Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano) _Egli guardava sul mare che, in quella sera quietissimo, rifletteva i raggi della luna._ _Vol. I, pag. 20._ I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO Romanzo DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE AUTORE DEI ROMANZI ASTORRE MANFREDI e IL DUCA DI ATENE VOL. I. MILANO PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO Via di Chiaravalle, N. 11 rosso. 1862 Propriet letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge. Milano--Ditta Wilmant. A MIA MOGLIE QUESTO ROMANZO .....: D. D. D. PROLOGO Circa le ore 4 pomeridiane del 31 marzo 18.... nella sala di aspetto della ferrovia di.... si trovavano quattro persone i cui abiti non meno che l'atteggiamento dimostravano appartenere essi ad un ceto piuttosto elevato della odierna societ. Uno di loro stavasi seduto sovra un sof della sala, tenendosi sulle ginocchia un quaderno manoscritto, sul quale tranquillamente e qual se fosse stato solo solissimo faceva delle aggiunte o delle correzioni col lapis. Costui, semplicemente abbigliato ed anche con qualche trascuratezza, era un uomo pressoch di ordinaria statura, di carnagione bronzina, con barba corta castagna, coi mustacchi, con occhi scuri e vivaci; potea dirsi uomo di fisionomia schietta ed aperta, se un certo, come suol dirsi, cipiglio, o increspatura della fronte laddove si accoppiano le ciglia non gli avesse data la gravit d'uomo di toga o di studi severi. Gli altri tre che stavano in gruppo erano una signora di circa venticinque anni elegantissimamente vestita da viaggio e due signori del paro in elegante abbigliamento che le facevano, come suol dirsi, la corte. --Ah! non mi sarei mai creduto di aver la fortuna di combinare la signora marchesa di ***, disse uno dei due (se non sbaglio) damerini moderni. --Vi dir, conte, rispose la signora, dopo il primo anno di vedovanza sfuggo la noia dei miei casini, dei miei palazzi, dei miei giardini di campagna e della capitale per girmene sola e nel pi stretto incognito, viaggiando all'uopo di studiare il mondo.-- A questa frase, pronunziata ad alta voce, l'uomo del manoscritto alz la testa e fece un involontario movimento indicante compassione, quindi esegu una grande cancellatura sull'opera e si mise a meditare. --Benissimo, soggiunse l'altro damerino replicando alla dichiarazione della signora, benissimo: cos che dovrebbero fare tutte le gentildonne. --Sono del vostro parere, caro cavalier segretario, disse il primo; ma il male sta che non tutte le signore del nostro secolo hanno l'acutezza d'ingegno ed i gusti della marchesa. --Obbligata del complimento! fu sollecita a riprendere la elogiata; sempre cortese e gentilissimo!--Indi, accostandosi al naso una boccetta d'oro contenente essenza odorosa, ne aspir buona dose.--Io peraltro non lo merito, soggiunse: faccio il mio piacere e nulla pi. --In grazia, che avete raccolto dai vostri studi mondiali? interrog il conte. --Ditecelo, proruppe il cavalier segretario. --Che bisogner educare il popolo. --Non v'ha dubbio esser questa una delle pi grandi necessit dell'epoca. --Ah! salt su a dire l'uomo del manoscritto (chiudendo il quaderno ed avanzandosi a prender parte alla conversazione con quella libert di modi che si pratica fra le persone con cui si per viaggiare); ma il mezzo sapreste voi additarlo, o madama? --Fa duopo discutere molto. --Discuter volentieri, replic il cavalier segretario. --Ed io pure, continu il signor conte, --Ed ella? dimand la signora all'incognito --Volentieri cedo al vostro desiderio. Educare il popolo non molto difficile, ma fa duopo prepararlo ai suoi grandiosi destini: fa duopo sovvenirlo, reggerlo, dargli pane e lavoro. --Son cose vecchie, interruppe la saputella damina. --Son cose giovani, severamente rispose il brusco letterato, e che non invecchieranno mai; ma non bisogna inebriarlo di folli utopie: allora solo potr esser libero e virtuoso.-- La damina fu assai piccata dello sguardo di quell'incognito, che pareva una specie di Diogene e le facea gli occhiacci; e mentre i due damerini si guardavano fra loro con certo modo di maraviglia, --Ditemi, signor filosofo, dimand, quel libro che avete nelle mani forse uno dei trattati della vostra rigida filosofia popolare? --Gentile signora, replic l'interrogato con un sorriso di compiacenza, il libro che tengo nelle mani il manoscritto di un mio romanzo. --Un romanzo! sclam la marchesa dando un passo indietro. --Un romanzo! disse il segretario facendo il viso serio. --Un romanzo! grid il conte facendo un par di occhioni dalla sorpresa. --S, miei signori, qual maraviglia? prosegu placidamente l'autore. Forse perch mi avete sentito batter sodo sulla filosofia, vi fa specie di sapermi autore d'un romanzo? Non si pu forse, scrivendone, dilettare ammaestrando? E non crediate (e qui lo scrittore prese un po' di fuoco e se gli accesero le guance) e non crediate che tutto quello che chiamasi romanzo sia un impasto di fole, di storie bizzarre. Ditemi un poco: quante volte la favola non ha ella insegnato delle apprezzabili verit? --Voi ci avete posto nella massima curiosit, prese a dir la marchesa; favoriteci il titolo. --_I misteri di Livorno o i Demagoghi._ --Il titolo non mi dispiace, continu la dama. Ma, quanto all'opera, la credete voi buona? --Non sta a me a dirlo. --La credete bella? --Nessuno loda le proprie opere. --La credete poi utile al popolo?-- Il _treno_ che arriv in quel momento non gli permise di replicare, ed entr in vagone insieme agli altri. CAPITOLO PRIMO Il Caprone. --Non possibile. --Ma quando te lo dico io, ci puoi credere, caro Marco. Ors, prendi il tuo fucile in ispalla e buona guardia.-- Questo breve dialogo aveva luogo la sera del 15 febbraio dell'anno 1821, alle ore undici, fra due soldati di linea che si cambiavano di fazione sulla piattaforma della fortezza vecchia in Livorno. Questa fortezza d, colle sue mura costrutte nel secolo decimosesto, sul mare dalla parte di ponente. Quelle mura, corrose dal tempo e dai venti marini, presentavano all'epoca di questo racconto alcune fessure del diametro di un sesto di braccio; ed essendo formate a scarpa, non sarebbe stato difficile lo scalarle, quando non custodite da vigili scolte. A destra del posto ove passeggiava la sentinella si vedeva, alta dal livello del mare poco pi di due braccia, un'opera di fortificazione che, mezzo diruta, tuffava i suoi fondamenti nell'acqua marina dalla parte di ponente e nel fosso della cos detta Venezia nuova, canale che serve di veicolo alla introduzione delle merci in quel quartiere della citt. Il bisogno di provvedere alle esigenze sanitarie e d'impedire pi specialmente il contrabbando del tabacco faceva s che nella consegna del posto armato di sopra menzionato vi fosse l'obbligo di sorvegliare sul bastione sottoposto e particolarmente sull'opera semidiruta, la quale, separando con semplice e basso muro il mare dal fosso dello scalo di Santa Trinit, rendeva assai facile l'introdursi di contrabbando nella citt stessa. Livorno all'epoca da noi accennata non aveva risentito nulla d quello sviluppo che s maravigliosamente nel suo materiale ha conseguito di poi. Essa serbava ancora le sue medicee mura, di l delle quali erano vasti e popolosi sobborghi. Le sue strade anguste e tortuose (tranne due o tre principali), il lurido casone, l'annesso quartiere degli Ebrei col suo nome di ghetto, sporco nelle vie, nei muri, nelle case, nell'interno di esse, buio anzich no, abitato da ciurmaglia povera e schifosa. Aveva il quartiere detto la Venezia nuova, ove vegeta piuttostoch vivere una popolazione diremmo quasi staccata dal rimanente pei suoi gusti, per le sue costumanze, per i suoi vizi, per l'accento non toscano; popolazione la quale, come vediamo, pel suo continuo contatto con la gente di mare si improntata di un carattere tutto speciale e bizzarro; popolazione infine ignorantissima, di cuor fiero, di volont decisa, di un coraggio e di un'audacia senza pari, facile per altro alla credulit ed a cedere a qualsivoglia cosa che abbia dello straordinario e del portentoso. Livorno adunque nel 1821 non poteva differire gran che da quella di un secolo addietro. Chi cercasse peraltro di ritrarne un'idea dalla ispezione che fosse per farne attualmente, invano spenderebbe il suo tempo. Cotesta marittima citt ha fatto come la crisalide: essa uscita dal suo lurido involucro per mostrarsi di straordinaria belt, la quale per non permette di riconoscerla dall'epoca della sua metamorfosi. Ma, del paro che colle fabbriche, ha ella cangiato nel suo morale, nei suoi costumi? Io sento che s; fuorch rispetto agli abitatori della Venezia. Il cangiamento sar poi stato giovevole al suo commercio, alla sua industria, al suo bene essere, in una parola? Questo potr dirlo altri; io per me scrivo un romanzo e mi astengo dal pronunziare. L'esito lo mostrer. Il militare che abbiamo sentito nominare per Marco era un giovane di bassa statura, piuttosto pingue, la cui fisionomia, ilare per abitudine, lo dichiarava per uno dei buoni villici delle nostre colline. Marco, in forza della sorte cruda che gli aveva fatto estrarre il numero sei dall'urna dei coscritti, aveva dovuto lasciare da un anno il poderetto della Sambuca, le care veglie dell'inverno, nelle quali, seduto su d'una ruvida panca accanto al domestico focolare, si occupava colle mani a lavorare panieri di giunchi e colle orecchie a sentire le gravi e spaventose storie cavate dalla non mai abbastanza lodata opera del 1300--_Lo specchio della vera penitenza_--, ove i morti fanno cose da strabiliare, i diavoli ne fanno da rabbrividire; i buoni cristiani hanno una paura che non pu descriversi, paura salutare che giova moltissimo all'anima loro, merc la quale, invece di rubare il terzo del raccolto al padrone, si contentano di pigliarne un sesto, un ottavo, un dodicesimo puranco, a seconda dell'impressione di quella paura, eccellente antidoto che l'ottimo paroco di quelle colline in dovere di eccitare negli animi dei suoi popolani, che hanno le mani ben provviste di unghie e le gambe assai sottili. Don Antonio (il buon pastore di Sambuca), a forza di raccontare per quarant'anni di parochiale esercizio terribili apparizioni di dannati, aveva finito per crederci anche lui. E quasi che la fortuna lo avesse favorito in proposito, nello stesso circondario della sua parochia, infra le selve e i dirupi fiancheggianti il torrente Ugione, esistevano due profonde cavit, appellate l'Inferno e l'Infernino, dai contorni delle quali (per usare il termine del paese) fuggivano bestie e cristiani, e qualche temerario che aveva voluto sincerarsi da spirito forte aveva pagato ben cara la sua audacia. E fra le altre verit ad un Tonio Baggiani un asino era scappato; Tonio voleva acchiapparlo, ma l'animale non si era lasciato pigliare; e finalmente caduto nella voragine, da quella era uscito un suono terribile come di mille trombe e una fiamma che aveva abbruciate le vesti, cosicch il povero Baggiani era morto dopo un'umile confessione de' suoi peccati. Altra volta, una chioccia coi pulcini d'oro si era avanzata in quelle sponde, e i tre contadini che ebbero la disgrazia di vederla acciecarono e morirono fra gli spasimi. In altra epoca due Inglesi (gente luterana, ci s'intende) avevano voluto misurare gli abissi e, dopo avervi calato ben due mila braccia di fune, non avevano potuto toccare il fondo, e ritornati ai loro paesi, si erano convertiti e morirono da buoni cristiani. Il giovane Marco aveva portato alla milizia i ricordi di tante verit; se le teneva presenti nel far gli esercizi, se le sognava e le raccontava ai camerati nello spazzare la caserma, e gli giovavano nell'adempimento de' suoi militari doveri. Giudicher ognuno della sua sorpresa e del suo timore quando, poche ore prima di entrare in fazione sulla piattaforma della fortezza vecchia, uno de' suoi compagni gli aveva detto: --Marco, stasera si monta la guardia in luogo assai pericoloso. --Come? aveva risposto Marco, e che cosa vi ? --Oh! l'altro aveva soggiunto, si dice che dal mare, ove il fondo molto basso, il quale lambe le mura del forte, qualche volta si veda uscire un enorme caprone. --Un caprone? --Precisamente un caprone, che, invece di due, ha quattro corna.-- --Non ne ho mai veduti caproni a quattro corna, e s che ho fatto anche il pastore, aveva replicato Marco. --Eh! lo credo disse l'altro, ma il caprone di cui ti parlo dev'essere il diavolo in persona. --Il diavolo? rispose Marco; che viene a fare il diavolo nelle vicinanze della fortezza vecchia? --Caro Marco, che cosa venga a fare il diavolo in questi luoghi non te lo so dire, perch, come ben puoi credere, il diavolo non rende conto ad alcuno dei suoi passi e delle sue volont; ma non importa, io suppongo che egli ci abbia degl'interessi: per esempio, al tempo dei Francesi, sulla piattaforma vennero fucilati dei disertori; e poi non siamo vicini alla Venezia nuova? Non sai che gentaccia vi sta? Gentaccia senz'anima, che bestemmia, giuoca, ruba e fa delle infamit di ogni genere: il diavolo ci fa bene i fatti suoi. --Ma tu lo hai veduto mai questo caprone? --Io no...., ma l'hanno veduto tanti che non si pu mettere in dubbio. --E non son morti quelli che l'hanno veduto? --No...., ma allo spedale ci sono stati lungo tempo. --Poveretti! aveva esclamato Marco. Io per non mi scordo del mio rosarino e mi propongo di consumare la mia ora di sentinella con dire tanti _De profundis_. --Farai bene, rispose l'altro; questo il miglior modo di liberarsi dall'orribile apparizione.-- Intanto venne per Marco l'ora di entrare in fazione; uscito dal guardiolo e preso il fucile e le cartucce, era salito (figuratevi con che cuore) sulla piattaforma. Il soldato da cui fu preceduto nella guardia era quello stesso che aveva fatto il racconto a Marco: onde questi, nel ricevere la parola d'ordine, gli aveva susurrato all'orecchio:-- --Ma il caprone ci proprio?... non ci credo.-- Noi abbiamo sentito l'assicurazione che gli fece l'altro. --Ah! mormor Marco quando fu solo (e si mise a passeggiare sulla piattaforma), brutto mestiere quello del soldato: quel numero sei mi ha proprio rovinato. Quattro quattrini di paga al giorno (non servono per il vino), le guardie, le ronde, gli esercizi e per giunta quel maledetto caprone....-- Marco passeggiava da pi di mezz'ora sulla piattaforma del forte: dopo d'essersi assicurato di avere al collo il suo rosarino, se ne stava un poco pi tranquillo: egli guardava sul mare, che in quella sera quietissimo rifletteva i raggi della luna; pi lungi sulla dorata superficie delle acque le nere moli dei navigli ancorati alla rada con le loro antenne disegnanti altrettante linee scure nel cielo sereno, da un lato gli scogli pur essi neri cui il barlume del cielo dava mille forme bizzarre; quindi il molo, le circostanti fortezze e parte della citt, sepolta nel silenzio e nella quiete. Se il nostro Marco fosse stato un poeta, chi sa quali versi gli avrebbe ispirato la magnifica scena di cui era spettatore? ma egli era contadino e recluta, e trovava pi poesia nel ricordo delle serate in cui faceva i panieri al podere di Montemassi che in quel panorama il quale gli si parava dinanzi. Sulla punta delle dita ei contava i minuti che gli restavano a passare in fazione, e gi si rallegrava al pensiero di ritornare al guardiolo e scaldarsi al braciere stendendosi sul pancaccio, quando.... (mirate un poco se aveva disgrazia s o no): quando in un naviglio ad alberatura latina ancorato ad un quarto di miglio dal forte parvegli di scorgere un lume il cui raggio strisciando sul livello delle acque era venuto a riverberargli sulla lucida canna del fucile che aveva in braccio. Marco segu coll'occhio quel lume, che si mosse e si cal al fianco del naviglio: la merc di questo lume, il nostro milite riusc a vedere un corpo di non gran volume il quale dal naviglio pass in una barca assai sottile che stavagli a tribordo; questa barca, leggiera leggiera, scivolando sulle onde, staccossi dal bastimento e si diresse in una linea retta verso il forte. Il nostro Marco non vide pi il lume, ma i suoi sguardi non potevano staccarsi dalla barchetta, la quale pareva contenere un solo remigante, di cui per altro non bene distinguevasi la figura. Giunta che fu a circa cento braccia dal lido, la barca si ferm come arenata sulla sabbia. Questo un contrabbando, pens Marco, e alz il cane del suo archibuso gridando: _Chi vive?_ Nessuno rispose. L'ho detto io, ripet fra s, un contrabbandiere; ma per mia f gli voglio fare scontar la paura di quest'ora di fazione. --_Chi vive?_ ripet; e levatosi il fucile dal braccio, se lo pose alla spalla. --_Chi vive?_ finalmente url e prese di mira l'individuo, che, abbandonati i remi della barchetta, sembrava disposto a saltare in mare profittando del basso fondo. Non avendo Marco udito risposta, si accinse al suo dovere e gi toccava lo scatto del fucile: un solo minuto secondo, ed era bella e finita pel misterioso guidatore della barchetta, poich Marco era buon tiratore; ma ahim! la luna, uscendo limpidissima dalle nuvole, aveva permesso all'occhio di Marco di discernere colui sul quale stava per esplodere.... e chi era desso? Un caprone; s, un caprone pi alto di tutti i caproni del Tibet, con ramose corna, con barbigi e quant'altro forma la razza lanuta dei capri. Marco di uomo divenne una statua, l'occhio suo rimase come petrificato nell'orbita; egli stesso in tutta la persona sent gelarsi il sangue; il dito s'inchiod sullo scatto, non gli fu possibile alcun movimento, e solo di vita gli rest la facolt di vedere, e troppo ei vide. Il capro, senza darsi il menomo pensiero della canna del fucile diretta in linea del suo capo, tranquillamente balz nelle acque, si accost al basso muro, lo scal come cosa a lui facilissima, rasent il margine del fosso di Santa Trinit e quindi fu perduto di vista allo sbocco dello scalo del ponte della Crocetta, Poco dopo suon mezzanotte; il soldato che venne a dare la muta al povero Marco lo trov tuttavia immobile, coll'archibuso in atto di far fuoco; e quando lo trassero di l, egli parlava come un demente, non avendo per altro schiuso la bocca se non se dopo molte ore, allorch in grave pericolo di vita riprese i sensi allo spedale di Sant'Antonio. Durante le ore in cui e Marco e i militi di guardia alla fortezza vecchia alternavano la scolta e la stanzetta del guardiolo, una scena ben diversa accadeva nel quartiere della Venezia nuova da noi accennato e precisamente all'osteria dei Tre Mori, posta nel vicolo che dalla Crocetta mette alla via di Sant'Anna, via remota, solinga, del peggio quartiere di Livorno, dove un galantuomo non pu passare pei fatti suoi nella notte senza pericolo di essere gratuitamente sventrato, e di giorno senza che gli sia rubata la pezzuola, l'oriuolo o la borsa. L'osteria dei Tre Mori non aveva insegna e n anche la frasca indispensabile ai templi di Bacco. La porta di essa, lungi dall'essere verticale, era orizzontale alla via, cio consisteva in una apertura quadra della dimensione di due braccia di larghezza e altrettante di lunghezza, la quale aveva un coperchio che, dalla parte superiore alzandosi a guisa di una grande scatola, lasciava vedere gli scalini di una scala tortuosa e scura, in fondo alla quale stava la prima sala dell'osteria. Questa sala, o piuttosto cantina, non aveva palco, era a volta, nera ed umida: accanto ad essa erano altre tre stanze, una ad uso di cucina, l'altra ad uso di salotto, la terza ad uso di camera; in quest'ultima si vedevano tre botole le quali mettevano in altrettanti anditi sotterranei, destinati a ricevere l'onesto prodotto della cos detta _busca_ dei veneziani livornesi, nome con cui da costoro viene appellato quel giornaliero lor modo d'impadronirsi della roba altrui. La polizia, non che visitare quell'antro, prendeva ogni cura di allontanarsene quando era in ufficio di vigilanza, mentre peraltro non era raro al taverniere dei Tre Mori l'avere ad annoverare fra i suoi clienti qualche onesto famiglio del bargello. Sonavano le dieci. Nella caldaia sul fuoco del camino bolliva un brodo di dentice, condito con peperoni rossi e cannella; pronta a friggere i totani era la padella, e la cuoca gi ne infarinava alcuni ed altri ne asciugava ad un lino. La cuoca era una giovane tra i quindici e i sedici anni, bruna di capelli come una Rebecca, grassoccia e di forme ben complesse: nella treccia accuratamente pettinata stavale confitto uno spillo con manico di rame dorato, spillo per altro che per le sue dimensioni e per la sua lama poteva piuttosto convenientemente appellarsi un pugnale; il collo e le braccia, nudi, avevano collane e braccialetti di grosso corallo rosso. La fanciulla copriva le spalle con una pezzuola di seta gialla a fiori, di quelle allora dette dell'Indie; aveva un busto ricamato a rabeschi, la gonnella corta, il grembiule di seta rosso, due scarpette che facevano un piedino d'incanto: essa aveva nome Concetta. Accanto al camino si vedeva un giovane di bassa statura, di faccia bronzina, con capelli crespi come quelli dei Mori, con largo petto e di atletica forma; costui aveva una di quelle facce che ti atterriscono al primo guardarle; al suo abbigliamento totalmente marinaresco si ravvisava, senza domandargliene, la sua professione. Ei sedeva su di una rozza panca di legno, aveva le mani incrocicchiate sul petto, stendeva sbadatamente le gambe in avanti e teneva una pipa in bocca dalla quale partivano grosse nuvole di fumo di un tabacco cos acuto e forte da far venire (specialmente in quel luogo, che non aveva altro sbocco di aria tranne i camini e la porta) a chi men robusto dei clienti dell'oste dei Tre Mori una congestione cerebrale. Il nostro giovinotto sembrava dover essere in molta buona grazia della giovane cuciniera, giacch per vezzo talvolta procurava di porre un piede fra mezzo a quelli di lei, come per farla cadere a terra quando si moveva dal camino; e talvolta la immergeva in una nube di fumo che le scaricava sul viso: e la fanciulla corrispondeva a tali amorosi scherzi col toccare il marinaro con le molle uscite dal fuoco o con gettargli nella pipa gli spruzzi del brodo del dentice. Onesti passatempi, che l'oste, padre della fanciulla, non vedeva, che la madre di lei approvava, e di cui il resto degli ospiti rideva. Nella serata di cui narriamo, la taverna conteneva proprio persone direi quasi di famiglia, cio intimi di essa. Vi era cena e cena frugale; volevasi da costoro festeggiare il carnevale, ma non festeggiarlo in maschera; festeggiarlo col rhum, col ginepro di Olanda, col vino e con una buona mangiata. Gli ospiti che attendevano fosse preparata la mensa erano cinque, senza il giovane che accennammo, senza l'oste, sua moglie, e la figlia; e quei cinque col conosciuti sotto nomi che al di fuori non avevano, per essere l'osteria dei Tre Mori un mondo particolare. Costoro, dei quali andiamo a dare una brevissima biografia, li chiameremo come li chiamavano laggi. Il _Topo_. Costui un uomo di cinquant'anni, piccolo di statura con mento e naso aguzzo, senza barba, perch solito a farsela radere tutti i giorni; il suo mestiere quello dell'imballatore, e perci la sua scarsella provvista sempre di una guaina ove, come nel suo fodero, sta un enorme coltellaccio affilato pi che rasoio, ed accompagnato da aghi lunghi un sesto di braccio, larghi mezzo quattrino, taglienti ed acuti, che ponno all'occorrenza servire di arme micidialissima. Il Topo stato dieci anni in galera per omicidio, trenta mesi in Barberia sulle coralline per furto; la sua memoria non sa contare i giorni di carcere e le bastonate collo staffile che ha sostenuto per contravenzione ai precetti di polizia. D'altronde un uomo religiosissimo che, piuttosto che non levarsi il cappello passando avanti una sacra imagine, si farebbe ammazzare. Il secondo un uomo di oltre quarant'anni conosciuto sotto il nome di _Cacanastri_. Costui al mondo passa per un linaiolo, ma il separare le lische della stoppa non piacendogli troppo, si occup di frugare con ispeditezza nelle scarselle altrui; sono vent'anni che fa il mestiero, ed sfuggito alle pene dei ladri attesa la sua pazienza di ricevere i colpi dei derubati che lo hanno clto in fallo. D'altronde esso pure pio quanto l'altro. Il terzo dei commensali un giovane imberbe che si diletta spacciare sfrontatamente anella ed orologi falsi per buoni, truffando in pubblico ed in pieno giorno, senza che i reclami della gente gabbata producano la menoma alterazione nelle sue abitudini. Pugilatore intrepido, famoso giuocatore di carte con sicura vittoria, introduttore in case di dubbia fama e per ultimo spia: costui si distingueva dagli altri per la facondia, per le maniere affettate che ha preso ad imprestito dai pi famosi damerini, non che per l'eleganza e per la ricercatezza del suo vestiario. Esso laggi soprachiamato _Narciso_. Gli ultimi due offerivano anche maggiori contrasti dei tre da noi delineati. L'uno in quell'antro era chiamato _Bruto_, l'altro _Catone_; ambedue dell'et di circa vent'anni, avevano tali maniere, tale fisionomia che gl'indicava appartenenti alla classe pi elevata dei cittadini. Il loro contegno era freddo e severo, e dominavano senza pur volerlo sugli altri convitati. Bruto alla sua gravit abituale mesceva un egualmente abituale riso beffardo; Catone faceva pompa di un pretto cinismo: ambedue ritenevano per certo di essere qualche gran che nel mondo, e i loro discorsi concentrati facevano spicco di fronte alle sguaiate balordaggini dei loro compagni di taverna e di tavola. I primi tre, durante i preparativi della cena, giuocavano al giuoco clamoroso della briscola e bevevano e bestemmiavano copiosamente e per burla; il che non impediva ai signori Catone e Bruto di continuare nella seria discussione di un grave argomento tutto di pubblico interesse. --Ma verr? dimand Bruto al compagno. --Verr sicuro, replicava Catone, colui non pu mentire alle sue promesse. uomo su cui riposa la felicit di tanti milioni d'uomini. --Ma su cosa spera egli? --Sul diritto, sulla bont della causa. --Armi? --Ci saranno, ma vuolsi prima porre in bilancia la volont suprema, invariabile, eterna. --Carico a briscola. --Ti pigli un dolore! urlavano i giuocatori mentre l'uno di essi rovesciava il mazzo delle carte sul viso dell'altro, e l'offeso rispondeva vibrandogli contro il boccale del vermutte, che inond la tavola e spruzz i due filosofi; i quali continuando pacificamente, --La nostra missione durer un pezzo, ma ci vuole costanza, disse uno dei sapienti asciugandosi il corpetto e il viso umettati dal caduto liquore. --Giuro a D.... --Ti ho un paolo. --Maladetto Narciso! ubriaco porco, mi hai rubato dieci lire. --Zitto l, borsaiolo d'inferno; a me dai del ladro? a me? tu, avanzo di galera? To' questo.--E cos dicendo cacci il Cacanastri sotto la tavola. --Ahi! ahi! mi hai rotto una costola. --Una di pi, una di meno, sclam ridendo Topo, poco monta: non mica un occhio. --Cane, interruppe la cuciniera, che tirava il fuoco sotto la padella, cane! mi fai le corna con Sandrina. --Dio m'acciechi se vero, le rispose il ganzo, bella mi.... (E qui non lecito ripetere il gentile epiteto dell'amante....) Dio mi acciechi! Sandrina ha tanti anni quanti il brodetto. --Ma ha dei quaini*. * Denari nel vernacolo livornese. --E che m'importa a me? ho bisogno dei suoi? e che? raccolgo io forse nespole?---E cav fuori una manciata di zecchini d'oro. --Uh belli! da' qua, facciamo la pace. --Non minchioni? mezzi. --Li vo' tutti. --Mezzi to', Concetta. --Li vo' tutti. --Pigliali, ruffianella.-- E cos dicendo se li rimesse in tasca. La bella, istizzita, lasci il manico della padella, la quale sdrucciolando si emp di cenere. --Accidenti! grid la vecchia, mi tocca tutto fare da me.-- E rialzando l'utensile, vi ricacci il fritto ceneroso. --Qual deliziosa innocenza di costumi! mormor Bruto conservando tutta la gravit dottorale. --Sicuramente, replic Catone, ed perci che la plebe dee trionfare nella grande lotta. --Oh bei tempi di Cincinnato!--E guard non volendo Topo. --Cincinnato? parla meglio, Bruto, prese a dire Topo. Io non voglio altri soprannomi, o ti taglio la gola.--E lev fuori il formidabil coltello. --Animo, ragazzi, grid infuriato il padrone dell'osteria, destandosi dal grave sonno ed alzandosi di sopra d'un canile che era nella stanza. Non fate chiasso, lasciate riposare i galantuomini: voi, sapienti, continu, avete la ruzza; eh! lo credo; a te, Bruto, non mancano persone da imbrogliare, carta da insudiciare, matasse da arruffare; e tu, Catone, hai buon babbo che ti fa le spese: di voialtri canaglia inutile discorrere, ch il denaro non sapete cosa vi costa ed avete la zizzola allegra; ma io pover uomo ho bisogno di quiete, sono tre notti che non dormo per fare i sigari di contrabbando; almeno questo si chiama essere onesto. Oh! Orsola, quanto si sta ad andare a cena?-- L'ostessa non rispose, era troppo occupata della pentola e della padella. Bruto e Catone continuarono a ragionare seriamente, come se nessun trambusto avesse luogo, ed i quattro, compreso Cacanastri intento ad asciuttarsi il sangue che dal naso gli grondava fin sulle carte, proseguirono a giuocare a briscola, come se nulla fosse successo. --Cospettone! url il vecchio oste dando un'occhiata dalla parte del camino, che si fa col in quel mucchio? Cospettone! che? vi picchiate voialtri che siete innamorati? Oh! questa nuova di zecca.-- Infatti la giovinetta, ingarzullita dei bei zecchini del marinaro, gli si era gettata addosso con impeto; e questi, abbottonatosi la sarga per meglio assicurare il suo tesoretto dalle rapaci mani della sua fidanzata, si era sciolta la larga fascia rossa che gli cingeva i lombi e, postala al collo dell'amante, glielo stringeva fino quasi a soffocarla, mentre questa colle mani lo frugava per trovar l'oro. Nella rapidit dei movimenti erano caduti uno sopra l'altro; fortuna che i giuocatori ed i filosofi stavano troppo occupati, in caso diverso chi sa se qualche motteggio non avesse fatto andare in collera la bella Concetta? Questa per altro, scomposta nelle vesti e nella chioma, urlava, si dibatteva, voleva il denaro ad ogni costo: l'altro non curava i graffi ed i calci, e con la destra di quando in quando minacciava strozzare la bella, mentre colla sinistra teneva stretti i bottoni della sarga. Intanto che ci accadeva, la mamma continuava a friggere; il babbo, non sentendosi rispondere, si era rivoltato sulla panca dall'altra parte ritornando a dormire profondamente; i quattro giuocavano, ridevano e fumavano; Bruto guardava con impazienza l'orologio e sospirava; e Catone, preso di tasca un taccuino, vi disegnava col lapis la pianta d'una fortezza e di un campo d'osservazione. Gli amanti, rotolandosi per terra, si erano ridotti in uno dei pi oscuri cantucci della stanza, e da un pezzo parevano rimpaciati: finalmente si alzarono; la fanciulla si mise di nuovo lo stile dorato che servivale di spillo nei capelli, ed alla meglio si acconci, si riassett le vesti e, raccolta di terra la pipa rotta del suo amante, dicevagli all'orecchio: --Birbone! --Sta zitta, mia cara, le aveva risposto il marinaro, tanto che ti voglio bene e ti sposer; e poi non ti riuscito di averli tutti i quaini? --S, s, ma li serbo per te, riprese allegra la bamboccia; con questi vo' comprarmi le gioie per le nozze, e a te l'oriolo. Quel che stato stato; ma quando mi sposi? --Fra un anno, al ritorno delle coralline: to' un bacio in caparra.-- E pigliando un carbone dal focolare, riaccese la pipa. --Mamma, mamma, disse la fanciulla, datemi la padella, tocca a me. --Mi parrebbe tempo, brontol la vecchia; un'ora che mi arrostisco a friggere. Ma tu dove eri andata? --Io? rispose la figlia arrossendo, non mi sono partita dalla stanza. --Umh!-- E voltasi verso il marito:--Dormiglione! su, su; l'ora di andare a cena; aiutami ad apparecchiare. --Eccomi, disse il vecchio, e si alz. I giuocatori gli fecero posto. Bruto con riso sardonico, disse enfaticamente: --Oh verginali costumi di plebe che un giorno dee dominare!