E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from page images generously made available by the Google Books Library Project (http://books.google.com/) Note: Images of the original pages are available through the the Google Books Library Project. See http://books.google.com/books?id=FNM0AAAAMAAJ&oe=UTF-8 BIBLIOTECA RARA PUBBLICATA DA G. DAELLI VOL. XL. LA STREGA TIP. REDAELLI Propriet letteraria G. DAELLI e C. LA STREGA OVVERO DEGLI INGANNI DE' DEMONI DIALOGO di GIOVAN FRANCESCO PICO DELLA MIRANDOLA tradotto in lingua toscana da TURINO TURINI MILANO G. DAELLI e C., EDITORI M. DCCC. LXIV. AVVERTENZA DELL'EDITORE Giulio Michelet scrisse la leggenda della Strega, leggenda pi meravigliosa ed attraente che le stupide storie estorte coi tormenti dalle imaginazioni inferme di povere donne in delirio. Col suo profondo sapere del medio evo, il grande storico mostr come il diavolo fosse il necessario consolatore nelle dolenti tenebre di quell'et; come insegnasse segreti e rivelasse semi di futura scienza; come perseguitato dai signori e dai preti, contr'alla cui tirannide non era invocato invano, il diavolo diventasse uno spirito di Dio, quando serviva alla corruzione od alla avarizia sacerdotale. Cos gl'idoli, nei primi tempi della nova fede, furono ai preti or diavoli or santi, secondo che loro tornava. Non si pu leggere senza piet quello strazio di anime pi assetate di conforti, pi avide d'idealit, che veramente colpevoli. Il Michelet profonde le testimonianze non meno della scelleraggine che della stupidit inquisitoriale. Il _Malleus_ di Sprenger l'_Iliade_ della stregheria. Tutte le luride fantasie della ignoranza popolare, e tutte le imposture della catalessia claustrale vi andarono a metter capo. Mancava per nel Michelet la testimonianza di un filosofo, di un principe, di un uomo di stato, di un letterato che rannettesse le sciocchezze della credulit moderna alle favole della credulit antica, che velasse di bello stile e di reminiscenze classiche gl'instrumenti di supplizio che adornano le sale del sant'Ufizio. Questo filosofo, letterato, statista lo presentiamo noi ai lettori nella persona di Giovan Francesco Pico della Mirandola, che tra l'infinite sue opere, non essendo vero che tenesse mano a far monete false, volle pure inserire questa falsa moneta della _Strega_, con l'impronta e il colore della buona antichit. Giovanfrancesco Pico dalla Mirandola, figlio di Galeotto fratello di Giovan Pico, era nato, dice il Tiraboschi, nel 1470. Attese agli studj in Ferrara, dove di molto aiuto dovette essergli l'assistenza e l'esempio del suo zio Giovanni, che ivi fece lungo soggiorno. Dopo la morte del suddetto Galeotto fratel di Giovanni, che accadde nel 1499, Gianfrancesco gli succedette nel dominio della Mirandola. Ma Lodovico di lui fratello pretendeva di aver diritto a quel principato, ed egli avea un forte sostegno in Francesca sua moglie, figlia del famoso Gianiacopo Trivulzi, generale allora dell'armi di Francia. Unitosi dunque con Federigo suo fratello, e aiutato da Ercole I, duca di Ferrara, e dal suddetto Trivulzi, nel 1502, costrinse colle armi Gianfrancesco ad uscire dalla Mirandola. Il conte Lodovico fu ucciso in guerra nel 1509; ma Francesca insieme co' suoi figli si tenne ferma in quel luogo fino al 1511, quando il bellicoso Giulio II, stretta personalmente d'assedio la Mirandola, ed entratovi per la breccia, ne restitu il dominio al conte Gianfrancesco. Ma poco tempo ei lo tenne; che l'anno stesso vi rientr co' suoi francesi il Trivulzi, e Gianfrancesco di nuovo fu costretto ad uscirne. La decadenza dell'armi francesi in Italia gli fece riavere due anni appresso il due volte perduto dominio, e per mezzo del vescovo di Gurck, ministro di Cesare, si stabil un amichevole accomodamento tra' due contrari partiti. La pace tra essi per non fu di lunga durata. Nella notte dei 15 di ottobre del 1533, Galeotto nipote di Lodovico, seguito da quaranta uomini, sorpresa la Mirandola, ed entrato a mano armata nelle stanze di Gianfrancesco, che udito lo strepito, e sapendo ci che avea a temere, erasi gittato ginocchioni innanzi a un Crocefisso, a lui e ad Alberto, uno de' figliuoli di esso fece barbaramente troncar il capo e chiuderne in prigione la moglie e Paolo, l'ultimo de' figliuoli. Del valore filosofico del nostro Giovan Francesco, in raffronto al suo glorioso zio, udiamo il giudizio degli autori del _Dictionnaire Philosophique_ (Paris, Hachette 1844-52). _. . . Il inclina encore davantage au mysticisme biblique, et s'loigna d'autant de la philosophie ancienne, de la Kabbale et mme de la scholastique. La Bible est ses yeux la vraie, l'unique source de toute doctrine suprieure; seulement il admet une lumire interne qui en claire la lettre, mais qui l'claire si activement, que, sous son influence, l'esprit peut demeurer passif._ _Ses oeuvres unies celles du son oncle, ont t publies Ble en 1573 et 1601, en 2 vol. in fol._ _On y distingue le trait De studio divin sapienti, que Buddeus a rcommand la jeunesse studieuse par une dition spciale (in-8, Halle, 1702)._ _Les neuf livres _De prnotionibus_, imits du trait de son oncle contre l'astrologie, combattent galement cette vaine science._ _Les six livres intituls _Examen doctrin vanitatis gentilium_, sont dirigs contre Aristote en faveur de Platon, dont l'auteur n'admet pas, cependant, toutes les ides fondamentales._ Lo stesso Pico ha parlato delle sue opere in una lettera latina a Lilio Gregorio Giraldi, parente ed amico del nostro Giraldi Cintio, che ci parve bene riprodurre, cos perch porge un'idea dello scrittore, come perch, citata da tutti, non riportata da nessuno, e chi voglia leggerla, dee cercarla nel grosso volume dell'edizione di Basilea. Dell'opera che noi ristampiamo, ecco le notizie bibliografiche che d il Tiraboschi nella sua Biblioteca Modenese, T. 4, p. 117-8. _Dialogus in tres libros divisus, cujus titulus est STRIX, sive de Ludificatione Daemonum: ejusdem ad Leonem X de reformandis moribus Oratio; ejusdem pro asserendis a calumnia libris Dionysii Areopagitae Epistola: ejusdem ad excitandum genus humanum a vitae hujus somno ad futurae vigiliam, Carmen_, 1523, in-4. Senza data di luogo e di stampatore: edizione citata nel catalogo della biblioteca del re di Francia, e che probabilmente la stessa che quella fatta in Bologna, lo stesso anno 1523, da Girolamo de' Benedetti. La prima di queste operette fu l'anno seguente tradotta in lingua italiana dal celebre fra Leandro Alberti, domenicano, e stampata col titolo: _Libro detto Strega o delle Illusioni del Demonio. In Bologna per maestro Geronimo de' Benedetti_, 1524, in-4. Evvi innanzi una breve Prefazione del traduttore, e poscia la dedica da esso fatta alla molto illustre signora della Mirandola, Madonna Giovanna Caraffa Pica, moglie di Gianfrancesco, nella quale racconta che l'anno innanzi erasi nella Mirandola introdotto un giuoco detto la Donna, che andava a terminare in empie bestemmie, e in insulti fatti alla santa Croce, che gl'inquisitori avean perci dannati all'estremo supplicio gli autori di questa empiet, che essendosi molti di ci lagnati, perch dicevano, che frivole e calunniose erano cotali accuse, il conte Gianfrancesco avea voluto attentamente esaminare il fatto, e avendo conosciuto, che pur troppo eran vere le accuse, aveagli ci dato occasione di scrivere il presente dialogo. Esso fu poscia nuovamente tradotto in lingua italiana da Turino Turini da Pescia, e stampato in Pescia nel 1555, in-8. Martino Weinrichio, avendo avuto tra le mani una copia a penna del dialogo latino del Pico, la credette opera inedita, e ne fu per fatta l'edizione in Argentina nel 1612. Quest'opera non inserita nelle edizioni delle opere di Gianfrancesco. Noi alla nostra ristampa ci siamo valsi della traduzione del Turini, che scrive in buon toscano, e d una tal qual patina di eleganza alle pitture, un po' tetre, del signore infelice della Mirandola. Abbiamo qui una Strega in carne e in ossa, che negl'intervalli dei feroci interrogatorj, confessa alla buona i suoi ratti e i suoi amori con Lodovico. Vivissimo il carattere di Dicaste, l'inquisitore tutto benignit e mansuetudine, che _si riserba l'adirarsi al dassezzo_, e intanto va avvolgendo nella rete la sua _buona Strega_, per darla poi al fuoco, forse per grazia gi priva di spirito con l'indulgenza della strangolazione. Apistio l'incredulo che sa non avervi luogo n la ragione, n lo scherzo, e oppone per esser vinto. proprio un quadro di genere; e colto certamente in una delle sale del sant'Ufizio. Ai nostri d rifiorisce la stregheria nello spiritismo, e uno degli eroi il signor Home, passato dall'eresia al cattolicismo, se ne confessa e fa penitenza, tornando poi al peccato, tanta la forza che _lo leva a mezz'aria_, e il visibilio dei miracoli che in quel capogiro gli aliano intorno. Ma ora non si risica la tortura ed il fuoco; si risica sol la ragione. La superstizione non succhia pi il sangue, ma il cervello, e quando l'ha ben rassetto a suo modo, come la donna dipinta col sangue della sua vita nel _ritratto ovale_ di Poe, il cervello perfettamente ridotto all'ortodossia, e non ha che un difetto come la cavalla d'Orlando: morto. _Carlo Toli._ EPISTOLA de operibus literariis Ioan. Francisci Pici, et Ioan. Pici ejus patrui: Ioan. Fr. Lilio suo salutem. _Quoniam desideras ut meorum ordinem librorum exinuem [enarrem] tibi, morem geram, difficilem tamen eum ipsum ordinem inventu esse non ambigo, et si quibusdam voluminibus eorum qu olim a me Vuolphius extorsit, et in Germania formis excudenda curavit, aliquem per epistolam ordinem indiderimus: Absolutus tamen ille non est, nec plane integer, nec omnium omnino librorum. Nam postea multos composuimus, quos diversis temporibus, diversis etiam ex causis elucubratos, te in primis nosse opus est: diversis etiam in locis scriptos, nunc domi, nunc in expeditionibus, et tumultibus, etiam plusquam civilibus, et aliud post aliud volumen, et scriptum, et editum est, ut coherere ipsa inter se difficile te arbitrer judicaturum. Quare si hunc ordinem tibi narrare velim, vereor ne eum ab omni esse remotum ordine jure comperias. Materias vero singulorum operum, si sub examen revocavero, et ad instituendum in doctrin studiis hominem, et ad summum quod est in literis evehendum aptavero, ordinem fortasse illa ipsa inter se opera quempiam, nec forte omnino vulgarem videbuntur agnoscere. Dixi summum quod est in literis, non quod aut in me, aut ipsis in meis libris quicquam summum agnoscam: sed quia Dei lumine super nos signato, et identidem nostri affulgente oculis animi, in lectione optimarum literarum versatis, deprehenderim forte, quod sit supremum illud et summum: idque; ipsum aliis interscribendum ingesserim. Nam quicunque doctrin studiis addicunt sese, ut verum internoscatur a falso, dialectica opus habent facultate. Qua de re usui illis esse possum, quinque de logica institutione editis libris. Inde ad philosophiam sese naturalem prclara conferre solent ingenia, quo in genere composuimus. De Appetitu prim materi librum, et librum quoque de Elementis. Ac prterea de Anima rationali in Aristotelem scripsimus commentaria, et de Imaginatione volumen, de rebus autem Metaphysicis, et Theologicis in defensionem Ioannis Pici patrui, pro libro ejus de Uno et Ente libellum edidimus, et ejus Apologiam a Petri Garsi calumniis vindicavimus, librumque revelationum Hieronymi a Samuelis Cassinensis impugnatione defendimus; pro quo etiam ab laqueo excommunicationis eximendo, duos libros edidimus. Cterum de causis calamitatum nostr tempestatis librum scripsimus, in quo et inanes, et perniciosas cum vulgi, tum Mathematicorum opiniones eliminavimus. Librum etiam de Divina providentia in quo primum, quid Aristoteles et Averrois decreverint, narravimus: deinde quid nostri ea de re Theologi, et sanctius, et verius sanxerint, nostra quandoque intermiscentes ab eorum dogmatis non abhorrentia. Attamen quia possent homines, per inanem decipi philosophiam, vel ei nimio plus incumbere, idcirco ut a minus utili studio avocentur, et ad id quod in votis omnium literatorum debet esse, se totos vertant. Duo de Studio divin et human philosophi libri sequuntur. Quoniam vero ii fortasse minus subtiliter scripti videri potuissent. Sex in Examen vanitatis doctrin gentium et veritatis Christian disciplin libri editi sunt: quibus humana omnis sapientia ducitur incontroversiam: quorum in librorum initiis potissimum, et inter disputandum spenumero, sed semper in finibus, nostr literas et dogmata religionis asserimus. Sed ne magis confutasse falsa quam vera comprobasse reprehenderer, in eo quo plus et oper, et temporis posuisse, quam in hoc ipso, scilicet, ut assererem nostra: Theoremata de fide et ordine credendi publicum arripuere. Verum quoniam fides nisi amore nitatur, mortua dicitur esse, quatuor de Amore divino libri, sese ingerunt alacres: quo cum pervenerit humani excursus ingenii, tum progredi non datur ultra, sed nec retrogredi quoque fas est. Verum usque morari, in ipsoque versari et consentaneum est, et apprime necessarium. Amanti autem incumbit, ut ipsum conservet amorem, ut sese in aliquo exerceat, ut caveat qu amori possint officere: propterea non deerunt Epistolarum varii generis libri septem, si tamen inter epistolas reponendi sunt. De Imitatione ad Bembum libelli duo. Non deerit et opus aliud in novem distinctum volumina, cui titulus est de Rerum Prnotione, quibus van et noxi prsensiones confutantur, et ver ac religios comprobantur. Nec etiam deerit qustio Parisiensi propemodum exarata stylo, in qua de Prsensionibus genethliacis, deque omni eiusmodi vanitate disputatur, libellum quoque eodem pene stylo edidimus, tempore dissidii in Iulium Pontificem concitati: quo per conclusiones seu mavis speculationes aut theoremata nuncupare, de suprema authoritate differebatur: titulus est resolutio potestatis ecclesiastic, sed ei manum extremam nondum indidimus. Adhc de Imaginatione libri ultima pars suffragabitur, ut van repelli phantasi queant, et tres libri de Morte Christi et propria cogitanda: quibus tam imaginatio, quam mens, et dirigi facile possit, et erigi. Ac ne nimio timore qui solet plrunque esse noxius, angatur vit amatori deditus, regulas quas pro extrudendis conscienti scrupulis edidimus, ei profuturas facile coniectamur. Oratio item de Reformandis moribus ad Leonem Pontificem et Synodum Lateranensem edita, omni hominum ordini et maxime principibus viris commodo esse poterit. Carmina prterea de expellenda Venere heroico versu tibi dicata: quo in genere et de mysteriis coelitus in Germania lapsis cecinimus, eodem item carmine octo hymni editi sunt, quorum tres, qui sunt ad Trinitatem, ad Christum, ad Virginem, nostris quoque commentariis expositi, et elegiaco argumento quo quomodo aperti. Quinque alii Laurentio, Geminiano, Martino, Mari Magdalen, Antonio dicati sunt: Adnotationes prterea in sacra eloquia veteris et novi Testamenti fecimus. Adnotationes item in leges civiles et pontificias, non omnes, sed eas in quibus vel inventio, vel emendatio, vel clarior, aut uberior expositio, id ipsum mihi ut probe fieri posset suggessere. Hc adhuc sub incude tractantur. Sic et liber de Humana perfectione, ubi continentur cognoscendi, volendi, agendi, si non omnino numerosissima, ac certe utilia, et futura (sic arbitror) grata bonis ingeniis theoremata. Ad hc et ad S. Franciscum, et angelum custodem, et alium coelitem, hymnos carmine heroico scripsimus: qu aliis juncti undecimum referunt numerum duodecimum ad Paulum Apostolum meditamur hymnum. Atque ut illa omnia superiora, vel edita iam, vel proxime edenda sunt, ita adnotationes ips viventibus nobis fortasse nunquam exibunt: quoniam qui adnotandi et observandi finis erit, idem vit futurus est. Nostrorum quoque temporum historia eadem lege premetur, quoniam non deerunt tatis nostr progressus, quorum gesta chartis commendemus, eoque libentius posteris edend histori relinquimus curam, quod non solent ita stimari, Aristotele authore, et teste experientia, qu proxime ab oculis recessere gesta, si literarum monumentis referantur, ac ea qu aliquot antea sculis evenere, sed cum exoletis et antiquatis nimium posthaberi: Accedit quod qui vera scripturi sumus, offensam multorum sine ulla posteritatis utilitate facile contraheremus, quam quidem longa dies et prscribet, et abolebit. Sed enim particulares quasdam historias olim scripsisse recordamur, id est, vitam et mores, Ioanni Pici patrui, et Hieronymi, pro quo et adversus invehentem Samuelem unum, et duos de anathemate libros edidimus, ut qu de Grco vertimus in Latinum, et alia minoris cur monumenta prteream. Si desiderio tuo fecimus in parte satis, gratum habeo, si minus, alium hunc ordinem per artes liberales, et omnes human, et divin phihsophi partes diffusum intuere. In Grammatica, multa scripsimus in trium hymnorum commentariis, sive de ea parte ratio habeatur, qu loquendi regulas tradit, sive de ea intelligas, qu in exponendis versatur authoribus, cum histori, aut locorum, aut gestorum, aut temporum solent enarrari, ut mittam qu peculiari, et congruenti ordine rei Theologic, de qua hymnos cecinimus aptantur: Scepticorum etiam rationes, a nobis adversus Grammaticam relat sunt et paraphrasi quadam express in tertio examinis de Vanitate doctrin gentium. In eodem libro eorummet philosophorum in Rhetoricam artem argumenta declaravimus, ac duo de Imitatione libelli nostri etiam num pertinent ad Rhetoricam: et Oratio quoque ad Pontificem et Synodum, uti puto, non abhorret a prceptis Rhetorum. In Dialecticis, quinque adsunt libri logicarum institutionum, quibus in libris Aristotelem et qui ab eo fluxere, sum magna ex parte, nec minori diligentia secutus. Contra logicos vero et in 2 et in 3 Examinis de vanitate doctrin gentium ex Pyrrhoniis institutis multa disputantur. Et in 5 ejusdem operis contra libros posteriorum Analyticorum Aristotelis plurima exarantur: non jam ex Pyrrhoniis excursionibus, sed passibus ipso in Lyceo confectis. In Arithmeticam, Geometriam, Musicam, Ephecticorum aliorumque armis philosophorum, hoc est, gentium, gentibus ipsis bellum indictum est. In Astrologiam quae pertinet ad motus dimetiendos eodem in libro 3, de Vanitate gentium doctrinae fit excursio, propriis non alienis velitibus: quanquam mihi Ioan. Picus patruus auxiliares copias subministravit: Seorsum vero in quaestione, stylo prope Parisiensi edita, de triplici Astrologia disseritur. In quinto autem ex novem de rerum Praenotione libris, ipsa Astrologia divinatrix magno conatu rejicitur, in quo et si patrum mihi fuit auxilio, rependi tamen vices quo quomodo, dum Lucii in eum Bellantii eo ipso in libro argumenta retudi. In philosophia naturali, de Appetitu primae materiae secundum Peripateticos liber extat, et alius de Elementis, non juxta communiter philosophantium dogmata, quorum opiniones sub examine revocantur. De Anima rationali commentaria in Aristotelem perscripta sunt. In tertio quoque de Vanitate doctrinae gentium, scepticae in physicos et morales philosophos argumentationes explicantur, et ad moralem quoque Philosophiam tam ultima libri de Imaginatione pars, quam regulae adversus scrupulos, et adnotationes in sacra eloquia, atque in leges civiles et Pontificias pertinebunt. In sexto vero ejusdem examinis per omnes ferme libros Aristotelis discurrens, quae Peripatetici vocant indissolubilia ipsius philosophi argumenta, ea posse dissolvi (ni fallor) aperui, nec in naturalibus tamen modo libris, sed etiam in metaphysica facultate, ad quam pertinere etiam potest defensio de Uno et Ente pro Ioan. Pico patruo edita. Et de divina Providentia liber, quanquam proprie magis ad nostram is pertinet Theologiam. Ad quam etiam multa spectant ex libris de rerum Praenotione, et maxime ipsa de Fide Theoremata, ac ipsi quatuor de Amore divino libri, et tres de Morte Christi, et propria cogitanda, et duo de Studio divinae, et humanae philosophiae: nam mores et ipsi divinos indipiscendos concernunt, sicut et is quem inscripsi de Imaginatione, et alius cui titulus est de veris causis calamitatum nostrae tempestatis, et ad Pontificem Synodumque Lateranum oratio: et liber de humana Perfectione ad omnes fere literarias pertinens facultates. Sunt etiam nonnulli quos supra memoravimus libri, varia doctrina permixti, et maxime volumina epistolarum. In Theologia vero magis pura et antiqua magis, annotationes in sacra eloquia. In ea vero quae apud Parisios colitur, defensio Apologiae Ioan. Pici patrui, adversus Petri Garsiae calumnias: et quaestio de Astrologia: et resolutio supremae potestatis ecclesiasticae: et alia nonnulla sparsim. In jure autem civili et Pontificio, praeter adnotationes, duo extant de excommunicatione, et unus inter exponendum caput quoddam Hilarii in decretis Pontificiis repositum, cujus supra non memini, ejus tamen materia summe Theologica est. Porro in historia, nostrorum gesta temporum, et vita Ioan. Pici patrui, et Hieronymi: et praeter haec omnia, carmina quoque Theologica, quorum supra mentionem fecimus. Item nonnulla quae de Graeco vertimus in Latinum, Iustini martyris, et Chrysostomi, et Theophrasti. Atque haec ad annum aetatis nostrae, quem jam explevimus quinquagesimum, et humanae redemptionis, vigesimum supra millesimum, et quingentesimum. Ioan. vero Pici patrui mei opera, te non puto ignorare. Heptaplum, Apologiam, de Uno etiam et Ente librum, quae fuerunt, dum vixit, edita. Post ejus autem obitum a nobis instaurati sunt, duodecim libri contra Astrologiam, et Epistolae circiter quinquaginta, et unica Oratio. Quae autem nondum instaurata, haec habentur: in Psalmos commentaria, in quibus reficiendis assiduam operam impendimus, et multae quoque schedae fragmentorum, quae si faverit Omnipotens, collecturum me spero, ne pereant. Vale._ LA STREGA ALLA ILLUSTRISSIMA SIGNORA LA SIGNORA LEONORA DI TOLEDO DUCHESSA DI FIORENZA TURINO TURINI ABATE DA PESCIA SUO UMILISSIMO E DEVOTO SERVO. La fedelissima ed umil servit tenuta gi gran tempo da M. Baldassari Turini mio zio, e da mio padre maestro Andrea con la illustrissima ed eccellentissima casa De' Medici, prima con Leon X, poi con Clemente VII, rari e santissimi pontefici, continuata ancora con l'illustrissimo ed eccellentissimo signore il S. Cosimo duca suo gran consorte; nella quale sono prosperamente vissuti, e felicemente morti (eccellentissima signora duchessa; patrona mia singolarissima); ha mosso me, loro successore, che in essa devotissimo e umilissimo persevero con le eccellenze vostre, e con i vostri illustrissimi figliuoli, a dedicarle questa mia piccola fatica: pi per segno dell'affezione cordialissima, e della reverenza ch'io le porto, che perch io giudichi che