Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive) Il Processo Bartelloni. DEL MEDESIMO AUTORE (_edizioni Treves_). _La Principessa._ 3.^a edizione. L. 1 -- _La vita capricciosa._ 3.^a edizione. 1 -- _L'assassinio nel vicolo della Lima._ 4.^a edizione. 1 -- _I ladri di cadaveri_ (esaurito). _La figlia dell'aria._ 4.^a edizione. 1 -- _Apparenze._ Due volumi. 2.^a edizione. 2 -- _La polizia del diavolo_ (esaurito). _L'Istrione._ 2.^a edizione. 1 -- _La duchessa di Nala._ 3.^a edizione. 1 -- _Storia di un Cuore_, di EMILIO CASTELAR, ridotta dallo spagnuolo da Jarro. 3.^a edizione. 1 -- Il Processo Bartelloni ROMANZO DI JARRO (Giulio Piccini) Quarta Edizione _riveduta e corretta, dall'autore._ MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1906. PROPRIET LETTERARIA _Riservati tutti i diritti._ Tip. Fratelli Treves. IL PROCESSO BARTELLONI I. Il 2 decembre 1831, circa le dieci antimeridiane, i sei auditori della Rota Fiorentina, che formavano il Turno Giudicante sugli affari criminali, erano tutti congregati nella stanza in cui solevano tener consiglio. Arrivati alla spicciolata, si eran messi a discorrer fra loro degli argomenti pi estranei allo scopo pel quale si riunivano. Un auditore raccontava che un suo bambino di tre anni aveva ruzzolato la scala: un secondo si lamentava del mal di capo: un terzo deplorava di non trovar rimedio alle sue insonnie. Non posso dormire, diceva, neppur all'udienza! Dopo un quarto d'ora giunse il presidente. Tutti gli mossero incontro per stringergli la mano e dargli il buon giorno. Il presidente entr sorridendo, fece riverenze a destra e a sinistra, e strinse con tutte e due le mani la mano che gli porgeva ciascuno degli auditori. --Vostra signoria sta bene?--domand l'auditore Lechini, un omettino di bassa statura, magrolino, sempre ligio, cerimonioso, e che faceva uno sforzo per non buttarsi in ginocchioni quando parlava col presidente, con gli alti magistrati della Consulta, o con qualche altro dignitario da cui dipendeva il suo avanzamento. --Sto benissimo, caro Lechini,--rispose il presidente, gratificando di un sorriso speciale il suo prediletto.--Loro, signori, stanno tutti ottimamente, lo vedo!--continu, volgendo attorno un'occhiata benevola e con un gesto di cordiale protezione.--Ci sono notizie da Pisa sulla salute di Sua Altezza la Granduchessa? --Lo stato di Sua Altezza--rispose il Lechini, inchinandosi nel pronunziare la parola Altezza, e andando a cercare tra molte carte sopra una tavola la _Gazzetta di Firenze_, del gioved-- sempre il medesimo. Ecco quello che dice il giornale. Il presidente, sedutosi nella sua poltrona, faceva sembiante di prepararsi ad ascoltare con grande raccoglimento. Il Lechini lesse, sotto la data di Pisa: Tutto quello che ha rapporto allo stato attuale della nostra adorabile Sovrana forma ora, pu dirsi, la principale e pi importante occupazione di tutta questa popolazione. Tra le altre pie funzioni dedicate a tale interessantissimo oggetto... Gli auditori, tutti in piedi, intorno al banco del presidente, ascoltavano attenti, o ne facevan sembiante, la lettura del giornale. Quando l'auditore Lechini ebbe finito, il presidente esclam: --E' ammirabile in ogni circostanza l'esempio, che d la famiglia regnante, di sentimento religioso... A proposito, Lechini, avete sentito la messa del maestro Andrea Nencini nell'Oratorio dei Preti di San Firenze? --Sicuro, signor Presidente!--disse il Lechini--Anzi l'arcivescovo Minucci mi ha domandato notizie di lei. --E' un buon lavoro questa messa? --Stupendo!--rispose l'auditore--L'esecuzione poi magnifica... Il tenore Giovanni Duprez ci ha imparadisati. Anche il basso Domenico Cosselli ha fatto prodigi. L'orchestra del Teatro della Pergola stata eccellente... Il presidente della Rota, colto, ingegnoso, faceva pompa volentieri del suo gusto per la letteratura, per le arti, e in specie per la musica. --Ho sentito sere sono--riprese il presidente--al Teatro degl'Infuocati una ragazza, che canta di contralto, in modo...--creda, Lechini....--da sbalordire.... Si chiama Clementina Vecchietti. E cantava quella bellissima aria del nostro Mercadante: Ah! s'estinto ancor mi vuoi... E il magistrato ripeteva l'aria a mezza voce, e con la mano destra batteva la misura sopra un bracciuolo della poltrona. --Sembra che sia piaciuto molto il _Torquato Tasso_ recitato dalla Compagnia Internari e Paladini... La Internari mi scrivono che nella parte della duchessa Eleonora insuperabile. --Ma l'autore del lavoro si scoperto? --Oh! si scopre facilmente l'autore di un lavoro che piace, anche se voglia sulle prime farsi pregare.... Si quindi saputo subito che il _Torquato Tasso_ dell'autore della _Monaca di Monza_. Fu picchiato alla porta. --Entrate!--disse il presidente. Un usciere entr, portando una lettera, e la consegn al presidente. Il presidente l'apr e lesse: Vostra signoria invitata ad assistere alla prima adunanza, che l'I. e R. Accademia dei Georgofili terr domenica mattina, 4 decembre, a ore 10 e mezzo. La porta fu spalancata di nuovo con grande strepito ed entr, tutto accigliato, e con mal garbo, l'auditore Pantellini. Questo auditore rappresentava in tutte le discussioni la contradizione, l'opposizione. Mentre l'auditore Lechini credeva suo obbligo di essere sempre dello stesso parere del presidente, l'auditore Pantellini si compiaceva di esporre sempre un parere contrario a quello del suo superiore. --Buon giorno!--disse bruscamente, appena entrato, e come se avesse voluto addentare tutti i presenti. E, mentre posava il cappello sopra una sedia, guardava il Lechini con un piglio quasi stesse in forse di divorarlo. L'auditorno aveva paura delle violenze e delle escandescenze del suo collega, alle quali serviva spesso di bersaglio. --Buon giorno, signor auditore!--rispose il presidente al saluto quasi minaccioso del collega. Il presidente, che non si era mosso dalla poltrona, tendeva la mano al nuovo arrivato con fisonomia ilare e in atto di molta cortesia. Il presidente apparteneva ad una famiglia nobile, frequentava i pi eletti convegni della citt, era uomo di squisita educazione, di animo mitissimo, di carattere amabile. Mise la sua mano bianca, morbida, in quella ruvida e nervosa dell'auditore Pantellini: quindi, alzandosi, esclam: --Signori!... tardi, dobbiamo entrare in udienza. L'auditore Lechini corse al cordone del campanello e lo tir. Subito comparve un usciere. --Andate ad avvertire il signor Avvocato Fiscale e il Cancelliere che il signor presidente vuol cominciare l'udienza... L'usciere, che aveva lasciato la porta aperta, fece un cenno. Altri due uscieri entrarono: e cavarono da due armadii le toghe dei magistrati. --Il prigioniero sceso?--domand il presidente all'usciere capo, mentre questi gli legava con molta diligenza le faccile. --S, signor presidente: si trova nella stanza di custodia, accompagnato dall'agente Lucertolo che ora di servizio alle carceri, e con il quale l'inquisito parla molto volentieri. --L'Avvocato Fiscale, il Cancelliere sono gi in sala d'udienza!...--disse, tornando con la toga gi in dosso, e col berretto in mano, l'usciere, che era stato mandato a far l'ambasciata. --Signori, sono pronti?--interrog il presidente. E visto che tutti avevano infilato la toga, aggiunse, rivolto al capo usciere: --Dunque, possiamo andare! --Prendete!--disse all'usciere l'auditore Pantellini, relatore nella causa, tendendogli, con un gesto molto brusco, un grosso fascio di fogli. Pochi secondi dopo, i sei magistrati della Rota entravano nella sala d'udienza, preceduti dall'usciere, che alzando una mano verso il pubblico, gridava: _abbasso i cappelli!_ Gli auditori sedettero. Il presidente scambi un lieve saluto con l'avvocato fiscale, quindi rivolto al birro graduato, che stava dinanzi una porta chiusa, a sinistra della sala, vicino al banco dei magistrati: --Fate entrare--gli disse--l'inquisito. Ci fu un mormoro di curiosit. Subito entrarono un gruppo di birri e dietro di loro comparve, sereno, tranquillo, quasi sorridente, Nello Bartelloni, accompagnato da altri birri. Da un'altra porta entrava nel medesimo istante l'avvocato Arzellini. Prima di sedersi al banco della difesa, si tolse di capo il berretto nero, e s'inchin rispettoso al Presidente e all'Avvocato Fiscale. II. La sala nella quale teneva le udienze la Rota Criminale fiorentina, al pianterreno, nel palazzo detto _del Bargello_, riceveva luce da finestre che davano sul cortile: era piuttosto oscura. Vi si accedeva dalla porta, che oggi quasi sulla cantonata di Via del Proconsolo e della piazza San Firenze. Allora quel tratto di via del Proconsolo si chiamava Via de' Librai: la porta era pi bassa, adorna di fregi e di un gran cornicione, e in alto, posati su due aggetti, erano due leoni. Sulla testa di questi leoni, in certi giorni solenni, si metteva una corona in ferro dorato. Una scaletta segreta metteva in comunicazione gli ufficii della Cancelleria con la stanza del Soprastante alle carceri della Rota e per questa scaletta scendevano i prigionieri, condotti alle udienze, e passavano spesso anche i Cancellieri, recandosi a visitare i detenuti. Un trabocchetto che, movendo da una gran sala del palazzo rasentava gli uffici della Rota Criminale e andava a finire nei sotterranei, dette in antichissimi tempi origine alle pi cupe leggende. La disposizione e l'ornamento della sala d'udienza poco differivano dal modo oggi per tal rispetto praticato. I sei auditori sedevano dietro a un lungo banco coperto da un tappeto verde; a destra dei giudici sedeva l'Avvocato Fiscale, a sinistra il Cancelliere. Dinanzi al banco dei giudici, pi in basso, era il banco al quale sedevano gli avvocati, e dietro una lunga fila di sedie sulle quali prendevano posto gli _attuarii_, giovani, cio, che nella Cancelleria facevano pratiche per abilitarsi alla magistratura, e altri giovani, che studiavano per diventare avvocati. Un cancello di legno, alto quasi fino al collo di un uomo di ordinaria statura, spartiva la sala delle udienze dal posto riservato al pubblico. La curiosit destata dal processo di Nello era acutissima. Tutti volevano vedere il presunto assassino. Un'ora prima che l'udienza cominciasse, la gente era entrata nella sala. Alcuni venditori del Mercato avevano persino chiuso le botteghe per assistere all'interrogatorio di Nello, che doveva esser fatto dopo la lettura della relazione. Uomini e donne erano l pigiati e si alzavano in punta di piedi, e quelli rimasti indietro cercavano spingersi innanzi a furia di gomiti e d'imprecazioni. I due birri, che stavano di guardia alla porta della sala, ogni tanto facevano cenni con le mani, prima che cominciasse l'udienza, e il silenzio a un tratto si ristabiliva. Poco dopo le vociferazioni, le esclamazioni d'impazienza ripigliavano, e i birri, chiamandoli per nome, minacciavano di far uscire i pi rumorosi. Due consiglieri di Stato, alcuni magistrati della Consulta, un segretario del ministro inglese, alcuni ragguardevoli personaggi dell'aristocrazia erano seduti nel posto riservato agli _attuarii_, e ai giovani avvocati. Ogni tanto essi si volgevano indietro, come disgustati per gli acri odori che emanavano dalla folla dei mercatni. Nello aveva fatto atto di buttarsi a sedere, ma Lucertolo, afferratolo per un braccio, glielo aveva impedito. --Devi stare alzato!--gli mormor, digrignando i denti,--finch il presidente non ti dica di sederti. L'auditore Pantellini era occupato a mettere in ordine le pagine della sua relazione. Il presidente richiese il cancelliere di adempiere alle solite formalit, e quindi, rivoltosi all'auditore Pantellini che gli sedeva a destra: --Signor auditore!--gli disse a bassa voce,--pu leggere la sua relazione! Il pubblico s'impazientiva di non veder Nello. Lucertolo, Zampa di Ferro, il Matto, Vendifumo, il birro pi agghindato e pi elegante della citt, ritti e vigilanti attorno all'inquisito, ne toglievano la vista agli astanti. L'auditore Pantellini cominci a leggere con voce dura, e ogni tanto accompagnava la lettura con un gesto minaccioso e vibrato. Il delitto del Vicolo della Luna era esaminato in tutti i suoi particolari. L'auditore parlava della stanza misteriosa, della constatazione della ferita, dei precedenti di Nello. Spesso il nome di un mercatno, citato come testimone, pronunziato dal giudice in mezzo alla sua relazione, faceva scorrere un brivido, un sommesso mormoro nella folla accalcata di l dal cancello. La relazione, che leggeva l'auditore Pantellini, era imparziale, ma da essa la colpabilit di Nello risultava chiara, quasi indiscutibile. I deposti di alcuni testimoni erano molto gravi: tutti i pi piccoli precedenti del povero ragazzo presentati nel modo pi odioso. Esclamazioni di orrore si udirono nella sala, quando il giudice cominci a parlare delle condizioni in cui era stato trovato il corpo del ferito in mezzo a una gora di sangue nella Piazza della Luna. La sala, sempre scarsa di luce, appariva anche pi buia per la giornata piovigginosa. Il giudice leggeva con accento quasi lugubre. Le sue descrizioni brevi, evidenti, aumentavano l'atrocit della scena, che ricordava. Quando egli cominci a dire della ferita, per la quale l'assassinato aveva perduto il dono della parola, quando accenn ai lunghi mesi di acute sofferenze sopportate dal paziente, quando annunzi che, sebbene fosse stato necessario di fargli cambiar clima, e trasportarlo con ogni precauzione, come un moribondo, pure si avevano di lui notizie che tuttora inducevano a sperar poco della sua vita, quando accenn che la ferita era stata resa pi larga e pi dolorosa dal modo violento, brutale con cui l'assassino n'aveva tratto fuori il pugnale, da diecine di petti si alz un grido di esecrazione! Negli atti del processo non si trovava un solo argomento in favore di Nello, non ostante la buona volont dell'auditore Nolmi, che lo aveva preparato: invece si accumulavano contro di lui le risultanze pi compromettenti. Come sa il lettore, l'auditore Francesco Nolmi aveva raccolto la convinzione morale che Nello non fosse colpevole, o per lo meno che la sua colpabilit fosse dubbia; ma il suo era sentimento, basato sopra osservazioni da filosofo, e sopra induzioni di una mente delicata, fondato su ingegnose, sottili ipotesi piuttosto che su fatti certi e positivi. Ora agli animi volgari doveva naturalmente sfuggire ci che aveva colpito il magistrato, uomo dottissimo, e di grande intelletto. Non era gi sfuggito anche a' suoi colleghi? E nel Turno di Revisione non era stato deciso di rinviare il processo alla Rota con due voti contro il suo? La relazione volgeva al termine. Lucertolo era tra coloro che l'ascoltavano pi ansiosamente. Di tanto in tanto, durante la lettura, egli faceva col capo un lieve cenno, appena percettibile, come se rispondesse a qualche suo interno ragionamento. Il birro attento, trepidante, aveva aspettato di scorgere da un momento all'altro nell'arida relazione uno di quei tratti, che nella loro evidenza e semplicit bastano ad illuminare tutto un processo, che recano un raggio di verit nelle tenebre pi intricate di un'istruttoria mal riuscita, che dimostrano ai veri intelligenti come il giudice abbia a traverso il fitto velo, che ingannevoli apparenze gli mettevano innanzi, veduta la strada da battersi e dalla quale i suoi colleghi, che l'hanno preceduto nelle ricerche, si sono allontanati. Ma nulla di ci traspariva da quella relazione. Il giudice, severo, implacabile, seguiva le traccie del processo inquisitorio: non si alzava di una spanna dal terreno, che gi aveva trovato battuto. Spesso a certi punti della relazione, Lucertolo e Zampa di Ferro scambiavano sguardi significativi. Allorch il giudice arriv al punto in cui sosteneva apertamente che Nello doveva aver commesso il delitto da s solo, senza il menomo aiuto di complici, senza istigazione, secondo che si poteva con sicurezza inferir dagli atti del processo, Lucertolo batt un piede sul pavimento, facendo tal rumore, che molti torsero il capo verso di lui. Accortosi, bench troppo tardi, dell'imprudenza, il birro cerc di comporre la fisonomia ad una espressione di profonda concentrazione e di seriet. Sebbene si sentisse mira agli sguardi di molti, non alz gli occhi, non mosse ciglio, volendo dare ad intendere, o che non era stato lui che aveva battuto il piede in terra, o che aveva compiuto quell'atto inconsciamente. Del resto, in quel momento, Lucertolo era bello a vedere. Ormai si teneva sicuro di non essere scoperto del furto da lui commesso nella camera della vecchia Tittoli, agonizzante: aveva ripreso tutta la sua maest, tutta la sua alacrit e, a dire il vero, aveva speso una parte dei denari rubati a render pi agevoli le indagini a cui si era consacrato. L'amore dell'arte era potentissimo, radicato in questo poliziotto, che ad ogni costo, e pei fini da noi palesati, voleva far carriera e spingersi in alto. Una prova del suo genio era stata quella di farsi mettere di servizio alle Carceri della Rota. In tal guisa egli esercitava una duplice ed efficace sorveglianza. Vegliava fuori su Bobi Carminati, ed entro le carceri si trovava di continuo in contatto con Nello. Cos egli non perdeva mai di vista i due punti estremi a' quali, secondo il suo pensiero, il delitto del Vicolo della Luna era strettamente collegato. Ma Bobi Carminati, dopo pochi mesi, gli era sfuggito. Audace sino alla temerit, non scaltro quanto Lucertolo, ma come lui arrischiato e avventuroso, Bobi Carminati lasciava il Corpo dei Pompieri, dove era inviso, e con una misteriosa protezione trovava nientemeno il modo d'entrare nella polizia. Cinque mesi dopo il delitto, il pompiere Bobi Carminati era divenuto _famiglio_ in uno dei sobborghi pi lontani di Firenze, e sotto la dipendenza del Capitan Bargello di Brozzi. Appena entrato nella milizia civile, appellativo ambizioso che il governo aveva dato ad una polizia sulla quale contava molto, e che guardava con occhio davvero paterno, il Carminati non fu pi chiamato per nome, perdette anche il suo nomignolo di _Marrone_ e ricevette un soprannome, ispirato dal suo truce aspetto, dai propositi feroci, che spesso teneva, il soprannome di _Boia_. Quando si trattava di fare qualche spedizione penosa, di mettere un birro risoluto, che non scherzasse, alle calcagna di qualche manigoldo, il caporale diceva:--Ci manderemo il _Boia!_--E gi Bobi Carminati era in pochi mesi divenuto lo spauracchio dei ladri campestri e dei rompicolli che infestavano le campagne. Il disegno di Lucertolo si era dunque allargato. La sua operazione diveniva pi brillante, acquistava nuova importanza. Non si trattava pi per lui soltanto di scoprir l'innocenza di Nello, di scovar il vero autore dell'assassinio commesso sul pittore Gandi, ma si trattava eziandio di provare che l'assassino era un suo collega, di mostrare che la polizia degenerava, che andava troppo abbassandosi, raccogliendo i suoi agenti nella feccia dello stesso volgo. Questo doveva, tornando in discredito di coloro che allora dirigevano la polizia, sempre pi mettere in grido Lucertolo, procacciargli nome tra' suoi, poich nei birri in quel periodo del 1831 era grande l'odio simulato verso gli altissimi capi della polizia: grande quasi quanto l'obbedienza, l'umilt che ostentavano dinanzi ad essi. Dieci minuti dopo che Lucertolo si era lasciato sfuggire l'improvvido atto d'impazienza, l'auditore Pantellini aveva finito di leggere la sua relazione. L'accusa era formidabile, stringata, logica, convincente. Il rigido auditore aveva fatto un capolavoro. Nulla era sfuggito al suo acume; i pi piccoli indizii, raccolti con abilit, accortamente disposti, acquistavano una forza indicibile. Il povero Nello era avvinghiato in una rete di ferro. Durante l'esposizione dei fatti, cos stringata e cos inesorabile, il pubblico era rimasto di continuo perplesso, sospeso, agitato. Tutti erano esasperati, irritati contro Nello e, dopo che l'auditore ebbe pronunziata l'ultima parola della sua relazione, vi fu un secondo di silenzio, di terribile e angoscioso silenzio. Bisognava passare all'interrogatorio dell'inquisito, I cuori battevano, tutti gli occhi erano rivolti verso Nello. Lucertolo, cercato destramente il modo di parlare pi volte solo con lui nella carcere, lo aveva, senza parere, o eccitar sospetti, preparato a questo interrogatorio. Egli, dunque, ne aspettava pi impaziente di ogni altro i risultati. All'invito del presidente, Nello si alz. Pallido, e col labbro inferiore cadente, ma tranquillo, quasi sorridendo, fissava i suoi occhi nei giudici con una strana espressione. Dopo averlo interrogato sulle generalit, il presidente gli disse. --Come avete udito, voi siete accusato del delitto di tentato omicidio a scopo di furto nella persona del signor Roberto Gandi. Che cosa potete dire a vostra discolpa? Il momento era solenne. Tutti quelli che erano dietro la cancellata, allungavano il collo, si rizzavano sempre pi in punta di piedi per veder Nello. Quattro o cinque de' mercatni pi arditi si permisero alcune esclamazioni, proferite a mezza voce fra le pi energiche del loro linguaggio, come se volessero indurre i birri che circondavano Nello a tirarsi in disparte e cos dar modo al pubblico di sodisfare la sua curiosit di veder l'inquisito. Ma Zampa di Ferro, il Matto, Lucertolo, si voltarono con certi ceffi, che consigliavano il silenzio a' pi loquaci. Le esclamazioni cessarono immantinente. Nello non rispose alla prima interrogazione. Allora il presidente con voce pi scolpita rinnov la domanda. --Come avete udito, voi siete accusato del delitto di tentato omicidio a scopo di furto nella persona del signor Roberto Gandi. Che cosa potete dire a vostra discolpa? --Io dichiaro--rispose Nello con voce ferma--che sono innocente. Si ud un mormoro di disapprovazione. --Ricordo--disse il presidente in tuono minaccioso--che la maest del luogo non consente interruzioni indecorose ed inutili. D fin d'ora ordine agli esecutori di vigilare da chi partano certe voci e di arrestare i disturbatori!... La giustizia ha bisogno di calma, non di intempestive eccitazioni. Altri due birri entrarono nel recinto riservato al pubblico. Pareva ormai sicuro che tutti avrebbero trattenuto anche il respiro. --Voi dunque insistete--continu il presidente, parlando a Nello--nell'affermare la vostra innocenza, che del resto avete dichiarato sempre nei vostri costituti? --Giuro--disse Nello, questa volta alzando anche pi la voce--che io sono innocente! --Signor presidente--soggiunse l'Avvocato fiscale--vorrei che a complemento di quanto si trova in atti nel processo scritto, fosse domandato all'inquisito come egli pass la notte del 14 gennaio. --Diteci come e dove passaste la notte del 14 gennaio?--richiese a Nello il presidente. Nello rimase un istante perplesso: egli non si ricordava pi di nulla. Come abbiamo gi raccontato, la sua mente debole era piena di lacune: la sua memoria era imperfetta. L'idiota aveva tratti di apparente lucidit, si fermava con pertinacia su certe idee, ma il legame tra l'una e l'altra idea sovente gli sfuggiva; si confondeva, titubava, precipitava nelle tenebre della ragione. Il modo con cui sapeva parlare di certi fatti estrinseci, di certe circostanze pi ordinarie, impediva che i non esercitati nella conoscenza di certe misteriose malattie, di certe profonde imperfezioni dell'intelletto si persuadessero, sentissero che quel disgraziato non poteva essere responsabile. Anche questa volta il presidente dov tornare a ribattere la domanda. --Diteci come e dove passaste la notte del 14 gennaio? --Nel mio letto... a dormire!--rispose Nello. --A che ora voi eravate andato a dormire? --Sar andato alla solita ora... quasi appena buio... non avendo mai avuto lume per vegliare, ed essendomi proibito dalla polizia di girare la notte. --E perch la polizia ve lo aveva proibito? --Perch alle volte, senz'accorgermene, cascavo per la strada, e mi addormentavo... e mi trovavano addormentato lungo i muri, sugli scalini delle porte: e spesso... dice... mi pigliavano le convulsioni: poi perch i ragazzi mi davano noia... Una sera un branco di ragazzi mi si avventarono addosso verso le Loggie del Mercato Nuovo, mi portarono a forza di spinte nell'osteria dell'Impannataccia; l mi fecero bere; c'erano altri uomini, che mi misero le mani addosso, e fui trovato sotto una tavola ferito alla testa e tutto insanguinato... --Basta! Basta!--accenn il presidente--Voglio sapere... --Vostra Signoria mi perdoni!--interruppe in tuono cortese, ma serio, l'avvocato Arzellini, alzandosi. E tenendo nella mano destra il berretto e congiungendo i polpastrelli del pollice e dell'indice della mano sinistra, che agitava in aria, continu nel gergo curialesco di allora: --Con licenza di V. S. io credo che il racconto dell'inquisito giovi all'interesse della difesa perch ci dimostra come l'inquisito fosse inviso, perseguitato in mezzo a quella classe di mercatni dalla quale il Fisco ha scelto le testimonianze pi gravi, che si trovano nel suo libello... --Parler dopo, signor avvocato--osserv il presidente.--Ella entra ora nel merito... -- dovere del mio sacro ministero... ripigliava l'avvocato. --La prego!...--E il presidente accompagn l'invito con un gesto affabile e risoluto. L'avvocato sedette, senza protestare, e in atto molto rispettoso. --Voi assicurate--disse il presidente indirizzandosi a Nello--che vi coricaste appena buio? Prima di addormentarvi, o durante il sonno avete sentito qualche rumore? --No, Eccellenza!--rispose Nello tutto intimorito.--Non mi pare. --Spiegateci, dunque, come accadde che essendo voi andato a dormire di prima sera, siete stato trovato la notte nel vostro letto tutto coperto di sangue? Come pu essere avvenuto che un uomo sia stato assassinato, trascinato sino alla porta della vostra stanza, senza che voi abbiate udito il pi piccolo rumore? --Ma, signor presidente!--tuon l'avvocato Arzellini, alzandosi impetuoso.--Mi permetto far notare a V. S. che nessuno dei vicini ha udito alcun rumore. --Signor avvocato... non interrompa... la prego!--replic asciutto e un po' sconcertato il presidente.--Voi... Nello... siete stato trovato nel vostro letto, insanguinato... Ma non basta... Sotto il materasso furon trovati nascosti l'orologio, la catena, uno spillo rubati all'uomo che giaceva dinanzi alla vostra porta, e il pugnale col quale era stata fatta la ferita da lui riportata alla testa. --Il pugnale, la catena, l'orologio li ho presi io--rispose Nello, senza turbarsi,--ma l'uomo non l'ho assassinato io! --Dove e come avete preso questi oggetti, se dianzi avete asserito che vi coricaste di s buon'ora e vi addormentaste? La mente di Nello gi principiava a smarrirsi. Egli non sapeva dare alcuna risposta. --E voi siete in mendacio--prosegu il presidente, parlando con molta rapidit--poich, mentre asserite di esser rimasto a letto sin dalle prime ore della sera, ci un testimonio, che abita nel palazzo della Cavolaja, il quale la sera del 14 gennaio, circa le 10, mentre egli suonava il violino, vi ha udito cantare nella Piazza Luna. Nello rest come fulminato. Nella sala, ove regnava il pi profondo silenzio, si sarebbe sentito alitare una mosca. Ma ad un tratto, il silenzio fu turbato dai suoni di un organetto. Una specie di zingaro, che la polizia tollerava pe' misteriosi servigi da lui resi, passava nella via de' Librai, suonando un'arietta popolarissima. Nello, come gi noto al lettore, aveva una qualit, che si riscontra pure in molti poco sani della mente: una spiccata propensione alla musica. La memoria musicale per in lui aveva bisogno per agire, secondo gi dicemmo, d'essere aiutata dal ritmo. Era incapace di ripetere le parole senza l'accompagnamento della musica, e di rammentarsene altro che cantando. Gli uomini di scienza conoscono questo fenomeno. Dopo le prime note dell'organetto, Nello, invece di rispondere alla interrogazione del presidente, cominci a cantare. Cantava a squarciagola nella sala, come quando si trovava nella Piazza Luna. L per l tutti furono presi da stupore. Poi nacque un baccano indiavolato. Il pubblico si agitava. Gli auditori, l'Avvocato fiscale, il cancelliere si alzarono. L'avvocato Arzellini si accost, anch'egli meravigliato, al suo cliente. Ma gi Lucertolo aveva steso una mano e sbarrato la bocca al mentecatto. Nessuno capiva la vera ragione di quel canto improvviso. Neppure uno tra coloro, che si trovavano nella sala, dubit di attribuire a impostura, a raffinata simulazione, quell'atto di demenza del disgraziato. --Impostore! --Ipocrita! --Birbante! --Assassino! Cos il pubblico, e i birri, eccettuato Lucertolo, salutavano Nello. L'eccitazione era immensa. Specialmente dopo le risposte dell'inquisito, che avevano tanto aumentato, in apparenza, gl'indizii della sua colpabilit. --Silenzio!--grid l'usciere. E tutti i birri rivolsero al pubblico le loro fisonomie accigliate. Lo zingaro continuava a suonare l'organetto. E Nello, appena Lucertolo gli ebbe lasciato la bocca libera, principi di nuovo a cantare. Allora gli esecutori, ad un cenno del presidente, lo trassero fuori della sala. Ritorn due minuti dopo, tutto eccitato. Lo zingaro si era ormai allontanato nella direzione della piazza San Firenze e Nello non cantava pi. Non rammentava anzi neppure di aver cantato. Il pubblico strabiliava, ma ormai nessuno osava pi far mormorii o atti, che provocassero rigori, secondo gli ordini dati dal presidente. Il presidente fece a Nello un severo rabbuffo, gli spieg come egli sempre pi aggravava la sua condizione, tentando d'ingannare i giudici con mezzi tanto irrispettosi e grossolani, annunziandogli che, in separato giudizio, sarebbe stato chiamato a rispondere per schiamazzi, disordini nella sala d'udienza. --Persistete--riprese il presidente--nel dichiarare di non aver commesso voi l'omicidio nella persona del pittore Roberto Gandi? --Io dichiaro davanti a Dio, davanti ai giudici, davanti al popolo--disse Nello, in preda ad una singolare esaltazione--che qualcun altro ha commesso l'assassinio: io sono innocente... innocente... innocente... E si mise a piangere. --Signor presidente!--disse alzandosi l'avvocato Arzellini.--Credo anch'io--prosegu commosso--che il vero assassino non sia dinanzi alla Rota... --Signor avvocato? --Credo insomma che l'_Attuario_, che il Fisco abbiano troppo precipitato... --Le ripeto!... --Voglio far intendere, come spiegher pi ampiamente nella difesa, che altra mano vers il sangue dell'illustre artista Gandi... che sia opportuno rivolgere all'inquisito una domanda, che stata negletta in tutta l'inquisizione.... cio se egli abbia sospetti su colui, che pu aver tentato di assassinare il signor Gandi. --Signor avvocato!--rispose il presidente--non questa domanda, che io creda strettamente necessaria, pure... per massima deferenza alla difesa, io la far. Ed il presidente formul la domanda. Lucertolo ascoltava ansioso. Egli aveva indirettamente suggerito pi volte a Nello di accusare il Carminati. Aspettava dunque la risposta con impazienza. III. Il birro era sui carboni ardenti. Ma Nello rest muto. I suoi occhi si erano posati sopra un tavolino sul quale si trovavano i corpi del delitto: il pugnale, l'orologio, la catena, lo spillo, trovati sotto il materasso di Nello. Egli ora guardava quegli oggetti con avidit; la vista di quei metalli luccicanti lo occupava, lo distraeva. --Vede.... signor avvocato--osserv il presidente, rivolto all'avvocato Arzellini--l'inquisito non d alcuna risposta. --Prego V. S. di voler rinnovare la domanda. Il presidente ader. L'inquisito fece un lieve moto con le labbra. Tutti credevano che questa volta avrebbe parlato. Ma non gli usc di bocca un solo accento e continu a guardare i metalli. Sullo stesso tavolino erano gettati da un lato le vesti, il cappello del pittore Roberto Gandi, le vesti di Nello, e sotto il tavolino, in una cassetta, erano ammonticchiati i sozzi e sucidi panni insanguinati, che a Nello servivano di coperte nel suo giaciglio e fra' quali era stato trovato ravviluppato, dagli esecutori nella notte del delitto. Il presidente rivolse altre domande all'inquisito, ma questi rispose in modo subdolo, indeterminato. Fu concordato, con l'assenso del difensore, che poteva ormai considerarsi l'interrogatorio come esaurito. --Il signor Avvocato Fiscale ha la parola!--disse il presidente, voltandosi verso il banco al quale sedeva il primo magistrato del Fisco. Il magistrato si alz, e appoggiando le mani all'orlo del banco, protendendo la persona alquanto in avanti, pronunzi, con vibrato accento, e con voce sonora le seguenti parole: _Signori, presidente e auditori!_ Nei molti anni, dacch esercito l'alto mio ministero, di rado mi fu dato studiar causa nella quale apparissero pi chiari indizi della colpabilit dell'inquisito. La pubblica discussione ha sempre pi messo in evidenza l'esattezza dei precedenti atti processuali. Giammai la mia coscienza stata pi tranquilla nel chiedere la esemplare punizione di un reo. Vindice della societ offesa, io ho il dovere di parlare con severit. Il delitto sul quale voi, esimii signori, dovete dare il vostro onorando iudicato, de' pi nefandi e odiosi, che da molti anni si sieno commessi nella nostra citt: tale, che quasi toglie ad una mite popolazione il suo vanto di miti, temperati costumi e ci mette in mala vista fra le altre genti. Dopo essersi addentrato, alla minuta, in certi particolari della causa, l'oratore esclamava: Ah! signori, la causa nella quale io debbo concludere, una causa tremenda, una di quelle cause per cui il magistrato con secura coscienza pu ben parlare di catene e di patibolo! inutile che io abusi della bont vostra, cercando di provare con lunghi ragionamenti la responsabilit dell'inquisito. Alle speciose ipotesi di una pazzia incipiente, di uno stato mentale irregolare, rispondono con molta eloquenza le perizie dei medici fiscali. Che cosa potrei io aggiungere a ci che con tanta limpidezza hanno detto uomini dottissimi? L'avvocato fiscale raccolse alcuni fogli, che aveva dinanzi e ne dette lettura. Due medici, fra' pi ragguardevoli che avesse Firenze, asserivano che Nello possedeva compiuta coscienza de' suoi atti, e che poteva tenersi per fermo avesse agito la notte del 14 gennaio con proposito deliberato, se non con una vera e lunga premeditazione. La lettura di tali dichiarazioni produceva nel pubblico il pi vivo eccitamento: rendeva sempre pi acuta l'avversione contro Nello. --Ma abbiamo pure le perizie estragiudiciali!--ribatt l'avvocato Arzellini. Il presidente con un gesto benevolo fece cenno al difensore che non interrompesse. --Lei parler a suo tempo... la prego... potr dire tutte le sue ragioni--aggiunse l'egregio magistrato. Si capiva che il presidente, nonostante la sua apparente severit, era gi guadagnato o quasi alla causa di Nello. Uomo di mente elevata, di molta esperienza, educato alla lettura delle opere dei filosofi, di intelligenza facile e pronta, aveva gi capito ci che i suoi colleghi non capivano: cio che l'avvocato Arzellini combatteva in quei momenti per disputare un disgraziato, se non al patibolo, ad una pena che per lui sarebbe stata equivalente alla morte. L'Avvocato fiscale riprese il suo discorso. Descrisse con grande sfoggio di colori, con tutta la pompa retorica e declamatoria, della quale si faceva allora un immenso scupo nei tribunali, la scena avvenuta tra il Vicolo della Luna e Piazza Luna la notte in cui era stato commesso il delitto. Cerc di rimettere in azione quella cupa tragedia; parl dell'assassinato, giovane, bello, famoso, caro a tutti, ospitato con orgoglio nella citt, visitato, ricercato da cospicui personaggi, amato dal Sovrano, che era stato addoloratissimo del truce misfatto. Lo mostr proditoriamente aggredito, vacillante sul lubrico suolo del Vicolo, piombato a terra, atrocemente trascinato da un punto all'altro, lasciando per tutto quel luogo immondo le traccie del suo nobile sangue, poi spogliato, derubato. La sua parola fluida, abbondante, efficace, scuoteva il pubblico, e, quello che pi importava, s'insinuava abilmente nell'animo de' giudici, e per lo meno quattro degli auditori sentivano nascere, svilupparsi potente, irresistibile nei loro intelletti la convinzione della reit di Nello. Il rappresentante della legge toccava da maestro, e con peculiare accortezza, tutti i punti della causa, deboli per l'inquisito, raccoglieva di tanto in tanto una falange di argomenti indiziarli e se ne serviva con la bravura di un uomo, abituato a tali conflitti, e che non temeva rivali: memore del dettato s spesso ripetuto nel foro: _Et qu non prosunt singula, juncta juvant_. Naturalmente sfuggiva tutta la parte contraddittoria, che doveva poi esser raccolta, sviluppata, con s valido acume, dal suo grande avversario, l'avvocato Arzellini, del quale per egli cercava con molta finezza screditare in precedenza gli argomenti; supponendo che gli fossero mosse obiezioni a quello che asseriva, e poi confutandole. Per stornare la inquisizione dal suo vero scopo--disse a un certo punto l'Avvocato fiscale--si voluto far credere che il delitto, consumato nel Vicolo della Luna nella funesta notte del 14 gennaio, non fosse un semplice e volgare latrocinio, ma bens un delitto cui sia collegato il pi poetico, il pi forte dei sentimenti umani:--l'amore! Ma come una tale tesi potr essere sostenuta dalla difesa dell'inquisito? Non distruggerebbe essa a dirittura l'edificio, gi cos fragilmente architettato, sulla base dell'idiotismo del giudicabile? Si parla di amori... di una donna, che si sarebbe trovata nella stanza misteriosa del Vicolo, che vi avrebbe lasciato fuggendo il velo, del quale aveva coperto il suo volto, prima di recarsi ad un desiderato convegno, di una donna, la cui presenza alla stessa polizia, dopo le sue prime indagini, parve rivelata, oltre che dal velo dimenticato, dalle impronte lasciate da denti affilati e minutissimi in un pezzetto di candito... Ben lieve e frivolo indizio!.... Si parlato di colloquio fra due amanti perch si scuoprirono due bicchieri, l'uno quasi accanto all'altro sopra una tavola, e nei quali era stato versato il vino di una stessa bottiglia. Queste sono avventure ingegnose, bizzarrie, che starebbero bene in un romanzo, che non sono conformi davvero alla gravit della causa che ci occupa. E, anzi, sono persuaso che la difesa rinunzier a inoltrarsi in cos vani strattagemmi. L'avvocato Arzellini, che guardava fisso l'avvocato fiscale, e non perdeva sillaba di tutto quello che diceva, scosse vivamente il capo, e battendo un pugno sulla tavola, esclam ad alta voce: --Vedremo.... se saranno vani! Il presidente fece al focoso patrocinatore un'altra ammonizione. Vani stratagemmi!--riprese l'Avvocato fiscale, in tuono sempre pi veemente.