-- Intanto suon mezza notte, e si udirono tre colpi all'uscio. --Chi sar mai? dissero i giuocatori. --Gente che aspetto io, replic Bruto.-- E si avvi di sopra ad aprire. Quando discese, un nuovo commensale era con lui: _Il caprone_. CAPITOLO II. Rosina. Il caprone entr con Bruto. La sua venuta produsse un effetto magico su i nostri personaggi. L'oste si drizz come un soldato in parata, si lev il berretto di testa e non ardiva parlare. L'ostessa si chin per baciargli la mano; dico mano e non zampa, poich fino dall'entrare nell'osteria il caprone aveva lasciato cadere a terra la veste lanuta, la testa e le corna fittizie, ed era apparso un bellissimo giovane, di maestoso portamento, di occhi cerulei, di capelli biondi. Concetta aveva raccolto le spoglie dell'animale cornuto e le aveva poste su di una tavola in altra stanza perch umide dal bagno fatto nel mare e nel fosso. I quattro giuocatori si erano fatti attorno al nuovo commensale e, perduta ogni idea di rozzezza, esternarono segni di alto rispetto. Catone lo aveva preso per la mano, ed anche il marinaro si era alzato dalla panca e, dismettendo il fumare, erasi posta la pipa in tasca. In un attimo tutti si affacendarono per porre in pochi minuti in sesto la mensa. Il Caprone (ci sia permesso chiamarlo cos fino a che non verr tempo di dargli altro nome) aveva una di quelle fisionomie dolci che incantano ovunque. Le sue maniere erano cos affabili che attraevano la maggior simpatia, e soprattutto la sua voce aveva alcun ch di straordinario e d'insinuante, difficile ad esprimersi. S, egli era uno di quegli esseri nati proprio per comandare senza che paresse dolore il servirli; ma tante prerogative torneranno poi a vantaggio dell'umanit?... Chi lo sa? ed il mio racconto lo mostrer in appresso. Quantunque in cuore ei credesse di giovare agli uomini, non sempre giova per far bene la volont... Ma troppo non vo' dirvi, tanto pi che il racconto appena cominciato. I nostri lettori per altro sospendano la loro curiosit intorno al signor Caprone e suoi amici e commensali; poich dobbiamo condurli in altro luogo ben diverso dalla temibile osteria dei Tre Mori: ove lasceremo che Concetta, assisa al fianco del marinaro, faccia comodamente all'amore, Bruto studii le grandi teorie del Caprone, e gli altri servano ad ambedue pei loro misteriosi fini. Luogo grazioso quello ove ora vogliamo introdurre il lettore; una palazzetta di due piani situata circa la met della via Ferdinanda. Il primo e secondo piano sono abitati dalla signora Maria Guglielmi vedova con due figli: Alfredo, giovane militare al servizio di Sardegna, da qualche giorno rimpatriato, per ottenuto provvisorio congedo; la figlia, una giovinetta di sedici anni. Il suo portamento svelto e nobile la farebbe giudicare una di quelle vergini dipinte da Rafaello: tutto in lei era grazia e candore; nata per amare, fuoco d'innocente amore le brillava dai begli occhi cilestri, parole di amore spiravano i suoi labbri, e melanconico amore le stava sul viso pallidissimo, che rendevano pi alabastrino i biondissimi capelli i quali le cadevano a ciocche sul collo tornito. Essa era pettinata alla vergine, avea cio la divisione dei capelli perfettamente a mezzo del capo, senza ricci sulla fronte, ritondati all'indietro, ricinti da un nastro di seta celeste; le pendeva dal collo un monile di semplice avorio lavorato alla China e d'inestimabile prezzo, e della stessa materia avea gli orecchini, i quali contrastavano col niveo colore del bel volto. L'abito della fanciulla, tutto di raso celeste a fiori bianchi della pi leggiadra forma del tempo, quasi sto per dire secondava le leggiadre forme della giovinetta. Aveva essa appunto terminato la sua toeletta, e gi le cameriere stavano per licenziarsi, quando macchinalmente pos lo sguardo su d'un bellissimo oriuolo a pendolo che stava sul caminetto della camera. --Ah! disse, sono le sette e mezza, manca un'ora all'apertura della festa; mi avete abbigliata troppo presto: mi noiano tanto queste feste, queste ricercatezze! --Io credo che V. S. sia la sola fanciulla che a sedici anni parla in questa guisa. La festa che avr luogo gi nell'appartamento del primo piano sar una delle pi splendide di Livorno, soggiunse la cameriera pi avanzata in et, mentre che l'altra, rispettosamente inchinandosi, si era allontanata. --Mary, per essere inglese, tu non sei punto inclinata alla misantropia; ti piacciono tanto le feste! --Mi piacciono sicuramente, e come non avrebbero a piacermi? Mance di qua, mance di l.... Oh! la vita di noi cameriere ha bisogno di respirare in un'atmosfera di mance: e per questo viva la vostra patria! che cuore! Oh i Livornesi! per cuore e per generosit sono gli unici del mondo. --Ti ringrazio per i miei concittadini, replic la signora e si adagi sul sof di velluto che era da uno dei lati della camera. Ors, Mary, resta a farmi compagnia mentre attender l'ora della festa; mi dispiace dovere scendere cos per tempo. La mamma vuol cos, bisogna obbedirla. Io non ho padre.--E qui un grosso sospiro part dal cuore della bella. --Il signor generale mor molto giovane, disse Mary. --Ah! io era peranco bambina. Egli fu dei pi intrepidi della guerra di Russia; fu fatto generale sul campo. --E fece la carriera di soldato? --S, mia cara, di semplice soldato; il suo valore passer nei volumi della storia. Ah! perch non posso io stringerlo al seno questo caro padre? Perch non posso dirgli: deh! guida la tua figlia nel periglioso cammino della vita. --Bando, bando alle idee malinconiche, signorina; si direbbe che foste impastata di lacrime e di sospiri. --La memoria del padre.... oh! credimi, Mary, il pi dolce de' miei pensieri; eccolo l (e additava un ritratto di un guerriero), eccolo l; qual nobile fisionomia! qual coraggio spira dai fulminanti occhi! O padre mio, io vado superba di esserti figlia. --Ma, signora Rosina, si affrett a dire la cameriera, perch tanto darsi in preda alla sensibilit? lo vedete? una grossa lacrima vi caduta sul fisci; voi scomponete il vostro assetto. Ors date retta alla vecchia Mary, passate nel vostro gabinetto, ponetevi al piano forte, fatemi udire quella vostra vocina a cui vo' tanto bene. Ci vi salver dalla malinconia. --Voglio compiacerti, Mary; sei troppo buona, mi ami qual madre. --Certamente: vi ho quasi veduta nascere, vi ho tenuta sulle ginocchia intere giornate quando.... Ah! io pure cadeva a parlare della guerra moscovita. --Cosa vuoi ch'io canti? soggiunse Rosina con un sorriso di compiacenza infantile. --Oh! su questo poi... fate voi, padroncina: tutto mi piace da quel bel bocchino di corallo. --Ho capito; canter a capriccio, disse risoluta la fanciulla, improvviser: andiamo nel mio gabinetto al piano-forte. E, spiccato un salto, penetr nella stanza favorita e, assisasi innanzi all'istrumento, preludi una musica fantastica, tutta di sua idea, oltremodo appassionata, a cui un con voce angelica le appresso parole. O amor, possente spiro, Dolce alimento al cor, Recasti dell'empiro Sovra la terra i fior. Per te del padre mio Sacro il ricordo ognor; Ben pu sfidar l'oblo Di figlia il casto amor. Nel virginal mio petto Non vo' diverso amor: Mi basta il puro affetto, Quello del genitor. Ma se d'un altro fuoco Arder potesse il cor, Pu sol trovarvi loco Di patria il santo amor. Rosina cantava queste strofe, le quali con tutto il fuoco dell'animo virginale accompagnava con soave melodia sugli armoniosi tasti, quando, posato l'occhio sopra un mobile di mogano sul quale vedevasi un magnifico specchio, vi scrse un oggetto che attrasse tutta la di lei attenzione deviandola dall'argomento del canto. --Mary, disse con accento alquanto iroso, Mary, non custodite voi questo segreto mio appartamento? --S, amabile padroncina, rispose l'ancella alquanto arrossendo nel vedere che Rosina guardava sempre sul mobile ed aveva ritirate le mani dalla tastiera del piano-forte: se ho errato in qualche cosa, vi scongiuro a dirmelo. --Errato, pu darsi, riprese Rosina con accento un poco pi dolce; o, almeno, azzardato di troppo. --Ed in che mai? --In che? non vedi tu quella camelia rossa che spicca sul marmo dello stipo? --La vedo: vi sta ella forse male? --Non dico ci, riprese Rosina, ma nessuno dee azzardarsi di adornare il mio segreto gabinetto senza mio permesso. Lo sai, su ci sono severa severissima; con te non vorrei esserlo, o Mary, ma lo sar, oh! lo sar certo (nel tono della voce della fanciulla si scorgeva un misto di sdegno e di amorevolezza). Ors chi ti ha dato quel fiore? --Signora, replic l'ancella, nessuno. --Come nessuno? forse caduto dal cielo, oppure il marmo fa germogliare le camelie? Mary, Mary, aggiunse quindi un poco pi dolcemente, da qui in avanti chiuder il mio gabinetto a chiave. Fiori non ce ne voglio, ed in specie fiori rossi. --Ah! ah! prese a dire Mary cercando di ricomporsi, vengo allo scoprimento del mistero: parmi stamane aver veduto quel fiore in petto della mia compagna Teresina; essa venuta su per assettare i mobili mentre voi, signorina, eravate scesa per la colazione: ve lo avr posato, o forse anche il signore Alfredo.... --E che? mio fratello viene egli nelle mie stanze? Te l'ho pur detto, il mio gabinetto dev'essere eguale a quelli delle donne turche; non ci voglio profani. Quel fiore, ah! quel fiore.... invano tu speri guarirmi della mia tristezza; se tu sapessi.... --O mia padroncina, perdonatemi, esclam ad un tratto Mary, tante bugie non le posso dire; e poi dirle a voi mi parrebbe doppio peccato mortale. --Dunque? --Dunque quel fiore mi stato dato. --Dato? e da chi? riprese Rosina sentendosi un fuoco inusitato alle guance. --Dato..... cio fatto avere misteriosamente, ma non mi sgridate; voi sapete quanto io vi ami. --Prosegui.... --Ebbene, questa mattina venuto all'uscio un povero a me ignoto. Costui, dopo le solite nenie, Dio la rimeriti, Dio la rimeriti, mi si accostato, ed avendo levato una scatoletta di sotto il giubbone, me l'ha mostrata dicendo: _ per la signorina_, e quindi me l'ha gettata ai piedi. --Ah Mary!... --Io non volea prenderla: ma colui facendo un ceffo terribile mi ha troncata la volont di rifiutarmi. Mary, mi ha detto con una vociaccia, se vi cara la vita, date ci che contiene la scatola alla signorina, datela, non temete; si tratta del volere di chi comanda a me e a voi. A me? ho risposto, oh!... Ma l'incognito si allontan fuggendo; allora io per curiosit ho aperta la scatola e, vedendo che conteneva un fiore, mi sono, confesso il vero, tranquillizzata. Ah! ah! ho detto fra me, sar qualche zerbinotto pretendente a fare il grazioso con la signorina, e non ho avuta pi paura delle minacce del messaggero; ma siccome ho pensato certo non essere ben fatto disgustare il poveruomo (tanto pi che chi ha una bella padroncina dee trovarsi spesso a simili faccende), ho fatto la cosa a met, togliendo cio il fiore dall'elegante scatola, che ho ritenuta per me, e mettendolo su quel mobile. --Incauta! --Perdonatemi, ma giacch nell'inverno tali fiori sono rarissimi, non sarebbe bene approfittarsene? Se non lo sdegnate, vel porr io con uno spillo sul camicino. --Mary....-- Ma la cameriera, senza frapporre indugio, corse a prendere il fiore e presentollo alla signorina, la quale facendo atto come di ricusarlo, percosso con la mano il calice di quello, ne usc e cadde in terra una piccola carta ripiegata. -- destino! destino! esclam la fanciulla, anche un anno fa.... anche un anno fa!!!-- E dalla ritrosa passando a senso diverso, prese il fiore dalla cameriera, adornossene il seno, mentre, leggermente curvandosi, raccolto il caduto involto, vi lesse vergato da mano a lei ignota: Nel virginal tuo petto Serba il filiale amor, Ma non spregiar l'affetto Di lui che per te muor. La patria adoro anch'io, La coprir di allr: Chi sa che all'amor mio Non pieghisi il tuo cor? --Ahim! riprese Rosina, ecco il metro della mia favorita romanza. Destino! destino! tu mi perseguiti. --Incominciano a circolare le carrozze, si popola gi la casa, volete discendere, padroncina? o desiderate che io mi ritiri? disse Mary. Ma Rosina, collo sguardo fisso sui versi test ricevuti, non dava segno di udirla; ella era immersa in una folla di riflessioni e di reminiscenze. Onde Mary mormor fra s: Eh! feci pur bene a non rimandare il povero. Caspita! dieci zecchini di mancia! L'innamorato dev'essere un gran signore. --Mary, Mary, proruppe Rosina uscendo da un'estasi, io l'ho veduta; era l'ombra del padre mio, s, l'ombra del padre mio.... e questo fiore? qual coincidenza! Ah! esso decider della mia vita.-- Ed appoggiatasi al braccio dell'ancella, discese nell'appartamento delle danze. Mary era cameriera intelligente; in materia di cognizioni sulla toeletta, sulla moda, sui teatri, sulle feste da ballo, sugl'innamorati che davano generose mance, non aveva l'eguale. peraltro vero che ella amava di cuore la padroncina; ma bisognerebbe che le mamme a cui interessano le figlie, ed in specie le mamme signore, fossero un poco pi caute nel mettere intorno alle figlie una cameriera. La cameriera per le donzelle di alto ceto quel che sarebbe per il sultano un favorito. Spesse volte avviene che questi nei dispotici regni orientali comandi pi del padrone e regni in effetto sui popoli soggetti. Quanti errori dei sultani del Mogol non furono loro ma dei loro favoriti! Quanti e quanti malanni non hanno elleno commessi agiate donzelle di cui tutta la colpa sta nelle loro cameriere! Ma ahim! i favoriti e le cameriere sono esseri indispensabili. Ed in fatti un poveruomo che vuol chiedere una grazia, come possibile che la ottenga senza cattivarsi la benevolenza del favorito? Un giovanotto che vuol far intendere i caldi sentimenti di eterno affetto alla nobile ed agiata sua Dulcinea come sperare di giungervi senza il benefico influsso della donzella di camera? Vivano dunque i signori favoriti e le signore cameriere, ed in ispecie le belle, le quali sono il perno su cui ruota la macchina amorosa della scelta societ. Io consacro ai loro meriti questa mezza pagina senza pretendere n ringraziamenti n regali. La signora Maria Guglielmi, madre di Rosina, aveva una fiducia grandissima nella cameriera Mary. Madama Guglielmi era di una cospicua famiglia francese del tempo di Luigi XVI. Restituita da Napoleone al suo primo splendore, se non alle prime fortune, ne erano rimasti due rampolli nel fratello di madama ed in essa, la quale, invaghitasi dell'amabile e prode colonnello Guglielmi non ancor generale, avevalo sposato con poca sodisfazione del giovane conte Brienne, il quale, tuttora tenace dell'antica aristocrazia, sentiva qualche ribrezzo a vedere il sangue degli antichi feudatari mischiarsi a quello di un soldato, foss'egli pure il primo guerriero del mondo. Ma siccome il bellicoso imperatore prediligeva il merito militare, il signor contino dette l'assenso e ne raddolc l'amarezza al rilevare che il generoso monarca aveva egli stesso elargito nella dote della contessina, senza che i feudi assai debilitati dal lusso del fu vecchio conte ne risentissero detrimento. Caduto il dominio napoleonico, cadde il benessere di coloro che avevano brillato durante quel regime, ed a fatica la Guglielmi pot, merc l'influenza del fratello, ottenere dal nuovo governo la pensione come vedova del fu generale. L'ebbe per altro, e col prodotto di quella e di alcuni considerevoli beni di sua dote riusc, se non ricca, almeno assai agiata. Il caldo amore di patria le avrebbe fatto preferire la dimora di Francia, ma d'altronde come sodisfare alla brama di primeggiare? L'adito della corte era chiuso ermeticamente ai partigiani napoleonici. Che fare dunque? Piuttosto che vivere negletta in Francia, pens esser meglio viver considerata in Toscana, ed a Livorno patria di suo marito, che non avea lasciato parenti, fiss il proprio domicilio. Le sue grazie, poich tuttor giovane e bella, il suo lusso, le crescenti attrattive della figlia, i divertimenti che dava aveano attirato in sua casa la miglior societ livornese, ed in specie la frequentavano coloro che puzzavano un po' di liberali. I personaggi stranieri non mancavano d'intervenirvi nel loro passaggio per la citt marittima, ed i suoi connazionali vi si trattenevano piacevolmente, senza punto curarsi delle antiche o moderne idee politiche della signora. La casa era tenuta splendidamente e potea dirsi l'unica montata su quel treno in quella citt, non essendo allora col nessuna di quelle numerose famiglie che adesso danno principeschi trattamenti e festini. L'ottimo abate Grand, uno dei pi scelti ingegni del clero francese, vi aveva introdotto gli ecclesiastici pi distinti della citt, e presso madama Guglielmi si vedevano alla conversazione negozianti, uffiziali, scienziati, giudici, avvocati, medici e notai. Nulla mancava in quel delizioso recinto. La Guglielmi avea affidata l'educazione letteraria di Rosina al brillante Grand, la donnesca a certa madama Germil. Nella sera del 16 febbraio cadeva un anniversario di famiglia, e questo era celebrato con molta solennit: nel giorno vi era stato pranzo, a cui avean preso parte le pi scelte persone della citt e i pi distinti stranieri. Nella sera doveva aver luogo l'accennata festa di ballo, nella quale, perch maggiore fosse il brio, era stato permesso l'accesso delle maschere. Fin dal mattino erano stati accaparrati quei mezzi di trasporto detti _timonelle_, specie di vetture modestissime e che davansi a nolo, composte di una cattivissima cassa di legno con peggiori molle, tirate da un solo cavallo; poich all'epoca in cui comincia il nostro racconto non si vedevano formicolare nella citt di Livorno quelle superbe ed eleganti carrozze di svariatissima forma, con cocchiere e servitore in livrea, le quali in oggi talmente sono frequenti per le pubbliche vie da essere stato necessario il fabbricare i marciapiedi alle strade onde tutelare la sicurezza dei cittadini. In allora Livorno, che aveva molta ricchezza senza punto nobilt, era proprio meschina citt di provincia con tutti i costumi provinciali, in cui mercanti ricchissimi, nella loro opulenza, non si vergognavano di andare a piedi portandosi nella domenica dal pizzicagnolo a provvedere per il modesto _dessert_ del pranzo le sottili fette di presciutto, di mortadella, di lingua salata, le quali riponevano involte in carta sottile in quelle medesime tasche nelle quali stavano di frequente splendide doppie di Spagna e lucidissimi rusponi gigliati: mercanti che nei d destinati agli affari sedevano ai loro banchi a guisa dei moderni commessi, non sognando i fallimenti e gemendo nel vedere la tendenza del movimento progressista che avrebbe, come pur troppo avvenuto, fatte passare le ricchezze in mano dei forastieri e degli ebrei, e terminato col creare una citt nuova e di lusso sulle reliquie della vecchia, e fatto sostituire agli opachi lampioni da olio i moltiplici beccucci del gaz, pullulare i teatri, i luoghi di ameno passeggio, i casini, i ridotti, ecc., piangendo quei buoni tempi di vera dovizia e commerciale onest che andavano a senso loro a spirare esclamando: Oh poveri Livornesi! vanit! tutto vanit! Debiti sopra debiti; lusso sopra lusso; negozianti diventati garzoni di bottega, boria molta e quattrini niente! Come io diceva di sopra, in occasione della splendida festa di madama Guglielmi, le timonelle erano state fissate fin dal mattino: ed avvegnach il loro numero fosse ristretto, ogni vetturino si era assunto l'onore di trasportare al festino pi d'una famiglia. Le modiste da oltre una settimana lavoravano a furia, i sarti si affaticavano volentieri inquantoch a quell'epoca erano sicuri di esser pagati dagli avventori non con parole, come sento dire che avvenga oggi, ma con buoni francesconi. I caff ed in specie quello _Del Greco_ preparavano i sorbetti, le limonate, i _punch_, l'acque d'anici, di finocchio e di cedro. Il famoso _Bocca di gloria_ nella sua botteguccia posta ai quattro canti allestiva i cialdoni. Le fanciulle si abbigliavano, le mamme strepitavano nel mettersi le scarpe piuttosto strette ai piedi sessagenari e gonfi per i geloni. I giovinotti si risciacquavano la bocca per togliere l'odore del sigaro, si profumavano i capelli e si radevano la barba laddove oggi son cresciuti gli eleganti baffi. Chi non avea servitore, n poteva averlo, non si restava da farla da cameriere a s stesso, preparandosi per la danza, tranquillamente lustrandosi gli scarpini, spazzolandosi i calzoni e la giubba con quella stessa mano che, calzato il guanto color canario di pelle venuto da Napoli, avrebbe poche ore dopo guidato qualche scelta damigella alla contradanza francese. E qui sappiate, lettori carissimi, che ho detto _scelta_, e non _nobile_ damigella, inquantoch, siccome vi avvertiva, a quell'epoca non vi era nobilt livornese, non essendosi voluto per anco cambiare i sacchetti di zecchini d'oro coi segni blasonici. Il pi alto ceto era quello dei ricchi e dei mercanti, i quali nella loro semplicit stavano almeno tranquilli che il sonno che avrebbero preso nel giorno dopo d'una festa da ballo non sarebbe stato interrotto dall'arrivo nelle loro case di quell'uomo poco simpatico chiamato il _Cursore_, latore di quei fogliettini altrettanto antipatici chiamati volgarmente _Precetti_, coserelle non fuori d'uso oggid. Ma intanto l'ora del festino sonata, i suonatori si trovano al loro posto. Le carrozze ruotano per la via Ferdinanda. Si sentono lo scoppietto delle fruste e le bestemmie dei vetturini impazienti ed il frusco delle scarpe di coloro che, non avendo vettura, si recano alla danza a piedi. Gl'istrumenti dell'orchestra si accordano, e la bella Rosina insieme colla madre trovasi a far gli onori del convito, ricevendo le invitate e gl'invitati. CAPITOLO III. Festa da ballo in maschera. Gli appartamenti della signora Guglielmi sfolgoravano per cento accesi doppieri. Le sale erano magnificamente addobbate; tappeti di soprafino lavoro inglese screziati a mille colori cuoprivano morbidissimi il pavimento; le suppellettili di squisito gusto dimostravano tutto il lusso e la galanteria di una dama francese. Numerosi tavolini da giuoco erano apparecchiati per i militari invalidi, per coloro che amavano pi la fortuna che il ballo; in una parola, vi era laggi tutto il comodo di rovinarsi nella salute e nella borsa. Cos vanno le cose quaggi e cos sono andate di secolo in secolo e cos andranno fino alla fine del mondo. Le danze erano cominciate da qualche tempo, e noi, sorpassando alcuni salotti di danzanti, ci arresteremo un momento in una stanza parata di damasco celeste, dove, vicino ad un caminetto sul quale ardono legna odorose, sta un tavolino attorno a cui giuocano la signora Guglielmi, un uffiziale, un finanziere ed una mascherina elegante in domin bianco sul cui cappuccio vedesi accuratamente cucita una camelia rossa uguale a quella che mirammo nel gabinetto privato di Rosina. Si giuoca di grosso, poich carnevale; lasciamoli fare. --Ventuno a quadri, disse con garbatezza madama Guglielmi guardando senza tirarli a s i sedici zecchini della partita; sarebbe forse la mia posta? --Con perdono, madama, esclam il finanziere; mi duole veramente, ma avendo or or succhiellato l'ultima carta, metto in tavola trentuno a picche. --Mi rallegro con voi, replic madama Guglielmi deponendo le sue carte sul tavolo; ho troppa fretta e spesso mi trovo delusa nelle mie speranze: ma adagio, signor finanziere, vi esorto a non cantar vittoria; imperocch vedo quella mascherina la quale sotto la visiera forse forse rider di noi, e sta per succhiellare la quarta carta. Aspettiamo la di lei decisione. -- giusto, disse il signor uffiziale; io non ho punti da mostrare.-- E tutti e tre stavano a guardare il quarto giuocatore, che con tutto il sangue freddo possibile succhiellava la sua ultima carta. Estratta che l'ebbe, senza dir parola schier sul tappeto le sue carte, mostrando col dito che davano per punto quarantanove a fiori. --Ah! disse l'uffiziale, il 21 stato eclissato dal 31, e questo dal 49.-- La mascherina non pot trattenere uno scroscio di risa mentre ritir il denaro. Il signor uffiziale prese ci in mala parte e, dopo alcune partite, essendosi sciolto il giuoco, mentre stavasi per passare alla sala da ballo, fattosi presso a colei dal domin bianco, gli susurr all'orecchio: --Mascherina, ho bisogno di dirvi una parola in quattr'occhi. --Dove e quando volete, riprese il domin bianco senza esitazione. --Subito e nella sala del _buffet_, se vi piace. --Volentierissimo.-- Ed entrambi si avviarono al luogo indicato. Giunti peraltro che furono in fondo ad un corridoio solitario, ove appena arrivavano i suoni dell'orchestra, la maschera riprese la parola e, soffermatasi, --Signor Alfredo, disse, ci che volete dirmi, potete dirmelo qui.-- Nella voce della mascherina vi era un certo non so che di alterato e di sardonico che non sfugg al giovine, il quale sollecitamente: --Alfredo diceste; mi conoscete voi? --Temete forse di esser conosciuto? rispose la maschera ridendo. --Io temere? Deggio forse arrossir del mio nome? --Non credo, ma di qualche fatterello potrebbe pur darsi. -- questo il secondo insulto che ricevo da voi; il primo per aver riso alle mie parole nel giuoco, l'altro investe la mia condotta e.... --Ci s'intende, avete diritto ad una sodisfazione; or bene, ed io son pronto a darvela: mi spetta la scelta delle armi. --Sono indifferente. --Prima per altro conviene che mi domandiate conto dell'esser mio; non potrei essere un plebeo indegno di misurarsi con un nobile paladino? --Il vostro linguaggio, sebbene ironico, nol dimostra; ma in questo caso potrei far adoprare il bastone da' miei servitori. --Semprech io, con vostra buona grazia, avessi la volont di farmi accarezzare le spalle da gente che puzza di cucina. --Termine agli scherzi. Ditemi qual l'arma che sceglierete e prima di tutto l'esser vostro. --Adagio, adagio, signor mio: quanto all'arma, io sono nemico del sangue; compatitemi, non sono ufficiale: quanto all'arma, siccome una cosa tutta mia, scelgo i dadi. --Come i dadi? --I dadi ed un bicchier di veleno; la cosa comodissima. Voi vedete, signor uffiziale, che non vi bisogno di padrini, non si fa chiasso: questa sera stessa, in mezzo ad una festa, ritirati in un salotto appartato, noi ci mettiamo tranquillamente a sedere su di un sof; si ordina un _punch_ e da me o da voi vi si versa una dose di veleno; nessuno se ne avvede, oh! al certo nessuno bada ai segreti che possono avere un uffiziale e una mascherina. Da uno dei tavolini prendiamo i dadi, ne gittiamo la sorte, chi perde ingola il _punch_, si asside sul sof ed attende tranquillo, come fece Socrate, di passare all'altro mondo. Chi vince si allontana cantarellando un'arietta di Rossini e si reca alla sala delle danze.-- Il militare guardava stupefatto la mascherina; e con voce di meraviglia: --Voi scherzate. --Non scherzo mai, replic questa ed alla voce soave che aveva usata fino a quel momento fe' succedere un accento grave e severo. Non scherzo, no, mai non ho scherzato al mondo, e molto meno lo farei con voi; ma se mai credeste in me vilt, mirate (e in cos dire trasse dal domin due pistole). Voi vedete, aggiunse riprendendo la solita vocina flebile, che io potrei fare uso delle armi da fuoco, potrei, rimettendo l'affar del duello a domani, eludere la vostra vigilanza, i vostri desiderii; ma no, le cose vanno fatte subito, o non mai.-- Alfredo non sapeva che dire, tanto il linguaggio della maschera lo sorprendeva altamente. --Giovane capitano, la maschera continu, ora che conoscete con qual'arme io intenda di battermi, sul che non mi potete contradire, giusto che io vi dica il mio nome.-- Qualunque idea di straordinaria visione cess in Alfredo alla curiosit di conoscere finalmente il suo bizzarro antagonista. --Ebbene? prosegu. --Ebbene, disse la maschera, sono pronto a sodisfarvi; ma prima permettetemi ancora due parole. Giovine ardente, continu, ed cos che tu vai violando i giuramenti pi sacri? Quella vita che tu hai consecrato al pi santo scopo tu la cimenti per una risata da tutt'altro prodotta che dalla volont di offenderti? cimenti la tua vita per voler sodisfazione da un incognito il quale ti parla di alcune tue debolezze forse chimeriche? cos che.... --Mascherina, interruppe il giovane impaziente e tutto caldo di sdegno, tu perdi un tempo prezioso. --No, signor maestro, questo tempo non prezioso perch tempo di danza; e tanto val consumarlo facendo sgambetti, quanto ciarlando, siccome facciamo noi; altra volta l'ho perduto con te un tempo prezioso. --Con me? --S, con te. Dimmi: se il veleno tocca a te?... Perch, vedi, non ho bisogno di ricorrere allo speziale; questa una boccetta (e trasse un astuccetto dalle vesti), questa una boccetta che ne contiene tal dose da avvelenare non solo te ma quanti sono alla danza.-- Alfredo retroced come atterrito; fino a quel momento egli aveva creduto che il suo antagonista fosse uno di quei belli spiriti che s'introducono nelle danze e nelle societ per motteggiare, e sperava che avrebbe terminato per chiedergli scusa e nulla pi; ma il contegno della maschera diveniva sempre pi freddamente minaccioso. --Gran Dio! esclam il giovine, chi siete voi che tranquillamente intervenite ad un festino, danzate e vi assidete al tavolino da giuoco con armi da fuoco ed il veleno in tasca? --Io? lo saprai, proruppe in tono di confidenza e di sdegno il domin bianco; lo saprai quando avrai risposto ad una sola interrogazione che sono per farti. Alfredo, la mezzanotte di domani raduner tutti gli amici nelle catacombe di San Iacopo.... Tu sai di quali argomenti sar trattato, e quanto interessi nei supremi momenti che ogni generoso amante della patria si trovi al notturno convegno. --Che ascolto! E come sai tu tal segreto? --Per me non vi hanno segreti ove il bene della patria lo richieda. Tu vedi in me un nemico generoso il quale non avrebbe duopo del duello per perderti, denunziando i tuoi obblighi, i tuoi progetti, le tue trame, i tuoi abboccamenti; ma no, la sfida corsa, uno solo di noi andr alla misteriosa adunanza. --Ah! no, o maschera, o nume, o demonio, cessa deh! cessa, disse Alfredo; io rinunzio alla sfida, ad ogni progetto di vendetta, di particolare sodisfazione; sacro il dovere di figlio della patria. Ben tu dicevi, la mia vita venduta. Essa la compr, ceda il mio orgoglio di fronte a tanto dovere: ti prego a scusarmi, o mascherina. --Scusarti? Ci sarebbe forse un poco di vilt?-- A tali parole Alfredo sent montarsi il sangue al viso per eccesso di collera e, --Vilt? replic, mal ti apponi; lo saprai, o ardito incognito, quando la sorte della patria sar decisa. Io ho un conto di morte da saldar teco: se hai onore, palsati onde io possa sodisfarlo.-- La mascherina, cacciandosi addietro il cappuccio del domin, lasci cadersi sulle spalle la pi bella treccia bionda. L'uffiziale trasal; ma pi crebbe la sua maraviglia quando il personaggio incognito, toltasi la visiera, lasci contemplare uno dei pi angelici volti dell'universo. --Esmeralda! grid Alfredo, mia Esmeralda! --Taci, taci, amabile pazzarello, riprese la maschera rannodandosi la treccia e riponendosi in fretta la visiera; vien gente, non voglio esser conosciuta. Conducimi alla sala del ballo.-- E gli porse la mano. Alfredo, coprendola di mille baci, si accompagn coll'adorato avversario avviandosi alla sala delle danze. In cima al corridoio incontrarono una folla di maschere tutte in domin bianco sul quale era trapunta una camelia rossa; costoro si misero in cerchio intorno alla coppia canterellando un'aria plateale in guisa da impedirle di dirigersi verso il ballo, e dopo due o tre giri si misero a gridare: --Sei de' nostri? sei dei nostri? su su, un balletto.