina di seggiole e un lumino, con tubo affumicato e riflessore di latta, alla parete. Nello studio, due scaffali zeppi di scritture e di memorie legali, tre seggiole compagne a quelle dell'anticamera e una a bracciuoli; un tavolino di abete, tinto a uso mogano, ingombro di carte, con accanto al calamaio un fazzoletto di cotone azzurro e la tabacchiera di cartone verniciato, mezza aperta per poter prendere pi facilmente il rap di cui don Emanuele si riempiva di tratto in tratto il naso, spargendo met d'ogni presa su lo sparato della camicia da notte e su le carte che aveva davanti. Il lume a olio, a tre becchi, illuminava appena il tavolino e le due persone che vi erano sedute attorno, cio: don Emanuele col berretto di astrakan calcato fin su gli occhi, il fazzoletto di seta nera attorcigliato al collo a guisa di cravatta (le punte del colletto della camicia si affacciavano una dalla parte di sopra, l'altra dalla parte di sotto) e un vecchio scialletto di lana buttato su le spalle; a destra, don Calogero che copiava o scriveva sotto dettatura, senza mai alzare gli occhi e mostrare di accorgersi delle persone che dall'alba alle nove entravano nello studio, ragionavano, discutevano, urlavano, secondo il carattere di ognuna fino a che il principale non tagliava corto le parole in bocca ai clienti noiosi, dicendo bruscamente: -- Va bene; ne riparleremo un'altra volta; oggi ho da fare. Buon giorno!... E riprendeva a dettare allo scrivano: Dunque... In fatto e in diritto... Quella mattina, vedendo entrare in punta di piedi don Pietro-Paolo Zingli, barone di Fontane Asciutte e Cantora (da un anno e mezzo, tutte le mattine egli era il primo cliente che si presentava nello studio) don Emanuele non si era dato, al solito, neppur la pena d'interrompere un momento la lettura della memoria legale che egli andava annotando; e continu un buon pezzo, quasi su la seggiola di rimpetto a lui non si fosse seduto nessuno. All'ultimo, dopo aver affondato l'indice e il pollice della mano destra nella tabacchiera e aver tirato su un'enorme presa di rap, dopo di aver dato col fazzoletto due colpetti di ripulitura al naso, uno da dritta e l'altro da sinistra, don Emanuele alz su la fronte gli occhiali a capestro e brontol: -- Buon giorno, barone!... Novit? Il barone, accostata premurosamente la seggiola al tavolino, posate le braccia su le scritture e riunite le mani quasi in atto di preghiera, con sorriso umile, insinuante, e con tono di voce pi insinuante e pi umile ancora, balbett: -- Ecco: ho pensato... -- No, non voglio sapere quel che voi avete pensato o non pensato; domando soltanto se avete qualche carta, qualche documento nuovo... Ne scavate uno al giorno!... -- Ho scritto certe postille, per rischiarare meglio... il punto importantissimo... E il barone, cavato premurosamente dalla tasca interna del soprabito mezzo foglio di carta, coperto di scritturina rotonda, fitta fitta, con richiami ai margini, lo presentava al suo procuratore. -- Legger, con comodo... Capisco di che si tratta... Nient'altro? -- ... Sei tar, lo sapete! -- rispose il barone abbassando gli occhi. Don Emanuele tir il cassetto del tavolino e presa una manciata di monete di rame, carlini, pezzi di sei grani e di due grani, contava, -- uno, due, tre... Sei tar vi bastano? -- Per due settimane. Prendetene nota. -- Campate di vento! -- esclam don Emanuele, crollando compassionevolmente la testa. E mentre il barone ritirava con mano tremula i quattrini, prendendo una dopo l'altra le pilette di ogni tar e mettendole in tasca, egli faceva quattro rapidi sgorbi sur un quadernetto dove si allineavano filze di cifre significanti altri e altri tar somministrati al barone durante la lite, e tutte le spese anticipate per lui, da riprendere assieme con gli onorari a lite vinta e finita. Questo, insomma, voleva dire che il procuratore legale era sicurissimo del buon esito di essa; ma voleva anche dire che quel povero vecchio gli ispirava profonda piet, ridotto quasi a mendicare dalla cattiveria della moglie e dei figli. Moglie e figli si erano ribellati contro il barone appunto per quella lite, che durava da dieci anni, e nessuno poteva prevedere quando sarebbe terminata. Il marchese di Camutello, cugino del barone e suo avversario, prima gli aveva messo l'inferno in famiglia per mezzo del confessore della baronessa, facendole dipingere a nerissimi colori l'avvenire della casa; poi aveva proposto, con lo stesso mezzo, una transazione. -- Un'infamia! -- diceva il barone. -- Piuttosto farsi tagliare le mani, che sottoscrivere quell'attentato ai sacrosanti diritti della baronia di Fontane Asciutte e Cantora. Finch campo io!... Ma dopo sei mesi di terribile lotta, un giorno per le silenziose stanze del palazzo Zingli erano risuonati urli di voci maschili, strilli di voci di donne che si udivano fin dalla via e facevano fermare la gente. * * * La facciata di pietra dura intagliata, col vasto portone e i terrazzini e l'alto cornicione in cima, davano a quel palazzo l'aria di fortezza tra le meschine casette da cui era circondato. Bastava per cominciare a salire le scale per accorgersi subito che l'interno poteva dirsi una rovina. Scalini sbocconcellati; muri senza intonaco; pavimenti senza mattoni; finestroni, met con vecchie tavole malamente inchiodate e murate in luogo di imposte e di ringhiere; vlte reali macchiate di umido per l'acqua che vi stillava dal tetto nei giorni di pioggia; stanzoni squallidi, polverosi, e pieni di ragnateli, parecchi con un tavolino o un baule in un angolo e poche seggiole sgangherate attorno per mobilia, qualcuno con grandi quadri senza cornici alle pareti -- quadri sacri, ritratti di famiglia anneriti dal tempo, scorticati, sfondati -- e nient'altro. Bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni, rischiarati dalla poca luce che penetrava dalle fessure delle tavole, infisse ai finestroni trent'anni addietro come imposte provvisorie -- e che si erano infracidite l senza che nessuno avesse mai pensato di aggiungervi un chiodo -- bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni prima di arrivare alle stanze dove la famiglia del barone si era ridotta ad abitare. La baronessa e le due figlie vivevano segregate, in fondo in fondo, nelle stanze che davano sul vicolo della parte di levante. In una camera, divisa in mezzo da un paravento coperto di damasco rosso, stracciato e sfilaccicante, dormivano le due sorelle; in quella accanto, la baronessa. Ella passava le giornate facendo calza, rammendando biancheria, filando lino nelle serate invernali, recitando assieme con le figlie interminabili rosari, seduta sul massiccio seggiolone di noce con spalliera di cuoio che si accartocciava agli angoli da dove le bollette erano andate via. Col ella riceveva le rare visite di qualche amica e le contadine che le portavano panieri di frutta, cestini di uova fresche, mazzi di asparagi o di cicoria, secondo le stagioni; col ella si confessava, il primo e il quindici di ogni mese, col vecchio canonico Rametta, che veniva pure a raccontarle in quell'occasione le notiziole e i pettegolezzi del paese, prima o dopo di averla confessata, come piaceva alla signora baronessa, che non era sempre dello stesso umore. I figli, Ercole, Marco e Feliciano, dormivano in quello che avrebbe dovuto essere il gran salone di ricevimento se il palazzo fosse stato compiuto. Attorno ai tre lettini addossati agli angoli (quelli di Ercole e Marco l'uno di faccia all'altro, quello di Feliciano in uno degli angoli opposti tra due finestroni) stavano appiccati alle pareti diversi arnesi che rivelavano le inclinazioni e le occupazioni di ognuno di loro. Fucili, carniere, reti da conigli e da quaglie; gabbietta di legno pel furetto; stivaloni alla scudiera, con grosse bullette alle suole; due cappelloni a larghe tese, uno di feltro bigio, l'altro di paglia; casacca, panciotto con molte tasche, e pantaloni di velluto grigio, di cotone, facevano sbito indovinare in Ercole il cacciatore che si curava soltanto di fucili, di furetti e di bracchi. Seghe, pialle, martelli, tenaglie, succhielli, saldatori, scalpelli, forbici, lime, raspe, tornio, tavole, legnetti, soffietto, un trapano, un'incudinetta, un fornello indicavano in Marco il meccanico. Dal tavolino con su uno scaffaletto pieno di libri moderni, di fascicoli di opere in corso di pubblicazione, di quaderni di sunti e di appunti, si capiva l'inclinazione allo studio del fratello minore Feliciano. Il barone occupava la stanza a sinistra del salone dove dormivano i tre maschi. Di faccia all'uscio, un gran scaffale rustico, senza vetri n sportelli, pieno di mazzi di scritture antiche, che raccontavano le compre, le vendite, le trasmissioni di possesso, le liti, le sentenze, insomma tutta la complicatissima storia dei feudi di Fontane Asciutte, Cantora, Barchino, Tumminello, Cento-Salme, Canneto, una volta patrimonio della famiglia Zingli, ora parte alienati, parte ceduti, parte perduti per la leggendaria storditaggine del barone don Calcedonio, padre di don Pietro-Paolo. Le scritture erano disposte per ordine di data, e da ogni mazzo, da ogni fascicolo veniva fuori una linguetta di carta che ne indicava il contenuto. Prima della morte del barone don Calcedonio, tutte quelle carte giacevano alla rinfusa in due vecchi cassoni senza coperchio, assieme con altre carte ammonticchiate, in uno stanzino buio, fra seggiole rotte, arnesi inservibili e stracci di ogni genere buttati l da anni ed anni. Don Pietro-Paolo, che si era trovato da un giorno all'altro barone di Fontane Asciutte e Cantora, si era anche sentito gravare addosso da un giorno all'altro il disordine dell'amministrazione di casa, intorno alla quale non aveva potuto neppur fiatare vivente il padre che si credeva Domineddio in persona, autorit indiscutibile su la moglie, sul figlio, su la nuora e sui nipoti. Appena la cassa del morto era uscita di casa, il barone don Pietro-Paolo aveva fatto cavar fuori dallo stanzino quelle altre casse da morto, come egli disse, dove giacevano tesori di documenti, atti importantissimi per le liti in pendenza e per quelle da iniziare; dalla mattina del giorno dopo si era chiuso nel suo stanzone, studio, camera da letto e da ricevimento in una, e in tre mesi di diabolico lavoro, che lo aveva fatto incanutire, era finalmente riuscito a riordinare, classificare, annotare quell'immenso ammasso di carte ingiallite, ammuffite e qua e l rse dai topi. Per fortuna, avendo trovato tanta altra roba da rosicchiare, i topi avevano risparmiato un po' le scritture dei cassoni. La baronessa donna Fidenzia, triste e sfiduciata, gli aveva detto pi volte: -- Perch ammattite con quelle cartaccie? Oramai, quel che andato andato... -- Non vuol dire! E poi... c' ancora una rivendicazione da fare. Cento-Salme nostro, non del marchese di Camutello! -- Volete rovinarvi con le liti anche voi, peggio di vostro padre? -- Mio padre era pazzo da legare. Dio gli perdoni nell'altro mondo dove ora si trova! E il povero barone don Pietro-Paolo, che gi aveva potuto scandagliare l'abisso in cui per colpa del barone don Calcedonio era sprofondato il patrimonio di famiglia, non esagerava punto, per indignazione, chiamando suo padre: Pazzo da legare! Basta rammentare le burlette che il barone don Calcedonio avea fatto ai suoi avvocati di Catania, di Palermo, di Messina, di Siracusa (giacch egli aveva liti da per tutto, con privati, con Comuni, col Governo, con conventi, con Opere pie) per qualificarlo a quel modo. Da Catania, gli avvocati che gli strappavano a stento gli onorari e volevano far le viste di guadagnarseli, lo tempestavano di lettere: _La sua presenza necessaria, urgentissima; cos non si va avanti_. Il vecchio barone li avea lasciati cantare. Un bel giorno, fa inattesamente scrivere dal suo segretario: Arriver domani l'altro. E si mette in viaggio, con gran scampano di lettighe, una per s e una pel suo cameriere, da quel gran signore che doveva mostrare di essere il barone di Fontane Asciutte e Cantora. Durante una settimana, i suoi avvocati e quelli della parte contraria non erano riusciti a mettersi di accordo con lui e tra loro intorno al giorno, all'ora e al luogo del convegno per la transazione da discutere. In casa del suo avvocato principale non volevano intervenire, per orgoglio di dignit, gli avvocati avversari. Nell'albergo, no; egli non amava far sapere agli altri gli affari di casa sua. Si era stabilito finalmente un posto neutrale, e il giorno e l'ora. Ma la mattina di quel giorno, prima della levata del sole, il barone aveva dato ordine ai suoi lettighieri di mettere ai muli i basti coi sonagli, ed era partito contorcendosi dalle risa per la sua graziosa burletta a quegli imbroglioni di avvocati: -- Rimarranno con tanto di naso! Ah! Ah! Lungo il viaggio si era affacciato pi volte allo sportello della lettiga, chiamando: -- _'Nzulu!_ Eh? Aspettano ancora! Ah! Ah! E vedendo che il vecchio cameriere crollava la testa, disapprovando: -- Ridi anche tu, bestia! -- aveva soggiunto. -- Ripeteremo la burla a quelli di Palermo! Ah! Ah! Infatti l'aveva spensieratamente ripetuta ai suoi avvocati di Palermo, poi a quelli di Messina, poi a quelli di Siracusa, ridendone con _'Nzulu_, che gli rispondeva crollando la testa, sospirando: -- Ah, signor barone! Ah, signor barone! -- Zitto, bestia!... Li pago; posso divertirmi con loro! E si era tanto divertito, che avea dovuto abbandonare la costruzione del palazzo, darsi in mano agli strozzini, troncare, di nascosto dagli avvocati e con enorme suo danno, liti che non si potevano perdere, pur di raccappezzare alla lesta, a furia di transatti, i quattrini che gli occorrevano per un viaggio a Napoli, per una apparizione da Cavaliere d'onore alle Corti di Ferdinando I e di Francesco I, per una ballerina del _Bellini_ di Palermo o del _San Carlo_ di Napoli; riducendosi, negli ultimi anni, ad abitare in quel paesetto, in quel palazzo che gi rovinava prima di essere finito, dopo aver visto vendere all'asta i due bei palazzi e la loro ricca mobilia -- uno in Palermo, l'altro in Catania -- che l'avolo di lui s'era fatto fabbricare verso la fine del 1600, ed erano passati intatti di padre in figlio, fino al suo matto pronipote! Per questo la baronessa donna Fidenzia osservava con una specie di terrore tutto quel rimescolo di cartacce che teneva occupato suo marito, e si era sentita stringere il cuore alla risposta di lui: -- Cento-Salme nostro, non del marchese di Camutello! * * * Il barone don Pietro-Paolo non si era mostrato in famiglia meno despota del barone don Calcedonio. Come egli era rimasto zitto e quasi tremante davanti a l'assoluta autorit del padre, cos ora la baronessa, le figlie e i tre maschi tacevano e tremavano davanti a lui. Purch non pretendessero di mescolarsi negli affari, egli per lasciava che tutti facessero il comodo loro; e la famiglia viveva in una specie di anarchia; la mamma e le due ragazze segregate in fondo al palazzo, assorte in pratiche devote; i tre fratelli nel salone, ciascuno occupato delle faccende proprie: Ercole, badando a ripulire fucili, a rammendare reti; Marco a tornire, a saldare, a picchiare su l'incudinetta, tutto intento alle sue strane invenzioni meccaniche; Feliciano, immerso negli studi legali, muto e chiuso, ruminando non si sapeva quali progetti che gli luccicavano di tanto in tanto nelle pupille nere sotto le folti sopracciglia. Il barone, quando non era via per affari, cio per la lite di rivendicazione di Cento-Salme, da lui iniziata subito appena messi insieme i documenti, passava le intere giornate, e spesso spesso met delle nottate, a decifrare le vecchie scritture latine in cui si imprometteva di ritrovare diritti per altre rivendicazioni. Voleva far ritornare i baroni di Fontane Asciutte e Cantora, se non all'antica opulenza, per lo meno a una ricchezza e a un fasto che avrebbero rimesso in onore il nome dei Zingli. Questa illusione egli era arrivato a trasfonderla, dopo qualche anno, nella baronessa Fidenzia, nelle figlie, e in Feliciano che lo avrebbe aiutato volentieri nelle ricerche delle vecchie scritture, se il barone non avesse avuto la pretensione di far tutto da s. Da principio la lite era andata a vele gonfie; il marchese di Camutello, che non s'attendeva quell'attacco, sbalordito e sconcertato, era andato avanti a furia di cavilli, di intrighi e di alte protezioni; poi, tutt'a un colpo, si era messo a litigare per davvero, opponendo documenti a documenti, procedure a procedure, perizie a perizie, sfoggiando insomma tutte le armi pi affilate, tutti gli strattagemmi pi astuti per stancare l'avversario, che non poteva buttar via i quattrini a manciate, come era cosa facile per lui, amministratore meticoloso, un po' avaro, e uomo abile e rotto al gran maneggio degli affari. Il giorno che il Tribunale civile di Catania gli aveva dato torto, incontrato il cugino che usciva raggiante di contentezza dalla sala di udienza, dopo averlo salutato sorridendo, gli disse: -- A rivederci davanti a la Gran Corte! Ride bene chi ride l'ultimo! E l, nella Gran Corte, la lite era rimasta arrenata otto anni! Pareva che gli avvocati delle due parti contendenti, preso gusto a quella battaglia di atti, di procedure, di rinvii, si divertissero a prolungarla. Il barone dimagriva e ingialliva dalla bile. Passava lunghe nottate riassumendo documenti, scrivendo brevi memorie da sottoporre al giudizio degli avvocati; e impediva alla figlia Mariangela, la primogenita e sua prediletta, anche di entrare nella stanza di lui per rassettarla e rifare il letto. -- No, mi arruffaresti ogni cosa; faccio tutto da me! E avea voluto fin una fiasca di latta per l'olio del lume, che egli metteva fuori dell'uscio quando era vuota e dovevano riempirgliela. Mariangela, che badava alle faccende di casa sotto gli ordini della madre, ogni volta che trovava accanto all'uscio della camera del padre la fiasca vuota, si presentava con essa in mano alla baronessa. -- In tre sole nottate, una fiasca! -- Olio e tempo sciupato! -- esclamava dolorosamente la baronessa. -- Dio lo faccia ravvedere! La Madonna lo illumini! Ma nessuna di esse e nessuno dei tre maschi avrebbe osato ripetere in faccia al padre: Olio e tempo sciupato!. Poi, una sera, durante la cena, la baronessa Fidenzia aveva chiesto, insolitamente, al barone notizie della lite per Cento-Salme. Il barone l'avea guardata in viso, meravigliato del tono un po' ironico della voce di lei, e aveva risposto seccamente: -- Tutto va bene! La baronessa avea replicato: -- Dobbiamo ridurci all'elemosina? Non parlo pei maschi, che potranno pensar loro a cavarsi d'impaccio; parlo per queste due sante creature, sacrificate qui... -- Penso per tutti! Ho pensato sempre per tutti! Consumo la mia vita per tutti!... Non mi diverto a caccia io!... Non mi spasso col tornio io!... Non sto a leggiucchiare libricciatoli io!... Lavoro giorno e notte, per tutti! E, per ora, il padrone qui sono io e comando io... Voglio che si sappia e si tenga a mente! Il barone aveva pronunciato queste parole con voce repressa, alzandosi lentamente da sedere mentre parlava; e voltate le spalle alla tavola, era uscito dalla sala da pranzo accigliato, un po' pallido, ma convinto che quella dispiacevole scena non si sarebbe pi ripetuta. * * * Il fuoco covava sotto la cenere, e il canonico Rametta s'incaricava, a fin di bene, di tenerlo vivo. Buona pasta d'uomo, un po' corto di cervello, pieno di scrupoli religiosi, si era lasciato abbindolare dal marchese di Camutello, che un giorno lo aveva mandato a chiamare per parlargli di una cappellania di famiglia, il cui cappellano era in punto di morte. -- Ho pensato a voi, signor canonico! -- Grazie, grazie!... Non posso accettare -- rispose umilmente il canonico. -- Perch, signor canonico? -- Non saprei come soddisfare gli obblighi, signor marchese. Non si pu dire pi d'una messa al giorno, ed io ho gi appena qualche settimana vuota nell'anno. -- Ah, io non vi farei ressa! Non vorrei vedere il vostro _celebravit_... Non l'ho mai chiesto al cappellano che il Signore ora sta per portarsi in paradiso. -- E la mia coscienza, signor marchese? -- C' il Papa, infine! Una _sanatoria_ non costa troppo... -- Niente! Grazie, signor marchese. Grazie! E il marchese, mutando sbito discorso, gli avea parlato della povera cugina baronessa e delle ragazze che vivevano da monache, di quei tre nipoti, uno pi matto dell'altro, di schietta razza dei Zingli, e del barone, che gi finiva di ridurli tutti in miseria. -- Io, signor canonico, voi lo sapete bene, ci sono stato tirato pei capelli. Ero tranquillo, nel mio possesso; e lui venuto a dirmi: Ti voglio cacciar via di l!... Le parole non bastano, caro signor canonico!... Allora -- che volete? Uomini siamo! -- io gli ho risposto per le rime -- Cantora una volta era dei marchesi di Camutello... Vediamo un po'. -- Cos mi son messo a intorbidargli le acque pure io... Che volete? Uomini siamo!... I santi soltanto porgono l'altra guancia quando hanno ricevuto uno schiaffo... Me ne dispiace per la cugina baronessa e per quelle due buone creature delle sue figlie... Che pensano di fare? Chiudersi in un convento? E quei tre matti?... Marco, vero che vuol trovare il moto perpetuo?... -- Pensa a un mulino di sua invenzione. -- Un mulino?... Un Fontane Asciutte mugnaio! Mi piange l'animo... Ma che fare con quella testa di mulo di mio cugino il barone?... Io, credetemi, mi stimo saldo, ben saldo nel mio diritto... Se cos non fosse, non spenderei tanti quattrini per litigare... Eppure, se mi si proponesse un accomodamento alla buona... Capite... Non posso essere il primo io... Mi pregiudicherei. Sono stato attaccato e mi difendo... Ma inutile ragionarne... Mi dispiace intanto per la cappellania. Non prevedevo il vostro rifiuto. Via! riflettete un po'... -- Grazie, signor marchese; impossibile! Il canonico Rametta, riferito alla baronessa quel colloquio, le aveva involontariamente introdotto nell'animo il lievito della ribellione contro il dispotismo del marito. Per la baronessa il suo confessore era un santo; se non operava miracoli da vivo, ella credeva fermamente che li avrebbe operati appena morto. Una sera, infatti, parlando di lui con le figlie, aveva esclamato: -- Vedrete; se lo salasseranno otto giorni dopo morto, egli dar sangue come persona viva. E nell'attesa di questo infallibile segno di santit, che per la baronessa si augurava di vedere quanto pi tardi possibile, ella abbandonava ciecamente al canonico la direzione della sua coscienza e di quella delle due figlie, e lo aiutava in qualche opera buona, con elemosine che erano proprio atti di eroismo da parte di lei; giacch le strettezze diventavano ogni giorno maggiori in famiglia; le spese della lite assorbivano ogni risorsa; e i figli, chi per un conto, chi per un altro, si rivolgevano alla baronessa per ottenere il po' di danaro che loro occorreva. -- Mi smungono da tutte le parti! -- ella si lamentava col confessore. Il canonico Rametta, quantunque fosse pallido e magro anche un po' per le penitenze e le macerazioni a cui si sottometteva, dei santi aveva specialmente la testardaggine che li fa perseverare in quel che loro sembra una buona e giusta cosa. Convintosi che le intenzioni del marchese di Camutello erano ottime e che i fatti gli davano ragione (nessuno poteva attestarlo meglio di lui, confessore della baronessa, la quale spesso spesso, non avendo peccati suoi da confessare, gli versava nell'orecchio quelli del marito, e al povero barone non si poteva addebitare altro torto all'infuori di pensare giorno e notte alla lite); convintosi dunque che le parole del marchese: Se mi proponessero un accomodamento alla buona fossero sincere, e che questo accomodamento poteva evitare alla famiglia del barone e a lui l'estrema rovina, il canonico Rametta, dopo averne accennato qualcosa velatamente, visto che alla baronessa e ai suoi figli mancava il coraggio di opporsi alla volont dei barone, avea creduto opportuno mutar tono, e parlare non pi in nome proprio, ma in nome di quel Dio di cui durante la confessione egli era, secondo la sua espressione, indegno, s, ma vero ministro. -- Tocca a voi, signora baronessa; ve l'ordina Dio per mio mezzo! La baronessa, che a quattr'occhi con lui, da penitente a confessore, si era espressa talvolta un po' arditamente, udite queste tremende parole, divent piccina piccina sul seggiolone di noce dov'era seduta accanto al canonico. La voce le si arrest in gola, le lagrime le sgorgarono dagli occhi e pot a stento balbettare: -- A me? Tocca a me? Ma vostra paternit sa benissimo... -- So che questo il vostro dovere di moglie e di madre di famiglia; so che voi non dovete accaparrarvi l'inferno per tutta l'eternit, disobbedendo al comando di Dio, che v'ha fatto baronessa e madre forse unicamente per salvare dall'estremo disastro questa famiglia. Altro non devo sapere. Pensateci bene, e pregate Dio e la Madonna perch vi diano forza e coraggio! E finita la confessione, egli prese a ragionare dello stesso argomento in presenza delle signorine. Mariangela approv sbito. La sua faccia squallida, dove gli occhi parevano assonnati in una specie di nausea del mondo e delle sue vanit, si anim tutt'a un tratto, si color, e le pupille le lampeggiarono, quando disse con profonda amarezza: -- Non vuole che io pi entri nella sua camera neppure per rifargli il letto! Rosaria, la sorella minore, bruna, dal viso duro, dalle labbra carnose, stata un pezzo ad ascoltare, si era alzata con uno scatto da sedere: -- Dove vai? -- le domand la baronessa. -- Vo' a chiamare i fratelli; debbono essere d'accordo anche loro. * * * Dapprima il barone avea crollato le spalle, sorridendo di compassione alle osservazioni della baronessa che gli manifestava timidamente i suoi terrori dell'avvenire; poi aveva risposto calmo e dignitoso: -- Baronessa, le liti non sono cose di cui deve occuparsi una donna! Mariangela, che un giorno aveva osato aggiungere qualche parola alle insistenze della madre, si era sentita rispondere un: -- Zitta, sciocca! -- che la fece piangere mezza giornata. Rosaria invece pensava che era inutile tentar di persuadere il barone e indurlo a proporre un accomodamento; e perci andava spesso nel camerone dai fratelli, quando sapeva che tutti e tre erano l, e li scoteva dalla inerte indifferenza, li incitava: -- Che uomini siete? Ora pi non siete ragazzi! Ercole bestemmiava: -- Corpo di...! Che debbo fare? Prendere questo fucile e far fare una vampata al cugino marchese? Marco non rispondeva. Aveva gi terminato il modellino in legno e in latta del suo mulino, e lo faceva funzionare, soddisfatto che andasse meglio di quel ch'egli non aveva sperato. La gran ruota, che doveva dare il movimento alla tramoggia e alle macine, sarebbe stata cos enorme che occorrevano due piani del palazzo per farle posto. Avrebbe voluto spiegare alla sorella l'intero meccanismo, smontarle sotto gli occhi e rimontare il modellino; ma Rosaria gli avea voltato le spalle per avvicinarsi a Feliciano che studiava coi gomiti appoggiati sul tavolino e la testa sui pugni. -- Insomma, te ne lavi le mani anche tu? Feliciano alz gli occhi e fiss in faccia la sorella: -- C' un solo mezzo -- disse; -- ma noi non vorremo mai servircene. -- Quale? -- L'interdizione. -- Che significa? -- Significa... Ercole, il cacciatore, lo interruppe ridendo. -- Significa -- egli spieg -- che noi siamo come i topi che volevano attaccare il campanello al collo del gatto. -- Venite di l, dalla mamma. Rosaria parl cos imperiosamente, che i tre fratelli la seguirono uno dietro all'altro, zitti zitti. Nella camera della baronessa, seduti attorno al seggiolone di noce dov'ella stava quasi su un trono, vestita di tela grigia d'Artega, con un fazzoletto di seta nera che le contornava il viso grasso e floscio e i capelli canuti spartiti in due bande su la fronte, i figli attendevano che la madre parlasse. La camera era in disordine; il letto non ancora rifatto. Sul canterale, su le seggiole, sul tavolino davanti la finestra, una confusione di oggetti disparati: capi di biancheria, ceste con frutta, ferri da calze, forbici, ditali, una corona di cocco, una conocchia, due fusi, e tra il canterale e il tavolino l'arcolaio con una matassa di cotone azzurro da dipanare. Se non che il canterale era finamente incrostato di tartaruga e madreperla, e la conocchia e l'arcolaio erano prezioso lavoro di un antico pecoraio di famiglia, che vi aveva scolpito con la punta del coltellino strane fantasie di ornati complicatissimi. Marco era andato ad ammirarli anche ora, prima di prender posto accanto alla sorella Mariangela. La baronessa port il fazzoletto agli occhi. Ercole ruppe il silenzio, ripetendo la sua facezia: -- Ecco il consiglio dei topi! Rosaria lo sgrid duramente: -- Taci, villanaccio! E rivolgendosi a Feliciano gli disse: -- Dunque? Questa interdizione? La baronessa singhiozzava. -- Non c' altra via! -- conferm Feliciano. -- Proviamo prima... come minaccia... -- insinu la baronessa. -- Inutile. Si faccia la domanda al tribunale senza perdere pi tempo. -- Uno scandalo? -- esclam spaventata la baronessa. -- Mamma!... Se non c' altra via!... Tutti guardarono Rosaria. Come mai quella ragazza, che stava sempre zitta, mostrava tutt'a un tratto tanta violenza e tanta audacia? Ella arross, quasi quegli sguardi di maraviglia e di stupore avessero voluto leggerle in fondo all'animo. E in quell'istante, due terribili anni della sua giovane vita chiusa e nascosta le balenarono davanti a gli occhi, le accesero il viso e la fecero tremare. Ma si rimise sbito. -- Parla, spigati meglio -- disse al fratello con gesto vibrato. * * * Saputo che quella mattina l'usciere era venuto a rilasciare al barone