--Imperocch, ammesso questo dramma d'amore, qual parte vi avrebbe avuto l'inquisito? Sarebbe stato egli forse il bel cavaliere, per cui la donna sospirava e si comprometteva, andandolo a visitare nella stanza misteriosa? Sarebbe stato egli, che aspettava una amante e la rifocillava di canditi e di vino di Cipro? Egli, che avrebbe nell'impeto, nell'accecamento della gelosia assassinato il pittore Gandi suo rivale? E come potr la difesa darci un racconto plausibile del modo con cui il Gandi fu condotto, tratto nell'agguato?.... Chi si rivolger ad uno stolido, ad un idiota per commettergli s ardua, s delicata, s terribile impresa, e in che modo un idiota la forniva con tanta intelligenza, con tanta audacia, con tanto abominevole precisione? Perch egli oggi ha cos avvedutamente taciuto il nome del suo complice, e lo ha sottratto alle insistenti ricerche della giustizia? questa la critica che ci permettiamo, secondo la nostra ragione cui non possiamo rinunziare, e la nostra coscienza che non vogliamo tradire. egli d'uopo ch'io mi soffermi a dimostrare gli esecrabili antecedenti dell'inquisito? E, per citare un estremo della pi temeraria ferocia, non basta che noi ripensiamo alla brutale aggressione dell'inquisito contro il nostro esimio collega, il cancelliere Buriatti, durante la preparatoria inquisizione del processo? E l'Avvocato fiscale andava innanzi, abbellendo il suo dire di tutta quelle suppellettile oratoria che era allora in voga. Avvocati fiscali, e avvocati difensori citavano versi di Orazio, di Virgilio, di Catullo, a profusione, intere ottave dell'Ariosto e del Tasso, versi del La Fontaine, diluviavano le massime dei pratici e dei dottori; i tropi, le metafore, le similitudini, le allusioni storiche e mitologiche, le parole altisonanti, sesquipedali. Ma io debbo accennare alla stanza misteriosa del Vicolo della Luna,--proseguiva l'avvocato fiscale--alla connessione che essa pu avere col barbaro delitto, da cui fu la notte del 14 gennaio contaminata quella gi localit cos sinistra. Ascoltatemi con attenzione. La stanza N. 5 serviva di certo ai convegni di qualche strano e capriccioso amatore; ma ogni retta induzione ci porta ad escludere qualsiasi relazione fra coloro che vi s'incontravano e il delitto che dette origine a questo processo. Il Fisco appose i suggelli alla porta, e vi sono tuttora, e sebbene la stanza sia piuttosto sfarzosamente arredata, nessuno si presentato fino ad oggi a ripetere la propriet degli oggetti che essa contiene. Ci ignoto dunque chi fossero le persone che vi convivevano. Chi l'aveva presa in affitto si circondato di tali precauzioni che non stato possibile chiarirne la identit! Ad ogni modo si tratta di una galante avventura, che non davvero interesse della giustizia l'approfondire nella presente causa. Per noi certo che l'inquisito meditava da vario tempo il suo latrocinio. Per noi certo che egli si appostato alcune ore, aspettando una preda. Dopo una lunga perorazione, nella quale ricapitol tutte le resultanze del processo, l'avvocato fiscale fece intendere che egli avrebbe preso le sue conclusioni. IV. Aveva parlato da circa tre ore, e il pubblico lo aveva sempre ascoltato con l'attenzione pi concentrata. Nella perorazione scongiur i giudici a non lasciarsi vincere da alcuna perplessit per le incoerenze dimostrate dall'inquisito nel suo interrogatorio, pel suo rifiuto a rispondere, per gli schiamazzi con cui non aveva esitato ad offendere la stessa Rota. Tali simulazioni non erano nuove, altri rei se n'erano valsi come espediente a sviare la meritata severit della Legge. L'Avvocato fiscale termin dicendo, che egli domandava per l'inquisito la stessa condanna da lui gi domandata nelle sue conclusioni, che si trovavano fra gli atti del processo scritto. Concludo dunque--queste furono le ultime parole dell'oratore fiscale--che la Regia Rota condanni l'inquisito Nello Bartelloni nella pena di servizio ai pubblici lavori per anni venti, _previa un'ora di esposizione_, a indennizzare la parte lesa, e nelle spese della procedura. Previa un'ora di esposizione! I mercatni quasi non si tenevano pi. Il loro desiderio era sodisfatto! Nello sarebbe messo alla _gogna_; lo avrebbero riveduto: avrebbero ricavato da lui i numeri del Lotto. Insomma si preparava ad essi in quel triste avvenimento una eccellente occasione di darsi bel tempo, di andar attorno con le spose, coi figliuoli, e far gazzarra. Ma il pubblico, agitato, commosso, non ebbe tempo di lasciarsi sfuggire la pi piccola espressione di sodisfazione o di meraviglia, poich gi si era alzato il celebre avvocato Arzellini. Eravamo, dunque, al punto di quella lotta da atleti fra i due ragguardevoli oratori, che gi abbiamo annunziato al lettore, e alla quale il pubblico ardeva di assistere. L'avvocato Arzellini era quasi circondato da giovani avvocati, che, non avendo potuto trovare posto nelle sedie, gli si erano avvicinati, e, in piedi, gli stavano dappresso con la reverenza, l'affettuoso raccoglimento di discepoli, che non volevano perdere una sola parola del maestro venerato. Tutti i cuori battevano, tutte le orecchie erano tese. Gli stessi giudici si erano rivolti verso il difensore, e mostravano di esser disposti ad ascoltarlo con la maggior deferenza. Lucertolo si era messo quasi accanto all'avvocato. L'orazione non doveva avere ascoltatore pi attento e pi appassionato di lui. --Se grave e dolorosa causa--cominci l'avvocato Arzellini--fu mai al mio patrocinio commessa, come non dir io esser tale quella che quasi tremando mi accingo a discutere?... N le tristezze di questa causa, sebbene di fatti e varia e complicatissima sia, nascono dagl'intrinseci, che la presentano come problema giuridico da risolversi. Esse nascon piuttosto dagli sventurati estrinseci, che la circondano. Grave la fa l'inaudito e quasi inesplicabile coraggio di chi ispir gli aliti primi dell'accusa... formando nella contradizione evidente di ogni diretto, o indiretto mezzo di prova un'ipotesi, la quale obietta un delitto della pi incallita umana ferocia a giovane di tenera et, quasi demente, e peregrino nel cammin della vita. Grave la fanno il terrore e la perplessit in cui l'accusa ha gettato i nostri animi. Fa grave questa causa l'incontro fatale di circostanze, le quali, sebben nate dalla sciagura, o dalla imprudenza, assumono aspetto fallace di delittuose apparenze ad eccitare lo straordinario zelo, con cui l'encomiabile Uffizio fiscale sostiene l'accusa con tutte le forze dell'ingegno e dell'eloquenza. Grave fa pesar questa causa nell'afflitto mio cuore il dovere di un padre, che corre alla difesa del proprio figlio. Non mi f certo la natura padre dell'inquisito: ma tal mi fece la Legge collocando tra le mie braccia questo sventurato innocente, questo tapino, solo nel mondo, senza guida, e senza alcun'altra tenerezza, affinch io lo difenda e lo protegga. Di rado sentii pi, ottimi giudici, quanto fosse sacro il mio ufficio. E qui un lamento mi sia permesso se non utile alla causa, e agli ottimi giudici, utile a me, ed al pubblico, che mi ascolta e che la Legge ammette a questo congresso solenne. L'avvocato lament quindi con parole energiche la condotta seguta dalla polizia nelle prime indagini; la sua cieca persuasione di aver messo subito le mani sul delinquente, trascurando ogni altra ricerca, e adoperandosi anzi a propalare contro l'inquisito la pi spaventevole leggenda. Deplor che alte influenze avessero pur regolato l'andamento del processo e che pi volte in esso si fosse pronunziato, come potentissima arme contro il disgraziato, che egli doveva difendere, il nome dell'augusto Sovrano. Abbiamo, o giudici--prosegu l'avvocato--ben luttuoso argomento a trattare: un tentativo d'omicidio, seguto da furto. Una vittima illustre, che, trafitta da pugnale, cade ferita, in mezzo alle pi terribili angoscie, merita l'attenzione del magistrato e la societ offesa reclama la severa ed esemplare punizione dell'assassino. Ma, se la societ offesa nel pi sacro de' suoi diritti domanda vendetta, la legge richiede imperiosamente che sia chiaramente ed evidentemente dimostrata la reit di chi accusato, affinch il giudice, trascinato da una fallace apparenza, non sacrifichi la vita di un innocente. egli o no dimostrato, nel concreto del nostro lacrimevole caso, chi abbia sparso il sangue dell'infelicissimo pittore Roberto Gandi? Esiste un tentato omicidio; ma fatalmente per la Giustizia, come io vi mostrer, s'ignora ancora la mano feritrice, il colpevole. Possiamo classificare questo delitto fra quei tanti, che sfuggono tutto giorno alla scure delle Leggi. Se ne cruccia la societ, ne ha dispetto il giudice virtuoso, ma quanti innocenti ha salvata la tollerata impunit di alcuni colpevoli! Se si freme sul delitto fortunato, non si piange sulla innocenza sacrificata! Mettiam fine alle considerazioni generali. Credo che altro ordine non voglia questa causa, se non quello di sottoporre al criterio legale, l'un dopo l'altro, gl'indizii tutti di reit, con infinito studio raccolti dall'analitica penetrazione del Fisco. Esamineremo la natura di ciaschedun indizio, la sua qualit, la prova che lo assiste. Se un lodevole zelo per il ben pubblico, se l'orrore per gli atroci delitti hanno a pregiudizio del Bartelloni fatta illusione al magistrato inquirente ed al Fisco, religiosamente da voi, sapientissimi giudici, dopo le risultanze processuali, verr riconosciuta la loro legale insussistenza, e il vostro equo giudicato, la ragione e la giustizia porranno fine alle tante immeritate sciagure ed al carcere in cui ha dovuto gemere il mio difeso. Scusabile il Fisco nell'accusare, ed io di buon grado lo scuser: ma perch, eziandio chiedendo una minor pena, venuto a parlarci di patibolo e di catene: ad atterrire un debole innocente con la sanguinosa suppellettile del suo spaventevole armamentario? Il Fisco vi ha raccontato, prestantissimi giudici, come si svolgesse, giusta i suoi criterii, la scena nefasta, che macchi di sangue la notte del 14 gennaio il Vicolo della Luna e la Piazza Luna. Di nuovo io ammiro la fervida fantasia dell'oratore, il suo immenso, sconfinato zelo per perseguitare il delitto. Ma, ad ordire la sua tragica favola, il Fisco non tien conto neppure dei costituti, delle giudiciali dichiarazioni, dei giurati asserti dei testimoni, che gi si trovano in atti. Dice il Fisco che il mio cliente si appost varie sere nell'orrendo Vicolo, deciso a commettere un latrocinio. Egli non aspettava il Gandi, aspettava una preda qualsiasi, aspettava un uomo che potesse derubare. E pure, o signori, il testimonio Cosimo Pardilli, suonatore nell'orchestra del Teatro della Pergola, non ha giurato dinanzi al giudice inquirente che la sera del 14 gennaio, dopo le 10, mentre chiuso nella stanza, che egli abita nel cos detto Palazzo della Cavolaia, suonava il violino, ud il mio cliente che cantava sotto la sua finestra, rispondente in Piazza Luna? Ah, nuovo l'esempio, concedetemelo, eccellentissimi giudici, di questo assassino, che aspetta, cantando, col pugnale alzato, la sua vittima. Il Fisco non ha sentito quanto diventava grottesca la sua accusa? Sebbene cercasse di frenarsi, a Lucertolo sfuggivano segni non dubbi di approvazione. Gran trionfo mena il Fisco pel ritrovamento del pugnale insanguinato nello squallido e misero giaciglio del mio povero cliente. Per, o signori, concedetemi pure che diviene sempre pi singolare questo assassino, il quale, invece di gettare lontano da s il materiale del delitto, lo raccoglie quasi con cura e se ne circonda! singolare un assassino, che trascina l'uomo che si suppone da lui ferito, proprio dinanzi all'uscio della sua abitazione, e quando gli ha posato il capo quasi sulla soglia, egli stesso la varca e si chiude, e si getta nel proprio letto senza pensare ad allontanare da s i sospetti, anzi studiandosi di accumularli, di renderli, a cos dire, palpabili, cercando di insanguinarsi le mani, i piedi, il volto, le vesti! Fino ad ora gli assassini, commesso il loro crimine, fuggivano, loro primo pensiero era di gettare il ferro omicida, di allontanarsi dal luogo del delitto, ma l'assassino pervicace che il Fisco vuole scuoprire nel mio infelice cliente, un fenomeno, un fenomeno, che viola tutte le leggi di natura, ma che si accomoda mirabilmente alle crudeli esigenze dell'accusa. Dopo una breve pausa, che l'avvocato occup nel consultare alcuni appunti, che aveva sparpagliati dinanzi a s, cos riprese: Nell'accurato, sintetico documento che ci ha letto il rispettabilissimo Auditore, relatore della causa, trovo una deplorevole lacuna. Egli non ci ha dato descrizione della struttura fisica del ferito, della struttura fisica del supposto feritore. Tal punto di somma importanza! Il supposto feritore voi l'avete dinanzi ai vostri occhi nella compassionevole delicatezza e gracilit delle sue membra, nella triste debolezza delle sue forze, del suo mancato sviluppo, nella sua deficiente statura. Nel gramo corpicciuolo del mio cliente la Regia Rota ha uno straziante compendio di tutti i patimenti, di tutte le privazioni, di tutte le torture, che questo derelitto deve aver subito sin dalla nascita. Il pittore Roberto Gandi, il ferito, invece di alta statura, di robusta corporatura, di forza muscolare straordinaria. Eppure il Fisco vuole indiscusso che il mio sventurato cliente, non ostante la sua piccolezza, il suo breve e debol braccio, abbia potuto ferire alla testa, gettarsi ai piedi, di un colpo, un uomo che tanto lo superava e di statura e di forze! Omicidio tentato per latrocinio, grida il Fisco. E sia pure! Ma strano l'autore di questo latrocinio, che mentre non lascia nel corpo del ferito il pugnale, anzi lo strappa a forza, gli lascia nelle tasche il portamonete contenente una somma cospicua, e che, rinvenuto dagli agenti della polizia, si trova appunto su quel tavolino fra i corpi del delitto come una fra le tante prove d'innocenza dell'inquisito. Ed ora, prima che io entri a trattare pi alto tema, a mostrarvi cio le condizioni morali e intellettuali del mio sciagurato cliente, lasciate che io vi accenni al modo incompleto, assurdo, inumano, con cui la preparatoria inquisizione stata condotta, adulterata.... V. --Signor avvocato, la prego a moderarsi... --Non si pu moderare, signor presidente, l'amore della verit, della giustizia... la convinzione profonda, che io ho della innocenza di un infelice perseguitato... Si udirono nel pubblico mormorii ostili a Nello. --La impopolarit non mi spaventa,--continu il sommo avvocato, voltandosi e lanciando intorno a s occhiate di sprezzo.--Non spavent Socrate quando quel grandissimo, divino.... --Signor avvocato, ella deve parlare alla Rota e non al pubblico... E alla pi piccola vociferazione avverto il pubblico che non sar pi ammesso ad assistere alla continuazione del processo. I poteri del presidente della Rota erano amplissimi. Il pubblico torn in un attimo ad essere tranquillo. Il focoso oratore, incoraggiato dai giovani entusiasti, che gli stavano sempre dattorno, e lo salutavano di tanto in tanto con un mal simulato fremito d'ammirazione, and innanzi dicendo: Io devo insistere nell'affermare che l'inquisizione stata in questo processo mal condotta, e senza imparzialit... --Ma, signor avvocato... --Qui dunque si vuol violare la mia coscienza? --Continui... ma l'avverto di tenersi nei limiti. S, la mia coscienza di galantuomo si ribella nel percorrere le carte, preparate nei silenzi della Cancelleria, quelle carte, su cui il Fisco fonda il suo spietato Vangelo! Il Fisco vuole esclusa ogni relazione fra il delitto consumato la notte del 14 gennaio, e la stanza misteriosa, segnata di N. 5, che si apre nel Vicolo della Luna. Ma noi sogniamo, o siamo desti? Assistiamo allo svolgimento di un terribile, serio dramma giudiziario, o all'intrigo di una commedia? Il presidente torn a interrompere l'oratore. Di rado gli avvocati davano allora in tali escandescenze, e lo stesso avvocato Arzellini, sebbene noto per una insolita impetuosit, non era mai andato tant'oltre. Il presidente lo avvertiva con benevolenza perch anch'egli si sentiva sempre pi propenso in favore di Nello, e la convinzione della innocenza di lui gli si approfondiva nell'animo. Quasi avrei abbandonato tale argomento,--aggiunse l'avvocato Arzellini,--se nelle stesse carte processuali, preparate dagli _attuarii_, non avessi trovato un gravissimo indizio. E a comprendere che sia gravissimo non vi bisogno davvero di avere sfogliato i ponderosi volumi de' Bruni, de' Bianchi, dei Casonii, de' Farinacci sulla materia indiziaria. Gli agenti della polizia, allorch fecero l'accesso nella stanza misteriosa, vi trovarono... fate bene attenzione, o signori... vi trovarono acceso un lume. Dunque quel lume avea servito ad illuminare le carezze, i trasporti di un convegno amoroso... aveva servito ad illuminare qualcuno, che poco innanzi era presente nella stanza, seduto alla tavola sulla quale si trovarono bicchieri sempre umidi del vino versatovi, i dolci a met morsicchiati... Forse per il Fisco la lampada pendeva accesa da quel soffitto sin dalla creazione del mondo?... Chi dunque si trovava nella stanza, al momento in cui il delitto era consumato dinanzi alla porta, anche ammesso che le persone in tale stanza convenute al delitto sien rimaste estranee? Chi vi si trovava? Quali rumori ha udito? E che cosa ha fatto la polizia, non sapendo scuoprire, perdendo, anzi, a dirittura, le traccie di tal gente? E non basta! Attiguo al luogo del delitto un infame raddotto. Perch la polizia non ha spinto oltre quelle infette pareti le sue indagini? Ha forse essa avuto paura, mettendo il piede in quella soglia di sozzure, di contaminarsi, di lasciarvi il proprio candore? Perch il processo inquisitorio muto su tutti questi particolari? Perch noi non sappiamo oggi--e l'elevatissimo accento dell'avvocato scuoteva tutti--chi entrato nell'immondo raddotto della Palla tra la sera e la notte del 14 gennaio, se qualcuno vi entr titubante, eccitando sospetti; infine perch non si cercato anche l, dove ben potevano trovare, o cercare asilo un delinquente, e i complici, gli ausiliarii di un delinquente? Altra lacuna imperdonabile e di suprema gravit negli atti. Chi ci dice dove il pittore Gandi abbia passato la sera del 14 gennaio? vero che egli non poteva parlare, che non si potevano ottener da lui risposte, ma se il suo labbro era muto, perch la polizia, l'autorit inquisitoria non eloquente e zelante nel fornirci tutti i particolari della causa, almeno quanto eloquente e zelante il Fisco nell'accusare questo sfortunato? Sopra un tal punto io debbo esser molto circospetto, alti riguardi mi prescrivono una necessaria discrezione, ma di un indizio molto importante dobbiamo tener conto, che il pittore Roberto Gandi indossava panni umili, dimessi, la sera del delitto... si era insomma travestito! Ci risulta dagli atti del processo. Ma travestito si era a quale scopo? Vedete quante oscurit; quanti dubbii, quante ambagi solleva questo processo!... Solo il Fisco sicuro, egli non ama i complicati problemi. Non gli va a grado l'analisi, la quale separa e decompone. Egli vagheggia la sintesi, che tutto riduce ad un'asserzione compatta e unica. Meno a lui piacciono il dubbio, la lentezza di esame e la irresolutezza alla quale conduce. Lo incomoderebbe la titubanza di Ercole al bivio tra i due opposti inviti di Aretea e di Edonide. Valendosi della sua forza, taglia e non scioglie il nodo gordiano. Questa causa gronda da ogni lato di umano sangue! Sia pace dunque al Fisco ed a noi! Bene egli fece a perseguitare nell'inquisito le apparenze di reit, e meglio faremo noi dileguandole. Egli non dubita, come non dee dubitare, delle proprie asserzioni, essendo esse separate e disgiunte, come esser debbono gli articoli dell'accusa, a guisa di chi chiamato non a edificare, a lapidare altrui, costretto a prendere alla rinfusa una pietra dopo l'altra. Noi raccoglieremo queste pietre per studiarne il peso, la foggia e la tempra, e vedere se, come quelle che Deucalione lanci, possano acquistare e moto e vita di valutabile indizio. La fattispecie, che ci porge il Fisco nel suo libello, compendiata, anzi storpiata; bisogna darle una maggiore estensione, che ci scorga passo passo, nel cammino diretto, alla ricerca del vero. Nulla prepara la catastrofe, nulla vi s'incatena, come anello per anello, come causa ed effetto, come provenienza e flusso di antecedenti e conseguenti, perch anzi dell'effetto, che spunta improvviso, non abbiamo precedenza di causa, e ben possiamo chiamarlo: _prolem sine matre creatam!_ Dove, dite in verit, o giudici, la causa proporzionata a delinquere? _Nec enim_, mi grato ripetere col sommo Farinaccio, _factum quaeritur, sed causa faciendi_. E qui l'avvocato sviluppava una delle parti pi belle, pi eloquenti della sua arringa. A un certo punto ripigliava in tal modo: L'innocenza non salva dalla sventura, anzi la sventura suol essere dell'innocenza indivisibile compagna. Ben disse l'ingenuo La Fontaine: _Et c'est d'tre innocent que d'tre malheureux!_ Avete trovato alcuni oggetti appartenuti al ferito nascosti nello squallido abituro del mio cliente? Il minor figlio e pi caro del credente Giacobbe sorpreso, avendo presso di s una preziosa coppa furtiva. Se Iddio nol proteggeva, egli avrebbe dovuto soccombere sotto un'accusa di furto. L'avvocato Arzellini combatt uno a uno gli argomenti, contenuti nel libello fiscale; venne ad affermare che non l'inquisito, ma altri era stato l'assassino del pittore Roberto Gandi. Nello, uscito di notte tempo dalla sua catapecchia, si era imbattuto nel cadavere, e da pazzo com'era lo aveva spogliato di alcuni oggetti preziosi, si era tutto imbrattato di sangue, aveva preso il pugnale, tale e quale come avrebbe forse fatto un fanciullo. Che Nello avesse come una certa mania pei metalli non era stabilito da una testimonianza cos cara al Fisco, e registrata in atti, quella della donna Lazzarini? Essa non ci ha detto--esclamava l'avvocato--che il mio cliente ebbe un giorno diverbio con una bambina di lei per toglierle di mano un pezzo di metallo; e a che motivo, se non agli occhiali d'oro che portava il giudice Buriatti, dovuta la sua tanto decantata ed esagerata aggressione? Lungi da me l'idea di dir cosa spiacevole a quell'egregio e solerte magistrato, ma l'aggressione non mai esistita che nella sua eccitata fantasia: mancano di essa, non gi le prove, ma perfino gl'indizii pi lievi. Ed chiaro che il mio cliente in un suo vaneggiamento protese la mano soltanto per il metallo prezioso degli occhiali, che a lui apparivano come un trastullo. Nel pubblico molti e molti scuotevano la testa quasi in segno di dileggio per l'insufficienza di tale ragionamento; un osservatore attento avrebbe potuto scorgere segni di ironia, appena visibili ad altri, nel volto degli stessi magistrati. L'avvocato Arzellini si mise a dimostrare, con la scorta delle perizie estragiudiciali, che lo stato mentale dell'inquisito non era sano. Egli, sin dalla prima fanciullezza, aveva dato prove di demenza. Accusarlo di simulazione negli interrogatorii, nella sua condotta, era contrario ad ogni dettame della scienza; ad ogni retto criterio. Come, egli non si era mai smentito, non aveva mai avuto un momento di titubanza, non aveva mai vacillato? Ormai era incarcerato da mesi, aveva subto interrogatorii dagli ufficiali della polizia, dai ministri processanti, e alla pubblica udienza. E sempre, a gran distanza di tempo, si erano riscontrate in lui le medesime, identiche incoerenze. Esse non potevano essere frutto di simulazione, corrispondevano bens ad una condizione permanente, immutabile, dello stato mentale, morboso dell'individuo. Vi fu chi scrisse--osserv l'avvocato Arzellini--un libro intitolato: _Della Ciarlataneria degli Eruditi_. Dopo ci che i periti fiscali dissero sulla potenza ragionativa e intellettiva dell'inquisito, si potrebbe a quel libro aggiungerne un altro, intitolandolo: _Della Ciarlataneria della Medicina Legale!_ Leggo a pagina 180 negli atti del processo: Si ripose in atti una relazione dei medici fiscali signor dottor F*** M*** e dottor F*** S*** del tenore ecc. E leggo pi oltre: --Presentata la suddetta relazione dai nominati signori dottor F*** M*** e dottor F*** S*** medici fiscali, ai quali letta di parola in parola, e a loro chiara e piena intelligenza come asserirono, quella e suo contenuto con la viva voce, tanto unitamente che separatamente confermarono e ratificarono in tutte le sue parti, con giuramento per me deferitogli, e da essi rispettosamente preso _tacta imagine C. J._, asserendo di averla firmata di proprio pugno e carattere.-- Non era questo il metodo, o signori, che doveva tenersi coi periti nella loro qualit di testimoni. Essi ratificarono prima, e dopo giurarono, e il testimone deve prima giurare, e poi deporre, mentre egli giura _de veritate dicenda_, e non _de veritate jam dicta_. I periti udiron leggere la loro relazione dall'_Attuario_, e concordarono i fatti, vale a dire, produssero in atti un _attestato scritto_, n come testimoni alle legittime interrogazioni deposero, lo che non ne' giudizii civili, non ne' criminali permesso. Ma spingiamo pi oltre le osservazioni della difesa. L'avvocato Arzellini s'ingolf quindi in lunghe elaborate e peregrine considerazioni. Insist di nuovo specialmente sul fatto che altri che Nello era stato di certo l'assassino del pittore Roberto Gandi, che la poca oculatezza, la negligenza della polizia lo avevan lasciato sfuggire: che i ministri processanti, accecati subito dalle prime prevenzioni, non avevano, con grave jattura, ricercato. Lucertolo si sarebbe gettato al collo dell'avvocato Arzellini. Quello per lui era un grand'uomo! Come egli aveva subito indicato, e con quanta chiarezza, i metodi per scoprire il vero colpevole!... Come era fino, giusto, da artista, il suggerimento di fare indagini su chi era entrato, tra la sera e la notte del 14 gennaio, nel raddotto della _Palla_. E dire che, lasciamo stare i suoi compagni, ma egli, egli Lucertolo, che si teneva cos furbo, cos destro, non ci aveva pensato! Da qualche tempo le sue facolt erano ottuse! --Ma mi rifar, mi rifar!--pensava l'irrequieto e ardente esecutore. L'avvocato, giunto alla fine della sua orazione, dopo aver esaminato la causa in ogni suo lato e averla esaminata con tutto il calore della sua eloquenza, e la dirittura della sua logica, persuaso di aver luminosamente provato l'innocenza del suo cliente, cos terminava: Altri che l'inquisito fu il feritore. Questo diverso assassino vi certo; ma il Fisco si scusa e dice di non vederlo. Vorr dunque egli valersi delle pene, delle ingiuste sofferenze inflitte al mio cliente come medicina a meglio vederci? E la pena, che tanto desidera pel mio cliente, sul cui capo una deplorevole fatalit accumul apparenze delittuose, gli dir forse chi fu il vero autore dell'assassinio? Il barbaro conquistatore di Roma, dopo aver convenuto il peso dell'oro, che dovea esser prezzo del suo riscatto, giunta la bilancia alla misura del peso, vi gett sopra la propria spada per aggiungere un nuovo prezzo al gi convenuto, intuonando quell'epifonema terribile: _Guai ai vinti!_ Non altrimenti opera il Fisco con l'inquisito. Sostituendo al criterio la forza, getta sulla bilancia della causa per farla preponderare a suo grado un numero di congetture, che la ragione, la equit, e la giustizia rigettano. Ove certa la reit e il reo non men certo, la giustizia inesorabile colpisca il reo, ma ove la reit non abbia altro appoggio che apparenze ingannevoli, sempre tenga di tutto sommo conto la giustizia per non punire, essendo questo il suggerimento della clemenza non gi, di cui vano rammentare ai giudici il nome, ma della scritta ragione, guida indeclinabile di chi accusa, di chi difende, e di chi siede per giudicare. Concludo che la Regia Rota debba assolvere il mio cliente. L'avvocato Arzellini usc dalla sala, mentre un domestico gli gettava sulle spalle una grossa pelliccia. Egli era in preda ad una specie di febbre, tanto aveva parlato con zelo, con convinzione, e commozione, tale era lo sforzo da lui fatto, la tensione della mente in cui aveva perdurato alcune ore. L'Avvocato fiscale rinunzi a rispondere al difensore. Ripet in brevissime parole che egli era profondamente convinto della reit dell'inquisito, e aspettava fidente dalla Regia Rota la severa condanna dell'assassino. Adempite le formalit, il presidente dichiar levata l'udienza. L'ora era tarda: gli uscieri gi avevano portato i lumi. La sentenza doveva essere pronunziata, come vedr il lettore, due giorni dopo. Subito Lucertolo correva alla _Palla_ per effettuare il piano di guerra, indicato dall'avvocato Arzellini. Quali persone erano entrate nel raddotto la notte del 14 gennaio? Fra queste persone ci era Bobi Carminati? Era espediente lo scoprirlo! VI. Nello fu ricondotto nel carcere, molto abbattuto, affranto. Le lunghe ore della udienza, il tormento degli interrogatorii, gli urli e le minaccie del Fisco, i rabbuffi del presidente, le grandi parole commoventi dell'avvocato, i mormorii del pubblico lo avevano stancato, confuso, stordito. Appena entrato nella prigione, sedette, poi si accasci come una massa inerte sull'intavolato, che gli serviva di letto, e, senza prender cibo, si addorment. Pi volte i carcerieri lo udirono la notte urlare, schiamazzare nel sonno. Lo stolido farneticava, rivedeva le immagini guaste e corrotte dei fatti, che tutta la giornata aveva udito ripetere, raccontare distesamente: un uomo ferito, morente, e poi sangue, pugnale, birri, persecuzioni, giudici, patibolo, altri terribili fantasmi. La discussione fra gli auditori di Rota per compilare la sentenza fu lunga e tempestosa. Le varie opinioni furono ventilate con passione; pi che con zelo, con acrimonia. Come gi sa il lettore, gli auditori erano sei, il loro modo di giudicare severo, truce, inflessibile, peggio che inesorabile. Terminata la sessione,--scrive Agostino Ademollo--i giudici si ritiravano in segreto e quindi davano la sentenza a pluralit di voti, determinati non gi dalla morale convinzione, ma dalla prova o, convinzione legale, resultante dalle carte processuali, il che spesso situava il giudice nella inumana posizione di condannare un inquisito contro di cui concorreva la prova legale, sebbene l'animo suo non fosse convinto della di lui reit... Agostino Ademollo. _Il giudizio criminale in Toscana._ Dalla sentenza non si dava appello, n cassazione. Soltanto si accordava al condannato la facolt di esperimentare la revisione del giudicato, o la grazia del principe per mezzo di supplica da inviarsi per il canale della Regia Consulta. Cos finiva il giudizio criminale prima del 1838. Il processo inquisitorio, fin qui praticato, aveva questo gravissimo difetto e questa fatale conseguenza che, appena avvenuta la trasmissione della speciale inquisizione, essa nuoceva grandemente alla fama e al benessere del cittadino. Egli veniva generosamente ritenuto per delinquente, veniva sospeso da ogni pubblica carica; veniva cassato dai ruoli delle milizie se militare; veniva privato del consorzio degli onesti cittadini; e difficilmente si lavava la macchia dell'inquisizione, nonostante che con la difesa avesse provato la sua innocenza, non ostante che la sentenza la proclamasse. Il lettore attento faccia su questi rapidi cenni le sue meditazioni, ch gli gioveranno. Noi torniamo alla Camera di Consiglio ove erano riuniti i sei auditori. Il presidente sedeva ad una gran tavola, che era quasi nel mezzo della stanza. Accanto al presidente, quasi incollata alla sua poltrona, era la sedia su cui appoggiava il gramo dorso l'auditorino Lechini. Dirimpetto al presidente, torbido, minaccioso, rannuvolato, con un cipiglio da augurarne ogni sinistro, sedeva il Relatore della causa, auditore Pantellini. L'auditore Biscotti era a destra del Relatore. Questo Giudice era un fanatico studioso dei Testi di lingua: spesso costringeva i suoi colleghi a sospendere la compilazione di una sentenza per i motivi che diremo. Si trattava, poniamo, di mandare un disgraziato per quindici, venti anni, per tutta la vita, in galera. L'estensore della sentenza, rigido, raccolto, dettava il racconto delle circostanze, che avevano potuto servire ad aggravare, o render migliori le condizioni dell'inquisito. Si scrivevano allora lunghe, interminabili sentenze, i cui _attesoch_ si prolungavano per quaranta e cinquanta pagine. D'un tratto si udivano un grido, un'escandescenza, il rumore di una sedia, che si moveva. L'auditore Biscotti si alzava, tutto irritato, rosso in volto, solenne. --Che cosa c', signor auditore!--domandava il presidente. --Se io debbo firmare la sentenza non ammetto che si metta il participio _concernente_ con il dativo... --Signor auditore!... --Non son disposto a transigere, signor presidente. La propriet dei vocaboli cosa sempre necessaria, necessarissima in una sentenza. Abbiamo l'obbligo di mostrar prima di tutto che sappiamo far giustizia alle parole, esser giusti nella espressione. Bisogna dire concernente _il_ delitto: concernente _al_ delitto un solecismo. So bene che il poeta mugellese ha scritto nel suo _Torracchione:_ F quel tanto ordinare e porre in punto, Che ad opra cos pia fu concernente. Per l'esempio del seicento: c' anche un altro esempio nel Segneri, ma questi autori bisogna citarli con cautela... --Andiamo!... Basta!... Sempre tali questioni!--ripetevano gli auditori in coro. Per erano sempre costretti a modificare la frase. L'auditore Biscotti non si impauriva. Alla prima occasione, egli tornava ad interrompere, ad esigere il cambiamento dell'espressione difettuosa. Se il presidente talvolta gli rispondeva con una certa severit, e dichiarava assolutamente con la sua autorit che una parola era propria, che la discussione doveva troncarsi, il giorno dopo l'auditore arrivava in Camera di Consiglio col suo bravo volume del _Vocabolario della Crusca_, con un'osservazione di Basilio Puoti, con la Grammatica del Corticelli. Bisognava, o dargli la sua parola, o... la vita! A sinistra dell'auditore Pantellini, relatore, sedeva l'auditore Comettini, che tutte le sere andava a giuocare a calabresella, o a picchetto, col vicario dell'arcivescovo, e in Camera di Consiglio meditava, preparava i suoi pi bei colpi. Il sesto auditore, Dario Salti, vedovo, aveva per casa una grossa, ossuta fantesca, che lo dominava, lo raggirava, gl'incuteva un inesplicabile terrore, co' suoi modi pazzeschi e indiavolati. L'arcigna creatura aveva un odio furibondo contro i libri. Non voleva che l'auditore ne comprasse, n gli aveva mai permesso di metter su, in casa, uno scaffale. L'auditore, per studiare, per consultare un volume, andava qua e l, or con un pretesto, or con l'altro, nelle case de' suoi colleghi. Le stanze della Rota erano per lui il Paradiso. Non avrebbe mai voluto uscire dalla Camera di Consiglio: vi si trovava pi contento che in casa sua. Quando una sessione, una discussione era finita, mentre i suoi colleghi si alzavano in fretta, e apparivano sodisfatti di andarsene, egli diventava cupo, attristato; l'idea di dover tornare a casa, delle accoglienze, che gli avrebbe fatto la rozza e irosa Megera, il suo carnefice in gonnella di rigatino, lo atterriva. Era lungo lungo, secco, calvo, con un naso sperticato, di larghe narici. Aveva circa sessant'anni. Il presidente quella mattina, appena entrato, fece con gli auditori la sua solita conversazione. --Avevano letto la poesia a Santa Cecilia del canonico Trenti?... Un nuovo Metastasio!... Si preparava alla Pergola un bello spettacolo... Era arrivata a Firenze Miss Zigstown... dovuta venir via da Londra, dicono, perch una sera un grande personaggio della Corte stato sorpreso nel corridoio, che metteva alla cappella del palazzo dove la Miss, che cattolica, si trovava... a pregare. Un altro magistrato, mio amico, mi scrive da Lucca che la marchesa Flabelli fuggita col tenore Ottavini... --Sempre bene informato il nostro presidente!--diceva in atto estatico l'auditore Lechini. --Ora dunque passiamo agli affari!--osserv il presidente, interrompendo ad un certo punto la conversazione. Era tornato molto serio. Si preparava a ribattere con la sua coscienza, con la finezza e il vigore del suo ragionamento le obiezioni, che prevedeva gli sarebbero mosse dall'auditore Pantellini. La lotta doveva essere combattuta fra que' due magistrati, d'indole cos diversa, sempre avversarii, l'uno, il Pantellini, geloso e rabbiosamente invidioso dell'altro, ma tutti e due le migliori teste, che avesse quel Turno della Rota. Secondo che l'uno o l'altro prevalesse nella discussione, era certo avrebbe avuto con s il maggior numero de' colleghi, salvo il Lechini, che dava sempre il suo voto conforme a quello del presidente, l'auditore Comettini, che votava sempre con l'auditore Pantellini suo pigionale. L'auditore Pantellini fece un gesto brusco, come se avesse voluto dire:--Era tempo! --Come sanno,--ripigliava il presidente,--dobbiamo occuparci della causa pel latrocinio commesso nel Vicolo della Luna. La Rota deve giudicare dei punti seguenti: provato, in genere, il fatto che il signor Roberto Gandi pittore, come risulta dal libello fiscale, fosse proditoriamente assalito la sera del 14 gennaio nel Vicolo della Luna, che fosse ferito, e in conseguenza della ferita riportata alla testa, sia da varii mesi obbligato a guardare il letto... --Costrutto francese! costrutto francese!--brontol l'auditore Biscotti. --A stare a letto, dunque, signor auditore, si calmi!... provato che la ferita abbia messo in grave pericolo la vita del signor Gandi? provato, in _specie_, che colui che produsse la ferita fu l'inquisito Nello Bartelloni? provato che lo facesse a scopo di furto e con premeditazione? provato che l'inquisito fosse in stato mentale, come ha dedotto la difesa, tale da escludere, o diminuire la sua imputabilit? --Ah se mi fosse toccato ieri sera l'asso di cuori!--pensava tra s l'auditore Cometti! --Questa causa grave, molto grave, secondo me--riprese il presidente--Non so quali sieno i pareri degli egreg auditori, ma quanto a me dichiaro che il libello fiscale non mi ha lasciato molto persuaso. --Come? Come?--domand subito esasperato l'auditore Pantellini--lei pu dubitare della reit dell'inquisito? --S, signor auditore, io ne dubito... --Ed io pure e da un pezzo!--interruppe l'auditore Lechini. --Mi sembra che _anche scartando_.... molte prove--soggiunse l'auditore Comettini, che aveva sempre per la mente un resto di partita a calabresella--ci rimangano pur sempre prove irrefragabili.... --Se ci rimangono!... Ma dica che a ogni parola del processo si moltiplicano!--replicava ingrugnito il relatore. --Prove... prove: presto detto. Ma scrutiamole un poco, ventiliamole queste prove... Non si accorgono, lor signori, quanto appunto ci sia deficienza di prove assolute sulla origine del delitto?... Ecco, io apro il processo a pag. 26. Leggo la querela, in atti, dello Scrivano della Piazza. Stiano bene attenti! in questo documento dichiarato che le prime traccie del sangue furon trovate nel Vicolo dinanzi alla porta della stanza segnata col num. 5. -- chiaro--continu il presidente--che l'assassinato ha ricevuto davanti a questa porta la ferita, l'ha ricevuta, cio, dopo aver fatto alcuni passi nel Vicolo. spiegato, provato bene come il signor Gandi abbia potuto essere indotto a inoltrarsi a tale ora, in tal luogo? Per ricevere la ferita alla testa da un giovane di piccola statura come l'inquisito, evidente che egli ha dovuto chinarsi, prestarsi all'aggressione... In che modo?... Il pugnale, che ha prodotto la ferita stato brandito da mano robusta... Ora l'inquisito ha appena la forza di un fanciullo. Avranno osservato, durante l'udienza, che il suo braccio trema con una specie di movimento paralitico... --Solite simulazioni di questi furfanti!--interruppe l'auditore Pantellini. --Per ammettere che tutto ci che ha fatto, o detto l'inquisito sia una simulazione, bisognerebbe ammettere che egli sia dotato di una intelligenza veramente straordinaria... Egli non si smentito un momento... Per varii mesi stato sempre eguale a s stesso, non si tradito un solo istante.... Dove ha attinto questa forza d'intelletto, questa sagacit un giovinastro, che sino a che non stato arrestato, fu sempre creduto uno stolido, un imbecille?... Ci sono certi ragguagli insignificanti, in apparenza, ma de' quali noi, cui affidato un s prezioso tesoro, l'onore, la tranquillit, la felicit talvolta dei nostri simili, siamo obbligati a tener conto. Non vi nulla anzi di piccolo, d'insignificante per la giustizia. --Il signor Presidente stato convertito dal canto di sirena dell'avvocato Arzellini!--osserv con piglio ironico, il relatore della causa. --No, caro auditore, io non mi lascio convertire, ma neppure mi ostino contro le evidenze, che mi porgono la scienza e la ricerca della verit. Mi ascolti. Abbiamo un ragguaglio, che ricorre pi volte nel processo. L'inquisito la sera in cui fu commesso il delitto, stato udito cantare. Ha cantato spesso, nel carcere: talora, lasciando il cibo e interrompendo di parlare con coloro che l'interrogavano... ha cantato all'udienza. Queste vociferazioni sono considerate come un espediente, di cui l'inquisito si serve a sviare l'accusa. Per si dice che egli rimasto colto nella propria rete: volendo ingannare, ha rivelato invece la propria malizia perch la sera del 14 gennaio egli cantava, ripetendo con precisione l'aria eseguita dal testimone Pardili sul violino; all'udienza cantava un'aria, che si verificato esser quella eseguita, sull'organetto, da uno zingaro che passava per la strada in quel momento. Dunque, si conclude, egli non stolido, non idiota, intelligente. --Sicuro! sicuro!--bofonchiava l'auditore Pantellini. --Ma, no, signor auditore! Posso mostrarle libri di scienziati, provarle con casi antichi e recenti che ci sono veri e propri idioti, i quali hanno speciali attitudini per la musica, si commovono, si esaltano all'udire melodie, le ritengono con estrema facilit, le ripetono con orecchio s fine da disgradarne certi artisti dei teatri minori. Alcuni arrivano a suonare e ad inventare delle arie.... Questo delinquente, che cantava con premeditazione al momento di commettere il delitto, e ha cantato all'udienza, troppo abile e troppo incauto al tempo stesso; per credere alla sua prodigiosa penetrazione, alla sua acutezza, ci vuole, mi lascin pur dire, uno sforzo maggiore che per credere alla sua innocenza, alla sua irresponsabilit. Le sottili osservazioni del valoroso magistrato andavano perdute. Gli auditori, Pantellini, Comettini e Salti non dissimulavano pi i gesti della loro impazienza. Il presidente non li vedeva. Egli era tutto assorto nella sua teoria. --Le perizie estragiudiciali sono dovute ad uno scienziato eminente, ad uno di quegli osservatori perspicaci, che hanno studiato i fenomeni morali con una pazienza sublime. Ci che si dice sulle condizioni mentali dell'inquisito, confesso, che mi ha colpito... Egli ha apparenza in certi istanti di uomo ragionevole, ma l'esistenza in certi infermi della mente di una facolt qualunque, di una attitudine speciale, superiore, se vuolsi, non solo alle altre, ma eziandio a quelle degli uomini psichicamente sani, pone spesso in inganno gli osservatori superficiali... Io sento che abbiamo dinanzi un tipo degenerato: un eccentrico piuttosto che un delinquente. --Ah, ma queste, scusi, sono utopie!--disse con la sua voce stridula il Pantellini. --Ed io l'assicuro, signor auditore--ribatt il presidente--che la mia coscienza molto titubante, e molto agitata. Io sono turbato da un'idea che mi tornata spesso alla mente durante il processo, che cio l'origine del delitto commesso la sera del 14 gennaio sempre un mistero per la giustizia: che esso ci sfugge nel suo complesso: che non ne abbiamo in poter nostro che una parte accidentale. Una voce, che non posso far tacere, la voce della mia coscienza, mi grida che il sangue, di cui fu trovato cosparso l'inquisito, non stato versato da lui. Egli la vittima di un delinquente accorto quanto feroce. Nella debolezza del suo intelletto, invece di difendersi, egli si accusa, corre da s incontro al precipizio. Il magistrato, con la sua esperienza, con la sua squisita sensibilit, con la sua profonda intelligenza, vedeva, in quel momento d'immensa lucidit, la vera condizione del fatto luttuoso di cui la Rota doveva giudicare. La sua mirabile intuizione parve a un tratto dissipare le oscurit del processo. Nessuno fino allora aveva scrutato con tanta chiaroveggenza nell'intricatissimo e tenebroso affare. Svolse pi ampiamente le circostanze di fatto, le prove, le risultanze del processo, e fin esclamando: --Riflettiamo; ponderiamo bene, o signori, prima di condannare un innocente! I quattro auditori, che sedevano dall'altro lato della tavola, presero tutti insieme la parola. --Lascino parlar me!--disse il relatore della causa,--poi ciascuno di loro far le sue osservazioni.... Il ragionamento del _dotto_ nostro presidente--si capiva che quell'aggettivo aveva scottato le labbra dell'auditore Pantellini-- ingegnoso, sottile, ma non distrugge le prove materiali, che ci sono contro l'inquisito. Alle teorie sullo stato mentale dell'inquisito io sono incredulo.... peggio che incredulo!--dichiar con crudezza l'auditore,--per me sono ammennicoli.... Li detesto come argomenti di difesa, ma in qual via c'inoltreremo, se noi magistrati li raccogliamo e cominciamo a ripeterli in Camera di Consiglio? Il presidente fece un lieve movimento d'impazienza, ma uomo di tatto squisito, di educazione eletta, si rattenne. --Lei auditore,--rispose con calma il presidente, gingillandosi con la catena dell'orologio, e mezzo rovesciato sulla spalliera della poltrona,--insiste tanto sulle prove materiali, mentre fa assoluta astrazione dall'origine, dalla sostanza del delitto... Il pi grande scoglio,--aggiunse il presidente--quando si tratta di scoprire un delitto misterioso, un errore sul movente di esso... Se le prime ricerche prendono una falsa direzione, pi uno si avventura in queste, pi si allontana dal vero... Mi pare, scusi, che Lei segua un poco la strada che pur troppo stata tenuta dagli _attuarii_ nel formare il processo. Essi hanno dimenticato l'assioma: _prius de re quam de reo inquirendum!_ Quanti innocenti, in casi consimili, sarebbero stati condannati, se il magistrato non si fosse elevato a considerazioni, che sono imprescindibili nel nostro ufficio, e si fosse fermato ai soli indizii, per quanto gravi?... Tutti loro conoscono ci che ha detto uno dei nostri pi grandi dottori sulla importanza delle prove congetturali: _Etiam si mille conjecturas Fiscus cumularet, tamen illae nihil prorsus efficerent non data..._ ascoltino bene... _non data... probatione prcedenti in qua prsumptiones et adminicula fundari possint!...._ --Bella dottrina!--interruppe con certo sdegno l'auditore Pantellini.--Dottrina da avvocato! E in fatti roba del Farinaccio... Le prove necessarie alla convinzione legale abbondano negli atti del processo, per me ce n' anche troppe. E la Rota.... mi par superfluo ricordarlo... deve giudicare secondo la convinzione legale, non gi ingolfarsi in ipotesi scientifiche, morali... Il presidente combatt anche questa obiezione. La discussione divenne sempre pi irritante. --Va bene,--disse alla fine il presidente.--Veniamo ai voti.-- Succedette allora un grande silenzio. Que' giudici, tutti noti per la loro severit, alcuni proverbiali per il carattere bisbetico, per una certa ferocia nel condannare, vero spavento dei delinquenti e disperazione dei difensori, che sapevano bene come erano composti i turni; que' giudici, gelosi della loro indipendenza, rigidissimi, alieni dalle facili indulgenze, si preparavano a dir alto la loro opinione. --Al voto! al voto!--mormorava, tutto rubicondo l'auditore Pantellini girando attorno gli occhi, che dardeggiavano sotto le folte sopracciglia grigie. Gli pareva di esser certo di aver guadagnato il Collegio, di averli tirati quasi tutti dalla sua. Sul primo quesito in genere non ci furono negative. Naturalmente nessuno degli auditori poteva pensare a negare che il pittore Gandi fosse stato ferito. Al presidente tremava la voce, formulando il quesito in specie: provato, che colui che produsse la ferita fu l'inquisito Nello Bartelloni? Il magistrato era divenuto pallido. Egli si trovava in una grande angoscia. --_S_!--rispose con accento limpido, spiccato, sicuro, l'auditore Pantellini. --_S_!--rispose l'auditore Comettini. --_S_!--rispose in tuono aspro anche l'auditore Salti. Tre auditori si erano gi dichiarati contrarii all'inquisito. L'ansiet del presidente aumentava. Egli sapeva che il suo voto, quello del suo amico Lechini, sarebbero stati favorevoli all'inquisito. Mancava il voto dell'auditore Biscotti. Se egli avesse dato il voto negativo all'accusa, l'inquisito era salvo! A parit di voti, tre contrarii, tre favorevoli, non si pronunziava condanna. Se non si assolveva, poich le assoluzioni fossero rare, l'inquisito era per liberato dal carcere, prosciolto da ogni pena: soltanto egli poteva di nuovo per nuovi indizii esser richiamato in giudizio, e allora la sentenza, assolvendolo pel momento, dichiarava che il processo rimaneva aperto. Il presidente si sarebbe contentato di questa vittoria! Ma, prima che fosse spirato il minuto secondo, in cui egli faceva tali riflessioni, l'auditore Biscotti aveva gi aperto le labbra per pronunziare egli pure il monosillabo fatale a Nello. --_S_!--egli disse, e il suo s ebbe un'eco sinistra nel cuore del primo dei magistrati presenti. Ormai la sorte di Nello era decisa! --_No_!--egli profer tristamente. --_No_!--ripet l'auditore Lechini con voce pi forte, come se mettesse il suo pi legittimo orgoglio nel mostrare che egli era della stessa opinione del suo superiore. Le altre domande ebbero eguale risposta. L'auditore Salti si alz. --Ho bisogno di assentarmi per un momento!--egli mormor. --L'aspetteremo,--soggiunse il presidente.--Dobbiamo deliberare sul quantitativo della pena... --Oh, facciano pure... Quando la Rota ha giudicato reo un inquisito, circa la pena... lo sanno.... il mio voto sempre per il pi! E usc per una certa porticina a muro, che si trovava in un canto della stanza. --La Rota,--continu il presidente,--ha ammesso dunque come provato che l'inquisito reo dell'assassinio, di cui fu vittima il pittore Roberto Gandi la sera del 14 gennaio... Sotto questo titolo sono varie le pene comminate dal Codice... Attendiamo pure che torni il signor auditore Salti per discutere sulla maggiore, o minor quantit della pena. --Intanto possiamo dettare il principio della sentenza!