-- Ed a vicenda afferrata Esmeralda, la fecero danzare. Alfredo, impaziente, attendeva che lasciassero libera la giovinetta, e fissamente teneva dietro ad ogni suo movimento, temendo di confonderla colle mascherine sopraggiunte, ma erano esse tanto simili fra loro che nell'intreccio non gli fu pi possibile di ravvisare quale di esse fosse la sua Esmeralda. Questa per, che avrebbe potuto staccarsi dalle compagne e ritornare al braccio dell'amante, bizzarra e capricciosa, volle aumentarne il malumore e, spiccando un salto in mezzo al gruppo coi domin compagni, precipit nella sala da ballo, ove a forza di strepiti carnevaleschi produssero uno di quei piacevoli disordini che sogliono animare il brio in tali circostanze. Ma, durante la festa che gi incominciava a declinare, noi abbiamo perduto da qualche tempo Rosina; non ci dispiaccia perci di farci innanzi tra la folla a ritrovarla. Prima per altro non sar male passare in rivista alcune signore e signori che incontreremo nelle sale che andiamo a percorrere prima d'imbatterci nella vezzosa fanciulla. Nella sala del _th_ una fila di sedie coperte di damasco a spalliera dorata accoglie una dozzina di vecchie mamme e zie, le quali stanno a mirare i danzatori e le ballerine, cianciando fra loro di cuffie e di mode, di pettegolezzi amorosi e di piccoli scandali; ma coteste quinquagenarie declamatrici contro un lusso che non potevano pi fare, contro l'amore cui avevano dovuto dire addio, contro la bellezza per esse passata, lasceremo in cura ai servitori in livrea che, di quando in quando passando innanzi al venerabil consesso coi vassoi pieni di biscottini e confetti, sapranno empire quelle bocche d'inferno, le quali almeno per qualche tempo cesseranno di qualificare le amabili zitelle per pettegole e scimunite, ed i bei giovani per sguaiati e monelli. Nella sala da bigliardo e della bambara noi osserveremo quei visi di signori nei quali, invece dell'allegria, vediamo dipinti il burbero ed il cagnesco. Costoro, ognun se l'imagina, sono giuocatori sfortunati, mariti gelosi, amanti non corrisposti. Prima peraltro di passare oltre fa duopo arrestarci una diecina di minuti in un salotto di transito e precisamente presso una portiera che copre colle cortine il vano di una finestra entro il quale due persone stanno chiacchierando; sicch potrem sentire quanto appresso. --Oh quanto amabile quella fanciulla! si dice anche sia molta ricca. --Ne so pi di te; si chiama Rosina. --Ma che? sarebbe ella forse della nostra congiura? --S certo: Oh! non lo sai, disse Topo, cosa ci ha detto il nostro capitano ieri notte all'osteria dei Tre Mori? --Come posso saperlo? all'osteria non ci venni, lo sai bene; ero di guardia in fortezza vecchia, smontai alle undici di fazione per dormir sul pancaccio. --E per conseguenza disponesti alla paura il militare che doveva succederti in sentinella, onde esplodesse sul caprone maraviglioso. --Certo che s; e conoscendo quanto fosse babbeo il mio camerata, gli feci una paura tale che, veduto il supposto mostro, rimase come di pietra, e adesso allo spedale di Sant'Antonio. --Ottimo luogo per gli scimuniti suoi pari. --Eppure Marco non un giovine da disprezzarsi; io spero che un giorno sar della nostra. --Belzeb ti liberi dal farne nemmeno la proposta; caro amico, i contadini per le faccende della nostra congrega vanno tenuti alla larga, ci vuol il coraggio che abbiamo noi. --Ma.... non mi dicevi che la signorina dei nostri? pi debole di una fanciulla nobile, educata, di sedici anni non saprei. --Tu nei sai poco; costei nostra, nostra affatto.... figrati la sposa del nostro capo. --Del Caprone? --Del Caprone appunto; come la sorella del Caprone, la cara Esmeralda, sar, cio lo di gi, la innamorata del capitano Alfredo fratello di Rosina. --Topo mio, tu mi fai stupire! --Sei un balordo; ed io voglio istruirti. Nella nostra setta hanno da entrare tutti coloro che o direttamente o indirettamente possono giovare allo scopo. Quindi il nostro degno capo, il quale si rende visibile ed invisibile, che con maravigliosa celerit si trasferisce da un luogo ad un altro, raccoglie tutto il migliore; cosicch dai poveri facchini quali siam noi, dai ladri, dalle donne di mondo, dai marinari, dai barcaiuoli si sale ai soldati, agli ufficiali, alle damine, agli ottimati e.... --Ma dimmi un poco, prosegu il compagno, perch il Caprone ci volle tutti quanti alla festa? --L'avr fatto per darci un'idea di questo mondo di signoria che prima non conoscevamo; per la bizzarra sodisfazione di vedere col benefizio della maschera mescolati insieme i ladri ed i galantuomini, i poveri e i ricchi, le dame e le pedine: e poi.... a lui sta a comandare, a noi spetta l'obbedire; n ci lecito dimandare la ragione degli ordini. D'altronde il nostro intervento qua puramente pacifico: noi siamo disarmati. -- vero, disse l'altro, io non ho che un coltellaccio a cricco. --Ed io un corto stile a triangolo. --Ma il Caprone venuto alla festa? --Non l'ho veduto: ma vi sar di certo. Indovinala tu qual razza d'abito si sar messo. --Sicuro non avr lasciato che la sua bella danzi con altri; avrai pure osservato che la Rosina tiene in petto la camelia rossa. S, te lo ripeto, essa nostra, proprio nostra in anima e in corpo. Non vedi tu che quanti siamo in maschera abbiamo tutti lo stesso segnale? Il solo capo forse quello che ne manca.-- Una delle maschere che cos discorreva dietro la portiera l'aperse leggermente e, sporto fuori il capo, fece cenno all'altra che pur si affacciasse fra le tendine, dicendole all'orecchio: --Che ardire! che bravura! che uomo maraviglioso! Vedi tu quel gentiluomo con due decorazioni sull'abito e cotanto splendidamente abbigliato, il quale ha s bei mustacchi neri sotto il naso e quei bei capelli di colore morato, che tutto grazie ed incanto? --Lo vedo, rispose l'altro; d il braccio alla amabile Rosina. --Or bene: non hai tu riconosciuto il Caprone? --Bah! il Caprone lui? il Caprone biondo, costui nero; il Caprone senza barba, e costui l'ha folta. --Stolto! riprese Topo, ti assicuro che colui il Caprone come tu sei l'Arciero ed io son Topo; ma compatisco la tua incredulit. Egli ha cento mezzi di travisarsi, e gli riesce cos bene che lo credo qualche volta lo stesso diavolo in persona. Anche esso ha la camelia; ecco il fiore della setta: viva essa in eterno! --Che la duri cos, mio caro Topo. --Ti compiango se dubiti; sei troppo ragazzo: ma sappi che la nostra congrega abbraccia mezzo mondo, e tu vedrai che al fin dei conti il mondo muter faccia per opera nostra. Intanto godiamo il buon tempo e i bei zecchini; e se non fossimo intimamente legati a colui, all'uomo misterioso, tu saresti a far la guardia, ed io a cucire le balle e rubare i baccalari. Ma andiamo a bere un paio di _punch_, ch il discorrere mette sete.-- Ed ambedue, usciti di sotto la portiera, si diressero alla stanza del _buffet_ inseguiti da Alfredo, il quale ogni volta che s'imbatteva in un domin bianco, credeva di rinvenire la sua cara Esmeralda. Esmeralda per altro, dopo il rabbuffo fatto all'amante, del quale era gelosissima e tenera, aveva abbandonato le sale per rientrarvi in altre vesti, onde, per giovanil capriccio del suo sesso, stare sconosciuta ai fianchi di Alfredo, di cui temeva qualche imprudenza o leggiera infedelt fra tante donzelle e donne amabilissime. Esmeralda, in nuova foggia abbigliata, stavasi travestita da maga egiziana; ed imbattutasi in Alfredo, con voce alterata e gutturale, --Giovinotto, gli disse, vengo dal paese delle cabale, delle piramidi, ed ho buoni numeri da dare agli amatori del giuoco del lotto: 21. 31. 49.-- A Livorno il parlare di numeri e di cabale tema favorito; sono s buoni i Livornesi che credono ai sogni: perci la finta maga si attir la simpatia dei circostanti; e pi di un giovane elegante, tirato fuori il taccuino, vi segn col lapis i tre numeri bizzarramente dati, con animo di giuocarli davvero e ristorare le abbattute fortune. Alfredo si morse le labbra per dispetto sentendo ripetute da quella maschera le parole da lui poco innanzi proferite al giuoco della primiera e per le quali aveva altercato con Esmeralda. La maga per altro seguit a rallegrare la comitiva e, preso un piccolo portavoce d'argento, --Io leggo nel destino, grid ridendo di s stessa nel farla da sibilla: questi tre numeri additano tre grandi epoche nelle quali si tenteranno grandi cose e si rinnover la faccia della terra: _Renovabitur facies terr_. --Sa anche di latino la maga, urlarono i circostanti. --Anche d'ebraico, d'arabo, di turco, d'indiano e di cinese, se cos vi piace. Ma lasciatemi; devo predire la sorte ad una vaga fanciulla. Indietro adunque, o profani, o che io con questa bacchetta vi cangio tutti in vipere, rospi, cani, gatti e in qualche cosa di peggio.-- La folla rise, e alcune altre maschere si misero a noiarla. Ella per le respinse facendo uso di una verghetta di ferro, la quale se non aveva il potere di cangiare gli uomini in bestie, aveva quella di far loro delle lividure ed era capacissima di tenere indietro gl'indiscreti. Il brio cresceva, sebbene la festa volgesse al suo fine. Lungi dal romore delle ultime danze pi fragorose e vivaci, lungi dalla folla delle maschere che dai salotti del ballo passavano a quelli dei giuochi e del _buffet_, in un salotto rischiarato da una pallida lampada con opaco cristallo, guarnito di damasco celeste e che aveva all'intorno un divano color di rosa pallido, e sulle cui _consoles_ ardevano in candelabri d'argento candele aromatiche spandenti una luce gradita, una fanciulla stava in atto mesto assisa sul molle sof; ed un giovine nel vigor dell'et elegantissimamente abbigliato, sul cui petto brillavano due decorazioni e si vedeva una camelia rossa, piegato un ginocchio innanzi alla fanciulla, --O mia adorata fanciulla, le diceva, dovr io dunque invano sperare da voi uno sguardo di compassione? --Signore, parlatene a mia madre. --Non posso, Rosina, non posso; un terribile arcano m'impedisce ora di palesarmi a lei ed a voi; il mio nome un mistero: io ne ho tanti, ma non ne ho un solo da darmi di fronte a voi ed alla madre vostra. Ma io vi amo, un anno che vi amo, e voi lo sapete; non sono indegno di voi: non vi basta? --Signore!! --Avrei io osato invocare l'ombra del padre vostro per farmi strada al vostro cuore e non avrei temuto che l'ira del cielo su me piombasse a punirmi ove osassi mentire? --Il mio cuore non pu sentire altro affetto che per l'ombra del genitore, per l'eroe della sua patria. --Ah! Rosina....., interruppe l'amante, io vi giuro che pi di lui l'amo e far tutto per lei. --Dimostratelo ed alzatevi; potr allora amarvi, gli disse la fanciulla. --Ho vinto, esclam il giovane entusiasta, ho vinto. Ci sar; giurate di essermi fedele e di unirvi a me quando questa vostra patria sar felice o che avr esaurito tutti i mezzi per farla tale. --Giovane che io non posso definire, il vostro ascendente mi opprime l'anima. Lasciatemi; la ragione mi dice di fuggirvi, il cuore non lo pu: giurate voi di mantenere le vostre promesse. Dio, patria, padre e voi amer in eterno. --Lo giuro, o Rosina, lo giuro. Oh! se sapeste a qual altare pi terribile l'ho io giurato oltre a quello del vostro amore, forse inorridireste. --Gran Dio! --S, Rosina, io l'ho giurato sull'altare della morte.-- La fanciulla, lasciate le mani dell'amante, si pose le sue alla fronte. --Rosina, riprese l'incognito, Rosina, il vostro giuro mi sta sull'anima; io lo accetto, voi accettate il mio. Io mi allontano, ma voi mi rivedrete e ben presto. --Signore!... replic vivamente l'altra. --Quando la vegnente notte sar al suo colmo, soggiunse il giovine, se amate la patria, uscite dalle verginali vostre stanze e penetrate in quelle del fratel vostro. --E perch mai? --Perch sar sonata l'ora in cui apprenderete il mio nome e tutto il nostro avvenire. Nella camera di vostro fratello troverete abito virile e di foggia militare; voi lo indosserete e seguiterete lui ciecamente fino alle catacombe. --Ma egli?... gran Dio! --Lo sa! --Dimani? Per l'alta notte? alle catacombe? che mi chiedete mai? --Io ve lo chieggo in nome di questo, ripet il cavaliere, presentandole un medaglione che trasse dal petto. Era il ritratto del generale Guglielmi. Rosina la baci fervidamente, ed il cavaliere si allontan. CAPITOLO IV. Fratello e sorella. La dimane della festa la maggior parte di coloro che vi figurarono dormiva tranquillamente; e poich aveva fatto di notte giorno, era naturale che facesse di giorno notte. Fra i dormienti era la signora Guglielmi; ma non cos riposavano i due figli di lei. Rosina, dopo le parole ricevute dall'amante, che, misteriosamente continuando nell'incognito, voleva non solo amore ma obbedienza dalla fanciulla, si era ritirata dalla sala della festa con dichiarare un incomodo prima che quella fosse giunta al suo termine. Rientrata nelle sue stanze e rinchiusasi nel suo segreto gabinetto, pos sul tavolino la camelia rossa; ed abbandonatasi sopra una larga sedia a bracciuoli, incominci a riandare con somma cura tutte le frasi, le parole, i gesti pur anco del colloquio avuto col suo amatore, colloquio di cui noi intendemmo una parte nel passato capitolo. Ella capiva benissimo dover argomentare che il giovane appassionato altro esser non doveva che un fanatico avventuriero, ma non capiva il perch una forza prepotente legasse ai costui voleri lei, donzella tutta calma, tutta dolcezza! Dagli ultimi discorsi dell'incognito non poteva porsi in dubbio avere egli in mira un qualche passo audace, fatale e tremendo. Ora egli, non contento dell'amore di una fanciulla da lui adorata, voleva farla partecipe de' suoi fini: ma questo non era un chiamarla complice dell'atto pericoloso e forse temerario? Un convegno di notte in luogo remoto cui ella era invitata a comparire in abito mentito e guerresco ben le diceva di qual genere di abboccamento si trattasse; e, certo, abboccamento di amore esser non poteva quello, imperocch il fratello di lei doveva pur prendervi parte. Ma i legami misteriosi che chiaramente appariva avere l'incognito col fratello di lei come s'eran formati? di quale specie erano essi? Dunque anche Alfredo dipendeva ciecamente dal volere di quell'uomo straordinario? fratello e sorella si trovavano come incatenati alla ferrea di lui volont: e fratello e sorella fra loro non si erano detta una sola parola in proposito! Rosina mesceva a queste riflessioni qualche lacrima che involontaria le cadeva dal ciglio: le parea di essere assolutamente come rinchiusa in un cerchio incantato di un negromante dal quale non poteva uscire. Ripens al primo momento in cui nel pi remoto del passeggio, sulla riva del mare, in compagnia della fida Mary, ella (terminava appunto l'anno) aveva per la prima volta veduto quell'uomo straordinario lanciarsi arditamente nei flutti in burrasca e salvare una misera fanciulla cadutavi: onde ella pure, accorsa sul luogo, aveva prestato qualche soccorso alla giovane uscita miracolosamente dalle acque, e cos si era formato un gruppo fra lei, la cameriera, la fanciulletta e quell'uomo misterioso. Ricordava quali affettuose parole quell'uomo le avesse rispettosamente dette, e quali fatidiche e strane espressioni avesse usato nel pregarla di accettare un fiore (cio una camelia rossa), dicendole che, come essa fosse appassita, ne avrebbe rinnovato il dono. Al che la stessa Rosina avendo replicato non potere accettare, egli risposto avevale: Signorina, io non vi sono straniero quanto forse credete; il mio dono innocente e l'offro all'innocenza; esso sar non una memoria di me, ma una memoria del salvamento di questa ragazzetta, la quale affido alla vostra protezione. Che ella allora aveva preso il fiore e, veduto partire lo straniero (che nell'allontanarsi le disse: Signora Rosina, ci sono degli esseri che, una volta incontratisi in questo mondo, non possono pi vivere estranei fra loro, si era sentita come scorrere un gelo nelle vene e penetrare di un sentimento fin a quel tempo non mai sentito. Ricordava come spesso la fanciulletta salvata, che, essendo della plebe, veniva da lei a ricevere qualche beneficenza, le parlava del suo salvatore con tenero sentimento di gratitudine, e che a tali elogi essa, Rosina, provava una sodisfazione interna come se riguardanti una persona a lei cara ed appartenente, mentre peraltro trattava s stessa da bambina nel dar peso ad un incontro galante e nulla pi ed alle bizzarre parole di uno sconosciuto, il quale probabilmente non pensava pi a lei. vero che la camelia prima era appassita da gran tempo, ed il giovane straniero non aveva rinnovato il dono o il ricordo; ma essa aveva poi veduto avverarsi le fatte promesse, poich, la sera in cui cadeva l'anniversario del loro primo colloquio, appunto un'altra camelia rossa era stata posta nell'appartamento, e in quella sera aveva riveduto colui il quale si era, dir, con magico portento impadronito del suo cuore e della sua volont. Tali erano le ricordanze di Rosina: ed ella vi pensava e ripensava da un pezzo, non potendo peraltro spiegare fra gli altri misteri il come ei possedesse una miniatura del padre. Rosina, meditando, non sapeva a quale partito appigliarsi: aveva ella accettato l'invito misterioso per la vegnente notte? No; poich non aveva risposto, ed il suo stesso amante si era allontanato. Doveva ella mancarvi? questo era uno spinoso quesito da sciogliersi. Se essa andava, avrebbe finalmente saputo almeno il nome, la condizione, i disegni di quell'ente portentoso e stravagante, e forse appreso il mistero della sua gita, degli stessi suoi travestimenti, poich certamente la prima volta in cui lo aveva veduto non aveva che biondi capelli e viso pallido ed imberbe, la seconda aveva la chioma e la barba nera. Non andando ella al convegno, ci sarebbe andato certamente il fratello; ed essa, tenera sorella, come avrebbe potuto starsene quieta sull'esito di quel misterioso e strano abboccamento? Rosina non ignorava che a quell'epoca la penisola aveva molte sette di giovani arditi che intenti a cospirare passavano i giorni; la sua saviezza ed una perspicacia eccellente le dicevano pur troppo doversi trattare di cosa simile, ragione di pi per temere. In tali pensieri ella aveva trascorso buon tempo e non sapeva a qual partito appigliarsi. Parlarne alla madre? Buon Dio! vero che le figlie tutto dovrebbero dire alle madri, alle madri per affettuose, alle vere madri di famiglia; ma a quelle madri che stanno in sussiego, che di tutto si occupano fuori che della vigilanza sulle figlie, le madri galanti in et matura, se le figlie non si azzardano, non saprei del tutto condannarle. Dirlo alla cameriera? A qual pro? la cameriera, secondo il solito, non ha altra volont che quella della padroncina; e se mai differisce dall'opinione, dove sono le cameriere tanto coraggiose da dire la verit? Dunque era certa che la Mary non le avrebbe dato consiglio, o forse glielo avrebbe dato pi pericoloso di quello che potesse prendere da s stessa. Dirlo al fratello? Eh! sicuro che della faccenda della gita notturna e del travestimento avrebbe pur dovuto parlargliene; ma certo per, era da imaginarselo, avrebbe anzi costretto la sorella ad andarsene all'appuntamento. In una parola, la giovinetta si trovava in una situazione la pi imbarazzante, la pi critica. Povera Rosina! tanto bella, tanto buona, tanto virtuosa, e gi sotto l'influenza di un malefico genio, gi immersa nei dispiaceri! Eppure quante e quante fanciulle che leggeranno questo volume avranno a trovarsi o trovate si saranno in eguale imbarazzo, quello cio di essere innamorate e non poterlo dire ai genitori! Noi poi coll'autorit di scrittore le consigliamo a vincere questa renitenza, poich migliori amici non possono trovarsi di essi. Il cielo peraltro (cui nelle sue angosce si raccomandava) non tard ad inviarle un soccorso: questo fu altrettanto inaspettato quanto caro. Giaceva travagliata la giovane, quando ecco verso le undici del mattino ud bussare leggermente all'uscio del gabinetto. Ella apr. --Oh Ges mio! signorina, esclam Mary, ma che? non siete anche andata a letto? Siete tuttavia abbigliata da festa? --Non ne sentiva il bisogno, rispose Rosina, mi sono leggermente addormentata sulla poltrona; ma hai fatto bene, a venire a trovarmi: aiutami a spogliarmi, prender qualche ora di sonno fino al pranzo. --E volete stare digiuna fino alle quattro? riprese Mary, lo stomaco ci patisce, signorina; ma a proposito, vi una ragione per far colazione: a momenti verranno a farla in vostra compagnia. --Non voglio alcuno nel mio appartamento, soggiunse Rosina; dite a chiunque sia che io dormo. --Far come vi aggrada; ma il vecchio padre abate Gonsalvo.... --Il padre abate? sclam Rosina con vivacit come se un lampo di speranza venisse a consolarla. --S, signora, il savio dei vallombrosani del monastero, che vi ha tenuta a battesimo e, come sapete, vi ama qual figliuola. --Fallo passare, rispose Rosina; ma poi, risovvenendole dell'abbigliamento da festa di ballo, continu: No, fallo trattenere un momento nel salotto, ripetigli le mie scuse; in cinque minuti metter gi queste vesti capricciose per indossare quelle pi semplici e a me solite. --Volete ch'io v'aiuti? disse Mary. --No, no, replic Rosina: tieni un momento compagnia al buon monaco e, quando senti sonare il campanello, lo farai entrare.-- Mary si allontan assentendo col capo, e Rosina si accinse a ricevere il vecchio religioso. Non molto diversa dalla situazione di Rosina era quella di Alfredo suo fratello. L'ufficiale, terminata la festa, lungi dall'entrare nella propria camera, aveva incessantemente tenuto d'occhio le maschere col domino bianco e la camelia rossa, nella speranza d'imbattersi nuovamente nella capricciosa Esmeralda; ma alfine, avendo veduto allontanarsi a gruppi le maschere stesse ed uscire dalla festa, deposto il pensiero di vedere l'amante prima di sera, si era deciso di uscire piuttosto che serrarsi in camera, nella quale era certo che, a malgrado della veglia della notte, non avrebbe potuto prendere sonno. Avvezzo ai militari disagi, non temeva al certo la rigida stagione di mattina, ed anzi era certo che un bicchiere di rhum ed un eccellente sigaro di Avana gli avrebbero fatto obliare il sonno che andava a perdere. Preso adunque il mantello, acceso un sigaro, usc prendendo la via lungo il mare allora detta dei Mulinacci; pensieroso costeggiava i flutti, e l'imagine di Esmeralda incalzavalo incessantemente. Possibile, dicea fra s, possibile ch'io, giovane e di cuor generoso..., mi sia lasciato sedurre da colei? s, colei... questo il miglior modo d'indicare l'incomprensibile persona. La mia amante!.. ma, gran Dio, posso io qualificarla come amante? non mi vergogno io? s, l'amo e appassionatamente l'amo, ma i suoi costumi.... Ahim! essa di donna non ha che la bellezza, bellezza angelica ed unica al mondo. Ma poi con chi vive?... ci mi fa orrore... eppure non posso staccarmi da lei; pure ha una bont, una virt... qual pu mai essere la virt della orgogliosa Esmeralda? L'amor patrio, tenace, vero; ma ma quest'amor patrio sar egli sincero? Non possibile che miri al secondo fine d'inalzarsi? Ah! no, essa non lo desidera, no; e se il volesse, non starebbe che in lei a divenire la donna pi famosa del mondo. La sua voce non ella tale da formare l'ammirazione dell'Europa? Le sue cognizioni letterarie, quelle di musica, di belle arti non la renderebbero l'idolo dell'universo? Non potrebbe ella circondarsi dei pi brillanti corteggi? erigersi un trono su tutti i cuori? Ma no; libera di costumi, ella sdegna il cuore d'un mondo intiero, perch si contenta del mio, anzi facciamo, da ragazzi, a chi pi geloso. Ma ahim a qual duro prezzo posseggo io quell'angelica persona! a qual prezzo! Ne abbrividisco: doverla vedere quasi tuttod nella pi abbietta dimora del popolaccio, circondata da femmine perdute, in mezzo alle orgie dei marinai e degli artieri, nelle bische di giuoco, nelle osterie, vestita ora da uomo ora da donna del volgo, sentirla ridere alle sfacciate e stolte parole di coloro presso cui frequenta e applaudire alle loro bestemmie! Ella cos perfetta, cos amabile giovane! eppure, ecco le sue continue parole. Alfredo, io non sono di sangue nobile: lasciami coi pari miei; un giorno o l'altro io dovr dirti: Va, va, Alfredo, con le sentimentali tue damigelle; io posso avere quanti amanti voglio, e vattene con Dio. Ed io? figlio di un prode guerriero, non posso distaccarmi dal cerchio magico di questa amabile fata! Ma che? tutto questo poco. Quel suo incomprensibile fratello cui ho dovuto giurare obbedienza! io soldato giurare obbedienza e cieca obbedienza a colui? Ahim! l'ho giurato e bisognava giurarlo. Ho ancora presente quella terribil notte in cui, ammaliato dal fascino delle potenti attrattive di Esmeralda, io la seguitai per tutti i pi luridi vicoli della Venezia nuova; or compie l'anno da quella notte tremenda. Ella parea prendersi giuoco di me: finalmente ecco che bussa ad una porta orizzontale alla via, urtandovi replicatamente col piede; io mi arresto, ella mi guarda. Hai tu paura di me, giovinotto? mi disse. Io sorrisi e non risposi; la botola si aperse, ma ella trattenendosi anco un istante pria di scendere: Addio, dunque, addio: non valeva la pena di seguitarmi per lasciarmi cos. Non permisi che proseguisse, ma con uno slancio di che conservo memoria fui accanto a lei nella tenebrosa scala della botola: scendemmo alla vista di coloro che stavano dir ammonticchiati nella fetida stanza, dove non si vedeva che a pena a causa del fumo dei sigari e del camino, ove non si respirava perch niuna finestra metteva in quell'antro. Mio primo pensiero fu di retrocedere; ma ella mi prese pel braccio e Ho fatto preda, esclam con gioia infantile, gettando su d'una sedia lo scialletto che le copriva il seno. Brava! urlarono insieme coloro che abitavano quella spelonca; uccelli con queste penne mai non vedemmo entrare nella gabbia dei Tre Mori. E cos dicendo mi si affollarono attorno per toccarmi con villana curiosit l'uniforme. Io fui per snudare la spada, tanto l'ira mi accese. Zitti l, temerari, esclam la fanciulla, il cui viso era raggiante di belt. Zitti, questo signore mio sposo. Tuo sposo?... Oh graziosa! e da quando in qua ti sei fatta sposa, o Esmeralda? Da un anno, da un secolo, da quando mi pare. Giovane, amante della libert, io ne seguo le leggi: ho scelto e basta. Ha ragione la piccina, urlarono quasi tutti e dall'ammirazione si fecero ad accarezzarmi con le mani ruvide, callose e sporche. Non potei trattenere lo sdegno: snudai la spada sino alla fine del fodero, ma in quell'istante dieci pugnali scintillarono ai miei occhi; io mi giudicai perduto. Esmeralda trasse il suo, e fu per vibrarlo nel petto di quello dei bevitori che mi stava pi vicino. Ah! esclam costui, quando minacci un'altra cosa. Ors statti in pace col tuo ganzo; ma lvati di qui, perch tenerume non ne vogliamo. Anche gli altri riposero i loro pugnali nel fodero, ed io mi sentii dolcemente tirare per la veste ed introdurre in una camera; era quella di Esmeralda. L io doveva divenir preda del fratello e della sorella. Questo monologo, che noi per intiero abbiamo riferito, venne fatto da Alfredo in lungo spazio di tempo ed interrottamente, ora nel fermarsi lungo la solitaria via per accendere o spuntare i sigari, ora dopo essersi qualche tempo riposato sugli scogli che fiancheggiano il mare. La mattina, per esser d'inverno, era bellissima; un venticello leggiero leggiero increspava le onde dalla parte di tramontana, il qual vento non toglie loro quella graziosa tinta cerulea nel mare Tirreno. Si vedevano i flutti spumare su piccoli scogli e quella bianca spuma adagio adagio venire a perdersi alla riva. Il cielo era sereno ed il sole gi sorto dalle colline della Valle benedetta, posta ad oriente dal luogo ove il nostro Alfredo si sfogava fra s stesso. Alfine, uscendo dalla dolorosa meditazione, tratto l'orologio, --Le otto? sclam. duopo che io mi decida; questa volta colui che impera a me non otterr che per met il suo intento. S, io avr forza di resistere a tutti i suoi argomenti, a tutte le sue minacce. E profer queste parole con tono piuttosto alto. --E che farai tu? riprese una voce a lui ben cognita, mentre ei sent persona che leggiermente lo percosse colla mano sugli omeri, e che farai? ripet quella voce. --Voi siete dappertutto, non fa meraviglia, rispose Alfredo rivolgendosi a colui che era sopravenuto; un dmone vi guida. --No, Alfredo..., riprese dolcemente quegli, no, Alfredo; dite piuttosto che mi guida il desiderio di compiere una grande impresa. --Voi sempre dite cos, e l'ora non vien mai. --Ah! verr, verr. --Lasciatemi, grid Alfredo, invano mi avete seguito o incontrato; io ho bisogno di essere solo. --E solo vi lascer. Prima per desidero conoscere perch volete negarmi di annuire alle mie giuste dimande. --Ebbene... tanto varr che io qui vel dica in faccia del mare e del cielo, soli testimoni i quali ci guardano e ci odono, o che io vel dica nell'orrenda tana della locanda infernale dei Tre Mori. --Parlate. --Io verr alle catacombe, ma verr solo. --Solo? url il sopraggiunto, solo? e perch? --Mia sorella..., ripet con dignit l'uffiziale, pura, essa non... pu, non deve essere contaminata dalla sozzura di coloro che interverranno a San Iacopo. --Alfredo!!! La vostra mentre vaneggia, il vostro orgoglio rinasce: tutti gli uomini, tutte le donne sono e saranno eguali; dal primo Adamo e dalla prima Eva tutti siam figli dei medesimi genitori. Voi obliate i vostri giuramenti. Ma no... il fratello di Rosina non pu essere un traditore; il vostro contegno, se non credessi al sangue che vi circola nelle vene, potrebbe darmi sospetto. Oh guai per voi se il sospetto allignasse nell'anima mia! --Gi avrete ascoltato che non sono disposto a cedere alle vostre minacce; mia sorella non interverr. --Ella interverr; e quando voi ricusaste il vostro braccio, io ho mezzi infallibili senza di voi. --E che? Osereste un oltraggio, una violenza? --Io un oltraggio? io una violenza a Rosina? Mal mi conoscete. Voi s, signor uffiziale, voi s che siete e potete esser capace di ci; non gi io povero marinaro, povero cospiratore, ma onesto, ma grande nella sventura. Voi s che io ritrovava in luogo appartato e gi trionfante dell'onore e della debolezza di mia sorella. --Gran Dio! Che dite mai? --S..., prosegu con accento di amara ironia, i miei amori non sono coronati dal successo dei vostri; io scelgo le taverne per cospirare, voi le scegliete per tradire vergini. --Ah! quale linguaggio? E non fu la vostra Esmeralda che con modi, non saprei come qualificarli, mi attrasse nelle sue braccia? --Sciagurato!! tacete: non siete degno di lei; nobile superbo, voi ignorate i costumi della plebe e li qualificate per turpi. Disingannatevi. Esmeralda, giovane ingenua, sventurata, senza direzione, senza scuola di mondo, ama ed am come una selvaggia nel mezzo ai deserti. Il canto, la musica, il disegno, le scienze che possiede gliele appresi io; io le feci da padre, madre, fratello e maestro: ma io, continu pi vivamente, non volli toglierla alla semplicit de' suoi costumi che a voi sembrano rei; no, io non volli che apprendesse dalla mia bocca come l'amore in societ ha la sua grammatica, i suoi modi, la sua logica, la sua finzione, il suo orpello. Ella ne sarebbe stata scandalizzata. No; io quanto a quella passione lasciai che crescesse, divampasse a mo' dei selvaggi. Ella vi vide, vi am, ve lo espresse; questo il pi grande argomento di suo virginale candore. Voi la chiamate colpa? E non difese colla sua la vostra vita? Ma ahim! che pur troppo ella ama ed am un ingrato, allevossi la serpe nel seno. La sua innocenza or vi pare sfrenatezza, il suo costume vergogna; ma intanto ogni delizia fuggita da quel tenero cuore. Andate: vi ho compreso abbastanza; voi non la rivedrete mai pi. --Dio! quale orrenda minaccia! --Quando la sorpresi nelle vostre braccia questo pugnale scintill sulla vostra testa: l'infelice ne devi il colpo; ad un solo patto io sospesi la ben meritata vostra punizione. Vel rammentate voi? --Ah! pur troppo: vi promisi cieca obbedienza. --Io per vi rendo la vostra parola, vi sciolgo dai vostri giuramenti; non temo per me, ma per la infelice. Prima di questa sera Esmeralda e la creatura che porta nel seno avranno cessato di esistere. --Gran Dio! Ah no! per l'amore di Esmeralda e del suo bambino. Io sar padre? Oh gioia! esclam Alfredo gettandosi in ginocchio ai pi del marinaro, non proferite pi minaccia s orribile. Deh! guidatemi a lei, fate che io apprenda il dolce annunzio dalle adorate labbra di Esmeralda. --Giovane soldato, continu il marinaro, le tue lacrime promuovono le mie; il volgere in mente impresa lunga e marziale non mi tolse, no, la sensibilit. Accetto il tuo pentimento; vedrai Esmeralda: deh! ch'ella non sappia quali ingiuriosi sospetti osasti formare contro di lei: ella ne morrebbe d'affanno; ella, s, che avria diritto di maledirti nel momento in cui sar madre.... --No, giammai; v'intendo: un altare accoglier.... --Cessa, non tempo di nozze; questo verr, ed allora.... --Allora Esmeralda (e Dio acceleri il desiato momento) far passaggio dall'umilt dei natali al talamo dell'uomo che fortuna pose in grado elevato. --Umilt di natali! riprese il marinaro con sguardo severo. Ah! se pur di nobilt vuoi parlare, sappi che essa scender dal grado ove nacque per passare al tuo talamo. --Giovanni, qual mistero? --Quando saprai chi io mi sia... quando saprai chi sia Esmeralda, o giovane superbo, non potrai, no, temprare lo stupore ed il pianto: lunga ed acerba storia di dolore e di grandi esempi sar questa; grande lezione sulla fallacia, sulla ingiustizia delle umane apparenze. Dopo la rivelazione che udrai, misurerai te stesso ed Esmeralda: sentimi (aggiunse poi dolcemente), un solo essere sublime brillar veggo nel mio avvenire; questo.... --Ah! il comprendo, esclam Alfredo. -- Rosina! s, Rosina; essa mi ama, ma io non sar come Alfredo; io l'adoro, ed udr la mia storia e quella dell'amante tua. --Quando? --Questa notte medesima. --Dove? --Alle catacombe.