la citazione del tribunale, tutti i figli si erano radunati in camera della baronessa, quasi a rifugiarsi sotto le ali di lei e ripararsi dalla tempesta che stava l l per scoppiare. Il barone comparve su la soglia, pallido, con gli occhi stralunati, agitando convulsamente il foglio della citazione, senza riuscire a parlare. Lo sdegno e l'ira lo soffocavano, Mariangela fece un passo verso di lui, ma un suo gesto l'arrest. -- Vipere! Ingrati!... -- cominci a balbettare. -- Questa, questa la ricompensa?... Potrei... stracciarvi la vostra carta in faccia, sbattervela sul muso; farvi vedere chi... chi da interdire qua... Vipere!... Ingrati!... -- Barone!... per carit!... -- supplicava la baronessa. -- Voi, signora, avete ragione... per la vostra dote. Ma ho gi dato ipoteche, ho vincolate rendite... non l'ho sciupata, no, la vostra dote. Dar sbito altre guarentigie, se occorrono... Ho abusato della vostra bont, vero; ho sperperato il fruttato dotale... per la lite; e voi, signora baronessa, da eccellente madre di famiglia, non volete che quel fruttato serva ancora alla rovina delle vostre buone figliuole... Vipere!... dei vostri bravi figliuoli... Ingrati!... Questa, questa dunque la ricompensa? Nessuno ha il coraggio di guardarmi in viso!... Nessuno osa di rispondermi una parola! Infatti, tutti stavano l, zitti, a capo chino, come tanti rei davanti al lor giudice. Soltanto la baronessa, a mani giunte, con gli occhi rivolti al cielo, pareva implorasse aiuto da lass. Il barone rizz minacciosamente la persona: -- Potrei prendervi a uno a uno per le spalle... e farvi ruzzolare le scale fin da questo momento. Il palazzo mio; ed io, almeno per ora, sono qui padrone assoluto... Ma vi gastigher diversamente; voglio risparmiarvi l'empio tentativo di farmi interdire... Esco io dal mio palazzo!... Fuggo via io da questo covo di vipere e di ingrati! Lotter... povero, solo; morr di crepacuore e di fame forse; non importa!... Intanto vi abbandono tutti alla maledizione di Dio!... Giacch io credo in Dio pi di voi, signora baronessa che vi confessate due volte al mese e date questo bell'esempio ai figli vostri! Figli?... Figlie?... Io non ho pi nessuno!... N moglie!... Nessuno!... Esco di qui coi soli vestiti che ho indosso... Non voglio altro!... E il giorno che mi porteranno la notizia: -- Il vostro palazzo crollato; Dio lo ha scosso dalle fondamenta e vi ha seppellito tutti -- quel giorno far cantare un _Te Deum_!... Non metter il lutto!... -- Barone, per carit! -- torn a supplicare la baronessa. -- _Voscenza_ scusi; non si ragiona in tal modo!... Feliciano aveva pronunciato queste parole con tono dimesso ma cos ironico, che il barone fece atto di slanciarglisi contro per schiaffeggiarlo come un ragazzo. Mariangela dtte uno strillo, la baronessa si mise a gridare, quasi la minacciata fosse lei; Rosaria si piant davanti al fratello per fargli scudo col corpo, alzando la bruna testa dai lineamenti duri, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra carnose. E fu il segnale della gran rivolta! Parlavano, strillavano, urlavano assieme, aggirandosi per la stanza, senza sapere quel che volessero, n quel che facessero, mentre il barone in mezzo a loro continuava a ripetere frasi scomposte, con le braccia in alto, sventolando il foglio della citazione come segnale di minaccia e di gastigo; e la baronessa in piedi su la predella del seggiolone di noce, piangente, sperduta, urlava: -- Barone! Figli miei!... Figli miei! Tutta la pazzia dei Zingli parve si fosse scatenata improvvisamente, rompendo la lunga compressione, sconvolgendo quei cervelli, squarciando quelle gole con orride grida, agitando quei corpi in una terribile convulsione di atteggiamenti, di mosse, di gesti furibondi, che avrebbero fatto scappare le persone fermatesi nella via ad ascoltare meravigliate, se fossero salite su, spinte dalla curiosit o dal desiderio di dar soccorso, giacch si capiva che lass accadeva qualcosa d'insolito e di triste. Poco dopo, le grida cessarono, la gente si disperse; e gli scarsi rimasti videro uscire il barone don Pietro-Paolo, vestito di nero, con l'abito abbottonato e un gran mazzo di carte sotto braccio. Nessuno os domandargli che cosa era stato. Si scoprirono rispettosamente, e il barone rispose al saluto con la consueta sua affabilit. * * * Da due anni e mezzo egli viveva nel bugigattolo buio che dava su la scala dell'albergo Sant'Anna in Catania, specie di canile che neppur Tina, la serva sporca e sboccata, voleva ravviare e ripulire per via del tanfo di rinchiuso che toglieva il respiro. Egli non sentiva pi quel tanfo; vi si era abituato, lo portava attorno immedesimato con la dubbia biancheria, con l'unico abito nero che indossava tutto l'anno. Di quel tanfo si impregnava fin quel po' di pane che serviva a sostentarlo -- assieme con qualche frutto, l'estate, e con un po' di formaggio, l'inverno -- e ch'egli mangiava a mezzogiorno e la sera, prima di mettersi a letto, stanco del vagabondaggio della giornata. La mattina, all'alba, andava dal procuratore Cerrotta, a portargli riflessioni e appunti, scritti nella nottata al lume di una candela di sego, riguardanti la lite per Cento-Salme. Di s, della miseria a cui si era volontariamente condannato, delle umiliazioni che soffriva vedendosi guardato come una bestia strana e quasi evitato nelle sale di udienza del Tribunale o della Gran Corte, dove passava parecchie ore della giornata seguendo le discussioni per trarne profitto, ormai egli non si curava pi. Nessun sacrifizio, nessuna sofferenza gli sembrava tale da non doverla affrontare, da non doverla sopportare in vista della vittoria della lite, che di giorno in giorno gli appariva sempre pi certa e sicura. E quando don Emanuele Cerrotta, pur ammirandolo per la tenacit, gli rispondeva bruscamente, seccato di quegli appunti, di quelle riflessioni o note che il barone andava a presentargli ogni mattina e che avrebbe voluti esaminati e discussi assieme, egli non si sentiva offeso; sorrideva umilmente, chiedeva scusa, e il giorno dopo tornava ad insistere... e la vinceva. Don Emanuele tirava su una gran presa di rap, dava due stizzosi colpi di ripulita al naso col fazzoletto di cotone azzurro, socchiudeva gli occhi e stava ad ascoltare, interrompendolo di tanto in tanto: -- Ma di questo abbiamo gi ragionato avant'ieri! -- S, s, dal punto di vista... E spiegava da qual punto di vista; ora per egli guardava la questione dal lato opposto. -- Capisco; andiamo avanti! Una lesta presa di rap, una nuova stizzosa ripulita al naso col gran fazzoletto di cotone azzurro tenuto a portata di mano sur una coscia, indicava la crescente impazienza di don Emanuele. Ma il barone non si scoraggiava. Tutta la sua persona pareva curvarsi, ridursi piccina; le braccia accostavano i gomiti ai fianchi per attenuare i gesti, le spalle si stringevano, la voce si affievoliva in un mormoro, perch il suono delle parole penetrasse negli orecchi senza recar disturbo. Egli sapeva di non essere pi uno di quei clienti che possono imporsi ai loro avvocati, ai loro procuratori legali in virt dei ben pagati onorari e dei futuri vistosi palmari dopo vinta una lite; era invece un cliente che doveva farsi ascoltare quasi per carit, per tolleranza, facendosi far credito su l'avvenire, giacch la signora baronessa e i suoi figli avevano voluto cos! Non li nominava mai: ma in certi momenti, quando una circostanza lo costringeva a guardare, non ostante il suo stoicismo, alla miserabile condizione a cui era stato ridotto, lui, don Pietro-Paolo Zingli, barone di Fontane Asciutte e Cantora, un impeto selvaggio gli saliva dalla pianta dei piedi su su per tutto il corpo fino al cervello, quasi fiamma che lo avvolgesse rapidamente e volesse riversarsi attorno per distruggere gli ingrati! Oh, essi non si rammentavano pi se egli esistesse! E non potevano ignorare che egli viveva di carit, quasi soffrendo la fame, tra privazioni e umiliazioni di ogni sorta! Eppure non facevano nemmeno la ipocrita finzione di sottomettersi, di chiedere perdono, di volerlo strappare alla puzzolente tana che lo ricoverava la notte... Nemmeno quella ipocrita finzione! Sapevano benissimo che egli li avrebbe scacciati via, che non avrebbe accettato mai niente da loro, che non li avrebbe mai perdonati!... Ormai egli lasciava che la maledizione di Dio si aggravasse su coloro che un giorno avea chiamati col dolce nome di moglie, e di figli! Il terreno si sarebbe sprofondato sotto i loro piedi sacrileghi, presto o tardi, e li avrebbe inghiottiti! E in questi momenti di impeto selvaggio il vecchio, gi curvo, dimagrito, sfigurato, si trasfigurava in quella putrida tana illuminata dalla fumosa candela di sego; rizzava orgogliosamente la testa, levava in alto le braccia invocanti il terribile gastigo di Dio, che non poteva fallire; ed egli stesso talvolta aveva sgomento della grand'ombra della sua persona che si agitava su la parete squallida e nuda, quasi apparizione evocata dal terribile scongiuro di lui! Un giorno -- oh, finalmente! -- un giorno egli sarebbe riapparso in quei desolati stanzoni del suo palazzo, ma vittorioso, con pieno diritto di autorit e di comando, padrone di Cento-Salme strappato al marchese di Camutello; e senza una parola, con un solo gesto, avrebbe scacciato via, anzi spazzato via tutti coloro che non erano degni di portare l'onorato e altero nome dei Zingli; e vi si sarebbe rinchiuso, solo, come in una fortezza; e avrebbe trasformato quella desolazione in una reggia, quasi con un colpo di bacchetta fatata!... Non avrebbe avuto soltanto Cento-Salme, ma cinquantamila onze di rendite mal percepite dal marchese di Camutello! Cinquantamila onze, in oro, in argento!... Un fiume di denaro sonante, che egli avrebbe potuto spendere sbito, a dispetto di tutti, senza che pi nessuno potesse avere la tentazione di farlo interdire... Ecco se era stato pazzo! Ecco se aveva farneticato intentando la lite, adoprando tutte le risorse di casa per questo scopo supremo! E si stendeva sotto le coperte del misero lettino, spegnendo la candela di sego, continuando nel buio il fantastico sogno che gli aveva fatto assaporare con gusto, come cena squisita, quel po' di pane e di formaggio risparmiato da quello avrebbe dovuto essere il suo pranzo a mezzogiorno! * * * La baronessa e le figlie, quando il barone pi non comparve in casa, erano rimaste atterrite del loro audace tentativo e avevano abbandonato la domanda d'interdizione. Ercole riprendeva le sue caccie; Marco non lasciava in pace la baronessa perch gli desse i mezzi di costruire in casa loro il gran mulino di sua invenzione; Feliciano avea sostituito il padre nell'amministrazione, duro e inesorabile coi fittaioli della dote della madre, fissato anche lui nell'idea di liberare tutte le propriet di famiglia dalle onerose ipoteche che assorbivano il fruttato. Si rivelava della pura razza dei Zingli, ostinato, testardo, imperioso fin colla madre, che non osava di resistergli. -- Egli sa meglio di noi quel che fa! -- diceva la baronessa a Rosaria che spesso borbottava contro il fratello. Una schietta Zingli anche lei, muta, impenetrabile, con quegli occhi che mettevano sgomento quando restavano fissati nel vuoto, quasi attratti da paurose visioni che gli altri non potevano vedere. Da che il barone aveva abbandonato la casa, ella aveva voluto occupare la stanza di lui. -- Non hai dunque paura di dormir sola col? -- le disse la madre. -- No. Durante la giornata, la madre la voleva in camera, anche pel rosario e per le altre preghiere in comune, quando il canonico Rametta veniva a confessare, al solito, la signora baronessa, e a discorrer di cose sante e di pettegolezzi. Il canonico avea creduto che l'assenza del barone avrebbe vivificato un po' l'aspetto triste e opprimente di quella casa; e il santo prete vedeva ora quasi con rimorso che la tristezza si era piuttosto aumentata. Quell'uomo che stava rinchiuso nella sua stanza, sepolto fra le vecchie scritture, di nient'altro occupato all'infuori di esse, avea lasciato un gran vuoto nel vasto palazzo, di cui il povero canonico non si sapeva rendere ragione. -- Nessuna notizia? -- domandava timidamente alla baronessa. -- Nessuna! -- Nessuna! -- ripeteva Mariangela, alzando al cielo le pupille stanche e trasognate. -- Il Signore gli aprir gli occhi, gli rammollir il cuore! Preghiamo per lui! -- replicava il canonico. Rosaria aggrottava le sopracciglia, si mordeva le labbra carnose, e non si capiva se per isdegno o per rimpianto dell'assente. Spesso, durante la conversazione, si alzava tutt'a un tratto da sedere e andava a rinchiudersi nella sua nuova stanza. Una mattina Mariangela l'aveva sorpresa bocconi a traverso il letto, soffocata da' singhiozzi. Le mani brancicavano convulsamente le coperte, e nell'agitarsi scomposto della testa le nere e lunghe treccie le si erano disciolte ed arruffate. -- Oh, Dio!... Che hai? Rosaria!... Al grido della sorella, ella si era rizzata rapidamente, buttando indietro con le mani i capelli che le ricadevano su la faccia e su le spalle; e spalancando gli occhi, avea portato l'indice alla bocca, imponendo silenzio. -- Non dir nulla alla mamma!... Non niente!... Manda a chiamare il canonico Rametta... Ho bisogno di lui... Voglio confessarmi... non dir nulla alla mamma! Bada; non dirle nulla! Mariangela, sbalordita, spaventata, aveva atteso il canonico in cima alla scala, e lo aveva fatto entrare in punta di piedi, perch la baronessa non si accorgesse della venuta di lui. -- Lasciaci; va di l, -- Rosaria aveva ordinato alla sorella. -- Cattive notizie? -- domand allora il canonico. Rosaria, chiuso l'uscio e messo il paletto interno, si ferm in faccia al sacerdote, che la guardava aspettando ansioso la risposta. -- Sono dannata! -- ella esclam portando le mani attorno alla bocca, a fin di reprimere il suono della voce e renderlo nello stesso tempo pi vibrante. -- Dannata? Figliuola mia! Dannata? Ella lo spinse su la seggiola a bracciuoli presso il tavolino e gli cadde davanti in ginocchio. -- Dannata?... Non possibile!... Che hai fatto da dover disperare del perdono di Dio? Oh, figliuola mia!... China con la testa rovesciata in gi, coprendosi la faccia con le mani, Rosaria ripeteva straziante: -- Dannata!... Dannata! Il confessore le accarezzava i capelli, tentava di confortarla. -- Parla, figliuola mia! Ora sei davanti al cospetto di Dio... Dimentica la miserabile persona del suo indegnissimo servo... Parla! Mai il canonico Rametta, da che era stato autorizzato ad amministrare il Sacramento della penitenza, mai si era trovato davanti a una scena simile; e tremante, smarrito, non sapeva in che maniera indurre quella figliuola a calmarsi. Terribili, incredibili cose aveva poi udito. -- Tu, figliuola mia?... Tu hai invocato il diavolo?... Perch? Come? E Rosaria, a testa china, con la faccia tra le mani che a stento lasciavano passar libera la parola, aveva rivelato il segreto che da due anni le gravava sul cuore, e che aveva formato la sua felicit e la sua disperazione nello stesso tempo; quel terribile segreto che pi volte le era parso avessero indovinato o volessero indagare la madre, la sorella, i fratelli, e che ella aveva per ci pi rabbiosamente calcato in fondo al petto!... Ma ora... ora non ne poteva pi! E cos dentro quella buia sepoltura della loro casa era penetrato un raggio di sole. Ella aveva amato, riamata!... Perch, perch il Signore l'aveva fatta nascere una Zingli? Per questo, colui non aveva mai osato farle sapere direttamente... E forse anche per lo stato della loro famiglia! -- Come lo hai dunque saputo, figliuola mia? -- Un accenno, due parole dettemi da una povera donna... -- Quali, figliuola mia? E udendo l'ingenuo racconto, l'esperto confessore capiva a poco o poco quale pertinace lavoro della giovanile immaginazione aveva potuto intessere la fallace lusinga di quell'amore nel silenzio, nella penombra, nella solitudine di quei malinconici stanzoni, dove i suoni della vita che ferveva fuori giungevano ammortiti, affievoliti o non arrivavano affatto. E per ci ella si era ribellata al destino; per ci avea protestato contro la tirannia di Ges Cristo che la condannava a essere una Zingli, cio un'ombra, un fantasma, un nome e nient'altro. -- S, s padre!... Ho maledetto Ges!... Ho maledetto la Madonna! -- E hai mentito nella confessione? E ti sei cibata sacrilegamente delle carni immacolate del Redentore? -- S, s padre!... Un giorno, rovistando uno scaffale di vecchi libri, dietro i volumi in foglio legati in pergamena, aveva trovato un libro involtato in un foglio di carta e sigillato. Ingiallito, squadernato, senza frontispizio, con strane figure quasi a ogni pagina, quel volumetto aveva tentato la sua curiosit. Sigillato con cinque larghi sigilli, nascosto col, dietro agli altri libri, era dunque qualcosa di vietato? E se lo era portato in camera, e lo aveva nascosto tra le materassa del suo lettino, sotto il capezzale... E la notte, fingendo di dir le preghiere, si era messa a leggere... -- Diceva: _Modo di far apparire nella propria camera la persona amata_. Si doveva recitare per tre notti consecutive una lunga preghiera latina... _Adonai, onnipotens sempiterne Deus_... La so tutta a memoria! -- Il demonio, figliuola mia!... Il demonio!... -- Che m'importava? Abbandonata da Dio, mi rivolgevo al diavolo che almeno mi prometteva quella felicit... Ah! sono stata ingannata anche da lui!... Mi sentivo morire dal terrore, e leggevo, leggevo quella preghiera di cui capivo soltanto poche parole, con la fronte bagnata di sudore diaccio, col cuore che quasi non mi batteva pi, con la voce che mi moriva in gola, ginocchioni presso la finestra aperta di quella stanzaccia dove mi recavo a notte avanzata, brancolando nel buio, portando i fiammiferi e la candela benedetta della Candelora, perch occorreva una candela benedetta... E poi ho continuato per mesi e mesi, qui, in questa camera, invocando, persistente, colui che non appariva, che non apparso mai! Mai!... -- _Domine, ignosce illae!_ -- balbettava il canonico, alzando pietosamente gli occhi. E soggiungeva: -- Dio misericordioso... Tu, povera figliuola, non sapevi quel che facevi. -- Lo sapevo, padre; lo facevo a posta!... -- Ma era un'aberrazione, un suggerimento del diavolo!... Ora che ti accusi del peccato, ora che, pentita, domandi perdono... -- Sono dannata!... Sono dannata! -- tornava a singhiozzare Rosaria desolatamente. -- Ah, figliuola! Questo, questo peccato ancora pi grande: disperare della misericordia di Dio!... Sei gi perdonata! In nome di Colui che me n'ha dato potest, _ego te absolvo_!... E ora che intendi fare, figliuola mia? -- Voglio andar via, lontano, Suora di Carit!... Partire sbito... sbito!... * * * Il barone aveva ricevuto una lettera di Rosaria che gli domandava perdono e gli annunziava la sua partenza per Siracusa, dove era la casa delle Suore di Carit che dovevano ricevere i primi voti di lei. Egli aveva tentennato cupamente il capo leggendo; poi, stracciato il foglio, ne aveva buttato i pezzetti in un angolo; e non aveva risposto. Due mesi dopo, Ercole, in una partita di caccia, veniva colpito per sbaglio da un amico. Era rimasto accecato, e forse non sarebbe sopravvissuto alla disgrazia! -- la mano di Dio! -- aveva risposto il barone a don Emanuele Cerrotta, incaricato di partecipargli cautamente la notizia. -- Dovr vedere ben altro!... La mano di Dio lenta nel colpire, ma infallibile!... Da due notti egli non chiudeva occhio, agitato dal pensiero della prossima discussione della lite davanti a la Gran Corte. Finalmente il gran giorno arrivava! Bisognava correre da un giudice all'altro e dal presidente, per dare _informazioni_ assieme con l'avvocato e col procuratore legale. E il presidente della Gran Corte, udendolo parlare e parlare -- gi lo conosceva benissimo; chi non lo conosceva ormai nei tribunali e nella Gran Corte? -- quella mattina gli disse nel suo schietto napoletano: -- Ma caro barone, 'a Corte v'avarra da d ragione pe levasse na mala pimmicia da cuollo! E il giorno dopo, nella sala di udienza, il barone piangeva di consolazione durante la splendida arringa dell'avvocato De Paolis, e sorrideva tra le lagrime, approvando con la testa, con le mani, col busto, applaudendo sotto voce con frequenti _bravo! bene! benissimo!_ che avevano infastidito il celebre avvocato, perch lo distraevano dalla complicata argomentazione del suo ragionamento. -- Ma, barone mio!... -- gli si rivolt all'ultimo. Il barone parve volesse sparire sotto terra, tanto fu visto rannicchiarsi su la seggiola al rimprovero dell'avvocato. Ma poi drizz il capo, fulmin con uno sguardo l'avvocato della parte contraria, appena questi cominci ad arringare con voce sonora ed ampi gesti. -- Storie!... Sciocchezze!... E l'atto di permuta? Ah! Ah!... Bravo! Bene!... Benissimo!... Si contorceva, alzava le spalle, approvava con ironico accento; si stringeva la testa tra le mani; si turava le orecchie per non udire quei cavilli anticipatamente sfatati dalla insuperabile arringa del De Paolis... Un Dio!... Aveva parlato come un Dio!... E colui faceva sbadigliare i giudici!... E il cugino marchese stava ad ascoltarselo chiudendo gli occhi. -- Ed ecco, caro cugino!... Ci siamo riveduti in Gran Corte!... E rider bene chi ride l'ultimo! Ah! Ah! -- Che diceva ora quell'avvocato arruffone?... -- Ma s, ma s... Col matrimonio di donna Querinta Soldano... appunto!... baronessa di Cantora!... -- Lo confutava balbettando appena le parole, e stentava a contenersi... Tutt'a un tratto impallid, si pieg in avanti e cadde bocconi per terra, con un fievole rantolo. * * * L'avevano creduto colpito da apoplessia; invece si era semplicemente svenuto per stanchezza, per eccessive commozioni e per debolezza; da due giorni aveva mangiato soltanto un po' di pane! -- Che fate pi qui, barone? -- gli aveva detto don Emanuele Cerrotta. -- Ora aspettiamo la sentenza... favorevole... ve lo confido in un orecchio... l'ho saputo poco fa. Sar pubblicata fra un mese. Ci si d ragione in tutto e per tutto... Come se ce la fossimo scritta da noi. Tornate a casa vostra; caro barone; volete ammazzarvi con questa vitaccia? Perdonate e non ci pensate pi. Siate generoso! -- I Zingli non perdonano mai! Vanno all'inferno, ma non perdonano! Mai! -- aveva risposto il barone. -- Non siete cristiano dunque? -- Cristiano battezzato; ma Ges Cristo, che perdon a tutti ed era figlio di Dio, Ges Cristo non perdon a Giuda! -- Andate a confessarvi!... Non sapete che vostro figlio Marco... -- Il mugnaio?... So! So! -- C' mancato poco che la gran ruota del suo mulino non lo abbia sbalzato per aria e sfragellato! -- La mano di Dio!... E ancora!... Ancora!... -- Me l'ha raccontato uno del vostro paese. E, in pochi minuti, ogni cosa si sfasciata, andata in frantumi per troppa violenza di moto. Son crollati due solai... -- Croller l'intero palazzo! Vedrete! -- Non fate il profeta del malaugurio! Infine sono figli vostri. E quella povera baronessa! malata, quasi moribonda... Andate col, perdonate a tutti, siate generoso! Vi occorre danaro? Due oncie? Sono le ultime. Fra qualche mese avrete le casse piene di scudi; non saprete che farne... E in gennaio non dimenticate di mandarmi le ulive nere salate, quelle di Cento-Salme. -- Non c' ulivi a Cento-Salme. So io dove trovarle. -- E perdonate. Perdonare dei grandi -- conchiuse don Emanuele. No, non poteva perdonare! Ora che la lite era vinta, ora che la ricchezza tornava a far rifiorire il nome dei Zingli, tutte le sofferenze, tutte le umiliazioni patite gli risalivano in gola, gli attossicavano la bocca, quasi gli fossero rimaste indigeste da pi di due anni. E quel tanfo di cui pi non si accorgeva, e quel sudiciume della biancheria e del vestito a cui pi non badava, e dei quali aveva spesso tratta materia di orgoglio pel suo carattere, ora, soltanto ora, quel tanfo gli mozzava il fiato; ora, soltanto ora, quel sudiciume che portava addosso gli dava nausea! E la mattina dopo mont sul carretto di un compaesano, come un miserabile portato per carit, e si sfam assieme col carrettiere in una osteriaccia di campagna. Il sole lo cuoceva, le scosse del carretto gli indolenzivano le ossa. Ma, steso quasi bocconi su le dure tavole di abete di cui il carretto era carico, egli pensava al giorno che sarebbe rientrato nel suo palazzo da vero padrone, da vero barone di Fontane Asciutte e Cantora; lui che n'era uscito con quattro piastre in tasca e un mazzo di scritture sotto braccio! Lui che volevano far interdire perch rovinava la famiglia! Lui che era stato abbandonato dalla moglie, dalle figlie, dai figli come un rognoso, come un appestato! -- Ah, certamente gi si apprestano a rappresentare la commedia! Ora che non sono pi un matto da interdire, ora che non sono pi un rognoso, ora che non sono pi un appestato, ora verranno a chiedere perdono, si umilieranno, commetteranno tutte le vilt... C' Cento-Salme in vista. Ci sono diecimila onze per colui del mulino... e dieci per l'avvocatino don Felicianino... l'ipocrita, il gesuita!... Via! Via!... Non sono pi marito!... Non sono pi padre!... Sono soltanto don Pietro Paolo Zingli, barone di Fontane Asciutte e Cantora... no, anzi, barone di Cento-Salme; otterr un decreto pel nuovo titolo!... Era gi sera; il mulo trascinava stancamente il carretto per lo stradone polveroso. Il carrettiere cantava. Il barone rizz la testa; vide, lontano, spiccar neri sul cielo rossiccio, i campanili, le cupole del paesetto da cui mancava da tre anni e un'inattesa forte commozione lo invase. Durante il viaggio aveva scambiato poche parole col carrettiere; ma in quel punto sent bisogno di parlare con lui, d'interrogarlo. -- Che dicono di me? -- Dicono che _voscenza_ ha vinto la causa. Ora don Marco non penser pi al mulino... -- Forse... -- stata una pazzia. I signori debbono fare i signori, ed io che sono un carrettiere il carrettiere; dico bene, _voscenza_? -- Ferma; scendo qui. Non far sapere a nessuno che mi hai portato. -- Come vuole voscenza. E si arrampic lentamente pel viottolo che saliva a destra su per la collina. I cani abbaiarono poco dopo, un contadino s'affacci dal ciglione: -- Zitto! -- gli disse -- Sono stanco; la salita ripida. * * * Le febbri lo avevano sfinito. Dormiva sur un po' di strame; non c'era neppure un pagliericcio in quell'antico frantoio di ulive che non serviva pi da anni ed anni. I contadini ogni sera tornavano in paese, ed egli restava solo col, aspettando il plico del procuratore Cerrotta, che dovea portargli la copia legale della sentenza della Gran Corte. -- Come si sente, _voscenza_? -- Meglio! Meglio. Non niente! Ho la pelle dura io. Passava la giornata e parte della serata seduto sur un gran sasso davanti al portone, con una specie di coma che gli faceva socchiudere gli occhi e abbandonare la testa sul petto. Il vecchio contadino, che era stato antico fittaiuolo di casa Zingli, una sera finalmente era andato dalla baronessa, non ostante il divieto del barone. -- Dovr morire col, come un cane? -- Che possiamo farci?... Ha parlato di noi? -- Mai, mai! Dice che aspetta una lettera dell'avvocato. Mandino almeno un dottore... e un letto. Dorme vestito su la paglia, in un canto del _trapptu_... Fa piet! Una mattina stava seduto su quel sasso fin dall'alba, ostinato a restare in quell'edifizio dalle mura spaccate, dal tetto sconquassato, su quel po' di paglia, che gli serviva da giaciglio, fino al giorno in cui avrebbe avuto in mano la copia legale della sentenza. Aveva sbattuto i denti pel ribrezzo della febbre durante la nottata; ora si sentiva scoppiar la testa dal calore, quasi il sangue gli si fosse mutato in liquido ardente dentro le vene, quantunque l'aria mattutina fosse fresca. Sentendo uno scalpito di vetture, volse la testa. -- Ah, signor barone!... Ah, signor barone!... Il canonico Rametta gli stendeva da lontano le braccia, il dottor La Barba lo salutava cavandosi il cappello. Egli fece uno sforzo per rizzarsi ed evitar di riceverli, ma ricadde sul sasso, appoggiandosi con le spalle al muro, mentre essi scendevano da cavallo. -- Non ho bisogno di medico; non sono in punto di morte da dovermi confessare, signor canonico. Siete venuti come i corvi all'odor del cadavere? No, no... Sono pi vivo di tutti coloro che vi mandano... Andate a dirglielo. -- Siamo venuti per conto nostro, signor barone; pel bene che vi vogliamo, pel rispetto che vi dobbiamo... -- Ho qui un plico per lei, da Catania. L'ha portato ieri sera mio cognato... -- Grazie! Date qua... Grazie! Gli occhi torbidi e stanchi gli si rianimarono un poco. Le mani palpavano con un tremito di carezza il plico, ma non tentavano di aprirlo. La commozione gli aveva tolto ogni forza... Sorrideva, agitava le labbra, ma non poteva parlare. Accenn al dottore che lo aprisse lui e leggesse... -- Che cosa , dottore? -- lo interruppe -- Qui!... Qui!... Accennava al cuore. Soffriva una smania dolorosa, una puntura acutissima. -- Non voglio morire!... Non debbo morire! -- balbettava. Il dottore e il canonico si guardarono in viso. Mentre il dottore lo sosteneva per le spalle, il canonico, chinatosi premurosamente su lui, gli susurr con voce compunta: -- Faccia la volont di Dio, signor barone! Dio padrone della vita e della morte!... Il barone spalanc gli occhi. -- Non voglio morire! Non voglio morire!... Soffoco!... Dottore! Implorava disperatamente aiuto. -- Si rassegni, faccia la volont di Dio! -- ripeteva il canonico inginocchiato davanti a lui. Il povero moribondo scosse la testa, raccolse le forze: -- Ah!... Questa, no, Cristo non doveva farmela! E portando le mani al cuore e tentando di strapparsi il vestito, con le sopracciglia corrugate e l'espressione dura e orgogliosa dei Zingli