la sia cosa degna di lei. Al che fare mi ha dato animo l'avere letto, essere stata usanza degli antichi di offerire le primizie de' loro frutti (come che ei fusseno) a quei grandi eroi, che pi avevano in venerazione, e il vedere tutto giorno che non si sdegnano i fugaci fiori della terra, e le umili frondi di mirto e d'alloro negli onori de' divinissimi tempj e de' santi altari. Questa poca fatica, eccellentissima ed illustrissima signora, per due cagioni ho io preso a fare; prima per fuggire l'ozio (radice e fondamento d'ogni male), poi per giovare generalmente a quegli che non hanno la lingua latina: scoprendo con essa gl'inganni dello invidioso demonio, nemico dell'umana generazione, acciocch l'uomo possa guardarsi, intesi i vari modi ch'egli ha usato, e che continuamente usa, per indurlo con perverse vie, con diaboliche lusinghe e falsi diletti a farsi adorare, per farlo nimico al suo Fattore, in dispregio della nostra santa religione e del vero culto di Dio, contra il quale, avendo noi sempre continua battaglia, armati della santissima fede, faremo pi sicuramente resistenza, sendo per questa ancora avvertiti delle sue insidie, delle fraudi, e delle vane apparenze de' falsi e mortiferi piaceri, degl'infiniti lacci che sempre ci tende: come vostra eccellenza potr qui (per l'esame di quella scellerata gente che gli d in preda) conoscere nella storia di questo libretto. Quella adunque non si sdegni d'accettare questa picciol cosa che le offerisco per segno della mia fedelissima servit. E cos, pregando Dio che le doni felicit in questa e nell'altra vita, le bacio umilissimamente le onoratissime e illustrissime mani. AL REVERENDO SIGNOR ABATE TURINO DE TURINI ANTONIO BUONAGRAZIA CANONICO DI PESCIA. _Ritrovandomi, signor Abate nipote carissimo, alla usata solitudine nella villa mia di Corsigliano, dove poco innanzi che arrivasse il suo servitore (il quale mi portava la traduzione del dialogo dell'illustre S. Giovan Francesco Pico della Mirandola, sopra le Streghe, che V. S. ha fatto a fin che io la vedessi), vi era arrivato lo eccellente dottore fisico e medico M. Pompeo della Barba, amicissimo mio, per avere da me delle marze da innestare dei frutti diversi che qui si ritrovano, dal quale anco la desiderava che fusse vista; ed essendomi io a sorte ritirato (per fuggire questo sole di marzo non troppo lodato per la sanit) all'ombra della spelonca de' miei boschi, con i miei famigliari della villa, Plinio, Columella, M. Varrone e Palladio, vedendo chi di loro meglio trattasse la coltura delle viti, e insegnasse i modi dello innestare, la variet de' frutti, opera a questo tempo convenientissima, subito posti da parte i libri della agricoltura, amenduni ci ponemmo a leggere la sua traduzione, e avendola accuratamente letta e considerata, ci parso (per quel poco che conosciamo) che V. S. abbia fatto bella e dilettevol fatica, nel tradurre di latino in toscano, quel divino e illustre signore autore del libro, ch'ella ha preso a tradurre: signor veramente, fra i rari e dotti ingegni del suo tempo, rarissimo e dottissimo, come si vede per le molte opere sue. E io ne ho preso tanto pi piacere, quanto che mi ha rinfrescata la memoria, che vive sempre in me di quei magnanimi signori, appresso de' quali io sono stato gi molto onorato fra gli altri servitori di quella casa illustre: avendomi eletto il signor Galeotto Pico signor della Mirandola, pi anni fa per suo agente e secretario appresso il cristianissimo re Francesco, e onoratissimamente intertenutomi alcuni anni in quella corte per il suo servizio appresso di sua maest. Laonde mi trovo molto obbligato alla sua felice memoria, e a tutti i suoi illustri figliuoli e discendenti. Piacemi particolarmente poi, per l'interesse della signoria vostra, considerando che ella vuole mostrare al mondo che in lei si verifichi quel detto,_ Qui viret in foliis venit a radicibus humor Sic Patrum in natos transeunt cum semine mores. _E questo dico, perch avendo ella avuto un padre tanto virtuoso ed eccellente, che per il merito delle sue rare virt, oltra l'avere tenuto le prime cattedre degli studj d'Italia, fu anche chiamato (come sa ognuno che conobbe maestro Andrea Turini), e tirato al consiglio e servizio di due sommi Pontefici, Clemente settimo e Paulo terzo, con tanta onorata provvisione. Laonde, avendo conosciuto il prefato Clemente la molta sufficienza, la intera fede e le sue rare virt, lo mand in Francia al servizio, alla cura ed ai secreti di Caterina sua nipote, illustrissima duchessa d'Orliens, oggi serenissima regina di Francia, con provvisione di mille scudi d'oro, ove non stette molto tempo; ch avendo conosciuto il Cristianissimo re di Francia i meriti delle sue virt, lo elesse fra gli altri eccellenti e nobili, ch'egli aveva, per suo particolar medico, e non con minor provvisione di quella del sommo Pontefice. E s'io mi volessi stendere agli altri virtuosi suoi meriti, mi bisognerebbe pi tempo ed altra occasione che di una semplice lettera. Piacemi per non mi stendere in lungo che la S. V. nata di quello arbero, a sua imitazione, cerchi di fare frutti simili a quello. Piacemi ancora che la non voglia degenerare, oltra il padre, dalla natura e dalle belle opere del reverendo M. Baldassare Turini suo zio, il quale per i meriti delle sue virt, fu da Leone X pontefice massimo eletto per suo Datario, uffizio di tanto onore ed importanza quanto sa ciascuno che ha pratica della corte di Roma; per le quali fu di poi ancora eletto da Paulo terzo, pontefice massimo, cherico di camera, e segretario apostolico, alle opere del quale obbligatissima di perpetua e grata memoria la terra nostra, s per gli belli ed onorati edifizj, come anco per avere rinnovato la memoria (gi spenta per le passate pesti, e per gli gravi incendj di guerra) degli ecclesiastici onori di quella, avendo sua signoria reverenda (con il mezzo e favore di Leone X) di nuovo eretto il collegio de' canonici, che gi anticamente era onoratissimo nella nostra collegiata chiesa di S. Maria Maggiore, con tanta dignit ed onore (come ciascuno pu vedere), _in jure canonico_, nel Decretale al _Cap._ _Per tuas de Arbitriis_, gi sono anni circa CCCLX, nel pontificato d'Innocenzo terzo, pontefice massimo, e fatta tutta questa nostra provincia di Valdinievole di nessuna Diocesi, onorato il Collegio, non solo del Prelato, che a guisa di Vescovo, celebra con ogni sorte di episcopale ornamento, e ch'esso Prelato insieme con i suoi Canonici, abbia facolt di conferire i benefizj della sua giurisdizione, e che in detta Collegiata vi siano sette dignit, cio Proposto, Arcidiacono, Priore, Tesaurieri, Arciprete, Decano e Primicerio, con altri dodici Canonici, tutti giudici delegati, ed altri onori che io lasso, per non essere tedioso. Alle cui virtuose opere, non potendo la S. V. rendere altre grazie, n altre gratitudini, in altro miglior modo, assai ne render ella se (come ha cominciato) seguir onoratamente le pedate dell'uno e dell'altro, col virtuoso, onesto e religioso vivere: al che fare con tutto il cuore la esorto. Mandole il Sonetto che ella ha ricercato M. Pompeo che ei faccia sopra la detta opera. Il quale pu ella veramente accettare pi tosto da questa occasione di essersi trovato qui oggi che da lui, sendo nato in questi boschi dilettevoli, per avere egli un pezzo fa dismessi questi studj piacevoli, occupato in cose di maggior pregio. Vale._ _Di Corsigliano gli XV di marzo del M D LV._ Lugubri carte, a voi dogliose strida Di miseria e d'orror non sia chi neghe, Tristi lai, mesti accenti, atroci grida Maggiori or pi l'antica et non spieghe. Al pi barbaro Scita omai si pieghe L'animo fero; a cui la mente infida Di il freddo ciel, poi ch'el men reo ci affida A crude serpi, a velenose streghe. A che cercando gir verso Aquilone, Di crudo antropofago, o d'arimaspe, O se pi feritade altrui s'ascrive? Se d'un mostro ciclope, o lestrigone (Che pasce il sangue uman) pi crudel aspe Nel nostro clima in mezzo Italia vive. GIOVANFRANCESCO PICO AL SUO MAINARDO S. _Pur ora, o Mainardo, ho scherzato sopra cose gravi, se noi giudichiamo per che tanti uomini famosi, s gentili come cristiani, che hanno scritti Dialogi, abbiano scherzato. Come si sia, a me par che questo genere di scrivere sia un giuoco, quando io lo comparo a quelli che si disputano con maggior gravit, dove si tratta delle cose stesse, se siano in natura, quel ch'elle siano; donde dependino, e quello che abbino dentro, o gli accaggia di fuori. Essendo una volta domandato (ragionandosi sopra le mie opere) per qual cagione io non scrivessi in dialogo, ma in orazione continuata, per capi, per conclusioni, ad alcuna cosa ancora per quistioni e annotazioni, dissi liberamente piacermi pi lo spartire la cosa di che si tratta nelle sue membra, e ch'el dialogo mi pareva simile alla Poesia: quantunque io sappia che tal volta le favole si sogliono scrivere in orazione familiare, e tal volta ancora le cose ben gravi in verso; il che osservammo ne' nostri inni, e in questa che facendo poco fa, la quale ora ti mandiamo per trattenimento nell'ozio. Ma cos, come non mi cosa nuova che quella finzione che si mescola nel Dialogo non bugia (accennandosi tacitamente a chi legge per il nome la cosa non essere stata appunto come si narra, ma cos facilmente potuta essere); cos ancora non mi dubbio ne' Dialogi usarsi quell'ordine che conviene a conoscere la natura delle cose, ma pi tosto si presuppone dottrina confusa, che in un certo modo paia rassimigliarsi alle similitudini di Anassagora. Questo modo di scrivere fu appresso de' Greci in molta stima (nondimeno l'animo umano desideroso della variet con la quale massimamente lo allettava, e tratteneva l'eloquenza socratica) per raccorre naturalmente (quasi come se dicessi in un corpo) le cose sparse. La quale facondia di dire per essere da me lontana, mi fece anco discostare da quella sorte di scrivere; pure al presente mi piaciuto tentarlo, dandomisene buona occasione per le illusioni, e per i malefizj delle streghe, commessi pochi mesi sono nel nostro distretto, dalle quali l'opera s'ha acquistato il nome di Strega, ovveramente, se pi ti piace, degli inganni de' Demonj, dal quale incitati correvano a gara tutti quelli che si dicevano essere portati al giuoco di Diana (oggi detto l'andare in corso), cosa certo nel nome diversa da quella antica impiet; ma s'ella sia di natura differente o no, e come si debba giudicare che sia, o simile, o dissimile, s'intender nel procedere. Dirassi parimente che cosa abbia comune con l'altre antiche superstizioni de' gentili, quel che le sia aggiunto per nuova malizia dal Demonio maligno, nimico dell'umana generazione, e quanto si accresca alla verit cristiana nel scacciarlo: che se ti parr insieme con gli altri miei amici giudiziosi e dotti, che io non abbia perduto questo tempo di circa dieci giorni che ho spesi in queste tre dispute, ovvero pi tosto libretti fatti in dialogo, forse che scriveremo ancora, avendo tempo, dialogi d'altre materie. In questa operetta, dove sentirai parlare la Strega, credi veramente d'udire la storia pura, la quale, parte ho vista con gli stessi occhi, e parte udita con questi orecchi, mentre che mi si leggevano i processi. Ma per non ti menare in lungo e discosto da lei, odi Apistio, Fronimo, la Strega, e Dicaste disputare insieme degli inganni de' Demonj._ LA STREGA DIALOGO INTERLOCUTORI APISTIO, FRONIMO, STREGA e DICASTE. APISTIO. Fronimo, dove corrono l tante persone per la piazza dell'erbe? FRONIMO. Accostiamoci un poco, che intendiamo la cagione di tanto concorso; poca pu essere la perdita di s pochi passi. AP. Non saranno pochi se andiamo insino alla chiesa che si cominciata alla Vergine madre di Dio, a cui si dato il nome di santa Maria de' miracoli; per che ci si fa pi d'un miglio. Parmi di vedere alcuni di quella compagnia che si hanno eletto la stanza a detta chiesa; per m'imagino che tutti quelli che noi veggiamo vadano col. FR. Credo che tu dichi il vero, perch, s'io non m'inganno, ho visto fra la moltitudine de' fanciulli, i famigli che servono al vicario del vescovo; ma che danno ce ne pu egli mai avvenire d'andare in fin col? anzi pi tosto credo io ci sar utile, se non grande, almanco tanto che, quando torneremo, aremo voglia di mangiare; ma forse che porter la spesa, che saria facil cosa intendessimo qualche novit, perch io penso che sia presa una strega, e che tanto popolo insieme con i fanciulli corra a vederla. AP. Oh, abitano streghe in questi luoghi? certo che per vederla non mi sarebbe grave l'andar dieci miglia. FR. Se dunque tu non n'hai mai viste, ora potresti vederne. AP. O s'egli avvenisse che io potessi trovare uno uccello che gi con tanta diligenza ho cerco, n mai ritrovato? FR. Che uccel di' tu? AP. La strega. FR. Burli, Apistio? AP. Credimi ch'io dico da vero e non burlo, che il vedere una volta quello che non videro mai gli antichi, debbe esser caro ad ognuno, e massimamente a chi curioso. FR. Adunque tu non sai quello che sa tutto uomo? AP. Credi ch'io voglia attribuirmi d'aver notizia di quello che tanti grandi uomini e dotti affermarono non aver mai potuto n pigliare, n sapere quel ch'egli si fusse, se alcuni per mai ne presono? FR. Che cosa? AP. L'uccello Strega, perch ancora che io abbia letto: L'infami con la carne ali di Strega; [De lib. de trasf.] Che il timido assiuol, che la notturna Strega si lagna, e suona in mesti lai. [Da Lucano.] e quell'altro: E 'l tristo augurio d'infelice Strega E 'l cor de l'assiuol mesto e doglioso. [Dalle tragedie di Seneca.] e ancora: Gl'interior cavati a viva Strega. Avvenga ch'io sappia ancora solersi mandare anticamente per maledizioni, nondimeno quel che sia, e che natura ell'abbia, non lo so: e Plinio si pensa che sia favoloso quel che si trova scritto delle streghe, che mettino le lor poppe in bocca a' bambini, e dice invero non sapersi che uccello sia la strega. FR. Maravigliomi, vedendoti pratico ne' poeti, che tu non abbi letto come anticamente le streghe si solevano cacciare dagli usci con una mazza di spina bianca, e che sono uccelli ingordi col corpo grosso e gli occhi fissi, incavati, il becco torto, le penne macchiate di bianco, e l'ugne adunche, e che si chiamano streghe dall'orribile stridire che fanno di notte: vedi adunque che pur si trova scritto come ella si chiami, e perch, e qual natura, e qual forma sia la sua. AP. Tutto intendo, ma queste streghe son forse d'un'altra sorte, e di natura diversa, perch si dice che queste bevono il sangue de' bambini, e non che gli munghino le lor poppe in bocca; onde disse colui, [Ovidio] Volan' di notte, e i pargoletti figli Guastano in culla a le nutrici assenti, Gli ingordi petti empiendo e i crudi menti Del sangue nostro tinti, e i fieri artigli. E che queste cose siano state osservate in fino al tempo degli eroi, mi muovono a crederlo quei versi: Venner di Proca drento a l'ampio tetto, Di poco nato il figlio ivi trovaro Lasciato loro in preda, e 'l miser petto Votar di sangue, empiendo il ventre avaro. Gridando aiuto l'infelice astretto Tra crude man, l corse al grido amaro La nutrice smarrita, e 'l figlio vede Guasto che tardi omai soccorso chiede. [Ovidio] Non ti pare egli che quei versi, tanto diversi in fra di loro, dimostrino ancora la natura diversa e contraria delle streghe? Quelli si poteva giudicare che fussino uccelli amorevoli, facendo l'uffizio della balia, e questi altri si pu dire che siano molto nocevoli, che, bevuto il sangue de' fanciulli, gli facciano morire. FR. A me pi tosto pare che sia fabuloso l'uno e l'altro, ovveramente se alcuna verit nascosta sotto la favola, credo che non manchino tal sorta d'uccelli, n mai sieno stati trovati, ma canzona, e baia che Trasfigura in uccel la sciocca vecchia. Penso ben pi tosto, che quelli stessi uccelli per opera di demonj maligni apparischino in forma di balia che cerchi d'ingannare, e tanto pi che quel demonio falsamente creduto Iano insegn il rimedio del fascino, tre volte toccando gli usci, e altrettante segnando i sogli con foglie d'arbatro, spargendo l'acqua su l'entrata, e l'altre cose macchinando che non erano sacre, ma portenti esecrabili, avvenga che anco i medici ne parlino, onde si legge quello: In oltre se la Strega a notte oscura Preme in bocca il veleno al picciol figlio Mungendo l'empia a s la mamma impura; [Da Quinto Sereno.] e cos usano di fare le streghe del nostro tempo; quando si dice che son portate al giuoco di Diana, guastano i fanciullini nati di poco che piangono nelle culle, di poi gli soccorrono col rimedio; le quali cose mi pare che abbiano avuto origine da queste, e che eziandio il nome loro sia derivato da quelle, conciossiach le donne che fanno tal eccesso, appresso di noi, e per tutto abbiano avuto il nome di strega. AP. Parmi adunque, Fronimo, che tu sia ingannato dal medesimo errore che sono aggirati la maggior parte de' nostri, credendo tu per vere le cose che sono dette dal volgo: io non so che donnicciuole si siano queste che volano a' conviti, e agli abbracciamenti delle fantasime nella notte pi oscura, dalle quali sian guasti i bambini. FR. Non dir cos, perocch quello che hanno per cosa certa molti uomini dotti, esperti e dotati di buoni costumi, e che apertamente lo confessano, non debbe credersi che sia errore. AP. Certo che io non sono mai stato fatto capace a credere queste cose. FR. Per che ragione? AP. Perch mi par cosa da ridere, che fatto un circolo, e untosi il corpo con esso uno unguento, non so in che modo, e dette mormorando non so che parole, si mescolino coi demonj e che quelle ribalde cavalchino la notte sopra quel legno, col quale si concia il lino e la canapa, sopra capre, sopra becchi, o sopra montoni, e che altre siano portate per l'aria pi veloci che il vento. E che si trovino nelle congreghe di Diana e delle Erodiadi a scherzare, mangiare, bere, e a pigliare disonesti piaceri. Ma avvertisci che come io ho inteso, non vi vanno tutte ad un medesimo modo; imperocch dicono alcune esser portate per la pi alta regione dell'aria, altre pi presso a terra, e altre affermano andarvi con l'animo e non col corpo, e essere posate sopra il lago Benaco in monti altissimi: meravigliomi che non abbino detto sopra il monte Micala a star con Talete, o sopra Mimante con Anassagora. Alcune altre dicono esser portate all'arbore di Benevento, oggi detta (se io non mi inganno) la noce di Benevento. [Da Cice. de. le. de. le. II.] Ma quale la causa che non son poste pi tosto nell'Arpinate, essendoci pur pi vicino alla quercia di Mario? e se non grava loro l'andar pi lontano, perch non vanno elleno alla quercia d'Alessandro nel Cheronesso? In oltre si dice che abbiano a fare coi demonj, li quali essendo (pur come io credo) senza corpo, come possono esser tocchi? Che libidine, e in che modo possono le donne di carne con una certa loro imagine vana pigliare diletto? Le fantasime so io che sogliono scherzar coi morti, ma non gi con vivi. FR. Credo che se io mander a terra i tuoi argomenti, che tu cederai. AP. Certo s. FR. cosa d'uomo ragionevole lasciarsi persuadere e fermarsi, per le ragioni, per gli esempj, per l'autorit de' maggiori, confermata dal comune parere. E questo tanto pi si appartiene a chi ha ingegno, e che ha dato opera alle lettere: se io adunque per i tuoi medesimi fondamenti ti far credere quello di che ti fai beffe, che dirai? AP. Arrenderommi, e porgerotti le mani. FR. Credo che mi doverai porgere anco i piedi. AP. Non nelle pastoie. FR. Cotesto non desidero gi io, ma s bene che tu venga nel parere mio (come si suol dire) e con le mani e coi piedi. Questo arei caro che facilmente mi succedesse. AP. Ogni cosa potrebbe essere, se mi attenderai quello che ti presumi. FR. Parmi vedere per i ragionamenti passati, che tu abbia molto bene per le mani i poeti, e similmente la filosofia. AP. Cotesto non mi attribuisco io d'avere i poeti su per le dita; perci che tanto il fare professione di tal cosa, che chi non sa niente non debba attribuirsela; perch principalmente bisognerebbe avere la lingua greca e la latina, dipoi sapere i profondi sensi della pi nascosta filosofia, delle quali cose pieno il poeta, e massimamente Omero, il quale intendo essere stato dichiarato con gran comenti da Aristotile, e da alcuni altri filosofi stoici. Intendo ancora Plutarco essersi sforzato di mostrare in un libro assai ben grande, che quel cieco ebbe ogni scienza, ogni arte, e finalmente che seppe tutte le cose umane e divine; per la qual cosa, cos come io nego d'aver quella tal cognizione, cos ancora confesso che alle volte, quando ho avuto tempo, mi sono esercitato fra loro, ma solo per aver notizia delle lingue, per cavarne (sendo pur anco occupato in altro) alcuni ammaestramenti accomodati a' costumi, per non parere dipoi nel cerchio degli amici ignorante delle lettere, quando vien occasione di parlare. Se io non ho avuta quella filosofia che nascosta in loro, l'ho almanco tocca, e (come si suol dire) l'ho gustata con la sommit delle labbra. FR. Non stimo che tu dica questo n per arroganza, n per ironia, ma per la verit, la quale posta da Aristotile nel mezzo di quei duoi vizj: per che tu non fingi di non sapere nulla, n anco ti vanti di saper ogni cosa, e quel che dici della cognizione de' poeti non repugna al vero; perch Platone stesso, e Aristotile son pieni d'autorit d'Omero, d'Esiodo, di Simonide, di Pindaro, d'Euripide, e d'altri poeti; per dubito che tu finga non avere quella filosofia che hai abbracciata: laonde io giudico che tu abbia molte pi cose riposte, che non mostri in apparenza. AP. Abbiamo alle volte da natura, senza studio nissuno, o le virt, o le cose simiglianti a quelle. FR. Per questa risposta mi hai dato maggior sospetto. AP. Che sospetto? FR. Che io dubito parlare con un filosofo; pur nondimeno io lo lascer da banda, dando principio al nostro ragionamento; se vuoi per promettermi di rispondere a quello che ti domander circa la prima disputa. AP. Prometto risponderti. FR. Hai tu mai letto appresso d'Omero, quando Ulisse and a' popoli cimmeri? AP. Certo s, a quella gente che abita nell'aria caliginosa e nera, dove il sole mai non arriva coi raggi. FR. Che vi fece? AP. Molte cose. FR. Non sono eglino questi i versi, a dirli nella nostra lingua? Io dal fianco la spada trassi allora, E una fossa cavar mi presi cura Ivi sotterra un gomito a misura, Spargendo i sacrifizj a l'ombre fuora. [Dell'xi dell'Odissea.] Tu hai detto benissimo e 'l senso, e le parole. FR. I giuochi, e i balli di Diana con le Ninfe sue compagne, credo che tu gli abbia trovati scritti pi d'una volta. AP. Credi bene. FR. Cos anco che tu abbia letto l'abboccamento di Venere e di Anchise; e come in quei tempi antichi dicevano