-- I due strinsersi la destra e si separarono avviandosi per opposto sentiero. CAPITOLO V. Vicende. La nostra storia fa un passo retrogrado; ci duopo ritornare indietro varii anni. In un piccolo villaggio sulla Dora una giovine abbigliata alla campagnola si affatica a trarre sulle deboli spalle un grave fascio di legna; la sua fisionomia dolcissima, i suoi capelli sono biondi, il suo aspetto non par nulla quello di persona nata in un villaggio; le maniere poi contrastano coll'abito, siccome colle laboriose operazioni contrasta la gentile morbidezza e bianchezza delle sue mani. La giovinetta non solo abbigliata da villica, ma le sue vesti di mezzalana sono assai logore, la rigida stagione di decembre aveva arrossato le sue guance, ed il freddo e qualche doloroso pensiero le aveva richiamato alcune stille di pianto sul viso. --Ahim! tu piangi sempre, mia buona mamma, aveva detto un fanciullino di circa sei anni che ella si teneva al fianco su per l'erta, il quale stavale appigliato al lembo della rustica sottana. --Giannino mio, ho assai faticato quest'oggi, e queste sono stille di sudore: tu piuttosto sta' buono e non piangere; fra poco arriveremo alla capanna. --Dio mio, quanto lontana! sclamava il fanciullo mentre saliva appresso alla madre la scoscesa collina. Ma la stanchezza della misera madre e del fanciullo sar presto ben ristorata. Il loro dolore si muter in allegrezza insperata, al loro giungere a quella capanna, da cui erano distanti un solo quarto di miglio: dalla parte opposta del villaggio era alfine ritornato colui che per essi era tutto. I due derelitti e tapini dovevano esser consolati dopo tanti anni di lacrime e di preghiere. Non ebber tempo di vedere la cima del colle sul quale era posta la capanna, che un giovane uomo abbigliato signorilmente, decorato della insegna della Legione d'onore, si era precipitato verso i due che salivano contemporaneamente, abbracciando insieme e la donna e il fanciullo: avrebbe voluto recarsi in braccio l'uno e l'altra, Preso il ragazzo colla sinistra, e colla destra sorreggendo la cara met del suo cuore, --Ah! vi ho pur trovato, diceva stemprandosi in dolci lagrime di gioia. --Sei tornato, sei tornato! siamo tanto poveri! sclamarono ambedue penetrati da un'indicibile commozione. --Or siete ricchi: per noi alfine ritornata la felicit; venite, deh! venite, teneri oggetti dell'amor mio.-- Il padre, la madre ed il figlio in breve ora furono alla capanna, nella quale non dimorarono che la sola notte: ma certo e madre e figlio pi agiatamente delle precedenti, poich il nuovo arrivato vi aveva fatto recare materassi e tappeti e le indispensabili suppellettili. All'indomane una comoda vettura trasport i tre alla vicina citt di Nizza, da dove ascesero in un naviglio che dovea trasportarli al luogo di loro nuova dimora. Il signor Artini da giovanetto aveva militato in Francia e, ottenuto il suo congedo per le premure del signor di Brienne, di cui era parente la madre sua, era passato in Piemonte; col si era invaghito di una giovane orfana, bella, virtuosa, ma priva di fortune e alle cui attrattive non aveva potuto resistere l'ex-uffiziale, che avevala condotta all'altare. La loro unione avvenne col massimo segreto; il giovane Artini doveva rispettare il contrario volere di uno zio, il quale, borioso di ricchezze e di ttoli, avrebbe fulminato dell'ira sua lo sventurato nipote privo di beni d fortuna, se questi avesse osato parlargli dell'affetto inspiratogli dalla leggiadra giovinetta. L'uffiziale, che d'altronde non aveva potuto difendere il petto dallo strale del dio d'amore, il quale non rispetta nessuno e molto meno i giovani sensibili e militari, intesasela con un buon ecclesiastico, si spos segretamente la fanciulla e con lei godette vari anni di completa felicit. Frutto di tale unione era stato il fanciullo che sentimmo nominare Giannino. Cresceva egli in bellezza e bont nel pi stretto ritiro di una villa posta non molto lungi dalla citt, ove incognita stavasi la giovine coppia; quando, per una di quelle fatalit che spesso colpiscono le persone dabbene, venne a scoprirsi il nascondiglio del giovine Artini ed ii suo segreto matrimonio. Artini, un tal d uscito alla caccia, inseguendo un cinghiale, per disavventura in un momento di fretta, esplosa l'arme, fer sebben leggermente un suo compagno di caccia. In quel subito, credutasi gravissima la ferita, fu quegli trasportato privo di sensi al domestico asilo dell'Artini; ed ognuno pu imaginarsi lo spavento di lui, della sposa e del piccolo Giannino. In breve per altro dileguaronsi i loro timori, poich sopravenuto il chirurgo, esaminando la ferita, la giudic semplicissima, ed in quello stesso giorno feritore e ferito si assisero gaiamente alla medesima mensa. Quest'ultimo, giovane parigino, venne pregato di trattenersi col fino a che non si fosse pienamente ristabilito in salute. Durante alcuni giorni l'ingenua madre di Giannino apprestgli tutte quelle cortesi e minute cure che vengono imposte dai sacri doveri dell'ospitalit. Costui, non potendo credere a tanta semplicit, os pensare di aver suscitato un tenero sentimento nella giovane sposa, che, avvedutasi del troppo franco contegno di quell'ospite, non volle celarne gli arditi disegni al marito, il quale in un primo impeto d sdegno si scagli contro l'audace ed iniquo amico e lo costrinse a domandargli scusa e partire. Non era anche scorso un mese da quell'accaduto che i due coniugi non vi pensavano pi, quando una notte il buon Iago, servidore negro del signor Artini, penetrando improvvisamente nella camera degli sposi, --Salvatevi, aveva loro gridato, salvatevi per la scala segreta; io condurr vostra moglie ed il bimbo nel granaio, e voi, signor padrone, pigliate la via del giardino. --E perch mai? avevano chiesto i coniugi esterrefatti. --Gente armata si avvicina al castello: un contadino che l'aveva scoperta al chiaro di luna corso a gambe levate a porgermene avviso. Si dice che lo zio vostro, scoperto il segreto maritaggio, abbia ottenuto dai tribunali un ordine di cattura per voi e di reclusione in un monastero per la vostra consorte; si dice che sar annullato il matrimonio. --Ah giammai, giammai! esclam il giovane Artini; vender cara la mia vita; il principe mi ascolter.-- Dare un balzo dal letto e vestirsi fu tutt'uno. La giovane Amalia svenne. Il buon Iago col soccorso della cameriera la fece avvolgere in un lenzuolo insieme col bambino che dormiva, traducendola nel granaio, in cui si penetrava per una botola. Il signor Artini, che dapprima voleva far uso dell'armi, fu poscia persuaso esser migliore espediente fuggirsene alla capitale ed implorarvi l'aiuto delle leggi a suo vantaggio, onde far vano il progetto dell'iniquo suo zio. Quando gli armati si presentarono, la casa fu trovata deserta. Iago, dopo che nei dintorni cess la mania di ciarlare in mille guise sull'avvenimento, per erti colli e cupe foreste condusse la padroncina ed il figlio su quella collina ove li abbiamo veduti, ed un tugurio serv loro di ricovero. Gli armati, nel desiderio d'impedire ai fuggitivi di valersi, quandoch ritornati, degli ori, degli argenti e delle gioie della villa, se ne impossessarono a nome del brutale zio. Ed Iago solo col ritratto dei suoi guadagni, per cui aveva un peculietto, provvide al sostentamento proprio e delle care creature, sperando di giorno in giorno che il padrone, ottenuta giustizia, sarebbe ritornato alla casetta di campagna, dove aveva lasciato il fedel contadino depositario del segreto nascondiglio di Amalia e di Giovanni. Ma passarono giorni, passarono anni, e il signor Artini non si vide; e d'altronde Iago credeva pericoloso il farne ricerca a motivo della potenza dello zio del padrone che poteva riuscir fatale ai suoi cari protetti. La giovine Amalia si era abituata, dir, alla vita rozza della povera campagnuola; faceva da gran tempo le faccenduole di casa, andava a provvedere il vitto traendosi dietro Giannino al vicino villaggio, poich un giorno anche Iago, partito per la capitale, non era pi ritornato. Dall'epoca in cui Amalia rimase sola col suo bambino, a lei toccava girsene al vicino bosco per le legna, a lei a coltivare un meschino orticello, a filare e vendere la filatura al mercato: e siccome la piccola somma portata dalla casa cominciava ad essere sugli ultimi, ella si vedeva sull'orlo dell'abisso e della miseria. L'infelice non tanto piangeva per s, quanto per il marito e pel figlio: pel marito, di cui ormai non credeva ricevere altre novelle che della morte; pel figlio, che, pieno d'intelligenza e di amore, andava ad entrare nel pi doloroso avvenire, ed i primi atti della sua tenera mano avrebbero dovuto esser quelli dello stenderla accattando limosina. Tale era la trista ed orribile posizione di Amalia quando noi la vedemmo insieme col bambino salire l'erta della capanna al principio di questo capitolo e quando miracolosamente e ormai contro ogni speranza ella aveva veduto arrivare l'adorato consorte. Non dobbiamo n possiamo tacere che, durante la separazione del marito dalla moglie, del padre dal figlio, il piccolo Giovanni, di focoso temperamento, di precoce intelletto aveva voluto apprendere la storia della propria sventura. Sensibilissimo e fiero, egli si era formata un'idea sinistra di tutti quegli uomini che la fortuna pone in una classe elevata. Abituato a conversare coi miseri fanciulli del villaggio subalpino, si era gi affezionato ai costumi popolari, alle persone che soffrono, costrette a guadagnarsi la vita col sudore della fronte. Il rapido mutamento di sorte lo imbarazzava, e, toltone il dolore che avrebbe avuto di tornare ad essere privo del padre, il suo cuoricino batteva sempre di affetto per le rupi selvagge test abbandonate. Ma intanto la nave, solcato il Mediterraneo, si avvicinava per l'oceano alle ospitali rive dell'America, facendo vela per le Antille, ove il nostro giovane erede del defunto zio era divenuto uno dei pi ricchi possessori e coloni. Col egli aveva divisato condurre la sua tenera Amalia ed il caro Giannino; l'Europa eragli divenuta un tristo soggiorno, tanto erano state le sventure che vi aveva provate; ei credeva che il nuovo mondo potesse aprirgli una carriera di novelle felicit. Sentiva il bisogno di respirare aura pi libera, di svincolarsi da quei sociali impacci del costume europeo. Il clima tropicale della Guadalupa sarebbe stato eziandio giovevole alla defatigata salute di Amalia. Il suo fanciullo col avrebbe potuto maggiormente sviluppare le sue belle e robuste forme, inspirarsi a quelle vergini contrade, vivere la vita libera in mezzo ai semplici costumi di quei fortunati isolani. Non s'ingannava il signor Artini; giunta che fu la nave nella baia della tenuta di sua spettanza, un buon numero di negri, di cui era proprietario, lo attendeva alla riva per festeggiare l'arrivo di quell'amabil padrone che li volea far liberi. Il piccolo Giovanni, al vedere tanti uomini neri, aveva esclamato:--Oh quanti Iaghi! ma il mio Iago dov'?--N aveva potuto ripetere la frase, che si trov nelle braccia del vecchio negro, il quale, stemperandosi in lacrime di tenerezza, nel linguaggio nato additava ai compagni la cara persona del loro padroncino. Non s tosto i coniugi si trovarono fermi nel loro nuovo soggiorno, il signor Artini dichiar liberi tutti i suoi schiavi. --Lungi, lungi da me, aveva esclamato in uno de' suoi pi bei giorni, lungi da me anco l'ombra del servaggio. La vecchia Europa serbi tal nome; io voglio bandirla anche dal mio frasario.-- Invano potrebbe esprimersi la gioia di quei miseri, i quali idearono una festa di cui mai non aveva veduta l'eguale quella estrema regione del mondo. La sera medesima di quella festa, la giovane Amalia nel colmo dell'allegrezza riceveva le congratulazioni delle sue conoscenti; sentiva dal suo letto gli evviva replicati degli Indiani quasi pazzi dall'allegrezza: ella aveva dato alla luce Esmeralda. Esmeralda fu levata al sacro fonte dal governatore della Guadalupa; tutti i navigli francesi ed esteri ancorati nel porto fecero intendere una salva delle loro artiglierie; il tamburo prolung il suo rullo, e militari sinfonie alternarono per tutta la notte le pi soavi melodie; la notte stessa era stata una delle pi belle sotto l'infuocato cielo dei tropici. Nella cerimonia del battesimo il signor Artini, a riguardo della neonata, avea voluto che si ripetessero ad alta voce i suoi titoli di nobilt statigli test conferiti dalla Francia e di cui gi era stata fatta menzione nell'atto civile della nascita della bambina, Esmeralda, Clementina, Zaira, Sofia, aveva scritto il buon paroco, figlia del nobile signor cavaliere conte Adolfo Artini e della signora Amalia De-Chouet sua legittima consorte, nata il 21 marzo l'anno 1805, alle due pomeridiane; tennela al sacro fonte il signor barone De-Guiche governatore della Guadalupa. --Ah! ah! aveva esclamato Giovanni all'et di due lustri, assai motteggiatore e molto pi avverso al fasto, voglio domandare al buon Iago se, al mio nascere, baroni mi tennero al fonte, e se mio padre era un'eccellenza; in questo caso mi faccio registrare di nuovo, non essendovi cosa che maggiormente mi disgusti quanto i titoli e la nobilt: non per questo amer meno questa bimba, che anzi sar la mia prediletta.-- Passavano intanto gli anni. Il vago appartamento dei signori Artini; che si estendeva in riva al mare, era circondato di giardini e boschi dove a migliaia si vedevano uccelli variopinti e dorati, e quadrupedi di mille specie. Il placido mare si ripiegava in seno a piccolo golfo che faceva l'isola proprio dirimpetto al palazzo; quel sito era stato fatto lastricare di marmo e presentava ai nostri avventurosi abitatori tutto il comodo di sollazzarsi alla pesca. Il nostro Giovanni, mentre per le cure del paroco diveniva scienziato ed uomo di liberi sentimenti, per le cure del padre era divenuto un instancabile pescatore, un robusto nuotatore, un cacciatore famoso. Ancora imberbe, armato or del fucile degli Europei, or dell'arco degl'Indiani, aveva atterrate delle bestie feroci e l'avvoltoio delle montagne. Munito a guerra un piccolo naviglio, si fece a percorrere i mari delle Antille ed a sedici anni era divenuto un esperto navigatore in quell'arcipelago. Una volta fu veduto ritornare dopo un'assenza di quindici giorni menando seco due poveri negri di sesso diverso. --Gli hai tu acquistati? domand il padre a Giovanni. --Non compro i miei simili, aveva replicato il giovanetto; li ho salvati dall'ira del loro padrone che voleva disgiungerli a forza, ed essi si amano appassionatamente; questo forse un delitto da meritar loro la pena delle verghe? Sono belli e buoni.-- Ci dicendo presentolli a sua madre. I due negri si sposarono e, dichiarati liberi come gli altri, andarono a lavorare nella vasta tenuta dei signori Artini. --Ma se il padrone tornasse a riprenderli? avevasi fatto osservare a Giovanni. --Oh! non vi pericolo, aveva questi replicato; colui ha ben altro da pensare. --E come il sai tu? --Nel mondo dove ei si trova dee pensar a scontare i propri peccati. --Sciagurato! riprese con sdegno il padre, osasti violare l'altrui propriet e commettere un omicidio? --Mi credereste voi capace di disonorare il vostro nome? rispose sorridendo il giovinetto; quindi aggiunse: l'uomo generoso e libero fatto per difendere i suoi simili, gli oppressi contro gli oppressori; l'uccidere per difendersi dovere. Lo sfacciato mercante di carne umana ard mirarmi col suo fucile; uno strale che li cacciai nel petto imped la mia morte. Ecco il fatto.-- Cos la pensava e cos agiva il giovinetto all'et di sedici anni. La tenera madre palpitava sempre per lui. Il padre invece inorgogliva alle ardite prodezze del figlio. I negri dell'isola lo benedicevano e lo adoravano siccome un nume protettore. Una sera in cui, placidamente seduta sotto un pergolato di ribes, la famiglia aveva frugalmente cenato con la cacciagione del giorno e coi frutti saporitissimi del giardino, cadde discorso sull'Europa. --Io mi son sempre trattenuto, disse Giovanni, dal parlarvi di cotesta Europa, di cui serbo dolorose rimembranze; imperocch quel guasto mondo mi sempre parso coperto dalla nera caligine che esalano i suoi vizi. --Ah! figlio, io non nego che gli uomini di cotesto luogo sieno peggiori di quelli d'America, ma iniqui ve ne sono dappertutto. --Isolatamente ne convengo, ma qui la perfidia un'eccezione, col una regola; il cuore mel dice, la naturale antipatia me ne accerta, i libri della vostra biblioteca me ne ammaestrano infallibilmente. --E che ne concludi? riprese il padre facendogli una carezza. --Ne concludo che, se potr, non ritorner col; ma se il destino della mia vita mi obbligasse a calcare nuovamente la terra che mi vide nascere, giuro di apparirvi come un angiolo vendicatore, come un genio benefico che la liberer dalle sue sventure.-- La mente fervida e precoce del giovanetto sviluppavasi a meraviglia, ed il corpo ne seguiva gli impulsi. Il bravo governatore lo educava ai militari esercizi, il sole ardente delle Antille gli abbruciava il cuore; ei si sentiva come padrone di un'epoca. --Ma, soggiunse un bel d alla madre, i vostri patimenti, o madre, formano la pi mesta reminiscenza dei miei primi anni; io ne serber incancellabile la memoria. Io sento, s, sento in me la piet, la compassione propria dei nostri Indiani, ma sento altres la ferocia di essi; quella compassione la serber per i poveri, come eravamo io e voi quando il babbo ci raggiunse allora che io nel fitto inverno mi reggeva alla vostra lacera gonna per salire alla capanna e soffriva nel vedervi piangere e sudare sotto il peso delle legna che portavate per scaldarci. Ma la ferocia io la serber contro quelle classi privilegiate che si pascono del sangue e del sudore dei poveri e a cui apparteneva quell'uomo che ci cagion tanti affanni. Esso morto; per ne esistono tanti eguali, madre mia. Ma... a proposito, continu, mio padre debbe avervi narrata la storia delle sue sventure durante la sua assenza: e che? io dunque non debbo saperne nulla? --A che vantaggio rinnovare la memoria di un fatto che gi registrato nel passato? --A che pro, madre mia? Perch sappia in qual modo coloro che avrebbero dovuto giovare ai miseri ardissero calpestare i pi sacri doveri. --No, figlio mio, le aveva detto l'Amalia; i mali che gli altri ci hanno fatto soffrire bisogna dimenticarli e lasciarne la vendetta a Dio. --Egli si serve spesso del braccio degli uomini per compierla; chi sa che non voglia servirsi del mio?-- La tenera madre sforzossi di calmar l'ardore del figlio, ed egli non fece pi parola intorno a tale materia; ma scelta l'occasione in cui i suoi genitori eransi recati per diporto all'isola di San Domingo, avuto a s il vecchio Iago, --Dimmi: che cosa successe a mio padre quando io bambino rimasi colla mamma alla capanna delle Alpi? --La storia breve ma dolorosa, riprese il negro: fuggito che fu vostro padre dalla parte del giardino della sua villa, gi si appressava travestito alla capitale per far valere i suoi diritti, quando, incontratosi sventuratamente nel perfido amico cagione di tutti i suoi mali, non fu pi padrone di s stesso, e dopo aspre parole, snudate le spade, si batterono in quel luogo medesimo, e l'amico traditore espi colla vita il nero suo tradimento. Il padre vostro, gravemente ferito e privo di sensi, venne da persone che il conoscevano e che ignoravano le discordie fra esso e lo zio trasportato al palazzo dello zio medesimo, il quale, nascondendo la gioia di quell'avvenimento, sembr preoccupato da incidibil dolore, ed accarezzando il quasi esanime nipote, dette palesi ordini acci fosse curato in un dei pi sontuosi appartamenti del palazzo. --E che avvenne poi? aggiunse il giovanetto impaziente. --Il vostro misero genitore, appena ricuperati i sensi, si trov in uno dei sotterranei dei palazzo destinatogli per carcere; ivi langu vari anni, e poich ben poche persone avevano veduto il giovane uffiziale esser trasportato presso lo zio, fu a costui facile sparger voce che egli si era allontanato per correr dietro alla sua amante. Quel vecchio tiranno, irato del non poter discoprire il rifugio di voi e di vostra madre, inveiva sempre pi nei mali trattamenti verso il padre vostro, e per colmo di barbarie avevagli dato a intendere essere ambedue voi periti nella fuga. --Infame! --Sei mesi prima che il mio adorato padrone giungesse a ricuperare la libert io arrivai a scoprire ch'egli gemeva prigione del barbaro zio. Giurai di salvarlo o di morire e, sotto le mentite spoglie di povero, mi riusc di penetrare nel palazzo del vostro indegno parente. Ma ahim! il colore del mio volto mi trad, per modo che venni rinchiuso nel medesimo sotterraneo. --Gran Dio! --Fu certamente gran conforto al vostro misero genitore la mia presenza: e rapprendere che voi e l'Amalia eravate in vita e al sicuro dalle trame dell'iniquo. I giorni passavano in mesti ragionari ed in copiose lacrime, pensando a voi misero fanciullino ed alla madre vostra. Inutilmente desiderammo di farvi pervenire nostre nuove. Di chi mai avremmo potuto fidarci? Avrebbe forse il barbaro oppressore risparmiata la vostra tenera et? Si sarebbe egli lasciato piegare dal sesso e dalla belt dell'infelice madre vostra, o non piuttosto avrebbe ad altre due infelici creature fatti provare i pi rigorosi tormenti? Invano tentammo di fuggire; troppe erano le guardie ed i satelliti di quel vile per eludere la loro vigilanza. --Dio per.... --Si, Dio venne in aiuto degli oppressi. Un mattino nella cui precedente notte avevamo sentito forti strepiti e confusione nelle stanze superiori del palazzo come se una quantit straordinaria di persone andassero e venissero, vedemmo discendere nella nostra carcere un venerabile ecclesiastico. Costui, nel vedere il nostro squallore e la nostra miseria, colpito da grande e dolorosa meraviglia, ci fece soccorrere: morbido letto fu a noi apprestato, cibi delicati che ci rimettessero in forze; ma pi di tutto riusc a renderci gagliardi la nuova che l'iniquo persecutore era in quella notte morto di apoplessia e il desiderio vivissimo di partire per la capanna ove eravate rifugiati. Il resto voi lo sapete.-- Durante il racconto del negro, il giovanetto port pi volte la mano al cuore ed all'elsa di un pugnale elegantemente lavorato che, secondo il costume degl'Indiani, teneva al fianco. Alfine, dopo lungo represso sfogo, gli caddero abbondanti lacrime, e, --Se tali avvenimenti fossero accaduti fra voi selvaggi?... dimand. --Ah! rispose Iago, fra i selvaggi tali mostri non hanno esistito giammai. --Ma colui lasci parenti? esclam il giovane con ira feroce. --Non altri che il padre vostro. Egli peraltro, non potendolo in tutto privare delle avite sostanze, s'ingegn di toglierne gran parte, che fe' passare ai ricchi suoi amici.-- Il giovanetto medit alquanto, quindi, snudando il pugnale, --Vendetta, grid, vendetta contro tutti i ricchi, contro tutti gli oppressori! Giuro di mantener la promessa.-- CAPITOLO VI. Esmeralda. Il vecchio negro si era ingannato. Viveva un parente dell'antico signor Artini a cui erano devoluti molti averi di lui. Cinque anni dopo il racconto del povero Iago, Giovanni ed Esmeralda non avevano pi genitori. Caduto il dominio napoleonico, scritta nella nota de' di lui partigiani, la famiglia Artini, spogliata dei beni tutti che possedeva in Francia ed alla Guadalupa, era per cadere nell'indigenza. Amalia ed il marito, non potendo resistere a colpo cos impreveduto, l'un dopo l'altro si spensero a guisa di teneri fiori colti dall'oragano. I loro figli e Iago ne accompagnarono i corpi alla tomba, e quel giorno fu giorno di lutto per tutta l'isola. --Ed ora? disse il negro al giovane Artini non imberbe, ed ora? --Ora, riprese l'intrepido giovane baciando la terra che copriva i suoi cari; ora non ho pi nulla che mi obblighi a rispettare i desiderii di coloro che la morte spense. Ora io sono figlio dei miei pensieri. --Quanto siam poveri! esclam la bella ed interessante Esmeralda. --Taci, le rispose l'animoso Giovanni; ch'io non oda mai pi siffatta parola. Poveri sono coloro che giacciono schiavi del capriccio, del lusso, dell'orgoglio; te l'ho gi detto. --Buon Dio! riprese con malinconico sorriso la fanciulla; non abbiamo pi case, pi campi: ahim! --Mira, esclam Giovanni bollente di entusiasmo, mira questo mare immenso che ci si para dinanzi: e dove pi spazioso campo di questo? Mira (e mostrgli il piccolo naviglio di sua propriet ancorato nel golfo), sapresti tu ideare un pi vago palazzo? --E come vivremo noi? --Non ti affliggere, disse il giovane teneramente guardandola, non ti affliggere. Deh! ch'io non veda mai pi lacrime sul tuo ciglio, se non vuoi che io mi perda. Ben misero colui che ha bisogno di case, di campi, di vigne per campare la vita! L'uomo grande basta a s stesso, ed io mi glorio di sentirmi tale. Vieni, porgiamo un ultimo addio a questa tua patria, un estremo addio ai nostri antichi domestici, un bacio ad Iago, e partiamo. --Ah! no, rispose il vecchio stemperandosi in lacrime, fino a che una goccia di sangue animer il mio braccio, un'aura di vita sosterr questo frale, non fia ch'io vi lasci giammai. --Ebbene verrai con noi; questa sera lasceremo quest'isoletta ridente.-- E la sera infatti, radunati in un cofano i pochi loro arredi preziosi, i gioielli della madre, il poco oro, unica eredit dei defunti, salirono a bordo del piccolo naviglio di Giovanni, spiegando le vele, secondati da tepida brezza, lungo il continente americano. Un mese bast loro per trasportarsi sulle rive dell'Ohio, dove in una selvaggia trib educata da un buon missionario al cristianesimo era nato il fedele ed amato loro Iago. In questo pacifico ed ameno soggiorno Esmeralda, divenuta col progresso del tempo bellissima, aveva appreso tutte le cognizioni di cui gi la sappiamo adorna. Pittrice dell'amena natura, la sua musica era la vergine e selvaggia espressione di tuttoci che la circondava; avresti detto ch'ella armonizzava lo strepito dei fiumi, la romba dei venti, la bellica tromba del vittorioso selvaggio; i suoi trapunti esprimevano la sapienza di una Indiana educata alla libert. Ella era l'idolo della trib; il negro e le vecchie l'appellavano figlia del gran Genio. Il coraggioso Giovanni si era compiaciuto di ammaestrarla ai costumi delle nazioni civili, lasciandole la virginale purezza della figlia del deserto. Nei precedenti capitoli noi abbiamo veduto l'effetto di tal bizzarra educazione. Venne finalmente giorno in cui Giovanni, il vecchio Iago ed i suoi amici ritornarono dopo lunga assenza non pi abbigliati da selvaggi, ma seco traendo numerosa compagnia di Europei. Giovanni di pirata si era fatto capo di una delle pi potenti sette che ardissero imaginare il rinnovellamento del sistema politico europeo; Giovanni in quell'assenza aveva riveduto il suolo nato e si lusingava d'effettuare quel pensiero che fin dai primi anni gli si era fitto nel cuore. Esmeralda lasci piangendo l'amata trib, e dal nuovo mondo pass per la prima volta nel vecchio continente. Ma ci d'uopo ripigliare il filo del nostro racconto e ritornare a Rosina. Il gabinetto della giovane si era aperto al cenno da essa dato col campanello, ed il buon padre abate entrando benediva la fanciulla e si assideva al fianco di lei. Rosina era ricaduta nel pi fiero accesso di sua malinconia. --Molto strano il vedervi afflitta cos, mia buona figlia, riprendendo il discorso aveale detto il padre abate: spero per che il vostro stato sia effetto della stanchezza della passata notte. --Tutto il contrario, mio buon padre; io non ho ballato che due sole volte. --Che mai dunque? --Un peso orribile, mio buon padre, un peso proprio qui in fondo al cuore mi debilita, mi annienta. --Volete voi ch'io vi aiuti a sollevarlo? Ebbene, figlia mia, non sar questa la prima volta che mi avete aperto il segreto dell'anima vostra. Io non dir che dobbiate considerarmi come al tribunale di penitenza, dove io sono severo giudice in nome di Colui che regna nei cieli; ma consideratemi sempre pronto a spargere olio e vino sulle acerbe ferite dei miseri abitatori di questa valle di lacrime. --No, non posso acconsentire ad affliggervi col racconto dei miei mali; voi siete venuto a me ad oggetto di trattenervi in amichevole conversare, anzi a far meco colezione. Permettete adunque che ordini il caff o la cioccolata, come pi vi aggrada.--Ed in questo dire fu per chiamare col campanello la cameriera --Oh! no certo, figlia mia, riprese il monaco trattenendo la bianca di lei mano onde impedirle sonasse il campanello, oh! no certo; e come volete ch'io possa pensare a prender cibo, vedendovi cos cupamente concentrata in voi stessa? Certo che io nol far, a meno che prima non mi sveliate quei pensieri che l'animo vi tormentano; e qualora vogliate dinegarmelo, non torr questo ad ingiuria, non volendo obbligarvi a parlare, ma mi ritirer per lasciarvi in libert e torner in altro momento pi opportuno.-- La fanciulla, immersa nel pi cupo dolore, non pens a rispondergli; laonde il monaco si era alzato e gi si avviava alla porta: il suo moversi scosse la giovane dalla dolorosa apatia, tal che, alzatasi, preselo per un lembo della veste e lo costrinse a seder nuovamente presso di s. Fu qualche tempo silenzio; finalmente in mezzo a mille strazianti dubbi la giovane svel gli arcani del suo cuore all'ottimo religioso. Durante il lungo racconto l'abate avea pi volte afferrato un pensiero ed interrotta la narratrice esclamando:--Possibile? possibile?