nello sguardo, soggiunse, balbettando quasi con minaccia: -- Ma... ce la vedremo lass!... Non... doveva... far... E il rantolo dell'agonia gli tronc la parola su le labbra convulse. UN TIPO Lo chiamavano don Pietro il _Gobbo_, ma il gobbo veramente era stato suo padre che, pur avendo due gobbe, una davanti e l'altra di dietro, aveva trovato una coraggiosissima donna la quale si era rassegnata a sposarlo e gli aveva regalato due figli diritti come fusi. Il nomignolo per era rimasto appiccicato alla famiglia e probabilmente i D'Accurso saranno chiamati i _Gobbi_ fino all'ultima generazione. Don Pietro D'Accurso, diceva la gente, non era gobbo ma meritava di esser tale. La gobba, aggiungevano, l'aveva nel cuore. In vita sua non aveva mai dato a un poveretto una buccia di fava, n una stilla d'acqua, mai, mai! Se un poveretto andava a chiedergli l'elemosina e per intenerirlo gli diceva: -- Da due giorni non metto niente dentro lo stomaco! -- egli aveva la sfacciataggine di rispondergli: -- Beato te, che puoi vivere due giorni senza mangiare! Io, vedi, ho fatto colazione due ore fa e gi mi sento lo stomaco vuoto. A sentir lui, non c'era peggiore miseria di quella di esser ricchi. Quanti pensieri! Quanti grattacapi! E come invidiava quegli straccioni che non avevano un soldo in tasca, n un palmo di terreno al sole, n un tetto sotto cui ricoverarsi! Per loro non c'era Esattori, n Agenti delle Tasse, n Ricevitori del Registro, n focatico, n dazio di consumo, n ruolo di vetture! Essi potevano ridere allegramente in faccia al governo e alla morte, mentre lui, disgraziato! non rifiatava da mattina a sera, sempre in giro di qua e di l, per pagare, pagare, pagare; e, appena aveva finito, dovea ricominciare daccapo! Il Signore gli aveva caricato su le spalle questa pesantissima croce, e gli toccava di portarla, peggio di Ges Cristo quando lo conducevano al Calvario. Il suo Calvario era il _Puddaru_, con gli uliveti che coprivano le colline, con le vigne da un lato, i vasti terreni seminativi dall'altro, fino a pi della Montagna, e il gran casamento nel centro, met villa, met masseria, con frantoio per estrar l'olio, palmento, cantina, stalle pei buoi, rimesse per la paglia e pel fieno e tanti e tanti altri impicci! Ah! Che non ci voleva pel raccolto delle ulive? Una ventina di bacchiatori, una cinquantina di raccoglitrici, e, pi, dieci o dodici mangiapane che lavoravano, s, giorno e notte nel frantoio, sporchi, unti di olio, ingialliti per la perdita del sonno, ma che per divoravano come lupi anche quando non avevano fame. Dove la mettevano tutta quella robbaccia indigesta che egli doveva far cucinare dalla massaia?... Un mese e mezzo d'inferno! I coppi, vero, si riempivano d'olio, ma gli toccava ogni volta scendere gi in cantina col pericolo di rompersi la noce del collo con quegli scalini sdruciti, e sorvegliare gli uomini perch non sbagliassero nel versare l'olio di prima qualit in un coppo, e l'olio di sanza in un altro. Se non apriva tanto d'occhi lui, chi sa che pasticci gli avrebbero fatti! E cos, alla fine, quei mangiapane si beccavano fazzolettate di pezzi da cinque lire, si ripulivano, si rivestivano a nuovo; e lui, poveretto, che aveva dormito appena due, tre ore ogni notte, per un mese e mezzo di fila, si sentiva tutto rotto, con la nausea dell'odor dell'olio nelle narici e nella gola... E non era finita! Quel benedettissimo olio poteva restar in cantina, nei coppi? Bisognava venderlo. Ma prima!... Travasarlo due, tre volte, cavar la morga di fondo ai coppi, e poi attendere che il prezzo salisse, salisse!... Sicuro, attendere, mentre i poveretti, che ne avevano tre, quattro _cafisi_ soltanto, se ne sbarazzavano subito e non ci pensavano pi! E che discussioni, che cllere, nei giorni di vendita, con quei ladri dei misuratori che recavano la misura falsa e tenevano la spugna attorno il collo del _cafiso_, per farla impregnare di olio nel riempirlo col boccale! E che arrabbiature coi compratori pi ladri di loro, che cercavano di appioppargli falsi pezzi di cinque lire nuovi fiammanti che lo avrebbero rovinato, se lui non avesse avuto la santa pazienza di osservarli bene, voltandoli e rivoltandoli e facendoli ballare sul marmo a uno a uno per sentirne il suono! Se li era proprio guadagnati sudando, arrabbiandosi, perdendoci la voce... E da l a due giorni dov'erano tutte quelle pile di pezzi da cinque lire? In mano dell'Esattore, dell'Agente delle Tasse, del Ricevitore del Registro! -- Tu non hai queste seccature! -- egli diceva a Cannizzu, povero diavolo che lo serviva come un cane, magro e allampanato tra tutto quel ben di Dio del suo padrone. -- E _voscenza_ dia ogni cosa a me! Cos non avr pi seccature! -- gli rispondeva ridendo Cannizzu. -- Ti farei un bel regalo! Mi malediresti notte e giorno! Sta' zitto! Pensiamo alle semente piuttosto! Laggi, al _Puddaru_, venti, trenta aratri preparavano il terreno; e in paese, nel magazzino del grano, il crivellatore ripassava il farro, la timimia, la francese, l'orzo fra un nugolo di polvere che faceva tossire don Pietro, quasi stesse per sputar fuori i polmoni. Ma era quella la sua croce! Aver l'occhio a tutto, guardarsi di tutti, per non farsi spogliar vivo, ora che non c'era pi moralit in questo mondo, e dei galantuomini si era gi perso lo stampo. Era forse sicuro che tutto quel grano da sementa andasse tra i solchi aperti? Non poteva avere cento occhi, non poteva essere, come Domineddio, presente in ogni luogo! Faceva quel che poteva; e si logorava la vita; ci perdeva la salute e l'appetito. -- Beato te, Cannizzu! Pane e cipolla eh? Fai bocconi grossi! Io, intanto, se non ho un buon brodo di manzo, un po' di fritto, un po' di pesce, una bistecca e un pezzo di rosbiffe, un po' di cacio svizzero, e dolce e frutta e caff...! Mi reggo in piedi cos!... Ah se avessi il tuo stomaco di struzzo, che digerisce fino il ferro! E tu puoi bere anche quella specie di aceto, e leccartene i baffi. Io, invece... miseria!... senza due dita di marsala, di moscato, di calabrese! I nostri vini mi riescono indisgesti... Mi tornano a gola... Ci vuole pure un po' di Chianti, un po' di Bord... Miseria! Ma bisogna fare la volont di Dio! Cannizzu qualche volta rispondeva: -- La farei anch'io cotesta volont di Dio! Don Pietro gli dava su la voce: -- Bestia! Bestia! Pane e cipolla! Ringrazia Ges Cristo che non ti ha dato altro! Guarda mio fratello. Non ha niente, e fa il signore. guardia campestre; e va a cavallo da mattina a sera. Che deve guardare? I caprai che pascolano per le strade di campagna comunali! Non ha voluto fare mai nulla, si giocato e mangiato e bevuto tutto il suo... ed felice! Ma siccome pi bestia di te, non mi pu vedere, mi odia perch non ho fatto come lui. Che colpa ci ho io? E stata la mia disgrazia. Ho fatto come la formica; tutto mi andato bene, tutto mi va bene; se mettessi acqua nei lumi, credo che arderebbe come petrolio. Che colpa ci ho io?... E devo sfacchinare il giorno e pensare la notte; pensare a questo, a quello, a cento cose...! La testa mi va per aria... E vorrei dormire il sonno pieno che dormi tu, sul tuo pagliericcio duro! Che vale che il mio letto abbia tre materasse di lana scelta, e morbide e ben sprimacciate? La testa mi va per aria! Mi rivolto di qua e di l... S, s!... Guai se dormissi come te, russando, la grossa! Chi penserebbe alla mietitura, alla trebbia? Chi alla vendemmia? Rifiato forse? Tu ridi, bestione, quasi io dica delle sciocchezze... Ed io ti dico che cambierei volentieri il tuo stato col mio! -- Cambiamolo, eccellenza! -- Mi malediresti l'anima cento volte al giorno! -- Ma, infine, da qui a cento anni, voscenza non si porter tutto nell'altro mondo. Per chi lavora? -- Lo so io? la mia croce, non lo capisci? Ne godo forse di tutta questa ricchezza?... Perch, tu lo sai bene, ce n' grazia di Dio, ce n'! Il magazzino del grano pieno come un uovo; la cantina non ha una botte vuota; la dispensa ha quaranta coppi ricolmi fino all'orlo... E poi, e poi!... Se ti dicessi quel che mi deve il barone Pitulla? Con belle ipoteche... Eh! Eh!... Ma che vale? Lui se la spassa a Napoli, a Roma, a Torino, a Parigi con le donne... Ed io sono stato a Roma, una volta sola, col pellegrinaggio, per vedere il Papa!... E se non tornavo subito, addio mietitura! Posso prendermi uno svago io?... Niente, niente! La mia croce questa. Sia fatta la volont di Dio! E don Pietro d'Accurso, detto il _Gobbo_, era invecchiato, mangiando bene, bevendo benissimo, grasso, roseo, tondo col suo eterno lamento su le labbra, predicando sempre che non c' peggiore miseria di quella di esser ricchi; non facendo mai carit a nessuno, neppure a suo fratello che aveva otto figli e non sapeva come sfamarli col suo misero soldo di guardia campestre; dando da campare per a tante persone, pagando puntualmente tutti fino all'ultimo centesimo, mai per un centesimo di pi, come neppure uno di meno. Egoista, s, ma sincero nei suoi lamenti e nel suo aforisma prediletto: Non c' peggiore miseria della ricchezza! E questo si vide benissimo nell'ultima sua malattia. Quando si avvide che l'ora sua era arrivata, mand a chiamare il fratello: -- Senti, Nanni; ti cpita una gran disgrazia: stai per diventare ricco, ricco assai. Il Signore abbia piet di te. Pensa al funerale. Sarai costretto a spendere qualche migliaio di lire. Che vuoi farci? I quattrini sono l, in quel cassetto. I poveretti vanno all'altro mondo senza torce e preti e concerto; io sono ricco e debbo pensare a queste miserie anche in punto di morte!... Senti, Nanni: una bella cassa di noce scura, foderata di raso... Ti coster parecchio... Ma che vuoi farci? Tu, se fossi morto guardia campestre, avresti dovuto contentarti della cassa del comune... Te la saresti cavata, senza darti nessun pensiero, senza un soldo di spesa. Basta; io me ne vado. Mi dispiace di averti procurato questa disgrazia, questo gran guaio di lasciarti ricco... Fa' la volont di Dio, come l'ho fatta io!... Io v a rendere i conti lass!... Chi sa come andr? Speriamo bene. Pensa a quel che ti ho detto di provvedere: cassa, funerale, concerto... E... spicciati, spicciati... Mandami qui il confessore! IL MULO DI ROSA -- Se prendessimo un trovatello? La moglie aveva detto questo con le lagrime agli occhi. E il marito avea risposto rassegnatamente: -- Prendiamolo. Cos una mattina marito e moglie erano montati su un carretto che portava a Caltagirone un carico di _quartare_ e di _carrati_, le solide terracotte che sono una specialit di Mineo, e si erano presentati alla Commissione dei trovatelli: -- Vogliamo un bambino spoppato; lo terremo meglio che se fosse nostro figlio. In un gran stanzone con lettini e culle, la suora che li guidava mostr due bambini addormentati: -- Questi ha un anno e due mesi; si chiama Angelo, ed bello come il suo nome. Quest'altro, ventidue mesi; si chiama Nino. -- Come te -- disse la donna al marito. -- Prendiamo questo; sia fatta la volont di Dio! Il bambino, svegliato nel meglio del sonno, si mise a piangere. La donna, baciandolo, accarezzandolo e facendolo baciare dal marito, riusc quasi sbito ad acchetarlo. La poveretta che, dopo sei anni di matrimonio, aveva perduto ogni illusione di poter avere, un giorno o l'altro, figliuoli, teneva stretto stretto il bambino tra le braccia, mentre i signori della Commissione non finivano pi di scrivere in quei loro libroni grossi quanto un messale: nome e cognome del marito; nome e cognome di lei... Fortunatamente le loro carte, fatte dal sindaco, erano in regola; e verso mezzogiorno, marito e moglie, raggianti di gioia, scendevano le scale di quel vecchio palazzo che sembrava una prigione, con quelle povere creaturine abbandonate l in mano di balie mercenarie, e di suore che non potevano intendere niente della maternit, poich vi avevano volontariamente rinunciato. -- Figlio mio, sono la tua mamma! E questo tuo padre! -- diceva la donna al bambino che li guardava sbalordito, quasi diffidente di quei visi nuovi. Ed erano stati davvero padre e mamma per lui. La loro casetta silenziosa ora risuonava allegramente di grida e di strilli infantili. La povera donna, che non aveva mai sentito il sussulto delle viscere per una creatura sangue suo, sembrava pazza di gioia alla vista di quel bambino di origine ignota, fino di lineamenti, biondo di capelli, con occhioni cos azzurri da parere quasi neri, gracilino ma ben fatto; e, in certi momenti, ella credeva le fosse piovuto dal cielo per speciale grazia di Dio, in ricompensa delle tante preghiere da lei fatte, delle tante elemosine date ai poveri perch glielo impetrassero con le preghiere loro, forse pi efficaci delle sue. Ispirazione della Madonna, s'ella aveva detto al marito: -- Prendiamo un trovatello! * * * Le sere di estate, appena l'omo tornava dalla campagna, marito e moglie si sedevano davanti l'uscio, col bambino su le ginocchia, orgogliosi di lui, cos delicato e cos bello, assai pi che se fosse stato davvero figlio loro. -- un angelo, zi' Cola! Il vecchio zi' Cola, dall'uscio di rimpetto, crollava il capo, accigliato e musone. -- Non vero, forse? -- insisteva la donna. E allora lo zi' Cola rispondeva sentenziosamente: -- Tutti i figli di male femmine sono fortunati! -- Perch di mala femmina questo qui? Che ne sapete? -- Altrimenti non sarebbe voluto bene cos! Se volevate fare una santa carit, dovevate prendere uno dei bambini di comare Stella, che non sa come sfamarli. Ai muli deve pensare il re. -- Ma che _muli_! Sono creature di Dio, disgraziate, abbandonate. -- Ai _muli_ deve pensare il re! Lo zi' Cola appoggiava il mento su le mani sovrapposte al suo bastone di ciliegio e socchiudeva gli occhi, aggrottando le sopraciglia. Pensava all'antica: per lui i trovatelli erano _muli_; e a loro doveva provvedere soltanto il re, che voleva dire: il governo. Ma Rosa, in risposta, baciava forte il bambino, dicendo: -- Questo barone, principe, re di casa mia! E suo marito, grave, con le mani su le ginocchia, guardava lei e il bambino e non diceva niente. Le vicine, invidiose e maligne, vedendo quel trovatello vestito come un signorino, lo chiamavano, per dispetto: il _mulo_ di Rosa. E Rosa, se le udiva, lasciando d'impastare il pane, si affacciava su l'uscio con le braccia nude intrise di pasta, e cominciava a sbraitare: -- Femminacce senza educazione e senza cuore! Muli saranno i figliacci vostri, se non avete carit per una povera creatura che non vi fa nessun male! -- Con chi parli, pettegola? -- Parlo con tutte! Romper il muso a qualcuna! E quando il ragazzo, gi cresciuto, nel fare il chiasso con gli altri suoi pari, si bisticciava e si azzuffava con essi, e tutti gli gridavano:-_-Mulo! Mulo!_ -- ed egli si metteva a piangere perch lo chiamavano come la sua mamma non voleva. Rosa diventava una furia, e correva addosso ai ragazzacci dando spintoni e scapaccioni. -- Se non ne storpio uno, non sar pi Rosa Zoccu! Suo marito, arrivando dalla campagna la trovava in lagrime per questo. -- Lasciali dire! -- la confortava. -- Gli tolgono forse il pane di bocca? Il pane lo avr meglio assai dei figli loro. tutta invidia! Lasciale dire. Ora lo manderemo a scuola. * * * Rosa diventava rossa dalla contentezza quando vedeva tornare dalla scuola il bambino, con la tasca d'incerata a tracolla; e stava a guardarlo sbalordita mentre quegli scarabocchiava i quaderni seduto al tavolinetto fatto fare a posta per lui. Lo vedeva gi cresciuto, bel giovane, serio... Avvocato? Dottore? Prete? Non sapeva decidersi intorno alla professione da dargli... Lei ne avrebbe fatto volentieri un prete, canonico, poi parroco..... Sarebbe andata ad ascoltare la messa di lui, le prediche di lui...! Ma suo marito diceva: -- Meglio dottore. -- Sar quel che Dio vorr! -- conchiudeva lei. E si divertiva a interrogare il ragazzo. -- Che cosa vuoi tu diventare? Avvocato? Dottore? -- Brigadiere, mamma; con la sciabola e il pennacchio! -- aveva risposto un giorno il bambino. E Rosa si era indignata. Soldato, no! Il re ne aveva tanti altri figli di mamma da prendersi. Suo figlio doveva restar sempre con lei; essere il bastone della sua vecchiaia, la colonna della sua casa, la palma del suo giardino, il suo stendardo... Tutte le immagini dei canti popolari le venivano su le labbra, le accendevano la fantasia. La povera donna aveva quasi dimenticato che quel ragazzo era un trovatello; forse gli voleva pi bene appunto per questo; intendeva di essergli doppiamente mamma, in modo da compensarlo della cattiva sorte che lo aveva fatto buttare alla ruota, come una bestiolina, in mano di estranei, solo solo al mondo... Per ci si sent trafiggere il cuore, e pianse un'intera giornata, la volta che il bambino tornato da scuola le domand: -- vero che voi non siete la mia mamma? -- Chi ti ha detto questo? -- De Marco, il figlio del pastaio. -- Digli... Ma si ferm; e le parolacce che voleva fargli rispondere le borbott lei tutta la giornata, bevendosi le lagrime, mordendosi le labbra dalla rabbia. E and a fare una scenata al pastaio, perch insegnasse l'educazione al figlio. -- Lasciali dire! -- le ripeteva il marito. tutta invidia... Lo vestiremo da angiolo per la Festa dei Pastori, la prossima domenica di maggio. Don Antonio, il poeta, mi ha detto che gli dar una bella parte da recitare. E quel giorno marito e moglie credettero di toccare il cielo col dito. Don Carmine, il sagrestano, vestito il ragazzo con la corazza di carta argentata e appiccicategli alle spalle due belle ali di cartone dipinto, gli metteva in testa l'elmo dorato. -- Guardate qui, zi' Cola! Rosa lo mostrava, tenendolo in braccio, al vecchio contadino brontolone che passava le giornate seduto davanti la porta di casa sua, dicendo male di questo e di quello, non stando zitto un solo momento; per ci lo chiamavano: Zi' Parla-Parla! -- Guardate qui, zi' Cola! -- Tutti i figli di male femmine sono fortunati! -- le rispose, al solito, il vecchio. -- E voi siete uno stupido! -- replic Rosa, voltandogli le spalle. * * * Per Rosa e suo marito, il giorno della loro andata a Caltagirone a prendere il bambino, il giorno in cui lo avevano menato a scuola, e l'altro che gli avevano udito recitare di sul palco, tra figli di signori ed altri compagni di scuola, la parte da angelo nella Festa dei Pastori, erano date indimenticabili, di cui essi ragionavano spesso, ringraziando Dio e la Madonna. -- Vedi? Da quell'anno tutto ci andato bene. Col bambino entrata in casa nostra la buona fortuna. Domani comprer un altro bue; avremo due aratri. Prender un'altra mezzadria. -- E la bella tela? E la chioccia coi pulcini? E il maiale da vendere a Natale? Tutto per lui! Non sembra un bambino, tanto assennato! -- Il maestro mi ha detto: Avr il primo premio. Ora dovete fare uno sforzo maggiore, mandarlo a Caltagirone per le altre scuole. -- Solo? -- Come gli altri. -- Andr io con lui. Che far altrimenti? Si trover sperduto. -- Ha tredici anni; far come gli altri -- conchiuse il marito. -- Ho un compare a Caltagirone; lo affideremo a lui. Sognavano la felicit futura, la prossima premiazione. Rosa voleva fare un bel pranzo quel giorno, e invitare anche qualche vicina, e mandare pane, vino e carne alla povera comare Stella che periva di fame con tanti figliuoli; non dovevano esser felici loro soli. Ma fu appunto quel giorno che il postino venne a dirle: -- C' una lettera raccomandata per vostro marito. Venite all'ufficio con qualcuno che possa far la firma per lui che non sa scrivere. -- Una lettera?... Di chi? -- Che volete che ne sappia? Il caso era cos insolito, che la povera donna pens subito a qualcosa di cattivo. E si butt lo scialle indosso e corse all'ufficio postale mezza stralunata. -- Una lettera? Di chi? Non abbiamo parenti, n prossimi, n lontani! E quando l'ufficiale postale gliela consegn, ella la voltava e rivoltava; quei cinque sigilli di ceralacca rossa le sembravano una stregoneria. -- L'apra, la legga lei -- disse all'ufficiale postale. Le tremavano mano e voce nel porgergliela. Se lo divorava con gli occhi, ansiosa, con un groppo alla gola senza sapere perch, mentre colui scorreva le quattro pagine fitte del foglio, scotendo la testa quasi leggesse cose strane. -- del padre -- disse finalmente l'ufficiale postale, supponendo ch'ella dovesse sbito capire. -- Quale padre? -- Del padre del vostro trovatello. Dice che viene a riprenderlo. Sposa la madre, lo riconosce... Giudice di Tribunale... Vi compenser di tutte le spese... Arriver fra otto giorni!... Rosa gli spalancava gli occhi in viso, pallida come un cencio lavato, incredula, aspettando che colui le dicesse: Vi ho fatto un brutto scherzo. Ma quegli insisteva, ripetendo: -- Vi compenser di tutte le spese. Ella era istupidita; aveva una gran confusione nella mente, e il cuore le batteva violentissimo nel petto, quasi stesse l l per scoppiarle. Possibile? Riprendere il bambino? Fra otto giorni?... E la legge? E la giustizia? No, non era possibile! -- Ha letto bene, _voscenza_? -- balbett. -- Fatevela leggere da un altro! E and via barcollando, con la fatale lettera in tasca. Ma lungo la strada cominci a capire. La cosa per le sembrava cos enorme, che non voleva crederla. Come? Si poteva dunque buttar via la propria creatura, e poi, quando altri l'aveva allevata, cresciuta, educata, quando altri le voleva pi bene dei parenti sciagurati che se n'erano sbarazzati appena mssala al mondo, questi potevano presentarsi e dire: -- Dateci quel bambino; nostro! -- E la legge lo permetteva? Ah, voleva vederla! Voleva vederla! Non c'era Dio in cielo, n Madonna, n santi, se questa mostruosit poteva accadere! Ah, voleva vederla, se i carabinieri sarebbero venuti a strapparle di fra le braccia la creatura ora sua! Le lagrime le inondavano il viso, ed ella non pensava ad asciugarselo; non si accorgeva di strascinare lo scialle cascatole dalle spalle; gesticolava, mostrava i pugni a colui che doveva arrivare fra otto giorni... -- Che vi accaduto, comare Rosa? -- Niente! Niente! Andava quasi di corsa, e davanti a casa sua, visto Nino che faceva il chiasso con gli altri ragazzi, lo prese per un braccio e lo trascin dentro e chiuse la porta con tanto di stanga. -- Perch, mamma? -- Niente! Niente! Lo baciava, tenendolo stretto stretto tra le braccia, su le ginocchia, quasi dietro l'uscio ci fosse gi colui che doveva venire a riprenderglielo. E lo tenne cos fino a sera; e quando suo marito picchi all'uscio, chiamando: Rosa! Rosa! -- ella impose al ragazzo: -- Non ti muovere di l! E scese la scala, rivolgendosi indietro pi volte, per timore che il ragazzo non la seguisse. -- Vogliono levarci il figlio! -- disse al marito, scoppiando in pianto dirotto. -- Chi? -- Suo padre! Ha scritto una lettera! Dapprima il pover'uomo credette che sua moglie fosse impazzita. E alz le spalle, dicendole: -- Sciocca! E tu ti figuri che facile? Guardava anche lui, diffidente e irritato, la lettera che sua moglie avea cavata di tasca. E stava a sentire a bocca aperta, come un ebete, quel che Rosa gli riferiva, interrotta da singhiozzi, strappandosi di tratto in tratto i capelli: -- Verr fra otto giorni... Giudice di Tribunale... Sposa la madre! -- Zitta! Zitta, pel ragazzo! Dammi quella lettera; v a consultare mastro Simone il fabbro-ferraio, che ne sa pi di un avvocato. * * * -- Non vi potete opporre; i figli sono dei padri; la legge vuole cos! -- aveva detto mastro Simone il fabbro-ferraio, che ne sapeva pi di un avvocato. Ed era stata per quei due poveretti una sentenza di morte. -- Lo ammazzo, giudice qual ! Voglio andare in galera, prima di rendergli il figlio! -- Ges Cristo, riprendetevelo voi! Nei primi giorni, l'uno rimuginava propositi feroci; l'altra, nel suo furore di madre delusa, invocava la morte su la creatura amata come sangue proprio, piuttosto che saperla viva in mano altrui. E tutti e due torturavano con domande il ragazzo, che non capiva e non sapeva che cosa rispondere: -- Se ti volessero dare un altro padre? -- Se ti volessero dare un'altra mamma? -- Anderesti con loro? -- Avresti cuore di lasciarci? Il ragazzo rispondeva soltanto: -- Voglio restar qui....... Perch mi tenete chiuso in casa? Avevano paura che venissero a rapirlo all'improvviso per non trovare opposizione da parte loro. Un Giudice di Tribunale, immaginavano, poteva comandare ai carabinieri, fare qualunque prepotenza. Invano l'avvocato, da cui erano andati a ricorrere per consigli e per difesa, li aveva rassicurati che tutto doveva procedere legalmente e che il padre non poteva reclamare il figlio messo ai trovatelli, senza prima aver fatto tutti gli atti occorrenti. Tenevano chiuso il ragazzo in casa, non gli permettevano neppure di affacciarsi alla finestra. E ora il marito, che non aveva pi animo di andare in campagna, ora Rosa, che non poteva ingoiare l'amara pillola, correvano pi volte al giorno dall'avvocato: -- Trovi un mezzo _voscenza_, un'opposizione!... -- Ma che mezzi? Che opposizione? Il padre ha diritto di riprendere il figlio. -- Facciamo una causa; tiriamola a lungo. Da cosa nasce cosa. La legge dovrebbe dirgli: -- Ah, tu non hai voluto il bambino quando nato? Lo hai messo ai trovatelli, senza curarti se sarebbe morto di freddo e di fame in mano di quelle donnacce che fanno il mestiere di balie?... Non hai pensato, per tredici anni, ad informarti se il tuo figliuolo era vivo o morto, voluto bene o maltrattato?... Ed ora che ti fa comodo pretendi di riaverlo?... Niente affatto. Anzi, ora che so l'infamia da te commessa, ti afferro e ti metto in carcere! -- Ecco quel che dovrebbe dire la legge!... Chi l'ha fatta cotesta legge? legge da turchi, non da cristiani. Chi l'ha fatta? Il re? Non ha figli il re? La povera donna diventava eloquente, e si meravigliava che l'avvocato non sapesse trovare nessun appiglio per una lunga causa, da andare in Tribunale, e poi in Gran Corte, e poi in Cassazione... Chi l'avea fatta dunque quella legge da turchi? -- Certamente non l'ho fatta io! -- rispondeva l'avvocato ridendo. -- Ma come? Gli abbiamo dato il sangue nostro; lo abbiamo tirato su con tante cure, con tanti stenti; lo abbiamo mandato a scuola... Se fosse stato figlio mio lo avrei condotto a zappare e ad arare con me, a fare il contadino come me... A questo, invece, libri, quaderni, penne!... Che non avremmo speso per lui?... E ora?... -- E ora il padre vi dar un compenso per tutte le spese da voi fatte; non volete capirlo? -- ripeteva l'avvocato un po' stizzito che il contadino dalla testa dura gli ripetesse sempre le stesse cose. E, tornati a casa, la moglie si dava una nuova pelata, dalla disperazione; il marito, buttatosi sur una seggiola, coi gomiti su la tavola e la testa fra le mani, borbottava: -- Com' vero Dio, lo ammazzo questo infame! Il figliuolo ora nostro! Ma alla vigilia dell'arrivo di colui che avea distrutto con un foglio di carta tutta la loro felicit, marito e moglie erano talmente accasciati sotto il peso della convinzione di non potere far niente, poich la legge voleva cos, che pensavano di buttarsi ai piedi di quel Giudice di Tribunale, appena fosse comparso, e pregarlo e scongiurarlo!... Chi sa? Forse, sapendo che il ragazzo era ben collocato, si sarebbe lasciato intenerire. Tanto, che bene poteva volergli lui a un bambino non veduto neppure una volta? -- E se il ragazzo non volesse andare col padre sconosciuto? Se volesse restare per forza con noi? Per un istante credettero che questa era la soluzione pi giusta. -- S'interroghi il ragazzo: scelga lui! -- Parlavano a voce alta, quasi il Giudice di Tribunale fosse davanti a loro. E Rosa attirava Nino tra le gambe, gli lisciava i capelli, lo prendeva pel mento e gli domandava: -- Chi vuoi per padre e madre, noi o... altre persone? -- No, non pu capire. Glielo dico io. Il ragazzo, un po' stupito, serrato tra le gambe di colui che egli credeva suo padre, stava a udire, intento. -- Se venisse uno e ti dicesse: -- Sono tuo padre io, tuo padre davvero; vieni con me; lascia questi qui!... -- tu che faresti?... -- Sto qui, con voi! Chi deve venire? -- Nessuno! Angelo santo, parla Ges Cristo con la tua bocca! Rosa se lo mangiava dai baci. Ecco: cos! S'interroghi il ragazzo; scelga lui! E la mattina dopo andarono a ripeterlo anche all'avvocato. E dall'avvocato chi c'era? Colui, il Giudice di Tribunale, vestito tutto di nero, alto, magro, con la barbetta rossa e gli occhiali!... Un tradimento! C'era da attenderselo! Giudici? Avvocati? Farina dello stesso sacco. Ma Rosa non si perdette d'animo; scatt: -- Figlio vostro? Chi lo dice? Ve ne siete mai ricordato in tredici anni? Siete venuto solo, perch avete la faccia pi tosta di quella di vostra moglie. Perch non venuta anche lei, la mammaccia snaturata?... Ora che si fa sposare, ora soltanto si ricorda che c'era una sua creaturina buttata alla ventura pel mondo!... L'avvocato tentava di farla tacere, di calmarla. -- Ebbene, no; non ve lo voglio dare il ragazzo! Che potrete farmi? Mi manderete in carcere? Ci dovreste essere gi voi e da un pezzo!... E invece lui che manda in carcere la gente! Ecco la giustizia! No, non glielo voglio dare! inutile, signor avvocato!... -- Ma non vedete che piange? -- le disse l'avvocato. Infatti quel signore biondo, vestito di nero, piangeva, coprendosi la faccia con le mani, singhiozzando: -- Avete ragione!... Avete ragione!... Ma le circostanze!... Ah, se sapeste!... Rosa, a quella vista, rimase interdetta, e diede un'occhiata al marito. -- Sia fatta la volont di Dio, Rosa! Sia fatta la volont di Dio! E prsala per mano, la conduceva via pi morta che viva, senza un singhiozzo, senza una lagrima, ripetendole con voce grave: -- Sia fatta la volont di Dio, Rosa! Sia fatta la volont di Dio! Dal loro dolore misuravano il dolore di quel padre che veniva in cerca di suo figlio dopo tredici anni! E si