molti eroi esser nati dai lor bugiardi Dei. AP. E cotesto anco ho visto pi volte. FR. Quelli che al tempo degli eroi, si dicevano essere stati in pregio, ingannavano in vari modi gli uomini dati alla vita rustica, e pastorale, come erano la maggior parte di loro;, in questa guisa parimente avea quel demonio in forma di Tetide (creduta da quelle genti dea marina) ingannato Peleo pastore, il quale come cant quel Poeta. [Ovidio.] Poco lontan dalla cittade intento Sol dietro a quella in una ombrosa valle Lasci il bel gregge suo, lasci l'armento. E acciocch manco s'accorgesse dell'inganno gli fu insegnato da un altro demonio che pigliava diverse effigie, chiamato Proteo, in che modo avessi a fare a pigliare Tetide, che Cento abiti mutava, e cento forme; [Ovidio.] ma nota questa altra fraude, che lo ingann anco maggiormente: non volse usare seco sotto nome di stupro, o d'adulterio, ma finse di fare matrimonio. La qual cosa da Esiodo fu scritta in versi, come si legge nelle memorie greche, e di qui facciamo noi buona coniettura che lo Epitalamio di Catullo, sia cavato da Esiodo; il che ci mostra anco la qualit del verso, avendo in s quella antica facilit. Mostralo parimente lo studio di Catullo nell'imitare i Greci, di sorte che abbia fatte latine l'elegie intere di Callimaco, ora pigliandone il senso, ed ora le parole. Cos facilmente ancora il demonio ingann Paride pastore sotto la forma delle tre dee, che come disse Coluto Tebano nel libro della rapina d'Elena: Non sol pascea le pecore, ma i tori, e andava vestito che pareva rozzo guardiano di pecore e di buoi, [Da Platone] come egli scrive a dilungo. Cos l'anello rivoltato verso la palma della mano fece invisibile quel pastor di Lidia che commise l'adulterio con la regina: onde manifesto che i demonj pigliavano varie forme, ora di quelle che chiamavano Dee, ora di Ninfe terrestri, ora di marittime [Da Catullo], le quali, perch eran credute star per lor natura ascose sotto l'acque, uscivano talora fuori dell'onda biancheggiante infino alle poppe per essere vedute: e per pi infiammare altrui apparivano anco in forma di nuvola, come dicono le favole che fece Giunone a Issione. Donde finsero essere uscito il Centauro. Alcune altre apparecchiavano illusioni ed incanti per ingannar con essi le genti, e per schernirle a doppio gli insegnavano cos a' dotti come agli ignoranti; n si trovava alcuna imagine falsamente stimata divina, che con le sue lascivie non accecasse quel secolo rozzo, conciossiacosach noi sappiamo che Diana stessa (il giuoco della quale or noi scopriamo a onta e dispregio del demonio) fu liberale della virginit che fingeva d'amare, forse per incitar quelli ch'abborrivano la lussuria. Cos anco sotto nome della luna, che senza dubbio alcuno era Diana diceano Endimione essersi ghiaciuto seco. Similmente accenna Firmico, Ippolito avere avuto a far seco sotto nome di Diana, ch pensava aversi a referire a questo, cos anco il nome di Virbio. Il luogo dov'era stato sepolto, cercato con tanta diligenza, e la cura di Esculapio con tutte quelle simili altre cose, tutto crede doversi attribuire alla vanit del demonio, se per ne fu mai cosa nessuna, ogni cosa si debbe riferire alla favola, e questo Esculapio ben fu rimeritato secondo il premio che si d a' magi, cio d'una morte orrenda; imperocch tutti gli autori si accordano che fusse percosso dal fulmine, ma son bene in contesa per quale errore commesso contro agli dei ci gli avvenisse. AP. Virgilio disse per avere ritornato in vita Ippolito, e Plinio, i figliuoli di Tindaro. FR. Stesicoro, Paniasi, Polionto, Flilarco, Telisarco, e gli altri dissero altrimenti, e che per altra cagione Esculapio fusse fulminato. AP. Dillo per tua f se l'hai a mente. FR. Sono alcuni che vogliono che Esculapio fusse percosso per aver reso la vita a Tindaro, non a' figliuoli. Stafilio disse che non ritorn in vita nissuno, ma che san Ippolito che fuggiva da Trezene, e per quello fu morto. Polianto volse che ci gli avvenisse per avere guarite della pazzia le figliuole di Preto; Filarco, per avere dato aiuto a' figliuol di Fineo. Quelli che volseno lui avere atteso a rendere la vita, la maggior parte di loro disse, per averla resa a quelli che morirono nella guerra di Troia: altri a quella di Tebe. Volse Telesarco, che ei fusse fulminato per essersi ingegnato di risuscitare Orione, ma non per essergli successo. Ci ancora l'opinione di Pindaro replicata da Tertulliano, che diceva Esculapio essere stato saettato dal cielo, perch egli esercitava la medicina per nuocere, e cos troviamo la morte di costui essere pi varia che quella di Romulo; nondimeno l'uno e l'altro di loro fu fatto Dio dai Gentili, quantunque l'uno fusse ladro, e l'altro mago. Laonde molto mi maraviglio che quell'uomo eccellente (del qual si ricordan gli avoli nostri, non si sapesse guardare da tal cosa) che con tante spese di non so che principe, a cui aveva promisso di rappresentare tutta la guerra Troiana, con l'assedio d'Ilio, mentre che disegnava il circolo per mostrare dove alloggiava Achille, e dove Ulisse, fu rapito da' demonj, n mai pi comparse. [Dell'xi. de l'Odissea.] AP. Tu mi dici cose maravigliose. FR. S, ma vere. Perciocch quel principe mand a cercare del detto uomo in vari luoghi d'Italia, di Germania; e dove non mand egli? E poi che il maestro and in malora, un suo scolare capit in questa terra, che ci lasci il seme de' suoi malefizj, che infino al tempo mio si sono mantenuti. Imperocch chi fusse ito a lui per ritrovare un furto, dipingeva l'imagine del ladro, e dette certe parole sacre sopra una guastara d'acqua, vi mostrava drento la figura, il vestire di colui, e tutto il modo che aveva tenuto nel rubare. Se noi andassimo dieci giorni a dilungo insieme, non crederei che mi bastasseno a raccontarti tutte le cose che io avvertii; e le insidie del demonio in diversi modi; non senza giustissima cagione chiamato Satan, che sempre vada macchinando contra l'umana generazione, cos in tutte l'altre cose, come ne' piaceri di Venere, dei quali dicevamo di sopra. Che chi gli nega come ostinato, contrario a tanti uomini, che dicono non avergli gi provati essi, ma bene fanno fede d'averlo inteso da chi n'ha fatto l'esperienza, chiamato sfacciato da Agustino (testimonio famoso) al quindicesimo libro della citt di Dio, dicendo che i Silvani ed i Fauni (volgarmente detti Incubi) di molte volte sono stati maligni verso le donne, e che le hanno desiderate, e finalmente sono giaciuti con loro; e che alcuni demonj (chiamati da Franzesi Dusi) del continuo vanno cercando tal disonest, e mettonla ad effetto. AP. Seguita di grazia. FR. Circa il volare per l'aria, credo che tu abbia ancora udito, e forse letto, Abari sopra una saetta essere venuto in Italia, a Pittagora dal tempio Iperboreo di Febo. [Da Iamblico. De lib. de la setta Pittagorica.] AP. E questo anco so che scrisse un certo filosofo platonico. FR. Se ti ricordi cos bene di queste cose, facilmente concederai il resto, perciocch dobbiamo credere tutta quella negromanzia d'Ulisse avere avuto origine dal circolo; di modo che tu intenderai queste finzioni di formare il circolo non essere cosa nuova, ma antiche apparenze, o favole che vogliam dire, le quali cose cercano d'imitare ancora i poeti latini, imperocch Scipione similmente introdotto a cavare la terra mossa con la spada, e tutto quel che segue ad imitazione di Ulisse [Da Silio Italico]. Ma chi ha visto i versi d'Orfeo, dove parla de' ragionamenti dell'ombre, conosce benissimo quella non essere stata invenzione d'Omero [Dall'xi dell'Odissea], ma d'Orfeo molto pi antico, il quale certissimo che fu imitato da Omero non solamente nel far venire Tiresia, ma ancora ne' versi stessi con gran diligenza e con grande osservazione. Scrive Giustino martire che il primo verso della Iliade fu fatto a similitudine del primo d'Orfeo, che invocava Cerere; e bench usassino varie cerimonie, nondimeno tutti desideravano ragionare coi morti, acciocch si dicesse che fusseno discesi all'inferno, come dicevano essere avvenuto a Pittagora un tempo dopo ad Orfeo, e ad Omero, ed avere viste l'anime d'Esiodo e d'Omero, essere punite gravemente per le cose che avevano dette degli Dei: onde egli era auto in gran venerazione appresso de' Crotenesi, e massimamente dicendo che avea visto nell'inferno esser martorizzati quelli che non volevano usare con le donne loro. Ora io non so circa a che tu dubiti del volare per l'aria; non essendo egli differenza nessuna, o vadasi sopra una saetta, o sopra un desco, o veramente sopra una capra, pure che si vada come il vento; perciocch non si trova scritto in che modo e come fusseno portati Pittagora ed Empedocle, o se dal carro di duoi cavalli, o di quattro, o dal cavallo pegaseo, o da dragoni, o da cigni per imitare o Venere, o Medea, o piuttosto Circe sopra il carro tirato da duoi serpenti, o a guisa di Cibele condotta da leoni, o a simiglianza di Bacco tirato dai lupi cerveri; o veramente piuttosto come Trittolemo volando or sopra l'Europa, or sopra l'Asia seminare quegli la filosofia come questi le biade, ognuno di loro ingannato da Pallade, cio dalla astuzia del demonio. AP. Parmi ancora (se io non m'inganno) di ricordare di Simon Mago, che con suo danno tent l'andare per l'aria. FR. Hai forse ancora inteso di non so che Etiopi, che solevano frenare dragoni, e sopra di quelli a cavallo venire in Europa. E questo si dice averlo detto Roggiero Bacone, ma il crederlo sia rimesso nell'arbitrio di chi legge, acciocch non pensassi che io ti voglia porre innanzi il volare di Dedalo, il quale, se non cosa finta, si pu riferire pure agli inganni del demonio, per non dirti come Appollonio detto Tianeo sparisse dalla presenza di Domiziano. Ma se tu concedi essere stati appresso degli antichi gli spiriti succubi, ed incubi, perch non vuoi tu concedere che siano anco a tempi nostri? provandosi con tante autorit e tanti testimonj, che se vuoi gli racconter. Dell'unguento ancora penso che tu sappia, quello che ne scrisseno s Luciano Siro, come anco Apuleio Africano, questi in lingua latina e quelli in greca. Onde ei disse, e la cassetta, e molti bossoli, e l'olio. AP. A che adoperava quella donna la cassetta, tanti bossoli, e l'olio, rivoltandosi di qu, e di l? FR. Dichiarilo lo stesso autore, il quale dice queste parole: avendo tolto di questi, tutta si unse, essendosi cominciata dall'ugne de' piedi: e subito le nacque l'ali. Dice adunque che, unta dal capo al piede, subito si trasform in uccello volatile: ed aggiugne poco di sotto che non era altro che corvo notturno. Cos a tutti quelli che lo guardavano, o che mostravano di guardarlo, pareva che fusse un corvo notturno; perciocch io non credo che con unguenti n con incanti, cosa nessuna si possa dalla sua forma trasformare in un'altra. Ma quelle streghe s'ungevano con certe unzioni per parere o a loro medesime o ad altri essersi tramutate, n avere pi la forma che avevano prima. E bench questo retorico falso ed astuto fingesse d'essere mutato, nondimeno non disse essere trasmutato in uccello, ma in asino, ancor che egli avesse usato il medesimo unguento: onde quella donna si doleva d'aver mutato in asino il suo Lucio: per aver preso errore nel cambiare la bossola, per la qual cosa dimostr variarsi l'imagine, e non lo essere, della cosa. Confermollo ancora pi chiaramente dicendo d'aver ritenuto sotto la forma d'asino la mente, e lo ingegno di Lucio: e non da credere che gli fusse venuto per la fantasia una tale imaginazione di trasmutare la forma, se non fusse stato publichissimo grido tal cosa essere propria delle donne di Tessaglia. Afferm dipoi questo medesimo ancora quel Platonico che imit Luciano, dicendo essere andato in Tessaglia, dove che innanzi che lassasse la prima forma finse averne presa un'altra, tolto (s'io mi ricordo bene delle sue parole) un poco pi unto che non dovea, e fatto molte altre cose. Delle quali fa menzione, tal che dimostra d'avere voluto seguitare Luciano nelle parole ed in ogni cosa, avendo egli fatto menzione del mormore di Tessaglia, dell'olio magico che trasforma, e del rimedio delle rose che rende la prima forma. AP. Perch credi tu che abbiano detto le rose essere buon rimedio? FR. Se fondamento nissuno ci , penso che sia stato cavato dal grande Aristotile, appresso del quale io ho letto essere fra le cose grandi e maravigliose, che l'asino facilmente soglia morire per lo odore delle rose. Il che sapendo e Luciano e Lucio, l'asino in cui si erano trasfigurati spar per le rose, o veramente che pure sotto questo velamento ci ancora nascosto qualche altro secreto diabolico, ovvero magico. Perch in verit comunemente le donne di Tessaglia e di Tracia anticamente avevano nome d'usare gli incanti, coi quali favolosamente dicevano fare discendere la luna e le stelle fisse dal cielo, il che (come ancor disse colui) avevano insegnato ancora alle Sabine. In oltre dicevano essere spirate da Bacco, ed indi si chiamarono Mimallone ed Edonide. Correvano velocissimamente infuriate con serpi ravvolti attorno a bastoni, chiamati poi Tirsi, dicendo certe parole magiche e furno aute in tanto grandissima venerazione, che Olimpiade, madre del grande Alessandro, magno imperadore, volse sacrificare con le loro medesime cerimonie; onde quelle cose che paiono bugie, credo che sia pi ragionevole che le favole abbino avuto origine e principio e augumento da questi prodigi de' demonj (non senza qualche poco di adombramento di vero mescolatovi insieme di molte vanit) piuttosto che da' sogni (come dicea Sinesio); perciocch a colui che gli fusse parso di vedere qualche cosa maravigliosa in sogno, non sarebbe corso cos tosto a divolgarla, come se l'avesse vista fuora non dormendo. Crediamo noi che tanti incanti, che sono celebrati dai Greci e dai Latini siano stati fondati in su niente? e tante sorti di malie, di che pieno ogni libro e ogni autore, fascinazioni, dare mal d'occhio, incantesimi, fatture, e inganni del nostro antico avversario. Di qui viene quella sacerdotessa della gente Massilia che prometteva con gli incantesimi cavare altrui di mente: Fermar le acque, e mutar corso alle stelle, Chiamare l'ombre notturne. Di qui sono le bevande di Circe, di Medea e di Canidia, tutte quelle cose amatorie di Simeta, narrate da Teocrito Siculo, seguitato da Marone. Io mi ricordo d'aver letto appresso di Plutarco la favola d'incantare la luna essere stata trovata con astuzia da Aganice Tessala, la quale sapendo che l'eclisse della luna procedeva dall'interposizione dell'ombra della terra, dette ad intendere all'altre donne di Tessalia, che non lo sapevano, che quando la luna si scurava era fatta venire in terra da lei. Si pu ancora raccontare delle altre favole, che hanno avuto cominciamento da qualche cosa fatta, o da qualche astuzia. Fu appresso de' Greci uno (se io mi ricordo bene) chiamato Palefato il quale giudic essere cosa degna e di grandissimo pregio mostrare in che modo la maggior parte delle favole avesseno principio e fondamento in sul saldo di qualche storia: tirata poi dalla opinione e falsa credenza del volgo a cose pi grandi e maravigliose, come sempre suol fare, il che come io penso accenn Virgilio, dicendo: Mostralo il dotto Palefato in carte. Ecci ancora quello che notissimo ad ognuno, solere farsi per incanti che gli uomini o siano diversi da lor medesimi, come cicalavano alcuni, o che paresseno: che ragionevolmente non pare che alcuno possa negarlo, perch senza vergogna potevano dire che almanco gli paresse che fusse cos. Non ti ricordi essere stato scritto: Le figliuole di Preto il piano e 'l monte Di falsi mugghi aver ripieno e 'l giogo, Temuto, e corni in van cercati in fronte. Le quali (di poi dicono diverse storie) che s come quelli con la rosa, cos queste furno sanate da Melampo col purgarle il cervello, o (come volleno alcuni altri) da Esculapio con l'arte della medicina. Ma o fusseno infuriate per sdegni di demonj, ovvero per qualche infermit, gli antichi le dettero diversi rimedj: perocch i demonj in quel tempo, che avevano l'imperio del mondo, tennero continuamente diversi e vari modi d'ingannare, non solo per mezzo de' sacerdoti de' tempj, e per gli oracoli, ma ancora per via delle donnicciuole infuriate dalla spirazione d'Apollo; imperocch facendo maravigliare gli uomini di loro, gli aggiravano sotto specie di religione, precipitandogli nelle scelleranze, e per indurli a questo, pigliarono i demonj varie forme, come si pu vedere di Proteo appresso di tutti i poeti, il quale si mostrava con diverse apparenze; e di quelli eroi che morirono a Troia, i quali Filostrato dette a credere (ne' Dialogi dedicati a' posteri) che fusseno stati visti dal vignaiuolo. Cos anco si dice essere apparsa l'imagine di Empusa Lammia (che una fantasima con un pi solo, e di rame) ad Apollonio Tianeo, mutandosi in diverse foggie, e talora in un subito togliendosigli di vista: e il medesimo avvenne a Menippo cinico (non quello che imit Varrone nelle satire, imperocch quello, a comparazione di questo Menippo Licio, tenuto antichissimo) tenendosi una fantasima, ovvero una Lammia, come che gli fusse moglie. Paionti elleno queste cose simili a quelle che si dicono delle streghe a tempi nostri? AP. S bene, perch pure ora mi sovvengono quelle parole: Laura, Lammia, Incubo, favole antiche; e quel verso: A culle di fanciulli, strega nota, Scelleranza del sesso feminile. FR. Ors andiamo al resto, acciocch possiamo farne giudizio simigliante. Delle malie ne sono state scritte infinite cose, beveraggi, incantesimi, mesture, voci fabulose, e lusinghe di Marsi, perch quantunque i naviganti d'Ulisse si dicesseno per metafora grugnire con i porci, trattenuti dalle lascivie delle donne, Ercole avere amato fuor di misura, bagnato dal sangue di Nesso Centauro, e gli amori indotti per i veleni di Colco, e che si sappia che per queste cose si mostrano le sfrenate voglie della brutta libidine, nondimeno le lusinghe non son bastanti per loro stesse, ma insieme con gli incanti, da' quali non preso se non chi vuole; e per, dice Omero, che Ulisse and incontro a Circe, non col bacio, ma con la spada, il quale siccome non era preso dall'amore, cos anco non fu ritenuto dagli incanti, i quali non nuocono senza la maligna industria de' demonj. E cos tiene quelli che vogliono essere tenuti, e usa grande arte per indurgli a volere, piglia i volgari con le lascivie, con le ricchezze quelli che son dati alla vita civile, e con la gloria quei pochi che si danno agli studj della filosofia. Cos anco, se noi diremo quei conviti parte essere veri, e parte imaginari, non ci discosteremo dagli scrittori antichi; per che una simil cosa era quella mensa del sole descritta da Erodoto, stimata da Solino pi divina, nella vita di Tianeo [Filostrato nel iiii. lib. al cap. viii.], il convito di quella sposa, la quale era una della compagnia, o delle Lammie, o delle Larve, ovvero de' Lemuri; dove si dice che le tazze e i vasi, che parevano d'argento e d'oro, sparirono. I demonj adunque sotto varie forme si accompagnano con gli uomini, e Filostrato li chiama apparizioni e Lammie terribili, e appresso di Esaia profeta, dove si fa menzione delle apparizioni de' demonj, e di vari modi d'ingannare, dicendo, abbiamo visto il letto della Lammia, alcuni interpretano che voglia intendere de' demonj incubi, e credono che le Lammie dal mezzo in su abbino effigie umana, dal mezzo in gi di bestia. Alcuni ebrei vogliono intendere per le Lammie le furie infernali: ancor che ne' treni di Ieremia si faccia menzione delle poppe della Lammia, e pensino qualcheduni quel nome derivarsi da laniare, cio lacerare. Altri vogliono che si derivi da Lamma, che vuol dire voragine e precipizio. E per questo pensano che Orazio dicesse: Nel fanciul divorato traggia vivo A la Lammia del ventre. Scrisse ancora Probo Cesare, che molte Lammie furno spettacolo al popolo. In che modo fusse quella che schern Menippo non si pu di leggiero sapere da altri che da Filostrato, il qual mostra in che modo il detto cinico fu ingannato, mentre che ella fingeva con matrimonio volersi congiungere seco. Io stimo che Apollonio ancora fusse ingannato, quando lo pregava che non volesse tormentarla, gi ingannato in questo, credendo che le Lammie fusseno inclinate all'amore lascivo, e che si pascesseno di carne umana. Per che i demonj son mossi non da lascivo desiderio, ma da invidia, per disperdere l'umana generazione; n appetiscono il sangue e le carni per bersele, o divorarle, ma per condurre l'anima e 'l corpo in perpetui tormenti. Pigliano i demonj con occulta fiamma, ma non son gi presi da quella. Il che ben seppe quello eccellente poeta quando disse: Spiragli occulto fuoco. Ricordandomi io che disse gi una strega, che quando si le mostrava il demonio sotto varie forme, soleva conoscerlo, che si sentiva un certo calore intorno al petto, e parimente affermava, che quando coceva la carne l'era all'improvviso porto non so che d'aiuto. Il che penso pi chiaramente intenderai quando udirai Dicaste, che mi pare gi vederlo alle mani con la strega, se l'occhio non m'inganna per la distanza. AP. Io m'imaginavo per la veste civile e per la spada che hai accanto di parlare con un soldato; ma ora veggo che tu hai per le mani, non pur gli storici e i poeti famosi, ma ancora i filosofi e i segreti della nostra religione. Il perch voglio che quella via, che ci resta, la consumiamo nel ragionamento cominciato, toccando brevemente quel che vi rimane, e che pi particolarmente mi dica quelle cose, di che leggiermente passando m'hai accennate: se nessune per ce ne sono, acciocch io possa raccorre il tutto di quelle che noi disputiamo, quasi come se io avessi mangiate le cose ben digerite. FR. A questo bisognerebbe un uomo pi dotto che non sono io, e richiederebbesi non un breve andare a spasso, ma un lungo sedere; nondimeno in qualunque modo io potr non ti son per mancare; perciocch, come sarebbe egli mai possibile che io non ubbidissi ad uno che di gi per il suo ragionare ho conosciuto essere curioso di ritrovare la verit? Seguiter adunque la disputa cominciata, e narrerotti, per quanto ne conceder il poco viaggio, quello che mi parr al proposito nostro. E in quanto che le streghe non si trovino in un dire, quando parlano del giuoco di Diana, questo pu accascare o dal timore, o dalla poca memoria, perch tutte le pi sono donne inesperte e rozze. Si pu dire ancora che nasca dall'inganno del demonio, il quale non tutte le beffa ad un medesimo modo, e questo si pu vedere negli incanti antichi: imperocch quelli che s'usavano nell'Eusino, nella regione Taurica, e nella Italia, tutti erano diversi in fra di loro. N la Farmaceutria di Virgilio simile in tutto a quella di