-- Quando la Rosina ebbe ultimato il suo ragguaglio, il monaco stette lunga pezza irresoluto; volgeva in mente un progetto, non sicuro sul modo di eseguirlo. --Ebbene, qual consiglio mi date voi? esclam Rosina, tenendosi fra le mani il volto; deh! non mi negate il soccorso della vostra sapienza. --Figlia, riprese il frate dopo lunga pausa, i miei timori sono pur troppo fondati. Il vostro amante misterioso deve esser un settario. Guai a lui! Non questa la via che dee battere un uomo il quale d'altronde vanta quei sentimenti d'onest che voi mi dite; egli uno sciagurato, pur forse traviato e che prevedo cadr nell'abisso da s stesso scavatosi. --Ma il convegno di questa notte? --Bisogna evitarlo. --E mio fratello? --Ei pure dee fuggire la tenebrosa congrega. S, mia figlia, sedicenti amatori della quiete, dell'ordine, del diritto, della patria, prendendo abbaglio sulla vera indole della passione che loro bolle nel cuore, traviano e son traviati; lungi dal fare il bene dei loro simili, li trascinano insieme con loro a perdita certa; simili al turbo impetuoso di estate, essi vorrebbero abbattere nella speranza di costruire, ma il turbine non fa rinascere la querce che schianta. Infelici! continu, essi hanno speranze nelle tenebre, ma le tenebre non fia che partoriscano la luce. Pur troppo vanno incontro a morte sicura e calcan gi la via del patibolo! --Gran Dio! esclam la misera fanciulla esterrefatta, che sar mai di mio fratello e di lui..., s, pur forza che io il dica, di lui che amo? --Infelice fanciulla! mormor il monaco macchinalmente scorrendo col dito gli acini del rosario che gli pendeva dalla cintura. un fatto, indi prosegu, che anche nella pacifica citt di Livorno pullula una setta di cospiratori, ed io ben me ne avveggo alla comparsa e apparizione misteriosa e strana del vostro amatore; esso ha le mani in una grande matassa di cui molte sono le fila. Sia pure che tutti s'infrangano, egli non perder il coraggio e l'ardire per porle su tela novella. Guai per lui! Io potrei.... ma no, voi mi avete palesato un segreto, io non posso svelarlo.... Conviene per altro che almeno le due fila, che siete voi ed Alfredo, che debolissime scorgo, io liberi dal pericolo di essere spezzate; io lo far a rischio della mia vita stessa. Chi sa che non mi riesca di salvare.... di salvare anco la persona a voi cara? Ma or non tempo di ulteriori ragionamenti; voi dovete ristorarvi con un poco di cibo, e quindi v'ingiungo di prendere un poco di riposo.-- Cos dicendo suon per la colazione, che venne portata. Rosina, cotanta agitata come vedemmo, appena gust qualche goccia di caff: il buon padre peraltro fece pacificamente la sua colazione; non gi che fosse insensibile, ma, abituato a tanti e tanti travagli nella lunga sua vita, era assuefatto a mirare le cose pi gravi con un animo veramente imperturbabile. Terminata la colazione, rinnov a Rosina il positivo ordine di non muoversi dalla sua stanza: la consigli di discendere sotto qualche pretesto nella camera della madre, quindi si allontan. Noi, mentre lasceremo il monaco studiare il miglior modo possibile con che i suoi protetti venissero allontanati dal luogo periglioso della notturna assemblea, terremo d'occhio i preparatori della stessa riunione. Fino dal mattino, al comparire del sole, nella osteria dei Tre Mori era stato concertato che Bruto, Cacanastri, Narciso e quanti erano l piccoli capi tenessero pronti i loro affigliati, i quali, per tempo uscendo fuori delle mura, dovevano trovarsi dopo la mezzanotte nel sotterraneo di San Iacopo lungo il mare. Gli ordini erano corsi con molta celerit, e certamente non avrebbero mancato di trovarsi col tutti coloro di cui un giuramento tremendo legava il volere a quello del Caprone. Ma qual era lo scopo di tal ragunata notturna? Noi andiamo a dirlo ai lettori nostri onde non tenerli in tanta curiosit. Il Caprone era uno dei pi accaniti carbonari che la setta di allora contasse nella penisola; teneva sotto il suo regime la congrega di Toscana, combinando coi capi della setta esistente in altre provincie un decisivo movimento di sommossa. Cos avevano prestabilito quegli sciagurati, ideando di far nascere un qualche disordine, cosicch fosse impossibile alla forza regolare ed ai buoni cittadini il porre un rimedio ed estinguere un incendio su tanti punti scoppiato. In quella sera adunque doveva stabilirsi il giorno e l'ora. Il cielo per non permetteva tanta sventura: un accidente impensato doveva impedire che l'adunanza avesse luogo a risparmiare alla citt le orribili conseguenze dei furori dell'anarchia. Sul far del mezzod era insorta lite, a causa di una pezzuola rubata, fra Topo e Cacanastri; Topo aveva sul ponte di Venezia dato una stilettata al compagno, il quale, moribondo, veniva dalla compagnia della Misericordia trasportato allo spedale. Topo, sebbene espertissimo in fuggire fino allora dai birri, questa volta non aveva potuto riuscirvi; imperocch, datosi a gambe per la via dei bottini dell'olio, nel voltare dalle Fontine per la via delle Carceri, si era imbattuto in una squadra che per caso passava da quella parte; sicch piomb proprio negli artigli del falco. Tradotto al cospetto del giudice, Topo, seguendo l'esempio dei vili, pens di salvare s stesso ruinando i compagni; onde interrogato dal magistrato sulla cagione dell'omicidio: --Se vosustrissima mi fa aver l'impunit, le dir tutto senza preamboli.-- E qui sfil, come suol dirsi, la lunga corona, dicendo essersi finto settario e, venuto in sospetto del congiurato Cacanastri, aver pensato bene con una pugnalata spicciarsi di lui. E quindi narr ci che sapeva intorno alla congiura ed alla adunanza della prossima notte. Fortunatamente per i congiurati, il magistrato non lo interrog sui nomi di quelli, riserbando ad altro momento un nuovo e pi solenne interrogatorio, per prendere intanto consiglio da pi alto personaggio e giudice intorno alla investigazione e i passi da farsi per tutti in un colpo avere in mano i settari. Topo, che si credeva potersene ir libero a casa sua, venne invece fatto tradurre in una delle pi strette prigioni. Gli altri congiurati intanto nulla sapevano del progetto loro per met scoperto da Topo; stavano in breve per esser clti al laccio. I nostri lettori sentimentali proveranno un certo ribrezzo nel vedere sull'orlo del precipizio l'entusiasta Giovanni, l'appassionata Rosina, il focoso Alfredo e la fantastica Esmeralda. Ma chi sa poi.... tiriamo innanzi il racconto. Il ferito Cacanastri stava sul punto di esalare l'anima impura sopra un letticciuolo dello spedale di Sant'Antonio. Un confessore ascoltava la lunga storia de' suoi delitti e peccati, e questo ministro di Dio era quell'istesso padre abate che noi vedemmo poco fa presso Rosina. E come ci? Ecco come. Il padre abate traversava la strada quando il ladro era caduto immerso nel proprio sangue. Trattandosi di un moribondo, il buon sacerdote si curv sovra di lui e non volle abbandonarlo n mentre fu posto in lettiga n per la via n allo spedale, avendo gi incominciato a confessarlo. Iddio aveva preparato l'incontro. Il buon padre colla confessione del ladro rannodando i fatti del racconto di Rosina, fortunatamente giunse a scoprire il ricovero di Esmeralda: ed appena spirato quel ladro, non frappose indugio a muovere verso l'osteria dei Tre Mori. I Veneziani di Livorno, se avessero veduto tutt'altri avvicinarsi alla caverna dei contrabbandi, lo avrebbero fatto a pezzi: ma trattandosi di un religioso, in ispecie di un padre abate di Montenero, padre mitrato e che ha il pastorale come i vescovi, eglino che, mentre non hanno scrupolo di rubare ed ammazzare, sono peraltro ciecamente, superstiziosamente ed anco bizzarramente devoti, si fecero a chiedere al padre la benedizione; le donne affollate a baciargli la tonaca, gli uomini a dimandargli la presa di tabacco: ed egli, profittando di quella cortese accoglienza, pot farsi additare la tana, alla quale avendo picchiato, poco dopo entr. Ah di qual patetica scena doveva esser egli testimone! Su di un piccolo letto di quelle luride stanze stava la bella, la gi orgogliosa Esmeralda. Ai suoi piedi travisato da marinaro il giovane ufficiale Alfredo. Impossibile sarebbe dare una precisa idea del loro colloquio. --Io ho giurato di venire al convegno ed ho giurato di recarvi una sorella; io vi andr, s, ma n mia sorella n tu vi verrete. --O mio Alfredo, diceva la sventurata, che mai pensi? deh! non opporti a Giovanni; egli ti creder un traditore, ti uccider. --Sia pure! esclamava Alfredo, ma voi due mie care donne non mai vi troverete ad un tanto periglio, a quello di perder la testa su d'un patibolo. --E che? diceva Esmeralda, e che? siam forse colpevoli noi? --Cara, innocente e appassionata creatura, la tua semplicit ti vieta conoscere il vero.-- Esmeralda sorrideva come quando era fra le trib dell'Ohio. --Deh! non sorridere...., sclamava Alfredo, deh! non sorridere; il tuo sorriso mi fa l'orror della morte.-- Esmeralda dal sorriso era passata al riso sprezzante. --Hai paura? gli diceva, hai paura? ebbene andr sola: io ho il mio pugnale.-- Alfredo ignorava chi veramente fosse Esmeralda, ma per sentiva crescersi l'amore nelle vene. L'amore ch'ei le portava era, per cos dire, raddoppiato. E l'amava come donna e come madre del figlio suo. --Ascolta, Esmeralda, soggiungeva: sia pure che tu e io non curiamo la vita; ma puoi tu compromettere l'esistenza di quella creatura che porti nel seno?-- Era la prima volta che Esmeralda sentiva pronunziare simile parola. Il sentimento di madre parve la colpisse. Stette silenziosa alquanto. Alfredo a mani giunte aspettava una parola confortante; ei l'implorava, ma la giovane, dopo di essersi terso con la mano l'affannoso sudore della fronte, --Ah, dovere di madre! s, dovere di madre! io lo conosco, ma, prima che nascere schiava, la mia creatura morir nel seno materno.-- Questa ultima decisione aveva agghiacciato le speranze e l'ardire d'Alfredo; una idea disperata gli si affacci alla mente. --Senti, grid all'amante; il cuore mel dice, pur troppo mel dice, la via che calchiamo conduce al patibolo. Almen sia salva la sorella: morte per morte, val meglio trucidarsi che morire infamati.-- Proferiva questi dolorosi accenti fuor di s stesso, alto levando uno sguainato pugnale; gi stava per immergerlo nel seno dell'amante, che lo guardava impassibile, per poscia cacciarselo in cuore, quando il monaco, entrando in quell'istante, di sulla porta grid: --Infelici! io vengo a salvarvi.-- CAPITOLO VII. Le catacombe. Lungo la scogliera delle spiagge di San Iacopo esisteva una sotterranea galleria scavata nel tufo. Forse le onde del mare coll'andare dei secoli addentrandosi nella terra aveano formato quella volta naturale; e l'acqua col volger del tempo ritirandosi aveva lasciato asciutto quel sotterraneo. La sua apertura, nascosta fra gli scogli coperti di alghe e piante marine e quasi turata dalla arena trasportatavi dai flutti, a pochissimi era nota. Attualmente essa rimasta cos ingombra che non pu discernersi se non se da colui che abbiala veduta assai anni addietro. Il sotterraneo, che si estendeva molte e molte braccia, penetrava al di sotto della chiesa attuale: e nei primi secoli del cristianesimo, quando nei luoghi dell'attuale chiesa vi era un convento, probabilmente quella galleria, comunicando colle tombe della chiesa del cenobio, aveva servito di ritiro alle meditazioni di quei religiosi e forse di nascondiglio a non pochi dei primitivi cristiani, furiosamente perseguitati dai pagani, signori del mondo. Comunque la cosa sia, un fatto che l dentro eransi rinvenute non poche ossa, mentre gran quantit di teschi ed umane reliquie si erano scoperte non lungi da quel cenobio verso la riva del mare, dove era ed il superbo passeggio dell'Ardenza. Gli archeologi e gli storici avrebbero potuto dirci con precisione a che cosa avesse servito in origine quel sotterraneo: i secondi se pure lo avessero creduto oggetto degno di occupare le gravi pagine dei loro scritti, ed i primi qualora non avessero preso qualche lucciola per lanterna. E qui (sia detto con buona pace) un romanziere, ricordando _L'antiquario_ commedia dell'immortale Goldoni, e _L'antiquario_ romanzo del celebre Walter Scott, non pu trattenersi dal ridere sulle dotte asserzioni di coloro che, al lume dell'intelletto, hanno creduto penetrare con passo sicuro nel buio di centinaia di secoli. Concludo adunque che nulla mi cale di sapere quando il mio sotterraneo sia stato abitato e da chi; come anche nulla mi cale se certi zerbinotti increduli mi forzassero a dimostrar loro il suo sito, ed io non potessi additarlo. Se coloro che son vivi non lo hanno veduto, lo vedranno nel mio romanzo, giacch per il buon andamento del racconto basta che ci sia stato: e quelli che lo hanno veduto e che non son pi, non sanno nulla del mio scritto, il che mi risparmier degli interrogatori noiosi. E poi in ultima analisi il mio sotterraneo quello che era il luogo delle _Acque di San Ronano_ del gran romanziere inglese: ci era, adesso non c' pi; ed meglio, perch infatti chi sa che paura ne avrebbero le modestissime damine e pedine cui piace il passeggiare cogli amanti nel bel sito che ora lungo la via di San Iacopo, se sapessero che a pochi passi da dove fanno tranquillamente sospiri amorosi e si ricambiano dolci parolette esiste un sotterraneo di catacombe? Ma ritorniamo a a noi: come io dunque diceva, il sotterraneo aveva la sua entrata fra gli scogli e dopo un cento passi la volta si faceva stretta, ed il terreno si approfondava con sensibile declivio; talch, camminando fra quelle tenebre, avresti creduto di essere entrato in quello da cui il vecchio Enea passo passo se ne and alle porte dell'Averno. Il mio sotterraneo peraltro non era tanto lungo; poich dopo circa quattrocento passi si arrivava ad un ripiano che formava un quadrilatero non disdicevole ad una grandiosa sala da ballo; le muraglie erano tutte di tufo e di conchiglie. Questa sala, tutta a volta spaziosa, comunicava con due lunghe gallerie; da queste metteva in altri due salotti pi lontani e pi grandi del primo; sicch, come ognun vede, quella gran sala potea dirsi l'anticamera, e le altre potevano essere usate per luogo di numerosa riunione. facile l'imaginare come quel luogo offrisse tutto il comodo di parlare ad alta voce, poich quelle pareti non avevano orecchie, ed il suono non avrebbe giammai oltrepassato il palco della spessezza di un terzo di miglio di terreno. Egualmente impossibile sarebbe stato a qualunque curioso il sentire il cicaleccio di coloro che erano dentro stando all'estremit della grotta, s perch lo avrebbe impedito la lontananza, s perch il fiotto marino che incessante sbatteva gli scogli avrebbe spento anche la voce del basso Lablache nella cavatina del _Figaro_ e i trilli della Malibran nelle cadenze finali della _Sonnambula_. Ecco dunque che la nostra caverna era pi che idonea al misterioso ritrovo di quei fanatici, i quali si eran posti in idea di rinnovellare il mondo sociale, tanto per tutelare la loro personal sicurezza quanto per la libert di parlare a voce alta; il che suole accadere bene spesso in quel genere di assemblee. Al capo di quella segreta societ non era sfuggito un luogo cos magnifico, del quale era stato da lui scoperto l'ingresso in uno di quei momenti melanconici in cui passeggiava lungo la riva del Tirreno, e, per quanto crediamo potere asserire, quel luogo stesso in tempo di vacanza di congiure erasi pi volte adoperato per dar ricetto ad ogni sorta di contrabbandi. Ma adagio, qualche lettore perito di cose marittime mi dir: e come mai le guardie delle torricelle del vicino lazzaretto non vedevano andare e venire i frequentatori del sotterraneo? ed in tal caso come mai non far loro fuoco addosso? S, certamente, rispondiamo all'obiezione, che le guardie avrebbero ci fatto; tutto sta che avessero veduto: ma la situazione dell'ingresso fra i due scogli era tale che prometteva ogni sicurezza di stare al coperto dagli sguardi altrui: e poi ognun sa che i ladri, i congiurati e gli amanti hanno amica la notte ed il passo cos leggiero quasich sempre portassero scarpe colla suola di velluto o di feltro; ed in ultima analisi _guardia_ vien da _guardare_, ed ognun sa che molte volte si _guarda_ e non si _vede_. La prima sala delle catacombe aveva per pavimento il nudo suolo; quella a cui metteva l'ala destra del sotterraneo quando dalla sala si partiva in due era tutta sul pavimento coperta di un largo tavolato di grosso legno, il che dimostra che coloro i quali ne facevano uso avevano cura di tenere i piedi all'asciutto, o per qualche altra ragione adesso a noi sconosciuta avranno creduto bene che quel pavimento dovesse essere di grosse tavole di abete. La sala che noi abbiam descritto non aveva che un rozzo e gigantesco tavolo tondo con intorno una quantit di sedili dell'istessa forma e rozzezza. Alle pareti erano attaccati grossi anelli di ferro i quali sorreggevano dei candelabri tutti rugginosi dalla salsa umidit, sovrapposte ai quali grosse padelle di metallo con entro strutto o sevo e bitume, che una volta accese tramandavano tal rossa e funebre luce da far abbrividire qualunque buon cristiano; e siccome il fumo avrebbe certamente soffocati coloro che si fossero radunati in quella profonda caverna, al di sopra di quelle bizzarre e quasi infernali lucerne esisteva scavata nel tufo una specie di cappa non dissimile da quella dei nostri camini, la qual cappa metteva nel corridore primo del sotterraneo, da dove il fumo usciva per la imboccatura della grotta. La sala da noi descritta conteneva appesi al muro grossi triangoli di ferro, simili assai alle nostre graticole su cui poniamo le casserole e le pignatte, i quali triangoli, per quanto assicurano gl'intelligenti in materia di sette, erano altrettanti oggetti indispensabili a quei fanatici. Oltre i triangoli, vi avevano in quel luogo varie forchette a tre denti, dei dadi a tre facce, in somma il numero tre era molto ripetuto in quel luogo; ed in un quadro di grossolana pittura si mirava finalmente entro un triangolo dipinto uno sterminato occhio di bove. Quella sala era chiamata sala del comando o del gran maestro, poich era in quella che gl'iniziati alla setta dovevano subire le strane prove per la definitiva ammissione e proferire il pi terribile giuramento. La seconda sala, quella in cui metteva la galleria a sinistra, era chiamata sala d'aspetto, e l avevano luogo le abluzioni dei candidati, ed ivi si vedeva una gran vasca ad uso di bagno, un gran camino per scaldare le acque, caldaie, paioli, ecc., in somma vi erano tutti gli oggetti indispensabili alla cerimonia: quella sala era detta ancora la sala della purgazione. Ahim! lettori carissimi, questa sala a causa della arena che la ingombr e delle alghe marine spintevi dai venti di libeccio andata con le altre del tutto perduta, come un tempo si perderono le grandi citt di Ercolano e di Pompeia! Ah! il tempo guasta gran cose, ma egualmente di grandi ne accomoda; e d'altronde possibilissimo che fra diciasette o diciotto secoli qualche colono nel solcare la terra scopra le sale che vi ho descritte, ed i sapienti di quel tempo ne facciano una dottissima illustrazione degna di esser premiata dalle accademie che allora saranno nel mondo, a cui auguriamo ogni sorta di prosperit letteraria e scientifica. Terminata che abbiamo appunto la descrizione delle catacombe, noi saremmo per introdurvi i lettori onde vedessero da per s le cose descritte; ma riflettendo che essi ameranno pi assai il vederle coll'occhio della mente quando il Caprone vi avr introdotti i suoi aderenti, riteniamo dare nel genio dei lettori stessi riconducendoli nell'osteria dei Tre Mori allorquando il colloquio di Esmeralda e di Alfredo venne interrotto dall'improvvisa comparsa del monaco vallombrosano. I due amanti rimasero cos colpiti a quella subita apparizione che non seppero proferire un accento. I lineamenti del monaco erano ad essi affatto sconosciuti. Non cos al monaco la fisionomia di Esmeralda, sebbene fosse la prima volta che si trovava al cospetto di questa fanciulla. --Amalia! sclam; gran Dio! --Amalia.... Amalia...! grid alla sua volta la fanciulla. Alfredo non sapea come spiegare la venuta del nuovo personaggio e le parole di lui non meno che quelle dell'amata giovane. Dal mattino in poi egli era passato di emozione in emozione, di orgasmo in orgasmo; quanti affetti! quanti dolori! Il monaco era rimasto in silenzio dopo la fatta esclamazione; egli stava concentrato nella pi strana rimembranza; pi guardava Esmeralda, e pi sembravagli sognare. Il giovane uffiziale voleva rompere il silenzio. Chi dava diritto ad un estraneo d'introdursi in quella camera? qual'era la sua missione? Ma la fanciulla ruppe il ghiaccio da cui sembravano tutti sorpresi all'improvviso e, con quella semplicit che distingue gli Indiani, --Buon padre, prese a dire, se voi cercate di mia madre, ahim! la cercate invano: ella riposa sotto la terra odorifera della Guadalupa. --Dunque, lode a Dio! non mi ero ingannato. Oh previdenza celeste!-- E congiunte le mani, levolle al cielo in atto di fervorosa preghiera; quindi rivolto alla giovine, come se gi ogni arcano fossesi svelato intorno alle condizioni della misera coppia, --Non cerco la madre, cerco la figlia, la figlia di Amalia, prese a dire come ispirato. --Son io, s, son io; ebbene che volete da me?-- Il giovane militare, fattosi avanti e preso un poco di coraggio dopo s strana apparizione, --Signore! disse al monaco, io non vi domander con qual diritto siete qui penetrato; rispetto il sacro vostro carattere, e, non v'ha dubbio, voi qua moveste con ottimo fine; pure io ritengo che ad altre persone sieno dirette le cure vostre e che voi abbiate errato nel dirigervi a questa camera. Qui, signore, non vi sono persone da salvare come voi dite; ci dimostra chiaro il vostro abbaglio. Io non vi licenzio, ma vi faccio osservare che la vostra presenza agita molto i sensi della mia compagna.-- Infatti Esmeralda nel guardare il frate pareva venir meno. Il monaco non rispose alle osservazioni ed all'invito del giovane; era disposto a tutt'altro che ad allontanarsi. --Fanciulla infelice! continu dirigendo sempre le parole ad Esmeralda, fanciulla infelice! di voi cercava, voi voleva.... (e qui gli brill in fronte un rassicurante pensiero): fanciulla, continu, vostra madre qui mi manda e vi aspetta.-- Gli occhi di Esmeralda scintillarono di luce insolita; essa parea risorta dallo stato di debolezza in cui l'aveva prostrata il colloquio coll'amante suo. Con quella vivacit che forma il leggiero carattere delle Americane, essa non pens che la madre era stata da lei stessa accompagnata alla tomba. L'eccesso della gioia nel sentire che la madre la chiamava le fece momentaneamente smarrire la ragione; e coll'imaginazione infiammata di cui noi l'abbiamo veduta dotata, colla educazione ricevuta in una trib di selvaggi, col passionato ardente suo carattere, in lei l'esaltazione era al colmo. Imbevuta dei principii del fratello senza averne approfondito il valore, credendosi una creatura privilegiata, non dissimile dalle fatidiche donne d'Israello che infiammavano e guidavano alla pugna intere falangi, posta nella situazione di madre, di amante, di settaria...., ora qualunque altra specie di affetto se non potea giungere a spezzarle il cuore, era certo per che la ragione doveva almeno rimanerne sconcertata e sconvolta: talch, preso di sopra il letticciuolo uno scialle ed avvoltavi la elegante persona,--Andiamo, disse, o buon religioso, andiamo: la nave sar all'ncora, non facciamo pi oltre attendere la madre che tanto mi aspetta.-- Il monaco, nel vedere Esmeralda, era stato colpito dalla rassomiglianza fra lei e la estinta Amalia. Un ritratto effigiato in un medaglione pendente dal collo della giovanetta aveva persuaso padre Gonsalvo che egli non s'ingannava nel ritenere la infelice fanciulla come figlia di quella stessa Amalia che egli molti anni prima aveva unita in matrimonio segreto col giovane Artini. Tal riconoscimento bast per fargli desiderare di salvare anco questa dall'imminente pericolo della notturna assemblea, sebbene il primo pensamento del frate fosse quello di porre in salvo Alfredo e Rosina, e di servirsi della mutua passione di Esmeralda e di Alfredo onde impedire che il giovine uffiziale andasse alle fatali catacombe. Il morente sgherro gli aveva svelato il luogo del convegno, gli amori dei due giovani e l'osteria ove avrebbe potuto ritrovare costoro. Padre Gonsalvo, che da prima voleva fare di Esmeralda un semplice mezzo di salvezza, non s tosto si avvide che quella sventurata creatura era figlia di altra non meno infelice ed amabile donna, ferm in pensiero di liberare essa pure; ed il cielo lo aiut col prodigioso ed istantaneo smarrimento della ragione della giovinetta americana. Alfredo, ripresa la padronanza di s medesimo, dopo lo stupore in cui avevalo gettato questo nuovo avvenimento e l'improvvisa esaltazione di spirito di Esmeralda, la quale erasi messa d'accordo con quel bizzarro frate, fattosi alla porta della stanza, come per impedire che i due uscissero, sospinse indietro il buon vecchio, il quale aveva presa sotto il braccio la fanciulla. --E che? gli grid questi con dignitoso rimprovero, e che? osereste voi forse impedirmi di salvare la creatura che amate? --Debbo io affidarla ad un incognito? qual diritto ne avete voi? --Il diritto che d l'Onnipotente di togliere dall'abisso le creature innocenti.-- Tanta era la maest di padre Gonsalvo negli atti e nelle parole che il giovane Alfredo provava, suo malgrado, un'impotenza ad opporglisi; pareva inchiodato in ogni suo movimento, e la parola istessa gli moriva sul labbro. Pur nullameno balbett: --Ma di grazia, padre, chi siete voi? chi vi manda? ma voi....-- Il buon frate, senza dargli agio ad ultimare la frase, sollevata la fanciulla, che tutta ilare e fuor di s lo seguiva, stupida a segno da non volgere n anche uno sguardo all'amante diletto, si avvi per il tenebroso corridoio. Alfredo voleva seguirlo: ma un gelo lo sorprese in mezzo al cuore, le membra ricusavano prestarsi al pi piccolo movimento; invano tent chiamare aiuto, poich il labbro era incapace di proferire un accento. Era la mano di Dio che lo voleva liberare dall'abisso; egli cadde spossato a pi della scala che metteva all'appartamento superiore. L'oste, l'ostessa, Concetta e tre o quattro beoni i quali stavansi nella cucina non si fecero veruna meraviglia mirando passare il frate colla fanciulla sotto il braccio. Costoro ne vedevano tante delle cose straordinarie in quella taverna che nulla vi era che potesse farli stupire. Padre Gonsalvo, giunto che fu sulla via, si fece pi celeremente che pot al ponte della Crocetta, sempre traendo seco la vaga giovane; e veduta l una vettura, fatto cenno al cocchiere di fermarsi, fe' in quella salir la fanciulla ordinando, salitovi egli stesso, al cocchiere di partir di galoppo per Pisa. Il vetturino non fiatava ed obbediva all'istante, conoscendo il ricco padre abate: e chiunque abbia idea di Livorno sa qual rispetto porti la plebe per l'abito e pei rusponi dei ricchi monaci di Montenero. Ei non fece motto n interrogazione: e poi quando mai i vetturini interrogano sul contegno, sia pure misterioso, dei loro avventori se questi hanno pingue la borsa? Durante il viaggio, la povera Esmeralda, sempre fuor di s stessa, non parl di altro che della madre. Il monaco non le rispose mai, lasciandola in quello stato di aberrazione mentale che dava una tinta indefinibile al viso angelico dell'adorabile creatura. Conservando il silenzio, ripensava in s stesso alle inesplicabili vie della provvidenza. Quanti casi erano succeduti in poche ore! quanti altri avevano a succederne, e come s'incalzavano gli avvenimenti con incessante celerit! Faceva duopo di togliere ad Esmeralda la facolt d'indurre il giovane amante a recarsi all'assemblea, e ci era riuscito quanto al salvare ella stessa; ma, per essere sicuro che il giovane non precipitasse in quel periglio, era duopo di tutta l'energia di Gonsalvo, il quale, tratto disotto la tonaca un ricco oriuolo, vedendo essere le sei pomeridiane ed avanzare sei ore alla mezzanotte, mise un sospiro doloroso, pensando a quanto ancora rimanevagli a fare. Era evidente il pericolo che presentava per i congiurati la riunione alle catacombe; dappoich, come il frate ben pensava, tal ritrovo doveva essere ormai scoperto ai magistrati dopo la morte dello sgherro e la cattura dell'altro birbante. Era duopo non solo liberare Alfredo e Rosina, ma s pure quel misterioso individuo amatore di quest'ultima, che, in conseguenza delle scoperte fatte, il buon frate tenea per certo esser fratello di Esmeralda, e quell'istesso Giovanni da esso tenuto bambino sulle ginocchia, quel Giovanni cos sensibile ed intelligente! E come salvare anche lui? Dove trovarlo? Come sperare di ridurlo, avendo inteso da Rosina esser egli un uomo straordinariamente tenace in ogni sua volont? Ci superava di troppo le forze del buon monaco: il tempo stringeva; bisognava trasportare Esmeralda al luogo di sicurezza da lui ideato; bisognava pensare ad Alfredo e Rosina, tornare a Livorno e pur anco al convento: sebbene quanto al convento gli desse ci meno inquietudine, avendo egli, come superiore, la facolt di rientrarvi a qualunque ora di notte; ma pure avrebbe amato tornarvi, onde non dar sospetto ai monaci, che son piuttosto curiosi. Il buon frate in tanta ambascia era pur sempre frate, e perci con religiosa rassegnazione esclam fra s stesso: Io far tutto quello che uomo al mondo pu fare; il resto si abbandoni alla volont di Dio. Padre Gonsalvo per certo non andava errato, misurando tutto il pericolo a cui giovani sconsigliati andavano incontro se fosse stato scoperto il luogo del loro clandestino ritrovamento e vi fossero stati clti sul fatto. Le leggi erano le pi severe e rigorosamente osservate in tal maniera; troppo premeva alla pubblica quiete l'estinguere le cospirazioni col sangue dei cospiratori; e mentre il vigile magistrato dopo la rivelazione di Topo aveva saputo doversi nella notte congregare i congiurati tutti nella sala delle catacombe, pens essere inutile pel momento il farsi dal masnadiero palesare i nomi dei congiurati stessi, ma meglio essere colpirli sul fatto nel luogo medesimo del loro delitto, ed a ci fare avea drizzato tutte le sue mire. Intanto era giunta a Livorno notizia che altre congiure erano state sventate in diverse provincie e puniti di morte alcuni dei cospiratori ed altri tratti in catene. Il carbonarismo ognun sa come in quell'epoca avesse l'ultimo crollo: ed il magistrato gi si rallegrava del bel colpo che era per fare. Ma lasciamo che costui si adopri in proposito e torniamo a padre Gonsalvo. Sonavano le otto all'orologio della torre pretoriale di Pisa che gi le reverende madri di Santa Chiara avevano tra le loro sante mura la infelice ed appassionata Esmeralda. Le melodie dell'organo, i sacri cantici, le tenere cure di quelle ancelle di Dio se calmata avevano l'effervescenza della giovane Americana, non le avevano restituito la ragione, che Dio le avea tolta onde liberarla da pi tremenda sciagura. Padre Gonsalvo, ritornato a Livorno intorno alle dieci ore, assicuratosi che Rosina era nelle mura della casa materna, che Alfredo vi era ritornato dopo la burrascosa scena dell'osteria dei Tre Mori, dette opera ad alacremente provvedere che il suo favorito Giovanni sfuggir potesse all'estremo periglio; ma vi riuscir egli? Lo vedremo a momenti. Si avvicina mezzanotte. Giovanni, ignaro di quanto era successo alla sorella e ad Alfredo, ai due subalterni Cacanastri e Topo, fino dal mezzod se ne stava intanato nella sala delle catacombe ricevendo ad uno ad uno i pi diligenti fra i congiurati: aveva con loro svolto varie carte, ammonendoli a star saldi nella decisione che erano per prendere nella futura notte. Giovanni fidava nel grande ascendente che aveva su Rosina, sopra Alfredo, sulla entusiasta Esmeralda, per esser sicuro che eglino non avrebbero mancato di intervenire alla notturna assemblea; e gi aveva segnati i capitoli delle operazioni imminenti, da cui presagiva un esito felicissimo. Ma a qual pro, diranno i lettori, volea Giovanni fare intervenire alla tenebrosa assemblea una timida e dilicata fanciulla qual'era Rosina? Giovanni in ci aveva le sue buone o cattive ragioni: ei voleva sempre pi impressionare i settari che nulla a lui era impossibile; e d'altronde era vago di brillare in faccia all'amata fanciulla nell'apogeo della sua gloria. Le catacombe eran per lui il suo mondo, il suo seggio; era l che poteva comandare ed essere obbedito, di l dettar leggi all'universo; giovane di ventisei anni, bisogna compatirlo se ei bramava dare ampia idea della propria potenza alla donna del suo cuore: e questa la ragione per cui bramava che Rosina venisse al convegno. La sala del gran mastro gi ripiena della folla de' congiurati. mezzanotte: la squilla lugubre di un oriolo a pendolo l'annunzia con dodici tocchi; i quali simultaneamente vengono ripetuti dall'orologio della piazza d'arme e del lazzaretto, dalle campanelle delle sentinelle che vanno mutando di fazione. La notte cupa, nessun lume si vede nei dintorni di San Iacopo, la spiaggia deserta. Ma gi l'ora fatale nuovamente rimbombata per l'aere nei suoi dodici tocchi. Il sotterraneo gi pieno dei pi fedeli al giovane entusiasta. Egli al primo posto della tavola rotonda ed ha innanzi a s alcune carte importanti; le pareti sono illuminate dalle faci che noi abbiamo gi descritte. Giovanni batte tre colpi su uno scudo di bronzo che ha sopra la gran tavola. Il pi cupo silenzio regna fra i radunati. Giovanni spia per quella folla onde vedere la testa dell'amata, di Esmeralda e di Alfredo; le sue indagini sono vane: egli batte tre tocchi nuovamente sul grave scudo, e l'eco li ripete per quei vasti sotterranei; tutti i radunati s'inginocchiano. --Esmeralda? grida il giovane capo. Nessuno risponde. --Alfredo? esclama allora impaziente. Nessuno risponde. --Rosina? grida pi vivamente ed appassionatamente il capo.