sentivano messi alla pari, e riconoscevano finalmente che era giustizia che il figlio fosse reso al padre. Come sarebbero rimasti loro due? Come voleva Dio! Se il ragazzo fosse morto, non sarebbe stato peggio? -- Sublimi! sublimi! -- diceva l'avvocato, raccontando la scena. -- Glielo condussero l, glielo spinsero tra le braccia. -- Purch qualche volta si ricordi di noi! -- Non chiesero altro, poveretti. Parevano gente a cui venisse strappato il cuore! -- Ve lo mander una volta all'anno, per la villeggiatura! -- Ah! -- esclamarono marito e moglie. -- Non ho mai visto espressione di gratitudine pi viva e pi intensa negli occhi di creature umane. Sublimi! Sublimi! UN ECCENTRICO Probabilmente l'albergatore voleva impedire che io badassi alla misera camera assegnatami pei quindici giorni delle mie funzioni da giurato; per ci, magnificando la posizione del suo albergo e fattomi affacciare al terrazzino, mi diceva: -- Vede? Posto centralissimo, su la via maestra, che anche strada provinciale. Questa qui una torre del tempo dei Saraceni. L'avevano ridotta a campanile della chiesa accanto; ma ora vietato suonare le campane, per paura che non crolli... Bella! vero?... Di rimpetto, il palazzo del barone Saccaro, tutto in pietra intagliata... Guardi, ecco il barone... Un milionario. Non sa nemmeno lui quel che possiede in contanti... Ha una stanza piena di pezzi da dodici tar; li ammucchia con la pala... dicono; io non li ho visti. Brava persona, per, caritatevole, quantunque un po' matto... Avevo data appena un'occhiata al barone e al suo palazzo tutto in pietra intagliata. Mentre l'albergatore parlava, osservavo la strana manovra del farmacista l incontro, che, aperta la farmacia e uscito su la piccola spianata davanti la porta, si era piantato ritto su le esili gambe, con le mani dietro la schiena, nel breve spazio dove arrivava, a traverso le case vicine, una striscia di sole. Rimasto immobile un pezzetto, cambiava lentamente di posizione girando come sur un pernio. Lo avevo visto di faccia, poi di tre quarti, poi di profilo, poi con le spalle voltate all'albergo, poi di profilo dal lato opposto, poi di tre quarti e finalmente di nuovo di faccia. L'albergatore intanto continuava a parlarmi del barone: -- Mezzo matto, se si vuole, a casa sua; ma fuori non fa male a nessuno. Come dovrebbe spendere i quattrini? E si cava parecchi capricci. Ha tanti vestiti quanti i giorni dell'anno. -- Trecento sessantacinque?... Mi paiono un po' troppi! -- risposi, senza perdere d'occhio il farmacista che seguitava a cambiare di posizione, girando su s stesso, lentamente, quasi mosso da un ordegno di orologeria. -- Forse qualcuno di pi! -- soggiunse l'albergatore. -- Ne indossa uno al giorno. Li ho visti, li ho contati io stesso l'anno scorso. Vedesse! Quattro stanze con attaccapanni fino al tetto, con cartellini numerati, e il nome di ogni mese. Un servitore addetto unicamente a batterli e spazzolarli. Trecento sessantacinque calzoni, trecento sessantacinque corpetti, trecento sessantacinque giacchette; vestiti da casa, soltanto da casa. Per andare a passeggio poi... -- Ma che diamine fa -- lo interruppi -- quel farmacista che si gira e rigira al sole?... -- Ahi... fa annerire la tintura che s' data ai capelli e alla barba. Non se n' accorto? Poco fa, quando ha aperto la farmacia, era grigio; ora ha barba e capelli pi neri del carbone. Infatti mi pareva ringiovanito sotto i miei occhi. -- Stia a sentire; rider. E chiam: -- Ehi! Don Carmelo! Va benissimo; l'operazione finita, potete scansarvi dal sole; se no, vi buscherete un mal di capo! Perfetto! Nero lustro! Il farmacista gli rivolse un'occhiataccia facendo una spallucciata, ed entr in farmacia lisciandosi la barba e i capelli con tutte e due le mani, soddisfatto, incurante delle risate dell'albergatore. -- Oggi, gran pulizia! -- esclam il mio cicerone. E col gomito e con la testa m'incitava a guardare il barone Saccaro riapparso sul terrazzino centrale del palazzo. Il vecchietto, in nitido costume a righe bianche e azzurre, aveva in mano una granata; e, osservato attentamente per terra, si era messo a spazzare il piano del terrazzino, spingendo su la via due o tre pezzettini di carta e poca polvere. Poi, sporgendosi dalla ringhiera di ferro, seguiva con lo sguardo i pezzettini di carta che giravano, giravano, tremolanti come farfalline bianche dal volo incerto. Attratti forse dal vuoto o spinti da lieve alito d'aria, essi erano andati a cascare dentro il sottostante portone. -- Vedr che scende gi a raccattarli! -- disse l'albergatore al gesto di stizza del barone. -- matto anche per la pulizia. Infatti, di l a poco, il barone, sceso a raccogliere i pezzettini di carta, fattane una pallottolina, la buttava lontano, in mezzo alla via. -- Ci sono parecchi matti in questo paese! -- esclamai ridendo. -- Gran signore! Galantuomo!... -- si entusiasmava l'albergatore. -- Se un amico va a chiedergli mille lire, non lo guarda in viso, gliele d sbito... purch ci vada con le scarpe pulite. Gi il portinaio ha ordine di non far salire nessuno, prima di avergli spazzolato i calzoni e nettato le scarpe... Matto, cio strano, ma galantuomo, gran signore! E appena si accorse che il barone, riaffacciatosi al terrazzino, guardava verso l'albergo, si cav il berretto e gli fece una profonda riverenza. -- Brava persona! -- conchiuse. -- Peccato che il figlio... Basta; Dio lo aiuti! -- un cattivo soggetto? -- Un prepotente, signore mio!... L'opposto di suo padre! Quel vecchietto, bianco di capelli, sbarbato, magro, con tanta aria di bont nell'aspetto, e tanta dignit nei modi, che aveva spazzato poco prima il terrazzino e che un'ora dopo vedevo vestito di nero con elegante ricercatezza, in tuba e guanti, pronto per la passeggiata, era sbito diventato un interessante soggetto di studio per me. L'albergatore mi aveva raccontato altri particolari intorno alle strane abitudini di lui. Non avendo niente da fare in tutta la giornata, volli divertirmi a osservarlo da vicino, andandogli dietro. Usciva di casa a ora fissa, alle dieci. Lo attesi sul marciapiedi davanti a l'albergo. Prima di varcare la soglia del portone di casa, egli si era fermato per guardare l'orologio. Io guardai il mio; mancavano due minuti alle dieci. Si mise a passeggiare su e gi per l'androne, cavando di tratto in tratto l'orologio di tasca; poi si ferm su la soglia con l'orologio in mano, e, alle dieci precise, scatt fuori, lesto, diritto su la persona, andando quasi a sbalzi. Da pi di quarant'anni, tirasse vento, piovesse, nevicasse, faceva ogni mattina, dalle dieci alle dodici, quella passeggiata pel sentiero fuori mano che serpeggia su la roccia fino alla cima di essa, dov' piantata una chiesetta. Quando si accorse di me che lo seguivo a breve distanza, parve contrariato. Era abituato ad arrampicarsi solo su per quel sentiero da capre, e perci si voltava e rivoltava a ogni dieci o venti passi, quasi volesse dirmi: -- Mi faccia il piacere di tornarsene addietro! un importuno! -- E non si volt pi dopo che mi vide fermare a mezza strada, e mettermi a sedere su un rialzo. Ammiravo il paesaggio. La cittaduzza, incastrata fra quella cerchia di rocce acuminate, era inondata di sole. I tetti delle case, coperti di borracina verde, rossiccia, giallognola, sembravano tinti a posta perch risaltassero tra il colore uniforme delle masse calcaree attorno, qua dure, l schistose. Le straducole erte, a scalinate, contorte, col selciato di lava nera, di lass pareva formicolassero tra le case ammucchiate contro la roccia e quasi confuse con essa. E dietro le rocce e lontano, colline verdeggianti, boschetti di ulivi, vigne, campi di seminati cosparsi di papaveri, campi listati di lino in fiore, e altre colline e altri campi, come in un scenario, velati di azzurro, sfamanti in fondo, sul bianco delle montagne, ancora coperte di neve. -- Strano paese e strana gente! -- esclamai, pensando al farmacista, che avea fatto annerire al sole la tinta dei capelli e della barba, e al barone Saccaro co' suoi trecento sessantacinque vestiti di casa e le altre sue mane. Lo vedevo ritto in cima alla roccia davanti la chiesetta, profilato sul cielo azzurro, con la tuba che straluccicava. Aspettava per discendere che io me ne fossi andato? Avrebbe ritardato insolitamente la sua rientrata in casa alle dodici precise? Da l a poco mi pass davanti, serio, con le sopracciglia aggrottate, senza guardarmi, e, questa volta, senza neppure voltarsi per vedere se lo seguivo. Pi in l, osservato l'orologio, affrettava il passo; alle dodici meno un minuto era davanti al suo portone, con l'orologio in mano, aspettando che passasse quel minuto fatale; varcava la soglia quasi con un salto. Vent'anni addietro, mi aveva raccontato l'albergatore, era morta la baronessa, santa donna a cui il barone voleva un gran bene. Il cadavere giaceva ancora caldo sul letto e il barone piangeva. Ma verso le nove e mezzo, frenate le lagrime, egli cominciava la sua toeletta ordinaria, alle dieci precise usciva dal portone di casa, asciugandosi di tratto in tratto gli occhi, e montava solo solo pel ripido sentiero della roccia, come se niente di nuovo fosse accaduto. Al ritorno, entrato nella camera mortuaria, col cappello in mano e la faccia inondata di lagrime, diceva alla morta: -- Baronessa, ho pregato per voi lass! Ho pregato per voi! -- E fece lo stesso la mattina dopo, appena il cadavere fu portato via, prima delle nove secondo gli ordini da lui dati, perch la sua solita passeggiata non soffrisse un minuto di ritardo. -- Come era fatto quel cervello? Ruminai questo problema per quindici giorni, senza riuscire a risolverlo. Oggi che ci ripenso, dopo tanti anni, non so risolverlo ancora. Ogni mattina vedevo affacciare il barone al terrazzino con un vestito da casa diverso da quello del giorno precedente. Lo vedevo uscire e rientrare, a ora fissa, con esattezza meravigliosa. -- Era felice quell'uomo? No, non era felice; me lo disse egli stesso una sera. La sua passeggiata delle ore pomeridiane superava per la stranezza quella della mattina. Andava fuori di citt, in un convento abbandonato e in rovina, e passeggiava per ore intere da un capo all'altro del corridoio centrale, sempre solo, in abito nero, guanti, tuba e canna d'India con pomo d'oro cesellato. I topi, ormai abituati alla sua innocua presenza, gli ballavano sotto gli occhi; le rondini, che avevano coperto di nidi la vlta, gli svolazzavano attorno stridendogli agli orecchi, quasi si divertissero a dargli un po' di noia. Il vento sbatteva paurosamente gli usci delle celle deserte, parte senza tetto, parte senza solai; scoteva i vetri, polverosi e coperti di ragnateli, della finestra di fondo e l'imposta tarlata del terrazzino al capo opposto del corridoio; l'ombra della sera invadeva il luogo, accrescendo la tristezza di quella desolata solitudine; e il barone andava su e gi picchiando con la punta della canna d'India i mattoni sdrusciti del pavimento, contando i giri di passeggiata che dovevano essere, non ricordo bene, se dugento venti o dugento cinquanta, non uno di pi non uno di meno, in due ore. Non sapeva neppur lui da quanti anni facesse quella passeggiata, tutti i giorni, tirasse vento, piovesse, nevicasse. Una volta lo aveva sorpreso col una forte scossa di terremoto. Erano crollati dei muri nelle celle accanto, erano cascati calcinacci dalla vlta del corridoio dov'egli passeggiava. Un altro sarebbe scappato via di corsa; ma egli era arrivato a non so quale centesimo giro; glie ne mancavano ancora parecchi per formare il numero sacramentale. Arrestatosi un momento, un po' sbalordito e impaurito, aveva sbito ripreso ad andare in su e in gi, affrettando il passo per compensare il po' di tempo perduto. Una sera, dunque, non mi ero limitato a seguirlo fino alla porta del convento in rovina, da me visitato nei giorni precedenti. A costo di riuscire indiscreto, avevo montato le scale sdrucite, e mi ero trovato faccia a faccia col barone nel lungo e vasto corridoio. -- Scusi -- dissi, salutandolo. -- forestiero? Giurato, credo -- egli mi domand dopo di avermi reso gentilmente il saluto. -- In questo paese vediamo meno di rado faccie nuove dacch vi il Circolo delle Assise. -- Disturbo, forse, -- balbettai un po' imbarazzato. -- Niente affatto. Questo convento mio -- riprese -- nessuno ha il diritto di entrarvi, quantunque esso non abbia uscio alla porta... Perch dovrei mettercelo? La gente ha paura di venire fra queste rovine. Io..... Oh, per me un'altra cosa! Sono uomo di abitudini, e non ho mai voluto mutare il posto della mia passeggiata pomeridiana di ogni giorno... Devono averglielo detto. Mi credono un po' matto. Eh! eh! Faccio il comodo mio, faccio quel che mi pare e piace, senza curarmi di quel che pensano e dicono gli altri. Lei, probabilmente, venuto qui per accertarsi coi propri occhi..... Vede? Passeggio. Il luogo ha una grande e speciale attrattiva; non saprei per spiegargliela..... Abitudine. Ho dovuto comprarlo. Volevano farne una specie di caserma pel caso di arrivo di soldati in certe circostanze. Non avrei pi potuto farvi la mia passeggiata... Per ci questo mucchio di macerie mi costa seimila lire; male spese, dir lei. Ma una sera io l'ho trovato invaso dalla truppa arrivata la notte avanti. La sentinella non voleva farmi entrare. Dovetti parlamentare col tenente che aveva il comando, dare spiegazioni, pregare, insistere. Il corridoio era ingombro di paglia, di soldati sdraiati per terra, di soldati che ripulivano armi; il fumo dei fornelli del rancio toglieva il respiro. E passeggiai quella sera e le due sere seguenti, sotto gli occhi dei soldati che mi guardavano stupiti e motteggiavano, e ridevano. Ma la settimana dopo il convento era mio. -- Se avessi saputo... -- dissi. -- Non importa. Soltanto mi permetta di continuare. E m'invit con la mano ad imitarlo. Aveva non so quanti altri giri da compire; li comp seguitando a parlare. Mi accorsi che li contava, aprendo e chiudendo i diti di una mano. -- Ah, lei felice! -- lo interruppi. -- Pu cavarsi qualunque capriccio. -- Felice? La mia vita un continuo tormento, caro signore. L'idea che qualche incidente possa disturbare anche per un istante la regolarit, l'ordine che mi sono imposti, non mi d pace un momento. Sto sempre come in attesa... Ecco, sono le sette meno tre minuti; se dovessi rimanere qui fino alle sette e un minuto... lei non pu immaginar quel che soffrirei; cos se arrivassi a casa mia dopo le otto. ridicolo, assurdo; ma che farci?... Ho trecento sessantacinque vestiti da casa, numerati, per ogni giorno dell'anno. Ho provato due o tre volte a indossarne uno diverso da quello destinato per quel giorno; ero come tra le fiamme; ho dovuto svestirmi. Io invidio, creda, gli sporcaccioni; ma se scopro un granellino di polvere sopra un mobile....... Rida pure; invece dovrebbe compiangermi. Darei tutte le mie ricchezze per fare l'opposto di quel che fo... -- Chi la costringe? -- Io, io stesso! Qualche cosa che nel mio sangue, ne' miei nervi, nel mio cervello..... Il mio destino! Sono solo; ho un figlio che fortunatamente... o disgraziatamente -- si corresse -- non mi somiglia affatto. Chi lo sa? Forse bene che io sia come sono; sarei, forse, pi infelice di quanto sono adesso. Mio figlio... S'interruppe, guard l'orologio e si avvi: -- Buona sera, signore! Rimane? -- No; se mi permette, l'accompagno. -- Grazie; io vado di fretta. Buona sera! Doveva essere davvero un grande infelice colui, se due giorni dopo, quando gli riportarono morto, ucciso da uno de' suoi _campieri_ in campagna, l'unico figlio, invece di indossare un abito di lutto, dovette indossare un abito di filo bianco, candidissimo, perch il calendario dei suoi vestiti gl'imponeva cos! IL FASCIO DEL CAVALIERE Il cavaliere don Mimmo Li 'Nguanti era tornato a casa con un diavol per capello, accompagnato da tre o quattro dei suoi pi fidi partigiani che tentavano invano di calmarlo. Anche questa volta la lista del cavaliere, lista di opposizione al Municipio, era stata sopraffatta in modo indegno. Sfido io! Esattore, Ricevitore del registro, Agente delle Tasse, Sindaco, Assessori, tutti legati a refe doppio! E minaccie, e promesse e quattrini!... Chi avrebbe potuto resistere? E lui intanto voleva vincere onestamente, far trionfare la moralit, la giustizia, e cos spazzar via dal Municipio quella congrega di ladri che manometteva ogni cosa senza neppur rispettare le apparenze! Sfido io! Protetti dal Sottoprefetto e dal Prefetto, che erano in mano del Deputato del Collegio e avevano paura di lui, mentre il deputato aveva paura del sindaco e degli assessori, ora che si avvicinavano le elezioni generali! Don Mimmo Li 'Nguanti per non se la prendeva tanto col Deputato e col Prefetto, quanto con quella canaglia di elettori che lo aveva tradito all'ultim'ora... Senza l'incredibile tradimento!... Il notaio Pitarra, rifatti i calcoli con la lista elettorale in mano, per provare che questa volta la vittoria del partito era sicura, esclam: -- Ma voi, caro cavaliere, voi non volete capirla. Quattrini ci vogliono, quattrini! Il cavaliere, in risposta, fece un energico gesto che significava: -- Mi dovranno tagliare le mani prima che io metta fuori due soldi! E non lo diceva per tirchieria o altro, ma per la dignit della cosa. -- E allora non ne parliamo pi! -- conchiuse il notaio. -- Moralizzare il popolo, s, una bella idea; la vera morale per, -- egli soggiunse quasi subito, strofinando l'indice e il pollice -- per molti, pei pi, consiste soltanto in questi qui! -- Vedrete, notaio!... Vedrete! Don Mimmo, rizzatosi tutt'un tratto dalla seggiola su cui si era buttato entrando in casa, aveva pronunziato quelle parole, alzando minacciosamente il braccio, in tono quasi profetico. Un'idea, una grande idea gli era balenata tutt'a un tratto nella mente, e se n'era sentito sbito invasare. E sorrideva, crollando il capo, stropicciandosi le mani, andando su e gi per la stanza; e si accendeva sempre pi, di mano in mano che l'improvvisa rivelazione gli si schiariva davanti. Il notaio Pitarra e gli altri stavano a guardarlo, muti, meravigliati, aspettando che il cavaliere parlasse. -- Chiamatemi Cipolla! -- egli disse finalmente. E Cipolla, _factotum_ di casa Li 'Nguanti, che era di l a raccontare, a modo suo, alla signora e alla signorina le peripezie di quella giornata campale, accorse sbito e si ferm su l'uscio, facendo, per abitudine, il saluto militare: -- Comandi. -- Tu che sei stato caporale... Ecco... Io penso... Quanti siete in paese i militari in congedo? -- Centinaia, eccellenza. -- Bene. Sappi dunque che dobbiamo fare _Il Fascio dei Reduci_... Capisci? Il notaio Pitarra e gli altri applaudirono. -- S, un _Fascio_ tutto cosa nostra, come sono del partito avverso il _Circolo degli Agricoltori_ e il _Circolo degli Operai_... -- Mah... -- fece Cipolla, -- Che ma? -- I reduci, eccellenza, sono pi poveri di me; e pel _Fascio_ ci vogliono quattrini e di molti... Il locale, le trombe... -- Le trombe? -- Sicuro, le trombe; un fascio militare senza trombe farebbe ridere i polli... Ne ho visti parecchi _Fasci di Reduci_; tutti con le trombe, eccellenza. -- E avr le trombe anche il nostro! -- esclam il cavaliere, picchiando con una mano su l'altra, in segno di viva soddisfazione. Cos fu concepito il famoso _Fascio dei reduci_ che doveva poi dare tanto travaglio al municipio di Doguara. -- * * * La cosa era stata organizzata alla chetichella, perch il Sindaco e il suo partito non prendessero ombra e non cercassero d'impedirne l'attuazione. Lo stesso Cipolla si era tenuto apparentemente in disparte, servito bene da mezza dozzina di giovanotti ai quali l'idea delle trombe aveva fatto girare la testa. Dal _Circolo degli Agricoltori_, il Sindaco che n'era presidente onorario e i suoi partigiani osservavano, sorridendo, i lavori di riattamento che venivano allestiti l di faccia per trasformare le due botteghe di erbaiuoli destinate a sede del _Fascio dei Reduci_. Ma il Sindaco e gli altri risero male il giorno dell'inaugurazione, quando in coda a quelle due centinaia di reduci, che marciavano con in testa otto trombe assordanti, videro il cavaliere, il notaio Pitarra e tutti gli altri del partito di opposizione. Quella novit delle trombe aveva messo sossopra Doguara. La piazza era gremita di gente per vedere i militari. Su le due porte del Circolo, fasci di alloro e di bandiere. Le sale non bastavano a contenere tutti i membri. Le trombe, rimaste fuori, di tratto in tratto, a capriccio, scoppiavano in segnali militari, dalla diana al saluto reale. E la gente applaudiva. Dentro, in fondo alla seconda sala, sur una predella, seduto a un tavolino, il cavaliere spiegava ai socii lo scopo di quel santissimo fascio che raccoglieva le forze vive del paese, le pi giovani, le pi disciplinate per cooperare al bene di... -- _Tat, taratat!_ -- le trombe, da fuori, coprivano la voce dell'oratore. Invano qualcuno, affacciandosi alla porta, imponeva silenzio. Nei punti migliori, quando il cavaliere avea voluto destar nei socii il sentimento militare per combattere incruente battaglie civili, -- _Tat, taratat!_ -- le trombe lo avevano interrotto, facendogli perdere il filo delle idee. Ma gi, per un'inaugurazione, egli avea parlato troppo. Ed era uscito dalla sala fra un subisso di applausi, lasciando libera l'assemblea che doveva eleggere il Presidente e il Comitato esecutivo; le trombe gli avevano fatto il saluto reale. * * * Cipolla, da _factotum_ di casa Li 'Nguanti, era diventato in pochi mesi _factotum_ del _Fascio_ di cui il cavaliere era presidente, cassiere, conferenziere e istruttore, coadiuvato in questo ufficio dal fido ex-caporale di fanteria. Col pretesto di aprire, la mattina, e chiudere, la sera, le stanze del _Fascio_, di spazzarle, di spolverare i pochi mobili e custodire le otto trombe, Cipolla se la spassava in paese. Si poteva dire che durante la settimana il locale servisse soltanto per lui e per due o tre degli indispensabili trombettieri sempre pronti ai suoi ordini. Quasi fossero stati in quartiere, le trombe suonavano la diana all'alba, e poi il rancio e poi tutti gli altri segnali del regolamento. Verso le undici, Cipolla si appostava davanti all'uscio per scoprire da lontano il cavaliere che veniva a fare una visita alle due dozzine di seggiole, ai quattro tavolini, all'armadio delle trombe, perch i reduci nei giorni di lavoro avevano ben altro da fare che venire al _Fascio_, a conversare o a fumare qualche sigaro; e appena il cavaliere era a venti passi di distanza, i trombettieri si schieravano fuori, e _tat taratat_, quasi don Mimmo fosse stato Re Umberto in persona. Egli si accostava impettito, serio, con cert'aria militaresca di circostanza, salutava, portando la mano destra alla falda del cappello, ed entrava. I socii del _Circolo degli Agricoltori_, quelli del _Circolo degli Operai_, gli sfaccendati, i disoccupati che ingombravano la Piazza Grande gli ridevano dietro. Ma egli o non se ne accorgeva o non se ne curava. E spasseggiando su e gi per le due stanze, approvava con lievi mosse del capo i progetti di Cipolla: esercizii, passeggiate, scampagnate. Bisognava tener vivo il fuoco, altrimenti addio _Fascio_! Scampagnate soprattutto! In quella circostanza, dei socii del _Fascio_ neppur uno mancava. Si sapeva che il cavaliere faceva le cose alla grande: carne, pane, vino, noci, fichi secchi. Si passava una giornata allegra, si mangiava a ufo, e si tornava a casa lieti e contenti, con le trombe che assordavano. -- Viva il cavaliere! Viva! -- E anche: -- Viva Cipolla! -- Le grida e gli schiamazzi si udivano di lontano un miglio. vero che la sera poi i reduci sbadigliavano alla conferenza del cavaliere; ma non voleva dir niente. Capivano poco, perch egli soleva parlare _con la lingua di fuori_, in punta di forchetta, spiegando lo Statuto egli la Legge Comunale e i Diritti del cittadino; qualcosa per capivano, specialmente quando lasciandosi prender la mano dal soggetto, e parlava di rivendicazioni e di tante altre belle cose che aguzzavano l'avidit di quell'udienza di contadini; o quando li incensava e li esaltava: -- Voi soli siete buoni; voi soli siete degni, voi lavoratori della terra, voi sfruttati e malmenati! E voi dovete prendere nella societ il posto che vi spetta! E lo prenderete, per Dio! -- Viva il cavaliere! Viva il cavaliere! E le trombe suonavano la ritirata: _Tat, taratat!_ * * * Fino a che si era trattato di non spendere nulla, la signora Li 'Nguanti non solamente non aveva fiatato, ma aveva preso parte attiva all'agitazione elettorale in favore di suo marito. Lo avrebbe visto volentieri assessore e anche sindaco; perch no? Quei cosi del municipio valevano forse meglio di lui? Suo marito, il cavaliere, come ella lo chiamava parlando con certe persone, era galantuomo provato e aveva le mani nette. Non si poteva dire altrettanto di tutti quei signori. E poi, essere assessoressa o sindachessa non le sarebbe dispiaciuto, per far arrabbiare quella malcreata della moglie del sindaco che una volta si era permessa di dire del signor Li 'Nguanti: _Cavaliere di che_. Ah! Chi lo aveva fatto cavaliere? Ma c'era nato, e non erano occorsi decreti reali per dirsi tale!... Sicuro, del sindaco, marito della screanzata, non si poteva dire: _Carrettiere per caso_; era figlio di carrettiere e si vedeva. E... e... Quando entrava in quest'argomento, la signora Li 'Nguanti non la finiva pi. Per ci nell'ultima lotta elettorale ella era andata di qua e di l, di giorno e anche di notte, convinta che le donne in certe occasioni valgono meglio degli uomini. Ora per che si trattava di buttar via quattrini a palate, la questione diventava un'altra. -- Siete ammattito? -- ella gridava al cavaliere. -- Non sapete che farvene, se li spendete cos? -- Zitta! -- rispondeva il cavaliere dignitosamente. -- Zitta un corno! Lo vedo io quel che si sciupa in questa casa da che vi saltata in testa la maledettissima idea del _Fascio_. -- Zitta! -- Perch vi suonano le trombe? Bella cosa! Ma quando si tratta di sganasciare, pane, vino, salami, formaggio, tutto deve uscire di qui!... Il notaio Pitarra e gli altri non si scomodano. -- Viva il cavaliere! -- E il _Fascio_... Dio non voglia!... far andare questa casa a catafascio! Gi, non il _Fascio_ l'abitazione vostra? Mattina e sera l. Credete che ve ne saranno grati? Alle elezioni vi aspetto! Il cavaliere la lasciava dire. -- Benedette donne! Vogliono metter becco in tutto e non capiscono nulla! -- E queste trombe che rompono i timpani alla gente, non potreste farle tacere? Il padre di Vincenzino non ne pu pi; vi manda tanti accidenti quante volte suonano... Ci volevano appunto le trombe per irritarlo peggio! E vedrete che il matrimonio di vostra figlia, a cagione anche delle trombe, andr per aria! -- Il padre di Vincenzino un asino! Ora gli danno noia le trombe! Si turi le orecchiaccie, si turi! Scuse, pretesti! C'erano forse le trombe quando ha votato contro di me? E anche il signor Vincenzino... -- Si astenuto! Il cavaliere, appena si toccava questo tasto, tagliava corto. Quel matrimonio della figliuola rimasto in asso un po' per questioni d'interessi ma pi per dispetti elettorali, gli era una spina al cuore. Ormai non se ne poteva ragionare, finch le cose duravano cos; ed era inutile pensarci. La ragazza, che aveva pi intelligenza della mamma, non ne parlava mai, povera figliuola! Ma l'anno prossimo... dopo le elezioni!... E perci il cavaliere si era dato anima e corpo al _Fascio_, al suo Fascio, che infatti non veniva chiamato _dei Reduci_, ma il _Fascio del cavaliere_. Egli aveva istituito anche la scuola serale domenicale, pei soci che non sapevano leggere e scrivere. Met dei reduci erano gi iscritti nella lista e, secondo lui, facevano fare cattivi sogni ai signori del Municipio. Ah!... Le trombe davano noia? Ma sarebbero state le trombe del giudizio universale, in luglio, il giorno delle elezioni! E con l'immaginazione egli si vedeva alla testa del suo piccolo esercito, che correva a votare a suon di trombe, come a un assalto... E sbaraglio! Intanto, marce domenicali, e scampagnate; e vino e pane, e capretti al forno e noci e fichi secchi, per tenere allegro e ben compatto il _Fascio_, con gran disperazione di donna Beatrice che se la prendeva anche con Cipolla, quando veniva a dirle: -- Dice il signor cavaliere che il pane lo comprer da Severino. Il vino, di quello della botte piccola; lo battezzer io, padrona mia! E siccome scendeva in cantina lui, non lo battezzava affatto. -- Andate a farvi benedire, tutti! -- esclamava donna Beatrice, quantunque, ora che le elezioni erano vicine, sbraitasse meno. Voleva star a vedere! Uno spettacolo, quel giorno! Le trombe del _Fascio dei Reduci_ parevano davvero le trombe del giudizio finale, andando attorno per le vie del paese sin dalle prime ore del mattino: _Tat-Taratat!