Teocrito. Il medesimo si pu vedere negli oracoli, che alcuni ne avevano dalle donne spirate, alcuni dall'apertura della terra, e alcuni altri da' sogni fatti da uomini ne' tempj, e per questo dormivano nel tempio di Pasife. Abbiamo letto ancora, che i medici calavresi e dauri, soleano dormire intorno al sepolcro di Podalirio. E cos molti ancora solevano giacere nel tempio di Esculapio, il che non solo si fece al tempo degli eroi, ma seguit tale usanza infino al tempo d'Antonino, il quale, come dice Erodiano, per questo solo and a Pergamo. Leggiamo similmente che gli oracoli si solevano dare per statue intere, dimezzate, e parimente per colombe, o uccelli, o donne che le fusseno, che per quella via desseno risposte: e per alberi e piante, e nella selva Dodona, e nell'India, erano alcuni presi da un subito furore, e altre cose tali cos varie come si fussino anco gli augurj e 'l modo di sacrificare de' sacerdoti; imperocch s'usavano appresso degli antichi diversi modi di cerimonie nefande, e di sacrifizj abominevoli, e diverse incantazioni, cos anco a' tempi nostri quelle cose ch'hanno avuta origine dalle cose profane, si fanno con altre cerimonie che non usavano i Romani. Catone, il pi vecchio, narra certe cose ne' libri della villa, tanto sciocche che appena si trova chi possa leggerle senza riso: e pur son dette da uomo che fu senatore e censore, e che trionf. Circa il movimento e dove siano portate dal demonio, e circa il luogo dove elle siano posate, non dovea parerti cosa maravigliosa, per che quel che per sua natura suole ingannare, doppio, vario, e quello ch' verace si fonda in sulla simplicit, e questo si pu vedere nelle finzioni de' poeti, varie e ripugnanti tra loro, e bene spesso nelle storie: quando dicono la cosa in pi modi: e parimente nell'opinioni de' filosofi, e nelle risposte de' iureconsulti; ma non avviene gi cos nelle scritture de' teologi, perch nelle cose lor proprie non hanno discrepanza nessuna, cio in quei precetti ch'appartengon alla fede, e al viver necessario per la salute, sono in tutto e per tutto consonanti, e concordi in fra di loro; e per il demonio maligno e fallace, bugiardo, e amico della discordia, cos vario, e muta mantelli, per dir cos, che un vocabulo tratto dagli studiosi della lingua latina, da quelle favole di che abbiamo gi parlato: le quali scherzando dicevano, che gli uomini si trasformavano in lupi: di poi cos, come il demonio ingannava quegli antichi filosofi sotto specie di dottrina, cio Pittagora, Empedocle, Apollonio e altri simili (usando lacci a quelli che facilmente gli parea di potere ritenere) cos tirava gi le donnicciuole con lascivia, e con lo sbevazzare, e similmente oggid tira gli uomini, dalle qual cose molti filosofi abborrirono. Il demonio adunque in pi modi gl'indusse a farsi adorare sotto ombra di sapienza, e sotto velame di falsa religione; conciossiacosach eglino andasseno per gradi di dottrina alle preghiere, agli inni, agli oracoli, dove parea lor d'acquistarne il pronosticare le cose future, e l'essere portate per aria a diversi luoghi, e facevasi quello per opera di demonj che essi attribuivano alla divinit degli uomini. Imperocch, come arebbono gli scolari di Pittagora, vedutolo disputare ora nel Taurominio di Sicilia, e ora poco di poi nel Metaponto? In che modo sarebbe egli andato Empedocle per aria, e come vi sarebbe ito Abari, donde fu chiamato cavalcatore di pertiche? Chi crede che Apollonio prevedesse molte cose, e che comandasse insieme a' demonj, grandemente si inganna. Fingeva il demonio maligno essere astretto da lui, acciocch avendolo allettato sotto specie di falsa divinit, per suo mezzo potesse pi gagliardamente ingannare gli altri, il che puoi conoscere per il fine. Prima volle fare perire Pittagora con il tumulto del popolo, di poi col fuoco, e finalmente s'ingegn di farlo morire col ferro. Disperse Empedocle con una morte infame, avendolo condotto a tale che si credeva d'essere fatto divino, e usava di cantare: State di buona voglia, che io per lo avvenire vi far Dio immortale, non pi mortale; per mostrare a' compagni di rallegrarsi non essere pi uomo mortale, ma divino. Del qual cos disse colui: Mentre ch'esser gli pare immortal Dio, Empedocle salt nel fuoco d'Etna. Ma, o se egli uscisse di vita con questa morte, o con quella che scrisse Democrito Trevenio, cio che s'era appiccato ad un corniuolo, s'ha da tenere che il demonio l'inducesse ad ammazzarsi da s, n gli bast d'averlo schernito ch'ei credesse l'anima sua essere passata in diversi corpi: onde disse in quel suo verso: Di gi fanciullo e fanciulla fu io, ma ancora con voci diaboliche, e con splendori di fiaccole l'allett a morire. Rap forse ancora Apollonio insieme con l'anima, conducendolo a dannazione eterna, la qual morte pare indegna de' Magici, perocch dubbio dove egli morisse. Alcuni dicono essere morto in Efeso, alcuni in Creta, e altri in Rodi. Il sepolcro, ovvero il deposito, insino al tempo di Filostrato non si trovava, avvenga che da certi sciocchi fusse adorato per Dio: il qual culto manc in poco tempo, come fanno anco gli altri inganni del demonio, e cos cessorono gli oracoli dopo l'avvenimento di Cristo, de' quali quasi tutto l'universo era infettato, pure con i medesimi inganni. Ma quello che gi palesemente spargeva gli oracoli, ora si rode in oscuri laberinti, appetendo i lascivi congiungimenti, oggi tenuti vituperosi dalle genti, dove gi erano orrevoli, donde quel verso: Degnando Anchise al suo coniugio altero Venere Dea, e questo non pure al tempo degli eroi, ma al tempo d'Alessandro e di Scipione, a' quali accrebbe la gloria l'essere tenuti figliuoli di Giove, sendo cos noto per l'istorie che non faccia mestiero il raccontarlo, che Giove demone, il qual credevano essere Dio, si ghiacesse con la madre di Scipione in forma di serpente, e con Olimpia moglie di Filippo. Cos il Demonio induceva a fare male quelli che erano pieni di lussuria mescolandoci anco il veleno della superstizione. E di sorte invescava color che erano cupidi della gloria, che avendo pronosticato, mentre che viveano, le cose future per mezzo della sua pratica, dopo morte ancora predicevano ci che avea da essere. In questo modo dicevano, Orfeo il quale fu tenuto profeta mentre che visse, aver date le risposte e gli oracoli; dopo morte, e 'l suo capo tagliato dalle donne di Tracia, essersene andato in Lesbo ad abitare in una spelonca, e che prendeva i vaticini, per l'aperture della terra. Portavano ancora i demonj in volta gli oracoli d'Anfiarao e d'Anfiloco indovini, e mentre che visseno e poi che furono morti, il che forse desider Empedocle quando volse essere tenuto Dio. E parimente fingevano che i re dopo morte esercitasseno l'arte militare, come favoleggiavano di Reso, il quale dicevano armeggiare nel monte Rodope, e attendere alle caccie ed al cavalcare: in oltre dicevano che l'anime di questi apparivano, non pure per mezzo di quei circoli e di quei sacrifizj di Omero, ma che si mostravano ancora spontaneamente, e per certe convenzioni che facevano (come dice Filostrato, che si mostrava Achille ad Apollonio, e Protesilao con gli altri capitani, che avevan fatta guerra a Priamo, al vignaiuolo) ma per essere i visi, i costumi, e le cose fatte da costoro diverse da quelle che scrive Omero, n punto consonanti a quelle che disseno o Darete Frigio, ovvero Dizio Creteo istorico, puoi conoscere quante bugie siano aggiunte alla felicit de' demonj ed alla cognizione delle cose, e quanti aggiramenti siano posti sopra i modi del vivere. Laonde se il demonio si pose gi con quelli che si reputavano savi, e schernivagli di sorte che desse loro a credere cose contrarie, repugnanti e lontane in tutto dal vero, quale la cagione che tu con tanta istanzia ti maravigli che nelle streghe del nostro tempo si trovino molti aggiramenti, e la pi parte contrari fra di loro? Maravigliati piuttosto della potenza e sapienza di Cristo, che quello che innanzi al suo avvenimento, il demonio maligno persuadeva ai re, agli oratori, ed a' filosofi, come cosa grande, maravigliosa e degna d'ogni sapienza, ora a pena lo pu persuadere agli uomiciatti ed alle donnicciuole, cio che adorino lui, e che faccino quello che egli comanda, e che quello che gi palesemente si faceva in tutto l'universo, per tutte le nazioni, come cosa onorevole e degna di lode, ora si faccia appresso di pochi, di nascosto, ed in luoghi remoti e solitari, come cosa brutta e piena di vituperio. E considera (quello sopra tutto degno della gloria divina) il fondamento della fede Cristiana esser tanto fermo e saldo, che il demonio maligno non vuole che le streghe abbino affare seco, se prima non rineghino la fede nostra, non sprezzino i sacramenti, e non calpestino l'Ostia salutifera. In questa guisa il nimico di Dio e degli uomini vuole che quelli che lassano la nostra religione piglino i principj de' suoi sacrilegj. E questo perch non possono stare insieme il vero e 'l falso, la luce e le tenebre, e la religione e la superstizione. Ma parmi che ora mai ti potrai chiarire di quello che abbiamo ragionato per la via. Eccoti la Strega alle scale della chiesa, che parla con Dicaste. AP. Dio vi salvi. DIC. Che c' di nuovo Apistio? AP. Noi desideriamo d'intendere le nuove da te, conciossiach Fronimo qui ed io siamo venuti qua per udire insieme con esso teco la Strega delle cose che si fanno nell'altro mondo, se te ne contenti per. STREGA. Ohim! DIC. Sta di buono animo, parla senza paura, e non dubitare ch'io ti manterr che non ti sar fatto mal nissuno, come t'ho promesso, se tu dirai liberamente tutte le tue ribalderie, che ad ogni modo non le puoi celare perch ho testimonj, e principalmente te delinquente, la quale massimamente ho desiderata. STR. Io ho detto; perch mi tormentate pi? DIC. Bisogna replicare, non pure in presenza di due o tre testimonj, ma di molti: e poi anco di tutto il popolo, se tu vuoi scampare il martoro, a che ti condannano le leggi. M'hai promesso di fare tutto quello che io ti comander, ed io per questo t'ho promesso non ti mettere nelle mani del Potest, che ti faccia abbruciare secondo il costume antico. Ora io non ti comando altro se non che tu racconti le cose che facevi con i demonj quando eri in corso, o vero nel giuoco di Diana. STR. O giuoco per me amarissimo! O infelice donna che io sono! DIC. Non c' bisogno di piangere, n di ugnolare. STR. Di grazia non mi tormentate pi: vi prego mi diate tanto tempo ch'io ritorni in me, e di poi vi dir tutto quello che ho fatto. DIC. Se piace cos a voi, io la contenter, per che se noi indugiamo a domane, ella dir ogni cosa con animo pi pronto e con miglior voce, al che io ar molto caro (se non vi increscer la via) che vi troviate presenti. AP. Non increbbe la via a quelli che andorno da Gnoso alla Spelonca, ed al tempio di Giove, per udire le vane leggi di Minos e di Ligurgo; ed a me dover increscere d'andare un miglio per intendere pi da presso e pi minutamente quelle cose che, se non sono vere, almeno per i discorsi di Fronimo, mi paiono verisimili? FR. Mi rallegro che tu ceda non a me, ma alla mera verit; o pur se tu non sei anco chiaro alle cose che le son simili, ed a me certamente non sar grave per fare esercizio ritornare in fin qui dalla citt. DIC. Domattina adunque ne verrete da noi aspettati con desiderio. II. INTERLOCUTORI DICASTE, APISTIO, STREGA e FRONIMO. DICASTE. Siate appunto venuti a tempo, che la Strega or ora si caver di prigione. AP. Eccola che la menano legata. STR. Cos m'attenete le promesse eh? perch date tormenti a chi ha confessato? AP. Buona donna, qui non s' portato nulla da darti martoro. Fronimo qui ed io siamo venuti solamente per vedere ed udire, e per aiutarti dove noi potremo. FR. Cos . STR. Queste manette mi fanno male, ed i nodi delle funi sono troppo stretti: ed ho paura anco di peggio. FR. Falla un poco allentare. DIC. Ors, sia anco sciolta. STR. Comincer un poco a riavermi. DIC. Sta di buono animo, e non dubitare che non ti mancher niente di quello che io t'ho promesso, pure che tu anco mantenghi le promesse, n c'inganni in cosa nessuna, manifestando tutto quello di che sarai domandata. STR. Tutto manterr senza ingannarvi. DIC. Raccontaci quelle cose, che tu confessasti a me ier l'altro, e iersera quando il notaio scriveva. STR. Se voi mi ridurrete a mente col domandarmi quelle cose che volete, io vi risponder ordinatamente. DIC. Domandatela voi, Apistio e Fronimo, che io vi do licenza, ch'oggi questo spettacolo fatto per voi; io star a udire, e dove mancher io la rimetter in sulla via. AP. Sei tu mai andata al giuoco di Diana, o vero dell'Erodiadi? STR. Certo s che vi sono andata a questo giuoco, il quale se sia di Diana, o dell'Erodiadi, questo non so io. FR. Non ti dissi io ieri, Apistio, che il demonio ingannava in vari modi. Nel tempo che Diana era adorata dalle genti, e che il suo nome era chiaro e famoso per tutto 'l mondo, era cosa gloriosa l'essere annumerato fra le compagnie di Diana, le quali avvenga che fussino dette vergini, nondimeno erano chiamate anco Ninfe, e piaceva loro il nome di sposa, ma pi l'effetto, bench non cercasseno con debite cerimonie di essere spose legittime: perch fra loro v'era frequenza di stupri e di adulterj: donde quella meretrice tante volte replicata ne' versi d'Omero, mentre che favoleggiavano una compagna, ovvero una Ninfa di Diana (Napea, Oreade, o Driade ch'elle fusseno) avere auto a fare con quei falsi o Dei, o Eroi che gli chiamassero, bench fusse tenuto dai Gentili, confermato dal comun parere del volgo, le Ninfe del mare, e de' fiumi esser inclinate agli amori, come tu troverai spesso di Cirene, Leucotoe, Cimodocea, e dell'altre false Dee de' fiumi e del mare. Nondimeno perch manco pericolo l'andare per i monti, che tuffarsi nell'acqua, e perch piaceva pi conversare nelle caccie di Diana, che nell'onde degli Dei marini, si dettero pi volentieri a' giuochi ed alle danze di Diana, come a cose pi dilettevoli. Ne tir poi delle altre a s sotto spezie di Erodiadi, alle quali dava piacere nelle danze della selva Idumea. DIC. Di questo giuoco di Diana, o vero delle Erodiadi, se ne fa menzione ancora ne' decreti de' Pontefici, dove si recita una resoluzione del Concilio, la quale spressamente comanda che si scaccino. FR. Credi tu, Dicaste, che questo sia quel medesimo giuoco? DIC. Alcuni dicono di s, e alcuni altri vogliono che sia piuttosto una nuova eresia. FR. Io credo certo, che parte sia di quello antico, e parte ripieno di nuove superstizioni, come se tu dicessi antico d'essenza, e nuovo d'accidenti (per parlare secondo i moderni). DIC. Hai trovata una bella distinzione, per la quale si possano risolvere molti dubbj che ne nascono, donde alcuni hanno preso un granchio non piccolo, pensando che queste donnicciuole sempre siano portate al detto giuoco solo con l'animo e con l'imaginazione, e non col corpo. AP. Adunque tu credi che le streghe sempre siano portate al giuoco col corpo? DIC. Non tutta via; perch sono state trovate qualche volta sopra una trave, oppresse da s grave sonno, che non hanno mai sentite le percosse, ed alcuna volta a cavallo a certe granate di scopa, appiccatevi cos forte, che ancor che le dormissero non ne le hanno mai possute spiccare; dalle quali scope pensano d'essere portate. AP. Qual credi tu essere la cagione, che tal volta son portate col corpo, e tal volta ancora, mentre che si presumono d'essere portate, si trovino al giuoco solo con la imaginazione? DIC. Qualche volta procede da uno aggiramento e da un sottile inganno del demonio, e qualche volta dall'elezione stessa delle streghe; perciocch io mi ricordo gi che Enrico ed Iacopo teologi Germani scrisseno d'una certa strega che faceva viaggio nell'un modo e nell'altro, come pi gli piaceva, cio e vegghiando col corpo, ed alcuna volta solamente con l'imaginazione, quando gl'incresceva il cammino: e che allora gettatasi in sul letto, dette certe parole abominevoli, diceva essergli rappresentato in una certa nugola tutto quello che si facea al giuoco, quasi come in su la scena. FR. Che risponderesti tu agli avversarj? DIC. Prima direi maravigliarmi, che con un sol modo di fare quel viaggio, osservato gi in una regione del mondo da una certa compagnia di donne sacrileghe e profane, vogliano giudicare tutti gli altri modi de' sacrilegj, delle superstizioni e delle magiche vanit, e quel modo solo volerlo accomodare ad ogni parte del mondo, e che paia loro tanto di sapere, che voglino ristrignere la potenza grandissima del demonio (avutola insino dalla sua creazione) ad una cosa sola. Dipoi che non vogliono si dichiari la cosa, secondo quelli che sono di pi giudizio, per separare le cose che appartengono alla natura da quelle che s'aspettano alla fede cattolica; e finalmente negano quello non essere, che senza biasimo non possono negare che non sia possibile. E non si pu dire che qualche volta non sia stato, se non chi volesse sfacciatamente opporsi a mille autorit. Ma qualcuno pi audace di me direbbe forse di volere vedere l'original vero del concilio, e l'autorit pi degna di colui che ha detto questo: imperocch molte cose sono corrotte appresso di Graziano, onde fra l'altre cause forse questa una, che quel suo compendio non mai stato comunemente approvato, n cos avuto in luogo di leggi, che non possa contradirsegli, ma (per concedere ogni cosa) con questa tua distinzione par che si chiuda la bocca all'avversario, per la quale si pu vedere che questo andare in corso che fanno le nostre donnicciuole, e i nostri omiciatti, parte simile a quel giuoco, e parte diverso. Imperocch n qui c'interviene Diana, o si crede Dea de' pagani, n si veggono cose simili a quelle che danna il concilio in quella regione; e pure nondimeno qui si fanno di molte cose, che non si legge mai essere state fatte quivi, comuni solamente con l'altre superstizioni de' Gentili, e con gli inganni de' falsi demonj negli unguenti dannosi, nel sangue innocente de' fanciulli, nel circolo, negli incantesimi, e in molti malefizj, circa l'andar col corpo per la regione dell'aria: e chi negasse questo moto per l'aria sopra umano non potersi fare dal demonio, cascherebbe, come io stimo, nel nome d'eretico, perch come scrisse in quel libro sacro Usitide, uomo santissimo, non potenza nissuna in terra che si compari a quella del demonio. scritto ancora nell'Evangelio, che il nostro Signore Ges Cristo fu posto sopra il monte, e sopra la cupola del tempio: e tutti quanti i teologi tengono per fermo che fusse portato attorno, e che i corpi ad ogni minimo cenno obbediscono agli spiriti separati dalla materia, in quanto si appartiene al mutarsi di luogo a luogo, ed al disputare se queste streghe siano portate in verit o no quistione di ragione, e quella di fatto. Perciocch quando si sa che una cosa si pu fare, s'ella sia fatta o no, non si pu sapere se non per testimoni, de' quali noi n'abbiamo infiniti. FR. Non maraviglia se tutti parimente farneticano poi che intendono la verit da altri; perch cos come Dio dal male ne cava il bene, cos gli uomini, essendo male informati, dalle cose buone si sforzano trarne le cattive. Il simile fanno tutti gli eretici delle sacre lettere. AP. Di grazia non m'interrompete il mio domandare, perch di tutte queste cose avevo pensato di domandarne poi. DIC. Ors domandala. AP. Come si chiama egli questo giuoco? STR. Le nostre pari e quelli della compagnia lo chiamano il giuoco della signora. AP. In che modo andavi tu? STR. Era portata, non andavo. AP. E sopra che? STR. Sopra un maglio da lino. AP. Come pu essere che quello andasse non portandolo nissuno? STR. Lo portava l'innamorato. AP. Quale innamorato? STR. Lodovico. AP. Forse un uomo che ha nome cos? STR. Non uomo, ma un demonio maligno, che s'appresentava in forma di uomo, ed io lo reputavo Dio. AP. Mi maraviglio che il demonio il quale, ha in odio tutti gli uomini, si ponesse questo nome di cristiano! FR. Ti maravigli che s'abbi posto questo nome che abbiamo avuto dai Gentili, trasfigurandosi ancora nell'angelo. AP. Dici che venuto da' Gentili? FR. Da' Gentili s, imperocch (se io non m'inganno) non troverai mai per esempio nessuno tal nome avere origine n da' Greci, n da' Latini. Ne' Comentarj di Cesare solamente ho letto Litavico, donde venuto Luigi (variato di poco) nella lingua franzese: e poi nella latina Lodovico, che nasce da quello. AP. Non vo' disputarla ora, sendo risoluto di volere ragionare con la nostra Strega. FR. Ho detto quel che me ne pare, pronto nondimeno a udire i pi savi di me. AP. Ma, o buona Strega, ti prego che tu ci scopra sinceramente i tuoi amori. STR. Che cosa vuoi tu sapere? AP. Parevati egli uomo? STR. Uomo, eccetto che i piedi, che pareva sempre gli avesse d'oca: sempre gli portava rivolti indietro, tal che rimanevano l'orme a contrario. AP. Qual credete voi che fusse la cagione che si mostrasse uomo nel volto e negli altri membri, e ne' piedi oca? DIC. Tu leggerai, questo in tutti i libelli delle querele: il diavolo ovvero il demonio, o vuoi dire satanasso, mostrarsi in forma d'uomo, eccetto i piedi: di che mi sono spesso maravigliato e immaginatomi, che la causa sia che non possa interamente pigliare la forma umana, non essendogli concesso rappresentarla nei piedi; e forse pu essere che i piedi pi tosto che l'altre membra non rispondino all'altre fattezze; perch usavano gi nei sensi mistici significare gli affetti per i piedi; e per questo gli porti rivolti indrieto e a contrario. Ma perch abbia piuttosto voluto pigliare il passo dell'oca, che d'altri animali, io confesso al tutto di non saperlo: se gi nell'oca non qualche propriet pi occulta che possa accomodarsi alla malizia. Bench io non mi ricordo che tal cosa sia stata avvertita da Aristotile, anzi piuttosto (se io ho bene a mente) attribuisce a questa sorte d'uccelli la vergogna. FR. Pu ancora il pubblico nimico del genere umano aver voluto spargere alcune reliquie pi nascoste della superstizione dei Gentili: a cui gi si sacrificava l'oca sotto il simulacro d'Inaco e d'Inachide, e di qui vennero quei versi: Non giova il Campidoglio aver difeso Che gl'intestini suoi non ti dia l'oca Inaco degno; ovvero come altri vogliono che si legga piuttosto: Il fegato la vacca Inaco dia A te ne' piatti. Dice Plinio che si soleva sacrificare il fegato dell'oca a Inaco Dio del fiume d'Argo; il qual uccello s'allegra dell'acqua, e d'Inachide si prova perch si sa per la storia d'Erodoto, che i sacerdoti egizi erano soliti mangiar carne d'oca: e quivi con gran superstizione s'adorava Iside, che fu tenuta poi Diana: in oltre l'oca pi astuta del cane (come disse colui) facilissimamente conturba molto il silenzio della notte, alla quale diceano Diana essere soprastante: e il