--osserv l'auditore Pantellini, che si stropicciava le mani, e che ardeva di uno di quelli inesplicabili e rabbiosi amor proprii, che pur si trovano in ogni professione, stimolato, inasprito, centuplicato dal trionfo ottenuto allora sul presidente, dalla sicurezza di aver persuaso, convinto i colleghi, su' quali si vedeva cresciuto di autorit. Ma l'auditor Salti tornava nella Camera di Consiglio. La discussione pel quantitativo della pena fu breve; fu adottata la pena richiesta dal Fisco. Il presidente fu battuto anche in questo, non ostante che il suo voto nel genere minimo della pena fosse preponderante, se unito a quello di soli due auditori. Si cominci a dettare la sentenza: La Rota Criminale di Firenze, Turno di sei, nella causa contro Nello Bartelloni, nato in Firenze, e quivi domiciliato, senza mestiere, ecc. ecc. Veduto il processo: Udita la relazione dell'auditore Pantellini; Sentito il signor avvocato fiscale nelle sue conclusioni con le quali ha domandato la condanna dell'inquisito come urgentissimamente indiziato, nella pena dei pubblici lavori per anni venti. Sentito il signor avvocato G. B. Arzellini difensore del reo, e che ha parlato in ultimo luogo in difesa di esso. Sentito il Bartelloni medesimo, presente al giudizio, che ha confermato essere autore del furto, commesso sul ferito, sebbene abbia negato d'esser egli autore del ferimento. Attesoch la prova in genere resulta, ecc. (Qui erano sviluppati sedici o diciassette _attesoch_). Vedute le disposizioni aggiunte al Motuproprio del 22 giugno 1816. _Deliberatis deliberandis_ condanna l'inquisito Nello Bartelloni, addebitato nella speciale inquisizione di latrocinio, ecc. ecc.... Una esclamazione del presidente interruppe il copista, che scriveva la sentenza. Costui rimase con la penna in aria, guardando i giudici. --Prima che sia scritta l'ultima parola di questa sentenza, da cui dipende la sorte di uno sventurato--afferm il presidente--io chiedo alla Rota di poterle sottoporre alcune nuove riflessioni. --Ormai tardi!--replic l'auditore Pantellini.--La Rota ha gi deciso! --Ma il presidente deve parlare!--disse l'auditore Salti. --Deve parlare!--soggiunse il Lechini. Nacque di nuovo tra gli auditori un dialogo vivace. E, mentre i giudici erano occupati a compilare la sentenza, Lucertolo si affaccendava nella stanza degli uffici della Rota, in cui si accumulavano e si conservavano gli oggetti pertinenti a qualche delitto. Fra tali oggetti era il tappeto, tolto dalla stanza misteriosa nel Vicolo della Luna. In un punto di questo tappeto si vedevano molte orme sanguigne; le orme, le traccie lasciatevi dai birri, dagli ufficiali di polizia, che erano entrati nella stanza la sera del delitto, dopo aver messo il piede sulla gora del sangue. Lucertolo, sempre spinto dalla sua smania di ricerche, esaminava il tappeto. Ad un tratto gett un grido. Fra le traccie del sangue egli ne aveva scorta una, la pi singolare di tutte, poi un'altra simile, poi un'altra.... Queste traccie erano indefinite, confuse, ma rappresentavano l'orma pi o meno completa di un piede scalzo. Si scorgevano le dita, in due punti diversi anche la pianta del piede. Tale traccia non era stata di certo lasciata dagli agenti di polizia. Naturalmente, nessuno era scalzo fra gli agenti accorsi nel Vicolo la sera del delitto. Dunque era chiaro che l'assassino era entrato nella stanza. A lui solo poteva appartenere l'orma del piede ignudo. Ed il povero Lucertolo si smarriva in congetture che dovevano sempre pi allontanarlo dalla verit. L'orma sanguinosa di un piede scalzo era sul tappeto, ma non era quella del piede dell'assassino. La sera stessa, in cui finiva la pubblica discussione sul processo di Nello, il celebre birro si avviava alla Palla. Poi pens che l'entrare nel raddotto a tale ora, il sottoporre ad interrogatorii la Sguancia e le altre donne, avrebbe eccitato sospetti. Bisognava trovare un espediente per entrare, senza troppo richiamar su di s l'attenzione, nella casa malfamata. L'espediente era facile. Sorgevano quasi ogni giorno diverbii in quel luogo frequentato da precettati, da pregiudicati, da pessimi arnesi. Occorreva dunque vigilare ed entrare alla prima occasione di rumori. La sua qualit di agente della polizia non poteva allora dar luogo a sinistre congetture. In fatti il giorno stesso in cui Lucertolo scopriva sul tappeto, custodito tra i corpi del delitto, le traccie del piede scalzo, verso le sei pomeridiane, mentre stava appostato verso il canto di Via Naccaioli, vicino al mercato, ud un grande schiamazzo, che usciva dalla stanza d'ingresso della Palla. In pochi secondi lo schiamazzo si fece sempre pi forte, poi, proferendo parole grossolane frammiste a bestemmie, usc precipitando per la scaletta esterna un giovinastro inseguito da un omaccio, che pareva ubriaco, e che si voleva scagliare contro colui che fuggiva, e gli lanciava mille vituperii. --Che c'?--che c', birbanti!--url Lucertolo, staccandosi dalla cantonata alla quale stava appoggiato.--Tu, canaglia--disse, acciuffando pei capelli il giovinastro, che aveva lasciato nella stanza il berretto cadutogli durante il tafferuglio--sei in contravvenzione al precetto. Che fai qui e a quest'ora? E tu, Astrologo--disse, rivolgendosi all'uomo pi adulto--fai all'amore da capo con la prigione?... Ti contento subito! Il birro prese per mano i due vagabondi, stringendoli ai polsi con le sue dita di acciaio, come fra le morse di una tanaglia, e li ricondusse dentro la stanza da cui uscivano. --Che cos' stato?--domand Lucertolo, dopo avere cacciato i due litiganti in mezzo alla stanza, e aver richiuso l'uscio. --Nulla... io credevo che scherzassero!--rispose la Sguancia, alzandosi dalla panca su cui era seduta. --Ho capito io quel che bisogna fare perch finiscano questi scherzi!--esclam Lucertolo in tuono minaccioso.--Ci vuole un rapporto all'ispettore... ottener l'ordine che la casa sia chiusa. --Ma perch, Lucertolo?--rispose la paffuta zitellona.--Mi pare--prosegu, accostandosi al birro per non esser udita dagli altri due--che non mi sono mai rifiutata in tante occasioni ad aiutare la polizia... --Bene! questo si chiama parlare!--rispose Lucertolo, in tuono reciso. Poi, guardando con occhio torvo i due ribaldi, che erano stati la sua provvidenza: --Voialtri andate per ora!--disse loro.--Con vostra licenza verr pi tardi a farvi visita io!... E state sicuri che sapr ritrovarvi! I due non se lo fecero ripetere e sgattaiolarono via, come se avessero alle spalle il boia, che li frustasse. --Ed ora a noi, Sguancia! Pronunziando queste parole Lucertolo era andato a sprangare l'uscio, e si era seduto sulla panca accanto alla donna. --Che cosa volete?--domandava la triste mezzana, guatando il birro con occhi imbambolati. --Ehi, biondina!--disse il birro con malizia ironica e con un piglio che non ammetteva repliche--non sono qui per far la celia!... O rispondi alle mie domande, o fra dieci minuti ti sbatacchio davanti al Commissario. La mezzana rabbrivid. --Ma io sono qui al vostro comando, Lucertolo,--rispose balbettando. --Capisco!.... Ti devo dunque dire che la polizia ha ricevuto molti rapporti contro di te. --Contro di me!--interrog con un affettato stupore la baldracca scozzonata. --Contro di te, appunto! E Lucertolo fissava gli occhi in quelli di lei. --La scena avvenuta ora una delle tante che si ripetono spesso in questo luogo, che sono occasione di scandalo, una vergogna per tutto il Mercato... La gente si lamenta e ha ragione... Questo il riparo di tutti i peggiori arnesi di Firenze... --Io per vado di tanto in tanto a denunziare al capo agente del quartiere chi viene qui, che cosa fanno, che cosa dicono... --Senti, Sguancia--ricominciava il birro in modo pi amorevole, quasi mostrando una certa premura verso di lei--gi che mi trovo qui, voglio dirti per tuo bene una cosa. --Dite! dite!--insist la donna, che gi era presa dallo spavento; tanto la polizia ne incuteva allora ai malviventi. --Ti pende sul capo un gran castigo!... Non mi meraviglierebbe che un giorno o l'altro tu fossi chiamata al Commissariato di Valfonda, stesa sulla panca e... Il birro fece un gesto, imitando uno che menasse colpi... --Gesummaria!--ripet la Sguancia inorridita, e portandosi le mani al viso. --C' qualcuno, io credo, che ti ha fatto la spia... La donna dette uno scatto sulla panca. Essa aveva la mano in tante turpi azioni, che mille sospetti la assalivano di un tratto. --Che dite? che dite? --Dico che tu, disgraziata, sei gi segnata nel _Libro Nero_. Queste parole bastavano allora a far rimescolare il sangue alla gente grossolana. La Sguancia non aveva pi fiato, non poteva pi spiccicare parola, la lingua le si era attaccata al palato. --Si pretende... sta' bene attenta--continuava il birro con aria tragica, e stringendo in modo febbrile le rozze mani della donna, che squassava con forza--si pretende che tu sia complice... --Complice?--esclam la donna, gettando un grido di raccapriccio. --Complice del delitto commesso qui nel Vicolo la sera del 14 gennaio... La Sguancia era divenuta livida. --Complice!--ripet la donna, dopo un istante. Aveva appoggiati i gomiti alla rozza tavola sulla quale ardevano due candele di sego, e si copriva il volto con le mani carnose. Poi, avvezza com'era al mentire, piena di diffidenze, consumata nelle male arti, un'idea le balen: che cio il birro non sapesse nulla della verit, e volesse sobillarla. --A che pensi?--disse Lucertolo buttandole gi una mano, e guardandola in faccia. La vide molto conturbata, e cap l'effetto delle sue parole. --Penso--soggiunse la donna in apparenza pi calma--che ci sono dei mascalzoni... e chi sa per qual fine, a sfogo di quale vendetta... mi calunniano, mi vogliono rovinare... E teneva d'occhio Lucertolo. Il birro comprese che per quel momento la donna gli sfuggiva. --Ma io non ho paura!--ripet la Sguancia alzandosi.--Chi tent d'ammazzare il signore, trovato steso qui nel vicolo fu il birbante di Nello. Ormai stato giudicato... E come si pu credere ch'io sia stata sua complice? --La sbagli! La sbagli!--esclam Lucertolo--Il pericolo nasce da questo: che si comincia a dubitare che Nello sia innocente, vittima di qualchedun altro... e se il sospetto si propala... --Che sospetto? --Vedi, Sguancia, io non ti dovrei parlare come fo; noi siamo obbligati al segreto; ma io ti vorrei salvare, perch... insomma... anch'io comincio a dubitare che certe spie abbiano ragione. --In che cosa? --Si racconta che l'assassino sia stato un altro... uno, che bazzicava in questa casa... che la sera del 14 gennaio, dopo aver tirata la coltellata, sia entrato qui... --Che orrore! che orrore! come si possono dire queste infamie? Non l'avrei subito denunziato? --E anzi l'assassino nel venir qui era tutto insanguinato... La Sguancia allibiva. La brutta scena a cui aveva assistito in quella sera, ormai lontana, le tornava ora alla memoria nel modo pi spiccato. Rivedeva Bobi Carminati nella piccola cucina, che chinato sulla catinella, si lavava il sangue. Fu per tradirsi, ma soffoc a tempo il grido che voleva proromperle dal petto. Lucertolo notava tutti i movimenti della donna, i pi lievi cambiamenti della sua fisonomia. Una voce chiam la Sguancia dal piano di sopra. La voce giungeva in buon punto. La Sguancia fu chiamata una, due, tre volte. --Salgo... e torno subito--disse al birro, lieta di sottrarsi anche per un momento alle incalzanti domande e di avere il tempo di riflettere, e preparare altre risposte. Lucertolo, rimasto solo, si mise a pensare. Le sue parole avevano prodotto sulla donna grande effetto. Si era confusa, era impallidita, aveva tremato. Dunque egli si accostava alla verit; questa volta dirigeva bene le sue ricerche e sarebbe giunto ad un buon resultato. La trepidanza con cui la Sguancia lo aveva ascoltato gli rivelava che egli non si era ingannato nel descrivere il modo onde l'assassino era entrato alla Palla la sera del delitto. E restava assorto nelle sue meditazioni. La polizia fidente: i suoi agenti obbediscono talvolta a ispirazioni che sembrano inesplicabili, ma che essi attingono naturalmente alla pratica della loro professione, ad un certo sentimento, che in essi acuito, perfezionato dall'esperienza. Cos alcuni agenti, visitando talvolta il luogo dove fu compiuto un misfatto, anche alcuni mesi dopo l'avvenimento, sono riusciti a ricostruire, con indizii i quali sarebbero sfuggiti ad ogni altro, la storia di un delitto dei pi tenebrosi. Lucertolo immagin che l'assassino, se era entrato alla Palla la sera del 14 gennaio, doveva avervi lasciato traccie. Cerc di ripristinare la scena in tutti i suoi particolari. Quando l'assassino era entrato, nessuno doveva trovarsi di certo nella stanza d'ingresso. Se avesse udito rumori, se avesse sentito che vi si trovava gente, egli non avrebbe spinto la porta, sarebbe anzi tornato indietro. L'assassino era insanguinato! Naturale che il suo immediato pensiero, entrando, fosse stato quello di far sparire i segni che lo accusavano. Al primo piano non era di certo salito perch sempre frequentato. Era lecito supporre che egli si fosse subito diretto alla cucina. E, dominato dal suo pensiero, Lucertolo prese una delle candele sulla tavola e si avvi alla cucina, tale e quale come aveva fatto il pompiere Bobi Carminati la sera del 14 gennaio, dopo aver colpito la sua vittima. Arrivato in cucina, Lucertolo cominci a fiutare per tutto, a rifrustare ogni angolo. La cucina era sucida, mandava fetori, l'acquaio, il camino luccicavano per l'untuosit ai crassi bagliori della candela di sego. Guard prima l'acquaio. Per tutto dove la pietra fa orlo si vedeva un fitto strato di fimo, formatosi con le scolature delle acque putride, delle sostanze oleose, non rimosse col granatino. Lucertolo si mise a grattare quel fimo aderente alla pietra verso il reticolato. A un tratto vide una materia rossastra. Allora raccolse tutti quegli atomi rossi, e li gett, a uno a uno, sopra un pezzo di carta. Arriv cos a scuoprire la pietra, sulla quale vide ben chiara l'impronta di un grosso spruzzo di sangue, che vi era rimasto accagliato, penetrando a traverso le altre materie, che aveva imbevute. La sera del delitto Bobi si era lavato due volte, e la prima volta, allontanando da s il cane, che si accostava a lambire la catinella, avea gettato il liquido denso di sangue nell'acquaio, e andando gi a fiotto, sbattendo nell'angolo della pietra presso il reticolato, alcune particelle del sangue vi si erano fermate, infiltrandosi per le altre materie. --Oh!--esclam Lucertolo a tal vista, alzando il labbro superiore, con espressione di vera meraviglia. Osserv ben bene la macchia, poi la ricopr subito con altra di quella sozzura. Non bisognava distruggere tale indizio, se pur fosse un indizio! Intanto chiudeva nel foglio accuratamente gli atomi insanguinati, e si metteva il foglio in tasca, riserbandosi di sottoporre il contenuto agli esami di persone pi autorevoli di lui, e di valersene come sarebbe stato meglio. Frug tutta la cucina, infuriato, quasi un ladro che stesse in timore di esser sorpreso; gli premeva di non farsi trovar l dalla Sguancia. E teneva sempre l'orecchio teso verso la scala per sentire se ella scendesse. Non trov nulla, e stava per uscire, quando a un tratto vide una catinella sbocconcellata, e screpolata, in un angolo del camino. La prese, la guard; niente che attraesse la sua attenzione. La catinelletta era piena di cenere. Gli venne in mente di rovesciarla. O stupore! Qua e l, in varii punti, nella parte sottoposta della catinella vi erano macchiuzze, appena visibili, di sangue rappreso. La catinella non era mai stata lavata. E, in mezzo alla cucina, tra le profonde anfratture, gli screpoli dei mattoni, rimovendo gli straticelli di lordure, che vi si erano addensati, Lucertolo, guardando bene, vide nuove e corrose e scolorite macchiuzze di sangue. Non poteva pi dubitare! Egli non si era ingannato nelle sue previsioni. L'assassino era venuto l di sicuro la sera del delitto. Prese la catinella, la nascose sotto il tabarro, e and via. Pens che il pi savio partito era di rimettere ad altro tempo il colloquio con la Sguancia. Ora gli dava martello la traccia sanguinosa del piede scalzo. Si rec nella prigione, paragon le misure, che aveva preso, col piede di Nello. Le misure non corrispondevano. Il piede di Nello era pi lungo e pi affilato. Occorreva confrontare le misure col piede di Bobi Carminati. Come fare? Pochi giorni appresso, Lucertolo si recava a Campi, dove si celebravano feste popolari, cui dovevano accorrere i _famigli_ di tutta la squadra dei dintorni per vigilare; Lucertolo v'incontr, infatti, il Carminati. Si accompagn con lui, gli guard il piede, ma neppure il piede del Carminati corrispondeva alla misura. Il piede scalzo, che si era posato sul tappeto, era un piede pi grosso, quasi quadro, e cortissimo. Il Carminati aveva il piede lungo e assai stretto. Dunque n Nello, n il pompiere erano entrati nella stanza del Vicolo della Luna la sera del 14 gennaio. O chi vi era entrato? V. Circa tre settimane dopo i fatti da noi narrati, Lucertolo si trovava una sera sulla Piazza del Granduca: oggi soltanto: _Piazza della Signoria_. Tra le quattro e le cinque pomeridiane, la Piazza era frequentatissima: vi si affollavano operai, impiegati, le _coglie_, come si chiamavano allora i giovanotti eleganti, le pi vispe donnette del popolino, le serve coi bambini, qualche prete, e, diremo pi sotto il perch, tutti i soldati. Intorno al castello mobile dei burattini, collocato di solito rimpetto alla fonte del _Biancone_, si affollava la gente, e dava in grandi scrosci di risa. Il castello era formato da quattro tavole unite insieme e coperte all'esterno da un rozzo panno. Ad una certa altezza, quasi l'ordinaria altezza di un uomo, sul dinanzi del castello era praticata un'apertura, che raffigurava un piccolo palcoscenico. Un uomo nascosto tra le quattro tavole, faceva agire sul palcoscenico i suoi bizzarrissimi attori, e una donnaccola girava tra i gruppi degli spettatori, tendendo un piccolo vassoio, sul quale gli scioperati gettavano un quattrino, due quattrini. Finito lo spettacolo l'impresario se n'andava, camminando in mezzo alle strade, sempre dentro al suo teatro. Qua e l per la piazza erano i bruciatai, i lupinai, i venditori di ciambelle e di sommommoli caldi e tutti urlavano, davano in lazzi, facevano affari eccellenti. Verso la cantonata di via Calzaioli, davanti a un vetusto usciolino, che si vede tuttora, e che rammenta l'antico livello della Piazza pi basso dell'attuale, metteva banco ogni sera un venditore di cannelloni, conditi con cacio romano e pepe, a una crazia la porzione, delicatamente servita in un piattino coperto da altro piattino. Sul banco del venditore erano in gran numero forchette di ferro. La povera gente, gli operai, si accalcavano al banco: il venditore smerciava perfino duecento porzioni del suo manicaretto in una sera. Alcuni avventori, preso il piatto e la forchetta, si allontanavano dal banco, si mettevano vicino alle case, e voltati verso il muro, diluviavano allegramente. Era quella l'ora della ritirata militare! Dopo le _ventitr_, quando la Piazza cominciava a popolarsi, arrivavano i drappelli de' suonatori di tamburo e di pifferi, addetti al corpo dei granatieri acquartierati nel forte di Belvedere, o a quello dei fucilieri, accasermati nella fortezza da Basso, arrivavano i tamburi dei Veterani, acquartierati nello stabile della Zecca, con ingresso in Via Lambertesca, le trombe dei dragoni alloggiati nel Corso dei Tintori, dei Cacciatori a piedi e dei Cacciatori volontarii. Tutti si riunivano alla Gran Guardia, schierandosi sulla gradinata maggiore del palazzo della Signoria, dove giornalmente stava di servizio una compagnia di linea, circa 80 uomini fra ufficiali, sott'ufficiali e soldati. Alle ventiquattro precise, la Milizia si metteva in parata e gli strumenti suonavano. Dopo il presentate arme, i soldati di servizio, portando la mano al gasco, facevano la seconda preghiera della giornata, poich la prima era fatta allo scocco del mezzogiorno. Il capo-tamburo maggiore, che di tanto in tanto lanciava e riprendeva per aria, molto destramente, una gran mazza con grosso pomo d'argento, si poneva alla testa dei suonatori di tamburo, di pifferi, e dei trombettieri, e comandava diverse evoluzioni attorno alla Piazza. Andavano loro innanzi frotte di ragazzacci, che messi in ruzzo dai rulli de' tamburi, dagli squilli delle trombe, dalle note acute dei pifferi, si davano con smania a far di quelle capriole, conosciute nel loro gergo col nome di _cameruzzoli_. Spesso un ragazzo o l'altro rotolava per terra, e incontanente si rizzava, richiamato a migliori consigli dai calci, che prodigava un celebre comandante di piazza, il quale, adempiendo al suo ufficio, precedeva ogni sera, senza sguainare la sciabola, il capo-tamburo al momento della ritirata. Era questa forse per il pubblico una delle parti pi attraenti del curioso spettacolo. Fatto il giro della piazza, i drappelli si separavano all'imboccatura di Via Calzaioli, e, suonando, muovevano ai rispettivi quartieri. La descrizione, raccolta da uomini provetti, e che furono pi volte testimoni di simili scene, crediamo debba essere esatta. Una sera del decembre, come abbiamo detto, Lucertolo si trovava nella Piazza e girava tutto stranito in mezzo alla folla, con le mani nelle tasche profonde della sua carniera di velluto, e col bastone sotto l'ascella del braccio destro, nel suo favorito atteggiamento. Una strana notizia correva quella sera di bocca in bocca. Nella giurisdizione del Capitan Bargello di Brozzi era avvenuto un fatto sinistro. La notte innanzi due famigli perlustravano lungo la sponda dell'Arno, all'aperta campagna. Il fiume era grosso, minacciava di straripare. I famigli avevano tutti e due una lanterna. Ad un tratto sentono un rumore, fatto da persone che correvano, e che senza dubbio, accortesi della presenza dei famigli, aveano gettato a terra qualche cosa, che era caduto con strepito, e si eran fermate. I famigli, insospettiti, chiuse le lanterne, per non esporsi a servir di mira a colpi di sassi, o a colpi anche pi micidiali, avevan fatto pi volte le loro intimazioni. Nessuno rispose. Si trattava certo di delinquenti. Allora Bobi Carminati, uno dei famigli, sparava in aria il suo schioppo, come se volesse impaurire i malandrini. Non s tosto sparato il colpo, il Carminati e l'altro famiglio avevano cambiato posizione appostandosi pian piano dietro a due alberi. L'ispirazione era stata ottima. Due altri colpi di schioppo furono quasi subito sparati dai malandrini in direzione del luogo, che i famigli avevano cos cautamente abbandonato. I due birri, o famigli, stavano nascosti sotto una siepe l'uno accanto all'altro. --Che cosa dobbiamo fare?--disse Bobi Carminati al compagno, dopo che i malandrini ebbero sparati i loro colpi. Le acque del fiume ingrossato, gorgogliando, mulinando, levavano alto rumore. --Devono essere in diversi--ripet l'altro birro, appena articolando la voce.--Gli ho sentiti dianzi al correre, e poi si capisce... perch hanno tirato insieme due colpi, e, come hai veduto, i colpi scattavano da due schioppi l'uno poco distante dall'altro. --Aspettiamo!--disse il Carminati. Intanto il suo compagno stava in orecchi per accertarsi se gli altri si movessero. I malandrini erano sei. Tre di loro, al momento in cui si erano incontrati ne' famigli, andavano di corsa, e ciascuno portava in spalla un grosso sacco: gli altri due seguivano con gli schioppi carichi in mano, e pronti a far fuoco nel caso che si avvedessero di esser sorpresi o inseguiti. Venivano dall'aver commesso un furto in una casa colonica. Le notizie di ci che era accaduto la notte verso la sponda dell'Arno erano state recate la mattina a Firenze dallo stesso famiglio, che insieme col Carminati aveva affrontato i malviventi. E le notizie erano davvero straordinarie, e tutta la gente che si trovava quella sera in Piazza del Granduca ne parlava; ognuno, travisando il racconto a suo modo, vi aggiungeva, vi toglieva, lo modificava a suo talento. Ma pi incaloriti di tutti nel discorrere, nel gesticolare apparivano i birri, che a tale ora calavano ogni sera nella Piazza. Il famiglio, trattenuto da' superiori a Firenze, era chiamato da un gruppo all'altro e a tutti ripeteva la sua storia. Ed eccola ne' suoi particolari. --Io mi era gettato quasi in terra--raccontava il famiglio--e aspettava ansiosamente quello che avrebbero fatto costoro, che si dovevano trovare a venti o trenta passi di distanza... Per un quarto d'ora circa non ho udito altro che scrosciar l'acqua e il fischiare del vento... Ad un tratto mi par di sentir qualcuno che si muove... passi che si fanno, a poco a poco, precipitosi... Accosto l'orecchio quasi alla terra e subito sento che a poca distanza da noi sette o otto persone almeno fuggivano. Il famiglio esagerava a bella posta per aumentare l'importanza del pericolo da lui corso. --Allora--continuava--io chiamo: Bobi! Bobi!... ma nessuno risponde. Pensai che, mentre io era intento a vigilare i movimenti dei malandrini, il Carminati si fosse allontanato allo stesso scopo... Chiamai pi forte... non ebbi daccapo nessuna risposta... Senza pi pensare ai malandrini, se si fossero tutti dati alla fuga, o se qualcuno ne rimanesse, io apro la lanterna e guardo tutt'all'intorno... In quell'istante sento verso l'acqua un gemito acuto, un grido di: aiuto, aiuto!... Il vento impetuoso mi spense la lanterna! --E poi? e poi?--domandava la gente raccapriccita a questo punto del racconto. Il famiglio, dando a divedere una estrema commozione, ripigliava tutto conturbato: --Non mi riuscito, per quanto abbia fatto, di riaccendere la lanterna.. Ho chiamato cinque o sei volte il Carminati, e ad alta voce... ma sempre senza risposta... Allora ho avuto un brutto presentimento... Ma come fare? Non mi restava altro che tornare indietro, fermarmi alla prima casa, e poi venir di nuovo l con lumi e accompagnato da altri... Pratico come sono di que' luoghi, feci il conto che in mezz'ora sarei arrivato a svegliare una famiglia di contadini, che abitavano in una casa poco lontana... e sarei tornato. Mi tenni a questa idea... E quasi una mezz'ora dopo arrivo, preceduto da lumi, circondato da gente con schioppi e altri lumi, al punto dal quale insieme al Carminati avevamo fatte le prime intimazioni... Tutti chiamammo il Carminati, e sempre indarno... Allora ci mettemmo a cercare... Fatti una diecina di passi, vedemmo poco lontano da noi tre sacchi, gettati sull'erba, uno qua, uno l... Due erano pieni di farina, uno di grano. Quello era il bottino lasciato dai malandrini... --E il Carminati?--interrompevano i curiosi. --Non si trovava... Finalmente, mi viene un pensiero... Che si sia avanzato verso l'acqua e nel buio... con la piena... Su, ragazzi... dico ai contadini che mi accompagnavano, guardiamo un poco gi verso il fiume... alle volte... non vorrei fosse successo... Tutti gettarono un grido d'orrore. Camminammo alcuni secondi nel pi tetro silenzio... Vi assicuro che il cuore mi batteva! Alla fine un giovinotto, che andava innanzi a tutti, dette un urlo. --Che c'? che c'?--domando io. --Ho trovato un cappello!--mi risponde un giovinotto. Corro verso di lui, prendo il cappello, e subito lo riconosco... era il cappello di Bobi... Ci guardammo tutti costernati... Di sicuro, disse il pi attempato dei contadini, qui si tratta di una grande disgrazia!... Mi sentii rabbrividir... Ma mi restava una speranza... Avanti! avanti!--ripetei. Ci avanzammo di pi, sempre chiamando il Carminati, e cercando con le nostre voci dominare il rumore dell'acqua, che scrosciava, e del vento. Giunto a questo tratto del racconto, il famiglio invariabilmente si strusciava sulla fronte una pezzolaccia giallognola, che si cavava di tasca. Il racconto finiva sempre con queste parole: A una diecina di passi dal cappello, proprio rasente all'acqua, e mezzo affondato nella fanghiglia, abbiamo trovato... indovinate che cosa?... lo schioppo di Bobi... Nessuno ha pi dubitato... Era chiaro che Bobi, forse dopo che il vento gli aveva portato via il cappello, volendolo ricercare, cacciandosi nel buio per esplorare... aveva inciampato, ed era cascato all'improvviso nel fiume... Aveva cercato di salvarsi disperatamente... e da lui veniva il grido di aiuto, aiuto! che avevo udito. Povero Bobi! e sino ad ora non si avuta notizia del ritrovamento del cadavere!... Gi con questa piena! E tutti si scalmanavano, si spolmonavano, si arrovellavano a commentare il fatto. Gli autori del furto dei sacchi erano stati subito scoperti, e si trovavano in prigione. Ma Bobi? La sua tragica fine era motivo di stupore. Lucertolo si era fermato sotto la Tettoia, detta de' Pisani, grottesca e barocca costruzione, tirata su a met del caseggiato, che formava allora il lato della piazza di contro al Palazzo della Signoria. La Tettoia serviva di riparo alle finestre degli Uffici Postali, rispondenti sulla Piazza, dalle quali si faceva la distribuzione delle lettere. Visto comparire il capo agente del quartiere. Lucertolo lo salutava e gl'indicava il famiglio venuto da Brozzi, di bizzarra apparenza co' suoi rozzi panni, e che raccontava per la cinquantesima volta la catastrofe della notte precedente. --Ebbene!--disse il capo agente--lasciate vociare quel tanghero!... I birri delle citt, specialmente quelli residenti in Firenze, si consideravano molto superiori ai famigli che servivano nei Capitanati. --Lasciatelo vociare!--soggiungeva l'agente.--E' l'elogio funebre che merita un arnese, com'era quel Bobi... E' affogato... e meglio per lui... Altrimenti ne avrebbe fatte un giorno delle sue... Ricordatevi che nel Corpo dei Pompieri non ce l'avevano pi voluto... Era stato un bel regalo per la polizia... --Ma credete voi--osserv Lucertolo, tutto pensoso--che il Carminati sia affogato davvero? --E chi ne pu dubitare? --Io!--replic Lucertolo con voce cupa. --Siete pazzo? --Chi sa! --Spiegatevi. I due birri, camminando mentre discorrevano; erano arrivati all'imboccatura del Chiasso dei Lanzi. --S! io ne dubito--torn a dire Lucertolo.--Il Carminati un uomo capace di tutto... A quest'ora chi sa dove se l' svignata. --Ma perch? --Eh, perch... perch... lo so io, insomma. L'uomo da un pezzo non si sentiva pi tanto sicuro. Aveva capito che io mi era accorto... e che un giorno o l'altro sarebbe rimasto alla pania, che io gli tendevo... E cos ha preso il volo... Lo riacchiapper, lo riacchiapper!... E Lucertolo si accendeva nel parlare. Il suo confabulatore non si raccapezzava bene in quella foga di parole, poich il birro discorreva, come se rispondesse a' suoi interni ragionamenti, in modo confuso e interrotto. --C' qualche cosa di nuovo!--osserv l'agente. Infatti una gran folla si andava sempre pi accalcando in un certo punto della piazza. Tra la folla si sbracciava, vociava un contadino tutto trafelato e senza cappello. Costui giungeva da Montelupo e recava notizia che un cadavere era stato gettato dalle acque gonfie sopra un greto del fiume. Il cadavere dell'annegato aveva per la testa tutta sfracellata. La violenza della corrente lo aveva di certo sbattuto forte contro le pile dei ponti. Il cranio si era spaccato, gli occhi pesti, il naso infranto, la bocca squarciata; era impossibile riconoscerlo. Il colore dei capelli, della barba, la statura inducevano a credere che l'affogato fosse il Carminati. Il cadavere era vestito di una giacchetta simile a quella che indossava il birro. Due famigli di Montelupo avevano dichiarato esplicitamente di riconoscere nel cadavere il Carminati, per quanto fosse arduo ritrovare il ricordo di note fattezze su quella testa cos lacerata. --Domani--asseverava il contadino--il cadavere sar seppellito! Lucertolo si sentiva affranto. Tutto cospirava contro di lui. Ormai le sue ricerche per provare l'innocenza di Nello sarebbero state anche pi difficili. Gli restava per una speranza. L'orma del piede scalzo da lui scoperta sul tappeto doveva almeno rivelargli un complice. E il birro entrava in una via di nuove e strane ipotesi. Strane, perch l'orma del piede scalzo, come gi forse ha indovinato il lettore, era stata lasciata sul tappeto dal povero ebreo Isacco la sera del delitto, quando era accorso a liberare Antonietta. E Lucertolo sarebbe mai arrivato a scovare l'ebreo? VI. In una stanza al primo piano d'un antico palazzo, appartenuto a gloriosa famiglia fiorentina, la mattina del 20 decembre 1831 era seduto davanti ad un gran banco, tutto ingombro di libri, di fogli, un uomo piuttosto corpulento, con la testa calva, di bellissime linee, chinata sopra le pagine ingiallite di un grosso volume, ed ogni tanto la agitava, la scrollava nel modo pi significativo. Lo studioso, entrato nella stanza con un lume acceso fin dalle primissime ore della mattina, non si era alzato, n distratto un istante, sebbene in quel momento scoccassero le dieci. Di tratto in tratto, pronunziava a voce alta qualche parola. Le parole da lui proferite erano: Fisco... indizii... Tribunale supremo: E interrompeva la lettura e scriveva con mano febbrile alcune righe. La stanza era altissima, sul soffitto erano dipinte ad affresco donne simboliche, dalle forme massiccie, con elmi in capo, con ampli panneggiamenti dai colori vivaci, circondate da nubi, da amorini paffutelli, da genietti scherzosi, ridanciani, chiassoni. Le pareti, scombiccherate anch'esse da scene mitologiche, nelle quali si era sbizzarrita la fantasia di un pittore, che vedeva tutto grasso, paffuto, adiposo, erano fortunatamente quasi tutte coperte sino ad una certa altezza da scaffali pieni zeppi di libri. Come abbiamo detto, suonavano le dieci. Lo studioso non pareva stanco, anzi era forse pi che mai infervorato nelle sue ricerche. La stanza aveva tre porte, ognuna aprentesi a una diversa parete; porte da palazzo, larghe e pesanti, verniciate di bianco, luccicanti e filettate d'oro. Da circa due minuti una mano leggiera picchiava lentamente ogni pochi secondi ad una delle porte. Ma il nostro personaggio, assorto nella lettura e nelle sue meditazioni, non aveva udito. Alla fine fu dato un picchio pi forte, poi un altro. Lo studioso alz la testa, guard verso la porta da cui veniva il rumore, quindi, come se non si fosse accorto di nulla, torn a leggere. La persona che stava di fuori pare avesse motivo di insistere perch dette un terzo colpo. Allora lo studioso cess di nuovo la lettura, e guardando la porta con un lieve sorriso che rivelava un sentimento dei pi teneri e soavi, domand: --Chi ? --Io!--rispose una vocina molle, carezzosa, la quale si capiva che doveva vibrar su due labbra anch'esse sorridenti in quel momento. La porta si apr, ed entr una giovane signora, ravviluppata in una magnifica veste da camera, coi capelli sciolti e cadenti sulle spalle in un disordine delizioso. L'uomo si alz dalla poltrona, lasci il banco, i libri, i fogli, e come dimentico di tutto, corse incontro alla incantevole visione... Pareva un altro. Gli occhi erano coruscanti, da tutta la fisonomia gli traspariva una grande contentezza. Baci le mani, che gli tendeva la giovane signora, le ribaci, e la guardava quasi estatico. -- tanto che batto l alla porta!--essa disse, rivolgendosi indietro. --O come? --Tu eri forse troppo occupato, e non mi hai sentito... Sai che ho ordine di non entrare qui nello studio senza avvertirti... E non volevo, entrando all'improvviso, procurarti uno di quei sussulti, che anche il medico ha detto ti sono molto nocivi, e che ti procura facilmente il pi piccolo rumore, quando sei tutto distratto, pensoso, in mezzo a' tuoi scartafacci. La giovane sorrideva con un'espressione quasi celeste. Fra lei e il marito vi era una notabile differenza di et, poich essi aveva oltrepassati di poco i ventotto anni: il marito si avvicinava ai sessanta. Ma essa lo adorava: e que' due cuori battevano uno per l'altro con tutto l'entusiasmo sincero delle vere e profonde affezioni. --Ti levi ora, mia cara!--disse l'uomo grave, e piuttosto corpulento.--E' il primo raggio di sole che entra nella mia stanza.--E tutto ilare le accarezzava i bei capelli biondi.--Vieni, siedi... --No! no!... c' un tale che aspetta da una mezz'ora in anticamera, e che dice ha bisogno di parlarti ad ogni costo... Non ti hanno avvisato perch al solito ho voluto esser io la prima, come tutte le mattine, a entrare nello studio. E gettava le sue braccia, che uscivano nude e meravigliose di venust dalle ampie maniche, al collo del marito. Egli accoglieva con giubilo, con una allegria giovanile quelle caste effusioni: la sua testa intelligente si appoggiava ad una spalla della graziosa signora, e si rialzava come irradiata da lampi di tenerezza. --Tu sei il mio angiolo, Ilma--ripeteva il marito innamorato--il mio caro angiolo, nessuno pu esser pi felice di quanto sono io nell'amarti... Oggi pensi di uscire?... quali sono i tuoi disegni per la giornata?... parla, Ilma, da' ordini al tuo schiavo, che cos orgoglioso di obbedirti. E l'uomo serio, lo scienziato, faceva un gesto di amabile ostentazione, inchinandosi dinanzi alla moglie, e rimirandola come se pendesse dal suo labbro per ascoltare i comandi, che a lei fosse piaciuto di impartirgli. Eseguire quei comandi preziosi, esaudire i desiderii di colei che aveva tutto il suo amore, era per lui sempre la pi grande consolazione della giornata. --Dunque parliamo! E cos dicendo, aveva porto il braccio alla moglie, e con lei si era messo a fare alcuni passi per la stanza, tutto gaio e quasi leggero nella sua corpulenza. --Ma...--interrompeva la moglie--di l c' sempre quell'uomo... E pare che abbia un affare di gran premura. --Hai ragione! hai ragione!... Ha detto chi ? --S. --Chi? --Un agente della polizia. --Un agente?... che cosa vuole?--domand a se stesso l'avvocato Arzellini (poich siamo appunto nello studio del celebre avvocato). --Basta!... io ti lascio!...--disse la signora Arzellini, avvicinandosi alla porta e, prima di uscire, facendo al marito con la sua mano bianca un affettuoso cenno di addio. L'avvocato, rimasto solo, suon il campanello. Entr un vecchio servitore. --C' qualcuno che domanda di me?--egli chiese subito. --S, signore--rispose il vecchio.--C' un birro... --Vi ha detto il nome? --No, ma io l'ho riconosciuto... E' quel famoso Lucertolo!... --Lucertolo! Lucertolo!--mormor l'avvocato.--Ah, ho capito!--ripeteva fra s.--E' il birro che non mi si staccava mai dattorno, durante il processo di Nello. Che cosa vorr?... Fatelo pure passare. Poco dopo il servitore tornava ad aprire la porta, e Lucertolo entrava, col cappello in mano, un po' imbarazzato, e fermandosi in mezzo alla stanza, salutava l'avvocato nel modo pi rispettoso. --Voi siete un agente...--domand l'avvocato. --S, signor avvocato!--rispose l'altro, senza lasciarlo finire--e sono venuto a trovarla per un motivo di molta importanza. L'avvocato squadr l'agente di polizia con un'occhiata, e quindi, allargando le braccia, e chinando leggermente il capo, fece un gesto, come se volesse dire:--Parlate pure, io vi ascolto! --La sera del 14 gennaio--cos esord Lucertolo--mentre fu commesso il delitto nel Vicolo della Luna io era di servizio nel Ghetto... --Ah!--interruppe l'avvocato, mostrando una grande attenzione. --Sebbene il delitto accadesse l, a due passi, l'assassino oper con tali precauzioni, che io non ne ebbi notizia sino al momento in cui giunsero varii agenti, varii ufficiali, guidati dall'Ispettore che, incontratomi nella Piazza dell'Olio, mi domandarono se avessi a denunziare nulla di nuovo... Risposi negativamente... Soltanto dichiarai che avevo udito un grido acuto entro il Ghetto proferito di certo da una donna, e che ero subito accorso, ma senza poter riuscire a scuoprir nulla... L'Ispettore mi rispose brusco, irritato, e prosegu, accompagnato dagli agenti, fino alla cantonata di Via Naccaili. Si svolt, arrivammo al Vicolo... trovammo il cadavere... --Scusate--osserv l'avvocato con una certa espressione di diffidenza--quale scopo vi proponete nel farmi questo racconto? --La prego di aver pazienza, signor avvocato--riprese il birro con un piglio di grottesca dignit--e quando avr parlato lei sapr... --Vi avverto che sono molto occupato... --Ho capito!--disse il birro alzandosi con mal simulata alterezza.--La riverisco! Da alcuni mesi io mi affatico, ho perduto il sonno, mi logoro il cervello per fare ricerche, indagini contro le indagini e le ricerche gi fatte dalla polizia, e tutto per provare l'innocenza di Nello... --Pigliate una sedia!--E l'avvocato prosegu con tuono autorevole, e meravigliato della seriet con cui parlava l'agente:--Ora vi comprendo! Voi volete dirmi cose che mio dovere professionale l'ascoltare... Voi, a quello che intendo, siete disposto ad associare le vostre forze alle mie per provare l'innocenza di un accusato... Ma, permettetemi di dirvi che nella vostra condizione di esecutore l'idea che vi venuta un po' strana! --Non le parr strano se ha la bont di lasciarmi parlare. --Dunque, parlate! --Dalla sera del delitto io ebbi un solo pensiero, prendere una rivincita della umiliazione subita, riparare lo scacco, che avevo ricevuto, e che poteva nuocere alla mia carriera.... Prevedevo che i miei rivali se ne sarebbero valsi... Cominciai dal ripensar bene tutte le circostanze del delitto... Subito vidi chiaro che la polizia aveva messo le mani sopra un disgraziato, il quale aveva contro di s i pi gravi indizii... in apparenza, ma che il vero delinquente c'era sfuggito.... Insieme ad un esecutore, mio collega, principiammo una serie di nuove ricerche e avevo trovato alla fine il vero colpevole. --Eh?--interrog l'avvocato, divenuto tutto acceso nel volto, e battendo un pugno sul banco. --L'argomento delicato... inutile che io raccomandi alla sua prudenza quello che le confido... --Andate avanti... --Mi sono dato alle mie ricerche con tutta l'anima, con tutto l'ardore. Per me si trattava di arrivare a mostrare che tutta la polizia era caduta in errore, di liberare un innocente, di metter il vero colpevole nelle mani della giustizia, di distinguermi su gli altri, di trionfare. --E dunque? --Le mie pene sono state inutili. --Ma non avete trovato l'assassino? --Ora sono certo di averlo trovato... --Bravo! --Per non potremo raggiungerlo. --Perch?--domand ansioso l'avvocato, inchinandosi verso Lucertolo. --Si suicidato!...--rispose il birro con voce lenta e solenne. --Suicidato?... Lucertolo raccont la catastrofe avvenuta, la supposta caduta del Carminati nelle acque del fiume, accenn al cadavere ritrovato. Pales all'avvocato come fossero sorti in lui i primi sospetti sul Carminati, parl della sua visita notturna alla casa del pompiere, dello spavento cagionato dal suo arrivo, della fuga pei tetti, delle menzogne della sorella, del modo col quale aveva scoperto che il Carminati era in casa quella notte. Ma fu magnifico, eloquente, allorch si mise a descrivere l'effetto da lui provato ascoltando l'arringa dell'avvocato Arzellini dinanzi alla Rota. Il suo entusiasmo per l'oratore, che aveva cos acutamente indicato la via, che avrebbe dovuto seguire la polizia nelle sue indagini, lo inebriava. Un lieve sorriso di compiacenza sfiorava le labbra dell'avvocato. Lucertolo ramment che, finita l'udienza, aveva subito messo ad effetto l'idea manifestata dal difensore di far ricerche nel sozzo locale della Palla. Rifer tutto il dialogo con la Sguancia; insist sulle particelle di materia insanguinata che aveva raccolto, sulla catinella, che aveva trovato nel rovescio tutta impiastrata di sangue, e di sangue che vi si era accagliato, e poteva esser rimasto l fin dalla sera del delitto. --L'ho fatto esaminare--soggiunse Lucertolo con un gesto pien d'orgoglio--ed sangue umano! L'avvocato dette in uno scroscio di risa. --Di che lei ride?