-- Nessuno risponde. Un personaggio per inaspettato, che produsse un misterioso terrore su quella fanatica assemblea, si present sulla porta. FINE DEL VOLUME PRIMO INDICE Prologo Pag 7 CAP. I --Il Caprone 12 II --Rosina 36 III --Festa da ballo in maschera 55 IV --Fratello e sorella 76 V --Vicende 96 VI --Esmeralda 117 VII --Le catacombe 133 _Allora lo spettro si avvent sopra l'empio che fuggiva._ _Vol. II, pag. 133_ I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO Romanzo DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE AUTORE DEI ROMANZI ASTORRE MANFREDI e IL DUCA DI ATENE VOL. II. MILANO PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO Via di Chiaravalle, N. 11 rosso. 1862 Propriet letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge. Milano--Ditta Wilmant. CAPITOLO VIII. Sorpresa. --Iago! esclam con la maggior sorpresa il Caprone. Il negro, sebbene cadente per la grave sua et, senza rispondere, si fece largo tra la folla dei congiurati e si avvicin al tavolo. Ivi giunto, incrociate le mani al petto in segno di riverenza verso il gran capo, pronunzi alcune parole in un linguaggio ignoto a tutti quelli adunati. Il Caprone gli rispose nello stesso linguaggio, e i congiurati stupefatti si guardarono l'un l'altro. In quell'istante si udirono accelerati passi di molte persone dentro il corridoio; si sentivano voci di sdegno e rumor d'armi che gi rimbombava verso la sala del gran maestro. Non poteva dubitarsi sulla qualit di coloro che s'inoltravano; poich, oltre il romore delle armi che accennammo, si vedeva un insolito chiarore avanzarsi dalla parte del cortile sotterraneo. Infatti due uffiziali e molti soldati che portavano corti fucili e fiaccole eran giunti allo sbocco della sala del gran maestro e gi stavano per irrompere sull'assemblea. Non furono per in tempo. --Hourrah! esclam il Caprone percuotendo con forza il pavimento di legno col piede destro; ed il pavimento, sebbene grave di tutte quelle persone, gir allo scattar d'una molla sui cardini che stavangli ai lati, e rovesciatosi impetuosamente tocc con un'estremit la volta, precipitando nel sottoposto abisso il Caprone, il negro e tutti i congiurati, e restando verticalmente, come una barriera insormontabile, sull'imboccatura della sala, in guisa da impedire agli armati di penetrare in quella. Il fragore fu orribile: invano i soldati tentarono di rompere quella parete di legno; quell'intavolato era grosso oltre un sesto di braccio e, munito di grossi chiodi, sfidava i colpi dei calci di fucile e delle scuri dei sopraggiunti, i quali, confusamente urlando ed imprecando per la fallita impresa, furono costretti a ritirarsi. Ma i congiurati usciranno poi dal baratro ove li ha fatti piombare insieme con lui il loro misterioso capitano? oppure avranno eglino preferito una morte volontaria al portare la testa sul patibolo? Il resto della storia ce ne far consapevoli. Ma intanto ci convien tener dietro ad un nuovo personaggio, fino ad ora sconosciuto nel nostro racconto; questo personaggio interessante non altri che il signor Basilio. Il signor Basilio un uomo di mezza et: la sua professione quella di onesto mercante; e se la sua qualit di mercante non pu impugnarsi... forse la qualifica di onesto potrebbe incontrare degli ostacoli: ma tiriamo innanzi. Il signor Basilio ha un bellissimo modo di farsi strada nella pubblica estimazione: cortese con tutti, puntualissimo nel pagare chi avanza, puntuale nel riscuotere i suoi crediti, sapeva condire con molta affabilit anche qualche parola da per s stessa un po' aspra; aveva sempre un risolino sulle labbra, teneva abitualmente gli occhi bassi; le paroline sue eran sempre melate, aveva una flemma inalterabile; il suo vestiario era pulito e quasi elegante, ma per sempre di un taglio antico; declamava ognora sulle bricconate del mondo; nemico giurato del progresso, aveva la precauzione di non urtar peraltro i progressisti, praticava con loro un contegno urbanissimo; rispondeva con monosillabi inchinando il capo, tossendo spesso e mostrando un aspetto arrendevole ed ossequioso; teneva o per vezzo o per abitudine il capo un poco pendente sulla spalla destra; sempre sbarbato, il suo viso di trentacinque anni pareva che ne dimostrasse venticinque; la cravatta bianca colla quale fasciavasi il collo faceva spiccare il rubicondo delle sue gote infiorate di un'eterna primavera. Il degno signor Basilio era insomma uno di quegli uomini che sanno stare al mondo. Non avendo prossimi parenti, se ne stava in un quartiere a pigione in una delle strade meno di grido, poich amava la quiete: e siccome il mondo inclinato a pensar male anche delle cose pi oneste, il signor Basilio non aveva voluto n serva n servitore, e si era acconciato con una vecchia vedova, come suol dirsi, a dozzina o a retta: aveva nel suo quartiere una cameretta tutta decente e pulita, adorna di quadri di sacro tema; poi uno spogliatoio per le vesti, un salottino per mangiare, un'altra stanzetta per i bagagli. Le tende delle finestre della di lui camera e quartiere stavano chiuse, egualmente che i cristalli di esse, tanto di estate che d'inverno: e, tranne il caso che una decrepita serva entrasse a spazzare le stanze ed aprisse un pocolino l'invetriata alzando la portiera, nessun occhio curioso si era potuto ficcare nell'abitazione del signor Basilio. Chi poi dei suoi vicini non avesse avuto orologio poteva servirsi del signor Basilio; poich egli era periodicamente preciso nel suo uscire e nel suo entrare in casa la mattina, all'ora di pranzo e nel riporsi la sera, a seconda del crescere o del calare delle giornate. Ed infatti nell'estate e nell'autunno, quando usciva al mattino, erano le sei; quando tornava a pranzo, le due pomeridiane; quando di nuovo sortiva, le quattro; quando rientrava, le otto; e nell'inverno e primavera egli usciva alle sette, ritornava alla una, ed uscendo fino alle sei, a quest'ora si rintanava. Pe' suoi negozi aveva una bottega cui assisteva solo, facendo da commesso e da principale insieme; e solo una volta la settimana si serviva del facchino di un vicino banco perch spazzasse il suo e gli accendesse ogni sabato il lume all'imagine di sant'Omobono protettore dei mercanti, e mutasse la padelletta al gatto che periodicamente stava in bottega ed al quale il degno signor Basilio portava ogni d il vitto dentro una pezzuola da naso turchina. Pel signor Basilio non ci erano conversazioni, non c'erano teatri n spettacoli; e tutto il tempo che si permetteva di sollazzo era quello impiegato dal _Credo_ all'_Angelus_ nella bottega del tabaccaio vicino e dall'_Angelus_ al _De profundis_ alla Coroncina e pia meditazione alla Cappellina dei catecumeni, della cui compagnia era stato pi volte governatore. Come ognun pensa, il signor Basilio non avea per certo avuto in capo la minima idea per le donne. Oib! Eppure, venuto il tempo di dirlo ai lettori, ed essi faranno, udendolo, un tanto di _Oh!_ eppure il signor Basilio era molto addentro nelle buone grazie della signora Guglielmi, e, vedete bene, faceva i fatti suoi molto riservatamente, perch in realt non lo abbiamo mai veduto n a prendere il th n a fare la partita ai quadrigliati presso la signora e molto meno all'ultima festa di ballo in maschera. Dio guardi! Le maschere erano di orrore al degno signor Basilio, il quale nei giorni del carnevale teneva il suo negozio chiuso, non usciva quasi mai di casa e qualche volta passava quei giorni di tripudio o di pazza gioia e di peccati i pi grossi presso i suoi buoni amici i religiosi conventuali, in devoti esercizi. Pure il signor Basilio era, se non in tutto, almeno due terzi padrone a casa della Guglielmi; e, quello che maraviglioso, non ne sapevano nulla n Rosina n Alfredo; e, cosa ancor pi straordinaria, non ne sapeva nulla la gente di servizio ed in ispecie la oculatissima Mary. La mattina stessa in cui abbiamo veduto tanto in angosce Rosina ed Alfredo, in dolori Esmeralda, in trame pi cupe il Caprone, cio il cospiratore Giovanni, molto sul tardi fu sentito dare un buffetto all'uscio dell'appartamento segreto di madama Guglielmi: e sembra che quel modo di picchiare fosse conosciuto dalla signora, la quale fece un atto d'impazienza nel sentirlo; poich quella visita non era aspettata e nemmeno gradita, distraendo la signora da una interessante lettura. Ripose ella il libro; ed appena proferita la parola--Entrate--compariva sull'uscio della camera il signor Basilio, che fece due profondi inchini, col secondo dei quali si avvicin a madama, che, giusta il costume del secolo decorso, porse la bianca mano al degno cavaliere, il quale la baci con trasporto, soggiungendo con voce dolcissima, pure alquanto stridula: --Vi chieggo scusa, o madama, del disturbo che io per certo vi arreco..., ma non ho potuto resistere al piacere di augurarvi il buon giorno e dimandarvi notizie della preziosa vostra salute, che io voglio sperare non sconcertata dalle fatiche della danza. --Mille grazie, ottimo signor Basilio! replic la dama, graziosamente ritirando la mano sulla quale egli aveva deposto il bacio aristocratico. --La vostra cortesia mi onora infinitamente n so come potermene mostrar degno; io, davvero, povero mercantuzzo, voi dama pregiatissima, rampollo della pi scelta nobilt.... --Da banda le cerimonie, sempre complimentoso e compito al solito signor Basilio carissimo: ma voi sapete in quanto pregio vi tenga; onde fra noi non han luogo davvero i complimenti. --Tutto effetto della incomparabile vostra cortesia; della quale tolga il cielo che io voglia abusare: permettetemi di conservare il pi profondo ossequio verso una dama di tanto merito. Vi domandava adunque della vostra preziosa salute. --Sono un poco stanca, signor Basilio, e nulla pi. --Oh! lode al cielo. Queste feste sono cose indispensabili: come si fa? quando si nel grado in cui la provvidenza pose voi e la vostra famiglia, oh! davvero sono cose indispensabili. --E le approvate voi? voi s rigido, s ritirato? --Oh! madama, altro sono io, altra voi. Non pu esistere idea di paragone: io sono un nulla, un nulla affatto; ignorato dal mondo, giusto che io ignori il mondo; cos ci trattiamo alla pari. --Eh! caro Basilio, voi invano pretendete di celare la vostra immensa virt; le beneficenze che spargete.... --Per piet, madama, cessate di umiliare, elogiandomi, la nullit di un vostro servo devoto, e favelliamo d'altro. La signorina che fa? Si sar stancata al festino. Degna giovane...., vero ritratto della madre!-- Madama sorrise di compiacenza. --E quel degno signor Alfredo? qual ottimo giovane! oh! si conosce bene la discendenza del puro sangue degli eroi. Non mente, no, quel bollore guerresco che gli trapela dal viso; l'una la casta Diana, l'altro il bellicoso Marte.-- E cos dicendo si freg le mani contento di avere sfoggiato questo gran pezzo di erudizione mitologica. --Sono creature che prometton bene, replic la dama. --Gli amo tanto quei due cari giovani, continu il signor Basilio; quanto sar brillante il loro avvenire! Oh il loro avvenire! Ed avranno formato il brio della festa. Erano molti gl'intervenuti? --Non vi era penuria di fanatici, caro signor Basilio, e poi oltre gl'invitati grande fu l'affluenza delle maschere. --Non segu nessuno inconveniente peraltro? richiese con affettata premura il signor Basilio. --No, per grazia del cielo; ma quali inconvenienti potevano succedervi? --Eh! signora mia, dico per causa delle maschere; chi sa mai quali facce si nascondono sotto la visiera? --La vostra riflessione mi convince: buon Dio! sono tre giorni che non vi fate vivo; se foste venuto, io avrei profittato del vostro consiglio, e il mio quartiere sarebbe stato chiuso alle genti immascherate. --Oh! se avessi potuto solamente sognare di esservi utile, potete ben credere, madama, che sarei volato qui al certo; ma in questi giorni di clamore, siccome il commercio non va, ed io non mi curo di tenere aperta la bottega e mostrare le mie merci alla folla dei matti, cos mi ritiro a fare delle divote meditazioni sulla debolezza umana. --Buon per voi! Io vorrei poter fare altrettanto. --Madre giovane di figli giovani, sul fior dell'et, in un ritiro. Oh! non questo il tempo. Ma a proposito, pi che ci penso e pi mi trovo io dalla parte dei torto: toccava a me a venire a suggerirvi.... (e cos dicendo con atto di rammarico si percosse la fronte), toccava a me a venire a trovarvi, ad avvisarvi d'un pericolo; ma.... --Di qual pericolo, in grazia? prese a dire madama Guglielmi scorgendo un certo non so che di mistero nelle maniere e nelle reticenze del signor Basilio. --Eh! vi dir.... ma gi lo saprete; una certa voce.... --Non so nulla; spiegatevi. --Si dice.... ve', forse saranno chiacchiere; si dice che anche a Livorno possa esservi una setta demagogica. --Misericordia! sclam spaurita la signora, che dite mai? E guard il signor Basilio, il quale dal canto suo fissava la vedova con sguardo significante. --Credeva che ne aveste sentito, cos come io, vociferare. --Vi ripeto che non so nulla, anzi sarei ansiosa.... --Vi soddisfaccio subito; ma, guardate, non intendo di accertare la cosa e desidero anzi che siano fandonie, cara madama: voi avreste orrore; si tratterebbe di voler far man bassa sui nobili, sui ricchi, sulle persone e, piango in dirlo, fino sui ministri di Dio; anzi da questi vorrebbero incominciare quei manigoldi e quei demonii. --Ah! caro signor Basilio, una specie di 93 dunque? --Altro che 93! quei diavoli si appellano carbonari ed hanno le carbonaie dappertutto, veri tizzi d'inferno; pur troppo le avranno anche qui! anzi da certi discorsetti che ho sentito in un luogo.... (e nel dire queste parole guard maliziosamente madama). --Buon Dio! voi mi atterrite. --Siccome costoro ad altro evidentemente non mirano che a fare scoppiare il disordine, chi sa che anco una festa di ballo non potesse essere stata acconcia ai loro tristi divisamenti? Ma basta; ora il pericolo passato, e pu essere anche non esistito: sia lodato il cielo!-- La signora trasse un cocente sospiro. --E...., guardate la combinazione, senza un certo discorso sentito bisbigliare nella bottega del tabaccaio che sta sui quattro canti, io forse non sarei venuto cos presto ad incomodarvi: non vi terr in pena nel dirvi tutto; prima peraltro fa duopo che mi diciate se vera una cosa. --E quale? --Che alla vostra festa un numero considerevole di maschere che mai non si levarono la visiera avesse sull'abito appuntata una camelia rossa. --Verissimo, e che perci? --Oh! non vi faccia specie: le buone persone stanno attente a tutto, anche i pi piccoli segnali non isfuggono alla vigilanza dei magistrati; e tante volte da insignificante indizio sonosi scoperte le trame dei malvagi. Quel segnale cos ripetuto sappiate, signora, che dette nell'occhio; e siccome il mondo dedito a mormorare, n mai si fa tanto che basti per evitare lo scoglio della maldicenza, il mondo questa volta ha trovato un ninnolo, vedete, un'inezia, ma pure qualche cosa contro di voi, ottima e rispettabile madama Guglielmi. --Contro di me? esclam la signora tirandosi addietro sulla poltrona ove stava mollemente adagiata, di me? E che vi da ripetere sul mio conto? --Oh! duolmi di avervi dato un dispiacere; nel caso perdonatelo al mio zelo, alla mia inalterabile affezione per voi: non parlo pi. --No, no, anzi dovete parlare; vedete, sono gi tranquilla, ma non ho potuto reprimere un momento istantaneo di collera nel sentirmi ingiustamente censurata. --Ingiustamente sicuro! coloro che parlavano nella bottega del tabaccaio le tengo per le peggiori linguacce della citt. --Su via dunque... --Il discorso andato cos: Bella festa! diceva uno degli avventori spuntando un sigaro. Bella davvero! diceva un altro, stato anche chiuso il teatro. Bellissima! prendendo parte al colloquio entr a dire per terzo il padrone di bottega. Ed il primo interlocutore, il quale ha una chiacchiera da sfidarne qualsivoglia ciarlatano, Eh! eh! soggiunse, ma sar poi liscia la cosa? Che? c' forse del mistero? rispose l'altro, dicci un po' qualche cosa; tu che sei un birro riposato devi saperne delle belle, ai tuoi occhi non pu sfuggir nulla. Sono riposato, riprese l'ex-famiglio, ma non sono stracco; il male che non conto pi nulla, ma giocherei che quella vedovina ha dato il festino per un pretesto. --Per un pretesto! esclam la signora Guglielmi alzandosi dal seggiolone e ricadendo sul medesimo. --Lasciatemi continuare, replic con calma il signor Basilio. Dunque dovete sapere, amici cari, segu a dire l'ex-birro, dovete sapere che i belli spiriti moderni, questi innovatori del diavolo, le vanno cercando tutte; dunque dovete sapere che al festino della suddetta signora vi era una quantit di gentaccia immascherata, e questa gentaccia non era l senza qualche segreto fine: ma scoprir io la faccenda, e se ci riesco.... Il tabaccaio, che un galantuomo di quelli proprio della stampa antica, prese a difendervi con calore. --Graziosa! prese a dire madama Guglielmi mordendosi le labbra con un certo dispetto: dopo le accuse gradir conoscere cosa disse il mio difensor tabaccaio. --Disse essere impossibile che una nobile signora del vostro carattere, dei vostri sentimenti aristocratici, tollerasse n anche il puzzo della demagogia in casa propria. --Fortuna, replic con vivacit madama, fortuna che il sinistro sospetto pass per la testa di una persona volgare! per il che sarebbe pazzia l'adontarsene. Ah! ma tutto questo segue perch son vedova; se io avessi un uomo cui appartenere, le cose non passerebbero cos.-- E lanci una tenera occhiatina al signor Basilio. --Verissimo, rispose costei umilmente inchinandosi col capo, verissimo: la lingua sfrenata del maldicente percuote pi facilmente le vedove isolate e leggiadre, alle quali si fanno i conti addosso con molta malignit. Quel temerario di birro riposato parlava delle spese vistose in cui vi siete messa, concludendo che avesser bisogno di qualche segreto aiuto; e siccome le stte si vuole possedano molti tesori, ei diceva che coll'oro.... --Non terminate l'iniqua frase, esclam accesa di sdegno madama Guglielmi; temerario! dubitare della discendente dei conti di Brienne! E voi, signor Basilio, amico qual mi siete, non avete preso quel furfante pel collo e messolo fuori di bottega, oppure non lo avete minacciato in nome mio di farlo disdire avanti i tribunali e ricevere il meritato castigo? --Mia buona signora, tutto riverenze, replic il signor Basilio, sebbene io sia uomo di abituale calma, effetto del mio carattere, vi confesso che nell'udire l'empia bestemmia mi sono sentito venire il sangue al viso; ma in quanto allo schiaffeggiare, voi conoscete bene il mio cuore di pulcino: non mi vergogno; effetto del mio timido naturale; nessuno si fa da s. --Ebbene ricorrer io; la mia fama dev'essere rispettata.... --Su questo, colla mia solita prudenza, vi dir che sono di opinione diversa; sono certi argomenti delicati che non conviene stuzzicare. --Dunque sar permesso alla plebe di denigrarmi? ed io me le sentir dire senza prendere un'esemplare vendetta? --Non dico questo, ma vi il suo rimedio; in avvenire, madama, sempre riservandomi, vorrei essere un poco pi oculato. --Per esempio?... --Per esempio: in molte coserelle.... ma badate, non vi offendete; per carit fraterna che io mi azzardo a porger consigli. --Dite, dite. --Ecco: non vorrei introdurre in casa tanta gente forestiera. --Come si fa? le convenienze.... --Sta benissimo, concordo: le convenienze sono tutto al mondo, il perno su cui si aggira la gran macchina della civilt; ma vi sono tante e tante cose che appunto sono convenienze, e convenienze da cui si pu trar profitto per il proprio vantaggio. --Caro signor Basilio, voi sapete che da due anni io mi lascio regolare da voi, e certamente ho ben ragione di ringraziarvi; voi siete il segreto mio Mentore, il mio vero amico, voi mi avete favorito dei vostri consigli e del vostro scrigno. --Oh! quanto a quest'ultimo non merita il conto di parlarne.... sempre a vostra disposizione. --Dunque, ritornando laddove mi avete interrotto il discorso, vi dir che, essendo voi il mio Mentore, mi uniformer a voi pienamente, e solo mi duole che persistiate a tenervi celato agli occhi del mondo, che bramerei conoscesse in voi il mio unico amico. --Oh! madama, voi mi onorate di soverchio: io nulla sono, ve l'ho detto le mille volte e ve lo ripeto adesso; ma io so dare il vero peso alla parola _convenienza_, ed in fatti tutta la convenienza possibile vuole che la nostra amicizia appunto resti segreta. Cosa mai avrebbe detto il mondo se avesse conosciuto e conoscesse la bont che avete per me? Chi sa quante chiacchiere, quanti castelli in aria? di voi si sarebbe detto che nuovo amore vi avrebbe fatto scordare l'antico; e poi chi sa quante annotazioni...? Di me, che un onesto negoziante, quando avvicina una nobile vedova e bella in specie, deve avere dei secondi fini; si sarebbe supposto che io abbia tesori a profondere, fatto il computo ai miei capitali, tirate malignamente delle conseguenze sinistre al mio buon nome infine ed al mio commercio. --Voi siete la saggezza in persona. --Troppo, troppo, madama! -- per un fatto che io, carissimo signor Basilio, m'avveggo di non potere andare avanti su questo piede. --E perch mai? non sono io sempre ai vostri cenni? non gi per farmi avanti, ma se vi accomodano altri due o tremila scudi, questi sono fino d'ora a vostra disposizione: anzi mi obblighereste infinitamente permettendomi di recarveli questa sera; ho pi piacere che siano nelle vostre mani che nel mio scrigno. --Grazie! per adesso non ho bisogno di prender somme ad imprestito. Riprendendo il filo del mio discorso, quando io poc'anzi vi diceva non poter durare su questo piede, intendeva parlare dello stato di vedovanza, parendomi conveniente il dare ai miei figli un consigliere col grado di secondo padre, essendo eglino ormai giunti ad un'et in cui l'autorit della madre non pu produrre su loro che assai debole effetto.-- La vedova in dire queste parole lanci un tenero sguardo al signor Basilio, il quale sent montarsi al viso tutto quel verginale rossore di cui era capace ed abbass lo sguardo. La signora continu essa pure tenendo gli occhi bassi: --S, carissimo amico, la bizzarra circostanza della festa mi ha fatto comprendere essere impossibile ad una vedova il salvarsi dalle censure del mondo; ho veduto che anche nella circostanza di dare una festa da ballo non son capace di regolarmi. Ci accelera una spiegazione che io volea farvi da qualche tempo.-- Il signor Basilio, al momento di questa mezza dichiarazione, di cui prevedeva la conclusione, fece un viso serio e compunto, non dissimile da quello d'uno scolaro al momento di subire l'esame. Non interruppe con un sol motto la vedova, cosicch ella continu: --Voi vedete, signor Basilio, in questa mia spiegazione l'effetto di quella prudenza che mi avete suggerita coi vostri consigli; ho consultata la mia ragione e vi paleso chiaramente trovarsi essa in pieno accordo col cuore. --Oh! ne godo davvero, riprese il signor Basilio con una straordinaria affabilit Vostra Signoria pensa dunque a seconde nozze; io non saprei oppormici, anzi ne lodo il pensiero e gradir conoscere la scelta, tenendomi lieto di essere sgravato della carica di consigliere. --Tutto al contrario, caro Basilio, anzi mi sarete pi efficace che mai. --Ma se sono obbligato dall'amicizia e dalla carit a darvi quei pochi consigli di cui nella mia insufficienza mi credo capace, non saprei come darli ad una signora maritata. Ors ditemi piuttosto dove cade la vostra scelta, ch la mia approvazione non mancher di certo. Conosco la vostra prudenza. --Possibile che non m'intendiate? --Non v'intendo davvero, signora; nelle cose di amore sono veramente un bambino. --Voglio crederlo, ma dite piuttosto che la vostra eccessiva modestia.... Ma ors voglio dirla io questa magna parola; la mia et mi d il diritto di dispensarmi dai pregiudizi in siffatta materia. Carissimo signor Basilio, ho pensato come un nodo consigliato dalla ragione non potrebbe da me meglio formarsi che unendo la mia destra alla vostra.-- Il signor Basilio non si scosse a questa dichiarazione d'amore di una donna quadragenaria; onde colla massima freddezza e come se si trattasse di negozio mercantile rispose: --Ora ho compreso benissimo, madama, e come ben potete credere, ben volentieri aderirei alla vostra proposizione, anzi mi confonde l'onore che mi fate; ma la vostra scelta non poteva esser peggiore, provando io una decisa repugnanza pel santo vincolo del matrimonio.-- La vedova si morse le labbra dal dispetto: una donna, avesse anche 80 anni, non potrebbe conservare il suo sangue freddo sentendosi intonare una repulsa in chiare note di fronte ad una dichiarazione amorosa. Ambedue stettero qualche tempo in silenzio, e la signora Guglielmi si pose a sfogliare alcune carte per nascondere la sua confusione e far passare dalla sua fronte quel rossore che la rabbia e il dispetto vi avevano fatto salire. Il signor Basilio occup questo tempo, con viso sereno e tranquillo e come se nulla fosse accaduto, nel tirare cinque o sei prese di tabacco dalla sua tabacchiera d'oro contornata di brillanti: --Ebbene non se ne parli pi, disse rompendo il silenzio la vedova e soffocando un sospiro di rabbia. Il signor Basilio parve pensoso e finalmente, dopo la sua parte di silenzio, riprese: --Signora, la manifestazione della vostra volont e le ragioni che la animarono mi han posto, lo confesso, in un bivio: io veggo tutta la convenienza che un uomo di riflessione e di et possa entrare nella vostra famiglia, e dir francamente che quest'uomo si rende quasi indispensabile; ed infatti, lasciando le piccolezze e considerando le cose gravi, io m'avveggo e convengo che i vostri due figli sono in quella et in cui naturalmente le passioni agitano e dominano il cuore umano, e ben difficilmente l'autorit d'una madre pu giungere a liberare i suoi nati da quei pericoli che sono la conseguenza del bollor giovanile, specialmente in questi tempi, in cui la malizia arriva prima degli anni e che sono terribili per le idee progressive a cui volge il secolo. Una vedova pu paragonarsi giustamente ad una vite a cui la tempesta abbia atterrato l'olmo che la sorreggeva.-- Madama Guglielmi a tal discorso sent riaprirsi il cuore alla speranza. --Ma, continu il signor Basilio, io non sono inclinato al matrimonio. --Ebbene proponete voi l'uomo che mi conviene, soggiunse la signora Guglielmi, nascondendo il dispetto. --Dio mi guardi! riprese ipocritamente il nostro Basilio; suggerire la scelta! Il cuore libero; e poi qui a Livorno, ve lo dico schiettamente, sarebbe peggio il rimedio del male e.... --Ma dunque? interruppe madama Guglielmi impaziente, sacrificatevi al bene di un'amica. --Madama, quando io pure potessi vincere l'antipatia per lo stato coniugale, la mia unione con voi sarebbe contro tutte le convenienze. --E quali sarebbero di grazia le sconvenienze nel mio maritaggio con voi, signor Basilio? --Moltissime, signora Guglielmi, e posso enumerarvele: primieramente voi mi siete debitrice di quarantamila scudi. --Possibile? grid la signora Guglielmi atterrita. --I miei libri parlano, riprese tranquillamente l'ipocrita. Signora mia, il debitore si scorda facilmente la cifra de' suoi debiti, ma al creditore la cifra resta sempre impressa nella memoria. --Ma, perdonate, non mi prestaste voi diecimila scudi? --Non lo contrasto: per altro voi sapete che io feci un sacrifizio alloraquando per pura amicizia ebbe luogo lo sborso; voi non sapete che nelle mani di un commerciante incalcolabile il frutto che pu dare il denaro; voi ignorate gli scapiti per le speculazioni fallitemi per non aver la detta somma all'epoca della scadenza; sicch calcolando i danni, gl'interessi, i frutti dei frutti, insomma tutto bilanciato, posso dirvi che se la somma che attualmente mi dovete di quarantamila, per effetto di longanimit. --Gran Dio! proruppe madama Guglielmi, ma siete voi il solo che calcola in questa guisa; la mia adesione.... --La vostra adesione vi benissimo: e non vi ricordate la cambiale che firmaste tre sere prima del festino? --La cambiale? esclam madama percuotendosi la fronte: come? io ho firmata una cambiale per quarantamila scudi? E non mi diceste che era il semplice rinnovo dell'antico mio debito? --E credevate voi che io volessi danneggiare il mio commercio? Il foglio parla chiaro e non occorrono schiarimenti.-- Madama Guglielmi, vedendo il riso sardonico dell'iniquo amico, si sent clta da brivido febbrile: s'avvide di esser perduta ed indegnamente tradita; ella avea firmato il foglio senza pur leggerlo; riand nella mente colla maggior celerit se vi fosse modo di sodisfare quel mostro, ma dolorosamente dovette convincersi che le sue dissestate finanze non potevano fornirgliene il mezzo. Si avvide di essere in bala della volont di quell'uomo terribile e, mentre sentiva bagnarsi la fronte del sudore dell'angoscia, non fu capace di proferire parola. --Secondariamente, prosegu il signor Basilio con quel suo infernale sogghigno, si oppone al nostro maritaggio l'opinione del mondo, il quale, conoscendo me per vostro creditore, potrebbe credere lo fossi divenuto per giungere al possesso della vostra mano, che io nell'amichevole imprestito fossi stato animato da secondo fine d'impalmare la vedova di un generale distinto.... --Ma, interruppe madama severamente, il mondo conosce quali interessi passino fra voi e me? I vostri registri son eglino cosa del pubblico? --Non dico n s n no; cio distinguo: se voi per pubblico intendete gli sfaccendati e gli oziosi, oh! certo, no che io non mostro i miei registri a costoro. Ma se per pubblico intendiamo quegli uffizi ove esistono impiegati che devono conoscere indispensabilmente gli affari dei galantuomini, certamente il pubblico conosce la somma che io avanzo da voi.-- Madama era annichilata sotto lo sguardo del signor Basilio, il quale, senza mostrare di conoscere l'orgasmo della vedova, continu: -- vero ch'io professo la maggiore stima verso i signori impiegati nell'uffizio delle ipoteche e son certo del loro silenzio fino a che non sentissero parlare di noi; ma non potrei ripromettermi d'altrettanto alla notizia del nostro matrimonio. In generale le seconde nozze fanno sempre ciarlare; molto pi lo farebbero le vostre, ch siete persona di alto rango. Vi ben noto quanto io sia nemico del sentir parlare di mia persona; pure, se vi fosse un qualche mezzo termine....-- La vedova, fra la vita e la morte, ricovrata la parola, profer: --Su via, non mi tenete in tanta angoscia, parlate.-- Il signor Basilio si concentr in s stesso facendo una cera da ebreo convertito e traendo un lungo sospiro: --Faccio uno sforzo nel proporlo, uno sforzo terribile.-- Madama era stupefatta. --Ah! non sia mai detto che abbia abbandonata la causa dell'amicizia. --Per carit, non mi tenete angustiata! --Mentre tutte le convenienze si oppongono a che io divenga vostro sposo, potrebbe tollerarsi ch'io divenissi vostro genero, quando pur me ne crediate degno.