_ E cos tutta la giornata, e la sera, dopo la vittoria del cavaliere, fino a tarda notte, come se il paesetto fosse stato preso di assalto. -- Viva il cavaliere! Viva il cavaliere! -- E _Tat-Taratat_! * * * La vittoria non era poi stata splendidissima; della lista del cavaliere, due soltanto erano riusciti eletti, lui e il notaio Pitarra. E il cavaliere, modestamente, aveva detto ai soci del _Fascio_: -- Questa vittoria vostra! Vittoria dei vostri diritti! Vittoria delle vostre rivendicazioni! Io sar la vostra voce in Consiglio, nient'altro! Il sindaco che, quantunque nipote di carrettiere (e non figlio come diceva donna Beatrice nei momenti di stizza), era un furbo di tre cotte, alla prima seduta del Consiglio, appena il cavaliere entr nella sala, gli and incontro, gli strinse la mano, si rallegr di vederlo col; e, trattolo in disparte, gli disse: -- Caro cavaliere, noi non abbiamo mai combattuto voi, ma le persone che vi stavano attorno. Ed oggi infatti il Consiglio sapr darvi il posto che meritate. Quella domenica sera nelle sale del _Fascio_ ci fu gran baldoria per la nomina del cavaliere ad assessore. Donna Beatrice avrebbe vuotato non una ma due botti, e finito anche le provviste di fichi secchi e di noci, tanto era contenta. Ma la mattina dopo disse al marito: -- Ora basta; siete assessore! Pensate a vostra figlia piuttosto. Don Mimmo volle fare l'assessore davvero. Poteva servire due padroni? E dovette per forza trascurare il _Fascio_. Cipolla n'era dispiacente pi di tutti. Non pi marce, non pi scampagnate; e il cavaliere spesso spesso ora lo mandava in campagna a lavorare come prima. I Reduci borbottavano: Come? Ancora fuocatico? Ancora dazio consumo? Il cavaliere aveva promesso che entrando in Consiglio avrebbe detto, avrebbe fatto! E che diceva? Niente. E che faceva? Peggio degli altri. Ora si era messo a perseguitare la povera gente con la scusa che avevano usurpato qualche palmo delle strade comunali di campagna! Perch non cominciava dai _galantuomini_? E c'era il _Bracco_ che soffiava nel fuoco. Il _Bracco_ si era iscritto nel _Fascio_ da pochi mesi, appena tornato dal reggimento, e parlava come un libro stampato col _lei_, col _mica_, col _ciao_, e bestemmiava alla toscana, alla piemontese, alla romana, da far rizzare i capelli. Raccontava, a quattr'occhi, ora in questo, ora in quel crocchio, che a Palermo stavano per fare il comunismo e dividersi le terre e i quattrini dei signori tanto per uno, com'era giustizia. -- Domineddio ci ha fatti tutti eguali; perch i ricchi debbono mangiare come porci e noi morire di fame? Giustizia? Non ce n': dobbiamo farcela con le nostre mani. _Fascio dei Reduci_, _Circolo degli Agricoltori_, _Circolo degli Operai_ avevano fraternizzato dopo che il cavaliere era entrato a far parte della Giunta comunale. E il _Bracco_, che aveva poco da lavorare col suo mestiere di sellaio, passava le giornate nei locali del _Fascio_ e dei _Circoli_, a fumare, a sputacchiare, a far prediche; ascoltato meglio di un predicatore, perch col predicatore non si discorre e con lui si poteva chiedere schiarimenti, fare obbiezioni, e gridargli bravo, quando esclamava, col rinforzo di una bestemmia delle sue: -- Faremo il comunismo anche noi! _Fascio?_ _Circoli?_ -- ripeteva ironico. -- Ma li hanno messi su per comodo loro, per avere i voti. Che siamo? Pecore? Schiavi? I consiglieri dovremmo esser noi, non loro. Ora, lo avete inteso? aggravano il dazio consumo. Dicono: Ci vogliono quattrini!... Ma che ne fanno? Si bevono il sangue di noi poveretti!... Faremo il comunismo! Dapprima lo avevano ascoltato con diffidenza, quasi con terrore; ma ora aveva fatto scuola, e Cipolla si era legato con lui, e soffiava, sottomano, anche lui nel fuoco del malumore che covava covava e gi mandava fuori un po' di fumo. Il cavaliere se n'accorse la sera che, dopo tanto tempo, volle fare una delle sue solite conferenze nel locale del _Fascio_. Correvano attorno voci paurose, minacciose. I contadini facevano capannelli nella Piazza Grande, e quando il sindaco passava tra i crocchi, non si cavavano pi il berretto per salutarlo, non si voltavano nemmeno; e le trombe non erano pi l pronte agli ordini del Cipolla per fare il saluto reale al cavaliere, che passava davanti al _Fascio_, senza fermarsi, andando al municipio anche lui. Cipolla soltanto gli faceva il saluto militare, per abitudine; Cipolla che pensava notte e giorno a qual pezzo di terreno gli sarebbe toccato in sorte, quando avrebbero fatto il comunismo o la repubblica, che per lui volevano dire la stessa cosa. Il cavaliere dunque quella sera si trov davanti a una trentina di persone, scarso uditorio, e non tutte del _Fascio_, ma del _Circolo degli Agricoltori_ e del _Circolo degli Operai_, venuti col pi per curiosit che per altro. Voleva appunto parlare di quelle voci paurose e minacciose, ma ebbe la sorpresa di sentirsi interrompere dal _Bracco_: -- Non vogliamo pi dazii! E tutti e trenta gli uditori erano scoppiati a parlare assieme, facendo una gran confusione, senza nessun rispetto dell'oratore che avea dovuto abbassarsi a discutere con loro. -- Non pi dazii? presto detto! Ma... -- Non vogliamo pi dazii! Il cavaliere, indignato, avea risposto: -- Il municipio sapr fare il suo dovere! Ed era andato via. Neppur Cipolla lo aveva accompagnato fino a casa. * * * E da l a due giorni le trombe del _Fascio_, tutte e otto, suonavano sinistramente mentre la folla tumultuava nella Piazza Grande, e il _Bracco_ sbraitava: -- Ai casotti! Ai casotti! E quando i casotti del dazio furono atterrati e arsi: -- Al municipio! Al municipio! Una fiumana di gente, uomini, donne, ragazzi! E dalle finestre del municipio volavano gi nella strada seggiole, tavolini, divani, scrivanie per fare il fal; e volavano registri e carte, che si spandevano per l'aria come tanti uccelli di malaugurio, fra grida, schiamazzi e urli feroci! La folla, ubbriacata da quel puzzo di arso, ballava attorno al fal che mandava alte fiamme e grosse nuvole di fumo. -- Abbasso i dazii! Le terre! Le terre! Vogliamo le terre! Chi aveva gridato: Dal sindaco? Chi aveva gridato: Dal cavaliere? Non se ne seppe mai nulla. La folla irruppe per diverse vie, gli uomini con le accette, le donne coi tizzi accesi!... Il sindaco non li aveva aizzati contro il cavaliere? Il cavaliere contro il sindaco? Il cavaliere non aveva predicato ai reduci: Voi soli siete buoni, voi soli siete degni di rispetto, voi sfruttati e malmenati? E la folla ora rispondeva: -- Lasciatemi fare! Far giustizia di tutti! -- E le case fumavano! e il sangue correva! Voleva i loro palazzi, i loro beni, le loro donne, si, s, anche queste! E le trombe del _Fascio_ non cessavano gli squilli sinistri; e dal nascondiglio dove si era rifugiato per scampare la vita, con la moglie e la figliuola scappate di casa come si trovavano, il cavaliere, pallido, tremante, incapace di dire una parola, si turava invano gli orecchi per non sentire gli squilli! * * * Don Mimmo Li 'Nguanti sembrava un reo davanti al Giudice Istruttore, al Delegato e al capitano della truppa, mandati dal governo per fare il processo agli incendiari, agli assassini, e ripristinare l'ordine pubblico. -- Quel Cipolla era persona di sua fiducia? -- gli domand il giudice istruttore bruscamente. -- Ma, lei capisce bene... Traviato da cattivi consigli... -- Lo difende? -- No, no, non lo difendo; spiego... Io stesso non avrei mai creduto... -- E le trombe? Le trombe le ha fornito lei... -- Fornito!..... Lei sa come vanno queste cose... Il presidente... non lo fanno presidente per nulla... anticipa la spesa... -- Il _Bracco_, quel sellaio... -- Lei deve figurarsi... -- Lei capisce! Lei sa! Lei deve figurarsi! Ma io non capisco, non so, non voglio figurarmi niente; chiedo una deposizione, fatti, schiarimenti. assessore, presidente del _Fascio dei Reduci_... e non gli si cava nulla di bocca. Ha paura? Prima fanno il male; per le loro gare, per le loro ambizioni, soffiano nel fuoco... e quando il fuoco divampato e l'autorit accorre e vuole indagare, e vuol scoprire i rei, lor signori stanno zitti, non illuminano la giustizia, e poi se la prendono con le autorit, col governo! -- Mi hanno bruciato la casa, mi hanno rovinato!... Sono vivo per miracolo! -- balbett il cavaliere. -- Parli dunque, nomini qualcuno! Ha paura? Sicuro, aveva paura, come tutti gli altri signori! Donna Beatrice gli aveva raccomandato: -- Non vi compromettete! I soldati all'ultimo se ne vanno, e noi restiamo nelle peste! E davanti al giudice istruttore egli si ripeteva mentalmente il consiglio di sua moglie: Non vi compromettete! Pensava anche alla figliuola. La paura avea riuniti tutti i _cavalieri_ in un vero fascio, e il padre di Vincenzino non si curava pi dell'opposizione, del Municipio, n delle trombe che gi erano state sequestrate; il matrimonio, da lui osteggiato fin a poche settimane fa, ora egli voleva affrettarlo, e il cavaliere e donna Beatrice n'erano contenti. Appena restaurata la casa, appena rifatti i mobili, quelle nozze, senza sfoggi e senza inviti, avrebbero messo una pietra sul passato, a patto che il cavaliere non si fosse pi mescolato di elezioni, n di nulla! -- Questi sopraccapi bisogna abbandonarli ai minchioni, o a coloro che vogliono mestare e che -- lo vedete? -- in qualunque circostanza cascano ritti in piedi. Tanto, inutile voler raddrizzare le gambe ai cani. Cose del Comune, cose di nessuno! -- Bravo! Siamo di accordo! -- rispondeva il cavaliere, quantunque in fondo in fondo non fosse affatto di accordo. Passata la paura, dopo che le condanne dei tribunali erano fioccate peggio della grandine, colpendo un po' alla cieca, come sempre avviene in simili casi, i furfanti rimettevano fuori le corna, si davano l'aria di sacrificarsi riprendendo in mano le redini del Municipio. -- Volete scommettere che il _carrettiere_ sar di nuovo sindaco? -- diceva con rancore donna Beatrice. -- Per me, possono farlo re, imperatore, papa! Il cavaliere si segnava, quasi per cacciar via la diabolica tentazione di mescolarsi di affari comunali. Ma ragionandone col padre di Vincenzino, l'amarezza gli tornava a gola: -- Volete scommettere che colui sar di nuovo sindaco? -- egli ripeteva come sua moglie. E tutti i bei propositi andarono a gambe per aria, quando quel _figlio di carrettiere_ si rifiut di andare a sposare in casa la figlia del cavaliere, come si era fatto sempre coi _civili_ fino a pochi mesi addietro. -- Caro cavaliere, la legge uguale per tutti: il municipio la gran casa di tutti; non dobbiamo vergognarci di venir qui. Ah! Ora predicava: La legge uguale per tutti? Bravo, benissimo! -- Lo vedete? -- disse il cavaliere al suocero di sua figlia. -- Ci tirano pei capelli a fare quel che non vorremmo! E il padre di Vincenzino assent stringendo le labbra, strizzando gli occhi, crollando il capo. E finita la cerimonia nuziale, salut con gran sussiego il sindaco, ripetendo un: -- Grazie! Grazie! -- che voleva significare: -- Arrivederci alle prossime elezioni! E rimpiangeva fin le sonore trombe del _Fascio dei Reduci_ e il loro bel _Taratat_ che gli aveva fatto prendere tante arrabbiature due anni addietro! LE VERGINELLE Da pi di un anno c'era l'inferno in casa dell'usciere di pretura Don Franco Lo Carmine, per via della figlia che s'era incapricciata di quel bel mobile di Santi Zitu, guardia municipale, e non voleva intendere ragione. Don Franco, dalla rabbia, era diventato pi magro e pi giallo dell'ordinario, e non sapeva discorrere d'altro con le persone a cui portava le citazioni e gli atti uscerili, quasi che tutti dovessero interessarsi di quella sua disgrazia, di quel suo castigo di Dio, com'egli diceva, esaltandosi: -- Vedrete: qualche giorno far un gran sproposito! Vedrete! Ma il gran sproposito non lo faceva mai, perch Zitu portava sempre la daga al fianco, ed era protetto dal Sindaco. Si sfogava per contro la figliuola e anche contro la moglie, che gli pareva tenesse il sacco a quella pazza, a quella sciagurata. -- Che volete che io faccia? -- gli rispondeva donna Sara piagnucolando. -- Dovreste spaccarle la testa, quando s'affaccia alla finestra! -- Le finestre le tengo sempre chiuse; non sentite che tanfo? Manca l'aria; non si respira qui dentro. -- Le finestre devono anzi restare aperte, spalancate notte e giorno, e costei non deve affacciarsi! Urlava perch Benigna, la figlia, lo sentisse dall'altra stanza dov'era andata a chiudersi a fine di evitare la solita scenata, prima che suo padre si avviasse per la Pretura. -- Ah, Signore, Signore! Com' svampato questo fuoco in casa mia? Come mai? Donna Sara si picchiava con le mani la testa spettinata, buttandosi sur una seggiola, e portando una cocca del grembiule agli occhi per asciugarsi le lagrime. Don Franco per stava sempre sul chi vive: e al minimo momento di largo, scappava dalla Pretura e piombava in casa all'improvviso, per sorprendere la figliuola e Zitu, se mai per caso... E nei giorni che gli toccava di assistere alle udienze pareva una mosca senza capo; specialmente se Zitu stava l a disposizione della giustizia assieme con due carabinieri, e lui doveva rivolgergli la parola e partecipargli un ordine del pretore per qualche testimone che mancava. Zitu gli sorrideva con aria ossequiosa, rispondendo: -- Va bene, caro Don Franco! E appena egli usciva dalla sala, Don Franco perdeva la testa peggio di prima. Gli pareva che Zitu dovesse approfittare della bella occasione di saperlo incatenato l, dall'ufficio di usciere, per dare liberamente una capatina laggi e fare lo smorfioso con la ragazza che forse lo aspettava alla finestra. Per ci egli regalava qualche soldo al figlio del falegname che aveva la bottega di faccia a casa sua: -- Sta' a vedere se passa Zitu! C' due soldi per te; vieni a dirmelo sbito in pretura. Siccome i soldi glieli dava soltanto quando il ragazzo gli andava a dire: -- passato! -- cos costui, dopo parecchie volte, per guadagnarsi la mancia, gli riferiva: -- passato! -- anche quando non era vero. -- E lei, lei era alla finestra? -- Era alla finestra. -- E gli ha fatto dei segnali? -- Gli ha fatto dei segnali, col fazzoletto bianco! Don Franco si strizzava le mani, si mordeva le labbra, smaniava. Ma doveva star l, a chiamare i testimoni, fino alla fine dell'udienza; e poi accompagnare a casa il Pretore, che si divertiva a interrogarlo, avendo indovinato di che si trattasse, perch sapeva la cosa. -- Che avete, Don Franco? -- Ho il castigo di Dio, signor Pretore! -- Infine, se la ragazza lo vuole... -- Piuttosto l'ammazzo con le mie mani, signor Pretore! -- Ma prima con Zitu eravate stretti amici, mi pare. -- stato un tradimento, signor Pretore! Quel che Don Franco chiamava tradimento, era avvenuto la sera della processione del gioved santo, mentre sparavano i mortaretti, appena la statua del Cristo alla Colonna era uscita dalla porta della chiesa, tra il salmodiare dei canonici e le grida dei devoti: Viva il Santissimo Cristo alla Colonna! Tra la folla, qualcuno aveva osato di dare un pizzicotto a una donna, che s'era rivoltata e aveva fatto nascere una zuffa. Pugni, schiaffi, bastoni per aria, fuggi fuggi, donne svenute, bambini travolti, accorrere di guardie e carabinieri, tumulto! E Zitu aveva raccolto Benigna, bianca come un cencio lavato, inerte, svenuta anche lei per lo spavento; e avea dovuto prenderla in collo e portarla fino a casa, nel vicolo vicino; e aiutare donna Sara che strillava e piangeva, e non riesciva a sganciare il busto della figliuola stesa quant'era lunga sul letto, come una morta. -- Un po' d'aceto, donna Sara! Non niente. Si era dato un gran da fare. Da un pezzo, egli avea posto gli occhi addosso alla ragazza, e voleva approfittare di quell'occasione per diventare amico di famiglia. E aveva spruzzato d'acqua fresca il viso della svenuta, e le avea prodigato frizioni di aceto alle narici e alla fronte, e frizioni alle mani per rimettere il sangue in circolazione, consolando la mamma che non sapeva fare altro che piangere e disperarsi: -- Non niente, donna Sara! Don Franco era sopravvenuto quando Benigna aveva potuto metterei a sedere sul letto, ancora pallida e sbalordita, e Zitu le stava attorno premuroso, insistente: -- Un dito di vino; vi far bene. E le reggeva la testa e le accostava il bicchiere alle labbra. Don Franco ansimava per la corsa e per la fretta con cui aveva montato gli scalini a quattro a quattro, appena gli avevano detto: -- Accorrete; vostra figlia ferita! E non poteva parlare, e tastava la figliuola, per indovinare dove fosse ferita. Poi balbett; -- Dove? dove? Zitu, capito l'equivoco, rise, e vers un bicchiere di vino anche a lui, dicendo: -- Si sa; _tempo di guerra, bugie terra terra_. -- Ah!... Se non c'era lui! Donna Sara si profondeva in elogi e ringraziamenti, ricominciando a singhiozzare per gratitudine, per tenerezza. -- Come vi sentite ora? -- domandava Zitu alla ragazza. Benigna gli sorrideva, facendo una mossettina con la testa significante: Sto meglio! -- Un altro sorso di vino? -- No, grazie! -- Allora lo bevo io alla vostra salute! -- stato un miracolo del santissimo Cristo alla Colonna! -- conchiuse donna Sara. E Zitu approv, e Don Franco pure. -- La moglie di Titta il _Sordo_ ha la testa spaccata -- egli soggiunse in conferma dell'esclamazione della moglie. E usc di casa assieme con Zitu, che lo invit a bere un bicchiere di vino nell'osteria di Patacca, perch passando davanti la porta lo zi' Patacca li aveva salutati. Volevano raggiungere la processione. Intanto, nella Piazza dei Vespri, Zitu replic l'invito davanti all'osteria di Scat. -- Un dito solo, vi far bene; qui il vino assai migliore di quell'altro: sentirete. A Don Franco parve male rifiutare. -- Eh? Che ne dite? -- Si, s; questo non battezzato. -- Un altro bicchiere! Quando arrivarono nel piano di Santa Maria, la processione era gi lontana. All'angolo c'era la rivendita della Guadagna, con la frasca di alloro su la porta e il lanternino acceso. -- Qui si trova quello di Vittoria, schietto schietto. -- No, grazie, compare Santi. Ma compare Santi, prsolo per un braccio, lo spinse dentro. -- L'ultimo bicchiere, caro Don Franco! Quell'ultimo bicchiere gli sciolse la parlantina, lo mise in allegria. Don Franco volle raccontare all'ostessa il fatto della processione, il miracolo del Santissimo Cristo alla Colonna! S'imbrogliava, si riprendeva, tornava a imbrogliarsi, e a ogni po' batteva su una spalla di Zitu: -- Bravo figliuolo! -- guardandolo con gli occhi rimpicciniti, ammamolati: -- Bravo figliuolo! Donna Sara e Benigna, quando lo videro rientrare barcollante, col cappello su la nuca, esclamarono sbalordite: -- Oh Dio!... Che avete fatto? -- Bravo figliuolo, quello Zitu! Fior di galantuomo! Viva il Santissimo Cristo alla Colonna! E si lasci cascare su la seggiola vicina, ridendo in modo strano. * * * Cos s'introdusse Zitu nella famiglia Lo Carmine, e pot far visite anche quando non c'era Don Franco. E un giorno che donna Sara lo aveva lasciato solo con la figliuola per andare un istante in cucina, Zitu pot facilmente dire alla ragazza quel che gi le aveva fatto intendere con le occhiate, con le premure, con le barzellette: -- Sono pazzo di voi! Se c' la vostra volont... E s'era spinto oltre, visto che la ragazza, improvvisamente arrossita, abbassava il capo; afferratala per la vita, voleva darle un bacio su la nuca. -- La mamma! -- esclam Benigna, che non se lo aspettava. -- Per carit, santo cristiano! Ma al blando rimprovero, Zitu che aveva perduto la testa, le diede un altro bacio, e questa volta su la bocca. E a quel bacio il cuore della povera Benigna aveva dato una vampata; giacch il fuoco le si era appiccato sin dal primo istante, quella sera che, rinvenendo, aveva visto Zitu davanti il letto e aveva saputo che era stata portata da lui in collo, fino a casa, come una bambina malata! Donna Sara si era sbito accorta di qualcosa, ma era stata zitta. -- Guardia municipale non un bel mestiere -- ella pensava. -- Ma, se il patriarca San Giuseppe vuole cos!... Anche lei era abbagliata dalla divisa e dai luccicanti bottoni di rame e dalla daga e dal kep che Zitu portava con aria spavalda. E stava ad osservare sottecchi, fingendo di non essersi accorta di niente. Tanto pi che Don Franco, a cui Zitu continuava di tratto in tratto a regalare buoni bicchieri di vino, ora dal Patacca e ora dallo Scat, si espandeva in grandi elogi di quel bravo figliuolo, fior di galantuomo, che rispettava tutti e si faceva rispettare da tutti! Per ci Benigna e donna Sara cascarono dalle nuvole la sera che Don Franco, tornato a casa tutto accigliato, prima di cavarsi il cappello e di posare la mazza al solito angolo, esclam quasi con un grugnito: -- Qui non ci deve pi venire nessuno! Quel nessuno, si capiva, era Zitu. -- Perch? Che significa? -- os domandare donna Sara. -- Significa che voi siete una stupida e costei una civetta! Significa che io non voglio gente tra' piedi in casa mia. Non sono padrone, forse? E sbatacchi all'angolo la mazza, che cadde per terra. * * * Un anno d'inferno! In quella casa pi non si mangiava n si dormiva in pace, da che la signorina Maligna (don Franco ora non chiamava altrimenti la figlia) resisteva ai consigli, alle minaccie, e fin alle bastonate, stregata da quell'infame (non diceva pi bravo figliuolo) che voleva disonorargli la famiglia. Birri non ce n'era mai stati tra i Lo Carmine, e lui non voleva parenti birri, n vicini n lontani! La signorina Maligna poteva mettersi il cuore in pace! N lei, n il suo birro l'avrebbero spuntata! E le grida e le minaccie e gli schiaffi (don Franco era diventato troppo manesco) mettevano a rumore il vicinato ogni volta che il ragazzo del falegname; per buscarsi i due soldi, andava a dirgli in pretura: -- passato Zitu! -- e non era vero. Zitu anzi non si faceva pi vedere da quelle parti; non ne aveva bisogno. Andava, invece, in casa d'un suo amico, entrando dalla via l dietro, senza che nessuno potesse sospettare che l'amico gli dsse l'agio di salire su la terrazza per parlare comodamente con Benigna da la finestra di cucina. -- Non ne posso pi! Vuol dire che non c' la volont di Dio! -- balbettava Benigna. -- Vuol dire che non mi vuoi bene! Mi ammazzo con questa daga; tu mi vuoi morto, lo capisco! -- No, Santi!... -- Decditi dunque, se mi vuoi bene davvero! -- S, Santi; ma... questo, no! Questo, no! Zitu insisteva per la fuga; non c'era altro rimedio, secondo lui. Benigna per non ne voleva sapere. E scappava dalla finestra a ogni piccolo rumore, e Zitu si buttava per terra su la terrazza per non essere scoperto da Don Franco o da donna Sara, o da qualche vicina ciarliera. -- Ora tranquilla, -- diceva donna Sara al marito. -- Lasciatela in pace, date tempo al tempo. Sant'Agrippina far il miracolo... -- Si, come quello del santissimo Cristo alla Colonna! -- ringhiava don Franco. -- Non dite eresie! -- lo rimbrottava la moglie. -- Il confessore mi ha consigliato: -- Fate le Verginelle a Santa Agrippina. -- Faremo le Verginelle, col pellegrinaggio alla Lmia. Il confessore verr a dire la messa laggi... -- Per guadagnarsi cinque lire! * * * Malgrado l'opposizione del marito, donna Sara aveva gi fatto l'invito delle Verginelle, cio di tutte le ragazze del vicinato, una trentina. Sarebbero andate in processione al santuario della Lmia, nelle grotte d'onde Santa Agrippina avea scacciato i diavoli al suo arrivo da Roma in Mineo; se ne vedevano ancora i segni nelle grotte annerite dal fumo infernale. La santa miracolosa, che aveva scacciato i diavoli di l, avrebbe scacciato cos dalla testa della ragazza la cattiva tentazione di quella passionaccia che manteneva l'inferno in casa loro. -- Figliuola mia, proviamo. Se poi c' la volont di Dio!... E tutta la settimana era passata in preparativi; non si parlava d'altro nel vicinato. Donna Sara aveva impastato le lasagne che Benigna tagliava nella madia; e ora spennava il gallo e le tre galline da fare in stufato; il pane, lo avrebbero infornato la sera avanti per averlo fresco fresco. -- Sant'Agrippina, vedrete, far il miracolo, -- ripeteva donna Sara. -- S, come quello del santissimo Cristo alla Colonna! Don Franco teneva rancore al santissimo Cristo alla Colonna, quantunque egli fosse buon cristiano. E il mercoled appresso, il pellegrinaggio s'avvi. Le Verginelle, vestite a festa, si erano radunate in casa di donna Sara. Ce n'era voluto per indurre Benigna ad andare anche lei; infatti quella mattina ella s'aggirava attorno per la casa, con gli occhi rossi dal pianto, squallida per la nottata passata senza dormire, a discorrere con Zitu dalla finestra di cucina... Zitu le aveva fatto fare un giuramento: Laggi, alla Lmia, mentre le verginelle stavano a cantare il rosario nella grotta grande, ella doveva andare a raggiungerlo nella grotticina in fondo al santuario; voleva parlarle a quattr'occhi. Nessuno se ne sarebbe accorto; ci si vedeva cos poco in quelle grotte affumicate! Egli era amico dell'eremita che custodiva il santuario; sarebbe andato l la sera avanti: -- Giura che verrai!... -- Giuro, se posso senza dare sospetto! -- Se vorrai, potrai! Giura un'altra volta! E la poverina aveva giurato. Per questo aveva gli occhi rossi, per questo tremava. Per la via c'era folla; tutte le comari alle finestre o su gli usci. E quando il sagrestano venne a dar l'avviso che il prete era gi partito avanti perch andava a cavallo, la processione delle verginelle s'istrad recitando il rosario, e fu presto in piena campagna. La giornata era splendida; la campagna, bionda di seminati; i contadini che andavano al lavoro si fermavano, si tiravano da parte nei punti dove la strada era larga, per lasciar passare le Verginelle che, finito il rosario, procedevano a gruppi, ridendo, ciarlando, cantando anche delle canzoni di amore. Una delle ragazze presa a braccetto Benigna, le confidava le sue pene. Era innamorata anche lei, e i parenti la osteggiavano: -- I parenti fanno sempre cos! Ma io, se essi tengono ancora duro... E con la mano accennava che avrebbe preso la fuga col suo innamorato. -- No, queste cose non si fanno! -- esclam Benigna. -- Mia zia ha fatto cos, -- rispose la ragazza. -- Ed ora sono tutti in pace in famiglia. La strada era diventata viottolo scosceso; gi si vedevano le roccie rossastre e la vallata; il santuario si trovava l in fondo. E come pi si avvicinava, Benigna si sentiva piegare le gambe sotto, tremava tutta. No, non avrebbe saputo sfuggire alle compagne e alla sorveglianza della mamma; non sarebbe riuscita a trovare la grotticina indicata quantunque avesse giurato. Oh Dio! Perch aveva giurato? * * * Il prete era a pi della gradinata scavata nel vivo masso, col sagrestano e l'eremita. La cavalcatura del prete, legata a un albero, mangiava tranquillamente l'erba fresca. Che pace, che tranquillit nella valle! Le tccole e i falchetti volavano, gracidavano, squittivano su per la roccia; tra i pioppi che fiancheggiavano il ruscello, un usignolo gorgheggiava. Le grotte echeggiavano sordamente di canti, di risate. Le verginelle si disposero in fila, intonarono il rosario e cominciarono a salire la scala strettissima, chinandosi per entrare nel santuario da quella porta o piuttosto buca. Nella seconda grotta, vastissima e nera, le quattro candele accese sull'altare pareva addensassero l'oscurit attorno. Il prete indossava i paramenti sacri aiutato dal sagrestano. L'eremita andava disponendo le verginelle a sei a sei, in tante file davanti l'altare, scartando questa o quella, indicando il posto a donna Sara, prendendo per mano Benigna e collocandola in coda a tutte. Benigna si sent morire quando l'eremita, sfiorandole il viso con la lunga e ispida barba, le susurr in orecchio: -- l; vi dar io il segnale. E le s'inginocchi a lato, rispondendo ad alta voce al rosario, intanto che il prete diceva l'_introibo_. Poco dopo infatti egli la prese per mano, la sollev, la spinse indietro. Benigna vide, in fondo in fondo, un po' di luce e un fantasma che le veniva innanzi. Sudava freddo, non respirava; e tra le voci del rosario, udiva soltanto quella dell'eremita che rispondeva pi forte di tutte: -- Santa Maria, madre di Dio! Dopo la messa, su lo spianato, mentre le verginelle, fatta la refezione, ballavano al suono del cembalo che una di loro aveva portato, donna Sara si era accostata alla figlia. Benigna pareva stralunata, aveva le lagrime agli occhi, e non badava al prete che, raccontando il miracolo della scacciata dei diavoli operato col dalla Santa, additava le buche della roccia donde i diavoli erano scappati alla vista della croce. -- Che hai? -- Niente. -- Il miracolo fatto! -- disse l'eremita, sorridendo e lisciandosi la barba. * * * Ma donna Sara cap molto tardi che la Santa benedetta non c'era entrata per niente. E Don Franco, che dovette piegare la testa e casc malato dal dispiacere, oltre al Santissimo Cristo alla Colonna, tenne broncio anche a Santa Agrippina che lo aveva costretto in quel bel modo a imparentarsi con un birro! DONNA STRULA Quando non aveva con chi prendersela, donna Mita se la prendeva con suo marito buon'anima, che se n'era andato in Paradiso, lasciando lei e le figliuole in un mare di guai. Non aveva mai fatto niente di bene in questo mondo, e non ne faceva neppure nell'altro, pover'uomo! -- Che gli costerebbe dire a Domeneddio -- lo ha tutti i giorni, come suol dirsi, tra piedi: -- Signore, rivelatemi tre numeri, tre soli, di quelli che usciranno sabato prossimo al lotto, perch io vada a indicarli in sogno a mia moglie? Non vedete come stenta con tutti quei debiti e con le liti che le ho lasciato su le braccia? -- Uh! non si rammenta neppure n di me, n delle tre orfanelle che gi spighiscono in casa gialle e magre, e non trovano un cane che le voglia. Forse che lui in Paradiso ha pi bisogno di mangiare, di vestirsi, di pensare ai debiti, alle liti, alla moglie, alle figliuole? Pens in fine di vita, alle sante messe, al rosario: -- Mita mia, figliuole mie, pregate per me, io pregher per voi lass! E da tre anni ch'era lass, non le era venuto in sogno nemmeno una volta, tanto da mostrare che si ricordasse di loro! Perci donna Mita, la sera, recitando il rosario con le figliuole, da un pezzo non diceva pi un'avemmaria per l'anima del marito. Invece diceva paternostri e avemmarie per l'avvocato, pel procuratore legale e pei giudici, affinch il Signore schiarisse loro la mente, e difendessero bene i diritti delle orfane e facessero giustizia nelle tre liti che non finivano mai con quell'animaccia storta di don Basilio Cuti. Ora toccava a lei agire da uomo: sollecitare gli avvocati, dare