--chiese il birro perplesso. --Ve lo dir... ve lo dir!... Continuate! Lucertolo si diffuse nello esporre le prove che egli aveva sulla tresca, sulla intimit fra la Sguancia e il Carminati; rivel il turbamento cui la donna era stata in preda durante l'interrogatorio al quale l'aveva sottoposta; corrobor di tutti gli argomenti, che aveva alle mani, la sua convinzione circa la reit del Carminati. Finito che ebbe il suo discorso, vi fu una breve pausa. L'avvocato era pensoso, teneva sugli occhi la mano sinistra, come in atto di raccogliersi. Poi, drizzandosi sulla persona, proruppe in queste parole: --Voi siete ingegnoso, intelligente! Ma non mi pare che vi siate messo ad una bella impresa per far carriera, come desiderate... Il birro inarcava le ciglia dallo stupore. --Nello non reo... voi sapete quanto io ne sono convinto... ma reo, come voi dite, il Carminati?... Prima di tutto, siete sicuro che egli sia morto? --Il suo cadavere--rispose Lucertolo--sebbene la testa fosse sfracellata e deformata, stato riconosciuto da due famigli, sono stati riconosciuti alcuni vestiti... --E voi credete?... --Io credo che il Carminati, ridotto alle strette dalle mie ricerche insistenti, avvisato del mio dialogo con la Sguancia, avvertito da certe mie occhiate, si sia impaurito, si sia gettato nel fiume... non ammetto che vi possa esser caduto inavvertitamente per... sfuggire alla sua pena... --Ah! inezie!... inezie!... Dato che questo Bobi fosse l'assassino, gli uomini come lui non si suicidano... L'idea dell'onore pu armare la mano di un gentiluomo, che ha commesso un delitto in un momento di aberrazione, contro s stesso, ma non udirete mai che un delinquente volgare si sia ucciso per sottrarsi alla giustizia... E, del resto, le prigioni sono piene di gente che ve lo dimostrano... Non riconosco qui il vostro acume... E poi, a che scopo il Carminati avrebbe commesso il delitto? Lucertolo rifletteva. L'avvocato gli scuopriva un altro punto debole delle sue ricerche. Egli aveva negletto di risalire all'origine del reato. Per non si perdette d'animo. --La massima legale che l'autore del delitto deve ricercarsi in colui al quale il delitto giova, signor avvocato, non sempre vera, e lei deve saperlo meglio di me... Ci sono delitti, il cui movente cos nascosto, cos celato, che sfugge alle nostre prime osservazioni. Nella ricerca di essi bisogna procedere per induzioni. E bisogna diffidare ad ogni passo di mettere il piede in fallo. Quando un agente lavora per scoprire un delitto alle volte disposto ad evitare le cose pi facili, a non tener conto delle circostanze pi semplici, a supporre in tutti i delinquenti un grande artifizio... E questo causa di molti errori... Inoltre, nelle ricerche spesso si vede un lato solo, e si trascurano gli altri... Io sono sicuro che Nello innocente, che il Carminati era il reo, e le giuro che presto avr trovato la prova materiale di questi fatti. --Spiegatemi il vostro ragionamento, ditemi in qual modo con le vostre ipotesi voi ricostruirete, per cos dire, il delitto. --Ecco... Io sono persuaso che il Carminati ha dato il colpo di pugnale... Quindi egli fuggito alla Palla... L ha parlato con la Sguancia... si lavato il sangue... il sangue di cui restano tuttora scarse, ma sufficienti traccie, quasi distrutte, ma evidenti, nella lurida cucinaccia, ove di rado adoperata la scopa e dove, pare, si fa risparmio di acqua. L'avvocato dette di nuovo in uno scroscio di risa; come aveva fatto poc'anzi, quando Lucertolo gli aveva parlato della catinella da lui trafugata, e che conservava come un prezioso indizio. --Mi rincresce di dover demolire a pezzo a pezzo l'edificio da voi architettato... Ma mi fa troppo ridere l'insistenza che voi mettete a voler considerare come un grande indizio quelle traccie... trovate in un tal luogo... in casa della Sguancia. --Sangue umano!--disse Lucertolo bruscamente. L'avvocato continuava a sghignazzare. --Per Bacco!...--esclam a un tratto Lucertolo, battendosi la fronte. Poi, lasciando ricadere la mano sul ginocchio, e chinando la testa, mormor: --L'equivoco troppo ritorto!... Ora capisco--prosegu Lucertolo a voce pi alta--perch anche la Sguancia rideva alcuni giorni dopo... e quasi mi sfidava. Aveva gi preparato una difesa... se pure... --Su che fondate ancora--ripet con seriet l'avvocato--le vostre presunzioni circa l'innocenza di Nello e la reit dei Carminati? --Non potrei specificarlo con pi minuti particolari di quelli che le ho riferiti.... Ma una convinzione che io sento, che mi domina, che mi viene da un esame attento, da una sorveglianza continua di certe persone, che per alcuni mesi ho sempre pedinato; una convinzione che nata, si rafforzata in me, dopo certi sguardi che ho sorpreso, dopo che ho veduto in alcuni momenti certi volti impallidire... Insomma, sono uomo vecchio del mestiere.... ho fiducia assoluta che prover l'innocenza di Nello. --Ve lo auguro... Intanto io dubito che la Consulta accetti il ricorso in grazia, che ho gi presentato, e prevedo che Nello fra qualche settimana sar esposto alla gogna, insieme all'ultimo assassino condannato dalla Rota, e poi mandato a Pisa, a Livorno, o altrove, a fare i pubblici servizii con altri galeotti. Ed innocente! innocente!...--ribatteva l'avvocato, esasperandosi. --Ander a scontare la sua pena, s... ma ne uscir... Anni sono,--cos si esprimeva Lucertolo--quando io era famiglio nel capitanato di Siena, mi sono trovato a un caso, il cui ricordo ravviva ora tutte le mie speranze. Una donna dimorava in una casetta ad un solo piano insieme col marito. Dormivano separati, ciascuno in una stanza diversa... Un amante della donna si arrampicava talvolta di notte ad una terrazza, di l entrava nella camera della donna... Una notte entra, spinge la fragile porta, che dava nella terrazza, si accosta dove credeva che fosse la sua innamorata... La chiama, essa non si muove. Tenta di scuoterla, e si sente le mani bagnate... Riesce ad accendere un lume, e vede la donna immersa nel proprio sangue, con una gran ferita sotto la mammella sinistra... L'amante fugge, ma nel fuggire lascia sul muro traccie delle sue mani insanguinate. La mattina si scuopre il delitto... Nessuno pens ad accusare il marito!... Si sapeva che la donna aveva un amante. La polizia si rec alla casa di quest'ultimo, gli trov le vesti insanguinate, fu riscontrato che la traccia sanguinosa lasciata nel muro corrispondeva alla mano di lui... Due donne deposero che il giorno innanzi avevano udito fra i due amanti un grande alterco, seguito da violenti minaccie... Le circostanze, gl'indizii erano gravi contro l'inquisito... Fu condannato... Lucertolo si ripos un istante, quindi aggiunse: --Anche allora io dubitavo della reit dell'inquisito... A forza di induzioni, e di domande, mi parve di avere scoperto che il marito era sonnambulo. Ci nascondemmo per alcune notti in quattro persone, tutti d'accordo, nella casa... Una notte, sentiamo un rumore... L'uomo esce dalla sua camera con un lume, va nella cucina, prende un coltello, si accosta alla camera dove aveva dormito la defunta sua moglie, si avvicina al letto, che vi era sempre, e fa l'atto di menar gi un colpo di coltello. Tutti gettammo un grido!... Il sonnambulo si svegli, il mistero era spiegato. L'avvocato si era alzato e passeggiava su e gi per la stanza. Si ferm dinanzi al caminetto, e volgendo le spalle al fuoco, mentre guardava il birro, che, sempre seduto, si dimenava sulla seggiola per vedere in viso il suo interlocutore, l'avvocato dette in un'esclamazione. --Ah! ah!--egli ripet--se io volessi raccontare tutti i casi ne' quali dopo una condanna, stata riconosciuta l'innocenza di un inquisito, vi dovrei trattenere qui un pezzo... Sono quasi quarant'anni che esercito la mia professione, e mai, fortunatamente, fino ad ora, io mi era trovato nel caso di difendere un innocente e vederlo condannato... Ma oggi, oggi altrimenti... Io sono certo che quel ragazzo non reo. --Dunque?... --Dunque--soggiunse l'avvocato molto perplesso, e cogitabondo--gl'indizii contro di lui, dir meglio le apparenze son tali da rendere timoroso anche il giudice pi benevolo che si sentisse disposto in favore del disgraziato... Pure abbiamo un giudice dalla nostra, e il giudice pi autorevole del Collegio della Rota, il presidente... Concorde con quello di lui ha dato il voto anche un altro auditore... Se un terzo auditore, dubbioso sulla reit dell'inquisito, avesse esitato... avesse dato il voto favorevole... il mio cliente sarebbe stato assoluto... Il processo ora sottoposto alla revisione della Consulta, appunto per il dissenso del presidente con gli altri quattro auditori... Questo dissenso, secondo la nostra legge, autorizza la revisione! --E allora--ripigli Lucertolo, anch'egli tutto concentrato e pensieroso--abbiamo dinanzi a noi un mese, due mesi forse, fino a che pende la revisione, per continuare, per completare le ricerche. --S, ma vi dico chiaro--insist l'avvocato--che io non spero nulla dalla revisione! Conosco troppo quei giudici, conosco le severe abitudini della Consulta nei processi criminali... E poi, parliamoci franchi, io e voi siamo convinti della innocenza del mio cliente... sta bene; ma possediamo un solo, un valido argomento, che la provi in modo da dileguare ogni contradizione?... E bisogna ricordare che i nostri giudici, sempre secondo la legge, debbono inspirarsi nel dar il loro voto alla convinzione legale, non alla convinzione morale. --Mi pare che lei disperi troppo!--affermava l'agente di polizia, che non voleva lasciarsi sfuggire quella occasione di segnalarsi, occasione che egli teneva per molto propizia.--Io, invece, sono pieno di fiducia... Io vedr Nello alla gogna, lo vedr partire per la galera... e pure avr sempre una speranza, quella di riuscire a salvarlo... --Forse!--interruppe l'avvocato. --E la mia vittoria sar tanto pi grande quanto saranno stati maggiori gli ostacoli, che avr superato, e i pericoli a cui sar stato esposto un innocente. Sembrava che il giureconsulto fosse a poco a poco guadagnato dalla fede del poliziotto, riscaldato da quell'ardore, e che il suo scetticismo in parte cedesse. --Riflettete bene--egli prese a dire con molta lentezza--che per strappare un uomo dalla galera, quando ci entrato, ci vuole quasi un prodigio... Nello non ha per s neppure quell'effimero favore, che certi condannati trovano nell'opinione pubblica... Il pubblico sino dai primi giorni del processo si pronunziato contro di lui... Questo ragazzo povero, vagabondo, che andava in giro ogni giorno pel Mercato, guardato da tutti con sospetto, bisognoso di chiedere a tutti, di carattere strano e bisbetico, idiota, come io lo credo, aveva fra i mercatini molti nemici: i nemici che ha naturalmente chi sciagurato, derelitto, chi ha necessit di tutto, e vive fra gente, la quale pensa di continuo ai guadagni, e vuol esser circondata soltanto di persone che le profittino. --L'odiosit--not Lucertolo--nasce appunto da questo. Il giovinastro non ha mai lavorato, perch inetto ad ogni lavoro, e pure si sapeva che doveva campare. Come?... Ecco la domanda di tutti. Quindi ogni volta che avveniva un piccolo furto se ne accusava Nello: quelli stessi forse che lo commettevano preparavano pi o meno abilmente prove, lievi indizi contro di lui... Allorch si accostava a un banco era guardato con sospetto, allontanato con urli... Il ragazzaccio melenso diventava torvo, talvolta minacciava... ne avvenivano conflitti... Ecco perch i mercatini sono lieti di vedersi sbarazzati di lui. --Per la vostra impresa non facile: da una parte indizii, che paiono concludenti, e che escludono ogni dubbio; dall'altra la voce pubblica ostile... Aggiungete la immensa prevenzione di una condanna... E poi, ammettiamo l'innocenza di Nello, dove l'uomo che noi possiamo presentare come reo, con sicurezza?... E quando commesso un delitto, la giustizia cerca e vuole un delinquente... No, credetelo. Nello innocente, ma far i suoi venti anni di galera... --Non li far, signor avvocato!... non li far!...--disse il birro con voce enfatica, e balzando sulla sedia.--Parola di Lucertolo, sangue della...--e il birro si mise l'indice della mano destra fra i denti, come se rattenesse a dispetto la fine della sua violenta esclamazione--non li far! --Io spero che potr tutt'al pi, mediante alte influenze, trovar modo che giunga all'orecchio del Sovrano la storia veridica del caso... Per anche il Sovrano, dato fosse inclinato alla clemenza, sar rattenuto dalla gravit dell'ingiuria fatta ad un forestiero, ad un ospite cos ragguardevole, e che personalmente gli era caro... Insomma, da ogni lato che ci voltiamo, troveremo un terreno infuocato o irto di spine... Pure io ho qualche fiducia in una modificazione della pena per grazia del principe. --Ed io confido nelle mie ricerche, le quali paleseranno la verit! Sino allora l'avvocato aveva tergiversato, aveva tentennato, ad un solo scopo: di chiarirsi qual fosse l'energia, il vigore, la forza di carattere dell'agente, qual fosse l'impegno, quanta fosse la seriet, la costanza con cui si era messo all'opera. Ma appurato con che zelo, con che indomito, intrepido, pertinace volere vi si accingeva, egli mut. La sua fronte, sino allora rannuvolata, si rasseren, apparve pi tranquillo, pi disinvolto, pi umano. Torn a sedersi dinanzi al birro. Fiss gli occhi in quelli di lui, e dopo un istante: --Fino ad ora,--cos parl,--ho voluto mettervi alla prova. L'agente di polizia trasecolava. --Sapete gi quanto profonda sia la mia convinzione sull'innocenza di Nello... Ve l'ho detto oggi, l'avrete udito il giorno in cui svolsi la mia difesa! Lucertolo assentiva, facendo cenni col capo. --Non vi nascondo che la vostra venuta, le vostre prime parole hanno eccitato in me la diffidenza... la diffidenza che sempre esistita, che esister sempre fra gli uomini della mia professione e quelli della vostra... Il birro contrasse lievemente le labbra. --Dovete convenire che era assai naturale che il vostro atto mi sembrasse strano. Nella mia lunga carriera... non ve lo dissimulo... la prima volta che m'incontro in un agente della polizia, il quale piglia in cotesto modo le difese di un accusato... In generale, nei processi, l'agente comparisce unicamente per aggravare, per inasprire l'accusa; per ingigantire, avvalorare gl'indizii, non per combatterli. Gli agenti sono, a cos dire, il braccio destro con cui il Fisco combatte la difesa: un agente ausiliario del difensore raro, raro, lasciate che ve lo ripeta, e... se volete... che me ne commova! A Lucertolo non sfuggiva la benevola e sottile ironia di tali parole. --Voi vi proponete, in questo processo per tentato omicidio di scoprire la verit... Per la conoscenza, che ho ormai acquistato degli uomini, mi accorgo che simil proposito in voi serio, radicato, incrollabile. Vi faccio un'offerta. --Quale?--domand Lucertolo, i cui occhi gi brillavano di mille ansiet e di cupidigia. --Vi offro--rispose solennemente l'avvocato--di diventare vostro cooperatore nelle nuove ricerche che farete. Voi agirete con la stessa alacrit con cui avete agito fino ad ora, per, affinch la vostra operosit non vada perduta, non vi sobbarchiate a fatiche superflue, inutili... io vi diriger. --Bravo! bene!--disse Lucertolo, battendo le mani, a palma a palma-- proprio quello che ci voleva. E allungando un braccio verso l'avvocato, col gomito appoggiato sul banco: --Perch io... veda, signor avvocato... io sento qui--e parlando si percuoteva la fronte con una mano--sento che ci stoffa... sento che ci sono idee e che idee!... Se mi lasciassero fare, se gli ufficiali, i capi-agenti gelosi non mi tarpasser le ali, a quest'ora, in fede mia, non sarei no, il misero birracchiuolo Lucertolo, povero e in carniera, sarei arrivato anch'io, mi sarei slanciato ai primi posti... Ma mi sempre mancato qualche cosa... Una certa facolt, che hanno gli uomini come lei, di poter far nascere un'idea da un'altra rapidamente, di collegarle, di vedere fra un'idea e l'altra certe relazioni sottili, che sfuggono a noi di cervello grossolano... Quando io ascoltavo la sua difesa, mi dicevo: se io avessi l'acutezza, l'ingegno pronto di quest'uomo unito alle mie facolt di esame e di osservazione!... E oggi lei mi offre... Oh, benissimo, ora poi sono tranquillo sulla vittoria... --Non voglio indagare i veri e riposti motivi, che stimolano la vostra attivit... Ma vi riconosco sincero nel vostro entusiasmo e vi prometto tutto il mio aiuto. State attento! Il birro inarcava le ciglia. --Due avvenimenti straordinarii si sono compiuti la sera del 14 gennaio... L'assassinio nel Vicolo della Luna... e un altro avvenimento al quale non ho voluto accennare nella difesa per ragioni delicate... Lucertolo era addirittura assorto nell'ascoltare. --Il secondo avvenimento ... la sparizione di una ragazza che abitava in Piazza degli Amieri. --Mio Dio! --Non avete mai pensato che ci possa essere una relazione fra i due avvenimenti?... La mia polizia pi attiva della vostra... Io so, per esempio, che la ragazza conosceva il pittore Gandi... Non vorrei fare ipotesi ingiuriose, n troppo arrischiate che, invece di condurci alla verit, ce ne allontanassero, ma un lato questo da non trascurare nelle ricerche... Si pi saputo nulla della ragazza?... --No! --Altro lato delle ricerche: bisogna occuparsi della famiglia Carminati! Bobi Carminati morto? --Morto!--soggiunse Lucertolo. --Avete notizie di sua sorella Lina? dov', dov' andata?... e con chi, partendo da Firenze? --Lei un genio!--disse Lucertolo, alzandosi e portandosi alle labbra la mano destra dell'avvocato. Un lampo d'immensa luce aveva ora rischiarato la sua mente.--Se sapesse quante, quante cose io vedo in questo momento! Lucertolo usc poco dopo dallo studio dell'avvocato, tutto baldanzoso. Ma al solerte agente i fatti preparavano le pi amare delusioni! VII. L'anno 1831 fin, senza che Lucertolo avesse ottenuto alcun notevole trionfo nelle sue ricerche. Nella prima settimana del gennaio 1832, pochi giorni dopo il colloquio fra il birro e l'avvocato, la I. e R. Consulta rigettava unanime la domanda di revisione del processo di Nello. Egli dunque doveva partire per il luogo di pena a lui destinato. Lo stolido, sin dal giorno in cui il cancelliere gli aveva letto la sentenza della Rota, che lo condannava, era caduto in un grande abbattimento; passava le giornate sdraiato in terra nella prigione, alzando appena la testa quando qualcuno entrava, rispondendo di rado alle domande che gli erano volte, e soltanto dando in risposta parole sconnesse e insensate. Gli rimaneva a subire la dolorosa prova della gogna. La mattina del 23 gennaio 1832, in via del Palagio il sotto-boia, personaggio allora notissimo in Firenze, era occupato con un suo ragazzo a rizzare intorno al muricciuolo, che era a destra della porta del Palazzo Pretorio, che rispondeva in Via del Palagio, un cancelletto di legno. I curiosi cominciavano a fermarsi in quel tratto di strada dinanzi al Bargello. Le beghine, che entravano nella vicina chiesa di Badia per udire la prima messa, palpitavano d'impazienza, e attendevano ansiose il _Deo Gratias!_ per svignarsela, e prender posto sulla scalinata del tempio. Ma, quando uscirono, trovarono gi il terrazzino e gli scalini quasi gremiti di gente. Ne era andata la voce: tutta Firenze sapeva ormai che quella mattina, verso le 10, sarebbero stati esposti alla berlina alcuni delinquenti. E ognuno si era affrettato, e non ostante la rigida mattinata di inverno centinaia di persone non aveano avuto paura di fare una levataccia. Due ore prima che la campana del Bargello cominciasse a suonare a gogna, in via del Palagio la gente si pigiava. La folla era allegra, chiassona, rumorosa. I mercatini vi si trovavano in gran numero, e si riconoscevano pi che altro al delicato profumo che tramandavano, ai dialoghi pittoreschi, alle energiche esclamazioni, ai soprannomi sonori, e non tutti puliti, con cui si chiamavano fra loro. Da un punto all'altro, alla distanza di cinque, di dieci passi si parlavano, si distribuivano i loro salaci appellativi, si comunicavano le loro idee pellegrine. Le donne mercatine, in capelli e in ciabatte, alcune scalze e sbricie, erano accorse ad aumentare la gazzarra, e univano le loro voci stridule a quelle pi vibrate dei congiunti. Qua e l giravano i venditori di leccorne, berciando la loro merce. La folla era mossa da un solo desiderio: veder Nello, veder l'assassino, il ladro del Vicolo della Luna! A un tratto si udirono i primi gravi rintocchi della campana. Un urlo immenso proruppe da tutti que' petti: centinaia di teste e di braccia si alzarono in aria; il mite popolo toscano impazzava di ferocia in quei momenti. La campana continuava a suonare lenta, monotona, sinistra su quell'osceno tripudio. La gente fitta sulle scalinate di Badia si rizzava in punta di piedi, si spenzolava dai parapetti delle gradinate. Un gruppo di preti stavano solenni, maestosi sulla porta della chiesa; i preti, non meno degli altri, curiosi, gli occhiali inforcati, e due di essi ritti su sgabelli. Volevano tutti vedere l'assassino del Vicolo della Luna, ma il vedere le sue fattezze, la sua persona non era la principale attrattiva. I vecchi, le donnicciuole, le beghine, i mercatini erano stati stimolati da un'altra idea. Aspettavano che uscissero i condannati per leggere il cartello, che portavano legato al collo e sul quale erano scritti la et, gli anni della condanna, il giorno del delitto, ecc., ecc. Si trattava di studiare i cartelli, saperli interpretar bene, farci una buona cabala, levarci i numeri del lotto. E a favoreggiare cos nobili istinti la gogna aveva luogo, in generale, di venerd. La campana ora suonava, suonava a distesa. Era la stessa campana, che aveva un tempo servito a chiamare i messi del Potest, a indicare il momento in cui quell'ufficiale e i suoi giudici cominciavano l'amministrazione della giustizia. Proprio la medesima campana, che poi fu destinata ad annunziare che un misero colpito dal rigor della legge s'incamminava al supplizio. Pi tardi con il suonarla si volle notare quell'ora, dopo la quale non era lecito ai cittadini di percorrere le vie senza lumi ed armati, senz'averne uno speciale privilegio, e per questo si chiam campana dell'armi. Suon per tale oggetto finch ebbero vita le leggi repubblicane; suon ancora dopo che Cosimo I ebbe pubblicato leggi ben pi severe, per le quali condannavasi _al taglio della mano_ chi dopo il suono di quella fosse stato trovato per le vie di Firenze! Suonava, come ricorder il lettore, sul principio di questo racconto, e suon, sino a che spariti certi avanzi di barbarici ordinamenti, nel 1848 fu lasciata in pace, anzi calata. Quella campana, con la sua lingua di bronzo, poteva ripetere la storia di cinque secoli! E all'ombra della torre, in cima alla quale dindonava, si erano svolte Dio sa quante tragedie! Un erudito, scrivendo sul palazzo del Bargello, si dichiarava persuaso che di gran lunga maggiore delle gi conosciute, esser debba il numero delle tragedie, che per effetto di una tirannia timida o sospetta vi si sono consumate nell'ombra e nel mistero, senza che all'occhio dei profani sia stato concesso di scorgere neppure una stilla del sangue che si versato! La smania dei convenuti era di veder Nello, sebbene gli altri delinquenti, che con lui dovevano subire l'ora di esposizione, non fossero, a cos dire, di minor levatura. L'uno era antico cursore, gi appartenuto alla polizia. Se n'era andato da Firenze con la moglie, sotto colore che la moglie desiderasse riveder il suo paesello nativo. Tornato poco appresso solo, dette voce di aver lasciato la moglie tra i suoi. Intanto egli trescava con una druda. Venuto un giorno a parole con la mala femmina, e ad aspre e infuocate parole, costei, entrata in ruzzo, si lasci scappar di bocca che egli aveva ammazzato la propria moglie. Fu detto a due o tre persone, poi ripetuto, propalato: il cadavere della povera donna fu scoperto, dissepolto: l'uxoricida arrestato, condannato. Ecco uno di coloro che quel giorno dovevano comparire alla gogna: o, come pur si diceva, alla berlina. Ne stavano alquanto di mal'animo i suoi antichi colleghi della polizia, a' quali pareva ricadesse anche su loro un po' dell'orrore di quel delitto. Ma il popolo non era eccitato dall'uxoricida. E neppure lo eccitava la imminente comparsa alla gogna di un altro assassino: di colui che aveva subito davanti alla Rota un processo assai clamoroso per avere scannata una serva in una casupola presso l'Arco dei Pescioni. La scoperta dell'autore del delitto era stata un miracolo di abilit per parte della polizia. Rimasto lungo tempo ignoto, lo scannatore era stato arrestato una notte caldo caldo nel suo letto, quando ormai credeva all'impunit. Bellissimo uomo, egli era al servizio di una famiglia cospicua, soleva indossare smagliante livrea, e il popolo lo conosceva per averlo veduto sempre da anni ritto sulla predella dietro la carrozza di un patrizio, come stavano allora i valletti, denominati _cacciatori_; maestosi e risguardevoli col loro cappello a due punte e i copiosi pennacchi. Per anche pel cacciatore il popolo non si dava briga pi che tanto. Voleva Nello, non altri che Nello, voleva l'assassino del Vicolo della Luna! Da lui soltanto in quell'occasione si dovevano _levare_ i numeri del lotto; da lui doveva venire la fortuna: sul suo cartello tutti avrebbero cercato gli storni, gli ambi, i terni propizi. --Eccoli! eccoli! Si ud un immenso grido, che rimbomb per tutte le vie circostanti e fu ripetuto da tutti gli echi. --S, eccoli... Son davvero! E la gente allungava il collo, lavorava coi gomiti, si accalcava, si pigiava sempre pi; quelli sulle scalinate di Badia, strimizziti, addosso l'uno all'altro quasi soffocavano e si contorcevano, si divincolavano, si dibisciavano per arrivare a dar un'occhiata sino all'angolo della porta. I preti grassi, paffuti, dall'alto dell'ultimo scalino che metteva nella chiesa, guardavano sorridendo quell'agitatissimo ondeggiar di teste. --Eccolo!--tuon di nuovo un grido formidabile dalla chiesa di Badia fino all'angolo di via Vergognosa, e il grido fu seguito da una straordinaria concitazione. Infatti alcuni birri eran comparsi sulla soglia della porta, e dietro ad essi subito usc fuori Nello pallido, esterrefatto, atterrito dinanzi a quella folla, coi capelli irti sulla fronte, sulla quale gli scendeva a grosse goccie il sudore. I mercatini lo salutavano con esclamazioni bestiali, gli mostravano i pugni, rompendo in motti di scherno. Il sotto-boia apr il cancelletto di legno che era attorno al muricciuolo e spinse dentro Nello. Poi egli pure sal sul muricciuolo, e leg le gracili braccia del condannato a due campanellette di ferro fitte nel muro. Entrarono quindi gli altri due assassini, torvi, terribili, fulminando con occhiate di disprezzo la folla, che li salutava col solito voco, li bersagliava co' suoi motti insolenti e spietati. Richiuso il cancelletto, il sotto-boia and a mettersi sulla soglia della porta, fosco, rigido, impalato. Una fila di birri faceva la guardia intorno e dinanzi al cancelletto. --Che numeri ci sono nel cartello? La domanda andava di bocca in bocca: la urlavano i lontani a' pi vicini, ammiccando al cartello, che Nello aveva al collo. Alcuni scrivevano i numeri in un foglietto e lo passavano di mano in mano agli altri. Le vecchierelle insistenti, di bassa statura, o di vista corta, non esitavano a tirar per la manica anche le persone pi civili che si trovassero l presenti, e chiedere: --Via... mi dice i numeri? Questa strofa di Giuseppe Giusti nella _Apologia del Lotto_ ci dipinge la scena: Se suonano a gogna, Ci vedi la piena; Ma in quella vergogna Si specchia e si frena? Nel braccio ti d La donna vicina, E dice: _Berlina, Che numero fa?_ Un'ora durava quello scempio, affinch, diceva la legge, i delinquenti sieno generalmente conosciuti ed il pubblico resti sodisfatto della retta amministrazione della giustizia. I legislatori fiorentini avevano sempre avuto strane idee di tormenti. Non furono fiorentini i legislatori che statuirono la _pena del battesimo_:--_debeat aqua baptizari_--che consisteva nel tradurre il colpevole sopra uno dei ponti della citt, e legato con una fune tuffarlo, una o pi volte, nell'Arno? Era considerata come infamante e in molti statuti ordinata contro i bestemmiatori e le meretrici... --(Vien fatto di domandare, dato che si amministrassero oggi tali castighi ai bestemmiatori, se le acque d'Arno sarebbero sufficienti)! A un certo punto della gogna, un birro prendeva i cappelli dei condannati e li buttava in terra arrovesciati dinanzi al cancello. Se il condannato ispirava qualche simpatia, se si trattava di un omicidio in rissa, di un delitto per cui il popolo avesse circostanze attenuanti, i quattrini, i soldi, le crazie, piovevano nei cappelli. Ma se i delinquenti erano invisi, ben pochi davano loro anche quel lievissimo obolo. Infatti in tal mattina appena cinque o sei persone avevano gettato pochi miseri quattrini nei cappelli. Una donna, tutta velata di nero, travers a stento la folla, si accost al cancelletto, e gett nel cappello di Nello un pugno di monete d'argento. Poi si allontan, vacillando, quasi barcollando, fino a che giunta alla cantonata di Via de' Librai si sent ghermire per una spalla da una mano, forte, come acciaio. La donna era Lina Carminati. Si volt indietro raccapricciata: e si trov dinanzi Lucertolo! VIII. --Ti fo paura!--prese a dire il birro. --No!--rispose la bella ragazza, guardando imperterrita e disinvolta l'agente. Era tornata a Firenze convinta che avrebbe dovuto sostener con lui una lotta e disposta a combattere con tutte le armi della sua astuzia femminile. L'incontro improvviso l'aveva un istante sorpresa, ma si era subito riavuta dal suo turbamento. Cap che incominciavano le prime avvisaglie, bisognava battersi con grande accorgimento, misurando bene le forze. --Sei tornata?--ripigliava il birro con aria paterna, tentando di carezzare il mento alla giovane. --Gi le mani, signor Lucertolo!--essa rispondeva, percotendo con un pugno, che non era leggero, il braccio destro dell'agente. --E perch sei tornata, di grazia?--domandava il birro con garbo insinuante. --Dovreste accorgervene--replicava Lina, accennando agli abiti di lutto che indossava;--sono tornata.... appena ebbi notizia della morte di Bobi! Una lacrimetta spuntava fra le nere e folte palpebre della ragazza. Chi l'avesse ben guardata per si sarebbe forse accorto che la fisonomia di lei, non ostante la lacrima, piuttosto che a cordoglio era atteggiata a fine sarcasmo. --Povero Bobi!--ribatt Lucertolo con voce lamentosa, e componendo il volto a compunzione.--Che morte!... M' andata al cuore... perch gli volevo bene--e la voce di Lucertolo sempre pi s'inteneriva.--Carattere vivace!... ma, in fondo, un buon figliuolo!.... Lina teneva gli occhi bassi, come se non trovasse espressioni adeguate al suo dolore. L'una valeva l'altro: avevano tutti e due intelligenza, e l'abito contratto del simulare: a tutti e due quadrava a pennello la parte che sostenevano nella commedia. Era difficile che a cos bravi attori sfuggisse una parola, che non fosse propria della loro parte. Lucertolo cap che bisognava prendere un'altra strada. Il tuono patetico non giovava. Lina era pi che mai bella con le sue vesti di lutto. Il nero facea meglio spiccare il vivo incarnato delle guancie, i denti splendidi, le labbra color di rosa. Il seno si agitava sotto il velo, che non ne cuopriva all'intutto le linee formose; gli occhioni neri, fulgidi, mobilissimi, dardeggiavano il birro. --Ho fretta!--disse bruscamente la ragazza.--Vi lascio... --Ti accompagner un poco!--riprese Lucertolo. Gli schiamazzi, le escandescenze in cui dava la folla, che sempre pi aumentava in Via del Palagio, giungevano fino a loro, e al loro dialogo teneva bordone il funesto suono della campana. --Andiamo! andiamo!--disse la ragazza come rabbrividendo, e stringendosi addosso lo scialletto di lana nera. Vedeva dinanzi a s la faccia pallida, stralunata del povero Nello; le pareva di non poter mai dimenticare l'occhiata supplichevole che credeva le avesse lanciato il disgraziato nel momento in cui gli aveva gettato le monete nel cappello. Consapevole dell'innocenza di Nello, della ingiustizia della condanna, ritenuta dal parlar subito per gravi motivi, si sentiva atterrita, disperata; temeva che da un istante all'altro le mancassero le forze per schermirsi dai destri e formidabili attacchi del birro. --Dove sei stata tutto questo tempo?--chiese Lucertolo, affettando gran premura. --Qua e l sempre a servizio del mio padrone... --E come sta ora il tuo padrone? --Male... male... La ferita, che ebbe alla testa, di quelle che guariscono difficilmente.... e anche guarite lasciano brutti ricordi. E la ragazza sospirava: mostrava di essere in preda a tale agitazione che il birro non pot continuare le sue domande. Camminavano in silenzio, l'uno accanto all'altra, da alcuni istanti, quando a un tratto la ragazza, che era stata un po' soprappensiero, e in quegli istanti aveva fatto rapide riflessioni, si ferm verso la met di Via Condotta, mise la mano sul braccio di Lucertolo, e guardandolo in viso con un'occhiata singolare, gli disse: --Voglio chiedervi un piacere! --Parla... chiedi pure--rispose il birro, tutto inuzzolito.--Son pronto a fare tutto quello che vorrai... Credeva che finalmente gli si offrisse l'occasione di chiarire i suoi dubbii: invece la ragazza gli tendeva un'insidia. --Posso fidarmi di voi? --Come ti saresti fidata di tuo fratello... del tuo povero fratello!--replic Lucertolo con molta seriet. --Ebbene... io ora vado a casa... Voi verrete fra poco... Non voglio che la gente vi veda entrare con me.... Vi raccomando anzi di esser cauto, e di evitare quanto potete di dar nell'occhio... Ho da confidarvi una cosa.... Lucertolo drizzava le orecchie, ratteneva anche il respiro per paura di tradirsi, di rivelare la sua commozione. --Voi siete proprio l'uomo adattato... Un agente della polizia m'ispira la pi grande sicurezza. --Dunque va'!--disse Lucertolo, impaziente di trovarsi solo per raccogliersi, e timoroso che gli sfuggisse un gesto, gli venisse pronunziata una parola, che palesasse la sua ansiet.--Va'! fra pochi minuti io sono da te. La ragazza continu per la sua strada, svelta, leggera senza badare alle parolette, che le scoccavano i passanti, ammirati della sua freschezza, della vegeta e florida venust delle sue forme. Teneva il capo un po' ricurvo e un curioso sorriso le schiudeva le labbra. Tra s e s andava mulinando un'idea, architettando uno strattagemma, che la rendeva contenta. Si ferm in Via San Miniato fra le Torri, sal in casa, e richiusa la porta, senza neppur levarsi lo scialle, entr nella cucina, prese una sedia, l'accost all'uscio, e vi mont sopra... Poi apr lo sportello del ripostiglio, che era sopra l'uscio di cucina, ripostiglio nel quale, come rammenter il lettore, essa aveva tentato di far entrare il fratello la notte in cui Lucertolo era venuto a picchiare alla loro porta. Il ripostiglio era uno stanzino assai grande, praticato in alto nel muro, come se ne vedeano in molte case del Vecchio Mercato. Lina, accesa una candeletta, ficc il capo e le spalle nel ripostiglio. Tolse da un certo punto varii oggetti pesanti, e li gett in disparte. Poi con un ferro cominci a lavorare su quel punto, che aveva lasciato scoperto. Dopo sforzi faticosi riusc ad alzare un mattone, che nessuno, anche aguzzando gli occhi in quel luogo, quando pur fosse stato bene illuminato, avrebbe creduto potesse essere mosso. Alzato il mattone, rimase aperta una piccola botoletta. Lina vi mise il braccio, e ne trasse fuori una camicia, e il fodero di un pugnale. Quindi riaccomod il mattone, vi gett sopra di nuovo tutti gli oggetti, richiuse il ripostiglio e scese dalla sedia. Se n'and in camera, e stese sul letto la camicia. Alla manica destra, dal gomito in gi, la camicia era tutta chiazzata di sangue. Lina tagli questo pezzo della manica. Prese il fodero del pugnale e lo tagli alle due estremit perch non si potesse pi verificare la lunghezza. Ritagli accuratamente una iscrizione di poche parole, che un tempo dovevano essere dorate, scritte per traverso al centro del fodero. Chiuse la camicia tagliata, il fodero del pugnale in una cassettina saldissima, di legno rozzo, ma forte, e la serr a chiave. Poi raccolse il pezzo della camicia insanguinata e lo guard, gettando un profondo sospiro. Lo rivolt in un foglio insieme con i frammenti del fodero del pugnale e pass nella stanzuccia, che aveva servito di camera a suo fratello Bobi. Tutto questo aveva fatto con la massima furia in pochi minuti, e da poco era nella stanzuccia di Bobi, quando si avvis di udir per le scale il passo pesante dell'agente di polizia... IX. Ma la buona stella di Lucertolo, quella buona stella sotto il cui influsso egli era venuto in reputazione, impallidiva. Probabilmente il birro non sarebbe mai arrivato a quegli onori di cui era cos vago! Il giorno, dopo quello in cui era morta sua madre, Carlo Tittoli, rovistando per la stanza ove la vecchia adorata aveva dato l'ultimo sospiro, vide sotto il letto una lettera tutta spiegazzata. Si chin per raccoglierla. Era una lettera scritta da suo padre nella prima giovinezza, quando corteggiava la donna, che poi aveva sposato. Come mai si trovava l in terra? Ma, mentre si rivolgeva questa domanda, vide biancheggiare a qualche distanza, sempre sotto il letto, alcuni fiori. Era il mazzetto di fiori d'arancio di giaconetta, portato dalla donna il giorno delle sue nozze. Nella fretta con cui aveva riempito il baule. Lucertolo aveva lasciato cadere in terra quegli oggetti. Un sospetto tremendo entr nel mite animo del Tittoli. Trasse a s il baule, lo apr.... E vide il disordine con cui tutto vi era stato gettato alla rinfusa. Evidentemente, nel morire, sua madre era stata vittima di un furto. Forse il ladro, spaventandola, o facendole violenza, aveva contribuito a precipitarne, se non a cagionarne la morte. Il dubbio divenne atroce. Straziava il cuore del Tittoli, gli dava mille torture. Sua madre, la sua povera madre, era forse morta disperata, chiamandolo, invocando il suo nome. Ed egli dove si trovava? Si era allontanato da lei per accompagnare Antonietta. Per mettere in salvo una delle due donne, a cui doveva tutte le sue tristezze, le sue angoscie mortali, egli aveva lasciato sola nella suprema agonia l'unica donna, che davvero lo avesse amato. Inginocchiato in terra, col corpo a met steso sul baule, tenendosi la testa fra le mani, egli singhiozzava; le sue lacrime cadevano sulle misere vesticciuole, sugli squallidi oggetti, che avevano appartenuto alla povera donna. Volle vincere il dolore: volle cercare, indagare chi poteva essere stato l'autore di quel furto cos abietto. L'atto infame chiedeva vendetta. E si mise a riflettere. Sua madre era stata curata, assistita dalla Nencia. Di certo quella donna... Per il cuore del Tittoli nobile, generoso, repugnava da bassi sospetti. Egli esitava, come se temesse di commettere un'ingiustizia anche soltanto in pensiero. Decise d'interrogare la Nencia. X. una mattina del maggio 1833. Nella sala di un palazzetto sul Canal Grande di Venezia, si trovano due personaggi, che il nostro lettore gi conosce. Una giovane signora stava quasi sdraiata sopra un sof, coperto di velluto rosso, e adorno di gran fogliami, e fiori a intaglio nel legno dorato. I raggi del sole entravano nella stanza discreti, temperati dalle tende di seta, che pendevano dinanzi alle finestre. Il tappeto della stanza era bianco e azzurro: le pareti coperte di damasco rosso, a filettature d'oro: sul soffitto era dipinta un'allegrissima scena, a colori delicati; una Venere, splendente di venust, circondata da Ninfe giovialissime e paffutelle, da Amorini in atteggiamenti scherzevoli e piacevolmente leziosi. Nei grandi e alti specchi si riflettevano le ricchissime, sfarzose, artistiche suppellettili: si riflettevano le molli, voluttuose ondulazioni che facevano i contorni squisiti di un corpo flessuoso, abbagliante per meravigliosa leggiadria: ogni gesto della signora, ogni portamento della testa, ogni nuovo aspetto della sua bellezza poetica e sovranamente gentile. La giovane signora era avviluppata in una gran veste di drappo fino, color di rosa, tutta guarnita sul dinanzi ed intorno al lembo da un soprammesso di raso bianco con ricami a rabeschi in oro. Dalla veste usciva un piede minuscolo, delizioso nella sua incomparabile perfezione. Le braccia spiccavano sulla fodera di raso delle ampie maniche con una bianchezza di gigli e di gardenie. Il volto piccolo, tale da destare l'estasi dell'artista pi vago della vera bellezza, era illuminato da un sorriso di un'espressione celeste, di una bont ineffabile. Un giovane era seduto sopra due cuscini, gettati sul tappeto, dinanzi al sof. --Stamani mi sono levata cos presto per te!--diceva la signora, mentre con la sua mano destra, una mano affilata, sfavillante di anelli, si accomodava, facendo un gesto che le era familiare, i copiosi capelli biondi, di un biondo fulgido, che le formavano come uno splendido diadema sulla fronte divina.--Sono uscita di camera ora... mi avevi detto che saresti venuto a vedermi... e ti assicuro che ero proprio stanca!... Ieri sera, oltre il cantare l'_Anna Bolena_, l'aver dovuto ripetere tutta l'aria di _Desdemona_ mi aveva spossato... E poi... che vuoi che ti dica... tutti quegli applausi... quei fiori... gli urli della gente, che mi aspettava all'uscita del Teatro... Gi tu stesso avrai veduto lo spettacolo... Una trentina di gondole mi hanno accompagnato... Da tutte uscivano suoni, canti, grida di _Evviva la Amieri!_... Io, nella mia gondola sola, tutta palpitante, pensavo a te... Avrei voluto averti accanto, godere con te di quella immensa ovazione... Appena sono entrata in casa hanno incominciato una serenata... Mi sono affacciata al balcone... Non dimenticher mai ci che ho veduto e provato in quel momento incantevole... I suoni, i canti si confondevano in una lieta armonia, la luna gettava splendori su palazzi di marmo, su le acque, su la folla delirante di entusiasmo... --Ma c'ero anch'io tra quella folla!--diceva il giovane, guardando la bella creatura con gli occhi inondati da lacrime di gioia--c'ero anch'io, e ti ho veduta affacciarti... stata come un'apparizione divina... Sono io che ho gridato in mezzo al silenzio profondo, che succedette un istante al tuo apparire:--Viva la Amieri!... Ah, tu non hai riconosciuto la mia voce?... Forse perch la mia voce tremava... come ora... ed io era pi inebriato, pi commosso di tutti da quella festa... --Sei sempre buono tu!... Tu sei la mia gioia nel mondo! E la donna ammaliante tendeva la sua mano profumata al giovane, che la baciava con trasporto. --Ti ripeto quello che io ti ho detto pi volte: io non posso, io non voglio esistere senza di te!--essa replicava. Il giovane la guardava, orgoglioso, felice d'inspirare tale passione in un cuore cos nobile, di veder accettata, prescelta la sua adorazione da una donna di tanta bellezza. La signora, stesa sul sof di velluto, era Antonietta, la scolara del Brinda, la ragazza fuggita dalla casa in Piazza degli Amieri la sera del 14 gennaio 1831: la ragazza che Carlo Tittoli aveva consigliato a farsi artista, e aveva messo in salvo. Le lezioni del Brinda le avevano profittato. In due anni essa era salita all'apogeo della gloria: aveva cantato a Vienna e a Parigi, e per la prima volta rimetteva allora il piede in Italia. Dandosi all'arte, aveva serbato il nome di Antonietta e avea lasciato il suo casato per quello di Amieri, che le ricordava l'antica dimora de' suoi cari vecchi: di Agatina e di Emilio, che il lettore rivedr fra poco. Ha indovinato il lettore che il giovane il quale si trovava dinanzi ad Antonietta era il pittore Roberto Gandi? --Stamani uscita la _Gazzetta!_--interruppe Roberto, cavandosi di tasca un giornaletto, stampato su carta giallognola.--C' l'articolo del celebre abate Pildani sull'_Anna Bolena._ L'abate passava per un maestro, e quale maestro! nella critica musicale. Un altro abate in quel tempo faceva la critica delle opere e dei balli anche nella _Gazzetta_ di Firenze. Cos le prime donne e le prime ballerine godevano il privilegio di aver il loro panegirico dalle stesse penne che scrivevano quelli delle Sante, delle Vergini pi immacolate. --Che cosa dice il celebre abate?--domand la cantante, allungando un braccio verso una tavoletta in lacca, sulla quale prese una delle rose che erano in un'anforetta finissima di cristallo di Boemia. --Te lo leggo subito! E il pittore principi la lettura dell'articolo, che era un vero esempio dello stile con cui in quel tempo si scrivevano le critiche musicali. Dopo lette le prime parole, il pittore fu interrotto da un lieve gesto dell'artista, da un sorrisetto sdegnoso. Il critico moveva da alcune considerazioni generali; queste essa non voleva udirle. --Pi gi... pi gi!--ella disse.--Dove parla di me... della esecuzione... Il pittore dette un'occhiata sul giornale, quindi lesse: --Due parole di grata menzione ai cantanti che ci dilettarono nella stagione che cade, rappresentando l'_Anna Bolena_ del M.