-- La gran parola era finalmente scagliata; il signor Basilio avea, come dice il proverbio, presa la lepre col carro. La signora Guglielmi fece il volto pi livido di un cadavere: il suo amor proprio, gi sacrilegamente oltraggiato nella ripulsa a sposare lei stessa, lo diveniva doppiamente nell'attuale proposta, per lei tinta del pi amaro scherno. Ma si pu egli transigere con un creditore di quella tempra che in tre anni aveva quadruplicato il capitale? Madama non ebbe forza di rispondere; chi sa che cosa avrebbe detto in quell'istante, se dalle di lei gelide e convulse labbra avesse potuto uscir la parola? Il furbo per altro non interpret favorevolmente il silenzio della signora, dai cui occhi partivano lampi di sdegno. Laonde con una vocina dolcissima ed in basso profondo: --Mi pento, signora, d'aver parlato: la nostra conversazione arrivata a un punto ben lontano da quello del suo principio; veggo bene che vi dispiaccio, sono mortificatissimo...., ma rasserenatevi, o signora; spariranno fra poco i vostri debiti, e fra noi rester pura e limpida la nostra amicizia. Che mai dir ora? pens fra s la Guglielmi. --Madama, il cielo mi manda un raggio di sua divina misericordia: perduta la vostra stima, nulla mi resta al mondo fuorch un ritiro ove espiare i miei troppi falli.-- Dove tende quest'uomo straordinario? avrebbe detto chiunque altro fosse stato meno di buona fede della signora Guglielmi nel sentir quel discorso da volpe umana; ma la donna non poteva uscire dal suo stupore. --S, aggiunse con un sospiro lunghissimo il signor Basilio, fra otto giorni al pi tardi, il procuratore del convento a cui far dono di quel poco che posseggo verr a ritirare la piccola cambiale che mi avete fatto. Oh! non voglio pi interessi col mondo; ne ho avuti assai: per dal quieto asilo non cesser di assistervi coi miei consigli, implorando su voi e sui figli vostri la celeste benedizione.-- Il gran dado era gettato: la stupidezza momentanea della signora Guglielmi cess; ella vide in un limpido quadro qual tristo sconvolgimento avrebbe prodotta l'ultima determinazione del signor Basilio, la cui inflessibilit le era nota, ed il cui bigottismo non ammetteva dubbio: tardi, ma pur si pent della illimitata fiducia in lui avuta tanto tempo, e per l'onore della medesima vogliamo credere non vi fosse anche qualche altro motivo di segreta deferenza verso l'uomo terribile. Ella misur l'abisso nel quale sarebbe caduta, se in breve termine avesse dovuto restituire l'immensa somma; vide la sua casa e i suoi arredi venduti, s decaduta nell'opinion pubblica, l'avvenire dei figli compromesso e rovinato: pens quindi, risolse, ed invano potrebbe descriversi il suono della sua voce nel pronunziare queste parole: --Signore, non permetter mai che rinunciate al mondo, in cui sapete s bene condurvi e a cui potete esser di tanta utilit da non misurarsi. Acconsento a darvi mia figlia e gi vi considero qual mio genero; voglio sperare che Rosina, la quale ignara d'ogn'altro affetto fuorch di quello filiale, sar lieta di unirsi ad uomo di merito s raro qual siete voi. --Troppa bont, signora, rispose seccamente quell'uomo impassibile, avvezzo a padroneggiare i suoi sensi in guisa che non si scrse sul di lui viso la gioia che prov nel cuore udendo la promessa della Guglielmi; promessa che coronava tutti i suoi voti ed alla quale mirava da lungo tempo. --Ahim! continu, madama, io mi assumo una grande responsabilit in faccia al cielo ed agli uomini. --Oh! voi saprete ben sostenere il vostro incarico, riprese la Guglielmi, che avea penetrato nel fondo dell'anima del signor Basilio. Quindi, risoluta di trarre il miglior partito possibile dall'immenso sacrifizio che faceva e nel quale trascinava la innocente sua figlia, usando ella pure della doppiezza del futuro suo genero, --Non credo ingannarmi, prosegu, nel ritenere che il disinteresse, il quale vi piegava alla donazione dei vostri averi al convento, vi spinger a ricevere e considerare come sopraddote della figlia la somma ch'io vi devo allorquando le mie finanze mi permettano estinguere la mia cambiale.-- Il signor Basilio comprese bene che alla fin dei conti la faccenda era la stessa, poich come marito avrebbe amministrato i beni della sposa. --Madama, esclam, son ben lieto di fare alla mia fidanzata un cos insignificante regalo.-- Quando il turpe mercato fu concluso, il signor Basilio preg madama di presentarlo alla figlia nella sua qualit di futuro sposo. La signora voleva far discernere Rosina, ma egli vi si oppose costantemente. Era troppo l'interesse che aveva di penetrare nelle verginali soglie della vaga fanciulla: onde entr nel privato gabinetto di Rosina. La prima cosa che lo colp fu sullo stipo, entro un bicchiere, la camelia rossa. CAPITOLO IX. Il nuovo Giuda. Nel precedente capitolo abbiamo veduto come il vecchio negro giungesse in tempo per avvertire nel linguaggio dei naturali delle sponde dell'Ohio il cospiratore Giovanni dell'imminente pericolo di essere scoperto insieme con gli altri congiurati: fa duopo adesso svelare come il negro apparisse cos improvviso mentre anche noi lo credevamo o morto o tuttavia in America. La cosa semplicissima. Iago, vecchio ed incapace di seguitare nei viaggi il suo prediletto Giovanni e la Esmeralda, tostoch costoro si stabilirono in Europa, il primo dandosi alla vita dell'avventuriere e del cospiratore alimentato dai denari della compagnia dei settari, l'altra vivendo della beneficenza del fratello, Iago, mesto e sconsolato di non potere a causa del suo colore entrare nel santuario di un chiostro per terminarvi i giorni, erasi (spinto dalla curiosit) azzardato ad appressarsi al convento di Montenero, chiedendo umilmente di passare qualche ora nel santo ritiro. Vennegli accordata la domanda, e, per fortuna dell'ottimo negro, il padre abate in persona pass per la chiesa mentre costui divotamente pregava. Entrambi si riconobbero, si abbracciarono, ed superfluo il dire che padre Gonsalvo, appena udita la volont di Iago di ritirarsi dal mondo, lo acconci come supplente ortolano del convento, non gi con l'idea di permettere che il negro logorasse gli ultimi giorni della sua vita a lavorare l'orto, ma per dargli un titolo a stare nel cenobio. La cosa fu accomodata, e gi da qualche anno Iago riposava le stanche membra selvagge in quel santo soggiorno, ed era l'intimo, il confidente di padre Gonsalvo. Avendo nel giorno il buon padre avute tante faccende, arrivata la sera senza che fosse presente al _Benedicite_ nel refettorio, Iago, temendo di qualche sventura, si era condotto a Livorno ed aveva incontrato il buon religioso nelle vicinanze dell'abitazione di Rosina, presso cui vigilava al ben essere dei suoi protetti. Il negro in poche parole fu incaricato dal religioso di muovere direttamente al luogo del convegno di Giovanni e di profittare di tutto l'ascendente che aveva sul giovane per persuaderlo della ragionevolezza che i suoi capricci non fossero secondati circa al pretendere che Rosina, Alfredo ed Esmeralda si recassero alle catacombe, ove non avrebbero fatto altro che la parte di ascoltatori. Di pi il negro dovea dissuadere Giovanni da pratiche cos perigliose, prive di vantaggio per la causa di felicit imaginaria che si era fitta in testa; e quando esso Giovanni avesse fatto pompa di una ostinazione solita in lui, Iago dovea palesargli la cattura di Topo, dalla quale certo aveano a sorgere funeste conseguenze; finalmente forzare il giovane entusiasta a differire almeno la pericolosa riunione. Iago assunse con gioia l'incarico, e padre Gonsalvo rese nuove grazie all'Altissimo del sempre crescente favore con cui compiacevasi di assisterlo nella sua impresa. Il negro obbed e, giunto nelle vicinanze delle catacombe, avendo veduto lucicare in distanza delle armi, giudic che l'affare del suo antico padrone fosse scoperto; talch, sempre pi desideroso d'impedire una sorpresa, cautamente si cel fra gli scogli dell'imboccatura della caverna, fermo di restarvi per spiare i movimenti di quella truppa che se ne stava appiattata in vari punti della scogliera. E noi vedemmo con qual felice esito il povero negro giungesse a prevenire Giovanni del pericolo che gli sovrastava. Ma e Giovanni ed il rimanente de' suoi, profondati nell'abisso sottoposto al mobile pavimento della sala, si salvarono eglino? domanderanno i lettori. Essi il sapranno, rispondesi; ma siccome gli autori fra i molti loro privilegi hanno quello di narrare i fatti come pi torna loro a capriccio, io invece, passando dal descrittivo al dramatico stile, vado ad appagare la loro curiosit sovra altro punto, ponendoli in grado di conoscere in qual maniera Rosina ed Alfredo non andassero alla notturna assemblea. Le scene hanno luogo nel palazzo Guglielmi. SCENA PRIMA _Salotto illuminato da lampada all'inglese pendente dal soffitto e con cristallo fiorito e diafano. Il salotto non contiene che una graziosa tavola di noce a pulimento; alcune sedie di mogano vi sono attorno, due canap imbottiti ai lati: salotto di passaggio che mette negli appartamenti di ROSINA a sinistra e di ALFREDO a destra, ai quali si va dalle relative porte d'ingresso a destra ed a sinistra della scena. In fondo la porta comune che d adito al rimanente del quartiere. Un orologio a pendolo suona le undici._ ROSINA, _entrando nel salotto con passo assai leggiero_. Ah! pur forza cedere al destino! Se lo stesso padre Gonsalvo qui si trovasse cambierebbe il datomi consiglio. (_Si sofferma come per aspettare se alcuno si avanzi._) Fra poco io mi trover sotto abito mentito; fra poco assister a terribile scena, il cuore me lo dice. Ma che? sia pur crudele la sorte che mi sovrasta, nol mai sar quanto quella che la troppo condiscendente mia madre mi prepara. Io sposa di quell'ipocrita? io unir la mia mano a quella dello sdolcinato signor Basilio?... prima la morte. S! mi getter nelle braccia dell'uomo misterioso, ma pur da me amato, s!... Ma che dico? Non ho io un fratello, un fratello che mi ama? Oh! mio Alfredo, tu solo sarai il mio sostegno, tu solo la mia speranza! (_Dopo avere lentamente traversato il salotto, si avvicina alla porta del quartiere di Alfredo._) _Ros._ (_sottovoce_). Alfredo. _Alf._ (_aprendo la porta_). Ah! mia Rosina, gi ti aspettava. _Ros._ Lo so.... I miei abiti alla militare sono essi preparati? _Alf._ Ah! mia adorata, mia unica sorella, e che? tu dunque vuoi venire alla perigliosa riunione? _Ros._ S, Alfredo. _Alf._ Non mai! io non posso condurti. _Ros._ Che dici? Oseremo noi disobbedire a colui oggimai arbitro dei nostri destini? _Alf._ Clmati, Rosina, dissuaditi; io solo andr, io solo nel luogo ove ci appella il comando dell'uomo fatale. Si giuoca a giuoco terribile, capisci, Rosina? si giuoca la testa. _Ros._ Alfredo! _Alf._ S, Rosina, s, mia adorata sorella. Ah qual trista sorte la nostra! io non posso dirti di pi; tempo verr che mi sar dato aprirti il mio cuore, sul quale posano tanti affanni. _Ros._ Ah fratello! lasciami dividere il tuo periglio, sar di noi quel che Dio vorr. _Alf._ Anche un'altra, un'angelica creatura come te, era ostinata, insistente; un nume benefico l'ha salvata; un monaco che palesandosi mi svela esser direttore della tua coscienza. _Ros._ Il buon Gonsalvo! fidati, fidati in lui; ma se egli ha salvata la tua amante, tu salverai me. _Alf._ Che mai dici? Nelle tue parole contradizione manifesta. _Ros._ No, Alfredo; a te sembra.... a te. Ahim! sappi che in verun luogo io corro tanto pericolo quanto in questa casa. _Alf._ Che favelli? qual mistero questo? _Ros._ Il tempo stringe: domani sar sposa. _Alf._ Tu? tu sposa? vaneggi! _Ros._ Compiangimi: il mio carnefice.... colui cui sono promessa .... _Alf._ Chi mai? _Ros._ L'esecrabile signor Basilio.... s, quella tigre ricoperta del manto di agnello. _Alf._ Che ascolto? (_resta pensoso_). _Ros._ Dunque non vorrai soccorrermi? (_con ansiet_). _Alf._ (_dopo qualche pausa_). Ritirati.... mi viene un pensiero... Padre Gonsalvo... (_L'orologio batte undici ore e un quarto_) _Ros._ Ah! come il tempo vola! Rosina, seguimi, indossa le vesti e le armi; ti condurr in salvo, comprendo il tuo pericolo. Oh troppo debole madre! SCENA SECONDA _Dalla porta di mezzo apparisce un servo con due lumi, ed entrano precipitosamente la signora GUGLIELMI ed il signor BASILIO._ _Madama Guglielmi_ (_con qualche sdegno_). Voi qui a quest'ora? _Alf. e Ros._ (_insieme placidamente_). Cara madre.... _Mad._ (_interrompendoli con asprezza_). I vostri progetti sono scoperti; questo degno amico invigilava su voi. _Basilio_ (_interrompendo a sua posta la Guglielmi_). Signora, i miei sospetti, voi il vedete, si convertono in certezza. L'occhio di un amico non s'inganna; la mia sposina pregata a ricomporsi, il signor uffiziale torner al suo reggimento; per adesso entrambi ascoltino i miei precetti. _Alf._ Signore, la presenza di mia madre pu solo reprimere quel risentimento che d'altronde scoppierebbe repentino; a suo tempo e luogo mi renderete ragione del procedere vostro nel farla qui da consigliere. _Bas._ (_senza curarlo e rivolgendosi alla Guglielmi_). Signora, come fidanzato della Rosina; io ho diritto su lei; ella si ritiri nelle stanze dell'appartamento materno. (_L'orologio della sala batte undici ore e mezza._) _Alf._ (_con nobile risentimento_). Un affare di molta importanza mi obbliga di uscire all'istante: dimani non lontano, ci rivedremo (_va per partire_). _Mad._ Fermatevi: senza spiegarmi la ragione per cui avete fretta di uscire ad ora s inoltrata, voi non partirete. _Alf._ (_con accento di premura_). Signora madre, la prego, non mi domandi spiegazioni in pubblico; dico pubblico perch il signore per me un estraneo: il mio onore mi obbliga ad uscire senza dilazione; dimani non avr segreti per la pi tenera delle madri. _Mad._ (_con fermezza_). Voi non partirete: ve lo impongo; mi risparmio la fatica e forse il dolore di spiegarmi: figuratevi ch'io sappia ci che volete celarmi; vi comando di restare. _Alf._ (_guardando minaccioso il signor Basilio_). duro il ricorrere ad un passo estremo.... ma la urgenza giustifica ogni mio procedere. Signora madre, voi siete ingannata, di pi non dico; dimani, dimani sar grande giornata. Ol, signore, (_rivolgendosi al signor Basilio che erasi messo sulla porta_) ol! sgombrate il passo, non mi obbligate ad usare la forza (_trae la spada_). _Rosina si getta come spossata dal dolore nelle braccia della madre, ed il signor Basilio cede il passo esclamando:_ Temerario! fra poco vedrai. SCENA TERZA MARY, _con le trecce scomposte, entra nel massimo disordine in sala esclamando_: _Mar._ Ah! signori, qual disavventura! (_A tal parola tutti sono nel massimo stupore, fuori che il signor Basilio, il quale tranquillamente levando la tabacchiera d'oro contornata di brillanti, trae alcune prese per il naso._) _Mar._ Signori, la casa circondata da gente della polizia; alcuni soldati salgono le scale accompagnati da un commissario. _Tutti, eccetto Mary ed il signor Basilio, esclamano:_ Gran Dio! SCENA QUARTA _Un_ COMMISSARIO _e_ DETTI. _Il commissario entra e fa collocare alcuni soldati sulla porta. Quadro di doloroso stupore per parte di tutti i componenti la famiglia._ _Com._ Madama Guglielmi, non senza il massimo dolore ch'io vengo a disturbarvi ad ora s avanzata, ma il mio dovere mi vi obbliga n posso dispensarmene. _Mad._ (_nobilmente_). Signore, qualunque possa essere il motivo della vostra presenza in queste mie soglie, il rispetto verso la divisa che voi rivestite non verr meno; ma di grazia qual motivo vi guida? _Com._ Nelle apparenze gravissimo, argomentandolo dagli ordini che ho ricevuti. Nondimeno, considerando la qualit delle persone che formano l'oggetto della mia missione, io nutro speranza che le conseguenze non saranno sgradevoli (_quindi rivolgendosi ad Alfredo_). Signor capitano, in nome della legge vi prego consegnarmi la vostra spada ed a passare agli arresti. _Mad._ Signore! mio figlio.... _Ros._ Il mio fratello.... _Alf._ (_sciogliendosi la spada dal fianco, la consegna al magistrato_). Conosco la disciplina e mi uniformo alla legge; protesto per la mia qualit d'uffiziale al servizio straniero, della quale intendo valermi per essere in breve restituito alla libert (_rivolgendosi alla madre_). Madre mia, persuadetevi che nessun documento pu dare argomenti di reit a mio carico: fra poco ritorner nelle vostre braccia. (_Il signor Basilio ed il commissario si danno segni di mutua intelligenza._) _Mad._ Mio figlio agli arresti? _Com._ Madama, ci forse la sua fortuna, a quel che dice egli stesso, non teme il rigor della legge, e certamente il suo grado in armata straniera render precaria la di lui detenzione. _Alf._ (_con nobil fierezza, nel guardare l'oriuolo a pendolo, fra s_). Giovanni! non mia colpa, io cedo ad una forza maggiore. (_Durante questa scena, Rosina, staccatasi dalla madre, si gettata sovra una sedia a bracciuoli._) _Com._ Sei un gran furbo, qualcuno ti ricompenser (_piano a Basilio_). _Bas._ Zitto zitto, che ci guardano! ho capito (_piano al commissario_). _Bas._ (_rivolgendosi a madama, vedendo che lo guardava_). Signora, io tentava.... _Alf._ (_con aria di dileggio marcatissima, interrompendolo_). Vi dispenso da ogni premura a mio riguardo (_quindi rivolgendosi al commissario_). Signore! (_con dignit_) se vi piace io vi seguo: l'ora tarda, mia madre e mia sorella han bisogno di riposo. _Com._ Un momento, signor capitano. Altro pi doloroso dovere mi resta a compiere prima di allontanarmi di qua. _Alf. e Mad._ Gran Dio! qual altra nuova sciagura? _Com._ (_a Rosina_). Madamigella, voi pure siete agli arresti. (_Rosina non d segno di avere inteso, tanto la rende stupida il dolore._) _Mad._ Ah! (_Sviene ed trasportata sopra una sedia: Alfredo si scuote, fa un movimento d'ira, si tocca il fianco, che trova privo della spada, e sospira incrociando le braccia al petto._) _Bas._ (_con estrema vivacit_). Perdonate, signor commissario; voi forse avrete degli ordini verso madamigella Guglielmi; ma, perdonate, io dubito che possano eseguirsi sopra la mia futura sposa. _Com._ (_fingendo meraviglia_), Oh! degnissimo signor Basilio, la cosa cangia aspetto sicuramente; la vostra futura consorte dunque la signorina? _Ros._ (_scuotendosi_). Ah! no: non vero, prima la morte! _Alf._ (_con nobile sdegno_). Piet di una madre e di una donzella infelice! Ah! vieni, deh! vieni giustizia divina! _Com._ (_freddamente e senza curarlo_). Gli schiarimenti datimi dall'ottimo signor Basilio tranquillizzano la mia coscienza. Mi rallegro con voi. _Alf._ Ah! madre mia, scuotetevi, deh! non sacrificate la misera vostra figlia. _Ros._ Ah la pi tenera delle madri! (_Ambedue i figli si accostano a mani giunte verso la donna svenuta colmandola di carezze._) _Mad._ (_rinvenendo dal deliquio_). Dove sono io?... _Com._ Godo di vedervi risorgere dal vostro abbattimento: la signora Rosina rester nell'abitazione materna, sotto la malleveria del signor Basilio di lei fidanzato; il signor Alfredo avr la bont di seguirmi. _Mad._ Signore, sono talmente confusa che mal comprendo me stessa: pur vi ringrazio per la urbanit con cui adempite agli uffici del vostro ministero; d'altronde voglio persuadermi che un disgraziato equivoco abbia prodotto questa disgustosa scena; ho troppa fiducia nell'onor dei miei figli, cui seppi inculcare i sentimenti migliori, per non temere sinistre conseguenze. _Com._ Signor Basilio, ella pregata a far le mie veci; dico cio ad invigilare alla condotta della sua signora fidanzata. _Bas._ Carissimo signore, rispondo di lei qual di me stesso. _Com._ Signor ufficiale. _Alf._ Ho inteso: addio, mia madre, addio, mia sorella; voi mi rivedrete fra poco: l'innocenza non teme il rigor della legge. (_Nel proferire queste parole d un'occhiata terribile al signor Basilio, il quale volge da altra parte la testa._) _Mad. e Ros._ (_con accento doloroso stendendo le braccia verso Alfredo_). Addio. Voglia il cielo restituirti in breve all'amor nostro. _Il commissario, Alfredo ed i soldati escono._ SCENA QUINTA MADAMA, BASILIO _e_ ROSINA. _Mad._ (_con accento doloroso_). Quale scena terribile! qual cordoglio per una madre! ma voi, signor Basilio, che oggi fate quasi parte di mia famiglia, voi che ne pensate di ci? _Bas._ (_con aria cortesissima e con la solita flemma_). Signora, vi consiglio a non temere di nulla; ecco l'effetto dell'imprudenza, l'effetto delle feste di ballo, delle maschere, e per sospetto.... _Mad._ Per sospetto si deviene all'arresto di un ufficiale d'onore? e lo s'intima ad una damigella? _Bas._ Sicurissimo, in certi casi, in certe faccende.... Oh! ma tranquillizzatevi; io salver tutti, io, vedete... Ah! se avessi potuto prevederlo; ma.... _Mad._ Ah! se non fosse per troppo disturbarvi, compatite un desiderio di una madre, non la lasciate una notte in preda al suo dolore. _Bas._ Comandate. _Mad._ (_con qualche esitazione_). Se non vi rincresce tener dietro al commissario, informarvi, parlare... su via, mio buon amico. _Bas._ (_con ipocrita affettazione_). Dio guardi! Madama, un'insistenza per parte mia sarebbe peggio; a voi piuttosto... _Mad._ Ma io!.. Rosina... _Bas._ Tranquillatevi, penser io a tutto, lasciatela pure in mia custodia, conoscete la mia onest: vi pur la sua gente di servizio. _Mad._ Qual bivio terribile! (_L'orologio a pendolo suona mezzanotte. Il signor Basilio con somma gioia, fra s._) _Bas._ Ah! sei pur battuta, ora desiderata; io t'attendeva. (_Durante il colloquio della signora Guglielmi col signor Basilio, Rosina, che dopo la partenza di Alfredo si gettata sopra una poltrona verso la finestra, adagio adagio passata sotto la portiera di damasco; n Madama n il signor Basilio han veduto quel movimento. Squillata l'ora, un prolungato colpo di cannone si ode romoreggiare per l'aere._) _Bas._ (_con gioia_) Son presi! _Mad._ Che dite mai? che ci? _Bas._ (_avviandosi verso la finestra_). Or or lo saprete. (_Penetrato sotto la portiera, retrocede coi capelli irti; quindi esclama_). Gran Dio! Rosina!... _Mad._ (_accorgendosi della mancanza della figlia con affannosa ansiet_). Ros... _Bas._ (_gridando verso la porta comune_). Ahim! presto accorrete, la finestra aperta. _Mad._ (_con crescente agitazione_). Me misera! Rosina? (_inoltrandosi verso la finestra_). _Bas._ (_nel massimo furore_). Si gettata dalla finestra! _Mad._ Ah! (_cade svenuta al suolo_). _Bas._ (_scagliandosi fuor della porta comune, seguito da alcuni servi entrati nella sala con lumi_). O viva, o morta. (_Le cameriere trasportano madama Guglielmi priva di sensi nella sua camera._) CAPITOLO X. Otto giorni dopo. Otto giorni dopo queste dolorose scene cui il lettore si compiaciuto di assistere, Alfredo Guglielmi, liberato dalla fortezza, la merc delle premure dei suoi superiori, mestamente congedandosi dalla madre, ripartiva pel suo reggimento stanziato sulla Dora. Padre Gonsalvo recitava col suo breviario l'uffizio, il negro Iago rispondeva agli _Oremus_ del monaco, madama Guglielmi giacendo in letto ancora convalescente riceveva le visite di condoglianza dei suoi amici e di altri suoi conoscenti, ed appena aveva forza di sorreggere la testa sopra i cuscini. Ma Esmeralda, ma Rosina, ed il misterioso Giovanni che facevan eglino? Della sorte di Rosina circolarono varie voci, nessuna per si addiceva al vero. La fanciulla era scomparsa in modo maraviglioso e incomprensibile; appena il signor Basilio si avvide essersi ella gettata per la finestra, discese in un attimo le scale accompagnato dai servi con lumi, credendo di trovarla esanime e ferita al suolo, avvegnach la finestra da cui erasi precipitata fosse alta una diecina di braccia dal livello della strada. Ma sulla strada non vi era orma di persona caduta, non una macchia di sangue, non un oggetto che le avesse appartenuto. Alcuni vicini discesi al trambusto che faceva il signor Basilio, interrogati, risposero non avere inteso il menomo rumore tranne quello che faceva lui stesso: ed egli furibondo si era dato a frugare per ogni dove nel palazzo coll'idea fossesi nascosta la fanciulla, ma la di lui ricerca era tornata inutile. Spumante di rabbia in vedersi deluso nella aspettativa di sicura felicit, mordendosi i labbri si era rivolto alla direzione di polizia, la quale, udito il caso straordinario, aveva immediatamente praticate le pi scrupolose ricerche, ma invano. La stessa osteria dei Tre Mori, siccome conosciuta oramai per un nascondiglio di gente sospetta, era stata perlustrata da cima a fondo senza verun resultato. Si era dubitato che la fanciulla leggermente ferita ovvero miracolosamente sana fossesi diretta per qualche porta fuori della citt, ma i portieri assicurarono come dalle undici della sera al vegnente mattino veruna donna era uscita dalle mura. cosa impossibile l'esprimere la rabbia del degnissimo signor Basilio, a cui la preda era uscita proprio di fra gli ugnoli; e siccome l'arresto di Alfredo imputato di sospetta associazione ai settari era stato opera de' suoi maneggi per tor di mezzo un ostacolo alle mire che aveva sul possesso della Rosina, venuto per la di lei misteriosa scomparsa a mancare lo scopo, non aveva voluto pi oltre insistere, ed il giovane fu rilasciato per mancanza di prove. E qui mi duopo narrare come il signor Basilio era informato da certo suo confidente segreto che un malandrino nella persona di Topo, arrestato per omicida, aveva rivelato l'esistenza di una setta, di cui aveva dato alcuni riscontri circa il convegno, senza per altro al momento spiegarsi di pi, mentre il magistrato sorvegliatore credette dispensarsi da ulteriori spiegazioni del detenuto, attenendosi piuttosto al partito di cogliere i settari sul fatto alla mezzanotte nelle catacombe. Esso signor Basilio, sopra l'unico riscontro dell'esistenza della camelia rossa, segnale sospetto nelle stanze di Rosina, piccato dal di lei costante rifiuto di sue nozze, aveva concepito il pensiero che fra Rosina ed alcuni dei congiurati dovesse esistere un qualche segreto legame, ed argoment che certamente la fanciulla non poteva esser sola nella faccenda e che Alfredo, giovane riputato entusiasta, andasse con lei d'accordo. Su tal sospetto, insinuando analoghi dubbi alla signora Guglielmi, la quale insieme con lui sorprese i giovani, siccome vedemmo nel precedente capitolo, alle ore undici e un quarto di sera nel salotto in procinto di fuggire dalla casa materna, aveva preventivamente fatti nascere nel commissario suo amico sospetti utili al suo fine, instigandolo a procedere all'arresto del giovane, riservandosi di farla da protettore e padrone di Rosina, che divisava di trasportare presso di s al pi piccolo pretesto che gli fosse riuscito di cogliere. Ma il cielo si compiacque schernire questo briccone. Il salto di Giovanni co' suoi nella cloaca del sotterraneo aveva resa inutile la sorpresa tanto desiderata dal magistrato di cogliere in flagranti i congiurati. Il salto della Rosina dalla finestra aveva reso inutile l'arresto di Alfredo; il quale, ben sapendo come nessun documento potea comprometterlo, in specie non essendosi trovato alla riunione nel sotterraneo, era riuscito, come sappiamo, ad ottenere di essere restituito in libert. Il signor Basilio, affettando una calma stoica, era tornato ad assidersi al suo banco di pannine, senza osare di presentarsi alla signora Guglielmi, temendo di esser corso troppo e di non avere colori bastanti onde ulteriormente contrafarsi ed ingannare quella donna. In mezzo a tante ambagi lo crucciava il pensiero della perdita di colei per il cui possesso avea sparso assidue cure durante un biennio; lo crucciava l'idea di non potere, senza pubblicamente trsi quella maschera di galantuomo a lui s favorevole, ottenere il pagamento del suo credito verso madama Guglielmi; e lo angustiava infine il sentire che, contro sua voglia, qualche poco si ciarlava di lui. Talch, simile alla volpe che dopo essere entrata nel pollaio non trova la via di uscirne dal solito buco per aver mangiato troppo, si trovava in preda ad un'agitazione da lui non mai provata tutto il tempo della ipocrita sua vita; pure, nella speranza di rimediare o almeno di non far peggio, seguit ad uscire alle ore solite di casa, ad assidersi al banco ed in tutte le periodiche occupazioni in cui noi lo vedemmo esattissimo. Nella sua doppiezza non avea mancato di recarsi al tribunale ed esternare gravissimo cordoglio per la fallita impresa delle catacombe e per la mancanza di prove onde si prolungasse la detenzione di Alfredo. --Ma...., aveva esclamato sul termine di un colloquio con un funzionario di polizia, _quod differtur non aufertur_; ne vada la mia pelle, sar sempre buon servitore della giustizia.-- Tornato al suo banco, egli invano procurava d'imaginarsi un plausibil modo intorno alla sparizione della fanciulla; infatti chi poteva averla aiutata, sola, senza mezzi, senza esperienza, a sottrarsi non tanto alle ricerche di lui, quanto a quelle diligentissime della polizia? Forse il suo incognito amante? Ma se colui era, qual ei supponeva, uno dei settari, come trovarsi sotto la finestra per ricever nelle braccia la cara fanciulla e al tempo stesso essere alle catacombe? Alfredo, ito agli arresti col commissario, non era suscettibile di porgerle aiuto. Dunque? Il diavolo in persona doveva aver preso parte a vantaggio della giovane: ma n anche quest'idea persuadevalo, sapendo come la purezza dei costumi di Rosina non poteva procacciarle le simpatie del formidabile ausiliario infernale. Lambiccatosi il cervello per mille differenti congetture, il degno signor Basilio aveva concluso di lasciare al tempo la cura di svelare l'impenetrabile arcano e dover lui deporne il pensiero, onde non rischiare di divenir pazzo a forza di meditare; ed infatti si era avveduto che la strana sua situazione avevalo alquanto dissestato nella direzione dei propri affari. Si era dimenticato di cancellare una partita di un suo debitore che lo aveva pagato; ma giacch la cosa era passata, pens esser meglio lasciare aperto il credito che scarabocchiare la carta. Si era scordato di accendere l'ultimo sabato la lampada alla imagine di sant'Omobono, ma pens rimediare alla trascuranza col comprare il sabato venturo, invece di una crazia, due soldi d'olio. Il tremito dei suoi nervi rendendogli paralitiche le mani, queste tenevano il passetto in modo che nel misurare il panno a' suoi compratori le bracciature riuscivano piuttosto scarse, ma, per tranquillizzare la propria coscienza, diceva a s stesso: Che colpa ho io se i dispiaceri che ho provati agitano i miei nervi? tutti coloro che son causa delle mie afflizioni sconteranno nel mondo di l il piccol danno che in questi giorni di confusione possono aver risentito i miei avventori. Troppo lungo sarebbe l'enumerare le sbadataggini di cui fu suscettibile il nostro mercante nel periodo transitorio che abbiamo accennato; una sola, come d'indole assai bizzarra e comica, non vogliamo passar sotto silenzio i nostri lettori. Si scord di portare le solite teste di pesce fritto nel fazzoletto turchino al gatto che teneva in bottega, il quale essendo stato 48 ore in forzato digiuno, si mostr piuttosto in broncio col padrone. Quando questi un bel d aperse la bottega, in un momento di riflessione, appoggiati i gomiti sul banco, il micio, credendo che il padrone ingrato dormisse, imagin di rifarsi del lungo digiuno a spese di uno dei di lui orecchi il quale per la portata del sangue pareva rosso come un salsicciotto. Onde, spiccato un salto sulla tavola del banco, glielo addent cos fieramente che, senza l'aiuto di benevole persone accorse alle grida del mercante, l'orecchio del signor Basilio sarebbe passato nelle interiora del famoso Buricchio. Da queste dimenticanze trasse frutto il signor Basilio; cess dal meditare sulla sparizione di Rosina, restringendo i suoi studi mentali sul modo di ottenere dalla signora Guglielmi il pagamento del vistoso suo credito. Lasciamo intanto questo degno personaggio e ritorniamo ad Esmeralda. Esmeralda? Oh! qui s che vi del mistero; oh quanti misteri! dir qualcheduno. Carissimi, rispondo io, non so che dirvi. Dunque zitti, e tiriamo innanzi. Esmeralda dopo alquanti giorni di dimora al convento pareva pi tranquilla, sebbene non avesse riacquistata la ragione. Le suore, a causa della sua belt, quasi l'amavano. Essa aveva un certo che da farla considerare come superiore al resto delle femmine. La priora aveva per mezzo dell'ortolano mandata lettera confidenziale al padre Gonsalvo, onde questi le indicasse qualche cosa intorno alla frenetica fanciulla in modo brusco da lui introdotta come pensionaria in quel luogo, non avendo la buona madre potuto sfogare il femminil talento di curiosit colla fanciulla, imperocch essa faceva dei discorsi fuori di senso: parlava di navigli, di catacombe, della Guadalupa, di un caprone, della trib dell'Ohio e d'altre simili cose, alla madre priora inintelligibili ed a cui rispondeva con esorcismi onde fugare il demonio, da cui credeva ossessa la giovane. E noi certamente le daremo ragione del suo procedere; inoltre quel benedetto padre Gonsalvo aveva avuto tanta fretta nel partire dai monastero che non era stato possibile interrogarlo, e poi era tanto laconico quel buon padre! Il giorno dopo l'improvvisa recezione di Esmeralda, madre Domitilla, parlando confidenzialmente a suor Dorotea in un'ora dopo il refettorio, le aveva detto: --Ma che ne dite, suor Dorotea, della apparizione di quella specie di energumena? --Oh! rispose la camarlinga, io non ne so nulla; tocca a voi, siete priora e basta, io non posso aprir bocca su certi argomenti. --Ma pure.... --Pure, riprese suor Dorotea, dico che quel benedetto padre abate si prende certe facolt un poco troppo spinte: capita qua ad ora quasi notturna, picchia, gli viene aperto, introduce una straniera che fa certi occhiacci di spiritata, parla di bastimenti, prende la soglia del convento per la bocca di una darsena, la fune del campanello per una corda d'una vela, voi per il grand'ammiraglio e me per il capitano dei cannonieri; e il reverendo, senza dirci chi o chi non costei, ci lascia colle laconiche espressioni: _Suore mie, in nome del cielo custodite questa infelice fino al mio ritorno_; ed aggiungendo: _Benedicat vos, etc._, se ne va, e non ne abbiamo saputo pi nulla. --S, cara camarlinga, io pure sono del vostro avviso; il buon abate non ci ha fatto il miglior regalo del mondo: ma su questo, _transeat_; peraltro non scusabile quel non farci sapere, almeno in due parole, chi la giovane, cosa voglia, se sia turca, ebrea, scismatica; se dobbiamo convertirla, riconciliarla, ecc., ecc. Quanto strano quel reverendo! --Eh! eh! madre priora, sento dire che quel religioso in sua giovent fosse un po' cervellino strambo, ben s'intende avanti di vestir l'abito. --_Delicta juventutis meae ne reminiscaris, Domine_, prese a dire la priora: in giovent tutti pi o meno avemmo i nostri falli; speriamo che il Signore voglia dimenticarli. Ma, tornando alla fanciulla, ella non pu essere n turca n ebrea n pagana n protestante: perocch sappiate, carissima suor Dorotea, come io, sebbene mi fidassi del degno padre abate, abbia voluto togliermi ogni dubbio di ricevere fra le pecorelle del Signore una qualche volpe pericolosa; e fino dal momento in cui l'incognita ci venne presentata dal padre abate, io colla scusa di accomodarle il fazzoletto da collo procurai di rintracciare se da quello pendesse qualche segno di buon cristiano. Indovinate un poco cosa vidi? --Che? Dite, dite.