demonio forse prese i piedi di quell'uccello a dinotare che cos come quello uccello vigilante, e quando le bisogna essere intenta a far la guardia, senza sonno; cos doversi ancora essere sollecito all'andare a quel giuoco, e quivi consumare tutta la notte dandosi buon tempo; ovvero perch si dicesse, che una certa parte di quell'uccello incita le donne a lussuria. Pot similmente essere indizio di qualche amore pi occulto e pi crudele, trovandosi scritto l'oche aver desiderato con libidine altri fuor della loro spezie. cosa nota appresso di Plinio di un fanciullo d'Argo chiamato Oleno, e di Glauco citaredo del re Tolomeo, de' quali si dice che le oche se n'erano innamorate. Dove io credo che Plinio errasse, perocch Teofrasto nel suo libro degli amori dice, che il fanciullo si chiama per nome Anfiloco e non Oleno, ma Olenio era il nome della patria, n quello al tutto inconveniente, imperocch i piedi dell'oca sono gi stati avuti nelle delizie dei conviti, e per questo forse si pu dire aver voluto dinotare che le vivande scelte della mensa di Diana eran da essere preposte non pure all'altre, ma ancora a quelle della mensa del sole d'Etiopia, dove non si legge che vi fusseno usati i pi dell'oca, i quali forse per paura Messalino Cotta infino a qui non gli ha messi in uso. Queste cose mi piaceno pi che dire che l'oche abbiano a essere celebrate con nome di sapienza; per aver conversato ancora con Lachide filosofo nei bagni; perch'io creder piuttosto che questa sorte di domestichezza sia simile a quella d'Aiace Locrense col dragone, e non fusse difforme da quella voce famigliare che Socrate sentiva sonarsi negli orecchi, ovvero da quella che pronosticava ad Agamennone e Menelao, e a Priamo, secondo che si legge nel poema intitolato delle pietre, che attribuito ad Orfeo, n al tutto fuor di ragione il credere, che quei piedi voglino significar la prestezza del cammino, con la qual siano portate al giuoco, conciossiach noi non leggiamo alcun altro uccello mai aver fatto tanto viaggio con i suoi piedi, quanto l'oche, che, come dice Plinio, vennero gi da' Morini insino a Roma a piedi. FR. Dimmi un poco tu: mostravatisi egli mai con altri piedi che d'oca, quando veniva a te? ST. Mai con altri. AP. Come vi veniva? ST. E chiamandolo io, e spesso da per s. AP. Sempre in forma umana? STR. Sempre quando veniva per dormir meco. AP. Oh che! dormire con una vecchia grinza! ST. Ohim, ohim Dio! AP. Di che hai tu paura? ST. Vedete, vedete. DIC. Dove? ST. Al muro. DIC. In che forma? ST. Di passera. DIC. Ora si mostra in forma d'uccello lussuriosissimo, non si discostando dal parlare di questa donna. Voi avanzate con la lussuria ogni mostruosa libidine. AP. Maravigliomi che nessuno altro, eccetto costei, vegga questa passera. DIC. Certo che nissuno non la vede. AP. Cosa invero maravigliosa. FR. Per che cagione ti maravigli, non ti facendo maraviglia dell'anello di quel pastore di Lidia, detto Gigi, celebrato e da Platone e da Cicerone? DIC. Avviene non pure nelle vane apparizioni de' demonj iniqui e maligni, ma ancora ne' prodigi divini, che quelle cose, che si fanno palesemente, talora non sien viste se non da pochi; e per tacere le altre cose, quel lume che stava sopra il capo di san Martino, del qual disputa Severo Sulpizio, fu visto da pochissime persone. E quello splendore che apparse a sant'Ambrogio, mentre che scriveva, fu visto solamente da Paulino; ma perch questa presente imagine del demonio sia vista solamente dalla Strega, io ne dar la cagione all'amicizia che ha con esso lui, per la quale si fa, che non solamente gli occhi, ma ancora la potenza imaginativa, per un certo abito s'indirizzi nell'amato. Tre d fa ci raccont avere visto il suo amatore ravvolto in giro a guisa di serpe. FR. Cos anco si mostrava appresso dei gentili, e in forma d'uccello ed in forma di serpe; per che tu hai letto che, domandando Alessandro la guida del cammino all'oracolo Ammone, gli dette i corvi. AP. vero, e se io mi ricordo bene, gli dette anco i dragoni. FR. Dubiti tu forse che quelli non fusseno demonj sotto spezie di corvo? Cos quegli altri due, che racconta Aristotile fra le cose maravigliose, esser stati in Caria intorno al tempio di Giove. Che bisogna che tu ti maravigli, avendo letto appresso di Plinio che l'anima d'Ermolino Clazomenio andava vagando fuor del corpo, e quella figura di corvo che era solita partirsi dalla bocca d'Aristeo Proconesio, la quale dicevano essere la sua anima, non era veduta da tutti gli uomini, ma da qualcuno, e molto meno ancora ti maraviglieresti, se tu sapessi quel che fu detto da Aristotile, e confermato da altri di quell'uomo tasio. AP. Dicci di grazia, quel che si dica che gli avvenisse. FR. Dicono essere stata vista da lui medesimo l'anima sua mentre che moriva stargli innanzi, la quale non viddeno gli altri uomini. AP. Si pu dunque credere senza biasimo (come dicono), che si vegghino qualche volta spiriti buoni e cattivi senza corpo da quelli che stanno per morire, i quali non sian visti da altri? FR. Perch no? Avendolo creduto tanti uomini famosi, e scrittolo ancora agli altri? AP. tti passato via la paura? ST. S, e per i vostri ragionamenti, e per la presenza vostra. AP. Hai tu per tanta paura del tuo amatore? ST. Fu gi tempo che non n'avea paura, ma da poi che sono in prigione, e che contra la voglia sua ho rivelati i nostri amori, mi spaventa fuor di modo, stando talora all'usciuolo della prigione, ed a quella finestra piccola mi dice villania, e promette d'aiutarmi, se io sto ostinata a non confessare. AP. Quando tu andavi al giuoco, non ti faceva egli mai niente paura? ST. Niente certo. AP. Andavi tu ogni d, o pure in certi tempi? ST. La seconda notte dopo il sabato, che oggi il quarto, cominciandosi da quello. AP. Andavi tu mai di giorno al giuoco? ST. Mai. FR. Di qui puoi conoscere ancora le reliquie dell'antica superstizione, se ti ricorderai: Su i notturni canton delle cittadi Ecate aver gridato. Che altrimenti si chiam Diana e Luna, alla quale (come dice Pindaro) solevano sacrificare le donne, con ci sia cosa che i maschi non ricorressino da lei, se non nelle cose dell'amore. La notte era dedicata a simil preghi, e finivansi come finiva il giorno. Onde quel verso: Cacciommi coi cavai l'iniquo giorno. AP. Vi forse sotto qualche senso pi nascosto. FR. Che? AP. Quello di che fece menzione Menandro. DIC. Ognun di voi dice bene, secondo la scienza umana; ma io, secondo la divina, vi addurr l'oracolo perfetto, non alcuno di quei vani d'Apolline, ma quello che venne dalla verit, e da Dio stesso. AP. Dillo. DIC. Colui, che fa male, ha in odio la luce. FR. Certo s, che cotesto verissimo: ma tu, o buona Strega, perch non ti trovavi tu ancora l'altre notti nelle danze di Diana, ovvero della Erodiade, o di quella che tu chiami la Signora? o, per parlare pi chiaro, perch non ti ritrovavi tu, ovvero non pareva di ritrovarte in questa illusione del demonio l'altre notti? perch io so certo, secondo la fede nostra, Diana non essere dea, n la Erodiade, n anco gli spiriti immondi essere signori dell'uomo. ST. Non lo so. AP. Preparviti tu per l'andare, o pure aspettavi lui che venisse per te? ST. Io facevo un circolo, ed untami, montavo a cavallo sopra un sgabello; di poi ero levata in alto, e portata per aria al giuoco; qualche volta calpestavo l'ostia sacrata nel circolo, e subito giungeva Lodovico, del quale io me ne servivo a mio piacimento. AP. Che unguento era quello? ST. Fatto per la maggior parte di sangue di bambini. AP. Che ti ungevi tu? ST. Eh! mi vergogno a dirlo. AP. O meretrice sfacciatissima de' demonj! si vergogna a dire quello che non si vergogna a fare. ST. Parvi maraviglia? AP. Manda fuora il veleno: che ungevi tu? ST. Le parti che io uso per sedere. AP. O tu l'hai detto onestamente; ma io vorrei sapere quanto tempo tu mettevi dal partirti di casa all'arrivare al giuoco. ST. Poco. AP. Quanto era quel poco? ST. Manco d'una mezz'ora. AP. Quanto andavi alta da terra, quando eri portata? ST. All'altezza d'una giusta torre. AP. Ora io vorrei particolarmente sapere ci che si faceva nel giuoco, e non ti sia grave, buona Strega (se vuoi ch'io ti aiuti) il dirci tutte quelle cose che si facevano quivi, come se mi avessi a rappresentare detto giuoco. ST. Quando noi eravamo giunte al fiume Giordano. AP. Al Giordano? che quel che io odo? FR. Questo viaggio fatto in s poco tempo insino al fiume Giordano credo che sia una bugia del demonio. Imperocch per ingannare anco le donnicciole, le tien legate pi forte, trovando nomi di luoghi magnifici: perciocch non si pu concedere che in spazio d'una mezz'ora un corpo umano d'Italia possa essere portato in Asia. Ma forse Satan ha dato colore alla cosa di qui, perch gi abitavano quivi l'Erodiadi. Mi meraviglio bene che non dia loro ad intendere, che elle vadino in Scizia all'altare di Diana, il che forse l'arebbe fatto, se quel nome di Scizia fusse stato a quelle donnicciuole cos famigliare, come quello del Giordano, il quale conosciuto da tutti quelli che nelle chiese hanno sentito recitare il Vangelio. Ma quella tal bestialit, non sacra, ma sacrilega, non molto conveniente a giuoco, ma pi tosto a morte crudele, forse che le conduce a qualche fiume vicino: bench alcune dicono non essere portate all'acqua, ma a certe sommit di monti. DIC. A me non pare cosa impossibile, che siano portate al Giordano, almanco in spazio di dieci ore, come dicono quasi tutte le streghe. FR. Tu pensi adunque, che in s poco tempo faccino tanto viaggio, quanto da questa nostra patria alla Siria ed alla Fenicia? DIC. Pu bene il demonio muovere i corpi a suo piacere. FR. S, ma non seguita che gli possa muovere in s poco tempo: o portandogli sopra le terra verso la Schiavonia e verso la Tracia a man sinistra, ovvero dalla destra per l'Africa, ovvero passando a diritto il mare Ionio, l'Egeo sopra Corf, e sopra la Morea, sopra le Ciclade, che guardano Rodo e Cipro, si posino alla riva del fiume Giordano. DIC. Perch non pu egli essere questo? FR. Perch non vogliono i tuoi dottori. DIC. Per che causa non vogliono? FR. Perch dice san Tomaso non potere il demonio muovere tutta la terra, repugnando a ci la natura, la qual vieta che si disordini e che si guasti l'ordine intero delle cose, e degli elementi. Imperocch ripugna alla natura del corpo umano l'essere portato con tal velocit, la qual natura sia insieme cagione di conservarlo e d'ammazzarlo. Perocch elle vivono, dove che sarebbe necessario che morisseno, conciossiach l'impeto dell'aria, non mutato della natura sua, darebbe grande impedimento: se si rarificasse, facilmente si risolverebbe in fuoco; se si condensasse per il grande impeto della velocit, impedirebbe il corso; che se tu t'imaginassi che tutto l'aere si muovesse in quel modo che Aristotile s'imagin che si muovesse il cielo, allora anco si leverebbeno contro di te, e Giovan Grammatico appresso de' Greci, e Scoto appresso de' suoi: subito opponendoti la intrinseca natura della quantit, per la quale il corpo, per quel grandissimo spazio, dove non niente d'aria, bisogna che muova una parte di s stesso dopo l'altra. E cos, di qui insino in Asia, levato ogni impedimento ed ogni resistenza d'aria, ci si consumerebbe molto pi tempo che non dicono. AP. Vi prego, di grazia, che serbiate a disputare queste sottigliezze a un altro d. Seguita a narrare il vostro giuoco. ST. Quando noi siamo poi giunte quivi, veggiamo di subito la Signora a sedere col suo amatore. AP. Chi quello? ST. Non lo so, ma ben so io questo, che egli uno bello, e vestito di veste d'oro. AP. Seguita. ST. Quivi noi offeriamo l'ostie sacrate alla Signora, e quella, accettandole con animo grato e volto allegro, le fa posare sopra uno sgabello, e montarvi su co' piedi ed orinarvi sopra? AP. Chi ti dava queste ostie per portare al giuoco? ST. Bornio sacerdote, nato in questa terra. DIC. Uomo scelleratissimo e peggiore di quanti siano gi mai stati conosciuti, o da me, o da altri in questo mondo! Dandomi gi costui nelle mani, io lo giudicai degno d'essere digradato e posto in mano della giustizia, la quale subito gli dette quel supplizio che meritava secondo le leggi. AP. Seguita pure il tuo parlare. ST. Vi mangiamo, vi beviamo, vi pigliamo amorosi piaceri; che volete pi? AP. Voglio che tu lo dica a parte a parte, che mangiate voi? ST. Carne ed altre cose che si sogliono cercare per mangiare. AP. Donde l'avete? ST. Ammazziamo de' buoi, ma risuscitano. AP. Di chi sono questi buoi? ST. Di quelli che noi abbiamo in odio; e caviamo ancora il vino delle botti per bercelo. Dipoi ciascheduna donna si chiama il suo demonio per cavarsi ognuna di noi la lussuria, ed ognuno di quegli uomini, ovvero demonj si caccia sotto la sua amica. DIC. De' buoi pare che siano cose da beffe. FR. Sono simili a quelle favole di colui. AP. A quale? FR. Cio, le pelli e le carni de' buoi, che vanno serpendo e mugghiano. AP. Simili certo; imperocch, che differenza a dire che la pelle de' buoi vada, e le carni mezze cotte mugghino, da quest'altra illusione che la pelle ravvolta del bue gi mangiato si rizzi in piedi? FR. Con una tal maraviglia credetteno gli Argivi che la nave di faggio degli Argonauti avesse parlato, e 'l cavallo d'Achille indovinato; perciocch crediam noi che chi concede che Xanto, cavallo d'Achille, parlasse, non sia per concedere ancora, il cavallo Pegaseo, o Dedalo, o veramente quello, Che riportando a' suoi la spoglia opima Del fier libico mostro ad ali tese Per l'aere gi schernendo ogni alta cima. AP. Se tu concedi queste cose, perch ti fai beffe del volare delle streghe? Leggendo tu pure anco quell'altro, Perseo tirar le penne di Parrasio. FR. Io non me ne fo beffe, se tu pensi che tal cose sian fatte per arte de' demonj, ma s bene, se tu credessi che si facesseno o per aiuto, o per ingegno umano, ne penso io che sia cosa mostruosa e 'l fingere le penne da volare all'uomo, o al cavallo, e la lingua insieme accomodatagli da parlare; conciossiach, esprimendo molti uccelli senza maraviglia nessuna distintamente le parole che hanno imparate, quanto pi facilmente si potr sciorre la lingua d'un cavallo a parlare per virt di spirito, o cattivo o buono che sia? AP. Tu dici che cotesto si pu fare? FR. Perch no? Essendo la natura uguale. AP. Puoilo tu provare per esempio? FR. S, con uno posto delle sacre lettere. Dicendo l'asina d'Ariobalaa avere parlato, che secondo i Teologi fu fatto con aiuto dell'Angelo, e conciossiach non sapesse ella quello che si dicesse, nondimeno la lingua era fatta dire quello che era utile allo esercito degli Ebrei, ed a ci gli era guida lo spirito buono. Nondimeno dir quello che raccontino le storie de' Gentili dell'avere parlato i buoi. AP. Noi sappiamo che i demonj non hanno n ossa n carne: come mangiano, e come usano con le donne? ST. Sono simili alla carne ed all'ossa quelle parti ripiene da loro, e sono pi grosse che quelle degli uomini. AP. Potrestile tu rassimigliare a qualche cosa, che noi intendessimo come son fatti quei membri? ST. Io non so, eccetto che son pi grossi di quegli degli uomini, e pi morvidi che non una brancata di stoppa: e quasi sono simili alla bambace. AP. La stoppa, intendo, Fronimo, ma la bambace no. FR. Credo che voglia intendere della lanugine xilina, cio della bambace nostra. ST. Io voglio intendere di quella materia, della quale si sogliono empiere le coperte da letto. AP. Io ho inteso: seguita. ST. Come s'era sfogata bene la lussuria, noi eravamo riportate a casa. AP. E quivi venivati egli mai a vedere? ST. Spesso, e qualche volta ancora m'accompagnava quando io andavo, o tornavo dal mercato, e ricordomi che essendo una sera uscita della citt a buio per andarmene a casa, tre volte usammo insieme inanzi che noi vi fussimo. AP. La tua casa quanto ella discosto dalla citt? ST. Intorno a un miglio. AP. E perci ha preso l'immagine d'una passera; ma io non mi posso imaginare quel che voglia dire questi abbracciamenti. FR. Per contentare queste lupe, se si contentano per, dicendosi che elle si straccano, ma non gi si saziano. AP. N mi posso anco arrecare nella fantasia donde costoro possino pigliare piacere. DIC. Dicono avercene tanto, che affermano non essere in terra un altro simile; e questo penso io che possa avvenire per pi cagioni, e prima per la grandissima bellezza e grazia del viso che pigliano quelli spiriti maligni, di poi per la grandezza straordinaria de' membri, perch con quella allettano gli occhi, e con questa gli riempiono le parti pi occulte; inoltre fingono d'essere molto innamorati di loro, il che carissimo sopra tutte l'altre cose alle misere donnicciuole. Possono ancora muovere drento qualche cosa, onde elle piglino pi diletto che non fanno con gli uomini. Il simile credo che avvenga a quegli uomini, che usano i demonj per donne: conciossiach quello sceleratissimo sacerdote (di cui dicevo poco fa) disse che pigliava molto maggior piacere del dormire con quel demone che si faceva chiamare Armellina, che con quante altre donne egli avesse mai avuto a fare. E perch voi non pensassi che avesse avuta la pratica di poche, egli ebbe a fare insin con la propria sorella, e dicevasi, che n'aveva avuto un figliuolo. Come si fusse, questo so io che era in sul processo. Ed era tanto accecato quel povero uomo nell'amore d'Armellina, che bene spesso, andando in piazza, ella gli faceva compagnia, non la vedendo nissun altro, e per comandamento di lei, i bambini che gli erano portati alla chiesa per battezzare, ne gli rimandava a casa come erano venuti, ed alzava l'ostia non consacrata al popolo, fingendo coi gesti, e con le parole di sacrarla, per nascondere la sua iniquit; e se talora la consacrava, rivolti per dispregio i piedi all'ins, di quella figura immaculata, che vi si suol fare drento, l'alzava in alto, e riponevala per dare alle streghe, che la portasseno al giuoco. Quello amore demoniaco, era causa di tante sceleranze. Un altro pure in quel medesimo furore cos bestialmente ama Florina (che cos dice chiamarsi), che mi ha detto pi volte (mentre che io l'esaminavo), volere innanzi morire, che lassare quella bellissima donna, di cui ha gi tenuto la pratica quarant'anni. Ed di modo impazzato, che non crede che sia altro Dio. Questo tale si serba ancora in prigione, se volesse per sorte pentirsi; ma perch non crediate che costoro, che sono presi da tale amore, faccino solamente contro alla religione, sprezzino Dio, negandolo, ed abbandonando la fede, della quale avevan fatto professione insino allora, sappiate che fanno ancora contro alla repubblica, tolgono la roba d'altrui, macchiano ed infettano ogni cosa, e con i loro malefizj s'immergono al tutto, e si tuffano negli adulterj e negli stupri, ammazzano i bambini, e beonsi il sangue loro, provocano tempeste crudelissime, guastano i campi con tanta ruina di grandine, che quegli, che anticamente incantavano le biade, paiono essere stati manco nocivi; contra i quali fu fatta la legge, e posta poi nelle dodici tavole. AP. Adunque ci fanno danno, non pure ne' beni di fuora che partorisce la terra, ma in quelli ancora che vengono dal cielo, e dall'aria che abbiamo intorno? DIC. Domandane lei. AP. Hai tu mai fatto venire tuoni? ST. Eh, bene spesso. AP. Hai nociuto alle biade con la grandine? ST. Pi volte. AP. Con che cerimonie? ST. Facevamo il circolo, e di subito veniva quivi Lodovico, non in forma d'uomo, ma di fuoco, e in un istante cadevano tuoni, saette e grandini sopra quei campi particolarmente che io volevo guastare. AP. A che fine facevi tu questa ruina? ST. Per odio, non per benevolenza. FR. Io ho letto gi luoghi di poeti, dove pare che i demonj facciano quasi strepito, nei versi stessi, come quando quella incantatrice, ovvero l'ingegnoso poeta in persona di lei, gli chiamava sotto nome di Dei, in questa guisa: Con l'aiuto de' quai stupir le rive Fo mentre i fiumi alle lor fonti invio, Le cose fisse muovo, e fermo al mio Canto le mosse, a cui null'altro arrive. E 'l mar travaglio, e 'l cielo, Or pien d'umido velo Rendo, or le nubi scaccio, Or i venti, or lo scaldo, ora l'agghiaccio. Ma questa nostra Strega, pi potente che Medea, ha provocata la grandine, e spintala nelle biade. Tirano ancora le menti degli uomini nella malia con quelle lusinghe che elle ingannano il senso. Imperocch disse quel poeta: Arseno in fiamme illecite i severi E duri vecchi, e non operan tanto Le nocive bevande, e figli amati Tolti al parto vicin, sugosi e pieni, Quanto i chiusi veleni, Negli animi impiagati Sol per virt d'incanto; e questo l'abbiam visto in un certo modo rinovato nella terra nostra. Quel sacerdote di settant'anni, che noi abbruciammo con le medesime fascine, sopra le quali andava a trovare la succuba, lo faceva. Un altro che n'avea passati settantacinque, e un altro ottanta, che si trovavano otto volte il mese nel medesimo giuoco insieme. E cos per pi testimoni si trovato che non una strega, o due, o tre, ma molte, n tre, o quattro uomini, ma pi, sono stati quelli che hanno avuto affare con i demonj succubi. Riferiscono eglino stessi, che sono da due mila uomini quelli che frequentano il giuoco. AP. Gli antichi hanno solamente celebrate tre o quattro maghe famose: la maggior parte poi furono dette Medee, e molte anco Canidie, e ai tempi nostri non stata una sola Erittona. FR. Ti maravigli che siano state secento Medee, avendo tu pure per cosa certa (senza maraviglia nissuna), ch'in una citt sola si trovino da dodici mila Circe; imperocch si tenevano per sorelle. AP. Io t'ho inteso, e non bisogna cercare il senso dello enigma per luoghi occulti, o per ambage. FR. Per questo penso che sia fatto con gran provvidenza a d nostri, ne' quali pare che ogni cosa vada di male in peggio, che il grandissimo Dio abbia volsuto in pi modi confermare la fede negli animi de' fedeli, per allargare in tutti i versi la religione. AP. Con che modi? FR. Principalmente con tre: col successo delle cose dette, con i miracoli fatti per virt divina, e con lo scoprire la scelleranza di cos enorme errore. Per che noi troviamo essere venute guerre, fame, pestilenza; appunto come erano state divinamente annunziate tanti anni prima. Laonde quelli che fusseno stati senza fede, avesseno facilmente a sospettare tal cose essere fatte, o per sorte, o per destino, acciocch fussino oppressi dalla grandezza della calamit, se per viva forza la fede non si mantenesse, risvegliata di nuovo in questa terra per tanti miracoli fatti dalla Vergine Madre di Dio, i quali siccome per loro stessi confermano la fede cristiana, cos per accidente la corrobora ancora quello che confessano le streghe, per mezzo del quale conosciamo (per il gran numero de' testimonj, cos a uomini come di donne) i demonj maligni essere nimici alla