^o Donizetti! La signora _Amieri_ sostenne la parte di protagonista (d'_Anna_) e la sostenne da protagonista. Nell'arte del canto, non men che dell'_azione_, la signora _Amieri_ insigne. Vuol ella attenersi a canto semplice e spianato? (per lo pi preferibile nelle opere degli ottimi scrittori). Tutto intonato, tutto corretto. Vuol ella tentar voli, e sparger fiori? Son vigorosi, son felici, i voli; i fiori son di tutta eleganza, di tutta bellezza. Ma (sia detto di passaggio) non la invoglin questi pregi ad esserne troppo prodiga! quel che pi prezioso vuol esser anzi con pi parsimonia dispensato. Erano press'a poco gli avvertimenti che, due anni prima, le dava il suo maestro Brinda. Durante la lettura, la fisonomia ammaliantissima della giovane artista aveva preso un'arietta di sovrana alterigia. Ma allorch il pittore giunse al punto ove era dato il paterno consiglio di parsimonia, la rosa, che la cantante carezzava con le sue dita affusolate, cadde, a foglia a foglia, sparpagliata da una mano febbrile, sul sof e sul tappeto. --Non legger pi, Roberto!--disse con un attuccio di sprezzo.--Questi abati la mattina dicono la Messa: il resto del giorno non sanno quello che dicono! E rideva, ma di un riso poco spontaneo. --Lascia che legga!--soggiunse Roberto, che teneva sempre gli occhi sulla _Gazzetta_.--Sentirai che c' del buono... --No, no... Tanto non ti confondere... questi critici non hanno gusto, e non si intendono della musica... Figurati che uno di loro ha scritto, tempo fa, che il mio trillo non bello... Ma si pu essere pi disgraziati di costui! Roberto era avvezzo a sodisfare i pi piccoli desiderii di Antonietta. Sapeva che non tollerava contradizioni. Per essa si credeva di un carattere cos dolce, cos pieghevole, cos condiscendente! Ma l'innamorato non conosceva altra legge che quella che emanava dalle labbra rosee della giovane vezzosa, n avrebbe voluto obbedirne altra. Ripieg il giornale, senza proferir verbo, senza arrischiare la pi piccola osservazione, abituato a quella sommissione illimitata, volontaria, che si trova in tutte le anime veramente amanti. L'opera del Donizetti, _Anna Bolena_, scritta allora da poco pi di due anni, aveva tutte le attrattive della novit. Se ne appassionavano il pubblico, gl'interpreti, i critici. Se ne disputava negli ambulatori de' Teatri, sulle scene, nelle sale dei principi come nei crocchi degli artisti. Quando nell'anno, in cui comincia il nostro racconto, cio il 30 decembre 1830, la sublime Pasta, la Orlandi, il Rubini, il Galli avevano cantato a Milano la nuova opera del maestro bergamasco, per tutta Italia, dove allora i cuori palpitavano per le grandezze dell'arte pi che non palpitino oggi, e l'arte era ad essi suprema religione, e gli entusiasmi prorompevano pi alti e pi facili, per tutta Italia, dico, corse il grido delle vaghezze che infioravano l'opera nuova, ne furono ripetute le soavi melodie. Gaetano Donizetti, sino allora fervido seguace del Rossini, si spingeva rapito nel tramite lucente della melodia belliniana. Nell'_Anna Bolena_, nel _Pirata_ e nella _Straniera_ parve s'incontrassero, si assimilassero le ispirazioni dei due genii pi affettuosi, che la musica abbia avuto dopo il Pergolese. Un silenzio era succeduto alla cessata lettura. I due amanti si guardavano sorridendo. Gli occhietti azzurri e furbacchili di Antonietta brillavano di una insolita espressione di malizia. --Vedo che tu sei mortificato!--essa riprese in tuono leggermente sarcastico.--Leggimi, leggimi il giornale... te lo permetto! E Roberto spieg di nuovo la piccola _Gazzetta_, dicendo: --Sentirai che l'abate poi giusto! --Giusto, o no, leggi pure! Ecco che cosa scriveva il terribile abate, la cui prosa aveva irritato gli eccitabilissimi nervi della regina del canto: --Intese poi profondamente e sent la signora _Amieri_ il suo personaggio, _Anna Bolena_. La catastrofi d'una donna sensibile al pari ed altera, da un potente amore inalzata al soglio, e da una feroce incostanza precipitata nella morte dell'infamia... l'abbattimento nel vedersi sprezzata... il rinfranco d'una coscienza che si sente illibata... le furie e le imprecazioni della rivalit... la triste calma della rassegnazione... e le tenerezze del perdono... il delirio... e l'orribil sorriso della disperazione, al pronunziarsi della sentenza del suo disonore... il grido del raccapriccio al rimbombo dei bronzi che la chiamano al supplizio... --Quante cose, quante cose!--esclam Antonietta impaziente. ... tutti i miserandi e crudeli tumulti dell'anima di quella grande infelice,--prosegu Roberto leggendo e scolpendo viemeglio le parole--furono dalla somma attrice, coll'eloquenza dell'accento, coll'evidenza del gesto, in un quadro spaventevole e commovente, vivissimamente dipinti allo spettatore. inutile il dire che ella ha destato nel pubblico un entusiasmo, e che ne ricev i pi unanimi e lusinghieri contrassegni. --O che cosa dice del tenore?--domand Antonietta, che era un po' gelosa del virtuoso, che le era emulo nel favore del pubblico. E Roberto ricominci: --Il celebre Darvili... --Vedi... vedi... me non mi ha chiamata celebre! Oh, non importa,... continua. L'articolo, come gi ne' periodi citati, ritraeva esattamente il modo di scrivere, che era in voga. Il celebre Darvili (_Percy_),--diceva il critico tonsurato--si sostenne, merc il suo gran possesso dell'arte, ma non essendo a lui molto adattata la parte, non pu dirsi che abbia colta una palma di pi. Del resto non qui il luogo di parlare del metodo del signor Darvili. Egli ha avuto sempre critici ed ammiratori. Egli si sempre segnalato non col _tenere_ vigorosamente la nota, non col canto spianato, ma colla vivacit, colla grazia degli ornamenti. Egli, per cos dire, non trionf combattendo a pi fermo come il Romano, ma fuggendo come il Parto! Il critico, contemporaneo del Donizetti, andava innanzi con nuovo ardore. E nulla dite, ci sentiam domandare--egli scriveva,--della musica del signor maestro Donizetti, della poesia del signor Romani?--Quanto alla musica non possiam che ripetere le lodi di cui essa fu gi onorata. Alcuni vi notarono varie reminiscenze d'idee d'altri compositori. Ma, oltre che difficile l'assicurare che sien vere reminiscenze, potendo due ingegni incontrarsi senza imitarsi, a molti scrittori anche insigni venne fatto di prendere da opere precedenti qualche idea, n questo derog alla lor fama, quando nel resto si mostrarono ricchi d'originalit. E ribattendo le osservazioni di alcuni, concludeva: Per certo non si desidera musicale eloquenza nel duo del primo e del secondo atto, e nel finale del primo. L'aria: _al dolce guidami_, commoventissima. E per tutta l'opera riluce quella somma dottrina nell'arte dell'armonia, per cui celebre il signor Donizetti. Con la sua voce flebile, che carezzava e molceva le orecchie, che scendeva all'animo come una voce di paradiso, la cantante, sempre distesa sul sof, battendo il tempo con una mano inton l'adagio: _Al dolce guidami Castel nato._ E il suo accento interpretava a perfezione quel canto stupendo, di una semplicit e di una grazia ideale, di un'espressione, che desta la pi ineffabile mestizia. Poi, guardando Roberto con piglio civettulo, e mentre egli le stringeva la mano, gorgheggiava con note limpidissime, terse, alate, per cos dire,--con tanta facilit di emissione le uscivano dal labbro--l'aria: _Come, innocente giovane, Come mi hai scosso il core!_ Ma gi, prima che avesse finito, Roberto si era alzato, si era accostato al cembalo, e quando essa ebbe gettato l'ultimo suo gruppetto di note, scintillanti come le perle luminose e colorate di un piccolo fuoco d'artifizio, Roberto, accompagnandosi, e volgendosi per guardarla, intuonava a mezza voce le parole del tenore: _Deh, non voler costringere A finto gaudio il viso. Bella la tua mestizia Siccome il tuo sorriso!_ --Bravo!--grid Antonietta, che si era alzata anch'essa e si era avvicinata a Roberto, tendendogli la fronte sulla quale egli dava un bacio caldissimo. Roberto Gandi non era un vero e proprio musicista, ma aveva al canto una innata disposizione; ogni bella armonia lo commoveva. Ripeteva i pezzi migliori delle opere che udiva, ne parlava con un linguaggio ardentissimo. La musica una passione violenta come l'amore. La sua affezione per Antonietta lo aveva sempre pi infervorato nella musica, gliel'aveva fatta meglio comprendere: sin da quando la conobbe, alle lezioni del Brinda, egli si sent a un tratto pi addentro nei misteri della musica, pi destro, pi sicuro nella stessa arte che esercitava. I primi momenti della passione fanno sorgere nel cuore di un artista un tumulto di idee; i suoi studii, anche gli studii che credeva pi sterili, dnno un frutto insperato; la intensit della sua vita raddoppia; egli trova l'espressione adeguata, spesso cercata invano, a' suoi pi alti concetti. --Bravo! Bravo!--ripeteva Antonietta, passeggiando per la stanza, fermandosi qua e l a carezzare i bei fiori disposti su varii mobili, e sui fiori trascorrevano le sue dita morbide e candide come i pi fragili petali di alcuni di essi. Si accost di nuovo al cembalo e fiss i suoi occhi in quelli di Roberto. Roberto la contemplava con un sentimento di adorazione sovrumana. Cos rimasero alcuni istanti. Non si parlavano, non facevano un gesto; l'amore li faceva trepidare, li inebriava come una di quelle melodie senza parole, che sono la pi celeste espressione della musica. Ad un tratto udirono rumore. Si volsero ambedue verso la porta. Entr una cameriera elegantissima, di forme appariscenti, e a cui sfavillavano in volto la salute e la giovinezza. --C' l'abate Pildani!--essa disse a voce bassa. --Oh, il celebre abate!--osserv Antonietta, facendo un gesto teatrale.--Che passi! Ma erano scorsi alcuni secondi, e l'abate non si presentava. Egli era occupatissimo nell'anticamera a guardare, a interrogare la ragazza avvenente e grassotta, la cui vista lo giocondava. E per sbirciarla meglio, si era alzato gli occhialoni verdi che portava sempre: il giorno in casa, per le strade; la sera al teatro. La ragazza, obietto alla profonda e onorevole ammirazione del pi illustre critico musicale di Venezia, era Lina Carminati. --Passi, signor abate, passi pure!--diceva Lina, accennando alla porta della sala, quindi fattasi bruscamente innanzi, la apr. L'abate si trov dinanzi a Antonietta, che gli corse incontro tutta festosa, e in atto tra il devoto e il motteggevole, come se volesse a un tempo chiedergli di benedirla e burlarsi di lui. L'abate aveva aspetto singolarissimo. Era piccolo, tarchiato, con una grossa testa, un naso rigonfio e rossastro, in mezzo a un faccione, esilarato da un largo e perpetuo sorriso: nella fisonomia aperta si leggeva una grande astuzia, temperata da una sincera bonomia. Poi, gli occhiali verdi, e sotto il braccio, altro oggetto da cui non si separava mai quasi neppur in casa, un ombrellone verde, che teneva sulle ginocchia, come un bambino a cui facesse la nanna, anche quando scriveva i suoi articoli. --Come va, figliuola?--domand all'artista famosa, cui tutti parlavano con ossequio e trepidando, in un tuono che sembrava parlasse alla pi umile delle mortali. Anna Bolena rispose un po' crucciata. Quel modo familiare verso la Sua Maest la indispettiva. --Ah, ah, capisco!--mormor l'abate, i cui occhiali verdi erano volti verso il cembalo sul quale si trovava spiegata la _Gazzetta_.--Ho osato toccare la regina! Tocchi di penna, e di penna d'oca... non lasciano traccie, figliuola... Andiamo... via! Ti hai per male che un vecchio, che ti vuol bene, ti dica un po' di verit?... Un uomo, che ha i capelli bianchi, come me, non avrebbe diritto di dare un consiglio ad una monelluccia come te?... Antonietta taceva, ma l'abate, accortosi che essa era in procinto di scattare, mut subito registro, e si dette ad ammansare la piccola tigre. Pochi istanti appresso, il sorriso era tornato sulle labbra di Antonietta. --Peccato,--disse l'abate Pildani a un certo punto della conversazione--peccato che il Donizetti abbia scelto quel libretto... --Non le piace?--chiese Antonietta, con l'aria del maestro, che interroga uno scolaro. --Non mi piace, no, se tu me ne di licenza... e se non me la di, me la piglio,--replic il faceto abate.--O non hai letto il mio articolo?... --Non abbiamo finito di leggerlo,--osserv Roberto, che aveva gi scambiato con l'abate un cordiale saluto. --Allora, ragazzi, ve lo finisco di leggere io. E l'abate si alz, and a prendere la _Gazzetta_, sollev gli occhialoni verdi e lesse: --Della poesia, nelle opere per musica, non si pu veramente parlare, senza sentir piet del servaggio, cui qui son ridotte le muse. Se si paragona la lunghezza dei drammi dello Zeno e del Metastasio, con quella dei nostri _libretti_, si vedr, anche materialmente, quanto in angusto sia stata ognor pi coartata la poesia; e che quasi tutto il campo occupato dalla musica, che spazia orgogliosamente, profondendo i tesori della melodia e dell'armonia. Poeta e scrittor di musica sulla scena paiono un magro e rannicchiato cliente, accanto al giovenalesco Matone, pingue causidico, riempiente la sua lettiga. L'abate guard i due interlocutori per sorprendere sui loro volti l'effetto del suo ingegnoso e pomposo paragone. --Noi--e l'abate qui assumeva un accento solenne--non intendiamo di predicar riforma su questo punto, si segua pur cos: ma la necessaria conseguenza che la poesia in tante ristrettezze, non ha bastante sviluppo; e bisogna che talvolta resti per brevit oscura; tal altra si contenti d'una interiezione _Ah!_, di parole vaghe e generali, _fato_, _avversa sorte_, ecc., mentre converrebbe scendere a particolarit, a figure determinate, che solo parlano alla fantasia, facolt dominatrice nella vera poesia. Conviene accennar figurine da paesaggio, ove non scoprendosi lineamenti, fisonomie, non si commovono affetti al loro aspetto. Vi resta pi la verseggiatura che la poesia. Il signor Romani, bisogna confessare, che in varii de' suoi drammi ha portato queste catene colla maggior disinvoltura, e felicit possibile. Ma il libretto dell'_Anna Bolena_ non forse uno de' suoi migliori, neppur per la verseggiatura. Vi son luoghi in cui la lira di Romani si riconosce; ma spesso le corde dissonanti stridono. --Eh, che ve ne pare? Ma sentite anche questa. Ho voluto aggiustare una bottata al gran lusso delle scene, alla importanza che si d a certi accessorii... E badate, figliuoli... Dio voglia si muti indirizzo... ma io prevedo fin d'ora che fra poco si scriveranno le opere per i macchinisti, per gli scenografi, per i vestiaristi... Se pure essi non saranno i veri autori! E si applaudiranno, non i canti, ma le scene dipinte, il vestiario dei sarti, i brillanti, i gioielli delle prime donne... Eccovi il mio paragrafo, corto, ma chiaro... come parlo sempre io: Diasi lode anche agli scenarii, particolarmente al primo, e al vestiario che molto ricco. In oggi si sfoggia assai in vestiario: ci bene; ma guardiamoci dal fidarci troppo. Ricordiamoci del detto di Dmonace a un tale che ne andava superbo del suo bel manto: _Amico, prima di te, port queste lane un ariete, e non era che un ariete_. E l'abate, ridendo, butt la _Gazzetta_ sul tappeto. XI. Antonietta aveva avuto davvero a Venezia splendido incontro. E l'incontro pi lieto le aveva sempre arriso dacch calcava le scene. Bella, acclamata, idolatrata; nel gesto, negli atteggiamenti, nella voce della giovane tutto rivelava l'abitudine del comando, tutto indicava un essere gentile, abituato a soprastare, sicuro di piacere, certo che nessuno oserebbe pensare ad opporgli resistenze. --Voglio che tu mi ripeta,--disse l'abate,--quel pezzo... _Al dolce guidami_... L'ho gi sentito dalla Pasta, che lo accentava cos! E l'abate, in piedi, agitando l'ombrello verde, che teneva sempre nella mano destra, canticchiava il pezzo con una voce assai fresca e intonatissima per la sua et. --Dunque, ripetimelo! Antonietta sedette al cembalo. La sua veste color di rosa ricadeva in larghissime pieghe sul tappeto. E la testolina bionda, un po' rovesciata all'indietro, in un'attitudine graziosissima, essa cominci a cantare. Il canto la trasfigurava, aumentava le seduzioni di quel visetto di sfinge, cos perfetto nella tenue soavit delle sue linee. Le labbra vellutate non si contorcevano, ma pigliavano una movenza delle pi leggiadre, come se appena le agitasse un sospiro armonioso. Le note uscivano cos facili e folgoranti da una bocca cos piccola, e cos ben modellata, che davano l'illusione di un canto, che uscisse dal calice di una rosa. Roberto ascoltava, puntellandosi con un ginocchio sull'orlo di una poltrona e i gomiti appoggiati alla spalliera. Antonietta cantava. Egli non poteva contemplarla, udirla senza estasi e senza fremiti nei momenti in cui, nel silenzio della sua casa, essa cantava per lui solo, tranquilla, dimentica della folla, degli applausi volgari, e prodigava per lui solo i prodigi del suo ingegno. Che cosa gl'importava di tutte quelle che aveva udito, lodato, applaudito, cercato sino allora? E passava le intere giornate accanto a lei, amante, in un assoluto oblo di tutto, beato di piacerle, di indovinare i suoi desiderii, beato di quello spontaneo sacrifizio che le faceva di tutto s stesso in una abnegazione, in una devozione illimitata, accettata, professata con gioia, in una mite e attenta servit che a lui era pi cara di qualsiasi sovranit. Universalmente conosciuto, ricco di amici, di aderenti; in tutte le citt che visitava, il grande artista era veduto da pochi: viveva solo, silenzioso, rifuggente dai rumori, sempre come assorto in una interna visione. Si diceva di lui:-- innamorato! Soltanto da poco tempo Antonietta e Roberto dimoravano nello stesso paese. La malattia di Roberto li aveva sempre tenuti disgiunti. Antonietta era andata a vederlo due o tre volte, nei periodi del riposo, che le lasciavano le sue rappresentazioni, quando egli non poteva uscire dalla sua camera, in una quieta campagna, vicino a Londra. Aveva fatto tutti questi viaggi sola, accompagnata da Lina, che non vedeva se non per gli occhi di lei. In ogni citt al suo arrivo aveva trovato adoratori gi pronti ad umiliarsile, sospiranti, che rivelavano in bigliettini, fattile ingegnosamente recapitare, tutta la loro bestiale stoltezza. Ma la ragazza era tanto altera da non cedere a queste lusinghe, e le disprezzava, e aveva chiuso la sua porta a tutti gli oziosi, ai melensi, che calano a stormi, come le cavallette, egualmente molesti, dove apparisce una donna, giovane, bella, circondata di qualche mistero. Naturalmente le era accaduto quello che accade a una donnina giovane, bella, che ride de' suoi presuntuosi pretendenti, che li pone in scompiglio col suo disprezzo. La calunnia aveva cercato di addentarla. Si ripetevano di lei quelle storielle con cui la canaglia elegante crede poter vendicarsi dei nobili orgogli che la sferzano, la puniscono, la respingono. E le calunnie erano giunte a Roberto, avevano sibilato intorno a lui con la maggior energia, ma indarno. Tutte le volgarit della vita non potevano neppure sfiorarlo. Insieme con Antonietta visitavano ora i monumenti, uscivano ad ammirare nelle giornate pi miti gli splendori del cielo, della terra che si cuopriva di fiori. Contemperavano i loro entusiasmi, il loro affetto, le loro ammirazioni. Che importava ormai a lui de' ritrovi, della societ, che di tanto in tanto gli mandava le sue tentazioni, lo richiamava, cercava di riattirarlo a s? Egli fuggiva tutto. In quegli istanti, mentre ascoltava Antonietta, gli tornava alla mente tutta la storia della loro passione. Un solo punto in essa lo rattristava ogni volta che il suo pensiero ricorreva a certi tempi; la passione che Carlo Tittoli aveva avuto per la sua amante; passione generosa, esaltata, che aveva ispirato a quell'uomo infelicissimo i pi duri sacrifizii. Guarito della ferita, non pensava pi al delitto di via della Luna; per lui e per Antonietta quel delitto aveva avuto un solo movente: il furto. Essi credevano Nello reo, e il Gandi era persuaso che Nello avesse tentato ucciderlo per derubarlo. Lina non aveva osato fino allora di dire la verit, ma da anni aspettava, anelava le si presentasse il momento di palesarla, di liberarsi dal segreto orribile che la opprimeva. Intorno a Roberto e a Antonietta, che vivevano cos sereni e tranquilli, cos contenti e sodisfatti del loro amore, si addensava, si preparava la pi cupa tempesta. Antonietta aveva finito di cantare il suo pezzo. L'abate si profondeva in lodi, faceva le sue osservazioni estetiche. Ma egli mandava in lungo la conversazione, non si decideva ad andarsene. Era facile capire che era venuto con altro scopo che quello della musica. Il celebre giornalista veneziano sapeva tutto quello che si diceva nella citt, raccoglieva tutte le chiacchiere, tutti i pettegolezzi, che si mormoravano intorno a lui. A que' tempi correvano facilmente sugli artisti le pi strane leggende. Non si raccontava, per esempio, che il Paganini aveva assassinato una donna; non si vendeva per le piazze un _lamento_, stampato in foglietti volanti, e le cui strofe erano sormontate da una grossolana incisione, che rappresentava il Paganini, affacciato alle inferriate della prigione? Si aggiungeva che, carcerato, aveva ottenuto di poter suonare il violino per divertire la noia della prigionia, ma che il carceriere, per paura che si impiccasse, gli aveva lasciato soltanto allo strumento la quarta corda. Cos egli aveva acquistato una delle sue pi meravigliose abilit!... Antonietta era giunta a Venezia, preceduta, accompagnata dalle calunnie, da una certa leggenda, che si era bisbigliata in certi piccoli crocchi per tutto dove era stata. Naturalmente, come avviene in simili casi, si faceva una spaventevole confusione. I mezzi di locomozione allora erano scarsi, lentissimi. Un fatto, accaduto a Firenze, arrivava per esempio a Venezia trasformato, modificato, abbellito, aggravato dalla fantasia, dai capricci, dalla malignit, dalla spensieratezza di tutti coloro per la cui bocca passava e, in certe congiunture, il numero di essi era davvero straordinario. I giornaletti, che andavano per le mani de' pi, non parlavano mai di delitti; reputati argomento troppo umile, o troppo abbietto. Ci che oggi solletica tanto la curiosit, pareva indegno di attenzione. Ma sul delitto del Vicolo della Luna si eran fatte chiacchiere anche a Venezia; il nome, notissimo, del pittore, che era stato vittima del latrocinio, dava al delitto una certa importanza. Quando arrivarono a Venezia il Gandi e Antonietta, circa tre anni dopo, il nome del Gandi torn ad essere ripetuto, unito a quello della cantante famosa; si fece il pi strano accozzo di circostanze e, con la rapidit con cui si propalano le pi ingiustificabili, le pi inesplicabili voci, cominci a serpeggiare la notizia pi bislacca e pi feroce. La notizia giunse subito all'abate, lo tenne perplesso, gli parve assurda, divis di parlarne subito con Antonietta. Dopo essersi trattenuto pi di un'ora, mandando in lungo la visita, dopo aver titubato, esitato, prese la ragazza in disparte, come se volesse parlarle in segreto. Il Gandi si trovava all'altra estremit della sala, ed era tutto occupato a disegnare. L'abate parl alcuni minuti, facendo il suo esordio, insistendo sul mal vezzo delle calunnie, sulle accuse strampalate da cui erano spesso bersagliati gli artisti; alla fine soggiunse: --Sai che cosa si dice di te? --Che cosa?--domand Antonietta, i cui occhi cercavano il Gandi in fondo alla sala, e che ascoltava l'abate con molta noncuranza. --Si dice... si dice...--e l'abate non osava andare innanzi. --Ma dunque? --Si dice... che tu abbia ammazzato un uomo! Con grande sorpresa dell'abate, Antonietta, invece di respingere la odiosa calunnia, di indignarsi, impallid, si turb. In un attimo essa aveva compreso l'origine di quella voce: il delitto del Vicolo della Luna. Non riflett che essa non poteva esser coinvolta in quel delitto, che il suo nome non era stato mai pronunziato nel processo, che il vero reo, secondo lei, era stato riconosciuto. Non riflett che ognuno aveva ignorato la sua presenza nella stanza misteriosa, mentre si compieva il delitto; non pens che la leggenda poteva nascere tutt'al pi dalla presenza del Gandi in Venezia, vicino a lei; che poteva essere uno di quei ciechi colpi, che d l'ingiustizia popolare a coloro che l'ingegno, la bellezza, il valore, le ricchezze mettono in vista, al di sopra della folla. No, una simile idea, cos semplice, cos facile, non le balen neppure alla mente. Fu presa subito da uno spavento: che si fosse risaputo il suo convegno nella stanza dinanzi alla quale il delitto era stato commesso, che si sospettasse.... E da quel convegno, il primo, il solo che essa avesse dato all'amante, era uscita pura, vi era andata, forte della sua innocenza e del suo amore, per assistere ad una effusione di tenerezze, per avere, lontano da sguardi malevoli e curiosi, un colloquio con lui, interrogarlo seriamente sull'avvenire, discorrere insieme dei loro disegni di felicit. Aveva arrischiato molto, come fanno spesso le donne virtuose, appassionate, guidate, sospinte dai loro sentimenti, che incaute si fabbricano i pericoli, a' quali sfuggono le abili, le accorte, che sono sempre vigilanti, e sanno preparare i loro convegni, lo svolgimento dei loro capricci con astuzie sottili. Invece le indoli buone, altere, sdegnose di ogni bassezza, rifuggono dalla ipocrisia, dagli avvilimenti della menzogna: affrontano il pericolo a fronte alta, trovano il coraggio, la fede nel loro amore indomito e nella loro coscienza. Il colloquio fra l'abate e Antonietta dur poco. L'abate la lasci convinto che la voce popolare fosse ridicola, si aggirasse sopra un fatto insussistente, fosse una grottesca, immane esagerazione; ma il pallore della ragazza, alla domanda che egli le aveva mossa, non sapeva bene spiegarsi. Antonietta rimase addolorata dopo quella conversazione. Nella giornata essa usc con Roberto, Il sole splendeva pel cielo azzurro: l'aria era carica di tutti gli effluvii, di tutte le fragranze, di tutti gl'inebrianti tepori della primavera. Ad un tratto Antonietta gett un grido, e si rannicchi nel fondo della gondola, accanto a Roberto. In una gondola, che era passata quasi volando accanto a quella in cui essi si trovavano, aveva veduto un uomo, tutto vestito di nero, pallidissimo, col volto esprimente un'angoscia mortale. In quell'uomo, che si teneva diritto, rigido, nell'atteggiamento di una statua sopra una tomba, appoggiato fuori del _felze_ della gondola, essa aveva riconosciuto Carlo Tittoli! XII. E che faceva a Venezia Carlo Tittoli? Era forse tornato alla sua antica utopia, traeva a cercare nuove afflizioni vicino alla donna, per la quale gi aveva versato lacrime e sangue? Perch era egli venuto a Venezia, che gli ricordava l'onta della sorella: a Venezia ove sua sorella aveva commesso l'atto vituperoso, dopo il quale, per salvarla da una condanna infamante, aveva dovuto immolare s stesso, ed egli, cos buono, di sentimenti cos puri e cos elevati, era precipitato nella geldra dei delatori? Antonietta, non disse nulla quel giorno, n il giorno appresso, a Roberto, volle tenergli il segreto sull'incontro, che forse a lui poteva spiacere. Ma, nel momento in cui vide il Tittoli cos severo, cos cupo, cos contraffatto dall'angoscia, da tutte le torture cui aveva dovuto andar incontro, si era sentita tutta rabbrividire. Le era entrato in cuore il pi funesto presentimento. --Torniamo a casa!--aveva detto a Roberto--Ho freddo.... --Come! hai freddo in questa bella giornata?--Ma l'amante, prima che ella avesse finito di pronunziare queste parole, si era gi avvicinato ad uno dei gondolieri e gli aveva ordinato di tornare dinanzi al palazzo. --Ah!... mi sento male!... mi sento male!--ripeteva Antonietta.--Non so se stasera potr cantare. --Cos ad un tratto!--mormor Roberto, sul cui volto si dipingeva la pi sincera desolazione.--Ma che cosa ti senti? --Non te lo so dire.... E la ragazza rimaneva pensosa, mentre Roberto con la cura pi amorevole le accomodava uno scialletto intorno alle spalle, chiudeva le finestruole del _felze_, le domandava se volesse un medico, se desiderava che egli le portasse a casa qualche medicina, smaniava di sgomento per quella subita indisposizione. Antonietta era avvezza a vederlo cos affaccendato, cos premuroso in quelle occasioni, e, in mezzo alle sue pene, sorrideva di tenerezza. Arrivati alla porta del palazzetto, Roberto la aiut ad entrare, e domandatole reiteratamente se le occorreva alcuna cosa, le baci la mano, rispettoso, e si accomiat. --Non sar nulla.... Ho bisogno di un po' di riposo.... e sono sicura che tutto passer...-- essa gli susurrava con piccoli gesti e con inflessioni adorabili. Roberto, come gli accadeva ogni volta che si separava da lei, fosse pure per breve spazio di tempo, cadde in una grande mestizia. Gli era sembrato che la mano, che egli aveva baciato, fosse troppo calda. Se avesse la febbre! L'idea lo martellava, lo teneva sulle spine. Un quarto d'ora dopo Roberto tirava di nuovo il campanello del palazzetto. Lina veniva ad aprire. Le domandava notizie. Antonietta era un po' agitata. Egli le lasciava un piccolo involto, e le scriveva in un biglietto che vi avrebbe trovato rimedio infallibile al suo male. Dopo una mezz'ora un uomo portava al palazzetto un libro. Roberto lo mandava ad Antonietta perch lo leggesse, si distraesse, immaginandosi che doveva gi star meglio. Un'ora appresso un ragazzetto saliva le scale portando un grosso mazzo. Fiori, che Roberto mandava ad Antonietta! Essa gli era gratissima di tali premure, a cui l'aveva abituata, e con le quali l'innamorato gli rivelava che pensava a lei, che si occupava di lei ad ogni istante. Antonietta, appena tornata in casa, se n'era andata in camera, dopo che Lina le aveva tolto il cappello e il mantello, e l, gettatasi sopra una poltrona, si era ingolfata ne' suoi pensieri. Cercava d'illudersi: forse l'uomo, che aveva veduto, non era il Tittoli.... Ma no, lo aveva veduto troppo bene.... aveva dinanzi agli occhi quella fisonomia cos triste.... Gli sguardi di lui si erano incontrati co' suoi, e avevano una tale espressione di rammarico, avevano gettato lampi di gelosia nel vederla accanto al rivale fortunato! Le lacrime le venivano agli occhi ripensando alla sua oscura casa di Piazza degli Amieri, in Firenze, a' suoi poveri vecchi, agli anni della sua infanzia, a quelle sere in cui Carlo Tittoli andava a vederla, accompagnato dalla propria madre. Fu colpita a questo punto delle sue riflessioni da un'idea pi straziante di tutte quelle che l'avevano assalita. Carlo Tittoli era vestito a lutto, certo aveva perduto sua madre! Egli aveva dunque bisogno di consolazioni. Due lacrime calde, grosse, le rigarono le guancie, uno spasimo interno le contraeva il volto. Si morse il labbro inferiore, chin la sua bella testina fra le mani, i singhiozzi la soffocavano. Pianse, pianse senza ritegno: il cuore le scoppiava a tutte quelle rimembranze della sua infanzia, de' suoi vecchi, dell'amico fedele. Quando si alz, si vide nel grande specchio, che aveva dinanzi. Era lei, lei la cantante applaudita, la donna celebre, amata, per cui delirava la folla, lei che quella sera stessa doveva comparir sulla scena coperta di gemme, scintillante di bellezza, per rappresentare la parte della Regina? Era lei con gli occhi gonfi di lacrime, arrossati dal pianto, col volto bianco per la commozione, lei, non pi artista, non pi commediante, ma la povera ragazza di Piazza degli Armieri, la povera figliuola di Agatina e di Enrico, che piangeva! Stette sola, affranta, oppressa dai ricordi, lacrimando, per alcune ore. Verso le 7, quando gi cominciavano a cadere le prime ombre della sera, Lina venne a chiamarla. Era l'ora di andare al teatro. Come sempre, Lina l'accompagnava. La aiutava a vestirsi nel camerino: poi, mentre cantava, la aspettava tra le quinte per gettarle addosso lo scialle, quando usciva di scena: le teneva pronta una sedia, allorch doveva trattenersi fra le quinte soltanto alcuni minuti, per ricomparire subito dinanzi al pubblico; le offriva da bere, le porgeva il ventaglio, le stava attorno come se l'adorasse. Quella sera il teatro era affollatissimo: la platea stipata: nei palchi il fiore dell'aristocrazia veneziana: uno splendore di spalle bianche, un folgorio di sguardi, di gemme, un ondeggiar di ventagli variopinti. Antonietta ebbe un applauso di sortita, unanime, fragoroso, un applauso da far crollare il teatro, e che dur alcuni secondi. Tutta Venezia aveva saputo della gran festa popolare, che le era stata fatta due notti innanzi all'uscire dal teatro. Le signore erano curiose di vedere la donna sulla quale correvano cos strane leggende, leggende che anche in quel momento si ripetevano sotto i ventagli. E poi quella sera al teatro si raccontava una cosa di pi, che eccitava le fantasie, che dava l'are alle supposizioni... Carlo Tittoli non aveva potuto pi oltre nascondere la professione a cui apparteneva. Egli era conosciuto ormai anche in Firenze come uno degli uomini pi ragguardevoli, pi intelligenti, che contasse la polizia toscana. Se avesse voluto, avrebbe potuto arrivare ai primi gradi. La profezia che gli aveva fatto in un momento terribile per lui, il Presidente del buon Governo, si avverava. Arrivato a Venezia con altri viaggiatori, le parole scambiate con l'ufficiale, che riceveva i passaporti, gli atti d'ossequio e di deferenza degl'impiegati subalterni, richiamarono l'attenzione su di lui. All'albergo dove and ad alloggiare si trovava un fiorentino, che lo riconobbe. Subito si seppe che un alto impiegato della polizia del Granduca di Toscana era giunto nella citt. Ne' due giorni fu veduto spesso vicino al palazzetto dove abitava la cantante. Era forse venuto a sorvegliarla? A poco a poco il _forse_ spar: il fatto fu affermato, ripetuto co' soliti ornamenti, si inventarono circostanze, particolari, perfino parole pronunziate dall'agente superiore della polizia. E la gente bisbigliava, commentava quelle fiabe sinistre, quella storia di sangue, di sospetti, di orrori. --Cos giovane!--dicevano le signore pi benevole, e tutte tenevano i canocchiali fissi sulla leggiadra artista, e non la perdevano d'occhio un minuto--cos giovane e gi vi un tal mistero nella sua vita! Era appunto quel mistero, nato dalle calunnie, dalle cupe, contradittorie e spaventevoli voci, che serpeggiavano, che sorvolavano di labbro in labbro, era quel mistero che agitava, scuoteva, attirava la folla: la rendeva pi commovibile ai canti strazianti, che udiva. Nel palco della principessa Calliraki, bellissima dama greca, che si trovava da un mese a Venezia, l'abate Pildani dopo il primo atto declamava, gestiva con in mano il suo ombrello verde. --Dica, signor Abate... lei che conosce questa grande artista.... crede sia possibile che essa abbia commesso un delitto?...--domandava la principessa. --No... Eccellenza... no--rispondeva l'abate--non possibile!... E' una leggenda, una leggenda infame... come quella che raccontano sul sublime violinista, sul mio amico Paganini... L'ingegno della ragazza ha del prodigioso... la sua voce un miracolo musicale. La folla crede difficilmente ai prodigi, ma quando ci crede, quando si formato un idolo, dopo le prime pazze adorazioni cerca il punto debole, la fragilit, che possono avere questi esseri, che vede, con invidia, tanto superiori a s, dopo averli essa stessa inalzati freneticamente a quelle altezze... E se pu trovare il punto debole... se pu scoprire un pretesto, un appiglio a queste fragilit... come contenta! Le mille bocche briache, che urlavano l'osanna, che facevano intorno alla donna, all'uomo d'ingegno un tal baccano da divezzarli dal comprendere il valore della lode vera, onesta, temperata, immutabile perch senza esagerazioni... le mille bocche, su cui tuonava l'iperbole, allora diventano bocche di vipere, e di vipere mai sazie di spargere il loro veleno... E' la folla cieca, ilota, che ha avvelenato cos le pi nobili esistenze, le reputazioni pi gloriose, le fame pi intemerate... Ci che si racconta di questa ragazza mostruoso.... --Bravo, signor Abate!--esclamava la Principessa, tendendo al principe della critica la sua mano delicata.--Gli occhi, tutta la fisonomia della ragazza confutano da s le infami calunnie... Le si legge nel volto, negli atteggiamenti, la bont, la generosa fierezza dell'animo. La Principessa era giovane, ricca, corteggiata indipendente, e come abbiamo detto bellissima: non prendeva quindi alcun piacere alle calunnie: le era anzi molto a grado che la sfuriata dell'Abate le avesse dato modo di umiliare le tre o quattro creature meschine, spigolistre, che si trovavano nel suo palco, e che avevano lacerato fino allora il nome della artista. Le parole dell'Abate furono, entro un quarto d'ora, riportate di palco in palco, e anch'esse cresciute, aumentate, a favore della ragazza: e del resto, prima che il secondo atto fosse a mezzo, l'ombrello verde dell'Abate aveva fatto la sua comparsa in varii palchi; egli aveva ripetuto da s il suo giudizio, e con la sua solita chiarezza. La calunnia si andava dissipando rapidamente, come era sorta. Antonietta riceveva feste come una sovrana. Ad ogni sua frase la salutavano grida entusiastiche, prorompeva l'applauso, immenso, alto, fragoroso, e sotto quell'onda sonora, vibrante nell'aria, la bella testolina bionda s'inchinava, in atto di ringraziare gli spettatori, senza per perder nulla della sua alterezza, della sua compostezza dignitosa. Il pubblico aspettava con grande ansiet il duo fra il soprano e il contralto. Le due donne si avanzarono verso la ribalta. Regnava un silenzio profondo: tutti rattenevano perfino il respiro. Anna Bolena intuonava il duo famoso con le parole rivolte a Giovanna Seymour: _Sul suo capo aggravi Iddio..._ Era arrivata alle cadenze del primo tempo sulle parole: _fia la scure a me concessa_: dove, copiando una puntatura della Pasta, levava un _do_ acuto di effetto meraviglioso. In quell'istante si ud il rumore dello sparo d'un'arma da fuoco. Vi fu un panico. Tutti erano rimasti sbigottiti. La gente si alzava in piedi, le signore si spenzolavano dai palchi; conturbate, esterrefatte. In alcuni palchi del terz'ordine si vedevano spettatori, che gesticolavano in modo furibondo. --Fermi tutti--grid una voce robusta--si tratta di un suicidio! Da un palco del terz'ordine veniva gi una gora di sangue, che aveva spruzzato gli abiti, il volto di signore, che si trovavano nei palchi sottoposti. Il sangue cadeva nella platea, sotto que' palchi, e la gente, essendosi ritirata per raccapriccio, da quel punto si scorgevano sul pavimento le goccie rosse. XIII. I primi ad entrar nel palco, dal quale cadeva la pioggia di sangue, videro un uomo con la testa tutta sfracellata, appoggiata al davanzale del palco e il cui corpo si era ripiegato nell'angustia dello spazio, cadendo, dopo la spaventevole ferita. Le persone entrate proferivano grida di orrore. Sulla parete del palco, in faccia alla scena, e alla quale l'uomo era appoggiato nel momento in cui aveva attentato alla sua vita, sulla parete si vedevano schizzati e rappresi piccoli frammenti di cervello. Il sangue usciva dalle labbra dell'infelice, e gli bruttava le vesti. Chi era? Il volto del cadavere appariva irriconoscibile, nessuno sapeva ravvisarlo. Nel Teatro l'eccitazione aumentava di istante in istante. La folla invadeva i corridoi. Tutti nei palchi restavano in piedi. Si scambiavano dialoghi ad alta voce da una parte all'altra del Teatro. Udito il colpo, poi le prime grida, la parola si ghiacci sulle labbra di Antonietta; quindi essa cadde svenuta. Il contralto, impaurito, fugg subito fra le quinte. Accorsero altre persone e sollevarono Antonietta, e la trasportarono nel suo camerino. Un secondo appresso, il Gandi accorato, sopraffatto dalla passione, dallo sbigottimento era accanto a lei. Il dramma d'amore, cominciato pochi anni innanzi in Piazza degli Amieri aveva un ben orrido fine. A poca distanza l'uno dall'altro erano il cadavere di Carlo Tittoli, il corpo affralito, scosso da terribili convulsioni, di Antonietta. Il Commissario della polizia austriaca accompagnato da un medico, seguito da varii suoi agenti, sal al palco, e mostrando i segni del suo grado, con le ripetute intimazioni, riusc a farsi luogo fra la folla. La identit del Tittoli fu facilmente e presto riconosciuta, mediante le carte che egli aveva indosso. Nella sala continuavano le grida, la effervescenza. Il Commissario intim ad uno de' suoi agenti di recarsi sul palcoscenico, e tornar subito a riferirgli quello che avesse veduto. Tutti gl'impiegati della polizia, presenti in teatro, in un momento furono nel palco. L'agente mandato sulla scena torn immantinente e confer col Commissario. --Ho capito!--egli disse, dopo averlo ascoltato. Si rivolse ad altri agenti, e scambi con essi in furia alcune parole. Costoro facevano rapidi segni di assentimento. Allora il Commissario, guardando la folla, alz una mano, come se volesse far cenno agli spettatori di acquietarsi, di tacere. --Zitti! zitti!--gridarono pi voci.--Parla il Commissario. --Psss.... psss....--si mormorava da ogni parte. Torn a regnare quel profondo silenzio in mezzo al quale era stato intuonato il bel duo del Donizetti. --Signori!--esclam il Commissario, sporgendo dal palco la sua testa calva, e tenendosi con un ginocchio sopra uno sgabello, accanto al cadavere--la rappresentazione non pu continuare.... La prima donna stata presa da violente convulsioni.... La polizia ha bisogno di quiete per trasportare il cadavere.... In nome della legge v'invito a sgombrare la sala! Successe un gran tumulto. Tutti si affrettavano ad uscire. Tutti erano impauriti, impressionati dalla grande catastrofe. Uscirono e si sparsero per Venezia dove propalarono la triste notizia. Molte signore, appena arrivate a casa, si misero in letto con la febbre, il d appresso alcune erano ammalate. La bella e sensibilissima principessa Calliraki la notte tenne sempre sveglie le sue cameriere, essendo in preda ad un'agitazione, che pareva delirio. Un'ora dopo che il pubblico aveva lasciato il teatro, il cadavere sformato del Tittoli era trasportato sino in riva all'acqua e adagiato nella barca dei pompieri; di l a non molto si trovava steso sopra una tavola di marmo nella stanza mortuaria dello spedale. L fu spogliato, un medico, sebbene convinto di adempiere una inutile formalit, procedette alla ascoltazione del cuore. Ma il cuore di Carlo Tittoli non batteva pi. La morte gli era sembrata l'unica riparazione al disonore, che credeva ricaduto sul suo nome dal vile impiego che aveva accettato, l'ultimo balsamo alle ferite di un amore non corrisposto, che era stato la sola, la pi grande, la infelice passione di tutta la sua vita! Pi volte si era detto nei giorni del dolore, quando si sentiva soverchiato dal peso de' suoi affanni:--se non fosse mia madre!--Sua madre morta, composta nel sepolcro, tributate alla sua memoria tutte le cure estreme dell'affetto, che sopravvive ad un essere adorato, egli era venuto a Venezia per compiere la ferale promessa. Aveva voluto morire dinanzi alla donna che egli considerava come sleale, aveva voluto colpirla in mezzo a' suoi trionfi: lasciarle il ricordo della sua morte come un atroce rimorso. Mentre il cadavere del Tittoli era lentamente trasportato allo spedale nella barca di servizio, Antonietta riavutasi, sorretta da Roberto e da Lina, scendeva verso la gondola, che doveva condurla a casa. Entrarono tutti e tre nel _felze_, tutti e tre muti, costernati, e tutti e tre in quel momento i soli in Venezia che capissero i veri motivi di quella disgrazia. Nessuno di loro osava parlare. Arrivarono dinanzi al palazzetto. Senza proferir verbo, Antonietta tese la mano a Roberto che la baci, e poi la strinse fra le sue. E ambedue silenziosi, tremanti, si accomiatarono. Antonietta e Lina non chiusero mai occhio, durante la notte. Lina si era sdraiata in un lettuccio accanto al letto della padrona, e di tratto in tratto l'una sentiva i singhiozzi dell'altra. --Voglio andare a vederlo!--disse Antonietta prima che albeggiasse.--Voglio andare ad ogni costo! --Andiamo pure,--rispose Lina in tuono piuttosto severo.--Anche questa sar un'espiazione! XIV. E, balzando dal lettuccio, scarmigliata e discinta com'era, avvicinandosi al letto d'Antonietta, tutta trafelata soggiunse: --Un'espiazione s, perch qui siamo tutti colpevoli!... e mentre laggi ci un cadavere, un altro innocente in galera per causa nostra. --Innocente!... in galera!... che cosa dici?--domand Antonietta, inorridita, alzandosi a sedere sul letto. --Dico che il giovane, il quale fu condannato per la ferita fatta al signor Roberto... non lui l'assassino.... Antonietta ricadde col capo sul guanciale. --Ma parla.... parla....--soggiunse a stento, col volto tutto bagnato di lacrime, mentre cercava con una mano la mano di Lina. --S, parler.... parler.... perch altrimenti io sono sicura che Dio il quale gi ha cominciato a punirci ci mander altri pi tremendi castighi... Per la ragazza non and pi innanzi. La parola che stava per pronunziare sembrava le scottasse le labbra. --Dunque,.. confidati--ripeteva Antonietta, attirando Lina verso di s, e ben lungi dall'attendersi la rivelazione, che le doveva esser fatta. --Ebbene--riprese tutta ansante Lina, dopo un breve momento di ansiet.