schiarimenti al Tribunale, alla Corte, buttarsi ai piedi di questo e di quello per una buona raccomandazione, e sventare gli intrighi dell'avversario che ne inventava sempre uno pi infernale dell'altro e non dava requie, e voleva ridurle all'elemosina, quasi non fossero state parenti e non si chiamassero Cuti anche loro! In poco tempo era invecchiata di dieci anni col pensiero fisso di quelle liti. Gi aveva tutto il codice a memoria meglio degli avvocati e del procuratore legale, quantunque sapesse appena leggere e scarabocchiare la propria firma. Ah, il Signore chi sa dove aveva il capo nel momento che stava impastando lei e suo marito! Avrebbe dovuto dare i calzoni a lei e la gonna a lui, e allora le cose di famiglia sarebbero andate altrimenti! Ma non si perdeva d'animo. E quando qualcuno le diceva: -- Fate una transazione; sar meglio! -- lei agitava violentemente le mani e la testa, socchiudendo gli occhi, strizzando le labbra, per significare: -- No! No! -- Non voleva lasciar spogliare le tre povere orfane. Finch lei aveva fiato, avrebbe dato filo da torcere a quel brigante di don Basilio. E l'avrebbe spuntata, n'era sicura, sicurissima! E il giorno in cui avrebbe vinto le liti, avrebbe fatto dire una solenne messa cantata al patriarca San Giuseppe, con cento torce nuove all'altare e gran scampano e mortaretti e banda musicale, dall'alba alla sera, per far crepare di rabbia don Basilio e tutti coloro che le volevano male. E poi, nozze, subito subito; perch le figliuole allora avrebbero una grossa dote, duemila e pi onze ognuna, e i mariti piomberebbero da tutte le parti. Quando c' il miele le mosche accorrono a torme. E cos lei farebbe la gran vendetta! La gran vendetta era quella di maritare le figliuole fuori del paese, a Caltagirone a Vizzini, a Militello, in capo al mondo, ma non in quel suo paesaccio di tangheri, che ora non le degnavano d'uno sguardo perch, se non vincevano le liti, sarebbero rimaste con la sola camicia indosso. -- E le virt domestiche non contavano niente dunque? Parlandone con gli altri, donna Mita non rifiniva di esaltare le virt domestiche di quelle tre ragazze, di quelle angiole, come aggiungeva sempre; ma in famiglia era un'altra cosa. Le sgridava tutta la santa giornata, ogni volta che gli affari non la sballottavano di qua e di l, dall'avvocato, dal notaio, dal sindaco, dall'Agente delle tasse, o a Caltagirone, in Tribunale, o a Catania, in Corte di appello o dagli avvocati o dal procuratore di col, gente che se la mangiava viva e se ne stava con le mani in mano, secondo lei, n avrebbe fatto fare un passo alle liti senza il pungiglione di lei. Quelle tre grulle frattanto pensavano forse un momento ai casi loro? Attendevano la manna del cielo, come gli ebrei. E se la manna non veniva? E se le liti, Dio ne scampi, si perdevano? Meno male Rosa, la mezzana, che si era fatta monaca di casa! S'era data a Dio, e del mondo non voleva saperne. Le monache del Monastero Vecchio le davano da cucire, da ricamare, e l'abbadessa le diceva spesso: Se accadr una disgrazia, ti prender con me! Ma quelle altre due? Rita, la maggiore, per esempio, o non s'era messa in testa di sposare un massaio? Una Cuti, una figlia di don Paolo Cuti, che, se era stato uno sciocco e si era fatto mettere in mezzo da quell'arpia di don Basilio, era stato per un galantuomo, agrimensore e anche consigliere comunale! S, s; quel massaio era ricco: fondi, muli, carrette, e ogni ben di Dio. Che per questo? E quando avrebbero vinto le liti, le due mila e pi onze della dote avrebbe dovuto godersele quel villanaccio? Giacch costui non la sposava pei begli occhi di lei, ma in vista della dote futura. E colei osava dire: Intanto muoio di fame! Non moriva di fame anche lei, ch'era stata avvezzata a vivere da signora in casa sua? Non si rassegnava anche lei a portare addosso quegli stracci stinti, lei che aveva avuto vesti di lana e di seta, e le dita piene di anelli, e le mani sempre pulite, giacch in casa sua ci erano due serve, e un servitore? -- E perch poi un massaio? Non esistevano altri uomini al mondo? -- Debbo andar a cercarli io? -- rispondeva Rita, con le labbra spumanti tossico. -- Se tu sapessi fare! -- Ora far la civetta, star alla finestra tutto il giorno, a uccellare! E donna Mita, travolta dallo sdegno contro il massaio che insidiava la futura dote della figliuola, si lasciava scappare di bocca: -- Le civette, prima o poi, se lo beccano sempre un tocco di marito. Rosa era bruttina, aveva gi trentadue anni; donna Mita, in cor suo, la compativa. Ma quell'altra sciocchina di Quarinta, ch non voleva dar retta al figlio del notaio Carc? Povero ragazzo, stava per ore e ore alla finestra di cucina, suonando il flauto; e lei, non c'era caso che si affacciasse o che gli dsse un'occhiata se si trovava al balcone; come se quell'_Oh Dio, morir s giovane!_ che il flauto piangeva dieci volte il giorno non fosse stato diretto a lei! Quello l, almeno, era figlio di notaio. E la grulla non voleva saperne! Chi mai si figurava che dovesse sposarla? Un barone? Un principe?... Vittorio Emanuele? E per tenere in fresco quel povero giovane, che doveva essere proprio cotto di Quarinta se non si era scoraggiato dopo tanto tempo, donna Mita correva lei al balcone appena sentiva le prime note dell'eterno _Oh Dio, morir s giovane!_ e sorrideva al ragazzo e gli diceva: -- Suoni come un serafino, figliuolo mio! Quarinta, certe volte, ha le lagrime agli occhi! Il ragazzo arrossiva, ringraziava e tornava a soffiare nel flauto, allungando le labbra, gonfiando le gote, col capo chinato da una parte, contento di sapere che la figlia di donna Mita si commovesse tanto al suono del flauto di lui, a quel pezzo della _Traviata_. E non cambiava pezzo mai. Era un sacrificio per donna Mita far quasi all'amore per conto della figliuola; ma il destino voleva cos, e bisognava adattarsi alle circostanze. Ella si adattava a fare ben altro, quando venivano al pettine certi nodi per tirare innanzi le liti. Una volta le posate d'argento, un'altra gli orecchini e gli anelli, poi gl'istrumenti da agrimensore del marito, poi la lana delle materassa, sostituita con crine vegetale o con paglia; tutto era andato via di casa, in mano degli usurai. Chi sa se la bella argenteria vecchia ella l'avrebbe riveduta mai pi? E gli orecchini e gli anelli, chi sa se sarebbero tornati a splendere agli orecchi e alle dita di lei e delle figliuole? Ora le toccava qualche volta andare da un'amica, da un conoscente, e raccontare tutti i suoi guai per intenerire quei cuori, senza far le viste di chiedere in elemosina vestiti smessi, legna o carbone, un fiasco di aceto od una bottiglia d'olio, da rendere, s'intendeva, appena vinte le liti; per le quali mandava accidenti all'animaccia storta di don Basilio che la costringeva ad essere importuna. E quando le liti gliene lasciavano il tempo, faceva visite, assisteva malati e partorienti, correndo dal medico, dalla levatrice, dando una mano alla serva in cucina, rassettando, ripulendo, facendo insomma in casa altrui quel che era inutile facesse in casa propria, dove non c'era pi quasi nulla da ripulire e rassettare; manovrando finamente perch all'ora del pranzo la invitassero a restare, o perch dopo pranzo potesse portar via qualche cosa per le figliuole, che mangiavano soltanto qualche uovo delle galline di casa e un po' di verdura condita con due goccie d'olio. Appena la serva dava mano ad apparecchiare la tavola, e dalla sala da pranzo si udiva l'acciottolo dei piatti e il rimescolo delle posate, donna Mita si alzava da sedere, fingeva di cercare attorno, su per le seggiole, o sul letto -- dove l'aveva mai riposto? -- il suo scialle nero ritinto con la frangia a sbrendoli. -- Come? Andate via? Fate penitenza con noi. -- No, no! Sar troppo incomodo. E poi le figlie m'aspettano per mettere gi la minestra nel brodo. -- Manderemo ad avvisarle. Faceva un gesto di rassegnazione; non aggiungeva una sola sillaba, per timore che non la prendessero in parola. -- Allora dar una mano in cucina. E la serva la vedeva apparire davanti ai fornelli, quasi la padrona fosse stata lei. -- Da' qua! Hai messo il sale? E assaggiava il brodo. -- Da' qua! E tagliava una fettina di carne, per vedere se l'arrosto era a punto. E a tavola si vantava della bont del brodo e dell'arrosto. Aveva dovuto mettere il sale lei, e lei far cuocere bene l'arrosto. -- Non ne fanno una diritta queste serve! E dopo pranzato, scappava. -- Vado dal sindaco. Debbo andare dall'avvocato! Oppure: -- Parto per Caltagirone, per Catania. Faceva questi viaggi come se niente fosse stato. Andava ad appostarsi fuori le mura, lungo lo stradone, con un fagottino sotto braccio, e al primo carrettiere che passava di l, domandava: -- Dove vai? -- A Caltagirone. -- Portami; ti d mezza lira, una lira. Viaggiava cos al sole, al vento e alla pioggia, come merce, sbalordendo il carrettiere col racconto delle peripezie delle liti. -- Potrei avere carrozze e cavalli, e intanto debbo andare in carretta! A Caltagirone, a Catania, gli avvocati e i procuratori avevano quasi terrore di lei; non se la potevano levare d'addosso. -- Dunque, a che stato siamo? E le citazioni? E le comparse? Voleva sapere tutto, discuteva tutto; dava suggerimenti, consigli, citava articoli del codice, con una parlantina che dava il capogiro, gesticolando, alzandosi dalla seggiola, rimettendosi a sedere, scompigliando le carte ch'ella riconosceva a occhio: -- La prima sentenza? questa. Questa la citazione di appello. E le tirava fuori dal voluminoso incartamento, senza sbagliare mai, mettendole sotto il naso del procuratore o dell'avvocato perch riscontrassero un particolare, un punto interessante da non perdere di vista. E cos, col sole, con la pioggia e col vento, viaggiando come merce su questa o quella carretta, tornava a casa, intronando gli orecchi alle figlie di tutti i discorsi fatti col procuratore e con l'avvocato, ricominciando da capo con le vicine, dal terrazzino che dava su la via maestra, perch andassero a riferire ogni cosa a quell'animaccia storta che teneva l le spie. Le liti, a sentir lei, erano belle e vinte; ella aveva le sentenze in tasca. E se qualcuno le rispondeva: -- Don Basilio dice che, all'ultimo, c' la Cassazione -- donna Mita diventava smorta smorta dalla collera: -- Perch ha quattrini, lo stortaccio? Ma io litigo senza dolori di capo, e lui deve metter fuori pi pezzi di dodici tar, che non abbia capelli in testa. Intendeva dire che lei aveva ottenuto il gratuito patrocinio e che non le importava niente di andare fino in Cassazione. Quel gratuito patrocinio era stato un affaraccio. Il sindaco la menava per le lunghe; non voleva farle la fede di povert. Povero sindaco! Don Basilio lo spauriva con la minaccia di abbandonarlo nelle prossime elezioni municipali; donna Mita lo minacciava di ricorrere al Sotto-prefetto, al Prefetto, al Ministro, a Vittorio Emanuele in persona. E temporeggiava: domani, domani l'altro. Ora mancava il segretario, ora la Giunta non s'era potuta riunire. E i giorni, le settimane, i mesi passavano, tra le imprecazioni di donna Mita che andava a sbraitare al Municipio, e i brontolii di don Basilio che andava a fargli ressa di tener duro, a casa, ad ora tarda, per non essere veduto. Ma un giorno, donna Mita s'era buttata su la prima carretta che andava a Caltagirone, per ricorrere dal Sotto-prefetto. Per via le era capitata addosso una pioggia torrenziale che l'aveva inzuppata fino alle ossa. Il Sotto-prefetto, spaventato dalla vista di quella figura di strega che spandeva acqua dalle vesti e allagava il tappeto della stanza, e che strillava e imprecava contro il sindaco, rispose che avrebbe scritto a quel funzionario una lettera un po' aspra. Donna Mita avrebbe voluto portarla lei, e gi aveva cavato fuori il fazzoletto da involtarla per mettersela in seno, e gi si sganciava il corpetto sotto gli occhi del regio funzionario che la guardava stupito. Ed era ripartita con la pioggia, senza curarsi di prendere un malanno. Infatti fu ad un pelo di andarsene all'altro mondo; ma, mezza morta, a chi veniva a farle visita, ripeteva: -- Dite a don Basilio che debbo prima seppellire lui e vederlo all'inferno! E cercava con lo sguardo le figliuole. Non vedeva Rita. -- Dov' Rita? -- malata anche lei. Le risposero cos finch stette a letto. Ma quando si lev e volle vedere la figlia, non fu possibile nasconderle che Rita era in casa del massaio, e che mancava solo il consenso della madre perch quei due si mettessero in grazia di Dio. Donna Mita allib. Il suo consenso? Mai e poi mai! Gi potevano farne a meno. Se quella disgraziata aveva disonorato la famiglia, lei, moglie di don Paolo Cuti, figlia del dottor Rinaldi, lei non si sarebbe prestata, mai, a legittimare quel disonore! E s'ingolf nelle liti, nel codice, nelle procedure, ora che le cause erano gi msse a ruolo, come dicono i curiali, e bisognava scaldare i ferri e non lasciar dormire gli avvocati, e spalancare tanto d'occhi per sorvegliare le mosse di quel ladro di don Basilio, che il Signore gastigava, quasi per darle ragione: Debbo seppellire prima lui! Ma no, non voleva rallegrarsi perch lo sapeva in pericolo di vita. No, lei non desiderava la morte di nessuno. -- Se il Signore lo leva da questo mondo, sia fatta la sua santa volont! Lo perdoni ed anche se lo porti in paradiso; io non voglio entrarvi per niente. Le pareva che se si fosse rallegrata della disgrazia del suo avversario, Domineddio avrebbe dovuto punirla. Non desiderare agli altri il male che non vuoi fatto a te stesso. Non si cristiani battezzati per niente. Se il Signore per voleva levarlo via da questo mondo, poteva lei forse dirgli: Signore, lasciatelo stare qui? Doveva lei dar consigli a Chi sa benissimo quel che fa e che il padrone della vita e della morte? Questi buoni sentimenti intanto non le impedirono di sentirsi un po' seccata e di mordersi leggermente le labbra il giorno che si vide davanti, in Tribunale e poi in Corte di Appello, don Basilio grasso e roseo, quasi non fosse mai stato malato, che portava sottobraccio un fascio di carte, accompagnato da tre avvocati, tanto doveva essere convinto anche lui che uno solo non sarebbe bastato a dare apparenza di ragione alle sue storte pretese! -- E la sentenza? -- ella domand all'avvocato, dopo la discussione. -- Fra otto, dieci giorni. Potete andarvene. Vi spedir un telegramma. Il telegramma invece arriv quella stessa sera dal paese: Quarinta sta molto male, con una polmonite! Venite subito. -- Ah! queste benedette figlie! -- esclam donna Mita, torcendosi le mani, quasi la povera Quarinta si fosse ammalata a posta per farle un dispetto in quel punto. Fu un gran colpo! Le parve che la casa si fosse vuotata, che con Quarinta le fosse venuta meno l'aria, la luce, tutto! E non poteva guardare n sentire Rosa che la esortava a rassegnarsi alla volont di Dio! In quei primi giorni di dolore si sentiva diventata turca, com'ella diceva: Non c'erano pi per lei n Madonna, n santi. Aveva pregato, aveva fatto dire tre messe, aveva promesso una collana d'oro alla Madonna degli Ammalati, un paio di orecchini a Santa Agrippina!... Niente! La Madonna era rimasta sorda; Sant'Agrippina pi sorda ancora! Rosa si turava gli orecchi udendola parlare a quel modo e scappava per chiudersi nella sua cameretta. Ma c'era da occuparsi degli affari: notificare a quello scellerato di don Basilio la sentenza, spogliarlo, come si meritava, di tutto il mal tolto; donna Mita cos si rabboniva, riprendeva la sua attivit. E parlando con Rosa si dichiarava pi rassegnata alla volont di Dio; doveva per rassegnarvisi anche lei. Rosa non la intendeva a quel modo, e glielo fece capire col silenzio. Povera donna Mita! Che le importava ora di aver vinto le liti e d'essersi messa in possesso del palazzo Cuti, delle terre, dei giardini di aranci? Per chi aveva lavorato, stentato? Per la scellerata, disonore della famiglia e pel villano di suo marito, poich quella stupida di Rosa si ostinava a rimanere monaca di casa e non pensava pi al mondo? -- Non voleva saperne delle persone di questa terra! Si era sposata con Ges! Dove? Quando? Chi era stato il sindaco che li aveva sposati, chi era stato il parroco che li aveva benedetti? Se il Signore si era presa Quarinta -- la migliore, la pi buona delle figlie! -- voleva dire che destinava tutto per lei, Rosa: palazzo, terre, giardini! Era dunque d'accordo con la scellerata, e col villano, per riempire la pancia a loro con tutte le sostanze dei Cuti? Era dunque d'accordo? Rosa, che aveva preso il nome di suor Veronica, non rispondeva niente; e usciva di casa per la messa o pel vespro, e andava a raccomandarla al Signore, o a raccontare tutto al confessore e a pregarlo di parlare lui con la madre perch la lasciasse tranquilla. Donna Mita lo interruppe prima che finisse di spiegarle il motivo della sua visita: -- Di che vi mescolate, signor canonico? Vorreste forse papparvi voi le duemila onze? Gi, finch campo, l'usufrutto mio; e non sono disposta a morir presto. E poi bisogna levar via la mia dote e quel che mi spetta per successione, articolo 753... E disporr della roba mia come mi pare e piace; la dar ai poveri, al diavolo anche, ma non alla scellerata! Urlava, gesticolava come un'ossessa, sciatta e mal vestita, quasi se non avesse vinto le liti. Il povero canonico era andato via balbettando scuse. Scena peggiore accadde la mattina che il notaio Crisanti, notaio di famiglia, venne a farle l'imbasciata che Rita e suo marito volevano venire a baciarle la mano e chiederle perdono del mal fatto: -- Ormai, cara donna Mita! -- Oramai un corno! -- Anche perch voi avete bisogno di un braccio pratico delle cose di campagna! No, non aveva bisogno di nessuno! Dopo aver fatto dieci anni la litigante, ora si metteva a fare la massaia meglio dell'assassino che le aveva rubato la figlia! Non gli dava altro nome a massaio Cudduzzu. Infatti, ella andava in campagna a sorvegliare i contadini, nel tempo delle messi, con un cappellaccio di paglia, tra i seminati, dietro i mietitori; durante la trebbia, per l'aia notte e giorno, come un campaio, perch quei ladri dei contadini non le rubassero il grano; in novembre, sotto gli ulivi, tra le donne che raccoglievano le ulive bacchiate, risparmiando una coglitrice, facendo per due; o nel frantoio, quando cavavano l'olio. Oggi qua, domani l, a cavallo della mula morella, piombando addosso ai contadini quando meno se l'aspettavano, facendo miglia e miglia sotto la sferza del sole, per valli e pianure, come una tregghia che va scavizzolando tirata dai buoi; e per ci i contadini le avevano appiccicato il nomignolo di donna _Strula_, che significava la stessa cosa e le stava a cappello. Ma una sera, tornando dal giardino di aranci, dove aveva intascato cinquecento lire dagli aranciai messinesi venuti a incassare la produzione, aveva trovato in casa Rita e Cudduzzu che le si buttarono ai piedi. Si sent vinta, tutt'a un tratto. Era la volont di Dio! Brontol, per, ripet cento volte che la padrona assoluta era lei, e cit solennemente l'articolo 753 del codice civile. Una settimana dopo, massaio Cudduzzu cavalcava allato di lei, per accompagnarla in campagna come un garzone, rispondendo sempre dimessamente: Eccellenza, s; Eccellenza, no! Era il meno che potesse fare, dopo di essersi imparentato per violenza, per tranello, con la nobilissima famiglia Cuti. Donna Mita, lo trattava d'alto in basso, per fargli intendere che non era diventato con questo un _galantuomo_, e che c'era una bella distanza fra lei e lui, quantunque suo genero. Gli teneva broncio specialmente perch, dopo tre anni, non era riuscito ad avere un figliuolo. Non sarebbe stato un Cuti -- ahim, pur troppo, no! -- ma un po' del sangue dei Cuti, insomma, la avrebbe avuto nelle vene, giacch il Signore aveva voluto cos! -- Che fate dunque, se non fate un figliuolo? -- gli diceva spesso. E massaio Cudduzzu una volta le rispose: -- Ah, voscenza, se sapesse con che buona volont...! Donna Mita gli avea rotto la frase tra le labbra: -- Non dite porcherie, villano che siete! E siccome un giorno, lagnandosi con suor Veronica di quel figliuolo di Cudduzzu che non veniva al mondo, e tornando ad assalirla perch si decidesse finalmente a prender marito lei, che era ancora in tempo, suor Veronica le aveva detto: -- Ges Cristo vuole cos; sia fatta la sua santa volont! -- Donna Mita perdette la pazienza: -- Ges Cristo! Ges Cristo! Qualche volta nemmeno lui sa quel che fa!... M' scappata! Zi' Gamella Dopo il quarantotto, s'era lasciato crescere la barba come protesta contro i Borboni. A lui la polizia non dava noia perch lo sapeva innocuo, quantunque fosse andato ad arruolarsi nel battaglione dei Corsi e avesse combattuto contro gli svizzeri nell'assalto di Catania. Soltanto una volta quel capo birro di don Giovanni lo aveva afferrato pel mento e tra minaccioso e irrisorio, gli aveva detto: -- Questi peli, compare Croce, questi peli!... -- Se avessi due grani mi farei radere, -- aveva egli risposto tranquillamente, soggiungendo in cuor suo: -- Ti rader io birraccio, quando faremo l'altra rivoluzione; voglio succhiarmi il tuo sangue! Pensava giorno e notte a quest'altra rivoluzione, ma non ne parlava mai con nessuno. E la rivoluzione, per lui, consisteva tutta nell'abolizione del macinato e del colra. Che il colra fosse buttato dai birri, per ordine di Ferdinando II, egli lo credeva pi del vangelo; e gli pareva una grande scelleratezza avvelenare tanti cristiani battezzati per diradare la popolazione e cos impedire le rivolte! Perch, Sua Maest non aboliva il macinato? Invece ora aveva scatenato addosso alla povera gente quei mastini dei pesatori, affinch non sfugisse al dazio neppure un pugno di grano! Si doveva dunque crepar di fame? O aspettare di essere mietuti dal colra? Per ci in un momento di entusiasmo, nel quarantotto, s'era lasciato trascinare ad arruolarsi, il giorno della partenza di una decina di giovanotti con a capo don Pietro il capitano, venuto a posta per far reclute. Vistili scendere dal poggio, cantando a squarciagola, gridando: -- Viva Pio IX! Viva la costituzione! -- si era avvicinato al viottolo per curiosit, interrompendo il solco nel terreno che arava dall'alba per conto del padrone, e seguito dal pecoro addestrato ad andargli dietro come un cagnolino. -- Vieni anche tu, -- gli grid il capitano -- se poi non vuoi morire di colra! E lo zi' Croce, che allora aveva trent'anni, non se lo fece dire due volte. -- Aspettate; torno subito, -- rispose. E corse alla casetta lass, dove sua moglie preparava una buona minestra di fave sul focolare posticcio, davanti la porta. -- Ti raccomando il pecoro! -- Perch? -- Vado soldato. La poveretta si mise a strillare e a piangere, e gli corse dietro per la china, insieme col pecoro che le ruzzava tra le gambe e le impediva i passi. E lo segu fino a Catania, strappandosi i capelli, credendolo ammattito tutt'a un tratto, scongiurando il capitano di non portarle via il marito per condurlo al macello. -- E noi, al macello non andiamo pure noi? Ma degli altri non le importava; e bisogn proprio farle violenza, davanti la caserma, e strapparla d'addosso allo zi' Croce, che ormai, data la sua parola, non voleva recedere. -- Ti raccomando il pecoro! Non aveva aggiunto altro, quando era ricomparso nel portone della caserma infagottato nei pantaloni militari e nel cappotto, col cinturino di cuoio, con la daga al fianco e il chep troppo largo che gli scendeva su gli occhi. La vita di soldato, nel battaglione detto dei Corsi, non gli era parsa cattiva. Per lui abituato ai lavori campestri, quelle poche ore d'esercizi riuscivano un divertimento, non una fatica; e il rancio aveva miglior gusto delle fave e dell'erbe selvatiche, lessate e condite con un po' di sale e d'olio, ch'egli mangiava a casa sua. Non bazzicando per le taverne, come quasi tutti i compagni, non fumando, non correndo dietro a le donnacce, e facendo il suo dovere di sentinella quando gli toccava, la paga settimanale egli poteva metterla intera da parte. Durante le lunghe ore d'ozio, si sdraiava al sole nel cortile della caserma e fantasticava della moglie, poverina, a cui i pochi tar, ch'egli le mandava di tanto in tanto, dovevano arrivare come un refrigerio alle anime sante del purgatorio; e fantasticava del pecoro, che doveva correre di qua e di l per la campagna, chiamandolo invano coi belati, povero pecoro! E ogni volta che ricorreva dal caporale perch gli scrivesse una lettera per la moglie, il caporale lo canzonava: -- Debbo mettere: Ti raccomando il pecoro? -- Eccellenza, s. Gli dava dell'eccellenza, com'egli usava con le persone da pi di lui, quantunque il capitano lo avesse sgridato: -- Stupido, l'eccellenza abolito! Si dice: S, caporale. Sarebbe stato felice senza quella forca d'Ingo, il leprino, suo compaesano, che gli stava sempre attorno: -- Prestatemi quattro grani, zi' Croce; prestatemi un carlino, un tar! Diceva: prestatemi, ma non rendeva mai. -- E della vostra paga che ne fate? -- rispondeva lo zi' Croce. -- Non mi basta neppure per la pipa! Intanto voi ci avete la tacca. Che valeva che lo zi' Croce ci avesse la tacca, dove segnava di mano in mano i tar, poich non sapeva scrivere, se il leprino si fumava e si beveva la paga sua e quella di lui? Ma per non sentirlo bestemmiare peggio d'un turco, spesso egli veniva a patti: -- Vi do cinque grani; non ho altro. -- Gli altri cinque me li darete domani, per fare il carlino. Quasi glieli dovesse! Ed era inutile nasconderli in seno, avvolti in uno straccio di pezzuola. Se lo zi' Croce teneva un po' duro, giurando anche che non aveva neppure un grano, quel leprinaccio lo frugava tutto, bestemmiando Dio, la Madonna, i Santi del Paradiso: -- Tanto, se gli svizzeri ci ammazzano, se li prenderanno loro, zi' Pecoro! Soleva chiamarlo cos. In caserma gi si parlava degli svizzeri del Borbone che stavano per sbarcare a Messina. Le cose si mettevano male: ordini e contr'ordini, marce di notte su per la Montagna, allarmi. Lo zi' Croce si raccomandava a Dio e a Santa Agrippina, patrona del suo paese; e ripuliva il fucile e contava le cartucce che gli avevano consegnato. -- Ora si balla, zi' Pecoro! Messina presa! -- gli disse Ingo una mattina -- E per strappargli pi facilmente qualche tar, aggiunse: -- Nella mischia, tenetevi sempre accanto a me, caso mai! E si ball davvero, da l a qualche giorno, prima tra i boschi dell'Etna, poi al Tondo del Gioieni, con quei diavoli scatenati degli svizzeri che bruciavano le case come niente fosse, rompendo contro i muri certe bottiglie piene di un liquido che prendeva subito fuoco. Il povero zi' Croce aveva sparato una diecina di colpi, appostato a una cantonata delle prime case di Catania, lass. E tra una fucilata e l'altra, si era raccomandata l'anima, atterrito degli svizzeri che non avevano paura di morire perch -- gli avevano detto cos -- erano sicuri di rinascere subito al loro paese, e non credevano n in Dio n nella Madonna. -- Zi' Pecoro, fuoco! -- gli urlava il leprino, che tirava come un demonio. -- Sant'Agrippina! E lo zi' Pecoro sparava senza saper dove, tra il fumo, abbassando la testa a ogni fischio di palla. Ed ecco, dai fianchi, cannonate, fucilate! E uno sbandarsi improvviso: gente che scappa quasi impazzita, urli, bestemmie, uomini che cadono come mosche, e il leprino, sanguinante, che grida: -- Zi' Croce, fratello mio, non mi abbandonate! Essere scampati vivi da quell'inferno gli era parso un miracolo. -- Zi' Croce, fratello mio, non mi abbandonate! Il leprino aveva una palla nella coscia; e lo zi' Croce ora lo reggeva col braccio, ora lo prendeva su le spalle: cos si erano trovati alla riva del Fiume Grande, tra una gran calca di fuggiaschi, con un immane ingombro di carri, di carrozze, di animali, e uomini, donne, vecchi, fanciulli, d'ogni condizione, tutti col terrore del massacro nel viso, tutti con gli occhi rivolti verso Catania che bruciava e fumava sinistramente nella notte serena, lontano, quasi l'Etna, squarciati i suoi fianchi, riversasse sulla citt fiumi di lava. * * * Quell'angosciosa nottata egli non l'aveva dimenticata pi; il riverbero di quegli incendii gli era rimasto davanti agli occhi, e negli orecchi i pianti e le grida dei fuggiaschi che si spingevano, si urtavano per passare i primi nella barca di tragitto e mettere almeno l'acqua del fiume tra loro e gli svizzeri creduti alle spalle. E la rivoluzione era finita. Il Borbone era ritornato e con esso il macinato; e sarebbe tornato anche il colra, quantunque ci fosse stato indulto per tutti. Rassegnato alla volont di Dio, lo zi' Croce, ripreso l'aratro e la zappa, aveva pure comprato un agnello, poich sua moglie aveva gi dovuto vendere il pecoro per non morire di fame. E tornava di rado in citt, pur di non vedere quei brutti ceffi dei birri che si credevano tanti Ferdinandi Secondi, e non rispettavano nessuno. Infatti don Pietro, il capitano, se ne stava chiuso in casa sua, prigioniero volontario, e passeggiava su e gi per la terrazza a testa bassa, con le braccia dietro la schiena, raso, senza un pelo su la faccia, perch la polizia gli aveva imposto cos. Lo zi' Croce per, in campagna, s'era lasciato crescere la barba; i birri dovevano venire fin l e condurre con loro il barbiere, se avevano paura dei peli di lui! Intanto, le poche volte che egli si era avventurato in citt, l'aveva passata liscia. La rivoluzione era finita da un pezzo, non se ne fiatava nemmeno; ma la testa dello zi' Croce lavorava, lavorava, componendo certe poesie, con versi o troppo lunghi o troppo corti, e immagini cos oscure che non ne avrebbe cavato il senso egli stesso: sempre un'aquila forte che sfidava il leone; sempre draghi e serpenti, seguiti da fulmini e da tempeste, finch non arrivava, all'ultimo, Santa Agrippina, con in pugno la croce e il braccio levato in alto per disperdere i saraceni, come nel gran quadro dipinto su la volta della bella chiesa della santa: _Santa Irpina ccu la cruci in manu,_ _La negghia si squagghiau e piriu lu saracinu!