verit cristiana, la quale, quanto pi si sforzano disperdere e offuscare, tanto pi si viene ad innalzare e risplendere in tutti i modi. AP. Tu hai ridotto benissimo ogni cosa, ma, o buona Strega, hai morti ancora tu dei fanciulli? ST. Assai. AP. Col coltello, o col bastone? ST. Con l'ago, e con le labbra. AP. In che modo? ST. Noi entravamo di notte in casa dei nostri nimici, e talvolta degli amici, perch ci si aprivano tutte le porte, e dormendo i padri e le madri, noi toglievamo i bambini, portandogli al fuoco, e quivi gli foravamo sotto l'ugnine con l'ago, e ponendovi le labbra a succhiare, ci empievamo la bocca di sangue, e di quello, parte se ne inghiottiva, e parte se ne votava in un bossolo per fare l'unguento da ungersi le natiche prima che andassimo al giuoco. DIC. E perch voi non credeste che queste fussino bugie e finzioni, e che andassino per le case, dove ammazzano i bambini con l'imaginazione e sognandosi, si sono trovati in fatto i fanciullini piangere e con le dita forate sotto l'ugna. AP. Maravigliomi che non gridino quando si sentono pungere. ST. S'addormentano in modo che non sentono; quando si destano poi piangon forte, e ne stanno male, e talora se ne muoiono. AP. Perch non muoion tutti? ST. Gli curiamo noi altre, che sappiamo i rimedj, onde ce ne viene il guadagno. AP. Chi v'ha insegnati i rimedj? ST. I demonj. AP. Non mi pare che abbia del verisimile. FR. Al demonio non sono incognite le forze e le virt delle erbe, le quali hanno ancora conosciute gli uomini; ed hai da sapere che gi nel tempio di Esculapio erano scritte molte regole di medicina, le quali, si dice, che Ippocrate prese, e scrissele ne' suoi libri. Dicono similmente le storie molti rimedj, ed a' veleni ed alle ferite esser stati ritrovati per i sogni; e parimente leggiamo che quelli che desideravano fusse loro rivelato in sogno la medicina del lor male (come abbiamo detto di sopra) solevan dormire nel tempio di Pasife, e degli altri che erano tenuti per Dei. AP. Che vi promettono questi vostri amadori, che speranze vi danno? ST. Abbondanza di ricchezze e di piaceri, ne' quali continuamente ci troviamo. AP. Hatti egli mai dato danari? ST. Me ne dette gi una volta alquanti che sparirono, eccetto pochi che mi rimaseno. AP. O gran ricchezze! Che farebbeno eglino costoro se gli promettesse la ricchezza di Creso, ovvero quella di Alessandro molto maggiore, che fu portata da quaranta mila muli, se noi crediamo a Quinto Curzio, ovvero a Plutarco, che disse: con dieci mila muli e cinque mila cameli, basta che dia a questa feccia d'uomini tanti piaceri, quanti non ebbe mai n Sardanapalo, n Sandiride, n Stratone? DIC. Quelle erano cose umane, ancorch brutte, ma queste sono ridicule e vane. FR. Non le dire cos vane, se ben tu l'hai chiamate finte e immaginarie. DIC. Io certo stimo che elle siano in parte vere, cio che l'essere loro sia qualcosa, ed in parte vane e senza fondamento nessuno; e massimamente quelle che son dette da qualcuni, della trasformazione de' buoi gi mangiati, e poi risuscitati, distendendo la pelle riservata sopra l'ossa. Ma che siano portate qualche volta per aria, e che bene spesso mangino, bevano, prendano piaceri amorosi, questo non si ha al tutto da sprezzare come cosa falsa, e che repugni al vero. Potrei narrarvi molte cose affermate da testimoni d'autorit, s'io non temessi che voi vi chiamaste ingannati, perch io volessi torvi il tempo concessovi d'udire la Strega. AP. Serbalo di grazia a domane. DIC. Il giorno di domane gi deputato per altre quistioni; ma se vorrete desinare meco, ancorch noi siamo in villa, non ci mancher da mangiare, ed aremo tempo di ragionare. FR. Non da ricusare il convito dell'amico, e tanto pi degno, quanto che ci sar manco da mangiare e pi da ragionare. AP. L'uno e l'altro mi piace; con l'uno si pasce il corpo, e con l'altro l'animo. DIC. Domandate alla Strega di quello che pi vi piace; io lascer costui qui in mio scambio tanto che io torni, perocch in tanto far provvedere da mangiare. AP. Avevi tu segno nessuno da chiamarlo quando tu eri nel circolo? ST. S, uscendone, e chiamatolo due volte. AP. Perch non tre, o quattro? ST. Non lo so, ma mi commetteva cos: ed espressamente m'imponeva che io non lo chiamassi tre volte. AP. Che dici tu di questo, Fronimo? FR. Queste son convenzioni intese dai medesimi demonj, come sono, non pure queste che paiono chiare, ma quelle ancora che sono occulte, delle quali ha parlato il nostro Agustino e gli altri; ma io non credo gi che sia alcuna cagione naturale in questo numero binario, n penso che per questo abbia volsuto dimostrare il misterio della Diade di Mareta Caldeo, venuto ne' Platonici per mezzo di Pittagora, o fusse quel tale chiamato Zarete, all'usanza di Origene nel libro chiamato _Philosophumenon_, ovvero Zareta, il qual nome usa Plutarco Cheroneo nel dimostrare il maestro di Pittagora, interpretando una particella nel Timeo Dialogo, o veramente pi tosto s'abbia a dire Zarada, citando Teodorito teologo (nel libro delle leggi) queste parole, cio, leggi di Zarado; perch a che proposito avea il demonio a filosofare di tal cosa con questa bestia? Ma io credo ben piuttosto che sotto tal numero ci fusse nascosto qualche inganno del falsissimo nimico; o veramente per non consentire ancora nel parlare alla santissima Trinit, che Dio, ovvero per pi discostarle dall'uso della nostra religione, o veramente pi presto per qualche inganno che noi non sappiamo, insegnato a' Gentili sotto il numero pari, il quale volevano che fusse dedicato agli dei infernali, cos come il numero impari agli dei del cielo. AP. Questo mi piace. A te, Strega, parevati mai d'essere beffata dal tuo amatore? STR. Mai. AP. Oh, quando tu trovavi i danari essere spariti? ST. In qualunque modo si fusse, non l'avvertivo, perocch egli stesso ritornava, e mi rilegava di nuovo con molte carezze. AP. Quando e' ti prometteva tante cose, e che fingeva essere guasto di te; che ti domandava egli? ST. Niente altro, se non che io non credessi alla fede cristiana, n vi avessi speranza nessuna; ma in quel cambio io onorassi lui, mio amatore, a lui m'inginocchiassi, e tenessilo per mio Dio. FR. O pessimo spirito, veramente Satana, detto dagli Ebrei, avversario, da' Greci, diavolo, e dai Latini, calunniatore! Poteva pensare maggiore calunnia verso di Dio, che ingegnarsi con le sue parole, torgli la divinit; e attribuirla a s stesso con tanta arroganza, e con tanta insolenza falsissimamente? Onde forse per questo am il nome di demonio, o perch dimostrasse scienza, ovvero timore. Ma il proprio suo sempre di ordinare calunnie e fraude, e cos ingann il primo uomo sotto nome di Dei, onde si acquist il nome di calunniatore, come afferma Giustino filosofo e martire. AP. Ma in che modo eri tu conosciuta dalle altre cristiane? ST. Non ci era differenza alcuna: io andavo alla chiesa; la quaresima mi confessavo dal sacerdote, e dicevogli tutti gli altri miei peccati, eccetto questo; m'accostavo all'altare a vedere l'ostia sacra, n ci era differenza nessuna fra me e l'altre donne; n questo mi vietava il mio amatore, solamente voleva che io dicessi certe parole piano, e che io facessi nascosamente certe cose, le quali facendo, non mi domandava altro. AP. Dicci ogni cosa. ST. I giorni delle feste, essendo io in chiesa (come s'usa), e cantando il sacerdote l'Evangelio, mi commetteva, che io dicessi da me stessa: non vero, tu ne menti; e quando il sacerdote s'alzava l'ostia sacra sopra il capo, mi comandava che io non la guardassi, e che, mettendomi sotto le mani drieto, gli facessi a questo modo le fica (come io fo ora); di poi con istanza grandissima mi pregava, e con ogni sforzo m'imponeva che io non dicessi al sacerdote cosa nessuna de' nostri amori, e della nostra pratica, n di quelle che appartenevano al giuoco. L'altre cose poi, dicessile io o no, non gli importava. Inoltre, quando io ero all'altare a farmi porre in bocca il sacratissimo corpo di Cristo, voleva che a poco a poco me lo cavassi, e mostrando di spurgarmi, lo convolgessi nel moccichino per portarlo al giuoco, per poterlo quivi sbeffare e schernire in quei modi che tu hai inteso. Portavo ancora due ostie meco cucite nella veste, mediante le quali mi diceva che io non confesserei cosa nessuna al giudice di quel che mi domandasse, dove che poi forzandomi il giudice, e minacciando di tormentarmi, quel maligno me le fece gittare in un vaso da fare mio agio postomi nella prigione, da quello che era sopra ci. AP. Ubbidistilo tu? ST. S, che io l'ubbidii, misera me! e dirovvi una cosa molto orrenda, che avendole spezzate con una mazza, io vidi uscirne sangue. FR. Andiamo (se ti piace) incontro a Dicasto che ritorna a noi. AP. Mi piace. DIC. Restaci altro? FR. Siamo stomacati in modo, che non abbiamo bisogno di desinare. DIC. Ritiriamoci un poco nell'orto, e spasseggiando forse ritroverete l'appetito; rimettasi lei in prigione. AP. Non arei mai potuto credere che elle avesseno saputo trovare tante sceleranze. Io certo che prima arei facilmente perdonato a questa sorte d'uomini, stimando che il peccato loro non fusse altro che leggerezza, circa all'esser condotti in questi errori: e credevomi che le streghe fusseno ingannate, facendo parere loro quel che non ; e giurerei che elle sono sbeffate per tal via. Ma cos come ho sempre mai creduto alla religione della verit cristiana, cos non comporterei in modo alcuno che si perdonasse a s empi malfattori. DIC. S'io far che si vegga che questo appartiene alla religione cristiana, e che io ti adduca tanti testimonj, che sar forza che tu creda in quel giuoco esser molte cose, le quali veramente (come noi sogliamo dire, concedimi questa parola) realmente si fanno, penso che poi ostinatamente non farai resistenza. AP. Insino a qui l'animo non s'inchina n all'una, n all'altra parte. DIC. Dimmi (ti prego) hai tu veduto mai morto alcuno risuscitato? AP. Non n'ho veduti. DIC. Credi tu che i morti possino risuscitare? FR. Non lo negher, sendo questo cantato da' poeti, e scritto da' filosofi, e principalmente appresso di Platone, i morti essere risuscitati dagli inferi. AP. Io non do fede in una cosa cos grave e di tanta importanza n a' poeti, n a' filosofi; ma all'evangelio. DIC. Io ti metter innanzi esempj d'un'altra cosa, che non si contenga nella scrittura sacra. Credi tu che le navi possino uscire dalle Gadi, e dal porto d'Ulisbona, citt del Portogallo, e ora (rivolte incontro a Zefiro) essere portate per due mila cinquecento miglia, o pi, o meno, in un paese tanto grande che non si sappia quanto giri di circuito, e ora rispignendole Zefiro per il mare Atlantico possino venire nel golfo Indico? AP. Questo creder io. DIC. A chi credi tu questo? AP. A tanti mercatanti, che dicono aver fatto tal cammino sopra le larghe spalle del mare. DIC. Hai tu mai parlato loro? AP. Non mai certo, ma ho bene parlato a quelli che affermano averlo inteso da chi vi navigato. DIC. Non potrebbeno eglino ingannarti? AP. Gli uomini da bene non si dilettono di bugie. DIC. Se io ti produrr testimonj quanti si siano quelli (e non manco da bene), che hanno confermato, e con giuramento, che le streghe sono portate al giuoco, e che i demonj sotto spezie di donne si sono sottomessi agli uomini, e sotto spezie di uomini hanno auto a fare con le donne: e quelli ancora che costretti con sagramento l'hanno confessato, non crederai tu? FR. Egli sarebbe cosa d'uomo senza vergogna e protervo, se tu non cedessi. AP. Per che cagione? FR. Perch quando molti si accordano insieme in concludere qualche cosa, e affermanla tutti per una voce, non pare verisimile, che alcuno di ragione possa contraddirgli, se gi non fusse mosso per qualche ragione di tanta efficacia, che avesse possanza di mandare a terra l'opinione confermata dal comune parere, la qual ragione non credo gi che tu abbia. AP. Questo tuo sillogismo arebbe qualche vigore, se non s'applicasse alle cose che paiono sopra natura, ma a quelle che sogliono trattarsi nell'uso comune degli uomini; e per non repugnai alla navigazione dell'armata spagnuola, e repugno al giuoco di Diana. FR. Molto pi si potrebbe contraddire a quelli che narrano il viaggio degl'Indi, che a quelli che spongono il giuoco della notturna Ecate. Imperocch quello non fu conosciuto dagli antichi in modo alcuno; solamente si trovorno certi segni, per li quali dicono che gi non so che nave d'India venne al lito spagnuolo. Ora si naviga d'Europa in India, per il mare d'Etiopia, e sono gi descritti i porti, ed i liti nelle carte da navigare. Oltra di questo, furno incognite agli antichi isole di maravigliosa grandezza, che oggi son trovate; e quella terra nuova si grande, trovata a' nostri giorni, della quale non ha parlato mai nessuno. Ch se i filosofi, che si sono imaginati pi mondi, avesseno conosciuto che fusse _in rerum natura_, forse mossi da questo, con pi ragione parrebbe che fusseno impazzati. Certo che di queste terre nuove non n'hanno parlato n Strabone, n Tolomeo, n quelli che son tenuti fabulosi, e delle streghe se ne fa menzione chiaramente ne' libri degli antichi, e de' moderni. AP. Io mi sento gi gi in un certo modo pender l'animo per piegare nella opinione tua. Ma io udirei volentieri i testimonj che Dicaste vuol produrre, e se alcuna altra ragione avesse fuor di quelle che ha dette. FR. Il dubitare segno d'animo incostante, e che pieghi ora in qua, ed ora in l. Imperocch le cose che dicevamo innanzi, ti parevano, se non vere, almeno assai verisimili, di poi contrastavi, e parevati anco di ragione dover contrastare. Ora confessi che l'animo t'inclina a venire nel nostro parere. Per le quali cose io raccolgo la tua instabile opinione, se gi non mi dessi ad intendere, che forse le abbia dette per ironia, sendo tu assuefatto a quello scherzare che usano i poeti, ovvero, pratico ne' dialoghi di Socrate, da' quali non si pu cavare mai un certo che di fermo e stabile, ovvero si cava con gran difficult. AP. Io non fingo niente, n giudico che mi bisogni teco usare ironia. Ma non vorrei in cosa di tanto pregiudizio temerariamente cedere. Mi pare molto meglio (pure che si faccia con modestia) andare dubitando, e scoprire or di qua e di l, or a te, or a Dicasto (quasi come una piaga al cirugico), la debolezza dell'ingegno mio, perch (s'io mi ricordo bene) stato detto da un grande uomo, che in simili cose, le quali pare che avanzino il comprendere nostro, si debbe ire passo passo, acciocch, se facendocene noi beffe, non si dica subito che noi lo facciamo con fraude, o credendole al primo, non diamo nella rete, e nella superstizione delle vecchierelle. Se bene io sono stato ambiguo con l'animo, e che mi paresse cosa da dubitare, nondimeno non ho mai ostinatamente contraddetto. FR. Se tu sei di questo parere, di volere in questo seguitare l'intelletto, e non la volont, si pu certamente sperare bene di te. Ma osserva sempre in ogni cosa dove sia pericolo, e in questa specialmente che noi disputiamo, che le passioni non precedino l'intelletto. Sono bene alcuni, che negli studj e nelle scienze guastano l'ordine, mandando prima quello che ha ire di poi; prima determinando con la volont quel che sia la verit, che l'abbiano esaminato con il lume dell'intelletto. AP. Io gi desidero d'intendere quello che Dicasto abbia da dire in questa cosa, il qual veggo che ritorna a noi. Se vorr mantenere le sue promesse, non possono essere se non cose eccellenti. FR. Bisogna quietare la nostra fame, e poi si quieter la tua sete, e il tuo desiderio. DIC. Il desinare apparecchiato un pezzo fa, e abbiamo fatto tardi col nostro disputare. Come noi aremo dato al corpo il suo bisogno per ristorarlo di quel che continuamente perde e consuma, entreremo nella disputa che ci resta. III. INTERLOCUTORI APISTIO, DICASTE, FRONIMO e STREGA. APISTIO Poi che al tutto abbiamo rimosso la fame, siami lecito, Dicaste inquisitore, innanzi ogni altra cosa domandarti questo, che mi ha messo nell'animo, non uno scroparello, ma una lancia, se si concede che sia vero quello, che abbiamo udito da quella strega. DIC. Siati lecito ci che ti piace. AP. Non mi satisfanno le cose che son dette da qualcuni, cio che di questi mostruosi vizj che son comportati, se ne faccia giudizio in luoghi sotterranei, per il quale siano puniti coloro che sono immersi in queste sceleranze, essendo molto meglio il proibirle, che il permetterle per castigarle. DIC. E meglio certo se tu riferisca questo a colui che ha commisso il peccato, dal quale sendosi astenuto aria fatto grande utile a s stesso. AP. Perch cagione gli permesso che lo commetta? Non pensiamo noi che divinamente sia dovuto essere, se divinamente sia stato vietato? DIC. vietato per la legge, non con operazione, che non possa farlo. AP. Perch egli permessa quella operazione? DIC. Perch gli posta nell'arbitrio libero dell'uomo. AP. Non era egli meglio, che quello, che Dio aveva conosciuto essere per cascare in questa grandissima empiet, non fusse mai nato? DIC. Era meglio certo, che fusse morto nel ventre di sua madre in quanto a lui, dovendo perseverare insino al fine della vita nella sceleranza. AP. Pensi tu che a lui fusse stato meglio il non essere mai nato? DIC. A chi eh? AP. A esso. DIC. quistion frivola, imperocch esso niente. Sono in fra di loro tanti contrari, che l'uno distrugge l'altro, e quello che noi discorriamo non apporta ad esso niente di prospero o d'infelice. AP. Per che conto adunque cre Dio con la sua somma bont colui che conosceva essere dannato all'eterno tormento? DIC. Per la stessa somma bont sua. AP. Come pu stare questo? DIC. Pu stare in cotal guisa: acciocch la infinita bont di Dio non sia vinta dalla malizia umana. E questa sentenza dicono che rispose San Piero Apostolo a Simon Mago, che gli domandava una simil quistione, se gli vero quello che ha lasciato scritto Clemente della disputa avuta in fra di loro. Parrebbe veramente che l'opera della infinita potenza avesse a mancare del benefizio di creare l'anima, per questa cagione che l'uomo sia per male usare questo tal benefizio. Aggiungi che se tu consideri a tutte le altre virt mostrate da Dio al mondo, la giustizia si scopre in coloro che hanno voluto pi presto fuggire, che seguitare i doni della bont e della clemenza; n per questo o si ammorza, o si diminuisce la misericordia, ponendosi secondo che ricerca il rigore della giustizia; e cos di quella sceleranza, e di quei mali, ne nasce qual cosa, che cavata da Dio stesso, predicato da Augustino per tanto buono, che non permetterebbe il venire del male, se non volesse cavare da quello qualche maggior bene; il che dagli uomini dotti spesse volte (se non sempre) conosciuto riuscirne; ma non gi visto dal volgo. Bastiti queste poche cose per esempio. Il giusto Giosef fu venduto da' fratelli con grandissimo loro peccato. L'indotta moltitudine non cerca pi oltre niente altro, ma gli uomini dotti e pieni d'animo pio, conoscono per cagione di cos empie mercanzie, Giosef fatto re dell'Egitto, avere liberato dalla morte il padre, i fratelli; e tutta la famiglia; e di qui poi essere venuti molti e gran misterj celebrati da noi. Risplende la virt e la gloria de' martiri per i tormenti e per le morti date loro dai tiranni. E finalmente, ch pi, per la morte di Cristo si manifest all'umana generazione l'eccessiva bont di Dio, la redenzione dall'eterna morte, e la porta alla pietade aperta, e alla giustizia. AP. Tu mi hai cavato quello scroparello che mi molestava: dichiara al presente s'egli s'ha a mettere fra le cose vere quella che abbiamo udito, seguitando quel che ne veniva, e mostrando questo giuoco essere storia, e non cosa finta e fabulosa, come promettesti di fare. FR. Sei tu per ricevere ogni cosa per istoria? AP. No, perch quella samosatena mera fabula, e nondimeno ella va attorno sotto nome di vera narrazione; ma sono anco molte cose cos incerte, cos doppie e varie in voce degli uomini, che paiono essere poco differenti dalla favola. FR. Tu la discorri bene. Perch siccome infra le tenebre delle favole, qualche volta riluce qualcosa di vero, cos fra le narrazioni delle storie, che hanno infra di loro repugnanza, ne troverai forse una di vera: l'altre vacillando con falsit, sono da essere poste fra le favole. Imperocch il vero non pu contrastare al vero; dipoi, Dicaste, mi pare d'intendere quel che vuol dire Apistio. DIC. Che cosa? FR. Una storia approvata con molti testimonj, a petto a cui non se ne possa mettere un'altra di maggiore o di pari autorit. AP. Tu hai espresso l'animo mio. DIC. Vi prometto di mostrare che appartiene alla religione cristiana il credere che questo giuoco si faccia, e il procurare noi di estirparlo. Io vi addurr molte storie che pure non saranno in fra di loro contrarie, ma massimamente concordi, e farovvi rimenare qui la strega. O guardia della prigione! va, menala qui subito. Costrignerolla ancora con sacramento che ella confessi il vero, di quelle cose che io vi addurr; similmente molte n'abbiamo avute testificate da uomini costretti col sacramento, e scritte per memoria de' posteri, a confermazione della verit. AP. Or di' via. DIC. Io vi potrei rimettere a' libri, che trattano di questa cosa, composti con gran diligenza; ma ancora che questo fusse grato a Fronimo, che mostra per la disputa che ha fatta d'essere pratico in ogni sorte di scrittori, nondimeno non satisfarebbe ad Apistio, che pare che abbia attinte molte di quelle lettere che son pi pulite, e che contraddica a tutti quei libri, che non sono eleganti e puliti. AP. Biasimi tu forse, Dicaste, con questa tua figura retorica, L'eleganza del parlare nel verso, o nella prosa? DIC. Niente. AP. Pare pure che sogliano alcuni, i quali sapendo solamente lettere parigine, cio scritte per quistioncelle (imperocch ne ho gi veduti a Parigi volumi scritti da gente di quivi, con stile elegante e buono) avere in odio l'orazione continuata acconciamente, distintamente e ornatamente composta. DIC. Io sar da essere messo nel numero di loro? che son certo cos aver fatto Giovan Crisostomo, Basilio, tre Gregorj, e in greco Girolamo, Cipriano, Ambrosio, e altri Latini. AP. Non scrisseno anco versi? DIC. La pi gran parte di loro scrisseno versi, acciocch non si possa dire che a quei tempi non s'usasse quel modo di scrivere; imperocch facevano resistenza anco in verso ai nimici della fede. Sono anco a' tempi nostri alcuni che con l'eloquenza pi facilmente sono tirati a' nostri sacrifizj, la quale, pure che sia casta, non si pu biasimare. Come non pu anco biasimarsi un bene che sia eccellente fra gli uomini, confermato dalla ragione e dall'autorit degli antichi. AP. Che libri son quelli, e in che tempo furon dati fuora? DIC. Sono molti, dati fuora sessanta anni fa, e a tempi nostri uno. AP. Chi