--S, lo dir... l'assassino del signor Gandi stato... mio fratello! E, dato un urlo, cadde stecchita sul pavimento. Antonietta anch'essa per qualche tempo non fece alcun moto. Le commozioni di quella notte ormai erano tali che si sarebbero spezzate fibre ben pi robuste della sua. Dopo il primo abbattimento, dopo la prostrazione, in cui gettano a un tratto le angosce supreme, avviene nell'animo umano una pronta reazione. La coscienza assopita si ridesta, le sofferenze divengono pi generali, ma si fanno meno acute. La mente riacquista il privilegio funesto di poter esaminare, ragionare il dolore. Antonietta poco appresso si scuoteva dalla sua atonia. Guardava intorno a s, e non vedendo Lina, la chiam. Sono qua!--rispose la sciagurata ragazza, sempre stesa sul tappeto, che cuopriva il pavimento. E si strappava i capelli, e mandava imprecazioni, arrivata a uno stato di parossismo nel quale certo nessuno mai l'aveva veduta. --Sono rovinata... rovinata... e tutto per lei... Se non fosse stato il suo amore con questo forestiero! Antonietta non rispose. Neppure in quel momento la sua indole fierissima le consentiva di venire a spiegazioni, a discussioni con una creatura come Lina, non ostante che le volesse un gran bene. Ma Lina subito si alzava in ginocchioni, si avvicinava di nuovo al letto, prendeva le mani della sua padrona, e le cuopriva di baci, ripetendo, in mezzo alle lacrime: --No... no... io sono un'ingrata... una cattiva... mi perdoni... io ho detto una cosa che non avrei dovuto mai dire... Sono tanto disperata! E cos, interrotta dai singhiozzi. Lina raccont ad Antonietta tutto quello che sapeva sul delitto di Via della Luna, le sue scene col fratello, con Lucertolo, la condanna, la gogna di Nello, le angustie da lei patite, subite sin'allora, le lotte sostenute per non palesare la verit. Quella effusione fra le due donne dur circa un'ora. Antonietta aveva ascoltato tutti quei racconti, strabiliando, esterrefatta. Vedeva chiaro, alla fine, la verit, che tante volte aveva sospettata. Il suo amore era dunque una cosa fatale! Gi aveva spinto un uomo a darsi la morte, e per gli effetti del suo amore un altro, innocente, era precipitato in galera. Ma, come avviene, nello sconforto profondo, mentre tutto cadeva, crollava, grondava sangue intorno a lei, essa sentiva avvivarsi e rinvigorirsi la sua passione per Roberto. Le vere passioni si alimentano e crescono, divampano fra gli ostacoli. --Voglio andare a vederlo!... Voglio andare a vederlo!--balbettava Antonietta. Le due donne, vestite a lutto, uscirono di casa. Era sempre in sull'albeggiare. Si presentarono all'Ospedale e chiesero di entrare nelle stanze in cui si custodiva il cadavere dell'uomo che si era ucciso. Ma fu loro negato. Allora Antonietta domand con insistenza del medico di servizio. Il giovane medico accorse, riconobbe la celebre artista; e sebbene un poco meravigliato che essa venisse a tale ora, credendo obbedisse a un capriccio, a una curiosit di vedere l'uomo, del quale tutti dovevano averle parlato, la guid egli stesso sino alla stanza mortuaria. Ad un cenno del medico, un guardiano prima che le donne entrassero, corse a gettare sul cadavere un gran lenzuolo, che lo cuopr quasi tutto. Le donne entrarono trepidanti. E si gettarono subito in ginocchio, ciascuna da un lato di quella tavola di marmo sulla quale giaceva la povera, straziata spoglia di Carlo Tittoli. Una sola delle lacrime che Antonietta versava in quel momento, avrebbe potuto, versata in altri tempi, salvare la vita dello sventurato! Ma la morte sorda ai gemiti, ai preghi, alle lacrime, ai pentimenti. Il sepolcro non rende n alle madri, n alle amanti, n alle spose, n alle figliuole desolate che invocano, e supplicano, le vittime che esso ha divorato! E in quell'ora che cosa faceva Roberto? XV. Le donne non avevano dormito, ma Roberto quella notte non si era neppur coricato. La camera di Antonietta corrispondeva in via della Ca' d'or, ed egli aveva passeggiato su e gi per ore intere, guardando in alto verso la finestra, che vedeva illuminata. Voleva esser pronto ad ogni rumore, che udisse nel palazzetto; la quiete, che pareva vi dominasse, lo aveva alquanto rassicurato, e si era allontanato, molto sul tardi, aggirandosi sempre in angoscie e tutto agitato, per le pi curiose straduzze, sulle quali batteva appena uno scarso raggio di luna. La morte del Tittoli, lo stato in cui aveva lasciato Antonietta, lo travagliavano. Egli aveva veduto il Tittoli una volta sola: quando cio l'amico d'infanzia di Antonietta aveva consentito a visitarlo in via de' Renai, poco prima della fuga della ragazza da Firenze, come ricorder il lettore. Poi ne aveva udito qualche volta parlare da Antonietta e da Lina, che ne avevano esaltato la devozione, le premure; ma nulla egli mai era venuto a sapere dell'odio concepito dal Tittoli contro di lui, della gelosia che gli aveva ispirato, della passione che esso aveva nutrito per Antonietta. Antonietta non gli aveva naturalmente parlato mai della scena accaduta fra essa e il Tittoli nella osteria di campagna, allorch egli si era ferito dinanzi a lei, e le aveva annunziato la sua risoluzione di morire. Ma la scena le tornava in mente tale e quale l'aveva veduta due anni prima, nel momento in cui stava inginocchiata accanto al cadavere di Carlo. Essa ricordava il consiglio, che le aveva dato di farsi artista, di trar partito dalle lezioni del Brinda, gli aiuti che le aveva procurato per esordire nella sua carriera. Ed egli moriva proprio nel momento in cui era salita a quella gloria, a quei trionfi, che egli aveva affettuosamente vagheggiato, sognato per lei, che le aveva predetto nel suo entusiasmo verso di essa. Gi il cielo era soffuso dai primi chiarori dell'aurora. Quando, ad un tratto, Roberto Gandi vide avvicinarsi due donne. Due donne in strada, e a quell'ora! il fatto era tale da sorprendere, ma incontanente ebbe riconosciuto Lina e Antonietta. Si diresse verso di esse. Antonietta, ravvisatolo, fu piena di confusione. XVI. --Fuori... a quest'ora?--le domand il Gandi.--E di dove vieni? --Abbiamo passeggiato un poco... sentivo soffocarmi... non potevo dormire!--rispose Antonietta, che non aveva mai detto una menzogna al suo amante, e alla quale il sotterfugio, il primo che adoperasse con lui, spiaceva talmente, che essa tremava e balbettava. Roberto aveva tanto rispetto, tanta fiducia, tanta passione per Antonietta, che non os ripetere. Si mise a camminare accanto a lei, a capo chino, molto sconfortato da quella risposta. Sentiva per la prima volta la diffidenza, il dubbio sorgere fra lui e Antonietta. Ma non stette molto che Antonietta pos una mano su un braccio di lui. Essa non poteva patire di vederlo cos mesto, immaginava, conoscendone bene la indole, quanto egli dovesse soffrire in quel momento, e non voleva tener nulla celato al solo uomo che amava, che avesse mai amato. Roberto, commosso da quell'atto, alz il capo e la guard. Antonietta aveva preso una forte risoluzione: confessargli tutto, palesargli le sue relazioni col Tittoli, il motivo probabile che lo aveva indotto al suicidio, raccontargli tutte le confidenze, che aveva avuto da Lina sull'assassinio. --Ho passato davvero una brutta nottata!--riprese Antonietta con un tuono dolcissimo di voce.--Se tu sapessi quanto ho sofferto! --E io non mi sono mosso un istante dalla strada... Vedevo la tua finestra illuminata... Se avessi potuto farti sapere che ero l.... Tu per avresti dovuto immaginarlo.... Tu sai che quando soffri per me il maggiore dei tormenti.... --Ah, lo so che tu sei sempre buono!--mormorava Antonietta. --Ma tu hai pianto... tu piangi ancora?--domandava Roberto. Antonietta infatti piangeva in un nuovo accesso di commozione, ripensando al cadavere, che aveva lasciato laggi sulla tavola di marmo. --Ti dir tutto,--replicava Antonietta.--Ora andiamo a casa!... Antonietta taceva, mentre Roberto era tutto intento a indovinare il segreto che le dava tanta ambascia. La notte insonne, le emozioni provate in poche ore avevano lasciato sul volto delicato della giovane traccie spiccate. Roberto si accorse che anche Lina piangeva. Che cosa era dunque accaduto? --Che c'?--domand a Lina con voce sommessa. --Immense disgrazie!--costei rispose angosciata. I pi lugubri presentimenti si succedevano nell'animo di Roberto. Il suicidio del Tittoli, l'abbattimento in cui aveva lasciato Antonietta gi lo avevano predisposto alla malinconia, eccitando la sua sensibilit. Si era domandato fra s e s come mai il Tittoli fosse venuto a Venezia, avesse preso il partito di suicidarsi proprio al Teatro in mezzo ad una rappresentazione, mentre la sala era affollata, il pubblico, plaudente, allegro, sodisfatto. Come mai aveva voluto morire con tanto clamore, circondare la sua morte di tanto apparato? Questi pensieri da cui si era distratto per tornare ai pensieri del suo amore, che lo occupavano sempre, ora si facevano pi insistenti. L'uscita di Antonietta cos per tempo doveva essere in qualche relazione col suicidio della sera precedente. Essa aveva conosciuto il Tittoli, egli la aveva aiutata a fuggire dal Ghetto... La gratitudine, la compassione... Il mistero che gi trapelava in questo affare, lo teneva sospeso e perplesso nelle pi crudeli ansiet. Arrivarono a casa, e Antonietta, Lina, Roberto si trovarono riuniti nella sala ove pochi giorni innanzi era stato ricevuto l'abate Pildani. In quella sala ora non risuonavano pi i canti, n le voci liete, ma solo il pianto delle due donne. Antonietta fu la prima a rompere il silenzio. Roberto ascolt impassibile tutte le penose rivelazioni. Allorch essa ebbe finito: --Bisogna,--egli disse,--partir subito e tornare a Firenze... Dobbiamo ad ogni costo far rendere la libert a quell'innocente... Dobbiamo risarcirlo del male, che ha patito, e del quale noi... noi siamo causa... Abbiamo taciuto anche troppo... La sera appresso il cadavere del Tittoli era portato a seppellire. Il trasporto fu quasi solenne; qualcuno, che si teneva nell'ombra, aveva pensato a tutto. Sulla bara erano state deposte due grandi corone di fiori. Tutta Venezia parlava del caso orrendo. La leggenda popolare contro la bella cantante si ridestava pi fosca che mai. Nessuno poteva ora pi trattenere la calunnia, neppure il buon abate Pildani. Il suicidio del Tittoli era collegato nel modo pi strano dalla pubblica voce, sebbene inconsapevole, a qualche atto della vita passata di Antonietta. La sera stessa in cui il cadavere del Tittoli fu condotto al cimitero, Roberto prese in disparte Lina e le domand molto concitato: --E tuo fratello... l'assassino che mi fer... morto? XVII. La conversazione fra Roberto e Lina fu lunga. Non cess fino al momento in cui Lina dov andare ad aprire la porta. Un visitatore, a quanto pare molto vivace, aveva tirato gi tre o quattro scampanellate una dopo l'altra e con non piccola forza. Sembrava deciso, se non gli fosse subito aperto, a rimanere col campanello in mano piuttosto che desistere dal pensiero di entrare. Era l'abate Pildani. Lina lo fece subito passare nella sala dove si trovava Antonietta. Roberto rimase in un salotto a confabulare con Lina. --Buona sera, mia cara!--disse l'abate, tendendo la mano all'artista, che era quasi sepolta fra alcuni guanciali, in atteggiamento languidissimo. --Buona sera, mio caro... maestro!--rispose Antonietta, con voce spenta.--Desiderava appunto di vederlo... Ho bisogno di lei! --E io ti servir volentieri, figliuola, in tutto quello che ti occorre. Ma come stai?... --Oh, molto male... Non mi sono ancora riavuta dallo spavento dell'altra sera e credo che ne risentir gli effetti per un pezzo... --Conoscevi quel disgraziato! --S, lo conoscevo! --Per tu hai commesso una grande imprudenza. --Quale? --Presentandoti poche ore dopo, prima che facesse giorno, all'ospedale, insistendo per vedere il cadavere... --E chi lo sa? --A quest'ora tutta Venezia. --Mio Dio! --E non immagini quello che si dice? --Oh, per me... mi indifferente quello che si dice... io agisco sempre, secondo la mia coscienza. --Belle, nobili parole--riprese l'abate--degne di te... ma che sono costate molti dolori ad anime molto generose, dolori che bastarono a scuotere fibre pi forti della tua. --Oh, se sapesse quanto sono forte io contro certe vilt, contro certe ingiustizie!--disse la ragazza, i cui bellissimi occhi lampeggiavano di sdegno.--Lei deve farmi un favore... Sarei obbligata a cantare altre due sere... La prego a adoperarsi perch io sia sciolta subito dal mio contratto... Lei onnipotente... ed io sono pronta a pagare tutto quello che vogliono, pur che mi lascino libera... Se avr la forza di reggermi in piedi, domani voglio partire da Venezia... --Va bene... Sebbene non sia facile, io otterr che tu sii lasciata libera... ma a partire da Venezia ora... in questo momento... non ci pensare... Che cosa direbbe la gente?... No, no, tutti crederebbero che tu fossi fuggita... Tutto quello che io ho detto, che io ho fatto in questi giorni per te sarebbe inutile... E i maligni avrebbero ragione e si stropiccerebbero le mani!... No, no... spero mi ubbidirai... tu non devi partire! L'abate era veramente concitato, poich si alz e and a posare in un canto della sala il suo ombrello verde, separazione alla quale non si rassegnava che in ben solenni congiunture. --Ma che cosa c' di cos terribile contro di me? Che cosa ho io fatto a questa gente, che mi calunnia? --Che cosa hai loro fatto?... Tu sei giovane, tu sei bella, sei celebre... E la pi parte di loro non sono n giovani, n belli; e, nonostante le vanitose cupidigie, le sordide ambizioni che li divorano, sono destinati a rimaner sempre oscuri... Che cosa c' di terribile contro di te?... Le gagliofferie inventate dalla marmaglia... Non si contentano ora di dire che a Firenze tu hai ucciso un uomo... hai commesso un assassinio misterioso... ma aggiungono che questo Tittoli che si suicidato, era stato mandato dalla polizia granducale per sorvegliarti... ma che egli stato un tempo il tuo amante... e che si ammazzato piuttosto che nuocerti... --Stoltezze degne di chi le dice... --E di chi le crede... siamo d'accordo... Ma il numero di coloro che sono disposti a credere il male, non scarso... non sono pochi i codardi, che calunniano in segreto, che provano una gioia bestiale a contaminare tutto quello che vi di puro, di nobile, di giovane, di gentile, di illibato, a contrariare gli sforzi che fa l'ingegno per riuscire, a contendere tutti i successi, i successi della grazia, della bellezza, dell'arte, dello studio... No, non voglio che tu parta da Venezia cos. --Ma che mi consiglia di fare? --Ecco... tu hai chiesto un favore a me, io ne chiedo ora uno a te... Fra tre giorni l'onomastico della principessa Calliraky. Questa gran dama gi ti adora, senza conoscerti... Essa ha preso le tue difese contro i tuoi turpi e volgari nemici... Per la sera del suo onomastico, ha invitato il fiore della aristocrazia veneziana, poi gli artisti pi eletti, una societ sceltissima... Essa ti prega di voler cantare un pezzo in suo onore... Noi anderemo sul tardi, quando le sale saranno affollatissime. Tu entrerai, dando il braccio a me, a me, che ti rispetto, e che sar orgoglioso di sfidare la calunnia al tuo fianco. Roberto ti accompagner anch'egli... Vedremo, se i calunniatori avranno il coraggio di alzare la testa, vedendoti in mezzo a due uomini d'onore, ciascuno de' quali pronto a difenderti... --Ma perch darsi tanta pena?... Io non tengo che alla stima di coloro che amo... Che m'importa di quello che dicono di me certi oziosi... certi sciagurati? Antonietta parlava con appena un filo di voce. Un po' era sofferente, un po' obbediva ad un vezzo. Una cantante, quando oppressa da qualche sciagura, quando vuol esprimere un gran dolore, o un gran disgusto che la muove, abbassa la voce... anche se l'ha. L'abbassamento della voce in lei destinato a rappresentare il supremo limite dello sconforto e della prostrazione, l'abbandono di tutte le facolt. Sta quasi a indicare che, almeno per il momento, il male senza rimedio. In simili congiunture rigorosamente richiesta negli astanti una costernazione profonda, come se davvero una gola d'oro avesse perduto il suo metallo meraviglioso, o l'onda di una voce avesse gettato l'ultima perla. L'abate conosceva bene le capricciose, delicate e suscettibili divinit dei teatri di musica. Ristette dalle sue domande e cominci a parlare della voce di Antonietta. --Questo abbassamento di voce, che mostri stasera--egli disse ad un certo punto--non naturale. Il dispiacere che provi ti fa discorrere con un accento cos velato, ma credo che se tu cantassi un poco, la voce ridiverrebbe subito pi limpida e pi chiara... Non bisogna prendere l'abitudine di parlare con coteste velature... Stasera lo fai per stanchezza, per ispossatezza, perch sei triste e svogliata. Domani tornerai a fare lo stesso e l'organo si vizia facilmente... Fammi sentire una scala... Antonietta prese una o due note e mostr al maestro che sapeva ritrovare la sua magnifica voce. L'abate si trattenne un pezzo con lei, si diffuse in ragionamenti sull'arte, sulla musica. La giovane artista lo ascoltava un po' distratta, immersa nelle tristezze, che le derivavano da tutto ci che aveva saputo, sofferto nella notte, dopo il suicidio del Tittoli, un po' attirata dai discorsi che la solleticavano ne' suoi istinti di artista. Alla fine l'abate, prendendola per una mano, e parlandole in tuono quasi paterno: --Tu devi essere condiscendente col tuo vecchio Pildani--le disse in un impeto di affettuosa espansione--devi promettermi che canterai per l'onomastico della principessa. Antonietta, dopo un istante di riflessione: --Ebbene...--rispose--canter... Lo prometto. --Brava!--E il buon vecchio, chinandosi, le dette un bacio sulla fronte.--E ora ti lascio! E, ripreso l'ombrello, con un gesto come se volesse fargli dimenticare il lungo distacco da s a cui l'aveva condannato, si accomiat. Il giorno dopo, tutto il palazzetto era sossopra. Fu fissato che Antonietta e Roberto partirebbero con Lina da Venezia la sera appresso a quella in cui dovevano trovarsi alla festa della principessa, e si sarebbero diretti a Firenze. Appena arrivati, Lina si sarebbe presentata al capo della polizia o all'avvocato fiscale della Rota per fare le sue rivelazioni. Intanto essa aveva gi subito dato mano a preparare i bauli. XVIII. La sera convenuta Antonietta si rec alla festa, accompagnata da Roberto e dall'abate Pildani. Aveva fatto un grande sforzo per lasciarsi abbigliare, per vincere un cupo presentimento, che l'angustiava. Pure arriv alla festa, pi bella, pi seducente, pi poetica che mai non fosse stata, nel suo pallore, nel soave languore che traspariva da tutta la vaghissima persona. La principessa, anch'essa giovanissima, e di una bellezza portentosa, l'aveva accolta come una sorella non vista da molto tempo. Varii gentiluomini avevano fatto gruppo intorno alla celebre artista, staccandosi uno a uno dalle signore con cui avevano sino allora parlato. Molte fronti si imbrunivano, molte labbra femminili erano sfiorate da sorrisi di geloso disprezzo. Quella donna, che trionfava in modo cos splendido, con tanta grazia ed affabilit, irritava, aizzava contro di s molti amor proprii. Una feroce insidia le era preparata quella sera; doveva esser vittima di una trama infernale. Ad un certo punto, Antonietta si sent male, fu colta da una specie di deliquio. Si sedette, o piuttosto cadde sopra un sof. Tutti le furono attorno, le furono fatti respirare dei sali. Mostr il desiderio di rimaner sola per alcuni minuti. La principessa allora la condusse fino alla soglia della sua camera, le disse che vi restasse quanto voleva, e richiuse l'uscio. Antonietta dieci minuti dopo tornava nelle sale, compiutamente rimessa. Una signora armena, ricchissima, giunta tra le prime alla festa, si era, appena arrivata, tolta una collana di grosse perle nere di grandissimo prezzo. La signora, nell'entrare, si era accorta che i fermagli della collana, allentatisi, alcune perle si sfilavano. Una delle pi grosse perle nere era caduta anzi, mentre la signora traversava le sale, senza che essa se ne accorgesse. La signora armena aveva consegnato la collana alla principessa, che l'aveva gettata nel cassetto di uno stipo nella sua camera, lasciando la piccola chiave d'argento nel cassetto. Antonietta, dopo che ebbe cantato il suo pezzo, domand di partire, allegando che aveva bisogno di riposo. La principessa l'accompagn sino all'anticamera e la baci. Dopo un istante anche la signora armena si accomiatava. --Ti dar la tua collana!--disse la principessa. E insieme andarono nella camera, e aprirono lo stipo. La collana non c'era pi! Guardarono per tutto, frugarono i mobili, ma indarno. Nessuno era entrato nella camera, fuorch Antonietta. Mentre le due signore erano dinanzi allo stipo, estatiche, senza sapere che dirsi, entr nella camera con gran disinvoltura un'altra signora, magra come la fame, con una testa secca che pareva un teschio, con un corpo smilzo come un bastone, e ravvolta in un abito sfarzoso, coperto di ricche trine. --Principessa--disse lo scheletro elegante con la sua disinvoltura--abbiamo trovato ora questa perla nera davanti al sof su cui era seduta la signora Amieri! La dama armena guard la perla, poi la principessa. --Ma questa--ella soggiunse tremando-- una perla della mia collana!... Antonietta, giunta a mezza scala, si era volta all'abate che le dava il braccio, dicendogli: --Mi sono dimenticata di prender la musica... e ho lasciato anche il velo che devo mettermi intorno al collo. --Torniamo indietro!--rispose l'Abate. E, mentre la cantante entrava di nuovo nelle sale, tutti parlavano della sparizione della collana. L'abate sent a un tratto tremare il braccio di Antonietta. Un imprudente, che li aveva veduti, pronunziava ad alta voce il nome dell'artista, facendo un atto di sprezzo. Ma, dati altri due passi, Antonietta impallid, le si piegarono le ginocchia, l'abate pot a stento sorreggerla, e farla sedere sopra una poltrona. Essa non rispondeva pi alle domande, che le erano mosse. Gli occhi vitrei, immobili, le braccia penzoloni; le labbra bianche; sembrava pi morta che viva. Alcune parole pronunziate in un gruppo di persone che non si erano accorte della sua presenza, l'avevano avvertita della calunnia, ed essa ne aveva ricevuto un colpo tremendo. --Che hai? che hai?--domandava l'abate, tutto premuroso, senza ricevere alcuna risposta. Gir gli occhi intorno a s, e con sua gran meraviglia vide che nessuno si accostava. Le sofferenze della giovane non ispiravan alcuna piet; tutti si erano discostati; i pochi che le passavano dinanzi, le gettavano occhiate che parve all'abate avessero una singolare espressione. Roberto, con altri invitati, era sceso nel giardino e dal giardino saliva in quel momento un vecchio gentiluomo, il marito della signora strimizzita, che era andata a riferire di aver ritrovato la perla nera davanti al sof, sul quale si era seduta Antonietta. Il vecchio gentiluomo non sapeva nulla della sparizione della collana, delle ciarle, che volavano di bocca in bocca. Veduto l'Abate solo, in un salotto, accanto ad Antonietta, subito si appress. --La ragazza sta male... molto male--gli disse in fretta l'abate--l'affido a voi per un istante... io vado a cercare la principessa. Ma gi la principessa, avvertita del ritorno di Antonietta, accompagnata dalla dama armena e da altre signore, veniva incontro all'abate, ed egli la raggiunse, quasi sull'uscio della camera. --Principessa--disse l'abate, tutto affannato--sono tornato con la signorina Amieri perch aveva lasciata qui la sua musica ed un velo... ma la signorina, appena ha rimesso il piede nelle sale, stata presa da un nuovo deliquio... Principessa--soggiunse l'abate, sorpreso dal modo con cui la signora lo guardava, dai sorrisi maligni che vedeva su molte labbra--Principessa, che cosa accaduto in questi pochi minuti? --La ragazza--osserv una vedova di cinquant'anni, che si tingeva per parer giovane, e parlava continuamente di lumi di luna, di sentimenti incompresi, della rarit delle grandi passioni,--la ragazza mistifica il povero abate... una commedia... a quest'ora la collana si allontanata!... Le parole furono accolte con molti segni di assentimento. --La collana?--domand l'abate Pildani, divenuto serio, e il cui carattere iroso e collerico gi cominciava a ribollire.--Di che collana si tratta? Chi discorre di commedie, di mistificazioni?... Voglio sapere... Si risovvenne per subito del luogo in cui si trovava, e abbassando la voce con umilt, e inchinandosi in atto ossequioso: --Principessa--riprese--io sono sui carboni ardenti: l ho lasciato la ragazza in preda ad un male improvviso, e che par grave, qui sento che qualcuno la morde nella reputazione... Per andiamo prima a soccorrerla. L'abate torn nel salotto, seguto dalla padrona di casa. Essa era donna, e donna di sentire squisito; l'idea del trafugamento della collana l'aveva molto commossa; ma gi dal suo bell'animo il sospetto si era dileguato, diceva a s stessa che la ragazza non poteva esser colpevole... Una creatura cos graziosa, di una bellezza cos pura, a cui irraggiavano nel volto tutte le nobili alterezze di una natura generosa, tutte le affabilit di un cuore delicato, non poteva esser capace di un'azione cos abietta... E poi essa soffriva... e doveva esser soccorsa. La principessa si accost alla ragazza insieme con l'abate. Il vecchio gentiluomo le stava attorno con ogni cura, ma essa non aveva fatto pi alcun movimento. Teneva la sua testina seducente reclinata, quasi abbandonata sulla spalliera della poltrona; tutta la persona era irrigidita. La signora, che aveva trovato la perla, lanci al marito, vedendolo accanto alla giovane, una occhiata piena d'odio. Pochi istanti dopo, Antonietta fu trasportata nella camera della principessa e adagiata sul sof, ove essa si era seduta un'ora prima. -- gi la seconda volta, che stasera si fa venir male!--osservava inasprita la signora magra e stentata, col capo secco e schiacciato, divincolando fra le trine il suo corpo lungo e smilzo, di serpente. La camera della principessa era piena di gente. Vi si soffocava. Fuori della porta, si accalcava altra gente. I trenta o quaranta invitati erano tutti l, salvo cinque o sei, che chiacchieravano e passeggiavano nel giardino. In quel profondo silenzio spiccava la voce calda e robusta dell'abate. Insieme con la principessa egli era in piedi dinanzi al sof su cui giaceva Antonietta. La vista di quel corpo inerte lo rendeva severo, implacabile. --Ora--egli disse, dirigendosi alla principessa, mentre tutti tacevano--dobbiamo formar qui come un tribunale. Io domando, io supplico che mi sia raccontato il fatto di questa collana... a cui ho sentito alludere dianzi... Che cosa la commedia, di cui si parlava? Tutti tacevano, nessuno osava rispondere all'abate. --Principessa, la scongiuro!--insistette il buon vecchio.--In nome della deferenza che ella mi ha sempre mostrato, per amore di questa ragazza, che soffre... Antonietta si scuoteva sul canap, punta da qualche spasimo. Si dichiarava in lei una crisi. --Ebbene,--replic la principessa,--ve lo dir! La principessa narr come le fosse stata consegnata la collana, come si fosse accorta della sparizione... Nessuno era entrato nella camera, altro che la ragazza; non potevano esservi entrati i domestici. --Ma la collana si ritrover... ne sono certa-soggiungeva la principessa--non c' che una falsa apparenza contro la ragazza, verso la quale vi giuro che avrei orrore di nutrire il menomo sospetto... --Anch'io--riprese generosamente la dama armena, a cui apparteneva la collana...--Basta guardare quella ragazza, per escludere ogni accusa come un'infamia... L'abate era livido nel volto, le tempie gli battevano, la sua ampia fronte era madida di sudore. -- sicuro dunque che nessuno entrato nella camera dopo la ragazza?--domand l'abate in tuono solenne, volgendo attorno uno sguardo. Alla signora secca crocchiaron le ossa. --Questo sicuro!--rispose la principessa, --Ebbene, no!--esclam con voce sempre pi alta l'abate.--Un'altra persona entrata in questa camera, dopo che la ragazza n' uscita... e l'ho veduta entrare io... e se essa non lo confessa... se non domanda perdono a quella innocente, che ora soffre per causa sua... l'avverto che io debbo obbedire al mio dovere, alla mia coscienza di onest'uomo, e di sacerdote... e che io paleser tutto. Succedette un nuovo silenzio, che dur circa un minuto. Tutti si guardavano, nessuno rifiatava. --Parli! parli!--dissero alla fine alcuni signori, che si trovavano pigiati fra gli stipiti della porta. --Parler... parler...--balbettava l'abate, e cavatosi di tasca un pezzolone di seta rosso a fiori gialli, si tergeva la fronte. E rifletteva allo scandalo, che stava per accadere. Alla fine, dirigendosi verso la signora impresciuttita, che agitava il suo capetto di vipera, l'abate, minaccioso, esaltato, stendendo un dito verso di lei: --Voi,--disse,--voi siete entrata in questa camera, dopo Antonietta... e vi ho veduta io! Tutti gettarono un grido di stupore. La signora non seppe proferire una parola. --E ora diteci--continu l'abate--dove la collana? La signora si mosse di scatto, si accost allo stipo, fece l'atto di aprire il cassetto, e lo trasse fuori tutto. Allora molte persone videro la collana, che era stata gettata dietro al cassetto, spinta verso la parete estrema del mobile. L'abate allung il braccio, prese la collana, e la porse alla principessa. Essa era tutta accigliata, la sua nobile fisonomia rivelava l'interno sdegno, che la avvampava. Esamin la collana, e ad un tratto, accostandosela al volto, con voce vibrante di collera, disse alla proterva signora, che le aveva riportato la prima perla trovata: --Ci avete lasciato anche il vostro profumo! Un profumo acutissimo, penetrante, si era attaccato alle perle, il profumo di cui si serviva la calunniatrice. Quella donna aveva conosciuto Roberto in Firenze, ne' primi tempi in cui egli vi era arrivato, si era immaginata di avergli inspirato una passione, ora credeva, in quel modo atroce, con perversit raffinata, vendicarsi della sua rivale. Usc dalla casa della principessa sopraffatta dall'onta, impaurita dall'atto nefando che aveva commesso, nell'empito di un furore geloso. Mezz'ora dopo, Antonietta si svegliava dal suo torpore. Era sempre nella camera della principessa. Roberto le stringeva una mano, e l'abate le carezzava l'altra. E la principessa, inginocchiata dinanzi a lei, le prestava le pi amorevoli cure. XIX. Quella sera stessa arrivava in Pisa, tutto glorioso, tutto anfanato, il birro Lucertolo, e anch'egli ne aveva scampata una bella! Subito se ne andava al Ponte a Mare dove era il Bagno centrale. Presentatosi al direttore del Bagno, munito di tutte le necessarie autorizzazioni, domand di vedere il galeotto Nello Bartelloni. Il disgraziato dormiva. Lucertolo si avvicin al letto. Nello era pi pallido e pi emaciato del solito. Dormiva vestito della sua giacchetta di lana rossa, e tenendo in capo il berrettino rosso. Aveva al piede sinistro l'anello in cui ogni mattina prima di andare al lavoro gli ribadivano la catena. Lucertolo ripens alla notte del 14 gennaio in cui tre anni prima egli si era accostato al lettuccio di Nello nel tugurio in piazza Luna, con ben altri pensieri. Ah, se avesse allora potuto gridare, infondendo in tutti la sua convinzione:--non l'arrestiamo... riflettiamo... noi perseguitiamo un innocente! Ma allora egli stesso era de' pi accaniti, forse il pi accanito contro Nello: era stato cos contento di entrare per il primo nella sua tana, di strapparlo dal letto, di scuoprire gli oggetti nascosti sotto il piccolo materasso! --Su, alzati!--disse Lucertolo, scuotendolo. Intorno al letto erano altri birri, i guardiani del Bagno, che tenevano i lumi, il direttore, un magistrato. Nello non voleva alzarsi. Pareva che non comprendesse le parole del birro, come nella sera in cui, tre anni prima, l'aveva arrestato. Appena ebbe bene aperto gli occhi e ebbe visto Lucertolo, dette in un urlo di spavento. Quell'uomo era il suo persecutore. Era il primo, che gli avesse rivolto la parola la sera del 14 gennaio; era egli che lo aveva tirato gi dal suo letticello, che in prigione e durante il processo lo aveva sempre subillato, aggirato. Secondo Nello, Lucertolo era stato il principale strumento della sua condanna! -- questo il detenuto che voi cercate?--domand per formalit il magistrato a Lucertolo. --S, signore!--rispose l'agente. Lucertolo si chin un'altra volta sul letto, guard Nello di nuovo, e gli pos una mano sulla fronte. Poco dopo, Lucertolo si trovava in una stanza insieme col magistrato e col direttore del Bagno centrale di Pisa. Il magistrato, il direttore, erano seduti: il birro stava in piedi dinanzi a loro. --Raccontateci--chiese il direttore all'agente--come stata riconosciuta l'innocenza di questo condannato! --Sono tre anni--cominci Lucertolo--tre anni che io faccio quasi ogni giorno ricerche continue a questo scopo... Dopo essermi tanto adoperato la sera in cui fu scoperto il delitto a cercare ogni traccia, che ci potesse aiutare a metter la mano sul colpevole, dopo aver creduto di esser riuscito ad arrestarlo, mi cominciarono a nascere fortissimi dubbi... Non ero persuaso che quel giovinastro avesse commesso lui, e specialmente lui solo, l'assassinio... Prima del processo, durante e dopo il processo, pi volte mi parve di esser vicino a scuoprire la verit... Ma, appunto quando credeva di averla colta, mi sfuggiva... Appena mi pareva aver edificato qualche cosa con molto stento e molta fatica... il mio edificio rovinava... Gl'indizii che avevo accumulati, a uno a uno, erano distrutti da nuove e pi ingegnose ipotesi di persone gravissime con le quali io parlava delle mie indagini... Un uomo, che io tenevo, se non per il solo autore, di certo per l'autore principale dell'assassinio, morto... o dir meglio, ha cercato di sottrarsi con la morte alle conseguenze delle mie ricerche, che egli aveva gi subodorate... --E chi era costui?--chiese il magistrato, serio, e attirato da quel racconto, che lo appassionava. --Qui posso parlar chiaro--riprese l'agente con tuono di circospezione--... Era un certo Bobi Carminati, stato gi pompiere, poi famiglio sotto gli ordini del capitan Bargello di Brozzi. I due impiegati non poterono rattenere un'esclamazione di sorpresa. -- il famiglio--osserv il direttore--che cadde nell'Arno di notte, mentre vi era una grossa piena, e di cui fu ritrovato il cadavere sformato e quasi irriconoscibile a Signa? --Precisamente. --Seguitate il vostro racconto! --Dopo la condanna di Nello,--riprese Lucertolo--esaminando il tappeto, che era stato tolto dalla stanza, dinanzi la quale fu commesso il delitto la sera del 14 gennaio 1831, e che fu trovata illuminata da una lampada... fra le varie traccie lasciatevi dagli ufficiali e dagli agenti di polizia, che vi entrarono in quella sera, e che erano costretti a metter i piedi sulla gora del sangue, sparso per tutto davanti la porta... vidi le orme di un piede scalzo. Tali orme erano ripetute tre volte, e, sebbene imperfette, da esse poteva ricavarsi l'esatta misura del piede, che le aveva fatte... Nessuno degli ufficiali, degli agenti, entrati nella stanza era scalzo... dunque... io pensai... quest'orma stata lasciata da qualcuno che entrato prima di tutti, appena consumato il delitto, dall'assassino o dal suo complice! Il magistrato scuoteva la testa in segno di approvazione. --Non era il piede di Nello, molto pi sottile e affilato e non era neppure... bisogna che lo dica... il piede dell'altro, che io avevo sospettato autore principale del latrocinio. --E di chi era?--interrog il direttore. --Ecco quello che mi occupava... che mi ha per tanti mesi occupato... Alla fine avevo rinunziato, lo confesso, alla speranza di riuscire a identificare l'orma di quel piede... Molto tempo dopo, riflettendo al delitto... non pensavo mai ad altro... mi rammentai che una notte del 1831, mentre ero di servizio, in uno degli androni del Ghetto, avevo udito certi insoliti rumori, i quali mi avevano insospettito... Ero entrato nell'androne... avevo visto gente a qualche distanza in una stanza aperta e illuminata... due uomini che gesticolavano, e un'ombra di donna, che appariva di tanto in tanto sulla parete... Inciampai in un ferro... subito il lume fu spento... Rimasi al buio nel lungo androne nel quale gettava qualche bagliore la mia lanterna... Lucertolo tacque un istante, rabbrividendo al ricordo di quella scena. --Domandai:--soggiunse--chi va l?... Nessuno rispose... ma mi parve udire lo scricchiolo del cane di una pistola: qualcuno si preparava a tirare... Alzai subito la pistola e feci fuoco... --E allora?--torn a interrogare il direttore. Lucertolo ripeteva la storia di quello che gli era capitato la notte della fuga di Antonietta dal Ghetto, dopo che nell'androne aveva esploso la pistola verso la stanza in cui si trovavano Antonietta, Carlo Tittoli e l'ebreo Isacco. --Udii un grido soffocato... Poi mi fu scagliata una pietra, che mand in frantumi la lanterna, e mi spezz questo dito.... Cascai gi privo di sensi... La mattina mi ritrovai affranto dal dolore della mano, stecchito dal freddo, steso sul nudo pavimento di un androne, e ne uscii a fatica, strascicandomi... Mi accorsi che i furfanti mi avevano trasportato, mentre io ero fuori di me, all'entrata di un altro androne... In quel momento mi era impossibile di mettermi a verificare... Alcuni giorni dopo, quando vi tornai, non riuscivo a orientarmi... Mi ricordavo s che ero entrato la notte dalle cos dette _Coriaccie_, ma non mi ricordavo quante svolte avevo fatto, quanti passi avevo mosso, prima di fermarmi... Gli androni sono lunghi... tortuosi... uno dentro l'altro, con ramificazioni, ripostigli, terrazze aperte... un vero laberinto... --Ma, sedetevi!--disse il direttore. --Grazie!--rispose l'agente. Egli gesticolava, si moveva ad ogni frase del suo racconto, invaso dall'orgoglio di mostrare tutta la sua sagacia, tutto il suo acume. Non avrebbe potuto in quei momenti star fermo sopra una sedia. --Un giorno,--prosegu--come ho loro accennato, ripensavo tra me e me alla scena dell'androne... Mi venne un'idea, che non riuscii a scacciare... Secondo quell'idea la scena dell'androne doveva essere in qualche relazione col delitto del Vicolo della Luna... Avevo un bel dirmi che non poteva esservi relazione, poich il Ghetto all'ora in cui il delitto era stato commesso doveva esser chiuso... Per quell'idea mi tornava sempre alla mente.... --E non bisognava trascurar questa idea,--interruppe il magistrato, smettendo il suo riserbo, e come trascinato, suo malgrado, dalla foga del racconto. --Infatti non la trascurai!--ribatt l'agente della polizia.--Poniamo--cos cominciai a ragionare,--che il delitto sia stato commesso fra le 10 e le 10 e mezzo della sera. A quell'ora le porte del Ghetto erano chiuse, ma appunto dalla Piazza del Mercato si suole aprire almeno fino all'undici, e anche pi tardi, a coloro che si sono un po' indugiati fuori... Al tempo in cui fu commesso il delitto del Vicolo della Luna aspettava quelli, che non fosser tornati al momento in cui si chiudevano le porte, un vecchio ebreo, poverissimo, di nome Isacco Spoleto... Costui faceva tal mestier per amore dei pochi soldi che cos guadagnava... Era per come un fiduciario della polizia... impossibile dubitare di lui... --Perch?--interruppe di nuovo il magistrato. --Il vecchio ebreo era onestissimo... illibato... e la polizia, alla quale aveva reso sempre tanti servizii, lo sapeva... Viveva con grande parsimonia e abitava un tugurietto, che rispondeva in uno degli androni del Ghetto, dove stava pi a mo' di bestia che d'uomo... pure contentissimo. Come supporlo capace di un delitto?... Ma pare fosse destino che nelle mie ricerche sull'assassinio del Vicolo della Luna io dovessi sempre abbattermi in qualcuno che appartenesse alla polizia... Bobi Carminati era famiglio, l'ebreo Spoleto era nostro alleato... Ormai la mia esperienza mi ha insegnato che un agente non deve mai cacciare un'idea, che gli suggerita da varie contingenze di fatti... l'idea pi strana bisogna accettarla... Se qualche indizio, sia pur lieve, viene a dirvi, per esempio: vostro padre l'autore del delitto misterioso, di cui vi occupate: bisogna che la voce della natura taccia, bisogna con coraggio andar innanzi nella via del dovere... Un agente non deve mai rigettare un'idea come improbabile, anche se gli appaia inverosimile... Procedendo per eliminazioni, non si giunge mai alla verit... --Al fatto! --S, al fatto!...--replicarono il direttore del Bagno e il magistrato. --L'ebreo,--cos torn a parlare Lucertolo--da un anno non serviva pi... Da vari mesi non usciva pi dalla sua catapecchia... Avevo saputo che era gravemente infermo, senza che mai mi venisse l'estro di andarlo a vedere, non ostante che ci fosse stata fra noi grande familiarit... Un giorno, non potendo pi contenermi, cos verso il tocco, entrai nel Ghetto e domandai della catapecchia di Isacco nella quale non avevo messo mai piede e che non sapevo precisamente dove fosse... Si figurino che la casa in cui stava ha otto piani, ad ogni piano vi sono le abitazioni di sette, otto, dieci famiglie, e poi comunica con altri casamenti, vi s'entra e vi s'esce per quattro o cinque sbocchi diversi, da una corte all'altra, da una strada all'altra... insomma un vero laberinto... Il bastone, che Lucertolo aveva in mano gli cadde, mentre egli faceva un gran gesto, e il birro si chin per raccoglierlo. Ma, prima di rialzarsi, aveva riappiccato il discorso. --Entrai,--diceva col suo vocione pieno, sonoro, e colorito dall'enfasi, messo in zzolo dalla persona con cui parlava--entrai nella catapecchia... Se avessero veduto!... Il vecchio livido, con le labbra schiumanti, la barba e i capelli giallognoli, gli occhi stralunati, le mani scarne, tese come artigli sul lenzuolo pi nero che bianco... era quasi in agonia... Appena mi vide, la sua fisonomia prese un'espressione spaventevole.... Mi sentii agghiacciare dal modo con cui mi guardava quel moribondo... E restai perplesso, immobile, come se i miei piedi non potessero pi staccarsi dal pavimento... Nella stamberguccia si trovavano altre persone. Una vecchia cieca, che borbottava certe preghiere in una lingua indiavolata... un vecchio zoppo, che scattava qua e l sorreggendosi sulle gruccie, che battevano con gran rumore sull'ammattonato... e sotto la finestra un ragazzaccio, pi lurido anche della cieca e dello zoppo, un ragazzaccio storpio, il quale non poteva camminare altro che seduto, appoggiandosi con le mani al pavimento e spingendo innanzi le gambe... Erano gli ultimi esseri rimasti fedeli al moribondo!... Era una prova della carit inspirata alla disperazione che i disgraziati hanno fra loro!... Il magistrato agit in aria la mano sinistra, come per accennare all'agente di polizia che non deviasse in digressioni. Tra i birri non pochi avevano pretensioni a letterati; ripetevano nei loro discorsi gli squarci dei predicatori, o brani di libri, in generale di devozione, che leggevano; alcuni, come il ben noto caporale Monti, erano poeti, improvvisatori; anzi le poesie del brioso caporale, quasi tutte di giocondissima vena, circolano anche oggi manoscritte fra certi impiegati della polizia. Dobbiamo dire che il cuore dell'uomo abbia davvero bisogno di poesia, se la cerca e la trova perfino tra gli orrori del delitto, fra i gemiti delle vittime, fra il sangue che gronda, fra le gesta dei ladri e degli assassini, tra le acute, perseveranti indagini, e fra il cigolo delle catene! --Mentre stavo,--disse Lucertolo--cos esitante... e proprio sbalordito dallo spettacolo che vedevo, dal tanfo, dal cattivo odore che ammorbava quella stanzaccia... mi vennero fissati gli occhi dinanzi a me, sulla parete vicino alla finestra... Mio Dio! che cosa vidi!... M'accostai... Scorsi nel muro una grossa scalfittura... altre scalfitture... Era facile riconoscere le traccie lasciate dai proiettili di cui era carica la mia pistola la notte in cui sparai il colpo nell'androne... Avevo dunque fatto fuoco in quella notte nella direzione della camera d'Isacco?... Ormai i miei dubbi principiavano a cadere... Alzai il lenzuolo di sul letto, scuoprii i piedi del morente: riscontrai l'orma... L'orma sanguinosa, da me trovata sul tappeto, era stata lasciata dal piede destro dell'ebreo; corrispondeva con la massima esattezza: la stessa lunghezza delle dita, la stessa curiosa conformazione della pianta del piede... Lo ricuoprii, e senza dir verbo mi slanciai nell'androne; uscii, corsi alla Rota... Gridai a tutti la mia scoperta... tornai accompagnato da un sostituto dell'Avvocato fiscale, da un cancelliere, dallo Scrivano della Piazza, dal tenente... Si figurino, quando traversammo il Ghetto, cos di pieno giorno!... In pochi istanti la folla si pigiava alla porta, e su su si accalcava per le scale e per gli androni... Entrammo nella stanzaccia... Avevo gi raccontato tutto quello che m'era accaduto la notte in cui mi avevan spezzato il dito... indicai le traccie dei proiettili nel muro... Insieme con un altro agente, Zampa di Ferro, aprimmo il tappeto che egli aveva portato, alzammo il lenzuolo... verificammo le orme sanguinose... Posammo sopra tutte il piede del vecchio... Non ci era che dire!... era lui! Tutti eravamo meravigliati, commossi! La vecchia cieca tendeva l'orecchio come per cogliere ogni parola, che sentiva pronunziare intorno a s; lo zoppo, e lo storpiato, suo figliuolo, ci guardavano attoniti. Il vecchio Isacco metteva un esile rantolo come se si dibattesse negli ultimi istanti dell'agonia. Non vi era da perder tempo! Il giovane sostituto dell'Avvocato fiscale si avvicin al morente, e gli domand ad alta voce: --Commetteste voi tre anni or sono il delitto nel Vicolo della Luna? Non potr mai dimenticare quello che accadde allora. Il vecchio fece un leggero movimento. Alz il volto scarno, smunto, divenuto orrido. Il sole, che filtrava per i sucidi vetri della finestruola, ci illuminava tutti di una luce sinistra... In quella luce le miserie, le sozzure, lo squallore della cameraccia apparivano pi brutte e pi stomachevoli. Il sostituto rinnov la sua domanda. Isacco tent di sostenersi un poco, ma non vi riusc. Allora io e Zampa di Ferro lo sorreggemmo e tutti lo udimmo proferire a stento, ma con molta chiarezza, nel modo pi intelligibile, queste parole: --Nello... ... innocente!... Ad altre interrogazioni pot rispondere soltanto: --Nello... innocente! Poi la sua testa cadde sulla spalla di Zampa di Ferro. Era morto! Rammentai a' miei compagni il grido di donna che avevo udito nel Ghetto la notte del delitto, prima che essi giungessero con l'Ispettore a cercare il ferito... Di sicuro la donna, che aveva gettato quel grido, era la stessa che aveva lasciato il suo velo nella misteriosa stanza del Vicolo, dalla quale era fuggita con Isacco dopo il delitto... Era la donna, che si trovava nella camera d'Isacco la notte in cui io aveva sparato la pistola... --E chi era? A questa domanda del magistrato. Lucertolo rispose, facendo un atto di sdegno: --Pur troppo non lo sappiamo! --Ma l'asserzione dell'ebreo prova forse l'innocenza del galeotto che abbiamo nel nostro Bagno?