_ La nebbia si sciolse, e il saraceno per! Quel saraceno, si capiva, significava il Borbone. E canticchiava le sue canzoni, con voce stonata, facendo tornare i versi sbagliati con la scorta della melodia, mangiandosi mezze le sillabe, intanto che _scatenava_ il terreno sodo a colpi di zappa, o reggeva con una mano l'aratro e coll'altra il pugnolo per aizzare i buoi lenti, nella lieta solitudine della campagna. -- Zi' Croce, che cantate? -- gli domandavano i vicini. -- Canzoni di sdegno. E per lui erano tali davvero. Gli anni passavano senza novit, ma egli sperava sempre. Le domeniche, tornando al paese per la santa messa, andava a sedersi sul muricciuolo del viale fuori Porta, di faccia alla terrazza dove don Pietro passeggiava su e gi con la testa bassa e le mani dietro la schiena, ma ora con tanto di barba perch la polizia non badava pi ai peli. Ed egli guardava quel volontario prigioniero, aspettando che gli facesse un cenno di saluto, nient'altro; cenno che lo zi' Croce interpretava a modo suo, perch don Pietro, il capitano, rappresentava agli occhi di lui la rivoluzione in persona. -- Quello l, s, quello solo era un uomo! E dopo di essere stato un paio d'ore a guardarlo andare su e gi, con la testa bassa e le mani dietro la schiena, egli tornava in campagna consolato, col cuore riboccante di speranza, quasi che con quel cenno di saluto don Pietro gli avesse assicurato: -- La rivoluzione? Domani. Dal colra del cinquantacinque egli era scampato per caso. I birri erano venuti, nella notte, a spargergli la maledetta polvere bianca davanti la porta di casa. Ma dal letto, egli aveva uditi i loro passi cautelosi e aveva udito borbottare non so che parole. Chi poteva andare attorno a quell'ora, all'infuori dei birri che avevano il contraveleno? E aveva svegliato sua moglie: -- Rosa, Rosa, hai sentito! Buttano il colra! -- Ah, Vergine santissima! -- Zitta! Sapevano che dovevo andare, all'alba, in campagna. E il giorno dopo raccontava il caso ai vicini, che ascoltavano spaventati. Aveva visto i birri dal buco della serratura, dove era incollato un vetro per impedire l'accesso all'aria infetta e poter spiare: e aveva visto la polverina bianca bianca, che gl'infami spargevano con un soffietto, imbavagliati fino agli occhi per non prendere essi il veleno. E raccontando, credeva proprio di aver visto i birri imbavagliati e la polvere bianca bianca e il soffietto. Pruff! Pruff! Due sbruffettini! E se, per disgrazia, egli avesse posto il piede fuori la soglia prima del levarsi del sole, a quell'ora gi sarebbe stato laggi, nel carnaio dei Cappuccini! Gli veniva la pelle d'oca. Ma dunque non ci pensavano pi alla rivoluzione? E una sera, molto tardi, and picchiare alla porta di don Pietro. -- Capitate a proposito! Don Pietro lo condusse in uno stanzino, in fondo in fondo. Ci si vedeva appena con quel lumicino. -- Questa lettera, in Catania, al tal dei tali. Mi fido soltanto di voi. Lo troverete nella farmacia Borello. Direte queste precise parole: Mi manda vostro compare. Avete capito? -- Mi manda vostro compare. Non chiese spiegazioni; and, port la risposta: ripart, ritorn. E una sera finalmente, don Pietro gli confid: -- Quelli del Comitato Segreto sono di l. Lo zi' Croce si prese tra il police e l'indice le labbra e le tenne strette un momento; voleva dire: Silenzio di tomba! E riprese a cantare le sue strambe canzoni. -- Zi' Croce, che cantate? -- Canzoni di amore! E bisognava vederlo la mattina che il Comitato affiss il gran proclama della rivoluzione accanto al quale lo zi' Croce si appost col fucile in ispalla, come quando aveva fatto da sentinella davanti la caserma del battaglione dei Corsi, nel quarantotto, a Catania. -- Chi ruba, fucilato! -- egli ripeteva ai contadini che stavano a guardare diffidenti e balordi. -- scritto qui, se non sapete leggere. E sti in sentinella fino a tardi, serio serio, impettito, quasi la rivoluzione l'avesse fatta lui. E non pensava pi ai birri che gli avevano buttato la polverina bianca bianca davanti a la porta di casa; anzi, la mattina che don Pietro e gli altri del Comitato condussero in piazza quei poveri birri, smorti e tremanti, per dire al popolo: -- Chi gli torce un capello, va fucilato; -- lo zi' Croce si sent intenerire, ed esclam: -- Poveretti! Erano comandati. Che potevano fare? E part di nuovo per arruolarsi con Garibaldi, e di nuovo disse alla moglie: -- Ti raccomando il pecoro! Questa volta sua moglie non strill, lo lasci andare, rimpiangendo il bel fazzoletto di seta rosso che zi' Croce si era annodato al collo, col pizzo dietro, da vero garibaldino. Brontol soltanto: -- Ora siete quasi vecchio; che andate a fare? Infatti, dagli stenti e dal lavoro, egli pareva pi vecchio che non fosse, bruciato dal sole, tutte rughe e coi capelli brizzolati. Era capitato a Messina il giorno dell'entrata di Garibaldi, dopo la battaglia di Milazzo; e si era inginocchiato, a capo scoperto, come davanti al santissimo Sacramento, mentre il generale passava a cavallo col gran mantello bianco su la camicia rossa, bello e biondo, tutto Ges Cristo. E non aveva potuto frenare le lagrime di commozione che gli velavano gli occhi. Ma anche l, in caserma, c'era con lui quel maledetto leprino dell'Ingo che non lo lasciava tranquillo: -- Prestatemi due palanche, zi' Pecoro! Tornava a chiamarlo cos, insistente, importuno, insaziabile; oggi due, domani quattro palanche, quasi egli fosse stato il cassiere di lui, che poi andava a ubbriacarsi per le taverne dei vicoli e avrebbe voluto trascinarlo con s. E di oggi due, domani quattro palanche, finch un giorno non gli vide commettere un sacrilegio che lo fece inorridire. Il leprino lo aveva fermato davanti una bettola: -- Datemi due soldi; mi son giocato il rancio e l'ho perduto; due soldi perch mi comperi un panino. Non ci veggo dalla fame. -- Due soldi di pane, s; ma niente vino. -- E un soldo di formaggio! -- No! -- Allora il mio companatico sar questo! E lo scomunicato, che aveva gi spaccato in due la pagnottella uscita allora allora dal forno, strappato, bestemmiando, il Ges bambino di cera appeso al muro sul banco, e schiacciatolo tra le due fette, s'era messo ad addentare la pagnotta fumante da cui colava la cera sciolta. Da quel giorno, lo zi' Croce non aveva pi dato un soldo al leprino. * * * Nuovo re, nuova legge. Questa volta lo zi' Croce era tornato a casa senza aver veduto neppure da lontano il fumo delle fucilate. Aveva preso le febbri tra i pantani del Faro, e Garibaldi era partito lasciandolo all'ospedale, quasi moribondo. Nuovo re, nuova legge. Per lui per il vero re non era Vittorio Emanuele, ma Garibaldi, anzi San Garibaldi come egli lo chiamava, scoprendosi il capo quando gli capitava di nominarlo. E andava a lavorare in camicia rossa, con la gamella a tracolla per la minestra di fave di cicoria: e per ci gli altri contadini lo chiamavano Zi' Gamella. Egli ci teneva a questo nomignolo. Loro erano rimasti a casa, quando egli, vecchio e acciaccato, era accorso al richiamo di San Garibaldi. E n'era stato compensato: aveva visto con quei suoi occhi, da vicino, il generale col gran mantello bianco su la camicia rossa; poteva morire contento. Voleva pure un po' di bene a Vittorio Emanuele; tanto, che invece della barba intera, ora portava baffi e pizzo come lui, solo fra i contadini tutti sbarbati. Ma tra Vittorio -- egli lo chiamava famigliarmente cos -- tra Vittorio e Garibaldi, oh, ci correva! E il giorno di San Giuseppe, lo zi' Gamella -- se lo diceva da s con un senso di orgoglio -- non voleva mancare a far da sentinella al ritratto del generale, appeso sotto al baldacchino e con le torce accese torno torno, mentre la banda musicale suonava l'inno. -- Viva San Garibaldi! E qualcuno, irridendolo, gli rispondeva: -- Viva lo zi' Gamella! Anche sua moglie gli diceva: -- Non dite cos; peccato! Andate a confessarvi piuttosto, ora che s'avvicina la Santa Pasqua. And a confessarsi parecchi anni dopo, gi malandato, curvo, coi reumi alle gambe, che gli rodevano le osse. -- Non posso assolvervi, -- gli disse brusco brusco il confessore. -- Perch? -- Avete spogliato il Santo Padre! -- Se non lo conosco neppur di vista! E aveva dovuto andarsene senza assoluzione, perch non aveva voluto rinnegare Garibaldi e Vittorio Emanuele. Aveva spogliato il Santo Padre, lui, lui che non lo conosceva neppur di vista? Non sapeva capacitarsene, stupito e nello stesso tempo spaventato di quell'accusa. -- Senza assoluzione e senza il santo precetto? Doveva morire come un ebreo dunque, lui che era stato sempre un buon cristiano? Ma una sera, entrato nella chiesa della Mercede per la benedizione, vide in un angolo il canonico Bellinello che spacciava in fretta e furia i _galantuomini_ accorsi a confessarsi da lui. Inginocchiato a pochi passi di distanza, lo sentiva brontolare: Avanti! Avanti! e poi gli vedeva alzare la mano e fare il segno dell'assoluzione. -- Come? -- pensava lo zi' Gamella, dando un'occhiata in giro: -- quello l un marcio usuraio, ed stato assolto! Quell'altro se la dice con la nipote che tiene in casa e d scandalo a tutti; ed ecco assolto anche lui..... Ed io, che non conosco il Santo Padre neppur di vista, io non posso essere assolto, col pretesto che l'ho spogliato! Ma di che l'ho spogliato? E buttatosi a pi del canonico, cominci da capo la sua confessione. -- Avanti! Avanti! Quel prete non gli dava tempo di raccapezzarsi. All'ultimo, lo zi' Gamella, esitante, raccont il caso occorsogli: -- Avanti! -- brontol il canonico, tirando su una presa di tabacco. -- Il poter temporale, figlio mio? Quistione di pagnotta. Avanti! Questione di pagnotta! _Ego te absolvo in nomine_..... E gli trinci sul capo l'assoluzione. LA CASA NUOVA Da qualche tempo in qua le passeggiate estive del notaio Barreca col dottor Ballocco non erano pi assolutamente silenziose come da tant'anni. Da anni ed anni, ogni giorno, ad ora fissa, verso le cinque pomeridiane, il notaio deponeva la penna, chiudeva nell'armadio atti, registri, minute, staccava dal chiodo infisso al muro la tuba, prendeva dall'angolo dell'anticamera, dove l'avea riposta entrando, la sua mazza di sorbo; e, scesi cautamente gli scalini sbocconcellati del suo studio notarile, si fermava su la soglia della porta, col pomo della mazza sotto il mento, zufolando sommessamente in attesa dell'amico dottor Ballocco. Poco dopo, puntualissimo, il dottore appariva dalla Via della Spera, lungo lungo, magro magro, camminando come un palo che stenti a reggersi ritto, dando una spallata a destra ed una a sinistra, quasi non potesse altrimenti mettere in moto le gambe sottili. Allora il notaio si staccava dalla soglia avviandosi; il dottore gli veniva incontro; e, messisi l'uno a fianco dell'altro, senza salutarsi, senza scambiare una sola parola -- il notaio continuando a zufolare sommessamente la sua aria favorita, il dottore dondolandosi su le gambe sottili -- partivano per la loro passeggiata fuori le mura, quasi fossero state due persone che andavano assieme per caso, senza badarsi, sovrappensiero, ognuna pei fatti suoi. Usciti fuori Porta Vecchia, infilavano il gran viale alberato a passi gravi e lenti, come si addiceva a persone serie e che non avevano fretta, il notaio non smettendo un istante il suo monotono zufolo, il dottore svagandosi a buttar di lato, con la punta della sua canna d'India, i sassolini e gli sterpi che gli capitavano tra i piedi; e cos percorrevano tutto lo stradone, girando torno torno il paese, fino ai forni di mattoni fumiganti laggi, sotto la spianata, che pareva una terrazza fatta a posta per godervi comodamente la vista dell'immenso e incantevole paesaggio. Ma n il notaio n il dottore si curavano mai di dargli un'occhiata; anzi gli voltavano le spalle, sedendosi sul muricciolo, l'uno continuando il sommesso monotono zufolo -- fchiti-fon! fchiti-fon! -- l'altro armeggiando coi sassolini e gli sterpi o tracciando linee e ghirigori sul suolo polveroso, fino al momento che scattavano, tutti e due, quasi spinti da una molla. E tornavano addietro, a passi gravi e lenti, rifacendo la strada allo stesso modo, ripassando sotto gli alberi del gran viale, rientrando per la Porta Vecchia; e, arrivati al posto dove si erano incontrati un'ora avanti, si staccavano l'uno dall'altro, senza scambiarsi una parola, senza farsi un cenno di saluto; il notaio, per andar a chiudere le finestre e la porta del suo studio e licenziare lo scrivano che l'attendeva; il dottore, per risalire la via della Spera e mettersi a sedere nella farmacia dello Storto, come chiamavano il farmacista, perch aveva una gamba un po' storta e zoppicava. Nei giorni di pioggia, assai rari, il notaio ed il dottor Ballocco sembravano due anime in pena, coi nasi all'aria sotto gli ombrelli, davanti a la porta dello studio notarile. Il notaio scendeva gi, quasi non si fosse accorto che pioveva, e stava ad aspettare il dottor Ballocco, che non tardava a spuntare dalla cantonata, con l'ombrello aperto, col solito passo, quasi non si fosse accorto della pioggia nemmeno lui. E tutti e due si fermavano accosto al muro, spiando il cielo, lanciando occhiatacce alle nuvole, scotendo la testa contro il cattivo tempo, che avrebbe potuto attendere almeno un'altra ora prima di rovesciarsi gi e guastargli la passeggiata! Non dicevano una parola; s'intendevano con gli sguardi, con cenni del capo: -- Spiove! -- Non spiove! -- Spiove! -- E occhiatacce al cielo, e spallucciate d'indignazione contro la pioggia che non smetteva e minacciava di inzupparli. -- Spiove! -- Non spiove! -- Spiove! -- Poi, tutt'ad un tratto, il notaio chiudeva l'ombrello e si ficcava dentro la porta dello studio notarile; e il dottor Ballocco si spiccava dal muro e andava via, balenando, quasi la pioggia gli avesse rammollite le gambe. N una parola, n un saluto, come nelle passeggiate. Da qualche tempo in qua per le loro passeggiate non erano pi assolutamente silenziose. Arrivato a un punto dello stradone, una sera, il notaio si era fermato per guardare in alto verso il ciglione a destra; e, dopo una muta contemplazione di qualche minuto (il dottore si era fermato pure lui, messo in curiosit dall'insolito caso) aveva esclamato con un sospiro: -- Ecco quel che mi ci vorrebbe! -- Che cosa? -- avea domandato il dottore. -- Quella rovina l, quelle quattro mura crollanti, quello spazio! -- Per che fare? -- Per fabbricarmi una casa. Nella mia gi stiamo come tante sardelle nel barile! -- Sfido io! Con una moglie come quella!... Ed il dottore, pronunciate queste parole con tutta la pi acre sua ironia di scapolo impenitente, aveva ripreso la passeggiata, senza curarsi di vedere se l'amico lo seguiva. Alludeva alla straordinaria prolificit della signora Barreca, che tre volte di seguito avea fatto al marito il bel regalo di due figliuole alla volta, dopo altre due regalategli prima; e quando ella usciva di casa, pareva la chioccia coi pulcini, con quelle otto ragazze a canne d'organo, da Lisa, la maggiore, spilungona di quindici anni, a Rosina che avea tre anni ed era alta quanto una forma di cacio. Il dottore non sapeva perdonare al suo amico la corbelleria di aver preso moglie passata la quarantina. All'annunzio del primo parto gemello, si era messo a ridere compassionevolmente, crollando la testa. All'annunzio del secondo, era balzato, guardando in faccia il povero notaio che si grattava la nuca imbarazzatissimo. Al terzo, prima era scoppiato a ridere sgangheratamente, poi, con un grande sdegno negli occhi, lo aveva sgridato: -- Ma che diavolo! Sei ammattito? Quasi il povero notaio ci avesse colpa lui. Certamente era stata una corbelleria prender moglie a quarantadue anni e prenderla cos giovane, che avrebbe potuto essergli piuttosto figlia. Ma la ragazza aveva una buona dote; ma egli era rimasto solo al mondo e gli affari gli andavano a gonfie vele. Aveva calcolato che due, tre figli non sarebbero stati troppi, e si era lasciato lusingare dalla dolce prospettiva di avere una famigliuola e morire circondato da persone che gli avrebbero dovuto voler bene. Invece!... Troppa grazia, Sant'Antonio! come diceva quello. Otto ragazze, e non un solo maschio per far vivere il nome dei Barreca, che si sarebbe estinto con lui, ultimo rampollo di una lunga progenie di avvocati, di canonici e di notai. Egli perci portava rancore alla moglie; e ad ogni nuova gravidanza di lei diventava cupo, intrattabile, sfogando anche in casa il suo malumore con quel sommesso zufolo -- fchiti-fon! fchiti-fon! -- che voleva significare: Vediamo se anche questa volta!... -- Ormai non sperava pi che colei smettesse il vizio, come egli soleva dire, di far due figliuole a ogni parto. Per fortuna gli affari prosperavano tuttavia; e un lontano parente della moglie era morto, lasciandole in eredit una bella sostanza. Ma in quella casa, portatagli in dote da donna Rita, tutto quel popolo di ragazze non si poteva pi raggirare. Le stanze sembravano camere da ospedale con due, tre letti ognuna, secondo lo spazio. Per ricevere qualche cliente che veniva a trovarlo di buon'ora, il notaio avea dovuto rannicchiare un tavolino e due seggiole in un bugigattolo che serviva da salotto e da anticamera. La casa dei Barreca, comoda ed ampia, era toccata al fratello maggiore, morto lasciando un figlio che gli era andato dietro, l'anno dopo, nell'altro mondo. La vedova, che aveva ereditato, si era subito rimaritata; e la casa era passata, con gran cordoglio del notaio, in mano di un avvocato suo avversario nelle elezioni municipali, il quale forse aveva sposato la vedova soltanto per fargli un dispetto. Cos ora si trovavano, in quella ristretta casa dotale, moglie, figliuole e lui, pigiati come tante sardelle nel barile, secondo la sua espressione. Si sentivano mancar l'aria. Le finestre di quattro stanze davano in un cortile ingombro di macerie, appartenente a un vicino che non voleva farlo mai ripulire. Un solo terrazzino su la via; e la signora Barreca aveva pensato d'ingombrarlo talmente di vasi di basilico, prezzemolo e menta, utili erbette per la cucina, che vi si poteva affacciare uno per volta; e poi era quasi propriet assoluta delle bambine minori, che non avevano posto migliore per farvi i loro giuochi infantili un po' all'aria aperta. vero che il notaio stava pochissimo in casa, ma in quelle poche ore del pranzo e della cena, vedendosi sempre davanti e dattorno le otto figliuole che crescevano a vista d'occhio, e che fra qualche anno avrebbero voluto un po' pi di luce e d'aria per non morire di anemia, sentiva una sorda irritazione contro s stesso e contro tutti; e per un nonnulla montava in bestia, urlava, dava scapaccioni alle figliuole, trattava male fino i clienti se non si capacitavano, di primo acchito, delle ragioni e dei consigli da lui dati per menare a buon porto un negozio. Ormai l'idea di trovare un'altra casa da affittare da comprare era divenuta, a poco a poco, una fissazione per lui. Ma non era come dirlo! Chi aveva una bella casa, in quel suo paesetto, se la teneva per s; v'era nato e voleva morirvi; e in quanto ad affittare, si trattava di catapecchie per contadini soltanto. Fabbricarsela! Non c'era altro verso. Fabbricarsela di sana pianta, spaziosa e pulita..... Un convento!..... Non ci voleva meno di un convento per tutti loro! Fabbricarsela, o pure avere la virt miracolosa di S. Francesco di Paola che, tira, tira, lui da un capo ed il falegname dall'altro, aveva allungato fino alla giusta misura una trave troppo corta pel tetto della chiesa in costruzione. Ah! Allora il notaio si sarebbe appoggiato con le spalle a uno dei muri della casa, e, ponza, ponza, l'avrebbe allargata quanto occorreva, in modo da potervi stare comodamente anche con una dozzina di figliuoli! E cos fantasticando, una volta gli era accaduto di appoggiare le spalle al muro e puntare i piedi al suolo e far forza, quasi San Francesco di Paola avesse dovuto comunicargli la sua virt miracolosa. Avea tastato qua e l, questa e quella persona, e incaricato un certo faccendiere; avea promesso mance a parecchi se gli trovavano una casa da comprare o da affittare: niente! Alla fine uno gli aveva suggerito: -- Perch non comprate i casalini del palazzo Collotta? -- Il barone non li vuol vendere. -- Chi ve l'ha detto? -- Il suo procuratore. -- un mascalzone; lo dice per farvi dispiacere. -- Dispiacere a me? Che gli ho fatto? -- Non so. -- Ma bisogna buttar gi tutto e cominciare dalle fondamenta! -- I quattrini li avete; metteteli fuori. Entratagli questa pulce nell'orecchio, aveva scritto direttamente al barone in Palermo ed attendeva la risposta. E per ci quella volta si era insolitamente fermato a guardare i casalini sul ciglione, a destra della passeggiata; e ripeteva l'atto ogni sera, interrompendo lo zufolo, ripetendo, con gran dispetto del dottore: -- Ecco quel che mi ci vorrebbe! Il dottore alzava le spalle, non si fermava neppure, e con la punta della sua mazza colpiva sassi e sterpoli, mandandoli da questa o da quella parte dello stradone, rabbiosamente. -- Commetterai una seconda corbelleria, pi grossa di quella di prender moglie! -- profetizz una sera all'amico. -- Che debbo fare dunque? -- rispose il notaio stizzito. -- Crepare l dove stai. Tanto, siamo vecchi. Non te ne accorgi? * * * Un mese dopo, una mattina, di buon'ora, ecco uscire di casa del notaio la chioccia coi pulcini, e lui dietro; andavano a vedere il posto della casa nuova, come gi la chiamavano. Uno sfacelo. Muri crollati o crollanti; scale rimaste per aria, pavimenti sfondati; e, tra le macerie, erbacce parassite e ortiche alte cos, che parevano alberelli. Donna Rita non sapeva dove mettere i piedi, atterrita di vedere le bambine sguinzagliate sotto gli archi, su i mucchi di pietre e calcinaccio, col pericolo di rompersi il collo. Il notaio gongolava, zufolando allegramente il suo eterno fchiti-fon! fchiti-fon! che ora significava: Finalmente ci son riuscito! Egli non badava alle bambine, non si curava degli strilli delle due minori che avevano abbrancato le ortiche e si sentivano frizzare le mani quasi avessero toccato carboni roventi. Eretto sur un grosso pezzo d'intaglio rimasto ritto come un cippo funerario in mezzo alle macerie, trinciava con la sua mazza di sorbo fantastiche linee, elevava piani, divideva stanze: qui l'anticamera, l il salotto, qua la camera matrimoniale, l la sala da pranzo; e ad oriente, dalla parte dello stradone, la fila delle stanze da dormire per le ragazze, una per ognuna; e sotto, a pianterreno, l'orto o giardinetto, fiori e frutta..., _miscuit utile dulci_. Dalla gioia, parlava latino a Lisa che gli stava a lato e insisteva per avere una cameretta con l'alcova. -- Perch con l'alcova? -- Mi piacerebbe cos! -- Vedremo! Vedremo! Ma che aria, eh? E che sole! -- E che vento, non lo dite? -- lo interruppe sua moglie. -- Vento? Quando tira, tira da per tutto. Non dire sciocchezze! La signora Barreca contraddiva raramente suo marito. Era donnina calma, rassegnata, che sopportava come gastigo de' suoi peccati i tre parti di gemelle e tutta quella figliolanza femminile. Bionda, smorta, vestita sempre di scuro, badava alle faccende di casa, che non erano poche, alle bambine che dovevano andare a scuola e facevano i compiti su la tavola da pranzo senza tappeto, per paura dei calamai frequentemente rovesciati; e sorvegliava Lisa, la spilungona (il nomignolo glielo aveva appiccato il notaio, per compiacenza della statura di lei, e le sorelle glielo ripetevano spesso sapendo che ella ci si arrabbiava). La sorvegliava all'insaputa del marito, per evitare scene e guai; le aveva trovato in un cassetto una letterina amorosa di uno studente in vacanza, e poi aveva intercettato la risposta in mano della serva, che era stata mandata sbito via. -- Che ha fatto, da mandarla via? -- voleva sapere il notaio. -- Questa faccenda che mi riguarda! -- avea risposto donna Rita. -- Vi ho forse domandato perch avete preso un nuovo scrivano? Ed il notaio la guard meravigliato di quella risposta che gli era parsa straordinaria arditezza. Egli l'aveva abituata a non aver volont, a non interrogare, a non ragionare di niente. In casa era un despota silenzioso -- fchiti-fon! fchiti-fon -- e bastava; meno le non rare volte che montava in furia, spesso per un nonnulla, e buttava tutto per aria, piatti, bottiglie, bicchieri, facendo tremare gli usci e le imposte dagli urli, minacciando di legnare mamma e figlie! Qualche vicino accorreva. Le ragazze si erano gi rinchiuse nelle loro camerette; donna Rita piangeva zitta zitta in un canto; e il notaio, con gli occhi rossi e la faccia congestionata, se la prendeva con le seggiole, con la tavola da pranzo, con gli usci, dando un pugno qua, un calcio l, fino a che la presenza di quell'estraneo non lo faceva rientrare in s. -- Andiamo! Che questo, signor notaio! -- Non sono padrone in casa mia? Non posso fare quel che mi piace? Comando io, s o no? Voglio essere obbedito! -- Ha ragione! Sta bene... Ma si calmi! Brontolava ancora un poco, poi si calcava sul capo la tuba, prendeva la mazza di sorbo, e andava via zufolando. Dal giorno per che aveva firmato il contratto di compera dei casalini del barone Collotta -- non si poteva pi dire: _del palazzo_, perch non c'era in piedi neppur la facciata -- il notaio parve cambiato di punto in bianco; moglie e figlie quasi non lo riconoscevano pi, udendolo chiacchierare a tavola, specialmente dopo cena, della futura meraviglia della casa nuova. Voleva fare le cose in grande; far crepare di rabbia certa gente. I quattrini erano l pronti, in bei biglietti da cento e da mille, messi da parte a posta, accumulati l'uno su l'altro. Non doveva cavarsi il cappello a nessuno. E tirava fuori da una cassetta della scrivania la pianta della casa, e la stendeva su la tovaglia, lieto che le bambine piccine gli montassero su le ginocchia per guardare, e si leticassero le camere quasi fossero gi allestite di tutto punto, ed esse dovessero andare a dormirvi fra un quarto d'ora. Invece, appena da una settimana i manovali lavoravano a sgombrare il terreno dalle macerie, a buttar gi i muri crollanti, ad ammucchiare le pietre ancora servibili per la prossima costruzione. Il notaio passava lunghe ore col, fra nugoli di polvere, stimolando gli operai, sollecitando i ragazzi che coi corbelli di vimini portavano lo sterriccio sui carretti, segnando nel taccuino i viaggi dei carrettieri per non farsi rubare da quella canaglia. Lo scrivano veniva di tratto in tratto a chiamarlo per un testamento, per un contratto di matrimonio, per un _brevetto_; e il notaio si staccava a malincuore da quelle macerie, da quello sterriccio, da quello spazio che di mano in mano sgombrato, pareva ingrandirglisi davanti agli occhi. Ma intascando i diritti notarili, sorrideva pensando che anch'essi avrebbero aiutato a murare qualche sasso di pi. E, all'ora solita, era sempre sulla soglia dello studio notarile, col pomo della mazza di sorbo appoggiato sotto il mento, zufolando sommessamente in attesa del dottor Ballocco; e avviandosi assieme con lui per la passeggiata, ora affrettava un po' il passo fino al punto dello stradone, a cavaliere del quale doveva sorgere fra un paio di mesi la facciata della sua casa. Non si fermava pi, ma si voltava a guardare, e interrompeva lo zufolo per dire al dottore: -- Sei finestre e un balcone in mezzo. O pure: -- La cucina, dalla parte di l. O pure: -- Nell'orto ho gi piantato le viti! Brevi parole, accenni che continuavano un suo ragionamento interiore, quasi l'amico avesse potuto vederlo pensare, e per ci capire che cosa egli volesse dirgli. Il dottore crollava il capo, faceva una spallucciata. Per lui il _mal della pietra_ era la peggiore delle malattie; si sa quando si comincia, ma non si sa quando si finisce. Gli architetti sono furbi; vi dicono: -- Spenderete mille; n un soldo di pi, n un soldo di meno! -- Avrete speso venti mila e sarete appena a met dell'opra!... Vah! se il notaio non gli aveva voluto dar retta, peggio per lui. -- Tutto questo il dottore lo pensava, ma non lo diceva; o lo diceva a modo suo, con la punta della mazza, spingendo di qua e di l i sassolini, i pezzetti di carta, gli sterpi, qualunque cosa gli capitava tra i piedi; stizzito che ora quella passeggiata, prima cos bellamente silenziosa, avesse mutato carattere con queste interruzioni. E respirava, appena il notaio non poteva pi avere il pretesto di voltarsi perch il ciglione, nella curva, non lasciava scorgere il posto dove una volta sorgeva il palazzo del barone Collotta. Infatti il notaio poco dopo riprendeva il suo zufolo, e i due strani amici continuavano la singolare passeggiata. Le persone che li incontravano sorridevano, fermandosi per vederli passare, udire il fchiti-fon! fchiti-fon! del notaio gi divenuto leggendario in paese, e osservare il dottore che pareva incaricato di tener netto lo stradone dai sassolini e dagli sterpi. Parecchi gi avevano notato che il notaio ora si lasciava scappar di bocca qualche parola; e la cosa sembrava sorprendente a dirittura! Mentre i muratori scavavano le fondamenta, il notaio faceva zappare e piantar l'orto da uno dei suoi contadini. Due piante di peschi, tre di nespoli del Giappone; le viti, gi legate al palo, indicavano dove fra un anno si sarebbe visto il pergolato. Poi, lungo il muro a secco che calava a piombo su lo stradone, in attesa della balaustrata di legno, una bella fila di vasi da fiori, conici, panciuti, di tutte le