sono gli autori? DIC. Credo che siano stati Belgi, o Germani, ma di quello che ho detto all'ultimo sono due gli autori, tutti due Germani, i quali si sono ingegnati di battere le malfattrici con un martello, e con maggior forza, e pi giustamente che non fe' Nicreonte Ciprio Anassagora Abderite. AP. Con che stile son composti? DIC. Con quello che volgarmente da' parigini detto quistioncelle; ma per quanto patisce la cosa con molta sottigliezza, fondati come mi pare sulla verit e in su testimoni di santi uomini; n questo pare a me solo, ma parso anco a molti teologi. Il principio di quell'ultimo volume comincia dal Massimo Pontefice, il fine approvato per l'autorit di Cesare. Abbiamo sentito lodare il libro pubblicamente nella Colonia Agrippina da quelli che fanno professione di sacra scrittura. AP. Vorrei piuttosto che tu mi dicessi, o Dicaste, ci che hanno a fare con la cosa nostra. O di quivi, o d'altrove che si venghino, dichiaramelo con parlare pi manifesto. Imperocch, sendo Fronimo qui presente alla disputa, cos, come ha disputato molte altre cose, le quali non penso che si contenghino ne' libri, cos forse non si sdegner d'aggiungere di molte cose, e parimente la Strega (che gi s'appressa) forse ne accrescer delle altre, fuor di quelle che ha dette, non comprese ancora in libro nessuno. DIC. Io vi ubbidir, con questa condizione per che mi perdoniate, e che io sia scusato appresso di voi, se io dir forse cosa non pi udita dagli orecchi vostri: perch se bene io ho amato assai le lettere greche e latine, nondimeno con non minore studio ho praticato tra teologi, i quali, posposto l'ornamento del parlare, hanno atteso alla cognizione delle cose. FR. Ella minore la perdita delle parole, che quella delle cose, e ho sempre giudicato che chi pu avere l'una e l'altra sia pi eccellente di chi n'ha una sola delle due; ma se si avesse a leggere una sola di queste, non sar mai d'opinione che sia da posporre la cognizione delle cose a quella delle parole; bench, come io ho raccolto dal parlare tuo, tu potevi fare senza questa escusazione. DIC. Io dir in miglior modo che io potr. E prima cosa assai manifesta, che chi negasse che i demonj non fusseno, sarebbe da essere scacciato dalla Chiesa cattolica come ripugnante in molti modi alla scrittura sacra, e principalmente allo stesso Evangelio. AP. Questo senza dubbio alcuno te lo concedo come cosa verissima. FR. Chi lo negasse sarebbe anco da essere scacciato dall'Accademia e dal Liceo, facendosi appresso di Platone, e di tutti i platonici, assai menzione de' demonj. Non fu similmente rifiutato da Aristotile; conciossiacosach nell'Etica, nella Politica e nella Rettorica (per tacere gli altri luoghi) fece ricordo di questo nome. DIC. Ma quelli sono differenti da' vostri in questo, perocch eglino stimavano che i demonj fusseno buoni e cattivi; e noi li tenghiamo tutti cattivi, e sebbene gli chiamiamo con nome di satanassi e di diavoli, sono detti anco demonj: e per questo fanno quelle parole del profeta: Tutti gli Dei de' Gentili son demonj, e l'Apostolo disse: Non vorrei che voi vi faceste compagni de' demonj; e quel che disse anco l'Apostolo: I demonj credono e tremano di paura. Oltra di questo, nessuno uomo savio ha dubitato che i malefizj dell'incantare le biade, e quelli che si fanno circa lo sciorre e il legare in tormenti i matrimonj maritali, e le cose che son fatte fuor di natura non siano fatte con arte e convenzione de' demonj: e di qui son nati i comandamenti de' teologi antichi e moderni della scrittura sacra, e i canoni della Chiesa romana e le leggi imperiali. Nel Deuteronomio si comanda che i maliardi, e gli incantatori siano ammazzati, nel Levitico gli indovini: e la legge comanda, che, quelli che vanno usando lo spirito profetico di Febo, siano lapidati. E molte altre cose (come si pu vedere nella XXIV e nella XXVI quistione de' decreti) che raccoglie Graziano. AP. Si posson leggere tante cose appresso di santo Agostino ne' libri della Citt di Dio, in quelli della dottrina cristiana, che poche altre accaggia ricercarne fuor di quelle, per non stare io a raccontare i teologi moderni; che in molti luoghi hanno disputato contro a questi malefizj; ma ne' testi civili parimente, nel codice di Giustiniano, sono molte leggi contro a maliardi e matematici. Fa. E molte altre cose, che appartengono a questo, si veggono anco appresso de' filosofi moderni, cos platonici, come peripatetici, dico Iamblico, Proclo e Porfirio. AP. Cos, come io non nego, che i demonj non siano, e che con la malizia loro non possino fare di molti mali, cos vorrei che mi fusse dichiarato quelle cose che propriamente appartengono alla cosa nostra: se queste donnicciuole e questi omicciatti vadano o siano portati al giuoco col corpo, o se pure non intervengono a questi giuochi se non con l'animo e con l'imaginazione. Il perch disseno alcuni, che questo giuoco era una nuova spezie d'eresia, diversa da quella antica superstizione; altri che ella era al tutto la medesima, ma che quivi si davano solamente le querele, e determinavasi il castigo a quelli che credessino Diana, ovvero Erodiade essere Dea, e che il corpo umano si trasformi in vari corpi di animali, come quel de' demonj, e quelle che affermasseno potersi discernere quel ratto, quel furore della mente, mentre che si fa: talch si possa conoscere in questo, e benissimo comprendere, se 'l corpo vada dove ascende la mente; conciossiacosach san Paolo dica di non saperlo; ma quando queste tali streghe son portate col corpo, non son rapite con l'animo, e se fusseno rapite, la natura del ratto verrebbe a essere diversa, venendo da diverso principio, e son portate volendo e vegghiando a balli, a conviti, e a notturni piaceri d'amore. Laonde io, o Fronimo, lodo la distinzione della tua disputa di ieri, nella quale determinavi che questo giuoco delle streghe fusse antico in quanto all'essenza, e nuovo in quanto agli accidenti. FR. Se noi consideriamo che nelle antiche superstizioni de' demonj si trova il circolo, l'unguento, l'incantamento, l'andare per aria i corpi umani, le vivande apparecchiate, gli amorosi congiungimenti sotto spezie d'uomini e di donne, che ci resta che noi non giudichiamo essere uno antichissimo commerzio degli scellerati e maladetti spiriti con gli uomini dannati? E che si trovino alcune cose in questo spettacolo de' demonj (che ora dato alla maggior parte), le quali anticamente non si leggono essere state fatte, n'ho anche assegnate le cagioni riferite veramente nelle mutabili e varie astuzie del demonio maligno, e invidioso degli uomini, il quale in diversi tempi, con il mezzo di diversi uomini, e con varie lusinghe, tirasse gli uomini in precipizio. DIC. Per questo mi piaciuto molto quello che tu hai detto. AP. Voi pensate dunque che siano portate, col corpo? DIC. Penso che talora siano portate col corpo, e talora credo che possino cos facilmente essere ingannate, che avendo mal disposta la potenza imaginativa, paia loro di essere portate di l dal monte Gargano, e di l dal risonante Ascanio, e di l dal Caucaso, per l'arme delle Amazzone famoso, con penne ancora simili a quelle di Dedalo pensino volare, come si fa in sogno, ma non sono sottoposte alle querele e a' processi per questo. Imperocch a noi che c'importa, che vadino col corpo, o con la mente a pi, o a cavallo? Ma per aver rinnegata la fede, dove hanno gi fatto professione, scherniti i sacramenti, e sprezzato Cristo, per avere adorato il demonio, e commessi molti malefizj, perci facciamo loro le inquisizioni, e convinte nelle sceleranze loro le diamo a' principi, o a' loro ministri che le gastighino; confidati non pure nelle antiche leggi della Chiesa, ma anco nelle nuove, e parimente replicate da Innocenzio ottavo prima, e di poi da Giulio secondo, pontefici grandissimi. Ma guarda nondimeno di non credere che la maggior parte di loro sia portata col corpo. FR. Ier l'altro, o Dicaste, avvertii questo Apistio, che non sprezzi come cosa incredibile quello che tutti gli uomini, o la maggior parte, hanno per probabile; ed sentenza di Aristotile, che quello che detto da tutti, non pu essere in tutto falso: dalla quale persuaso Tomasso d'Aquino, annoverato fra santi per la sua piet e per la sua scienza fra i dottori eccellentissimi, si pens nel secondo comento, massimamente sopra le sentenze teologiche, che gli incubi e i succubi fusseno demonj, per essere stati di questo parere molti uomini eccellenti; s che non avere, Apistio, per cosa abominevole quello che accettato per cosa tanto famosa, e per il consenso di tanti litterati. DIC. Ottimamente l'hai ammonito: e acciocch ora si gnene faccia maggior fede, vien qua, Strega; giura in su questo libro santo che io t'ho posto innanzi, e sappi che per tal giuramento sei costretta in modo, che se poi mancando della fede e promessa, e ingannando, o pure in una minima cosa dicendo la bugia, non hai mai a pensare, n appresso di noi, n manco appresso al secolo avvenire, trovare perdono. ST. Ho giurato. DIC. Eri tu portata al giuoco col corpo, o con l'animo? ST. E col corpo insieme, e con l'animo. DIC. Come sai tu di essere stata levata per aria con esso il corpo? ST. Perch io toccava con queste mani stesse quel demonio, che si chiamava Lodovico. DIC. Che toccavi tu? ST. Il suo corpo. DIC. Era come quello di ciascuno di noi? ST. Pi morbido. DIC. Eravi egli altri col corpo? ST. Una turba grandissima. DIC. Cos hanno affermato tutti: di quanti mai ne ho esaminati, ancora senza martoro. Cos dicono avere risposto per una voce quanti altri mai sono stati esaminati da altri inquisitori, bench sappiano questa non essere la cagione donde abbiano aver martoro, ed essere punite, ma solo per avere rinnegata la fede che avevano promessa. Nondimeno tutti per una bocca, tanto i maschi quanto le femmine, o in questo o in altro luogo che siano, parlano cos. Vo' raccontarvi un caso che non favola, ma storia. Pochi mesi sono, che nella rocca fortissima che tu vedi di questa citt, circondata di s profondi e s larghi fossi, e cinta di s alte mura, era portato un fanciullino in braccio dalla sua madre (come si fa) dove che, sendo veduto a sorte da quello scelleratissimo sacerdote che si giustiziato, parlando con un suo parente guardiano della rocca, subito gli entr addosso la mala tentazione di volerlo succhiare e guastare, e parvegli quel d pi lungo che non pare a chi lavora a opra. Come la notte venne, si fece portare al demonio per aria, ed entr in casa, dove il fanciullino giaceva nella culla, e succhiolli il sangue in tanta copia, che non aveva pi forma di fanciullo umano, ma pareva un'ombra vana. Sendo al tutto ignota la cagione della pallidezza, e del male, insino a tanto che giudicato il malfattore al fuoco, chiese perdono al padre del fanciullo, a cui avea succhiato il tenero sangue, della sceleranza commissa, andando e venendo sopra quelle alte mura. Vadino ora gli antichi, e celebrino gli antropofagi, e maraviglisi l'et nostra che si trovino nell'isole del mare orientale uomini che mangino le carni umane, quando che nel mezzo d'Italia, in una regione domestichissima e coltivata, lontana da ogni feritade, per istinto de' maligni demonj si sia trovata compagnia di s gran numero, che si pasce di sangue umano. Ma io ritorno alla strega. Che congiungimento era il tuo con un corpo aereo? ST. Non so con che corpo, ma conoscevo bene, che io vi avevo molto maggior piacere che col mio marito. DIC. Non ti dava egli orrore e spavento il sapere che egli fusse un demonio. ST. Io non vedevo altro che umana effigie, eccetto i piedi, i quali non mi si offerivano cos alla vista come il petto, e come le altre membra. AP. Oh, che aspetto! FR. Tale che occultava la crudelt, la invidia, e mostrava la pulitezza, la delicatezza, e le altre cose, con le quali allettava e invaghiva. Venere nelle selve, desiderando mescolarsi con Adone, teneva modo di cacciatrice per allettare e prendere il cacciatore, donde l'ingegnoso poeta disse: In abito succinto alla verdura Nuda a ginocchio al modo di Diana, Chiama alla preda i can pronta e secura. N altrimenti ancora ingann Anchise pastore, che con modi convenienti ad un uomo che stesse in villa. Cos descritto da Omero in un certo inno, nel modo, nella grandezza, e nella forma che si mostrava simile alla vergine Admeta, quando disse nella sua lingua Greca.... DIC. Dillo latino. AP. Dillo al modo d'oggi. FR. Non riesce sempre il capriccio di tradurre all'improviso le cose greche. DIC. Traducili bene se si pu, se non, fallo in qualunque modo si sia. FRONIMO La figlia a Giove, e madre al cieco Amore Simil mostrossi al giovanetto Anchise Alla fanciulla Admeta in volto fuore. DIC. Che pensi tu che abbia voluto intendere il poeta per quella similitudine? FR. Lo dimostrano a bastanza le cose che vanno innanzi e quelle che seguitano. Imperocch lo trov separato da' suoi che andava co' buoi, e mostrgli lo splendore insolito a lui, e con grazia lo fece maravigliare di lei, fingendosi mortale, ed avendogli per molte ambagi narrata la sua genealogia, al fine lo tir agli amorosi piaceri. AP. Ho letto bene che Anchise ne fu punito, sendo percosso dal fulmine come gli era stato preditto, donde quel verso: Giove irato il fer col telo ardente. Ed avvenga che la cagione d'essere stato in tal guisa punito la dia all'avere egli divulgato il peccato, nondimeno dimostra innanzi, che tutti quelli che cercavano d'aver a fare con gli Dei, capitavano male. Cos dicono le favole che Semele fu percossa dalla saetta. N son molto discosto dal credere, seguitando Callimaco in questo (ancora che Ovidio dica altrimenti), che Tiresia accecasse per avere usato con Pallade, ovvero per averla in questo affare desiderata: ancor che con pi onesto modo abbia finto Callimaco essergli avvenuto per avere vista Pallade ignuda. FR. Che dici adunque? AP. Che tutte son cose simulate, e penso, e dubito che elle siano cose finte. FR. Pensi tu, che in quei primi tempi degli eroi siano apparsi demonj, che, secondo a nostra religione, sai che sono spezie di spiriti maligni? AP. S certo. FR. Perch non credi che quegli abbiano appetito di congiungersi con le donne sotto spezie di uomini, e con gli uomini sotto spezie di donne? AP. Perch non sono di carne, che si possino dilettarsi di piaceri amorosi. FR. Si detto pi volte, che non lo fanno per quello, ma per cagione d'ingannare. AP. Dicono pure figliuoli di Dei, e figliuole di Dee, e ieri l'altro mi ricordo che dicesti, le favole avere auto qualche fondamento, donde egli adunque il seme ne' maschi? Donde il partorire nelle femine? Di che cose nascono i piccoli fanciulli? FR. Dubiti tu forse che siano fatti di niente? Conciossiacosach anco nel sacro Genesi narrato da Mos, in un certo luogo facendosi menzione de' figliuoli e delle figliuole di Dio, e degli uomini, pensando alcuni che voglia intendere simili congiungimenti, vogliono che si riferisca alla progenie giusta ed alla ingiusta; ma non si ha da stimare, che sia cos, se si dica alcuni esser figliuoli di Giove e di Apolline, che questi siano tenuti essere nati del seme de' demonj, ch essi non l'hanno, ma figliuoli di quell'uomo, donde uscito il seme che gli usono. Imperocch quel demonio, che come donna si congiunge con l'uomo, quel medesimo poi, congiungendosi con la donna sotto forma di uomo, gli rende il seme che prima dall'uomo avea ricevuto. Laonde la donna che ingravida s'ha a pensare ch'ella sia ingravidata da quello uomo, da cui venne quello stesso seme, e se alcuni erano falsamente creduti figliuoli di Dee, s'ha ancora da credere, che i demonj abbiano rubati i parti veri ad altre donne, ed avergli dati a quelle che per tal via beffavano, e cos averle ingannate, facendole allevare i figliuolini d'altre suppostigli per suoi. Nel qual modo se volesseno, alcuni potrebbeno sostenere che non fusse stato felicit in quelli che gli antichi chiamarno figliuoli di Dei e di Dee (il che non crederei io, tenendo la maggior parte di queste cose fabulose). Cos difenderebbeno ancora essere stato il nascimento d'Enea in Asia, e quel d'Achille in Grecia, i quali furono famosi al tempo degli eroi. E cos parimente essere ingravidita Olimpia regina in Macedonia, ed in Italia la madre d'Africano maggiore. DIC. Le cose che tu hai racconte, Fronimo, paiono simili a quelle di santo Agostino, che il demonio sia stato l'inventore del brutto amore de' fanciulli. FR. Certo che non pure allettava le donne ai piaceri amorosi, ma tentava anco gli amori de' fanciulli; donde facilmente si pu fare coniettura, che i brutti amori de' fanciulli siano stati tentati da quelli, che dicevano di corre il fiore alla verginit loro per esempio de' demonj; ed avere auto origine primieramente in Asia, e di quivi poi essersi sparsi in poco tempo in Grecia, ed in Italia, ed insino in Francia. Imperocch il ratto di Ganimede a Troia, non dubbio che appresso i gentili stimato antichissimo. L'incendio di Soddoma e Gomorra, e delle altre tre citt d'Asia, cosa notissima non solamente appresso de' nostri, ma ed appresso de' Gentili. Orfeo andando d'Asia in Tracia, ed in Grecia, cos come fu primo autore di rimuovere il culto di molti Dei, cos fu anco autore di maledire questo vizio, e fu tenuto il primo uomo, che fusse appresso de' Traci, o (come vogliono pi tosto alcuni) primo appresso de' Taurini. In Grecia era gi cosa tanto pubblica, che i cattivi credevano essere cosa lecita e concessa. Appresso de' Celti gi si teneva (come dice Aristotile) che non fusse peccato alcuno, ma s come si crede che per benefizio della legge cristiana poi fusse estinto, cos massimamente crebbe e prese vigore appresso de' Persiani, s per la sceleranza gi antica, come per essere lontani alla legge cristiana. Imperocch noi conosciamo quello in fra i costumi che buono, quello che cattivo, e quello che pessimo al tutto. Laonde il demonio maligno (non tanto per dilettare le donne inclinate alla lussuria stimulando la natura all'ingravidare) usava con loro: ma ritrov ancora quella contra natura sporca, abominevole, promettendo premj a quelli che ne erano pazienti, a chi l'eternit, come a Ganimede, il quale dagli antichi vani fu misso in cielo, cosa non manco impia che sfacciata, ed a chi l'arte dell'indovinare, come a Branco pastore, a cui favoleggiavano essere stato spirato il vaticinio da Apolline. AP. Di grazia non me ne dir pi, che certo cos come mi sono note, cos anco mi danno maraviglia queste cose, non essendo continuamente accadute nel corso d'ogni et, se si pu porre il termine dal tempo degli eroi infino a quel di Scipione. DIC. Tu dici le gran cose! in ogni tempo ed in ogni et accaduto qualcosa. AP. Perch non si sanno? DIC. Si sanno la maggior parte, non tutte. AP. Perch non sono pubblicate? Dic. Mi sovvengono due ragioni; l'una che sendo tolto il principato del mondo al demonio maligno per la morte e per il sangue di Cristo, non scherza cos spesso con i popoli, ed allo scoperto. Imperocch gi sotto spezie di divinit era adorato, ed ora abita in luoghi diserti e solitari, come abbandonato e fuggiasco. L'altra, che allora tendeva le sue reti d'amore ad ogni sorte d'uomini, ed ora attende a porre l'insidie di Venere a due sorte d'uomini solamente; agli ottimi, ed a' pessimi. Chiamo ottimi quelli che si sono dati a Dio con tutte le forze, calpestate, e sprezzate tutte le lusinghe, e tutti piaceri, insino a quelli che sono onesti. Questi gli affronta spesso e di nascosto, tal che, quando queste cose si fanno, non si palesano, se non qualche volta per esempio e salute degli altri. Pessima chiamo questa generazione di streghe, delle quali noi parliamo. Tu hai veduto che bisogna cavargli di bocca per forza gli amor loro con minaccie e tormenti, perch non parlano di queste cose liberamente, se non fra i loro domestichi. AP. Adunque tende le insidie d'amore agli uomini santi, ed a quelli massimamente che si son dati a Dio? DIC. Se tu sapessi i loro costumi ed i loro gesti, che sono scritti, non dubiteresti niente. Dice Sulpizio Severo, che il demonio tent gi d'ingannare quel santissimo Martino sotto persona di Giove, di Mercurio, di Pallade e di Venere. Non credi tu che quando si mostrava di essere Giove promettesse regni e tesori? quando si fingeva Mercurio, la eloquenza e tutte le arti? e quando Pallade, la sapienza e l'arte militare, il quale egli gi sempre se l'avea cavato d'attorno sotto la forma di Venere? Che sorte di delizie pensi tu che gli avesse promesse? con che biacca, e con che purpura credi tu s'avesse tinte le gote e le labbra? pensi che dovesse mostrare una veste di color cangiante, gli occhi vaghi e lascivi, e parole attrattive? Potrai sapere da Atanasio con che modi tentasse il demonio santo Antonio, imperocch egli scrisse la vita, e l'azioni sue. Quanto di caldo mettesse a san Francesco, ne possono far fede le nevi, nelle quali si gittava per ammorzarlo. Quante delicatezze appresentasse a san Benedetto, te lo mostrano le spine, le quali usava per rimedio di questa peste, lacerandosi volontariamente la propria pelle. N cessa per ancora, vedendo il bello, tirare questo e quello della plebe all'amore, ed a manifesti piaceri amorosi. FR. Io ho conosciuto un uomo che esercitava a piedi l'arte del soldo, il quale m'afferm pi d'una volta d'avere auto a fare con un demonio, che si credeva essere donna di carne, e narrava l'uomo poco astuto la cosa essere ita cos: cio che sendo in Toscana ed andando a Pisa per faccende, avendo passato un certo Castello, che in quel di Pisa, dove avea perduto a giuoco tutti i denari che aveva, andava via bestemmiando quanto poteva. Apparsongli due mercatanti a cavallo, uno de' quali aveva in groppa una donna, e correndo il cavallo velocissimamente, ella se ne gitt gi, ed egli pigliandola per mano la invit seco all'osteria; e nell'andare verso Pisa insieme acceso dell'amor suo ebbe a far seco, e conobbe chi ella era. Finita la faccenda, il valente uomo si venne manco, e stette sei ore in terra tramortito, dove che trovato da compagni (che erano assai a drieto per la medesima via) fu portato alla citt, e quivi ebbe male sei mesi: si pel tutto, e dicono che avea le calze arsicciate, non altrimenti che se 'l fuoco le avesse avvampate per di fuora, e ricordossi poi d'essere stato molestato da lei che non tenesse in mano una asta che aveva il ferro a guisa di croce, promettendogli darneli una pi bella. AP. Del congiungimento carnale ora mai ne son satisfatto, che lo abbia trovato e procurato il demonio da principio della stessa antiquit. FR. Voglio che tu sappi, che egli usava di procurare ogni sorte di commerzio, non solo quello del letto, quasi reti per pigliare gli uomini. E per cominciare dalla guerra Troiana, che pensi tu che volesse significare quel