--chiese il direttore al magistrato.--Come si spiega che egli sia stato trovato insanguinato e possessore degli oggetti preziosi rubati al ferito? --Eh!--rispose il magistrato che era divenuto pensieroso, e che il fervore con cui esercitava la sua professione rendeva molto inclinato a studiare questo caso singolare.--L'asserzione del moribondo ha un gran peso... Se non prova assolutamente l'innocenza di questo Nello tale da far nascere dubbii gravi, grandi perplessit nell'animo del giudice pi severo... Qual magistrato sarebbe ora tranquillo di aver pronunziato una condanna dopo simili dichiarazioni? --L'ebreo--ripigli il magistrato--era entrato nella stanza dinanzi alla quale fu commesso il delitto... Vi era entrato come unico o principale autore di esso, come complice?... In ogni pi rigida ipotesi, dunque, mancano ora i dati per chiarire in modo preciso la colpabilit del condannato... --Notino--aggiunse Lucertolo--che il giovinastro stato sempre mezzo idiota... che ha avuto, come si rilevato da varii indizii, la mana dei metalli... Io dubitai sempre che egli potesse aver commesso il delitto: prima per la sua gracilit, poi perch un assassino non naturale che si trascini il corpo dell'uomo, da lui ferito, davanti all'uscio della propria abitazione, e passi poi quell'uscio per andarsene a dormire, circondato da tutti gli oggetti derubati, e macchiato dal sangue della vittima... Di pi: il giovinastro era stato udito cantare da un testimone all'incirca nell'ora in cui il delitto doveva esser consumato... Come si spiega un assassino che canta?... Invece l'interpretazione del fatto, che abbiamo trovata insieme con il celebre avvocato Arzellini, che fu il difensore dell'accusato, la seguente:--L'idiota uscito quella sera dalla sua tana, si messo a cantare, appena ha sentito suonare un violino... ha inciampato nel corpo del ferito, lo ha tirato davanti alla sua porta, ha preso un lume, e lo ha spogliato della catena, dell'orologio, di uno spillo, insanguinandosi tutto... Lo ha spogliato di quegli oggetti che adescavano la sua mana... gli ha lasciato per in tasca il portafogli... --Ma che cosa ha deciso la Rota?... Revisione del processo?...--chiese il magistrato. --No! no!--rispose il birro.--Nello era stato condannato; ma soltanto per un voto... Ormai si sa... e non si sarebbe saputo senza gli ultimi fatti... che il Presidente e un altro auditore votarono contro la condanna... L'avvocato Arzellini e insieme con lui il Presidente si sono dati grandi cure... hanno parlato ad alti personaggi... La dichiarazione d'Isacco, l'esser io riuscito a provare--e il birro acquistava una vera maest, proferendo tali parole--che costui era entrato nella stanza e vi aveva lasciato traccie del suo piede... mutarono subito il disfavore che Nello ebbe sempre dal pubblico sin da che fu arrestato... E insomma Sua Altezza... che a giorni parte per Napoli dove va a sposare la R. Principessa Maria Antonia delle Due Sicilie ha fatto la grazia!... L'ebreo era di certo nella stanza quando fu consumato il delitto... Bobi Carminati forse ci era anche lui. Ora cercheremo la donna! XX. Lucertolo per non aveva raccontato a che bel rischio egli fosse sfuggito. Carlo Tittoli, accortosi che sua madre prima di morire era stata derubata, aveva fatto disegno di scuoprire il colpevole. And a interrogare la Nencia. Le parl del baule trovato tutto sossopra, del mazzetto di fiori, della lettera, che il ladro, nella fretta, richiudendo il baule, forse sentendo avvicinarsi qualcuno, aveva lasciato cadere. Ma la Nencia, divenuta bianca nel volto, si gett in ginocchioni, grid, spergiur che non solo essa non era stata, ma neppure poteva immaginare chi avesse osato tanto. --Io uscii--ella diceva--poco prima che la povera Berta morisse... Nella camera rimase Lucertolo, perch la Berta faceva cenno di volergli parlare... Il Tittoli subito mostr di non volersene pi occupare, e avvert la donna di tacere. Gi l'animo di quell'infelice era combattuto da tante afflizioni che egli non si sentiva la forza di avventurarsi in uno scandalo. Per gli entr in cuore che Lucertolo potesse esser l'autore del furto. Ma come accusare un agente della polizia? e con quali prove? E avesse pure avuto le prove, egli non era propenso a procacciarsi nuove lotte, crearsi nuovi imbarazzi. Carlo Tittoli tenne in s il vago sospetto, e si chiuse di nuovo nelle sue tristezze. Meditava di togliersi la vita, di rompere tutti i legami che l'avvincevano a un mondo di dolori e di pene, e nel maggio del 1833 si recava a Venezia, ove compieva risoluto il suo ben maturato disegno. Egli solo era stato sino allora a parte del segreto di Antonietta; egli solo sapeva che il celebre nome di Amieri era portato dalla umile ragazza, che egli aveva veduto in anni non lontani girare per le vie del Mercato, accompagnandosi spesso con lei. Allora n l'uno n l'altra prevedevano quanto avrebbero amato, sofferto, fra quali catastrofi sarebbero trascorse le loro esistenze. La Nencia non si era mai scordata delle parole dettele dal Tittoli. Anch'essa aveva gettato i suoi sospetti addosso a Lucertolo, e si era posta in animo di strappargli la confessione della verit. Dette opera a varii espedienti, che non le riuscirono a bene. Finalmente venne in pensiero di manifestare tutto ad un birro, suo fratellastro, il birro Vendifumo, che gi il lettore conosce, e che era rivale, nemico accanito di Lucertolo. Cadde d'accordo con lui di ridur Lucertolo a tal partito che egli non potesse pi infingersi. Lucertolo era forte, aitante della persona, coraggioso, ma pieno di superstizioni. Credeva ai sogni, agli spiriti, alle apparizioni, ai morti resuscitati e a tutta la lugubre suppellettile, che anche oggi riempie le facili, estrose fantasie del popolo. Si avvisarono di coglierlo da questo suo lato debole. Egli abitava in una casipola nel vicolo degli Anselmi, una di quelle casipole, sol da pochi anni distrutte, ed allora messe in comunicazione una con l'altra da corti, da anditi, da tetti, su' quali era agevole lo scendere dalle finestre; casipole, per le quali un uomo preso da talento di andare randagio poteva passeggiare liberamente, andando dall'una all'altra, senza bisogno di entrarvi per gli usci. La Nencia e Vendifumo abitavano pure in quei caseggiati. Una notte, mentre Lucertolo, libero dal servizio, dormiva la grossa, contento della scoperta che aveva coronato i suoi sforzi e alla vigilia di partire alla volta di Pisa ad ottenere la liberazione di Nello, la Nencia e il suo compare, che covavano da lungo tempo il loro disegno, decisero di mandarlo ad effetto. La notte era propizia: una brutta notte di maggio, col vento che muggiva, una pioggia che cadeva a rovesci, con una bufera che imperversava all'impazzata. Ad un tratto Lucertolo svegliato da un gran rumore. La finestra si spalanca: entra nella camera il vento soffiando, e portandogli fino sul letto gli spruzzi della pioggia. Sente pure uno strepito di passi sul pavimento. Si alza a sedere sul materasso, vede verso la finestra un lumicino, poi come un fantasma, che il riflesso del lume faceva apparire tutto giallastro, avvolto in un lenzuolo. Tutte le idee di streghe, di versiere, di spiriti, di apparizioni tornano alla mente turbata del birro. Stende le braccia verso il fantasma, vuol urlare... Il fantasma alza il lumicino! Santo nome della Madonna!... Era proprio dessa, era la vecchia Tittoli, uscita dalla fossa, che veniva ad atterrirlo, a spaventarlo. Che cosa voleva da lui? Dalla finestra aperta il fresco penetrava nella stanza. Il birro sentiva agghiacciarsi il sudore sulle carni. Non poteva urlare, aveva la gola inaridita. Si tur gli occhi coi pugni chiusi. Poi protese il volto come per meglio udir quello che diceva il fantasma, se parlasse. Ud uno scarpicco sul tetto sottostante alla finestra, uno strepito di tegoli smossi, come se una legione di spiriti irrequieti si avanzasse dietro al fantasma. Non osava pi guardare. Abbass i pugni. E vide che la vecchia Tittoli camminava per la stanza. Lucertolo si butt gi, coprendosi il capo con le lenzuola. Il fatto non straordinario. Molti uomini, e specialmente del popolo, comech robustissimi, impavidi, tali che non darebbero un passo indietro dinanzi al maggior pericolo, rischiosi, temerarii, sono in preda alle pi singolari paure, derivanti da superstizioni. Metteteli contro altri uomini e si getteranno volentieri nelle mischie pi furibonde; dite loro di salire una certa scala, di traversare certe stanze al buio, di passare di notte da un certo tratto di campagna, e rifiuteranno. La paura del soprannaturale ha scosso sempre l'uomo; l'uomo, il cui animo cos pieno di misteriose, ineffabili singolarit; l'uomo, che anche ne' periodi ne' quali si d per pi incredulo, tutto affaticato ad architettare e sognare prodigi! Lucertolo sent pigiare il letto. Era la mano del fantasma, posata vicino a lui. Non osava muoversi. La coscienza in quel momento gli rimordeva del furto commesso, e anche tenendosi cos acquattato sotto le lenzuola gli pareva di scorgere la vecchia moribonda nel momento in cui, erano quasi due anni, gli accennava, dove aveva riposto il denaro, che egli doveva consegnare al figliuolo. Poi ud smuovere e aprire i pochi mobili che erano nella camera; uno sbattere di cassetti. Quindi di nuovo tutto torn in silenzio, se non che l'orecchio del birro era percosso dal fiotto del vento, della pioggia, che batteva sui tetti e che arrivava fino a lui per la finestra sempre spalancata. Cacci il capo fuori delle lenzuola. E questa volta dette un grido. La stanza era rimasta all'oscuro, ma il fantasma non se n'era andato: Lucertolo lo sentiva, o gli pareva di sentire che si muovesse sempre. Un lampo guizz, rischiarando all'improvviso la cameruccia. Al lampo succedette subito il rombo, il boato di un tuono, che si and allontanando con immenso fragore. Nel bagliore del lampo Lucertolo aveva scorto il fantasma, e accanto ad esso, ritto, stecchito, volgendo il dorso verso il letto un altro fantasma pi nero, di pi alta statura, pi spaventoso. La sera, prima di coricarsi. Lucertolo era andato dal vinaio _Barba_, in Via degli Speziali, e aveva tracannato diversi quartucci. Il vino non gli era mai tornato ostico: lo stomaco del celebre birro era citato nelle botteghe de' vinai come un esempio di vasta capacit. --Beve come Lucertolo!--era un elogio, equivalente, fra i pi intrepidi cioncatori, all'elogio che allora si poteva fare di un autore, dicendo:--scrive come un Accademico della Crusca! I fumi del vino, l'essere stato svegliato cos di colpo, il fresco che veniva dalla finestra, la subita apparizione, le naturali paure avevano messo Lucertolo in uno stato di grandissima agitazione, di sensibilit acutissima. I capelli gli si rizzarono sulla testa alla vista dei due fantasmi, apparsigli nel rutilante baleno del lampo. Essi si accostavano a lui, li sentiva, li sentiva avvicinarsi, gli sembr aver udito mormorare una parola. La parola fu ripetuta due volte, quasi al suo orecchio. --Ladro! --Ladro! --Rendi i denari al mio figliuolo! E Lucertolo balz dal letto inorridito, poich si avvis di aver riconosciuto la voce della vecchia Tittoli. --Misericordia!... misericordia!...--egli grid tutto spaventato, e decise rivelare la sua colpa, chiederne perdono, sopraffatto dal suo superstizioso sgomento. Per, allungando un braccio, egli aveva urtato in un corpo solido, come nel braccio di un altro uomo. Cerc di nuovo, cos al tasto, non trov pi nulla, il corpo da lui urtato si era mosso. Allora lo prese un forte sospetto. Il fresco pungente lo aveva richiamato in s. Si mise a camminar furibondo per la camera a braccia aperte, gettando in terra una sedia, urtando in un tavolino. Incontanente fu colpito da un rumore, che gli parve quello di un ombrello che si aprisse, della pioggia che vi battesse, da un nuovo rumore di passi sul tetto. Dio del cielo! I fantasmi erano spariti. Dunque erano veri e proprii fantasmi! Accese il lume: vide la finestra spalancata; pel tetto non si scorgeva pi alcuno, non si sentiva pi altro strepito; nella camera nessuna traccia. Era stata di certo un'apparizione! XXI. Ma se l'aveva scampata bella Lucertolo, molto si rallegrava e si compiaceva d'essere scampato da un brutto frangente l'altro birro Vendifumo. Se Lucertolo fosse riuscito a mettergli le granfie addosso, se lo avesse scoperto, egli sapeva che non l'avrebbe passata liscia! La forza di Lucertolo era proverbiale, e il birro picchiava di rado, e soltanto se molto aizzato e provocato, ma dove picchiava lasciava il segno. Ora Vendifumo ragionava, e ragionava diritto, che se Lucertolo lo avesse arrivato, sarebbe stato uomo da lasciargli per un pezzo il ricordo del suo strattagemma. Del resto, la Nencia e Vendifumo furono di l a non molto delusi nelle loro ricerche. Poco dopo che fu giunta a Firenze la notizia del suicidio del Tittoli, la polizia facendo l'accesso nella abitazione dell'estinto, trov in un ripostiglio un involto di monete d'argento, e una medaglia con ornati in filigrana, e altri oggetti appartenuti alla madre di lui. Si cap che era quella l'eredit che egli aveva avuto dalla vecchia, e che aveva serbato intatta. Chi l'aveva rimessa in quel luogo? Lucertolo, che facilmente era potuto entrare nella soffitta, che il Tittoli aveva voluto abitar sempre, dopo la morte di sua madre. Lucertolo, sbigottito dalla apparizione, e che non voleva pi rivedere gli spettri, i fantasmi; che non voleva pi che venissero a turbargli i sonni. Aveva ritenuto soltanto una moneta, e l'aveva ritenuta per superstizione, e and subito a giuocarla al lotto, giuocando i numeri, che corrispondevano a quello che egli era certo di aver veduto. Giuoc la moneta di dieci paoli su due biglietti. Lucertolo aveva studiato le cabale, si stillava di continuo il cervello sul Casamia, sul Rutilio, sul Cornelio Agrippa, opere immortali per coloro che giuocano al lotto. Giuoc su un biglietto il 47, morto resuscitato;--il 90, la paura che aveva avuto;--il 13, la morte;--il 52, la _madre_ del Tittoli;--il 26 le monete. Nell'altro biglietto giuoc i numeri dell'anno, che correva, 1833, cos divisi: 18--33--il mese, che era il maggio, cio il 5:--il giorno, cio il 20: l'ora della apparizione, poco dopo la mezzanotte, cio il 12. E poich in quel periodo tutto doveva andare di bene in meglio a Lucertolo, il giorno dopo quello in cui era giunto a Pisa, e aveva avuto il colloquio col magistrato e col direttore del Bagno, passeggiando per la citt vide i numeri dell'estrazione. I primi erano il 47, il 90, il 13. Lucertolo aveva vinto un terno sul primo biglietto! XXII. Una mattina del giugno 1833, poche settimane dopo i fatti avvenuti a Venezia in casa della principessa Calliraky, il maestro Antonio Brinda, alzatosi da circa un quarto d'ora, se ne stava nel suo salotto, che rispondeva in una delle vie pi frequentate di Firenze, sorbendo la cioccolata. Il maestro era seduto ad un piccolo tavolino in faccia al ritratto di Giovacchino Rossini. In quello stesso salotto, tre anni innanzi, si erano incontrati per la prima volta Roberto e Antonietta. Il Brinda era l, con la sua veste da camera, con la sua papalina a rabeschi dorati, tra il tavolino e il cembalo, sorridente a qualche suo pensiero; bel vecchio, tale e quale lo ha conosciuto il lettore al principio di questo racconto. Sul tavolino, accanto alla tazza della cioccolata, che il Brinda sorbiva di tanto in tanto, era il giornaletto veneziano nel quale l'abate Pildani rendeva conto della esecuzione dell'_Anna Bolena_ e criticava con garbo le volatine, i fiori, di cui abusava la giovane artista Amieri. L'_Anna Bolena_, che era stata cantata a Firenze dalla Ungher, in quei giorni era interpretata al Teatro Alfieri dalla signora Brighenti e da altri bravi artisti, che l'impresario Giuseppe Feroci aveva condotto nella capitale dopo aver fatto con essi la stagione di primavera al Teatro Petrarca di Arezzo. L'_Anna Bolena_ porgeva dunque di nuovo alimento alle conversazioni, alle elucubrazioni dei buongustai fiorentini. L'ultimo colpo, che Antonietta aveva ricevuto a Venezia, era stato tremendo. Tornata, o piuttosto trasportata al palazzetto, in cui dimorava, le si mise addosso la febbre e per varii giorni non usc dalla camera. Appena ristabilita, volle subito partire. Composero con Roberto che egli sarebbe partito cinque o sei giorni dopo per non destare sospetti. Anche Lina era impaziente di giungere a Firenze per darsi attorno a provar l'innocenza di Nello. Nessuno di loro sapeva della dichiarazione d'Isacco, n che Nello era stato messo in libert, per grazia del Sovrano, che un ricco signore, mosso a piet, lo aveva raccolto nella sua casa ove era impiegato ne' servizi meno faticosi, e trattato con tutti i riguardi, che doveva ispirare in anime ben nate la sua grande, immeritata sventura. Al vecchio Brinda era spesso capitato sott'occhio da circa due anni il nome della Amieri, e in quel momento appunto, dopo aver letto le critiche dell'abate Pildani, rifletteva tra s: --Tutte cos queste ragazze... queste nuove celebrit... vogliono strafare... non vogliono cantare la musica come scritta... chi sa dove arriveremo fra poco... bisogner che noi maestri andiamo a scuola dai cantanti... E tornava a sorbire la cioccolata, che le malinconiche riflessioni non gli facevano parer meno buona. Fu suonato il campanello; poi la vecchia governante, ex-musicista, ex-comprimaria, che sapeva a mente tutta la _Serva Padrona_ del Pergolese, entr nel salotto, senza bussare alla porta, e annunzi al maestro che due donne domandavano di parlargli. --A quest'ora?--disse il Brinda, spingendosi verso la nuca la papalina con la mano sinistra.--Chi sono? --Una di esse soltanto mi ha detto il nome... si chiama Amieri... --Amieri?... Amieri?... E che cosa vuole da me questa celebrit?--borbottava il vecchio assai burbero.--Basta! fa' passare. Entrarono due donne tutte vestite di nero. Una di esse rest vicino alla porta, che aveva serrato dopo di s, l'altra, slanciandosi verso il maestro, che si era alzato, gli si avviticchi al collo con uno slancio di affetto filiale. --Animo!... Che c', ragazza? Che hai?--disse il buon vecchio, meravigliato, e cercando liberarsi da quelle due braccia rotonde, ben tornite, che lo stringevano e quasi lo soffocavano. Ma Antonietta si era gi scostata di un passo e aveva alzato il velo. --Tu... tu... sei tu... la Amieri!--borbott il buon vecchio--vieni qua!--e piangendo le tese le braccia. La ragazza vi si gett con effusione. Allora si misero a parlare, muovendosi continue domande. Antonietta le raccont tutta la sua storia, che il Brinda, seduto fra lei e Lina, ascolt con profondo raccoglimento e con la pi viva commozione. --E il babbo... e la mamma?--disse a un tratto Antonietta, prorompendo in singhiozzi. --Stanno meglio,--rispose il Brinda--e credo che tu li potrai salvare! La ragazza dette un grido di gioia. --Ci vorr molta prudenza; anche un'allegrezza inaspettata potrebbe uccidere que' due poveri vecchi, che hanno tanto sofferto per te... Ma saranno ricompensati--aggiunse, vedendo che Antonietta tremava. --Voglio andar subito... subito a vederli!--interruppe la ragazza. --Questo no!--riprese il Brinda con uno di quei gesti di autorit, di quegli atti di collera, che usava un tempo con la scolara e de' quali gli pareva aver sempre il diritto. Convennero sul modo di propalare il ritorno di lei. Bisognava far credere che fosse stata rapita da persone, che si erano proposte di speculare sulla sua voce, che l'avevano tenuta come prigioniera per molto tempo, e pi tardi le avevano fatto pervenire notizia della morte de' suoi genitori in maniera che essa non potesse dubitarne. Una cos pietosa menzogna era necessaria, diceva il Brinda, a scusare la fuga, la lunga assenza, l'essersi tanto celata, precauzioni che egli ben capiva ormai essere state richieste da durissima necessit. --Del resto arrivate in buon punto--concluse il Brinda.--Nello, quel Nello, stato liberato dalla galera... ha avuto la grazia!... --La grazia? la grazia?--interrog Lina, conturbata e palpitante. E il maestro dovette raccontar tutto, punto per punto, alle donne. --Signorina, Dio ci perdona!--mormor Lina, accostandosi alle labbra la mano di Antonietta e baciandola. --Oggi tu passi la giornata... tutta la giornata con me--soggiunse il Brinda rivolto ad Antonietta.--Avremo tante cose da dirci--e la teneva per le mani e gliele stringeva, trepidante.--Ghita!... La ex-comprimaria ricomparve maestosa, piegandosi ad un mezzo inchino, come quelli che faceva al pubblico trent'anni prima quando usciva di scena a capo delle comparse. --Ghita... oggi a pranzo, invece di due, saremo quattro... C' anche questa tua antica amica... Oh, non la riconosci? La Ghita, prima che il maestro avesse finito di parlare, abbracciava la cantante, e asciugandosi gli occhi con una cocca del grembiale, ripeteva: --O Antoniettina!... Antoniettina!... lei! Com' bella... Se la tua mamma... la povera Agatina fosse qui... Antonietta dette di nuovo in uno scoppio di pianto e tra le lacrime ripeteva, come nei giorni del delirio, quando era stata chiusa nel Ghetto, e vegliata da Isacco, dal Tittoli e da Lina:--mamma!... o mamma mia! Quando si fu un po' calmata, e partita la Ghita, il Brinda riprese: --Non devi lasciarti vincere dal dolore.... Agatina e Enrico sono stati sempre due coppe d'oro, due buoni cristiani; hanno patito, come hai patito tanto anche tu, figliuola, in questo tempo; hanno espiato e ti hanno fatto espiare il troppo bene che ti volevano... Sarebbe un grande esempio pei genitori che non sanno temperare la loro affezione verso i figliuoli, che li amano troppo ciecamente... Sar un grande esempio per te, se un giorno diverrai madre... Ma l'ora della espiazione finita... e vedrai che tutti saremo felici! --Come? --Lascia fare al tuo vecchio Brinda... Noi vecchi leggiamo nell'avvenire meglio di voi altri giovani, troppo inconsiderati... Raccomando la prudenza a te, a Lina, a Roberto quando verr... Prudenza!... prudenza!... e saremo salvi... Quanto al delitto, ora nessuno ci pensa. La liberazione di Nello ha fatto un po' di rumore, l per l, adesso nessuno se ne d pi per inteso... Non avete saputo la notizia, di cui si occupano tutti? Il Granduca si ammoglia con la principessa delle Due Sicilie!... Qui avremo feste, spettacoli: migliaia di persone accorreranno dai paesi vicini. Chi vuoi che pensi pi ora al delitto del Vicolo della Luna?... Devi restar tranquilla, farti vedere poco per ora, e pensare a' tuoi genitori... Prima di tutto bisogna guarirli!... Probabilmente il Granduca deve sbarcare domani o domani l'altro a Livorno con la sposa e col seguito. Ho qui la _Gazzetta delle Due Sicilie_ del 25 maggio che mi manda un amico... Ci deve essere qualche cosa sul matrimonio... La mattina del 23 maggio--lesse il Brinda in fretta, mentre le due donne l'ascoltavano disattente, distratte in ben altri e dolorosi pensieri--S. E. il principe Tommaso Corsini ebbe l'onore di presentare in particolare udienza a S. M. il Re le lettere che lo accreditano in qualit d'inviato straordinario di S. A. I. e R. il Granduca di Toscana... Il d 25 il Principe fece in pubblica udienza la solenne richiesta della mano di S. A. R. la Principessa D. M. Antonia per S. A. I. e R. il Granduca di Toscana...--senti questa descrizione: --Si rec a tal uopo S. E. il principe Corsini alle 11 a. m., col Segretario e i Gentiluomini della Legazione, al R. Palazzo, ove trov a pi delle scale un usciere di camera, che lo preced nel salire, egualmente che tutta la sua Corte: alla porta dell'appartamento di S. M. il Re trov poi l'usciere maggiore il quale lo condusse nella prima anticamera. Ivi andolle incontro il Cerimoniere di Corte commendator Pignatelli, ecc., ecc.. L'illustre inviato straordinario entr nella Camera d'udienza introdottovi dal Cerimoniere di Corte; e lasciando sotto la porta il Segretario ed i Gentiluomini della Legazione, si avanz prima tra il Gentiluomo di camera e il lodato Cerimoniere facendo i convenevoli inchini; poscia inoltratosi solo fino allo strato, diresse a S. M. il seguente discorso: _Maest_, Il Granduca di Toscana, Principe Reale di Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria, mio Signore, m'invia presso la Maest Vostra per chiederle la mano della Principessa Reale D. Maria Antonia, sua diletta sorella, ed sommo l'onore che ho, ed il gradimento che provo nell'eseguire questo sovrano comando... --Non ho pi fiato per legger tutto questo discorso!--concluse il Brinda, rimettendo il giornaletto napoletano sul tavolino. Il matrimonio del Granduca fu celebrato il 7 giugno. Il 2 giugno il principe Corsini dava in Napoli un pranzo sontuoso al quale intervenivano i Ministri, Consiglieri e Segretarii di Stato, il Corpo diplomatico, i capi della Real Corte e altri personaggi. Due grandi e magnifiche feste furono pure date la sera del 9 corrente, per le stesse faustissime circostanze, come dicevano i nobili anfitrioni, da S. E. il conte di Lebtzeltrn, inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Napoli di S. M. l'Imperatore d'Austria; l'altra da S. E. il Principe Corsini. E fra gli stranieri pi ragguardevoli che convennero a quelle feste, si notavano S. A. R. la Granduchessa di Baden e S. A. il Principe di Oldenburgo. Raccogliamo queste notizie, che leggeva il maestro Brinda, perch indarno i lettori le cercherebbero oggi cos minute nei libri di storie. XXIII. Circa sei giorni dopo, nel salotto del Brinda, all'ora stessa in cui egli aveva ricevuto la prima visita della Amieri, tornata allora da Venezia, si trovavano il maestro, Antonietta, Roberto. Tutti e tre sedevano al solito tavolino, di faccia al ritratto del Rossini; bevevan la cioccolata, offerta dal Brinda, preparata da Ghita, e c'inzuppavano i gustosi biscottini, che manipolavano per il maestro le oblate di Santa Maria Maddalena de' Pazzi, nella cui chiesa egli aveva suonato l'organo per tanti anni. --Ti ricordi--diceva Antonietta a Roberto--della prima volta che ci siamo incontrati qui? --Bricconi! bricconi!--ripeteva il vecchio musicista, scrollando la testa.--Ed io che mi sgolavo a darvi lezioni di estetica... Altro che estetica!... Ora mi sono persuaso finalmente che l'estetica buona a qualche cosa... a dar modo a due ragazzacci, che si vogliono bene, d'intendersi, mentre il maestro predica... E d'altronde anch'io ho fatto cos... proprio come voialtri, quando ero giovane; cos facevano mio padre e mio nonno, e il nonno del mio bisnonno, e la nonna della mia bisnonna... Beata giovent! Beata giovent! Ve lo canta anche il divino Mozart: _Giovinetti, che fate all'amore Non lasciate che passi l'et._ Ma l'arzillo e amabile vecchietto fu interrotto mentre canticchiava dal fragore di una salva di cannoni, dallo scateno di tutte le campane di Firenze, che suonavano a distesa. --Che cos'? che cos'?--domandarono Roberto e Antonietta. --Caspita!--rispose il vecchio, balzando in piedi.--E' il Granduca che arriva con la sua sposa... Evviva il Sovrano!--disse, scuoprendosi il capo.--Dobbiamo andare a vedere? I due giovani non si sentivano d'umore d'avventurarsi tra la folla. I colpi di cannone si seguivano dal forte di San Giovanni e rimbombavano per tutta la citt. Era il 20 giugno 1833, e scoccavano le dieci antimeridiane. Il Granduca faceva il suo ingresso nella Capitale dalla Porta San Frediano in mezzo agli applausi pi vivi e prolungati. Accanto al Principe sedeva nella carrozza la giovane sposa, allora sfavillante di bellezza, magnifica, e pi che seducente nel rigoglio delle sue forme, la carnagione bianca come latte sul quale si fosse sfogliata una rosa, giovane e splendente Maest, che un popolo di artisti salutava con grida di giubilo e di ammirazione, inebriato, affascinato dalla grazia, dalla gentile e forte appariscenza di lei, piuttosto che spinto da un impulso di eccessiva devozione verso la nuova Sovrana. L'entusiasmo della gioia--scrive un testimone oculare--e della devozione spinse a tentare di staccare i cavalli della carrozza, ove trovavasi la R. Coppia, onde trarla a braccia; e sol si ristette al cenno di desistere. Il corteggio si componeva, oltre la carrozza dei sovrani, di altre quattro carrozze occupate da Ciambellani, Cariche e Dame di Corte. E fra questi, il maggiordomo Ferdinando duca Strozzi, la maggiordoma maggiore marchesa Ginori ne' Riccardi, il ciambellano marchese Incontri, la dama di Corte marchesa Corsi, che avevano seguito a Napoli il Granduca. Precedevano i reali Cacciatori a cavallo. Poi venivano le carrozze delle LL. AA. la Granduchessa, vedova di Ferdinando III, la arciduchessa Maria Luisa, che il popolo conosceva pi familiarmente col nome di _Gobbina_, e della quale i poveri celebravano la piet. Chiudeva il corteggio un drappello di Guardie del Corpo. Dalla Porta San Frediano fino al palazzo Pitti le finestre, i balconi delle case erano adorni di arazzi, di tappeti; le vie erano calcate di folla, Procedeva lentamente--scrive il cronista di un giornale--per appagare le rispettose brame della concorsa moltitudine il Reale Corteggio. Di mano in mano che passava il Granduca con la novella Sovrana, applausi ad applausi, dimostrazioni a dimostrazioni di gioia succedevano. I Sovrani giunsero al Palazzo Pitti. La vasta piazza--continua il giornalista nello schietto stile del suo tempo--avanti all'I. e R. Palazzo di Residenza, rigurgitante di popolo, all'arrivo dei RR. Sovrani, di voci di letizia risuon. Ed allorch dopo esser la R. Comitiva entrata nella Reggia, S. A. I. e R, il Granduca colla Granduchessa Sposa ebbe la degnazione di presentarsi sopra la ringhiera, la circostante moltitudine proruppe in nuove e sempre pi vive acclamazioni, a cui gli Augusti Sovrani si compiacquero di rispondere con reiterati segni di soddisfazione e della lor gioia, da quella di s leali sudditi rendute maggiore. Alle 6 pomeridiane il cannone tuonava di nuovo dal forte di San Giovanni, annunziando la partenza degli Augusti Sovrani dalla Reggia per la Metropolitana. Alla porta della Metropolitana la Real Coppia fu ricevuta dal Clero e dalla Nobilt ivi raccolta. L'Arcivescovo intuonava l'Inno Ambrosiano, cantato in scelta musica dai signori Professori della I. e R. Cappella di Corte. Tra le armonie dei cantici, tra i profumi dell'incenso, alla molle, bionda luce, che cadeva dai ceri, e che mandavan le lampade, appariva come soffusa di nuova grazia, e di pi soavi attrattive la florida bellezza della giovane Sovrana. Nella sera--scrive il citato cronista, nostro avolo--tutta la citt, non meno che i sobborghi, s'illuminarono: varii palazzi, e le principali strade offrivano superbi colpi d'occhio. Ma quel che richiam maggiormente l'attenzione, e che non si era mai fin qui veduto, fu l'illuminazione delle alture che circondano la nostra bella citt. Appena imbrun l'aria che tutti i punti elevati delle adiacenti campagne, i monti, i colli, le pendici, risplenderono, dove per fiamme sparse, dove, a seconda delle situazioni, per fuochi in ordine distribuiti, dove per serie di faci ricorrenti le linee architettoniche delle ville e dei pi insigni edifizi. Una placida notte e senza luna favor l'effetto dell'insolito spettacolo, che presentava la doppia illuminazione di Firenze, e del quasi anfiteatro delle sue famose circonvicine eminenze, combinata. Fuochi d'artifizio, inoltre, incendiati qua e l per le vicine campagne, indicavano sempre pi l'esultanza degli abitanti di esse. In que' giorni ordinava il Granduca che a carico del suo erario fossero distribuite cinquecentosessanta doti, di scudi venti ciascuna, a favore di povere fanciulle. E ci senza pregiudizio delle doti di Regia Data di cui si faceva collazione, secondo la formola adoperata, ogni anno nel mese di giugno, per San Giovanni. Il Granduca ordinava pure che fosse fatta una gratuita distribuzione di pane in favore della classe indigente della citt, a ragione di diciotto oncie per individuo. Ordinava inoltre che si regalassero centocinquanta letti ad altrettante famiglie della classe indigente nella Capitale. E la mattina del 10 giugno era stata affissa alle cantonate di Firenze la seguente _Notificazione_: Resta concesso un libero perdono a tutti i disertori delle truppe toscane di qualunque Corpo, purch a tutto il mese di novembre prossimo si restituiscano volontariamente ai loro Corpi, siccome a tutti coloro che a tali diserzioni avessero prestato assistenza, aiuto e consiglio. E' fatta grazia a tutti i sudditi, e domiciliati per cinque anni familiarmente nel Granducato, i quali si trovassero querelati, inquisiti, o condannati per danno dato, turbato possesso, insulti, ingiurie e risse; percosse e ferite date in atto di rissa, e senza uccisione, purch tali percosse e ferite non sieno state commesse in occasione di far danno negli altrui beni; per delazione d'arme, sgrillettamento, o sparo di armi da fuoco senza offesa della persona, trasgressioni di lotti, di caccia e pesca, trasgressioni doganali, trasgressioni ai regolamenti, ed ordini sulla occupazione, ed ingombri di strade, suolo pubblico, fiumi, rii, fossi, argini, ripe, ed altri oggetti di pubblico diritto ed uso; ai regolamenti ed ordini del Collegio Medico, ai regolamenti ed ordini dell'Archivio Generale, escluse le falsit; rottura e fuga dalle Carceri, resistenza agli esecutori di Giustizia, esimizione di catturati; prima e semplice inosservanza di confine, o esilio, contrabbando di sale, trasgressioni alle leggi e consuetudini dello Stato sopra i giuochi, sopra le questue, sopra i funerali, sopra le osterie e bettole, e generalmente per tutte le altre trasgressioni ai regolamenti di semplice polizia... E qui venivano altri particolari. XXIV. La mattina del 17 giugno gruppi di curiosi si fermavano a leggere la _Notificazione_ dell'illustrissimo signor Gonfaloniere di Firenze che annunziava grandi e nuove feste per la ricorrenza del Santo Protettore. Nella mattina della festivit (24 giugno) il Magistrato civico, preceduto dal Gonfaloniere, si recava a fare la visita ed offerta al Battistero. Il Granduca, la Granduchessa regnante, la Granduchessa vedova, la Arciduchessa Maria Luisa si recavano in gran gala e con gran seguito alle ore 11 alla Metropolitana e assistevano alla messa solenne. Al momento della elevazione rimbombarono salve di artiglieria dal forte di San Giovanni, e successivamente furono eseguiti sei spari di moschetteria dalla truppa dei granatieri e fucilieri in bella tenuta schierati sulla piazza del Duomo, unitamente alla cavalleria. Nel pomeriggio vi fu la corsa dei cavalli sciolti alla quale i sovrani assistettero dalla cos detta Terrazza del Prato. La sera fu data una festa di ballo nello stabilimento Goldoni. I Sovrani andavano al Teatro della Pergola, sfarzosamente illuminato. L'entusiasmo--dice il mio pi volte citato cronista--che aveva spinto il popolo ad applaudire i Sovrani, tutte le volte che in questi giorni si erano mostrati in pubblico, qui viemaggiormente eruppe in acclamazioni le pi energiche e le pi prolungate, cui le LL. AA. esternarono con reiterati segni il loro reale aggradimento. Si rappresentava alla Pergola _Ivanhoe_ del Maestro Pacini e il ballo scritto espressamente in occasione del fausto imeneo, col titolo:--_I Viaggiatori all'Isola d'Amore_. Poche settimane innanzi vi si era eseguito il _Crociato in Egitto_, del celebre maestro sig. Barone Meyerbeer. Sulla nobile scena del Teatro del Cocomero annunziavano esperimenti di lotte, di pugilato i _primi Alcidi francesi_ Manches e Darras. Nei salotti si declamavano le ottave scritte e pubblicate pel matrimonio reale dal poeta aretino Tommaso Sgricci. In Pisa si univano i Pastori Arcadi della Colonia Alfea, che recitarono varie pregevoli poesie, sull'argomento: precedute da una prolusione del professore Giovanni Rosini. Anche gl'Israeliti solennizzarono il felice ritorno e l'imeneo del Sovrano. Fu cantato un inno per rendimento di grazie in musica nella _scuola_ italiana: le straducole del Ghetto, ove esistono le scuole ed altri stabilimenti degl'Israeliti, furono illuminate. A Livorno i Sovrani, con la Granduchessa vedova, l'Arciduchessa Maria Luisa, accompagnati dalla Corte, preceduti dal governatore, erano intervenuti al tempio della nazione israelitica. Ivi furono invocate le celesti benedizioni con preci ed inni, che stampati nell'originale ebraico, con la versione italiana, furono presentati alle LL. AA., che vollero esaminare i cinque libri delle leggi mosaiche vergati sopra lunghe pergamene. Una festa di ballo dava il Casino dei Nobili, una festa pi grandiosa fu quella data la sera del 25 da S. E. il conte Luigi Grifeo de' principi di Partanna, incaricato d'affari di S. M. Siciliana. Il principe abitava in via San Sebastiano il palazzetto, oggi recinto da muri, quasi attiguo al gi convento della Annunziata, e che allora aveva dinanzi a s un largo prato. E a dimostrare come i nostri vecchi si sapessero divertire anch'essi nelle feste sfarzose, che si protraggono sino alle prime ore del mattino, e, cominciate tra lo scintillar dei doppieri, finiscono ai raggi sfolgoranti del sole, riferiamo la genuina narrazione di una fra le pi allegre e gentili invitate: Da una lettera scritta in quell'anno da una signora fiorentina: dal giornale fiorentino di quel tempo e da altri documenti e da narrazioni orali di persone fededegne, ho raccolti tutti i particolari storici, dei quali garantisco la scrupolosa veridicit. Eccitava fin dal primo ingresso, un moto di sorpresa e di piacere, la vista del prato in cui sorge il palazzo abitato dall'Ecc. Sua. Con sagace industria di gusto, esso era stato ridotto a vaghissimo giardino, sparso di graziose macchine d'architettura chinese riccamente illuminate, e fra cui s'inalzava un gran _Trasparente_ dove era rappresentata co' suoi simboli la Toscana, in atto d'offrire un sacrifizio di ringraziamento a Imeneo: felice allegoria della circostanza. Ma quel che veramente rapiva, erano le suppellettili, l'apparato, l'illuminazione dell'interno del palazzo. Per tutto si ammirava ricchezza, eleganza, novit. La stanza per all'entrar nella quale, specialmente, niuno della numerosa e scelta societ poteva contenersi da giusti encomii, era la cos detta stanza chinese, che pel brio, per la vaghezza e per l'armonia dei colori produceva un effetto magico. Le LL. AA. II. e RR., gli Augusti Sovrani, come pure la Granduchessa Vedova e l'Arciduchessa Maria Luisa che onorarono questa festa della loro presenza, si degnarono di manifestare all'egregio diplomatico la Loro Reale soddisfazione s con lusinghiere espressioni come col trattenersi fino ad ora della notte avanzata, prendendo parte coll'usata loro affabilit alle danze. Straordinaria fu pure in questa festa la profusione dei rinfreschi, e la squisitezza del _buffet_. Destava particolarmente meraviglia la tavola del _T_ pel ricco vasellame, ond'era munita e adorna. Si calcola che concorressero a questa festa pi di 700 persone. La bella societ non si sciolse fino alle ore 6 del mattino, quando sulla terrazza fu imbandito un lautissimo _djun_, a cui vennero invitate tutte le dame e i cavalieri ancora rimasti, e che di s grandiosa festa fu il degno compimento. La sera del 29 il teatro della Pergola si apriva a benefizio della Pia Casa di Lavoro con il gran ballo _Anna Erizzo_, composto e diretto dal signor Monticini: ballo nel quale--scrive un critico del tempo--pel carattere come per la ricchezza, il vestiario rammentava (non adulazione) l'Oriente. Alcune settimane innanzi era stata solennizzata nella Pia Casa di Lavoro la festa di San Ferdinando. Il concorso di ogni ceto di persone--scrive un cronista--ammesso a forma del costume nell'interno dello stabilimento fu in quest'anno maggiore del consueto e continu fino all'ora permessa. Oltre alla pulitezza del locale e al buon'ordine che vi si ammira costantemente, meritarono osservazione le manifatture che si eseguiscono nel luogo e in special modo quella dei tappeti e dei berretti alla levantina. Ebbervi luogo le consuete sacre funzioni nella chiesa dove si distribuirono ai reclusi che ne erano meritevoli i soliti premi, ed alle fanciulle le dieci doti concesse annualmente dalla sovrana munificenza. Storia di cinquant'anni fa che, in certe cose, par storia di ieri! XXV Siamo nello Spedale dei Pazzi, detto di _Bonifazio_. --No, no! non si accosti!... Stia nascosta il pi che pu!--diceva il vecchio dottore ad Antonietta. La ragazza aveva gli occhi gonfii di lacrime. A qualche distanza da lei si tenevano Roberto, il Brinda, Lina. Dallo spiraglio della porta socchiusa si vedeva in mezzo ad una stanza uno strano gruppo. Ad un tavolino sedevano Enrico ed Agatina. I due vecchi mangiavano, e di tanto in tanto il cieco tendeva una mano, cercava la mano scarna della sua vecchierella e la accarezzava. --E non l'abbiamo trovata neppure iersera--mormorava il cieco--la nostra figliuola!... Il dottore ci ha assicurato che l'avremmo ritrovata presto! --Sta' sicuro che la ritroveremo, Enrico!--ripigliava Agatina.--Ho fatto un sogno stanotte... Mi parso che avevo sentito laggi... nella stanza dove c' il cembalo... cantare una di quelle canzoni che tu stesso insegnavi ad Antonietta quando era bambina... mi suonava nell'orecchio proprio la sua voce... ho dato una spinta all'uscio... e... era lei... tutta vestita di bianco... Mi sono slanciata per abbracciarla, e gridarle: figliuola, figliuola!... ma allora mi sono svegliata. --Sente! sente!--ripet il dottore ad Antonietta. La ragazza non poteva rattenersi: voleva entrar di forza nella stanza, saltare al collo de' suoi vecchi; colmarli di baci, di carezze: inginocchiarsi dinanzi a loro. Il Brinda e Roberto, a un cenno del dottore, avevano dovuto avvicinarsele e l'avevano presa ciascuno per una mano. Nello stato di prostrazione in cui erano i vecchi una commozione troppo forte poteva ucciderli! Finito che ebbero il loro pasto frugale, Agatina disse ad Enrico: --Andiamo a cercarla, come tutte le sere! Si alz, prese il braccio del cieco, e traversarono insieme una fila di stanze. Agatina guardava dietro a ogni porta; il cieco, inquieto, frugava per tutto col bastone. --Non c'! non c'!