dimensioni, parte gi pieni di terra, parte vuoti; sarebbero stati lo spasso delle figliuole. Ai peschi, ai nespoli e all'uva avrebbe badato lui. Con la fantasia, li vedeva carichi di frutta dorate dal sole; pesche grosse cos, con la gota rossa e la bella peluria fresca; nespole succose, acidule, che gli facevano venir l'acquolina in bocca al solo pensarci; e uva bianca e nera pendente in grossi grappoli, da cogliere l per l all'ora del pranzo con le sue proprie mani! E il fresco da godersi l'estate, in maniche di camicia, in pantoffole, come un papa, con le bambine attorno! Quasi le figliuole dovessero rimanere sempre bambine e Lisa non fosse gi una donnina. E perci gli pareva che i muratori andassero a rilento, e le fondamenta stentassero a uscire a fior di terra. E sorrise quando vide salire su, a poco a poco, la facciata, coi pilastri delle porte che parevano germogliassero, e vide porre i davanzali delle finestre e poi gl'intagli e poi il cornicione, in cima. Seduto sotto un vecchio ombrellone di seta rossa per non arrostirsi al sole, il notaio zufolava, mentre i muratori cantavano accompagnandosi a colpi di cazzuola. Pensava a certe persone che dovevano diventare pi verdi dell'aglio e masticar tossico, passando per lo stradone, ora che di laggi la casa poteva sembrare compiuta col tetto e con le imposte alle finestre! Fchiti-fon! Fchiti-fon! Pareva un altro, sempre di buon umore, quantunque vedesse di giorno in giorno diminuire i biglietti di banca, non ostante che ogni settimana ve ne aggiungesse parecchi! Andavano via come l'acqua! Ma non voleva dir niente, se la casa nuova sorrideva, fresca come una rosa, al sole, col bel portoncino dalla parte di Via Lunga, di faccia alla chiesetta di San Cosimo; bella comodit anche questa, per andarvi a udir messa le domeniche senza attendere troppo. Era di buon umore, e non sapeva persuadersi perch mai ora Lisa stesse sempre imbroncita, e fosse divenuta un po' aspra nelle risposte alla madre. -- Che ha Lisa? -- egli domandava alla moglie. -- Niente. -- Ha i nervi, mi pare. -- Ragazze! Donna Rita non avrebbe mai detto quel che era accaduto una mattina, quando ella avea sorpreso la figliuola mentre parlava dalla finestra col suo studentello. L'aveva afferrata per le spalle, tirandola dentro; e allo studentello che scappava avea fatto intendere che lo avrebbe fatto prendere a calci dal notaio; e alla serva del proprietario del cortile, che si era affacciata alla finestra e rideva, aveva detto che ci avrebbe avuto poco gusto a praticare quel bel mestiere all'insaputa dei suoi padroni; doveva essere stata lei a dar agio di penetrare nel cortile allo sbarbatello screanzato! E siccome la serva aveva risposto malamente, n'era nato un putiferio... Lisa stava in broncio; la mamma la trattava con modi assai bruschi. E il notaio, alla spiegazione della moglie -- Ragazze! -- pensava che i nervi Lisa non li avrebbe pi avuti lass, nella casa nuova, con tutta quell'aria, con tutta quella luce! E per svagarla, la mattina dopo condusse col tutti, la chioccia coi pulcini. E le mura umide e il tetto risonarono degli allegri strilli delle ragazze che si rincorrevano per le stanze senza usci e coi pavimenti di gesso. Madonna Rita di un pizzicotto alla figliuola, facendola ritirare dal terrazzino, perch laggi nello stradone passeggiava lo sbarbatello malcreato, col sigaro in bocca, con le mani nelle tasche dei calzoni e il naso per aria, verso il terrazzino, impertinente sfacciato! * * * Ah! quel dottor Ballocco era stato un uccellaccio di malo augurio. S, s, nella casa nuova si stava larghi e comodi; ma quell'inverno il povero notaio, che cominciava a sentire gli acciacchi della vecchiaia, aveva passato terribili nottate e bruttissime giornate col vento di levante che urlava e fischiava e pareva volesse schiantar la casa dalle fondamenta. Due, tre inverni di quella sorta, ed essa sarebbe stata sconquassata peggio di prima. I due peschi, stroncati; i nespoli, sfrondati; il pergolato buttato gi a catafascio; i vasi dei fiori, la pi parte ruzzolati per terra come se durante la nottata ci fosse stato qualcuno che avea giocato alle bocce con essi; parecchi ridotti in frantumi. Miracolo che le imposte avessero resistito e che soltanto pochi tegoli fossero stati portati via, come foglietti di carta, e buttati sul selciato di Via Lunga! Quella mattina il povero notaio, imbacuccato nel vecchio ferraiuolo, col berretto da casa calcato fin su gli orecchi, per poco non pianse vedendo tanta distruzione. Le figlie e donna Rita gli andavano dietro, rizzando i vasi, sollevando i sostegni del pergolato, raccontandosi le paure della nottata, perch esse, nate e cresciute in quell'altra casetta incastrata fra case pi alte che la proteggevano da ogni lato, non avevano nessuna idea delle ventate di levante. Col avevano dormito come tra la bambagia; qui invece, la notte avanti, avevano avuto tanta paura che erano saltate gi dai letti; e il notaio e donna Rita, che recitavano paternostri e avemmarie, se le erano viste comparire in camera, mezze vestite, a piedi scalzi, atterrite, piagnucolanti. C'era voluta tutta la severa autorit del notaio per indurle a tornare nelle loro camerette. Ora ridevano tra loro, rammentando certi gesti, certe parole di questa e di quella, durante il terrore del vento; facevano un chiacchiericcio allegro che indispettiva il notaio; parevano divertirsi in mezzo a tutta quella rovina che dava loro tanto da fare l dove il babbo non voleva che mettessero le mani e quasi quasi neppure i piedi, perch la cura dell'orto doveva essere tutta sua. Ma ecco: il danno che egli temeva venisse fatto dalla sbadataggine delle ragazze, il vento glielo aveva fatto, e centuplicato, in poche ore! E stava a guardare, divagando, dando incoraggiamenti; soltanto si meravigliava che Lisa se ne stesse zitta in un canto, e che donna Rita brontolasse sotto voce rivolgendosi a lei. -- Ma che hai -- le domand -- con quella figliuola? -- Niente! La solita risposta. Non poteva dirgli: Guardate l, quello sbarbatello che fa l'asino con lei! Lo studentino, seduto sul muricciolo dello stradone l sotto, fumava, dondolando le gambe, guardando lass, fingendo di cavar di tasca il fazzoletto per soffiarsi il naso, e agitandolo un po' in segno di saluto, lo smorfioso! Ed erano passati due anni, due anni cattivi. I fondi avevano fruttato poco, ora perch le piogge non erano venute a tempo, ora perch i seminati erano stati invasi dalla ruggine, e gli ulivi malmenati dalla nebbia sul punto della fioritura. Anche gli affari cominciavano a scarseggiare; le tasse si mangiavan tutto. Chi aveva quattrini se li teneva in tasca! E poi c'era la concorrenza del nuovo notaio, giovinastro che si dava l'aria di pezzo grosso, perch aveva messo su uno studio con bei mobili e faceva aspettare i clienti in anticamera, quasi fosse stato un ministro. E i babbei abboccavano; accorrevano da lui che li spennacchiava senza farli stridere, buttando loro negli occhi la polvere delle belle maniere, dei salamelecchi, come se il codice e la procedura consistessero nei salamelecchi e nelle belle maniere! Ah che tempi! Veniva in uso la moda anche pei notai! Si doveva giungere a questo con l'_Italia una e pagnotte cento_! Basta! Egli era vecchio ormai! E senza quel nugolo di figlie, avrebbe chiuso lo studio notarile; e chi avrebbe voluto l'opera sua, avrebbe dovuto venire a pregarlo in casa, col cappello in mano, quasi per ottenere una grazia! Passava lunghe ore nell'orto, a covare con gli occhi le nespole del Giappone che pendevano a grappoli dai rami, e covare l'uva del pergolato che ingrossava al sole... cento, dugento, trecento grappoli... non riusciva a contarli esattamente; li avrebbe colti con le sue mani fra qualche mese: intanto bisognava difenderli con la zolfatura dall'_oidium_, e anche dal barbaro gusto delle ragazze a cui piaceva l'agresto! Soltanto a Lisa egli permetteva di accompagnarlo laggi certe mattine, a Lisa che era savia, seria, e che gli ispirava una particolar tenerezza scorgendola, inesplicabilmente, avversata dalla mamma in ogni cosa. Visto che donna Rita non gli dava nessuna plausibile spiegazione di quel suo strano contegno, egli si era rivolto alla figlia, un po' acre anche lei nelle risposte e nei modi: -- Ma insomma, che avete tutte e due? -- Niente. Se la faceva sedere accanto, sul muricciolo; ragionava con lei delle piante, delle faccende di casa; e di mano in mano che passavano per lo stradone persone di sua conoscenza, si metteva a sparlar di loro ricordando il passato: -- Quello l un gran ladro! Quell'altro un usuraio! Questo qui un ipocrita, che va a messa tutti giorni, ed ha spogliato i pupilli di suo fratello! E una mattina che scorse laggi lo studentino col sigaro in bocca e il naso per aria, disse: -- della razza! Poveri e superbi! Suo padre era usciere di pretura, ma si messo a fare lo strascina-faccende davanti al conciliatore, dopo che stato cacciato via dall'ufficio! Sua madre... lasciamola stare!... Suo fratello maggiore andato a far la guardia di finanza! Costui vuol diventare... che cosa? Non lo sa neppur lui! Finge di studiare!... Invece del sigaro, comprati due soldi di pane, morto di fame!... Lisa si faceva di mille colori, udendolo parlare cos. -- Che ve ne importa? -- esclam stizzita. -- Ognuno deve badare ai fatti propri. E lei infatti badava, zitta zitta, sorniona, ai fatti propri, con la testina sconvolta e il cuore in fiamme per lo studentello; e resisteva alla guerra sorda della mamma che la minacciava di accusarla al notaio, com'ella chiamava abitualmente suo marito. -- Accusatemi! -- Ti spaccher la testa! Ti far uscir dal cervello il sangue pazzo! -- Lasciate che me la spacchi! -- Te la spaccher io prima di lui! -- Spaccatemela! Intanto il cattivo esempio di Lisa noceva alle altre sorelle che venivano immediatamente dietro a lei. Con quelle finestre su lo stradone, era un via vai di ragazzacci. Donna Rita non poteva aver occhi per tutte. E quelle testoline sventate si aiutavano a vicenda. Un'amica avea avvertita donna Rita dello _scandalo_ che dava tanto da ciarlare in paese; e la poveretta ci perdeva la salute dalla gran bile che inghiottiva. Un giorno o l'altro, se la cosa arrivava agli orecchi del _notaio_, sarebbe stato il finimondo in casa loro; quando il _notaio_ imbestialiva... Dio ne scampi! Tanto pi ora che gli affari andavano male e le spese aumentavano di giorno in giorno. Solamente a pensare ai vestiti e alle scarpe per tutte, c'era da sentirsi prendere dalle vertigini! Donna Rita malediceva la casa nuova e chi l'aveva consigliata a suo marito. Nell'altra, le ragazze stavano un po' ristrette, s, ma come in un convento. Qui, con tutte quelle finestre!... Se lei badava alla parte di via Lunga, le ragazze _facevano il telegrafo_ dal lato opposto. E poi, con quella nuova diavoleria del saper leggere e scrivere! Prima almeno non c'era da temere che le vecchie povere venissero a picchiare all'uscio per l'elemosina e per portare biglietti amorosi! Viveva per ci in continua ansiet; e ogni volta che il notaio tornava a casa pi abbuiato del solito, ella tremava di veder scoppiare l'uragano paventato. Scoppi una sera, quando meno donna Rita se l'aspettava. Quel giorno il notaio era stato pi allegro dell'ordinario. Aveva condotto gi nell'orto le figlie con panieri e canestri per cogliere l'uva. Montato su la scaletta, con una mano afferrava delicatamente il grappolo e tagliava il gambo con l'altra, armato di una forbice arrotata a posta per non fare strappi alla vite. Prima l'uva bianca, poi la nera; e le ragazze erano salite in casa in processione, coi panieri e coi canestri su la testa come tante vendemmiatrici. Poi il notaio, che non aveva mai loro permesso di assagiarne un chicco, ne aveva distribuito un grappolo a ognuna, dando su la voce alle scontente che volevano i grappoli pi belli e pi grossi. I pi grossi voleva mandarli in regalo al dottor Ballocco; glielo avrebbe annunziato durante la passeggiata. E fu allora, bel ringraziamento! che il dottore gli disse a bruciapelo: -- Tu rimbambisci con l'uva, e intanto c' chi vuol coglierti l'altra uva, assai pi saporita! -- Quale? che intendi? -- Le ragazze! Non avete occhi dunque, tu e tua moglie? -- Bada a quel che dici! -- Dico la verit! E siccome il notaio, sbalordito dall'incredibile rivelazione, si era rimesso inavvertitamente a zufolare, il dottore, per dovere di amico, si capisce, continu: -- Ecco il bel profitto della casa nuova! E raccont quel che sapeva. Non avevano occhi dunque, lui e sua moglie? -- Anche Lisa? -- balbett il notaio. -- S, s, peggio delle sorelle; col figlio dell'usciere Caniglia! Nomin pure gli altri; una filza! Il povero notaio non zufolava pi; il sangue gli era salito al capo. Arriv a casa con gli occhi iniettati di bile, con la schiuma alle labbra; e sbatacchiato l'uscio dietro a s, cominci a distribuire schiaffi e pugni come un pazzo furioso. -- Ah! te lo do io il figlio di Caniglia! Te lo do io Bacarella! Te lo do io Rumasuglia! Civette! Screanzate! Ah! Ah! Inseguiva per le stanze le figlie che tentavano di salvarsi, urlando e piangendo. E quando non poteva colpir loro, buttava per aria seggiole, tavolini, dava calci agli usci delle camere dove le ragazze erano corse a rinchiudersi mettendo i paletti. Trovatosi faccia a faccia con sua moglie che piangeva e strillava con le mani fra i capelli, le si piant dinanzi agitando in alto i pugni convulsi: -- E voi, signora donna Rita, non sapevate niente, non vi accorgevate di niente! -- Ho fatto tanto! -- esclam la disgraziata per scusarsi. E fu peggio. Il notaio le mise brutalmente le mani al collo, e forse l'avrebbe mezza strozzata, se donna Rita, fatto un falso movimento per scansarsi, non fosse cascata per terra. -- Donna Rita! Il notaio, che infine non era una bestiaccia senza cuore, di un grido e l'aiut a rialzarsi. E accertatosi che sua moglie non si era fatta male, un po' meno irritato, cominci a rimproverarla: -- Perch non me n'hai detto mai niente? Perch! -- Per non farvi prender collera, Gesmmaria! -- Brava!... Brava davvero!... Bravissima!... Le faceva profondi inchini, torceva la bocca, gestiva con ironica approvazione, tornava a farle sarcastiche riverenze, girandole attorno con vivacit giovanile. Poi tutt'a un tratto, si lanciava a chiudere gli scuri della finestra, sbatacchiandoli, spingendo rabbiosamente i lucchetti. -- Cos!... Cos!... Tutte le finestre! Saranno anzi inchiodate con chiodoni da ottanta! E picchiava agli usci delle camere delle ragazze. -- Aprite; se no, sfondo l'uscio a calci! Aprite! Mezza giornata d'inferno; col gran guaio che qui non c'erano vicini da poter accorrere per calmare il notaio e condurlo via. Tutte le finestre chiuse; le ragazze tremanti attorno alla tavola da pranzo, coi lumi accesi quasi fosse notte, ognuna col suo lavoro in mano, zitte zitte, a testa bassa, sotto il roteare furibondo degli occhi del notaio che, a intervalli, si rivolgeva a questa o a quella, a Lisa sopratutte: -- Te lo do io il figlio di Caniglia! A quel morto di fame fa gola la casa, la dote! S! S! Uno, due, tre giorni, va bene, poteva durare. Con le finestre ermeticamente chiuse la casa sembrava disabitata, o la famiglia colpita da lutto. Il dottor Ballocco, che se n'era accorto durante la solita passeggiata e nel passar da Via Lunga andando attorno per le sue visite, disse al notaio, scherzando: -- Fate gli esercizi spirituali in casa? Il notaio grugn. Il dottore, indovinato quel che doveva essere accaduto, soggiunse: -- Non andare in eccessi! Infine... le ragazze... Sentendosi quasi dar torto da colui che primo gli aveva aperto gli occhi, il notaio perd la pazienza e rispose: -- Tu bada ad ammazzare i tuoi clienti! Risposta che fece ridere il dottore, quantunque avesse davvero su la coscienza parecchi e parecchi dei suoi clienti in tant'anni di pratica. * * * Il notaio Barreca, pareva incredibile! non aveva mai pensato che un giorno o l'altro quelle otto ragazze doveva maritarle, dotarle, se non voleva vedersele spighire in casa. E perci dava ragione a sua moglie che timidamente gli diceva: Bisogna pensarci! Ma in che modo? Conducendole alla fiera, forse? O mettendole all'asta? Bisognava raccomandarsi a Dio, al Patriarca San Giuseppe e a San Francesco di Paola! Se non provvedevano loro che sono santi misericordiosi!... E aspettando, intanto mutava tattica. Spalancava le finestre, tentava di prender le figlie con le buone: -- Ci penseremo io e vostra madre! Vogliamo il bene vostro; non vogliamo infelicitarvi! Qui vivete da regine. Che vi manca? Una casa che un palazzo! Un orto! E aria e luce! La casa era il suo orgoglio. Magnificava anche l'orto con le ragazze, dimenticando che se stendevano un dito alle pesche, alle nespole o all'uva, le sgridava quasi avessero commesso un sacrilegio. E si figurava di esser riuscito nell'intento, perch vedeva e Lisa e Rosa e Clementina e Paolina assorte nel cucire, nel ricamare, nel far di calza quando il babbo stava in casa; perch non levavano gli occhi dal libriccino delle preghiere, le domeniche in chiesa, ora che egli le accompagnava come un cane da guardia, e i mosconi che ronzavano l attorno, alla vista di lui, prendevano il largo; eccettuato quell'impertinente del Caniglia! Egli, al contrario, andava a piantarsi vicino a una colonna, imperterrito, col petto dell'abito infiorato, dando occhiate di fuoco a Lisa, sfidando lo sdegno del notaio, che non sapeva chi lo trattenesse dal rompergli su la testa la mazza di sorbo, e si rodeva il fegato per non fare uno scandalo. Frenarsi gli costava uno sforzo immenso; tanto che una volta, invece di dir le devozioni durante la messa, dimentic di essere in chiesa, e si mise cos sbadatamente a zufolare, -- fchiti-fon! fchiti-fon! -- che donna Rita dovette tirarlo per la falda dell'abito e rammentargli che si trovava nella casa di Dio! E casc dalle nuvole il giorno che il canonico Tasca, confessore di Lisa, dopo avergli offerto una presa di ottimo rap, con molte circonlocuzioni, per dovere del suo santo ministero, venne a dirgli nello studio notarile: -- Fate la volont di Dio! Date la vostra benedizione! Il notaio lo guard in viso, stralunato, senza poter profferire una parola. -- Si sa, matrimoni e vescovati dal ciel son destinati! -- conchiuse il canonico. E offerse una seconda presa di rap. -- Sentite, signor canonico -- gli disse, scattando, il notaio -- Ringraziate prima Dio e poi l'abito sacro che portate addosso. Qualunque altro... -- Non ne parliamo pi; voi siete il padre. Io ho fatto il mio dovere di confessore. _Benedicite!_ E scusate! -- replic secco secco il canonico, levandosi da sedere per andar via. Il notaio corse a casa. -- Dov' Lisa? Ansava, balbettava. -- Dio mio! Che accaduto? -- esclam donna Rita. -- Niente. Dov' Lisa? Chiamatela. E quando dava del voi, voleva dire tempesta! Appunto Lisa usciva di camera sua, tranquilla, a testa alta, pi spilungona dell'ordinario, tanto si teneva ritta sul busto e su le gambe, fermatasi, dopo aver fatto pochi passi, alla vista del padre che la fulminava con lo sguardo. -- Ah, tu mi mandi il confessore! Lisa accenn di s con la testa. Il notaio allib. -- Ed hai la faccia tosta di volere la mia benedizione? Lisa fece una mossa con la testa per significare: Se volete darmela! -- Ti maledico! -- url il notaio. Donna Rita gli tur la bocca: -- No, no!... peccato mortale! -- La maledico!... -- replic il notaio, scansando la mano della moglie. -- Dalla testa ai piedi!... E si avanz coi pugni stretti, levati in alto, contro la figlia che rimase l, impassibile, pallida come un cencio, mordendosi le labbra. Donna Rita la prese per le spalle e la spinse in camera gridandole: -- Pazza! Pazza! Farai morire di crepacuore tuo padre! Infatti, fu proprio miracolo che il notaio non morisse di un accidente la mattina che donna Rita -- quasi il cuore glielo presagisse -- alzatasi per tempo, and difilata nella cameretta di Lisa. Visto il letto intatto e non trovata lei col, cominci a correre per la casa, dandosi pugni su la testa, chiamando sottovoce: Lisa! Lisa! svegliando le altre figlie, perch l'aiutassero a cercare dappertutto, prima che il notaio potesse capire di che si trattava. Fortunatamente il notaio dormiva, russando; e il dottor Ballocco, mandato a chiamare in fretta e in furia con la serva, pot arrivare in tempo per dargli lui la trista nuova. Donna Rita si raccomandava. -- Lasciate fare a me! -- la rassicur il dottore. -- Sar un terribile colpo! -- Lasciate fare a me! Ed entr nella camera del notaio, che aperse gli occhi allo scricchiolare dell'uscio, meravigliato di veder l, a quell'ora, il suo amico che soleva venire da lui soltanto per qualche visita da medico. -- Chi sta male? -- Nessuno. Non ti spaventare... Cose che accadono!... -- si lasci scappar di bocca il dottore. -- Quali cose? E il notaio, tossendo, si rizz a sedere sul letto. -- Quali cose!... Quali cose! Niente... Lisa... scappata... ecco!... Col figlio di Caniglia!... Giacch vuoi saperlo! Ecco! Meglio che tu lo apprenda subito. Eh? Eh? Non fare il ragazzo! Il povero notaio si era rovesciato, smorto smorto, sui cuscini. Il colpo era stato cos forte e cos inatteso che lo aveva istupidito. -- Benissimo! -- egli diceva (la voce per gli tremava). -- Una di meno! Si star pi larghi!... Con la scala di legno? Dalla parte dell'orto? Benissimo!... Io le avrei aperto il portone a due battenti, se avessi saputo... Si star pi larghi!... E la sua camera rimarr chiusa per sempre... Quella figlia morta! Nessuno qui deve nominarmela! morta; per me e per tutte, capite? Ora si chiama Caniglia, non pi Barreca! Gi l'avevo maledetta!... E torno a maledirla!... Vi dispiace? (S'era rivoltato contro la moglie, a un gesto di orrore di lei). morta e sepolta... Che si credono? Che mi lascier intenerire? Che dar la dote? Ha fatto male i suoi conti il signor Caniglia!... Chi vuole andarsene, se ne vada! Tu, donna Rosa, col tuo Bacarella! Tu, donna Clementina, col tuo Rumasuglia!... Mie figlie sono soltanto quelle che mi rispettano e mi vogliono bene. Chi vuole andarsene, se ne vada; l'uscio l. Chiamatemi un prete; voglio far ribenedire la casa! Questa casa maledetta!... Donna Rita e le figlie piangevano zitte zitte, col fazzoletto agli occhi, come se davvero fosse morto qualcuno in quella casa nuova che aveva sconvolto le teste delle ragazze, prima cos timide e cos savie!... Donna Rita se la prendeva con la casa anche lei; anche lei stimava necessario farla ribenedire da cima a fondo! In pochi mesi, il notaio sembrava invecchiato di dieci anni; donna Rita, peggio. Ora egli passava lunghe ore nell'orto, badando alle zucchine che vi aveva piantate in un angolo e che venivano a meraviglia; al pergolato che metteva tralci nuovi e pampini da coprire l'incannucciata e non lasciar passare un raggio di sole; alle nespole del Giappone, che ingrossavano penzolanti a gruppi dai rami. E donna Rita badava a recitar rosari e a raccomandarsi alla Madonna e a tutti i santi del paradiso, perch guardassero loro le sue figliuole, mentre invece avrebbe dovuto guardarle lei e avvedersi che Rosa e Clementina avevano gi ripreso a civettare pi accanitamente di prima. Pareva volessero protestare in quel modo contro la vita da monache a cui erano condannate. Dopo la fuga di Lisa, casa e chiesa, chiesa e casa; messa tutte le mattine; mai una passeggiata, mai visite ad amiche. E le ragazze si sfogavano telegrafando disperatamente dalle finestre, scendendo gi nell'orto prima dell'alba per trovarvi qualche biglietto lanciato su dallo stradone con un sasso avvolto in un pezzo di giornale, e lanciando allo stesso modo le risposte dalla finestra, con meravigliosa destrezza. Rumasuglia insisteva con Clementina: -- Facciamo come tua sorella e Caniglia! Non c' altro verso! -- Se mi vuoi bene, non parlarmi pi di questa cosa! -- ella rispondeva. -- Facciamo come tua sorella e Caniglia! -- ripigliava l'innamorato. E visto che non c'era proprio altro verso!... Fu dopo quasi diciotto mesi dalla fuga di Lisa. Stavano per andare a cena. Donna Rita condiva l'insalata in cucina; il notaio gi seduto a tavola, in maniche di camicia pel gran caldo, affettava anticipatamente un bel cocomero grondante ancora dell'acqua del pozzo dov'era stato immerso mezza giornata per rinfrescarlo. Ed egli era sul punto di assagiarne una fettina, quando rizz le orecchie al parlotto sommesso che si udiva in cucina, all'andare e venire frettoloso delle ragazze da una stanza all'altra... Paolina, la minore di tutte, s'era affacciata all'uscio della sala da pranzo, aveva guardato il babbo ed era scappata via. Egli chiam, per sapere che diamine era accaduto, nessuno rispose, nessuno accorse. Torn a chiamare pi forte: -- Clementina! Clementina! Il primo nome che gli era venuto alle labbra. Gli risposero strilli e singhiozzi dalla cucina. Allora il pover'uomo, con la fettina di cocomero in mano corse col. -- Che stato? Che stato? Le ragazze erano scappate via. Donna Rita lo prese pei polsi: -- Notaio mio! Notaio mio! -- balbettava, guardandolo negli occhi atterrita. Il notaio si lasci cascar di mano la fetta di cocomero; aveva capito! -- Chi? -- domand. -- Clementina!... Scellerata!... Scellerata! -- Non niente!... Zitta! Non niente!... Morr di fame, come l'altra!... Non niente!... Ma dar querela... Ratto di minorenne! C' la giustizia! Ratto di minorenne, ti dico! -- replic calcando la voce, al gesto di negazione fatto da donna Rita: -- Ha compiuto ieri i ventun anni! Il notaio non seppe che rispondere, avvilito: -- Andiamo a tavola! -- disse tutt'a un tratto. Donna Rita credette che dal gran dolore, egli fosse impazzito. -- destino! Andiamo a tavola! E usc di cucina, e and a picchiare agli usci delle camere delle figlie: -- A tavola! A tavola! E tutte dovettero sedersi a tavola, come se niente fosse accaduto; e dovettero mangiare l'insalata e il pesce fritto. Mentre egli faceva, al suo solito, le parti, la forchetta per gli tremava in mano e tintinnava su l'orlo del piatto. Silenzio funebre. Sottecchi, di tanto in tanto, alla sfuggita, le figlie guardavano il padre che stentava a inghiottire. E siccome l'altra volta non aveva pi pensato a far ribenedire la casa, il notaio rifletteva: -- Qui c' qualche spirito diabolico! Non pu essere diversamente! * * * La casa fu ribenedetta; le sorveglianze e i rigori aumentati. Ma era davvero destino, come aveva detto il notaio. All'anno preciso, una bella mattina, senza dire n ai, n bai, Rosa, scendendo lesta lesta le scale, si buttava su le spalle lo scialle nero di seta, regalatole dal padre due giorni avanti, e filava via con Bacarella, il giovane merciaio che aveva messo su bottega nella Piazza Piccola, con rivendita di sigari e di liquori. L'avevano vista attraversare la via sola sola. Bacarella, che l'attendeva alla cantonata, le era andato incontro, e tutti e due si erano avviati verso la bottega, quasi fossero stati marito e moglie. La gente rideva, e si affollava davanti la porta della merceria per godersi lo spettacolo. Bacarella si affacci su la soglia, con aria spavalda: -- Che state a guardare? C' l'_opera dei pupi_ forse? E chiuse la porta in faccia agl'indiscreti. Questa volta il notaio sent darsi una mazzata alla testa quando lo scrivano corse con la cattiva notizia in casa del principale, dove nessuno s'era ancora accorto della mancanza di Rosa; la credevano chiusa in camera a pettinarsi! La vera pettinata fu quella che si di donna Rita alla vista del marito steso per terra come morto, che lei e lo scrivano non riuscivano a rialzare. Fortunatamente era stato uno svenimento un po' forte; nient'altro. E otto giorni dopo, i facchini di piazza, _Beppe del Cancelliere_, il _Pantano_, il _Macchinista_, come li chiamavano, e don _Piddu_ il palermitano, andavano e venivano dalla casa nuova alla casa antica del notaio, trasportando materasse, tavole da letto, trespoli di ferro, tavolini, arnesi di cucina, mobili di ogni sorta. La processione era durata un'intera giornata, tra i commenti degli sfaccendati e le risate dei maldicenti. Il notaio aveva pagato un'indennit agl'inquilini a cui aveva affittato la casa vecchia, purch se n'andassero subito; ma non ne aveva detto niente n alla moglie, n alle figlie: talch quando i facchini si presentarono per lo sgombero, donna Rita non voleva lasciarli entrare; li avea creduti ubbriachi. -- Chi cangia la vecchia per la nuova, peggio trova! -- ripeteva il notaio. -- Ora che siamo pochi, qui staremo comodamente... L'altra, la casa maledetta, la prender l'Agente delle Tasse... Gli ho detto: Per quest'anno per le zucchine dell'orto spettano a me! Ed ha acconsentito. Si sforzava di parere allegro. E mentre i facchini aiutati dalle ragazze, mettevano a posto gli ultimi mobili, egli si aggirava per le stanze, con le mani dietro la schiena, scotendo, in segno di approvazione, la testa, zufolando -- fchiti-fon! fchiti-fon! -- Ma il cuore gli si spezzava, pensando sopratutto alle zucchine, ultima sua passione, poveretto! FINE. DELLO STESSO AUTORE: _Giacinta_, romanzo, 3 edizione. _Le Appassionate_, novelle. _Le Paesane_, novelle. _Fausto Bragia_, novelle. _Il Braccialetto_, novelle. _La Sfinge_, romanzo. _C'era una volta....._, fiabe. _Il Racconta fiabe_, seguito al _C'era una volta....._ _Il Drago_, novelle e novelline per fanciulli. _Schiaccianoci_, novelle per giovinetti. _Gli Ismi contemporanei_, saggi di critica letteraria. Prossime pubblicazioni. _Idillio provinciale_, romanzo. _Scurpiddu_, racconto. _Rassegnazione_, romanzo. * * * * * Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come le grafie alternative (Sottoprefetto/Sotto-prefetto, subito/sbito e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. License: Share Alike