dragone domestico lungo sette gomiti, che beveva con Aiace Locrense, che gli andava innanzi per via, e stavagli attorno come un cane? che credi denotasseno le penne di Dedalo? che cosa le ali del cavallo pegaseo? e le altre cose mostruose annoverate dalle favole? Per che cagione va Pittagora e torna s tosto d'Italia nell'isola di Cicilia? perch fece Empedocle il viaggio aereo a guisa d'uccello? per che conto us Abari il dardo d'Apolline di velocit simile al vento, andando dagli Iperborei a visitare Pittagora? che significa quella voce che ammoniva Socrate, non lo sforzava? e che anco il genio familiare di Plotino? e che l'oca familiare di Lacide filosofo? Bench cos come pochi filosofi a comparazione degli altri uomini, cos assai uomini e pi spesso spingeva nella libidine, che non commovesse a gloria vana; n gli molestava di fuora solamente, ma bene spesso di drento; che se tu pensassi essere di poca importanza, che il demonio affrontasse il senso di drento, ovvero gli occhi sotto imagine di Venere lascivamente, domandane Girolamo, che ti dir sinceramente quel che patirno quei santi, de' quali ha scritte le vite e gesti: e scrisse ancora ci che avea sofferito egli, mostrando apertissimamente che nella carne poco meno che morta vi bolliva solamente il grande incendio della lussuria. AP. Venere adunque tent aver a fare con Girolamo? FR. Affermoti certo, che si esprime il nome di Venere da Martino; furono vedute le insidie tessutegli sotto persona di Venere. Noi non sappiamo gi cos bene s'ella si scoprisse a Girolamo, o se pure gli lavorava drento; io penso che tu sappi che dagli antichissimi autori gentili Venere suole essere detta entrare negli occhi di fuora e di dentro. Quando si appresenta di fuora, facil cosa a conoscerla, ma quando ella entra nella potenza imaginativa, e muove il senso, tutti non possono conoscere le insidie segrete. Cos puoi vedere negli inni d'Orfeo, Venere essere chiamata visibile e invisibile, e quegli amori parimente, che son detti venire da lei, impiagare le anime con saette intellettuali. Laonde cant Orfeo in un altro inno dedicato a lei, che ella appariva e che non appariva in quelle parole interpretate cos, cio visibile e invisibile, e in un altro, ove dice: I quali certamente saettano l'anime con saette intellettuali, acciocch mostrasse l'anime essere ferite con saette intelligibili. Ecci quel verso ancora di Proclo Platonico nell'inno dedicato a Venere Licia: D'intelligibil nozze avendo segni: per dimostrare le nozze intellettuali. AP. Ma pure giudic Apuleio che fusse un Dio quello che stava intorno a Socrate, e non un demonio. FR. Ma Plutarco, ma Porfirio, lo chiamano demonio: l'uno de' quali fa un libro di esso demone, e l'altro ne fa due. Ma per che cagione un altro demonio detto aver la protezione di Platone, di Zenone, ovvero di Diogene, e un altro osservato aver quella di Plotino? Certo per ingannare; imperocch non da credere a coloro, che hanno detto essere varie le nature de' demoni, tenendo che altri si dilettino di cose civili, altri di rusticane, e alcuni parimente essere terrestri, alcuni marini. Questi sono sogni di genti che impazzano, parenti di coloro che cicalano, che alcuni esercitano la medicina, altri hanno cura dell'arte del navigare, altri di quella dell'indovinare, e che ad altri piace conversare fra le leggi e ad altri fra le armi. Cos sono iti favoleggiando che Esculapio e Podalirio mandano sogni salutiferi, cos che i Dioscuri siano sopra le tempeste del mare: cos avere atteso dopo la morte loro alle cose della guerra, Reso, Achille, e innanzi a' tempi di Troia Teseo; ma quelli di nascosto, e questo a campo aperto. Imperocch si dice che l'imagine di Teseo combatt in Maratona per gli Ateniesi contro a Medi, il che fu scritto anco da Plutarco. Perciocch pensavano che i demonj non fussero altro che le anime degli uomini spogliate de' corpi. E per questo dicevano che Esculapio medicava, Minos e Radamanto giudicavano, i Dioscuri scacciavano le tempeste, Anfiloco, Mopso, Orfeo, Trofonio indovinavano, e che Reso e Achille e Teseo trattavano le cose della guerra. Di tutte queste cose era inventore il demonio per farle credere, acciocch gli uomini maggiormente fusseno presi, e ripieni di vana speranza facesseno sacrifizj a lui, quasi che all'anime degli eroi; dalla quale superstizione si vede che non aborrirno n Aristotile, n Platone, mentre determinavano le leggi pubbliche, disputando degli ordini e delle arti de' cittadini; e a' nostri tempi ancora si tenuto per vero, che i demonj si siano portati nelle guastade, e negli anelli; e avere date risposte or dal ventre, or dalla coscia, quasi come spirito d'Apolline, acci che noi conosciamo che il nimico dell'umana generazione in diversi tempi trov diverse vie sotto spezie di familiarit. AP. Cos veramente credo, ma per ancora il giuoco non lo intendo. DIC. A poco a poco cascherai nel nostro parere. AP. Non certamente, se io non sono tirato con ragione e testimoni. DIC. Sappi, o Strega, che tu sei obbligata e costretta per il medesimo giuramento fatto, a dirci la verit di tutto quello che ti domanderemo circa il giuoco, e non dicendola, prima sarai punita con questo fuoco visibile che abbiamo presente, e poi con quello eternale, che noi non vediamo. ST. Io lo so. DIC. Mangiate e beete voi in quel giuoco, poi che si parlato de' piaceri carnali? ST. Cos come io fo in casa mia col mio marito e co' miei figliuoli. FR. Ier l'altro t'aveva posto innanzi per esempio la mensa del sole appresso d'Erodoto e Solino e Pomponio famosi. Imperocch i poveri e 'l volgo, oltra la speranza de' piaceri amorosi, sono tirati dal diletto della gola. Perocch quelle carni, che erano poste sulla mensa del sole, che ariano auto a fare? Della qual mensa fa menzione Girolamo e Paulino come di cosa volgata e famosa; ma non esplica ci che sia, e non si pu facilmente vedere s'elle siano allettamenti e beffe del demonio, che inganni il gusto della vil plebarella, dicendo Erodoto che sono produtte dalla terra, e Pomponio Mela, e Solino che son date dal cielo. Ma noi conosciamo, mentre che Solino e Mela discordano da Erodoto, e in fra di loro, che questa superstizione detta in vari modi. Conciossiacosach egli dica le carni essere poste dai magistrati di notte in un prato sotto alla citt, acciocch si mangino, e questi del paese dicono che sono date dalla terra di d, e Solino narra che la mensa abondantemente sempre ripiena di vivande, delle quali mangi ognuno indifferentemente, posta in luogo dove i malfattori sono legati con l'oro. E dicono che divinissimamente sono sempre accresciute. Ma Pomponio non dice nulla s'elle siano sotto alla citt, ovvero in una carcere; ma solamente essere affermato da lui che le vivande vi rinascono divinamente, e bench non convenghino infra di loro al tutto, questo nondimeno concesso da tutti senza controversia che il convito si faccia al sole con ordine e modo maraviglioso; la qual cosa conviene con questo convito di Diana, sorella (come dicevano) di Febo, che detto anco Sole. Penseremo noi anco che faccia per questo, quello che raccont Pomponio Mela nella descrizione della terra, cio che un luogo, dove spesso di notte si veggono fuochi come di eserciti accampati, che occupino gran paesi, e suonino trombe e tamburi, e odanosi pifferi di suono pi che umano. Le Magiche di Ulisse ancora dimostravano in loro forma di convito, spargendo il sangue per il circuito, dove si radunavano i demonj sotto i diversi aspetti. Nel qual modo era chiamata da Omero l'anima di Ulisse, come racconta appresso di Filostrato quel vignaiuolo, che era detto conversare con l'ombre di Protesilao, e degli altri eroi. Le streghe del tempo nostro succhiano il sangue de' fanciullini, ma serbano la maggior parte ne' vasi per fare quel profano e scelerato unguento; e ancora che del convito queste cose paressino abbastanza, aggiungerocci nondimeno la mensa d'Achille. AP. Che sar questo? FR. Non dico cosa finta: domandane il grandissimo Tirio, anzi i suoi libri, che ti mostrer la mensa del fortissimo Achille essere stata nota in circa mille anni innanzi al tempo suo: simile a quelle, dove dicono essersi ritrovate le streghe. AP. Io do fede alle tue parole. FR. Se tu non hai il libro di questo autore, l'ho io appresso di me e greco e latino, nel quale scritto: Nell'isola del mare Eusino essere il tempio d'Achille, che quivi pi volte stato visto, e ha menato al convito gli uomini che vi sono capitati, e quivi si son veduti Patroclo, Tetide, ed altri demonj. E per usare le parole che dice Porfirio: un coro di demonj; per lasciare ire che egli abbia scritto, essere solito vedersi Ettore in Ilione, ed avere veduto egli i Dioscuri dare aiuto a navi che pericolavano, e queste cose non appartengono al convito delle fantasime. AP. Non paiono diverse dal convito di Oereo, e dell'Oceano, de' quali hanno parlato diversi poeti. FR. Il demonio ha trovati questi mortiferi conviti per torre agli uomini il convito apparecchiato da Cristo sopra la sua mensa nel regno suo; ma io ti racconter ora un convito che non stato descritto da poeta niuno, ma io ti addurr cose che mi sono state dette pochi anni fa col testimonio di un grande di dignit e di ricchezze. Sono dodici anni che un sacerdote nelle Alpi reatine, avendo ad andare a dare la comunione a uno ammalato che stava lontano, da non vi potere giungere a piedi cos presto come forse bisognava, mont a cavallo, legatosi la bossola al collo, dove era l'ostia per dare al malato, e va via. Nel viaggio, si gli fa incontro uno che lo invita a vedere una cosa miracolosa: lo sciocco accetta lo invito, e scende da cavallo, e sente subito e vedesi esser portato per aria insieme col compagno, ed in poco tempo son posati tutti due nella sommit d'un monte altissimo, dove era un prato spaziosissimo cinto di altissimi alberi, e chiuso da spaventose ripe. Nel mezzo erano balli e giuochi d'ogni sorte, mense apparecchiate di vivande, canti, suoni, spettacoli piacevoli, e tutto quello che si suol fare in terra per dilettare gli animi umani. Il sacerdote maravigliato, n avendo ardire aprire bocca per lo stupore, domandato dal compagno che venuto seco per aria, s'egli ancora voglia adorare la signora, e secondo il costume degli altri offerire il dono. Era l'aspetto di essa d'una bellissima regina, posta in tribunal d'oro, la quale andavano tutti a salutare a due a due, a quattro a quattro, ed a offerire doni, e adorare con ordine vario. Egli sentendo nominare la signora, e vedendola di tanto splendore, e circondata di tanti ministri, si pens che ella fusse Maria Vergine Madre di Cristo, Regina del cielo e della terra, come quello che non conosceva la diabolica apparizione; n si accorgendo (in quanto a lui) che quivi fosse superstizione alcuna. Laonde stimando alla Madre non potere essere dono alcuno pi grato che il corpo consecrato dell'Unigenito Figliuolo, s'accosta al tribunale per adorare, e inginocchiatosele a' piedi, si leva dal collo la bossola, e mettegliela in grembo, e subito il tribunale, e l'imagine di colei che vi era su, spar via insieme con la moltitudine di coloro che facevano i giuochi, e i conviti apparecchiati, e non comparse mai pi nulla in luogo niuno, n rivide anco pi il compagno che l'aveva guidato a vedere queste cose. Conosciuta la cosa, cominci a pregare Dio che non volesse abbandonarlo in quei deserti, e non vedendo poi quivi vestigio n d'uomini, n di fiere, dove avesse a voltarsi, si risolv di camminare: e cos piglia la via per balze pericolose per riuscire in qualche luogo che conosca dove si sia. Come egli ha camminato un pezzo, intende da un pastore che egli si trovava quasi cento miglia discosto dal luogo, dove era gi mosso per ire. Ritornato che fu a casa, raccont al magistrato di Cesare Massimiano tutta la cosa passata, per ordine come io t'ho narrato. Dichiarinti ora i teologi tal cosa essere potuta farsi dal demonio, affermandosi essi che la natura corporea, in quanto appartiene al moto, per il quale trasferita la stessa cosa da luogo a luogo, ubbidisce alle voglie delle sustanze separate dalla materia. De' corpi umani portati per aria posson darne molti esempj, tanto per testimonio de' dottori, quanto per aver veduti essi con gli occhi, Enrico e Iacopo teologi Germani nel libro loro chiamato Martello, il quale potrai avere, se vorrai usarlo contro a quelli, che dicono il contrario. AP. Io ho udito una cosa miracolosa, la quale non pu essere offuscata dalle tenebre della notte, n si pu dire che sia sogno, n che sia cosa non fatta mai, o per paura forzatamente confessata ne' processi, e nelle inquisizioni. Ma e' mi resta da sapere questo solo in questo caso: per che conto al toccare dell'ostia sparisca al tatto e diventi ogni cosa vana, non temendo i demonj a toccarla, comandando mentre che costoro sono nel giuoco, e procurando che elle siano gittate per terra e calpestate da molti? DIC. Non ti di maravigliare, sapendo noi che talora i demonj tremano al segno della Croce, e talora per ingannare pigliano l'effigie di Cristo. Se tu avessi letto le vite di san Martino, di san Francesco, e di molti altri nostri santi, non ti daresti maraviglia alcuna. E vedi che Cristo ancora, vivendo in carne, scacciava i demonj, e permise nondimeno di essere tentato dal demonio, e di essere portato sopra l'altezza del tempio, e poi sopra la cima del monte. Il testo di san Matteo dice (anichthi), che pu tradursi fu portato, di poi (paralanvani), parola che significa portare, che vuol dire pos, le quali dichiarano ci che si sia detto e fatto; finalmente si lasci crocifiggere da' ministri del diavolo. Tu supponi oltra di questo, che le ostie sacre fusseno calpestate dal demonio. La cosa non sta cos: questo lo fa la ribalderia degli uomini procurata ed ordinata da' demonj, che la faccino, non la fanno essi. Ma la semplicit del sacerdote, bench fusse poco prudente, e principalmente la virt della fede sua fu cagione, che non pure non fusse schernito a sua dannazione, ma e che potesse avvertirne gli altri, e manifestasse la cosa che pareva dubbia, cio che il giuoco (di che noi parliamo) si possa fare non solamente con la imaginazione, ma anco col corpo; e finalmente la potenza della divina provvidenza (non mai abbastanza lodata) permette che questo qualche volta si faccia, qualche volta no: perch diversamente si faccia, si pu sempre assegnare giusta cagione in generale, ma non sempre in particolare; tanto debole a ritrovare i segreti divini la sottigliezza della mente umana. AP. Mi quadrano assai queste cose. FR. Se ti resta altro, domandane a Dicaste. Non lasciare consumare il tempo invano, e abbi risguardo che il sole va gi sotto, ed avvertisci che non ci bisogni alloggiare qui stanotte (sendo serrate le porte della citt), dove non comodit di letto n di cosa che ci difenda dalla ingiuria della notte, in questo refettorio a pena cominciato a edificarsi. AP. Non mi pare che sia tempo ora da domandare se non delle maliarde. DIC. Che diciamo noi? AP. S'elle faccino invero ci che elle fanno, ovvero paia che lo faccino solamente con l'imaginazione? e donde che qualche volta Dio permetta, che quelle cose si faccino, e qualche volta non lo mostra abbastanza la virt della divina provvidenza, sempre giusta, e sempre incognita. FR. Ricorditi tu di Luciano Samosateno e di Lucio Madaurese? AP. Certo s, perocch io ho letto qualche volta, e ho udito tre d fa, te che disputavi di questo, ma io dubito ch'elle siano finte, e non fatte, quelle che in quel greco e in quell'asino latino sono contenute. FR. Cos come io non dubito che ve ne siano di molte finte, ed anco tutte (se ti piace), cos tengo che elle non siano finte di non niente. Imperocch appresso di Varrone parimente e di Diomede si trovano scritte le trasformazioni di Circe in uccelli, in bestie, ed in lupi arcadici. Il nostro Agostino non stim che tale occasione sia presa da niente, narrando nell'ottavo e nel decimo libro della Citt di Dio, che a' suoi tempi ancora in Italia solevano farsi molte cose a queste simili, che Apuleio accenn; ovvero che finse, affermando nondimeno questo, che i demonj non fanno cosa alcuna di potenza naturale, che non sia loro permessa da Dio onnipotente, i giudizj occulti del quale sono assai: ingiusti nessuni. Laonde, se i demonj fanno cosa alcuna tale, son detti quasi mutare la forma superficiale delle cose, che son create da un solo e vero Dio, acciocch paiano per quella mutazione essere ci che non sono, e riferisce al tutto ogni cosa, o nello spirito imaginario, o nel demone che suppone una cosa per un'altra. Imperocch stima Agostino che lo spirito imaginario dell'uomo, come che egli avesse presa effigie corporea di qualche animale, appaia cos essere egli a' sensi degli altri uomini; e cos anco pare l'uomo di essere a s stesso, e cos giudica, che i gesti di quelli asini, e le cose fatte sotto spezie di cavallo che porti la soma, e le dispute di filosofo che discorra le cose di Platone senza corpo, e 'l negozio mutabile e vario de' lupi d'Arcadia, ed i versi d'Ulisse, che trasformano i compagni d'Ulisse, debbino attribuirsi allo spirito imaginario, al quale cos paia, e la cerva essere sopposta e messa dal demonio in cambio d'Ifigenia, e gli uccelli in cambio de' compagni di Diomede. DIC. Fronimo ha detto bene di mente d'Agostino, e molto brevemente e con la verit, come io credo. Perch si sa di concordia comune de' teologi, che il senso dell'uomo, e lo spirito imaginario sottoposto alla potenza del demonio per sua natura; per essere sustanza pi bassa che non quella, e separata da ogni materia e da ogni mole corporea. Mostrossi anco per le storie, che narrano l'azioni ed i gesti di coloro, che si elesseno vita solitaria negli eremi e ne' diserti, essersi fatto per incanti che una donna paresse una cavalla, e questo incanto esser stato guasto per mezzo de' preghi e delle orazioni di Mario, uomo santissimo. Poteva il demonio maligno muovere il senso di drento, e la imaginativa di molti, a' quali pareva loro questo, per avere formata l'imagine nel senso interiore, che era tocca da quella stessa illusione; ma non pot gi commuovere quello di Macario, che era armato della grazia divina. Cos ingannava la vista degli altri il velo dell'imagine di quell'uomo, che in Salamina di Cipri pareva un asino, e non quella della donna maga, per il medicamento della quale si sentiva turbare l'animo, e circondarsi dalla forma asinina, sotto la quale stette tre anni a portare legne in cambio di giumente: dove che poi aiutato dalla prudenza de' mercatanti genovesi, i quali accorgendosi che questo asino s'inginocchiava agli usci delle chiese per adorare, giudicarono non essere bestia, e procurarno di liberarlo da quel malefizio, e fare punire la donna incantatrice. Per certo che molte cose si posson fingere, e molte parere altrimenti che elle non sono per inganno del demonio; e stando l'anima e 'l corpo nel medesimo uomo si possono fare e travagliare molte cose. Ma si pu bene ingannare la vista degli uomini, e turbare il lume dello intelletto, commovendosi la potenza imaginativa. Ma il corpo ancora pu essere portato per vari luoghi (come noi abbiamo detto), talch ne segue, che chi non esamina queste cose distintamente, facilmente s'inganni, mentre che con dritto occhio non avvertiscono, e non considerano le scritture, e non discernono quanta differenza sia fra quello che creato, e quel ch'esce dalla natura di qual cosa, quel che si fa del tutto, quel che si fa della parte, quel che simile al vero, quel che mostra la sua, e quel che mostra la imagine d'altri. N con giuste bilance esaminano la potenza de' demonj, n ultimamente considerano i giudizj di Dio, spesse volte occultissimi, ma sempre mai giustissimi. FR. Ora mai, o Dicaste, il venire della notte c'invita, e persuade a ritornare a casa. Perocch, se non ti basta, Apistio, questa disputa, non so veramente ci che abbia a bastarti, conciossiacosach tu abbi potuto comprendere e per l'antiquit, e per le cose fatte a' nostri tempi, questo giuoco non essere una favola vana, ma in essenza antiquissimo, e nella maggior parte delle cose nuovo, mutato poi secondo che piaciuto al demonio. E muterassi forse ancora; tanta grande la sottigliezza dell'ingannare nell'antico persecutore degli uomini. Ti ho mostrato che i circoli, gli unguenti, le parole magiche, i viaggi per la regione dell'aria, gli amorosi congiungimenti de' demonj si trovano cos nei tempi nostri come in quelli degli eroi, e che i demonj insino da principio della antiquit trovarno calunnie contra l'umana generazione; avere con risposte schernito, ingannato con la familiarit, con imagini e simulacri, e tentato tendere insidie ad ogni et, e ad ogni sesso; falsamente essersi mostrati Dii, avere dati agli uomini conviti mortiferi, ed avergli portati d'asino con le ali, ed avere appetiti loro scelleratissimi congiungimenti. Ma perch io ti veggio essere male agevolmente andato con l'animo in diverse regioni d'Italia, di Sicilia, di l dal mare Ionio, di l dall'Eusino, e ove non t'ho io menato con le parole mie? ora in Africa, ora in Asia, ed a' monti Iperborei, ritorneremo noi omai insieme a casa. AP. Ritorneremo, imperocch io sono satisfatto. DIC. Credi tu queste cose? AP. Credole. DIC. Per vere, o per burle? AP. Pensi tu che io stimi burle quello, nel quale convengono tutti gli antichi e moderni, a cui s'accostano i poeti, i rettorici, gli storici, i jurisconsulti, filosofi, teologi, gli uomini prudenti, i soldati, i rustici, toltone anco via gli esperimenti, se bene alcuni tenuti savi appresso di loro contradicesseno? DIC. E cos hai mutata opinione? AP. Senza dubbio alcuno, e perch io ho mutato l'abito della mente, da qui innanzi voglio anco mutare nome. DIC. Come ti piace, e per l'avvenire sarai chiamato Pistico. AP. Mi piace fuor di modo. FR. Se non hai dunque altro niente che tu voglia disputare, partiamoci con buona licenza dello Inquisitore, e ritorniamo alla citt. IL FINE. Nella Prefazione a pag. IX, l. 17, in vece di _Lilio Giraldi Cintio_ leggasi _Lilio Gregorio Giraldi, parente ed amico del nostro Giraldi Cintio_. * * * * * * NOTA DEL TRASCRITTORE: La correzione gi riportata nel testo. Ulteriori correzioni: con diaboliche lusinghe e falsi diletti a {fasri|farsi} adorare, {Cor|Cos} facilmente ancora il demonio ingann Paride Credi tu, Dicaste, che questo sia {quel quel|quel} medesimo giuoco? parevano, se non vere, almeno assai {verisisimili|verisimili} e di {essera|essere} portato sopra l'altezza del tempio senza corpo, {e' l|e 'l} negozio mutabile e vario e non {discerneno|discernono} quanta differenza sia N con {giusta|giuste} bilance esaminano i poeti, i rettorici, gli {stoici|storici}, i jurisconsulti, License: Share Alike