--ripetevano tutti e due, di tanto in tanto, desolati, soprassedendo alle loro ricerche. Arrivarono alla stanza in cui era il cembalo. Come sempre, il vecchio fece correr le dita per alcuni istanti sulla tastiera. A' suoni, che ne uscivano, i due vecchi provavano un fremito, ricordando sempre pi la figliuola tanto amata. L'offuscamento della loro ragione, senza violenza, senza grida incomposte, nato dal dolore, la stessa cupa, silenziosa tranquillit della loro disperazione straziavano il cuore. Fu necessario strappare Antonietta a quello spettacolo. --Stasera e domattina--soggiunse il dottore, quando la porta fu riserrata--io parler di nuovo coi vecchi, li preparer all'incontro... e domani sera, all'ora fissata, tutti loro verranno qui, e tenteremo l'esperimento. --Riuscir?--domand Antonietta, ansiosa. --Dio solo pu saperlo, figliuola!--interruppe il Brinda.--La ragione umana muove da Lui. --Che sar di me?--e la povera ragazza si gett singhiozzante tra le braccia del maestro. --Lei abbattuta!--ripigli il medico--e per domani sera avr bisogno di molta forza, di molto coraggio... Non deve passare tutte queste ore a piangere, ad angosciarsi... Bisogna cercare--disse, rivolto al Brinda e a Roberto--di distrarla. Dacch era giunta a Firenze, Antonietta, che aveva preso dimora ad un piano della stessa casa in cui abitava il Brinda, non era mai uscita, se non per recarsi all'Ospedale a domandar nuove de' suoi vecchi. Un giorno aveva voluto rivedere la sua casupola in via degli Amieri, ma non le era bastato l'animo di rimanervi a lungo. Il cuore le si schiantava alle memorie delle cure affettuose, che vi aveva ricevuto, dei giorni felici, che vi aveva trascorso, abbelliti dalla piet, dall'amore immenso di un padre e di una madre, che Dio aveva messo ai lati della sua culla, come due veri angioli di bont. XXVI. Firenze continuava ad esser tutta risuonante di grida gioconde, di lieti rumori, affollata di gente accorsa a godere, a partecipare delle pubbliche allegrezze. In quella sera, 30 giugno, la festa campestre delle Cascine lasciava spopolate, quasi deserte, tutte le vie della citt: la gente facilmente usciva a diporto, come ad assistere ad un gaudio della natura. Serata incantevole! Il cielo folgorava di una luce bianca, nel plenilunio. Uno zeffiro, carico di profumi, portava nelle strade, dopo aver asolato tra i fiori dei giardini, un'onda di fragranze, e temperava, molceva deliziosamente il caldo della giornata. --Ah! che splendida sera!--osserv il Brinda, quando ebbero fatto alcuni passi fuori dell'Ospedale.--Antoniettina! tu devi contentarmi. Tu hai bisogno di aria, di distrazione... Domani sarai di certo consolata di tutto, ora ci vuole coraggio!... Promettimi che pi tardi verrai con noi alle Cascine. Prenderemo per uno de' viali pi solitarii... staremo da noi, in disparte... ma vedremo anche noi la bellissima festa, e godremo di questa nottata di paradiso... Il Brinda aveva tutt'altro che piacere di andare a quella festa, ma voleva distrarre Antonietta, voleva tentare, se fosse possibile, acquetare per poco in lei il tumulto de' tristissimi pensieri. E la ragazza aveva pure ben altra inclinazione che di andare alla festa; ma l'idea delicata che, rifiutando, essa avrebbe forse privato il maestro, il suo grande amico Brinda, di una sodisfazione, a cui forse il buon vecchio teneva, si lasci sfuggire un s, disposta a rassegnarsi. --Per--riprese--anderemo tardi...--certa che avrebbe potuto allora persuader il vecchio a uscir solo. --Quando vorrai. In quell'ora migliaia di persone si sparpagliavano pei viali, nei prati delle Cascine. Nel 1833 le mura di Firenze sorgevano al Ponte alla Carraia. Tutto il Lungarno, dal ponte alla Carraia sino a dove oggi la cos detta barriera delle Cascine, non esisteva: vi erano le mura e il greto. Si accedeva alle Cascine dalla cos detta _Porticciuola_, oltre che dalla Porta al Prato. La Porticciuola era dove oggi la Piazza Curtatone, allo sbocco di Via Borgognissanti, e di un'altra viuzza, parallela, che si chiamava Via Gora, famoso raddotto di donnaccole, di poverissime famiglie dell'infima plebe, che abitavano i luridi tugurii, i quali avevano dietro a s le mura della citt, di costa all'Arno. Dalla Porticciuola e dalla Porta al Prato sino alla Real Villa, per lo spazio di un miglio, centinaia di fiammelle, ricorrenti in molteplici ordini tra le file degli alberi, delle strade, degli attigui viali, gettavano torrenti di luce. L'ingegnere comunale Paolo Veraci aveva fatto prodigii! Splendevano altres, in quest'intervallo, due grandi guglie e due colonne, quelle con insolito chiarore poco fuori della Porta al Prato, queste al bivio delle due strade dalla Porta al Prato e dall'altra detta la _Porticciuola_; e la illuminazione continuava pel ponte del _Fosso Bandito_, la Ghiacciaia, il Fonte di Narciso, ecc. Lumi sparsi anche per entro ai boschetti tramandavano al di fuori un vago chiarore, ed offrivano frappe allo sguardo di bell'effetto. Fin oltre alla R. Villa si spiegava la maggior pompa dell'illuminazione e dell'apparato. Ivi da prima, verso l'estremit del Prato detto _della Tinaia_, scorgevasi un gran padiglione ottagono destinato per sala da ballo agli invitati pi ragguardevoli. N con eleganza, n con ricchezza maggiore poteva questo essere adorno e illuminato. Al di dentro l'addobbo di drappi, di veli e di tappeti; le belle suppellettili, lo splendor delle lumiere e dei candelabri ardenti che il riverberar degli specchi ripeteva in varie guise. Anche l'esterno del padiglione era illuminato con sfarzo corrispondente. L vicino, da un lato, sovrastava un cerchio d'alberi; da altra parte si era formato con vasi di fiori e piante ivi a tal uopo in giro raccolti un vago giardinetto; un _attendamento_, in fine era stato a breve distanza costrutto per la preparazione e distribuzione dei rinfreschi. Questi annessi pure erano illuminati. In faccia alla Real Villa attirava tutti gli sguardi una pagoda chinese, che di leggiadra architettura e simmetricamente illuminata s'innalzava in mezzo alle illuminazioni non solo del prossimo _parterre_ e dei contigui viali, ma anche della periferia dei maestosi alberi sorgenti all'intorno, ai rami dei quali essendosi appesi fanaletti variamente colorati, e con industria compartiti, quasi ne risultava il prodigio d'una vasta Iride notturna, quanto bella altrettanto grandiosa. Di l, si entrava nel Prato, detto del _Quercione_. Qui--scrive un cronista--la festa era stata specialmente apparecchiata per l'effusione della gioia popolare. L'ampiezza della superficie del Prato avea costretto a dividerla in due parti, una sola e la pi prossima alla Villa apparandone per la festa. Quello spazio che rimaneva pur vasto, era sparso di varii padiglioni, ove ristorar si potesse la moltitudine con cibi e rinfreschi; di palchi eretti per varie bande musicali, e nel centro si elevava un tempietto della Fortuna costrutto per l'estrazione a sorte dei cento premii, la collazione dei quali era stata prenunziata. Circa la mezzanotte una coppia furtiva si avanzava per uno dei vialetti, non illuminati. I due innamorati godevano gli splendori di quella notte, soave come un bel sogno, nell'armonia delle orchestre, nelle grida garrule della folla, nello scintillo di miriadi di lumi, come se la terra si fosse cosparsa di stelle di fuoco. Il venticello notturno alitava all'intorno, come per portar con s le promesse, i giuramenti, che si scambiavano in quelle ore incantevoli i cuori appassionati. --Mi amerai sempre?--diceva l'uomo sommessamente, accostando il labbro all'orecchio della donna, a cui dava il braccio. --Sempre! sempre!--rispondeva la donna.--Non ti pare che abbiamo abbastanza sofferto per meritare ciascuno di noi il nostro amore?... Ma... torniamo indietro. Erano Roberto e Antonietta che, appena arrivati, lasciavano la festa. XXVII. Nessuno pensava pi al delitto del Vicolo della Luna. Lucertolo sentiva che le sue scoperte non erano compiute: che mancava tuttora qualche cosa a ristabilire nella sua pienezza la scena di sangue avvenuta la notte del 14 gennaio 1831. Appena Lina fu tornata in Firenze, il birro, sebbene essa cercasse nascondersi, l'aveva subito scovata, e se le era attaccato alle calcagna. Lina non poteva fare un passo, senza trovarselo attorno. Lucertolo, dopo la notte in cui aveva sorpreso la bella ragazza nel disordine, che scopriva le sue forme seducenti, aveva concepito un'idea: idea, che gli si era sempre pi radicata nella mente, dacch aveva riconosciuto essere stata una favola quella dell'amante, fuggiasco per i tetti. L'atto disperato con cui Lina, punta dai rimorsi, che non le lasciavano tregua, non sapendo francamente risolversi a denunziare il fratello, aveva consegnato al birro la cassetta, che conteneva le prove imperfette della reit di Bobi, da Lucertolo era stato interpretato in modo ben diverso dall'intendimento ond'ella era stata mossa ad eseguirlo. Lina, consegnando al birro la cassetta, era certa della discrezione di lui, e con quel mezzo termine credeva acquetare la propria coscienza; sebbene, quando anche Lucertolo fosse stato tentato di frugare nella cassetta, nulla vi avrebbe trovato che potesse approdare alle sue ricerche, poich Lina aveva tagliato i pezzi del fodero del pugnale e dalla camicia l'estremit della manica insanguinata. Sognava Lina nel consegnare la cassetta, comech essa stessa molto non credesse al sogno, che, serbando per s i pezzi del fodero del pugnale, il pezzo della camicia insanguinata, allorch non potesse pi tacere, e il dovere le imponesse di denunziare il fratello per salvare dalla galera un innocente, gli oggetti depositati nelle mani dell'agente della polizia servirebbero a dare maggior peso alle sue dichiarazioni. E pur denunziando il fratello avrebbe avuto una piccola vendetta dell'agente, che lo aveva tanto perseguitato, e il quale farebbe una ben trista figura dinanzi a' suoi per essersi lasciato abbindolare da una donna! Queste erano le apparenti ragioni che a s dava Lina per scusare il suo operato, ma chi le avesse potuto leggere nel pi riposto dell'animo vi avrebbe trovato altre cause. Si diceva Lina che Lucertolo, ricevendo da lei la piccola cassetta, avrebbe creduto naturalmente vi fosse qualche ricordo di famiglia, qualche oggetto a cui teneva la povera ragazza, e avrebbe riputato l'atto come segno di fiducia in lui, come indizio che la ragazza fosse estranea ad ogni complicit nel delitto del Vicolo della Luna, poich ricorreva a lui, e se gli confidava in quella maniera. Ma Lucertolo non aveva pensato a nulla. Aveva preso la rozza cassetta, l'aveva gettata in fondo ad un baule, e subito fece il disegno che la cassetta dovesse giovargli un giorno ad attuare certo suo disegno. --Vi riporter quella cassetta!--aveva detto pi volte a Lina, incontrandola. La ragazza gli aveva sempre risposto, indifferente alle occhiate assassine, che le lanciava il birro, disinvolta:--Quando vi pare!... Non c' furia!... Quando sar tornata nella mia casa in Via Cardinali... Per ora non ci vado! Una parente di Lina era rimasta nella antica casupola del pompiere varii anni, e, tornata Lina, se n'era andata perch essa potesse di nuovo abitarvi, se volesse. La sera del 30 giugno. Lina aveva chiesto il permesso di passare la notte in casa sua. E le era stato accordato da Antonietta, che pensava la ragazza vaga di andarsene a godere la festa delle Cascine con le sue amiche, non rivedute pi da tanto tempo. Invece Lina si indirizz subito verso la via San Miniato fra le Torri e sal la scaletta della Torre, che era dinanzi ad un vecchio albergo. Oggi anche quel vetusto edificio fu abbattuto. La scaletta era cos angusta che un uomo molto pingue, anche solo, non avrebbe potuto passarvi. Le stanzuccie all'ultimo piano che abitava Lina, furono abitate sino a circa quarant'anni or sono: di lass si godeva la vista di tutta Firenze, delle montagne, delle colline che la circondano: vi si viveva in pace da tutti i rumori, che non giungevano sino a quella tranquilla e ardua altezza. Dieci minuti dopo che Lina era entrata nella Torre, un uomo usciva dal Vicolo degli Anselmi, e ratto ratto, traversando il Mercato, imboccava la via Cardinali, e si fermava al primo uscietto, a sinistra, cos angusto e cos basso, e si chinava, si rimpicciniva per entrarvi. Poi si arrampicava a stento, imbarazzato dalla sua corpulenza, nell'andar su per la scala. Lina gi si era tolte le vesti, non resistendo al caldo di quella notte di giugno, e andava qua e l, facendosi lume, rovistando per la casa, che non aveva a suo agio riveduto da tanto tempo. Ad un tratto sente che qualcuno saliva la scala. Poi un picchio dato alla porta come nella notte in cui aveva avuto tanto spavento. Stette cheta e spense il lume. Il picchio fu ripetuto. Sentiva che una mano cercava la serratura della porta. Forse era un ladro! Lina pens di domandare: chi ; di urlare, di chiedere aiuto, se non avesse risposta. --Chi ?--domand la procace ragazza, tutta tremante, accostandosi in punta di piedi alla porta. --Io... Lina... io!--rispose sommessamente una voce a lei nota. Era Lucertolo! XXVIII. La ragazza stette un po' perplessa, se dovesse o no aprire. Ma ormai aveva gran desiderio di ricuperare la cassetta, poich quello che conteneva non poteva pi servire ad altro che ad eccitare sospetti. Ad ogni modo era inutile che restasse nelle mani del birro. --Aspettate!--mormor attraverso la porta. Si allontan e, ripresi i suoi panni, si rivest cos in fretta. Poi and ad aprire. Il birro, entrando, trasse un grosso respiro. Per Lina, appena ebbe aperto e il birro fu entrato, tese la mano per ripigliare la cassetta, ma non richiuse la porta, come se volesse indicare all'agente che doveva subito svignarsela. --Ah, vuoi scacciarmi, senza che neanche ripigli fiato!--osservava il birro, tornato al tuono familiare e scherzevole che in altri tempi adoperava con Lina. --E' troppo tardi--continuava la ragazza--se qualcuno sapesse che siete qui! --Non ti confondere!--replicava l'agente.--Ti assolverebbe anche il San Sebastiano, che nella nicchia d'Orsammichele, visti i motivi per cui sono venuto a trovarti. --Quali motivi? --Eccoti... il primo... quello di chiuder l'uscio. E il birro esegu l'atto annunziato. --Ora passiamo di qua. E se ne andarono nella stanzetta, che un tempo aveva servito di camera a Bobi Carminati e sedettero l'uno di contro all'altra. --Tieni la cassetta... e ringraziami... di averla custodita cos bene!--cominci Lucertolo. --Vi ringrazio! vi ringrazio!--rispose Lina. --E ora lasciati dire un'altra paroletta... Sai che io sar nominato fra pochi giorni capo agente? La ragazza dette in un piccolo grido di sorpresa. Il birro intanto la guardava. Le vedeva le meravigliose braccia bianche uscire dalla manica della vesticciuola leggerissima che indossava, il seno turgido, tuttora agitato per la paura che la ragazza aveva avuto. --Ti vorrei dire una mia idea... Lucertolo in quel momento sentiva pi forte che mai tornargli alla mente la sua idea favorita, l'idea, che aveva tanto accarezzato. Esitava a palesarla. Voleva far una proposta e temeva che non fosse accolta. Non sapeva da che parte rifarsi, che via tenere, se adescar la ragazza con tutte le dolcezze di eloquio delle quali era capace, o incuterle spavento per quello che egli ancora poteva fare a suo danno. Come accade, fra varie ispirazioni, il birro si appigli alla peggiore. --Siete tutti tornati a Firenze... finalmente!--disse con una certa espressione d'ironia. --Tutti... chi...? --Il pittore... tu... la ragazza di Via degli Amieri... --La ragazza di Via...--rispose Lina confusa, balbettando. --Eh, s, mia cara... L'ho veduta un par di volte soltanto, mentre pedinavo te, e l'ho subito riconosciuta... Ti dir qui, a quattr'occhi, che c' chi pu riconoscerla, se io pronunzio una parola... Nella stanza del Vicolo della Luna, davanti la quale il pittore fu ferito da tuo fratello... --Ma che dite? --Da tuo fratello... Dio l'abbia in gloria, e si sia pentito a tempo... prima d'affogare!... Lina respirava. --In quella stanza furono trovati alcuni quadri. In tutti dipinta una donna, una bella donnina, nelle pi graziose e provocanti attitudini... Sai chi quella donna? La stessa che si trovava nella stanza la sera in cui fu commesso il delitto... Il birro tacque, poi quasi subito aggiunse: --E' la tua padrona! A Lina ghiacciava il sangue. --I quadri non sono ritratti... in tutti raffigurata la fisonomia con espressione cos diversa che pare un'altra fisonomia, il pittore ha cambiato, ha fatto di suo capriccio, ma... il tipo c'... c' sempre il colore dei capelli e il modello di quel bel nasino... E' difficile che altri l'avverta, ma l'ho avvertito io che da anni aguzzo gli occhi sulle prove, sui corpi di quel delitto, ho esaminato centinaia, per non dire migliaia di volte, tutti gli oggetti che si trovavano in quella stanza per trarne una rivelazione... io, che dopo la confessione d'Isacco, dopo quello che avevo per induzione scoperto sul conto di tuo fratello ero in condizione di poter mettere in relazione tutte le circostanze stranissime, che avevano concorso al compimento del delitto, che lo avevano preceduto, accompagnato, seguito... --Sognate!--interruppe Lina, che aveva ricuperato la sua baldanza. --Sogno, s, ed eccoti proprio quel che ho sognato... Ecco come ho rifatto la scena accaduta la sera del 14 gennaio... Il pittore era nella stanza con la ragazza di Via degli Amieri... Bobi doveva essere inferocito contro il pittore; forse egli ti sospettava di avere una tresca con lui, mentre stavi in casa sua alcune ore della giornata, forse sentiva sempre pi vergogna, vedendo che egli ti tradiva, che amoreggiava con un'altra... Lo ha aspettato, nascosto nel Vicolo, e quando uscito dal convegno lo ha pugnalato... Poi fuggito... E' accorso Nello, il povero pazzo, ha frugato il ferito, lo ha trascinato sino all'entrata del suo tugurio, e si gettato sul suo giaciglio, macchiato di sangue, e nascondendo gli oggetti preziosi, che aveva preso... Di dove uscito Isacco? ove si trovava mentre si compieva il delitto? Come entrato nella stanza? Qui principiano i miei dubbii... E' certo che egli non era un complice di Bobi, perch lui che ha salvato la ragazza, che l'ha portata pel Ghetto, che di l ha trovato modo di farla fuggire, aiutato certamente da te, bellissima Lina!... E il birro cercava di afferrarla per le vegete braccia e attirarla a s. Lina si alzava tutta infuocata nel volto, lo respingeva, e gli domandava ansiosa: --E che cosa ora intendete di fare? Dopo alcuni istanti di pausa, il birro che figgeva in lei gli occhi imbambolati, soggiunse con piglio truce e severo: --Intendo di fare il mio dovere... denunziar tutto alla giustizia... La mia nomina a capo agente combattuta dai miei rivali... Si accorgeranno tutti sempre pi che razza d'uomo Lucertolo, e che con lui non si combatte! --Lucertolo!...--disse Lina. Il birro sgranava tanto d'occhi e tendeva le orecchie, avido di ascoltar quello che la ragazza faceva sembiante di voler dire... --Voi--continu Lina--non agirete cos!... Sarebbe una grande vilt--e la bella ragazza si faceva sempre pi rossa nel volto, i suoi occhioni sfavillavano, e in un gesto di rabbia le era caduta un po' in gi la vesticciuola leggiera, lasciandole scoperta quasi tutta una spalla, bianca come il marmo, grassetta, e di linee voluttuose. --Ma denunziate pure--riprese la ragazza, alzandosi, rassettandosi addosso la veste, e gettando al birro sguardi pieni di odio e di sprezzo--denunziate pure la ragazza di Piazza degli Amieri... come voi la chiamate... denunziate il pittore... e poi? Vi assicuro io che vi troverete con un brutto partito alle mani. Ah! voi credete che nessuno possa lottare con voi?... Proverete... Voi volete attaccare due persone influenti, che hanno alte relazioni... due persone innocentissime... e io son pronta a deporre in modo da provare la loro innocenza.... Ebbene.... vedremo che cosa accadr... Lucertolo badava poco a quello che la ragazza diceva. Non si lasciava commovere dagli sproloquii di lei. Ma la guardava, gli appariva cos fresca, cos robusta, cos appetitosa: ad ogni movimento, che essa faceva in quell'angusta stanzetta, gli veniva a passar quasi daccanto, le vesti di lei lo toccavano; respirava il fiato caldo, ardente, che usciva dalle tumide labbra, rosseggianti nell'ovale paffutello del volto delizioso. --Innocenti!... innocenti!--esclam il birro, contorcendosi, con un atto che voleva significare suprema indifferenza.--Lo dici tu... innocenti... Se tu sapessi per quanto ha lavorato la mia testa... Capisco che avrei da combattere con due donne e con due donne nel giuoco... anche in affari di polizia... si perde sempre!... Lina era ferma in mezzo alla stanza, tutta pensosa, e si mordeva le labbra, come se l'ira che le covava in seno le avesse richiesto quello sfogo. --Io... avrei un gran disegno--disse a un tratto Lucertolo, sporgendosi innanzi, con un gomito appoggiato sulla punta del ginocchio, e sostenendo il mento sul pugno chiuso.--Un progetto col quale, invece di farci del male, potremmo giovarci, esserci utili, a vicenda, completarci, o carissima Lina! --Sentiamo. --Nessuno si occupa pi del delitto... Ormai dimenticato... La grazia del Sovrano ha perfino risparmiato una revisione del processo che poteva dar luogo a nuove ricerche, a incidenti tali da compromettere qualcuno... Il pittore so che ha risposto abilmente a tutti coloro che lo interrogavano sul modo con cui era stato attirato nel Vicolo la sera del 14 gennaio... Egli ripete che stato tanto tempo fuori di s, a causa della ferita, che non si ricorda pi di nulla... Lo strattagemma buono, specie in un uomo della sua autorit, e mentre nessuno pi interessato a scuoprire il vero in quest'affare... La ragazza di... Piazza degli Amieri, dice che stata rapita da gente crudele, che l'hanno sottoposta a mali trattamenti, l'hanno atterrita con minaccie, nel caso si fosse data a conoscere, l'hanno venduta ad un grande impresario forestiero, che ora soltanto l'ha lasciata libera... Un romanzo pi divertente della _Tavola Rotonda_, o del _Guerino_... La gente lo beve perch costei oggi la grande, la celebre, la bella Amieri... e come bella!... tutti vogliono farle la corte, ingraziosirsi; e prima della sua fuga era cos poco conosciuta... La conoscevano alcune donnaccole, le sue pigionali in piazza degli Amieri, e il maestro Brinda, una buona testa, un uomo sottile come un filo di rasoio, e che contribuisce a far accettare a tutti per oro di coppella le storie che si raccontano, e che forse sono in parte sua invenzione... --Ma il progetto... il progetto?...--domand Lina. Il birro non si attentava a esternarlo e per si compiaceva nel pigliarla da pi lontano che potesse. --Tutto dunque--seguit--cospira in nostro favore... Si deve a me, a me questo edificio cos bene architettato... Senza le dichiarazioni di Isacco, Nello sarebbe sempre in galera... e bisognava salvarlo!... Per con una parola io posso distruggere la tranquillit in cui vivono i tuoi amici... --E non la direte... --Se la dir... --Vi sfido! La ragazza, avvampante di collera, invasa tutta da un fremito, acquistava nuove, irresistibili seduzioni. --Non la dir ad un patto...--soggiunse Lucertolo balbettando. E quasi barcollante, con gli occhi semichiusi, le braccia protese si avanz verso la ragazza. --Indietro!--grid Lina sbigottita, raccapriccita al contatto delle mani del birro. Ma Lucertolo la teneva stretta con le sue dita, forti come tenaglie, e che le si ficcavano nelle carni floride, dure, prosperose. --Lasciatemi!--diceva la ragazza con voce soffocata, cercando divincolarsi con sforzi disperati da quella stretta. --Ti lascio!--rispondeva Lucertolo, mettendosi dinanzi a lei in atteggiamento umile e supplichevole.--Ti lascio ad una condizione! --Non voglio altre condizioni--ribatt Lina indispettita.--Dovete subito andarvene! --Ander, ma prima voglio che tu ascolti una parola... Io sono innamorato... innamorato... --Voi, voi innamorato... voi, Lucertolo? --Innamorato... --Scherzate! --Innamorato... di te... --Finiamola!--interruppe Lina.--Andate!...--E si avvicinava all'uscio per aprirlo. --Dalla notte che ti sorpresi l--e il birro ammiccava la camera vicina--che ti vidi... a quel modo... tutta agitata... gettarti ai miei ginocchi... non ho avuto pi pace. Mi sei ribollita sempre nel sangue!--e il birro fece un gesto energico.--Il mio progetto... il progetto, che non mi riusciva di confessare... sarebbe quello di sposarti... Tu sei libera... io fra giorni, forse a ore ricever la mia nomina di capo-agente... Lina si accost a Lucertolo, che si era abbonito, e gli mise una mano sulla spalla, ridendo, anzi sghignazzando. --Non ti burlar di me!--tornava a dire l'agente.--Non credi che potremo esser felici? Tutti ti guarderanno... tutti vorranno conoscere la Ninfa, che ha fatto rompere il collo a Lucertolo... E poi tu hai bisogno, ora che sei sola, di un braccio, di un petto come questo per difenderti--e il birro drizzava con orgoglio la sua robusta, quasi immane corporatura.--Hai bisogno di me anche per un'altra cosa... Dopo aver fatto tanto per scuoprire la verit, lavorer insieme con te perch nessuno la scuopra!... Ed ecco che Lucertolo sar diventato un occultatore di prove. Lucertolo, che rinunzier ad una brillante operazione di polizia per due occhiacci neri, neri... Un capo-agente, che entra al servizio dell'amore!... Pronunzia un _s_, un _s_... cos grosso. E Lucertolo faceva un gesto, allargando le braccia. Lina teneva gli occhi sul birro. Infine, Lucertolo era un bell'uomo! alto, fortissimo, con una fisonomia intelligente, con modi assai buoni per uno della sua condizione. Gli si leggeva nel volto quell'abbandono confidente, quella certa simpatica spavalderia, che hanno gli uomini di carattere non tristo, e che sanno di poter contare, al bisogno, sui proprii muscoli. L per l la ragazza avrebbe voluto rispondergli, motteggiandolo, o adirandosi; le venne per in mente che era pi opportuno per lei in quel momento di non irritarlo. --L'idea nuova!... vi assicuro che a me non era mai venuta!--replic Lina.--Sono cose che domandano tempo... riflessione... Vedremo... vedremo... Ma sarebbe strano, non vero? E dava a Lucertolo una di quelle occhiate alle quali il birro andava in visibilio e si sentiva fervere il sangue come lava. Egli si era di nuovo accostato a Lina e le aveva schioccato un bacio su una delle sue spalle d'avorio. --Ora basta davvero!--disse la ragazza, tirandolo dolcemente per un orecchio. Lucertolo lasciava fare, tutto lieto di quella curiosa carezza. --Ora basta! tempo che baciate... il chiavistello. Si avvicin con lui alla porta e lo accompagn su lo squallido, angusto pianerottolo, tenendolo sempre per l'orecchio. --Buona notte, assassina!--mormor il birro a traverso la porta, quando Lina con la sua mano bianca l'ebbe richiusa. --Buona notte, Lucertolo!--mormor una vocina scherzosa dall'altra parte. XXIX. Due giorni dopo la scena avuta con Lucertolo, Lina partiva da Firenze. La sera del 1 luglio, come era stato convenuto, essa aveva seguitato Antonietta, il Brinda e Roberto all'Ospedale dei Pazzi. I due vecchi, Enrico e Agatina, il padre e la madre di Antonietta, a' quali il dolore aveva fatto smarrir la ragione, erano stati preparati abilmente dai medici all'incontro, sul quale costoro contavano per una guarigione immediata. Ma occorreva che tutto fosse fatto con cura, e ogni precipitazione fosse evitata. Un'impressione troppo violenta, improvvisa, poteva aggravare la infermit delle stanche e cos vacillanti intelligenze dei vecchi: deboli fiamme, che ogni soffio troppo forte avrebbe spento per sempre. Da vario tempo essi erano tenuti appartati dagli altri ammalati. Antonietta profondeva il suo denaro perch fossero trattati con ogni attenzione, e non mancasse ad essi nella lor penosa condizione alcuna dolcezza. Mangiavano soli, come gi abbiamo veduto, e ogni sera, dopo la loro refezione, sull'ora del crepuscolo, si mettevano in giro, passando da una stanza all'altra, e cercando ansiosi la figliuola. Ormai i dottori li avevano assicurati che la ritroverebbero, che si era risaputo che era viva e che da un'ora all'altra poteva arrivare. I due dementi scuotevano la testa in atto d'incredulit, e si rimettevano alle loro instancabili ricerche. Ma il sogno che aveva fatto Agatina, e che essa aveva raccontato ad Enrico, li aveva scossi ambedue, e speravano di dover alla fine ritrovare il loro angiolo. La sera dunque del 1 luglio 1833, mentre si avviavano al solito verso la stanza ov'era il cembalo, i vecchi si fermarono come trasecolati. Il cembalo mandava un suono che subito aveva colpito le loro orecchie. Poi a quello si un il suono di una voce limpida, argentina, che s'inalzava sempre pi puro, pi melodioso, e riempiva le stanze tutt'all'intorno. I due vecchi erano arrivati in mezzo ad una sala. Nascosti, agli spiragli di due porte semichiuse, stavano il Brinda, Roberto, Lina, i due medici. --Agatina!--esclam subito Enrico.--Ma questa... la voce della nostra figliuola! Agatina non rispose. Essa stringeva la mano del marito e ascoltava ansiosa, tutta tremante. -- lei!... lei!...--disse a un tratto, e lasciando la mano del cieco si precipit nella stanza. Ma al cembalo non vi era pi alcuno. Conformandosi a' consigli ricevuti dai medici, Antonietta si era nascosta, appena aveva udito che la sua povera mamma si avvicinava. E il nascondersi le era venuto opportuno. Dopo le prime note da lei emesse con tanto affetto, con tanta soavit; note di una canzone, che suo padre le aveva insegnato sin da bambina, e della quale aveva udito le migliaia di volte ripetere i motivi da lui e dalla madre, le lacrime le erano salite agli occhi e i singhiozzi la soffocavano. Gi il cieco aveva raggiunto la moglie nella stanza in cui era il cembalo. --Non c' nessuno! non c' nessuno!--esclam Agatina gettandosi al collo di Enrico. I due vecchi piangevano a dirotto. Le lacrime rigavano la maestosa e triste faccia del cieco come nella sera in cui, cessati i tocchi della campana del Bargello, era uscito insieme con la moglie in cerca della figliuola. --Non c'!... non c'!...--ripeteva il vecchio, cupo, desolato. Ma tutti e due quegli sventurati avevano provato una immensa commozione. Quella acuta sensazione di dolore risvegliava lentamente la loro ragione, che una gioia immoderata avrebbe pi che mai disordinato, travolto. I vecchi non potevano scostarsi dal cembalo, Dimoraron nella stanza pi che non solevano le altre sere: il cieco fece pi volte, come era usato, scorrer le sue dita sulla tastiera. Era una magnifica serata di estate. Da due finestre, che si aprivano sopra un giardino, entrava un'aria carica di effluvii fragranti; il cielo nitido, e tutto un blando riso di luce, che diffondeva innanzi a s un grandioso, stupendo tramonto. Alla fine i vecchi risolvettero di allontanarsi. Quando si mossero per uscire dalla stanza, cominciavano a cadere le prime lievi ombre della sera. Parevano calmi, rassegnati. --Non la rivedremo dunque pi... pi... la nostra angioletta!--diceva il cieco ad Agatina. --Non ti ricordi--replicava la vecchiarella--quello che tu mi hai sempre risposto: che Dio... --Ah! hai ragione--interruppe il vecchio--che Dio... ci aiuter... E lo credo... sai... lo credo sempre. Si cerc in seno la crocellina d'oro, e se la port alle labbra, come aveva fatto la sera del 14 gennaio, dopo aver pregato. Per alcuni minuti i vecchi stettero nella sala, dalla quale avevano udito la prima volta i suoni. Seduti l'uno accanto all'altro, immersi in una meditazione profonda, non si parlavano. L'oscurit aumentava. Un raggio di luna pallido, incerto batteva su una parete della sala. --Enrico--disse a un tratto Agatina, rompendo il silenzio-- tardi... Andiamo via di qui! E i due vecchi si alzarono. Quando ebbero fatti pochi passi, si fermarono. Lo stesso suono usciva dal cembalo, lo stesso suono che poc'anzi avevano udito, e una voce giungeva alle loro orecchie, modulata al solito con un accento ad essi familiare, delizioso. I due non si mossero pi. Ascoltavano col pi grande raccoglimento, estatici, beati, assolutamente felici, scossi come da un brivido. La voce celeste continuava i suoi gorgheggi, le note venivano a loro, per l'aria, nel silenzio, nella calma di quella bella sera, squisitamente melodiose: trasfondevano in essi la commozione che le ispirava. -- lei!... lei!--grid Agatina, e tenendo per mano il cieco entr di nuovo nella stanza, che era ormai quasi all'oscuro. Le parve vedere un'ombra bianca dinanzi al cembalo. Era Antonietta in una vesticciola leggera, coi suoi copiosi capelli biondi sciolti sugli omeri. I vecchi erano rimasti sulla soglia. Agatina aveva trattenuto il cieco dall'andare pi oltre. --Forse non lei!--gli aveva mormorato alle orecchie. Quella penosa, viva ansiet, quel concentramento di tutte le loro facolt, quel ravvivarsi di speranze dell'amore paterno e materno rendeva a' due infelici la ragione. Agatina si accost piano piano ad Antonietta, che cantava sempre. --E' lei! lei!--url ad un tratto la vecchia, che aveva riconosciuto, aguzzando gli occhi nella scarsa luce, che veniva dalle finestre aperte e pel chiarore della luna nascente, il colore singolare dei mirabili capelli di Antonietta. E cominci a cuoprirli di baci. Antonietta non seppe pi rattenersi. Si alz precipitosa, raccolse tra le sue braccia i due vecchi, e stringendoli forte, forte, e baciandoli in fronte, sospirava di quando in quando. --Babbo!... mamma!... Ma gi il Brinda, Roberto, Lina, i due medici erano accorsi. --L'affetto filiale, l'affetto di padre e di madre--disse il medico pi attempato--hanno fatto uno dei loro miracoli... I vecchi sono salvi! Agatina e Enrico non udivano pi nulla. Essi accarezzavano, abbracciavano la figliuola: piangevano. Momento sublime, che ad esser descritto domanderebbe penna di poeta, ben diversa dalla mia; momento sublime come tutti quelli che nella vita riempie la divina poesia, traboccante da cuori che si amano! Due giorni dopo, come ho detto, Lina partiva e traversava il confine del ducato di Lucca. XXX. Arrivava a Candino, presso Pescia: limite estremo del confine toscano, e di l al ponte dell'_Abate_, dove cominciava il ducato lucchese, e dove la bella ragazza s'incontr ne' carabinieri del duca, quel giorno in alta tenuta per una festa di Stato, che la sbirciarono e l'accolsero con motti allegri. Ma Lina non badava a loro: troppo era abituata a sentirsi scoccare, suonar intorno alle orecchie parole di elogio alla sua fresca, aitante bellezza. Neppure il ricco vestiario de' carabinieri ebbe da lei uno sguardo: e s che era sfarzoso, come ricordano i vecchi; vestiario di foggia spagnuola; giubba lunga con mostreggiature rosse, buffetterie bianche, elmo, con una folta criniera, che ricadeva gi sulle spalle: tutti uomini di corpo prosperoso, di alta statura, quasi tutti crsi. Fatto circa un miglio oltre il ponte dell'Abate, Lina scese dalla diligenza e inforc un viottolo, che andava tortuoso in mezzo ai campi, poi entr in una strada pi larga, sal una collinetta, a met della quale sorgeva un bianco lungo caseggiato, che aveva accanto una chiesa, e un piccolo campanile. Proprio nel momento in cui Lina saliva, il suono di due campane, garrulo, acuto, vibrava nell'aria pura e tranquilla della serena mattinata di luglio. Un uomo seguiva Lina ad una grande distanza, tenendola sempre d'occhio, balzando da un luogo all'altro, talora appiattandosi dietro un albero, un cespuglio, o scendendo in qualche fossato, in qualche borratello, donde solo a tratti sguizzava fuori, volendo tenersi nascosto, e non essere scoperto dalla ragazza, che pedinava con tanta alacrit. Lina si era messa per una selvetta, che circondava il caseggiato, e di tanto in tanto le pareva di udire uno stormo di frasche, uno scalpicco, come se altri corresse dietro a lei, e si era voltata pi volte, senza che per le venisse fatto di veder alcuno. Arriv dinanzi al caseggiato e si ferm sotto un porticato dal quale era l'entrata principale. Sulle due pareti laterali si leggevano scritte a grossi caratteri, da una parte, le parole: _Dio ti vede!_--dall'altra:--_Penitenza, o Inferno!_ La parete di fondo era quasi tutta occupata da una amplissima porta, sul davanti della quale penzolava una corda greggia, e assai lurida, che serviva per tirare il campanello. Lina era ad un Convento di cappuccini. Che cosa vi andava a fare la seducente e florida ragazza? Guard a destra e a sinistra, come se le stesse a cuore che nessuno in quell'istante potesse vederla, poi accost alla corda una mano quasi tremante. Subito ud lo scampanello di un grosso campanone: poi un ciabattare lungo il corridoio: finalmente gli occhi lucenti di un fratacchione scintillarono tra i buchi di un piccolo reticolato infisso nella porta. --Sia laudato Ges Cristo!... Che cosa vuoi, figliuola?--domand con un vocione robusto. --Sempre sia!...--rispose Lina tutta rossa.--Desidero parlare a Fra Leone... --Credo sia a pulire la chiesa... ma vado a chiamartelo e sar qui nel tempo che tu dici un _Gloria patri_. Poco dopo Lina udiva di nuovo un rumore di sandali, di tonache battute nelle gambe di coloro che camminavano, ud cigolare un grosso catenaccio e la porta si apr. Un frate di elevata statura, pallido, macilento, con lunga e folta barba nera, comparve sulla soglia. Vista la ragazza, socchiuse la porta dietro a s, fece alcuni passi e con ogni cautela si allontan dal porticato, tenendo per mano Lina e guidandola verso un luogo pi remoto, tutto coperto da alberi, su uno dei fianchi del caseggiato. --Sorella!--disse il frate dopo un breve silenzio, con voce esile, quasi appena gli restasse la forza di respirare. La ragazza cominci a parlare, con voce anche pi sommessa, quasi all'orecchio del frate, facendo vivissimi gesti, tutta concitata come se proferisse parole che le scottassero il labbro, girando sempre attorno gli occhi per timore che altri la spiasse. Al frate sfugg due o tre volte un gesto di sodisfazione, una volta lev le mani al cielo, come in atto di preghiera e di ringraziamento. --Ma c' qualcuno tra quelle piante!--disse a un tratto Lina, raccapriccita, indicando al frate la punta di due alberetti, quasi accosto l'uno all'altro, e che si agitavano in modo strano, non ostante che non vi fosse alito di vento in quella calda mattinata. Il rumore tra le foglie aument. Apparve fra il verde un grosso cappellaccio, poi un uomo che si faceva largo tra gli arbusti con le braccia lunghe e nerborute, e spiccando un salto balz in mezzo al frate e alla ragazza, e arriv cos bruscamente e all'improvviso, che i due, i quali avevano cessato il dialogo, gettarono insieme un grido di spavento. L'uomo, arrivato cos in mal punto, era Lucertolo. Ficc gli occhi addosso al frate, poi, facendo un ghigno sinistro, dando in un urlo di gioia, lo aggranfi con le sue mani di acciaio sotto il mento, e scuotendolo, squassandolo con quanta forza aveva: --Ti ho ritrovato alla fine--esclam.--Ti ho ritrovato, Bobi Carminati!... Ah, sei vivo anche tu... Il mio trionfo doveva essere completo. Il frate barcollava, affranto, atterrito da quella improvvisa apparizione, e Lucertolo dovette spingerlo a sedere verso un alto mucchio di sassi perch non cadesse. --E che cosa volete fare ora?--domand a Lucertolo Lina. L'uno e l'altra stavano in piedi dinanzi al frate, che era quasi disteso, prostrato sui sassi. --Intendo, prima di tutto, di sapere come Bobi arrivato qui... Voglio che mi spieghi la storia dell'annegato! Bobi Carminati fece il suo racconto in brevi parole. La notte in cui egli si trovava insieme con un altro famiglio a perlustrare lungo la sponda dell'Arno, si erano incontrati, come gi sa il lettore, in alcuni ladri che, udite le intimazioni dei famigli, avevano lasciato in terra varie sacca che portavano, e si erano dati alla fuga. --Io li avevo inseguiti...--continuava il Carminati.--A un certo punto dovei fermarmi... Un cadavere era disteso sull'erba... Gli accostai la lanterna e vidi che aveva la testa sfracellata da un grosso colpo di bastone. Era di sicuro un complice pericoloso, del quale i ladri avevano voluto sbarazzarsi... Pensai a incarnare una idea, che da molto tempo mi angustiava... I rimorsi del delitto da me commesso nel Vicolo della Luna non mi lasciavano pi tregua... Vestii il cadavere, de' miei panni e lo gettai nel fiume... Stetti poi alcuni giorni errante per la campagna... Seppi che mi si credeva morto... Una notte scura, burrascosa, potei traversare il confine... Mi recai a questo convento... Chiesi di poter lavorare... e fui adoperato in alcune faccende... portar legna, tirar acqua, zappare l'orto... Pochi mesi dopo, riuscii a farmi accettare come converso, e vestii l'abito... Lina era avvisata... Ci eravamo proposti in un modo o nell'altro di far risaltare l'innocenza di Nello... Dio mi aveva toccato il cuore... Ho fatto la pi dura penitenza del mio delitto, ed ero pronto ad espiarlo anche con la confessione, se non fossimo riusciti a salvare Nello in altro modo... Guardami--concluse il Carminati, indirizzandosi a Lucertolo--e vedrai se ho sofferto! Lucertolo taceva, tutto assorto nelle sue meditazioni. Si accost a Lina dopo un istante, e stendendole la mano, disse in modo solenne: --Hai fatto le tue riflessioni sulla mia domanda... Vuoi dunque sposare il capo-agente Lucertolo?... Io ho gi ricevuto la mia nomina! Lina impallid, e non rispose; ma guardava il fratello, e si sentiva impietosire dal misero stato di lui. --Se tu acconsenti--ripigliava il capo-agente--Lucertolo servir prima te per tutta la vita e poi la polizia... Tutti gli sforzi, che ho fatto sin ora per scuoprire la verit circa il delitto del Vicolo della Luna, li raddoppier perch la verit rimanga sempre, come rimarr se tu vuoi, occulta... Parla? Una conversazione concitata, a mezza voce, dur per alcuni minuti tra il frate, il birro e Lina. --Acconsenti?--disse alla fine Lucertolo, quasi inginocchiato dinanzi alla appetitosa e robusta ragazza. Il Carminati faceva un cenno di adesione alla sorella. --Acconsento!--replic Lina, tutta sfavillante di un malizioso sorriso. --E lo giuri?--domand Lucertolo. --Lo giuro! --Quando potr entrare in servizio... attivo?--insist il birro, gongolante. --Ai primi freschi... in ottobre--soggiungeva Lina con un'espressione sempre pi furbacchiola. Rimasero una mezz'ora insieme tutti e tre, divisando come dovessero regolarsi, disponendo tutte le cautele per l'avvenire. --Addio, Bobi!--disse Lina accomiatandosi. --Addio, sorella!--soggiunse il frate.--E da qui innanzi non ci vedremo mai pi... Io sar veramente morto per tutti: e, quando venga la mia ora, sar seppellito laggi nel cimitero del convento, dove non si scrive nessun nome sulle fosse, in segno della nostra umilt... Alcuni frati si ricorderanno forse di me, per qualche tempo, col finto nome che ora porto. --Addio, _Marrone_!--disse Lucertolo, dando al Carminati il nomignolo che egli aveva da pompiere.--_Marrone_ frate!... chi l'avrebbe mai detto?... --Addio--ripet il frate, stringendo loro la mano.--Rammentate che Bobi Carminati morto... e la preghiera contrita di Fra Leone salir al cielo per voi!... Proferite queste parole, il frate rientr nel convento e serr dietro di s la porta pesante. Lina e il capo-agente Lucertolo, tenendosi per mano, scesero, saltellando, l'erta. XXXI. Un mese dopo in una chiesa di Roma si celebrava con gran pompa il matrimonio fra Antonietta e Roberto: ufficiava un arcivescovo cattolico in tutto lo sfarzo de' suoi ricchi paramenti. Due vecchi erano inginocchiati vicino agli sposi: Agatina ed Enrico. Il s fu pronunziato da Roberto e Antonietta con profonda commozione. I loro cuori, che battevano concordi, amantissimi, non dovevano disgiungersi mai nella vita: un amore immenso li esaltava, li faceva palpitare; erano contenti della loro passione, dei grandi, terribili ostacoli superati. Era stato fortemente combattuto il loro amore ma, nella sua potenza, usciva vincitore da tutti gli ostacoli. Ormai la felicit li aspettava e quale felicit! E sui primi dell'autunno fu celebrato con assai minor pompa, ma con pi clamore e con non minore allegrezza, il matrimonio fra Lina e Lucertolo, matrimonio dal quale nacquero due figli, che sono oggi tra i migliori agenti della polizia, e il cui nome spesso citato con elogii. Intrepidi, ingegnosi, giungeranno essi ad occupare tra poco un grado pi elevato di quello a cui giunse, dopo tante fatiche, il loro strano e bizzarro genitore Lucertolo? FINE End of the Project Gutenberg EBook of Il processo Bartelloni, by Jarro License: Share Alike