-- --Una bella reliquia del santo Velo incastrata in una teca di oro a filograna. --Cospetto! esclam la camarlinga; deve essere non solo buona cattolica, ma anche ricca. --Ed anche nobile, continu la priora; dietro alla teca vi una bellissima incisione della corona di conte e sotto le iniziali E. C. Z. S. A. 21 marzo 1805. --Bagattelle! disse sorpresa la camarlinga. Oh! da figurarselo. Colei nobil contessa. E non importa che sia forastiera; padre Gonsalvo ha relazione con tutti i popoli del mondo. Sar qualche giovane scappata ai suoi parenti. --O qualche innamorata di giovane pagano o liberale, il che tutt'uno. --Che bell'acquisto per il convento se si facesse monaca! --Sicuro, e, a dirvela, io ci ho pensato subito subito: speriamo che riprenda la sua ragione. --Ed io, vedete, madre priora, confesso il mio peccato: non sapendo tutta questa faccenda, sono stata non poco inquieta in questi giorni, poich credeva che il convento ci rimettesse di suo, dando da mangiare ad un'incognita la quale.... --Zitta! zitta! riprese la priora: non vi fate sentire da nessuno. Non sapete cosa mi consegn il frate al momento di lasciar la ragazza?... cinquanta luigi d'oro! --Eh! --Sicuro; il buon padre Gonsalvo disse poche parole, vero, ma fece de' fatti e mi pose in mano un involtino con cinquanta bei luigioni lampanti. _Benedicamus Domino_, disse la camarlinga, che aveva tutta la sfiducia propria dei cassieri; sicch adesso non rimane che ad appagar la curiosit. --Questa sera sapremo qualche cosa; ho inviato l'ortolano a Montenero, --Ma intanto non potrei vedere il reliquiario? soggiunse la camarlinga sentendosi morire dalla curiosit. --Non vi difficolt, riprese la superiora; andiamo nella cella N. 12; la fanciulla tanto buona che certo ci dir _Mamma, mamma_ e ci mostrer ci che volete.-- Entrambe si avviarono alla cella N. 12, bussarono. Nessun rispose; entrarono, non ci era alcuno. Il convento fu tutto frugato. La Esmeralda non ci era pi, nessuno l'aveva veduta uscire. Considerate ci che pensarono, ci che dissero le suore. La priora sped un altro espresso al padre Gonsalvo, e questi fu il garzon del vinaio, ritenendo peraltro i cinquanta luigi lampanti. Esmeralda era sparita la sera dopo la sparizione di Rosina. Quanto al Caprone ed Iago sappiate.... ma no, per adesso non avete a saper nulla. Bisogna ch'io ritorni nella carcere ov' rinchiuso Topo. Ma non si potrebbe prima parlare di Giovanni, ossia del Caprone e di Iago? No, signore, non si pu; perch se si tardasse ad andare nella carcere di Topo, si correrebbe rischio di non trovar pi n anco lui. Caspita! ci sono scappati due dei nostri personaggi; non voglio che ci fugga anche il terzo. Topo in carcere. Passato il primo bollore della paura, costui si pentito della rivelazione fatta cos su quel subito dell'arresto; sapeva il birbante che, una volta sfuggito dalle unghie della giustizia, poteva cadere in quelle dei settari, i quali certamente a seconda dei loro terribili statuti l'avrebbero spedito all'altro mondo senza processo. Dunque si era pentito e, per riparare alla imprudenza, faceva giuro a modo suo di non dir altro. Caspita! diceva fra s nella prigione: la tortura e quelle macchinucce con cui strappavano ai tempi antichi la verit dalla bocca dei rei non ci son pi; sicch non ho paura di corda, di argani, di caprette, di quegli ordigni che ho sentito tante volte nominare in un libro che il signor Bruto leggeva all'osteria dei Tre Mori. Dunque non ci son pi, ed io?... resta sempre da imparare. Dopo che in carcere ci sono stato tante volte, questa volta l'ho fatta proprio da somaro e non da topo, e s che i topi son furbi; sono stato tante volte fra le unghie del gatto e ne sono bravamente scappato senza lasciargli in bocca del mio pelo. E adesso?... Ah! proprio l'ora del minchione viene ai pi furbi, e d'altronde ero tanto acciecato dalla rabbia.... quel birbante di Cacanastri voler per s la roba rubata da me. Caspita! gli uccelli sono di chi li chiappa. Io con lui non ho agito cos quando l'altra settimana rub quella collana di perle all'erbaiola di piazza e la port a vendere al signor Basilio, cio al signor Giuda: cospetto! io non dissi mica: gliela voglio portar io. Ognuno che va da quel galantuomo ci deve portar ci che busca. Birbante di Cacanastri! ma almeno dal signor Giuda ci andr io solo. Gran galantuomo che quello! paga a contanti, e si sapesse mai nulla! pi segreto del muro. Ma, soggiunse, se ho fatto male, far emenda da me, il signor giudice non sapr pi nulla: se ha voglia di gridare, di urlare, di minacciare, di spezzare il campanello, per me saranno le sei*. * Espressione volgare di quell'epoca, che equivarrebbe: a non so nulla. Mentre Topo faceva questi discorsi fra s ud in uno degli anditi delle carceri dei domenicani* una voce che accompagnandosi col tintinnio del mazzo delle chiavi cantava l'appresso stornello. * Luogo detto cos volgarmente. Che manger la sposa la prima sera? Un mezzo piccioncin*. * Canzonaccia popolare di quei giorni. --Veh! veh! questa voce non m'inganna; Caicchia il fruttaiolo di via San Francesco; no, del suo figliuolo, quel monello che non ha mai fatto nulla di bene. --Oh! oh! Caicchia. --Chi mi chiama? rispose la voce. --Son io, Topo che hanno fatto cascare nella trappola: ma tu sei dentro? --Son fuori; non son gonzo. --E che ci fai? --Faccio il gatto. --Gnau, buon pro ti faccia; almeno avvicinati alla mia stamberga, briccone!-- Un giovanotto dai venti ai ventidue anni, che ben si scorgeva per un secondino di quello stabilimento, si avvicin alla cella di Topo, ed aperto il piccolo finestrino dell'uscio a doppio sportello, si fece vedere al detenuto. --Figliol d'un tette* di Caicchia, to', chi ti faceva qua dentro. Come se' grosso e grasso; lo dicevo io tu' pa' che non avevi voglia di far nulla al mondo.... Eccoti diventato un signore. * Espressione del volgo. --Tutti i mestieri danno pane, ma tu, pezzaccio di galera, che hai fatto? --Ho sbertito Cacanastri*. * Nel gergo: ucciso. --Ci ho gusto davvero; ma dimmi ho sentito di' che sei anche della congiura della fusciacca rossa* eh! * Il volgo chiamava cos, quasi appartenenti ad una specie di setta, tutti coloro che a quell'epoca erano compromessi colla giustizia: e riteneva che i congiurati, per commettere insieme dei misfatti, portassero una fusciacca o cintura rossa con cui legassero i calzoni alle reni. --Chene?...: chene? non me ne vendi: co' tu' pari acqua in bocca _Secondino._ Ti compatisco: per chi m'hai preso? _Topo._ Per un ferro di bottega*. Se non hai altri moccoli, va' a letto al buio, Da questo sportello tira troppo vento. * Nel gergo: impiegato di polizia. _Sec._ Bene: serrer. _Topo._ Noe, l'ho fatto per celia; anzi ho piacere di vedetti que; semo camberati. _Sec._ Della Bulca.... _Topo._ Della Bulca.... ma mene mi hanno ilscaraventato ai malmetti*. * Messo in luogo di prigione. _Sec._ Ma tu hai ilbotrato* tutto. * Palesato. _Topo._ Noe.... noe ho ilbotrato nulla due hosine al pittore* pel conia. * Cancelliere criminale, in gergo. _Sec._ Ma e del Caprone e di Concetta e di Bruto.... _Topo._ (_confuso_). Futtulsco Caicchia! anche te della fusciacca rossa. _Sec._ Sie sie,,, non ti arioldi barabba. _Topo._ Barabba! s me ne arioldo, sei tene, che volevi bulscherar la Honcetta. _Sec._ E te ne mi arreggevi lume. _Topo._ E hai poltato la balchetta in questo molo*? * Venuto in questi luoghi. _Sec._ stato mi pae* pttosto il sniffo** che ha holoniali. * Padre. ** Birro. _Topo._ Magari! _Sec._ Ora se tu vuo' fa bene, va' a ilbotrare anche di mene. _Topo._ De' camberati! accidenti! ma giacch sei della corda*, non mi potlelti aprimmi un poino. * Della lega. _Sec._ Gnau... gnau... _Topo._ Oh, se torni a ilmiaulare, ritorno Topo, abbasso i camberati e ilbotro anche di tene al pittore. _Sec._ Hoe; ho fatto conia, e poi la chiave della bujosa* l'ha il soprastante. * Prigione. _Topo._ Accidenti a lui e alla sua famiglia! _Sec._ Non beltemmiare.... vuoi una mezzetta? pago io. _Topo._ Bravo, camberata! _Dopo qualche spazio di tempo Caicchia torna con mezzo boccale in mano e, riaprendo lo sportello, porge da bere a Topo._ _Topo_ (_prendendo il boccale ed accostandoselo alla bocca_). E tu non bei? _Sec._ Ho beuto. _Topo_ (_rendendo il boccale_). Buh! che roba! a che osteria l'hai preso? come amaro! Buh! _Sec._ (_chiudendo lo sportello e rompendo il boccale sgangheratamente ridendo_). roba da Tobi, birbante! _Topo_ (_con urlo soffocato di dentro_). Caicchia! ahim! brucio, brucio, brucio, muoio, muoio. _Sec._ (_ridendo_). O vai ora a ilbotrare di Caicchia*! * A palesarmi. _Topo_ (_Con voce appena intelligibile_). Ah!... t'aspetto all'inferno! ah! _Sec._ (_allontanandosi_). Clepa pure ed avviati o ilbotra di Caicchia*! * A palesarmi adesso. Prima di notte Topo era morto: credettero fossesi avvelenato da s stesso; la sua morte e la fallita impresa delle catacombe aveano salvato i congiurati. In quella notte medesima da incogniti ladri venne derubata madama Guglielmi degli ori, degli argenti e delle gioie. Il furto ascendeva a 10,000 scudi. La polizia non scoperse mai nulla. _N.B._ Nel dialogo fra Topo e Caicchia si adoprata _l_ per _r_ e si son soppresse alcune lettere dell'alfabeto per dare un'idea della pronunzia dei Veneziani di Livorno ed in genere del basso popolo. CAPITOLO XI. Salvezza. Persuasi che il cuore delle gentili nostre leggitrici batter di palpito straordinario per l'impazienza di conoscere la sorte della sfortunata Rosina, non vogliamo tenerle oltre nella trepidazione. Prima per due parole intorno a Giovanni. Esse ricorderanno che, dopo pochi istanti dall'improvvisa comparsa del negro, quel cospiratore aveva, con un calcio dato in una molla, fatto alzare il pavimento di tavola della sala del maestro delle catacombe e ciascuno con lui precipitare nel sottoposto baratro. Ognuno creder che, nel precipitare dall'alto al basso in modo brusco ed improvviso, qualcuno dei caduti si fosse fracassato un braccio, una gamba, lussata una spalla, rotto il cranio, e che so io? Ma no: nulla affatto di questo: nella sottostanza della sala del maestro era stata da gran tempo appositamente ammassata una quantit considerabile di lana da materassi, la quale, nel caso in cui ai congiurati facesse bisogno di precipitare nel baratro, potesse addolcire la caduta per modo che le loro membra non ne soffrissero alcun nocumento; ed infatti tutti gli adunati laggi si trovarono in un monte; ma, passato il primo momento di sorpresa, si alzarono, si assettarono alla meglio nelle vesti e nei capelli e si avviarono per lunghissimo ed umido andito ad altra uscita del sotterraneo che metteva in luogo affatto opposto alla riva del mare, sulla quale sarebbero stati sorpresi dalla forza, se per l si fossero procurati una sortita. superfluo il raccontare che di essi chi mosse di qua e chi di l, e se ne andarono raminghi tutta la notte per la campagna, e chi prese la via di Montenero e chi di Salviano, chi della Valle Benedetta, rientrando nella citt per porte diverse, ad ore e giorni diversissimi e colla maggior cautela del mondo. Ognuno di essi si era creduto proprio, come suol dirsi, in bocca al lupo e ne era scampato per miracolo, e certamente a molti pass la volont di cospirare. Quando tornarono in citt avevano i volti molto smagrati, perch, avendo dovuto all'impensata trattenersi fuori mezzo nascosti fra i boschi ed i cespugli, non avevano potuto sodisfare all'appetito naturale dopo lungo digiuno, ed appena appena avevan trovata un poco d'acqua per dissetarsi. E qui giova osservare come veramente e propriamente appartenenti ad una setta non potevano dirsi che pochi di costoro; mentre i pi erano persone date al malfare, soci di bricconata e conosciutisi fra loro per appartenenti ad una compagnia di persone rotte al delitto, cui il volgo dava nome della compagnia della Fusciacca, forse dal modo col quale ognuno di essi si soleva legare alla vita i calzoni con una ciarpa del colore suddetto. L'entusiasta Giovanni, dalla inclinazione e per la ricevuta educazione trasportato a macchinare trame a danno del ceto dei nobili e de' ricchi da lui odiato, aveva innestato quest'odio all'idea di un miglioramento di sorte nei poveri; e concluso ci non potersi sperare che al sorger di un popolare regime, erasi veramente associato ai carbonari d'allora e aveva fatto dei proseliti anche fra persone al mal far dedicate, pur di accrescere il numero dei soci e fra' giovinastri suoi conoscenti di mezzi disgraziati, a cui ferveva in petto ambizione estrema, da essi scambiata col creduto amore della patria e degli uomini. Fra questi eran coloro che abbiamo nominati Bruto e Catone ed alcuni altri di quella tempra. Tranne peraltro costoro, che almeno avevano una idea di politica, gli altri non erano se non se adoperati come stromento materiale di trambusto e scene violenti, nelle quali la setta molto sperava per dar opera a quanto meditava. L'infausto esito per essi della notturna congrega tolse ai capi, come suol dirsi, le mani, perch i malandrini di cui si componeva quella riunione si erano sbandati per non si riunire almeno per qualche tempo, tenendosi fermi nel proposito di commettere dei proditorii ferimenti, dei furti e altre iniquit con animo di lucro infame e di sete di sangue. I nostri lettori faranno certamente le meraviglie nel vedere come un uomo del pensare, dir anche del cuore, di Giovanni potesse associarsi con siffatta gente. Ahim! nessuna cosa pi al caso di accecare il buon senso di quello che lo sia il demonio demagogico che attacchi il cuore e la mente di un povero uomo; e cos avvenne di Giovanni. Non s tosto ei si vide fuor del nascondiglio nel quale aveva corso rischio di essere preso, appena respir le aure del cielo sereno, un grosso sospiro ed una lacrima gli uscirono ad un tempo. --Ahim! tutto perduto,--esclam, e lungamente stette colla testa fra le mani. Il solo Iago lo seguiva a capo basso senza proferir parola, lasciandolo sfogare. Quando i primi scoppi di dolore per la fallita impresa cominciarono a calmarsi, allora un tetro pensiero gli si affacci alla mente. E che? Alfredo, Esmeralda l'avrebber forse tradito? Perch non comparsi presso di lui? perch?... E furioso per tal pensiero, lungi dal tenersi discosto dalla citt, andava a gran passi verso la medesima. Quando peraltro Iago lo vide deciso di entrare in quella, d'improvviso afferrandolo per la destra, --Padrone! esclam nel linguaggio natio tanto da Giovanni ben inteso, padrone! non contento di far piangere Rosina, Alfredo, Esmeralda sulla certa e vituperosa vostra morte, volete anche che nel mondo migliore ne piangano gli ottimi vostri genitori estinti?-- Il dolore ed il tono patetico di queste parole fece soprassedere il turbato Giovanni, il quale, pur forza dirlo, credendosi tradito, meditava di rientrare in citt, vendicarsi ed uccidersi. I nomi proferiti dal negro avevano per il cuore del giovane una infinita potenza; inoltre nella notizia del servo vi era quasi implicitamente la notizia dell'innocenza dei tre individui da lui nominati. Giovanni si ferm e, postosi a sedere su d'un arginello di un campo poco lungi dalle mura, riprese il suo pianto e i suoi sospiri, e quindi vivacemente: --Ebbene! perch mia sorella, il mio amico, colei che amo non son eglino qui? almeno piangerebbero meco e ci daremmo un estremo addio.-- Il negro narr di loro ci che allora sapeva per averglielo detto il frate, cio che esso aveva e con persuasioni e con stratagemmi allontanati i tre giovani del convegno e condotta la Esmeralda in luogo sacro e sicuro. Di pi a quell'ora non sapeva il servo. Giovanni, al racconto di lui, teneva il volto accigliato e severo in modo che, battendogli il raggio della luna in fronte, fealo assomigliare a quelle facce di bronzo delle statue di qualche antico guerriero. Fiero e nemico a chiunque si mostrasse avverso alle cose sue e vi s'immischiasse dentro per dar loro un altro corso, grid: --E qual diritto aveva colui di quasi rapirmi la sorella, di obbligare a disobbedirmi la donna che dev'essere mia per sempre? --Il diritto dell'amore, replic il negro; il vecchio frate vi ha dato la pi gran prova di affetto che mai potesse darvi; e se io non veniva, e se invece coloro che amate fossero stati con voi, che sarebbe e di voi e di loro?-- Il fiero Giovanni tacque, esso era calmato; alla sua calma contribu pi certamente l'assicurazione che i suoi diletti non si erano macchiati di tradimento di quello che l'idea di esser salvo ed eglino ed esso. Continu: --E chi mai, dimmi, rivel il segreto delle catacombe? --Per quanto credo, uno dei vostri complici. --Sia in eterno maledetto! (indi traendo un pugnale) chiunque sia, morir.-- I nostri lettori avranno veduto che non era destino di Giovanni il macchiarsi di sangue. Topo doveva morire per altre mani. Il colloquio del negro col suo padrone non dur oltre, perch quest'ultimo, bruscamente alzandosi, gli aveva detto: --Questo padre Gonsalvo, quest'uomo singolare che, dopo avermi tenuto bambino, come mi narri, sulle ginocchia, viene dopo venti anni a occuparsi nuovamente delle cose mie, dove trovasi egli? --Non lo so, riprese il negro; e dentro la citt sarebbe malagevole il ritrovarlo quando che vi sia: meglio andarne al convento; in questo sacro luogo voi potrete trovarlo od aspettarlo, e ci sar acconcio a nascondervi fino a che abbiate dato una nuova direzione al vostro avvenire.-- Il consiglio del negro piacque al fervido Giovanni, il quale, cambiata direzione ai passi, li volse verso la chiesa del convento di Montenero, da cui erano distanti quattro miglia, ma che esso si proponeva di abbreviare tracciando la linea pi retta che gli fosse possibile per quei campi e prati che gli si paravano davanti. Iago lo seguiva in silenzio, come se, invece di un uomo, fosse stato un cane da caccia. Non faccia specie se quei due procederono cos, invece di prendere la via: assuefatti a percorrere le inospite lande dell'America, per loro il saltar fossi, andar per i solchi, rompere filari di viti o di altre piccole piante che si opponessero al loro passaggio era cosa assai ordinaria; di pi, tanta erane l'agitazione che il cercare la strada maestra ritengo non passasse lor per la mente. Ma, mentre costoro vanno di un passo rapido verso il monte della Vergine, io ritorno alla passionata Rosina. Rosina dall'immenso dolore in cui avevala gettata l'improvvisa proposta della madre di accordarla in sposa all'odiato signor Basilio da lei poche volte e sempre con indicibil ribrezzo veduto, era passata allo stato di delirio, allorch dopo l'arresto di Alfredo si era veduta in bala di quell'uomo infernale. Dopo la scena terribile del salotto ella, fuor di mente, in una indicibile spossatezza, si era senza volerlo insinuata sotto la portiera di damasco, cogli occhi macchinalmente fissi sulla finestra; un pensiero nuovo, tremendo le balen nella mente, quello cio della possibilit di evadere precipitandosi dal verone, unico mezzo di sottrarsi alla sua situazione infelice. Fuggire, s, fuggire fu l'unica idea di cui fu capace in quel doloroso frangente. La morte, nello stato di esaltazione in cui si trovava, le apparve ben mille volte pi soave della vita di sposa dell'uomo abborrito; si persuase la madre non esser pi padrona di s stessa per sottrarla al sacrifizio pi terribile; guard anco una volta fremendo il suo persecutore, richiuse gli occhi mentre un brivido le corse per le ossa: riaperti gli occhi, affissando una stella del cielo, le parve che il raggio che da quella partiva le insinuasse nell'animo una insperata dolcezza; e, vaneggiando, cred che da quella lo spirito beato del padre suo la invitasse ad approfittare di quel rimedio estremo, le promettesse sovrumana assistenza. Risoluta, non pi vide il suicidio, ma nel periglioso passo un invito della provvidenza a non dubitare delle tante e miracolose vie che ella ha per salvare i miseri mortali dal colmo della sventura. Trattasi dal petto una portentosa imagine della Vergine, se l'accost ai labbri con indicibil fiducia e, leggermente aprendo il verone, spiccato un lancio da quello, fu nella via. Al cielo si era affidata, il cielo accolse l'intemerata sua fede e preghiera; trovossi ella in piede, qual se un angiolo l'avesse portata sulle ali sue; piegato il ginocchio, or brevissimamente e quindi si pose a fuggire nella prima direzione che le si par dinanzi. Ma il cielo vegliava su lei. Una vettura munita di due lampioni accesi stava fissa sulla parte opposta a quella della finestra di madamigella Guglielmi, vettura che dalle ore sette o le otto stava l ferma. Il vetturino non si vedeva sul davanti, cio a cassetta, ma ci non aveva dato nessun sospetto a coloro che transitavano la via grande; spesso si vedevano vetture ferme accanto ai portoni delle case, entro le quali il vetturino addormentato attendeva qualche signore o signora che uscisse dalla conversazione. Non appena la fanciulla salt e si mosse veloce verso la via de' Materassai, la misteriosa carrozza si mosse e le tenne dietro, ed in un momento un incognito, uscendo dallo sportello, precipitosamente afferrata la fanciulla e messale una mano alla bocca perch non gridasse, la trasse in vettura, che part di l con straordinaria celerit. Tutto questo fu opera di pochissimi istanti. Rosina era stata messa nella misteriosa vettura allo svoltare di via dei Materassai a cento passi di distanza dalla sua abitazione e senza che le persone guidate dal signor Basilio e fornite di lumi fossero state in tempo di veder nulla. La misteriosa vettura coll'incognito che vi era dentro, il quale teneva dolcemente fra le braccia il capo di Rosina svenuta per l'emozione e per lo spavento, non aveva preso nessuna direzione verso le porte della citt, ma, dopo aver girato varie strade, si era fermata sulla piazza dell'erbe e davanti una casa di poverissimo aspetto, donde una donna era uscita a prendere la misera fanciulla: e sebbene il personale di quella donna non fosse molto felice perch pingue, il di lei vigore era tanto che in un baleno, tratta a s la giovane, chiuse la porta. L'incognito part colla vettura senza che si sapesse dove andassero e come cos prodigiosamente avesse giovato alla salvezza della fanciulla. La casa della donna era una di quelle che, mediocremente mobiliata, spiccava per la nettezza. Costei, trasportata la fanciulla tuttora svenuta in una politissima camera, avevala collocata sopra un morbido letto prodigandole tenere cure. Quando Rosina apr gli occhi, cred di sognare. Tuttoci che vedeva talmente le pareva straordinario che suppose essere passata in un mondo migliore. Mezz'ora prima in casa propria! ora viva dopo il periglioso passo e senza saper come, quasi rapita di mezzo alla via, trasportata in un incognita magione! Dove mai era stata condotta? Chi era quella donna che salmeggiava accanto al suo letto? E quella bella biondina in abito bruno che mormorava divote litanie? Rosina non azzardavasi a parlare mentre le due donne pregavano. Finita la prece, la donna prese una porzione di cordiale e la fece sorbire alla fanciulla, che ne fu riconfortata ed in grado di parlare. --Dove son io? richiese timidamente. Tanto la vecchia che la giovane, senza replicare parola, diressero gli occhi verso una pia imagine pendente dal muro e quindi al cielo. --Non m'intendete voi forse, o pie donne? prosegu la fanciulla, a cui il trovarsi fra due persone del suo sesso aveva dato coraggio. Ma le due donne non risposero n manco a questa domanda. Rosina incominciava a dubitare della buona maniera delle due ascoltanti; quel silenzio la sconfortava, mentre le loro fisionomie e gli atti di tanta religiosit stavano da un lato a dirle che si trovava fra persone oneste. Essa era per nuovamente volgere l'interrogatorio, quando una porta si aperse e quattro giovanette portando una piccola bara con entro una giovinetta estinta traversarono la sua camera e discesero seguite da un sacerdote e mormorando alcuni salmi. La donna e l'assistente s'inginocchiarono al loro passaggio. Rosina chiuse gli occhi al primo apparire del funebre spettacolo. CAPITOLO XII. Sul mare. Due mesi dopo la perigliosa risoluzione della Rosina, una nave veliera e di bandiera inglese solcava l'oceano. Marinari e soldati l'occupavano; imperocch fosse armata da guerra ed appartenesse ad una squadra di crociera. La nave per bizzarra combinazione chiamavasi _Rosina_. Era una fregata che, per la struttura della sua chiglia, la leggerezza delle sue vele, la squisitezza del suo armamento, incantava a vederla. Essa procedeva maestosa sulle onde come un padrone pettoruto sul suo podere. Nessun passeggero si trovava posto in quel legno, imperocch mercantile non fosse; eppure su quella fregata _Rosina_ si trovava Rosina nostra insieme con colui dal quale ella ormai pi esser non poteva disgiunta. Rosina e Giovanni si erano ritrovati e ritrovati per non pi lasciarsi; ritrovati per amarsi, per dirselo, per soccorrersi. Sono eglino sposi? Lo sapremo, ma fino a che venga il tempo di saperlo non giudichiamo male dell'eroina del nostro romanzo; la sua purezza le dee servire di scudo contro qualunque sinistro pensare. Chi pu dire a qual punto non possano elleno far giungere impreviste circostanze? D'altronde il mio racconto non finito, ed io non voglio precipitarlo. Se il modo di narrare cos bizzarro, cos a salti, che tiene del misterioso, non piace al lettore, chiuda il libro, che padrone; se poi vuol continuare, noi ne saremo contenti, perch alla fin fine terminer, e saremo sodisfatti maggiormente, io d'avere scritto, egli d'aver letto. La nave solca l'oceano. una sera dolcissima; un lieve venticello increspa le onde e tiene la fregata come in panna. L'equipaggio (meno coloro che erano di guardia, militari e marinai) al riposo. Nella camera del capitano si mirava una lampada sospesa al soffitto di legno di abete, ondeggiante in una custodia di cristallo, la quale rischiarava la stanza che eleganti mobili guarnivano. Presso un letto incavato nel vano dell'intavolato delle pareti stava collocato un canap ricoperto di velluto, sul quale una leggiadra damina vestita di amaranto, i cui piedini parevano appena toccare il tappeto del pavimento, i cui capelli negligentemente annodati cadevanle sulle spalle alabastrine, il cui volto era di una espressione angelica, stavasene assisa mollemente. Sebbene una specie di mestizia si vedesse su quel volto, d'altronde un fino conoscitore del cuore di una donna avrebbe scorto sui tratti di quel bel viso che se esso non era quello di una persona tranquilla, era almeno quello di persona che dopo lungo volger di procellosi affetti aveva ricovrato la calma. Dirimpetto alla damina, sopra di un carro di cannone, il quale con una parte del fusto di lucido bronzo faceva un bizzarro contrasto coll'assetto gentile di quella stanza, sedeva un giovane la cui faccia esprimeva l'uomo che in mezzo al contento ha un qualche segreto affanno che lo divora. Ben si scorgea sui lineamenti di quel volto caratteristico che un'anima bollente si celava in quel frate. Chi mai costui che vestito alla marinaresca tiene alla cintura due pistole ed un pugnale? Costui il capitano della fregata o, se non vi basta, il gi chiamato Caprone, il cospiratore Giovanni. I lettori crederanno che la donzella test accennata sia Rosina, ma io debbo trarle d'inganno, rispondendo essere invece Angiolina. Angiolina! sento dirmi, chi costei? come entra adesso nel romanzo? costei, replico io, la figlia del popolo, bella, interessante, sventurata; poteva io negarle il posto in queste pagine? Vi ricorderete che io poco fa vi narrava come Rosina, tratta misteriosamente dall'incognito della carrozza in quella casa anco pi misteriosa, aveva veduto una specie di processione passare presso il suo letto, accompagnante una fanciulla estinta in un feretro. Or bene quella fanciulla precisamente Angiolina, la quale stassi nel salotto del capitano in molta intrinsichezza con lui. Ma guardate di non far giudizi temerari; il cuore di Giovanni appartiene a Rosina, n fia che il perda. Angiolina per l'amica di ambedue ed insieme con essi viaggiava verso il nuovo continente. Vi ho detto esser Angiolina la figlia del popolo, esser bella e quasi quasi una morta risuscitata. Tali notizie hanno certo provocato la vostra curiosit, ed io sono a sodisfarla; tanto pi che mi occorre svelarvi chi fosse l'incognito della carrozza e qualche altra cosa di pi. Il misterioso incognito della vettura altri non era se non se il buon padre Gonsalvo, il quale, reduce da Pisa, dopo avere, come sappiamo, inviato il negro alle catacombe, aveva divisato passare la notte come in sentinella dirimpetto all'abitazione de' suoi protetti e sorvegliare ai loro andamenti; ma, pensando come il cacciarsi ritto come un palo laggi avrebbe destato dei sospetti, pens provvedersi di una vettura, sempre utile in qualsivoglia emergente; ed infatti acconciatosi col vettore Nardellino*, gli aveva ingiunto di piantarsi l nella via grande col suo legno, di non muoversi senza suo cenno, ed egli stesso il buon frate si era appiattato in fondo alla carrozza, ansioso di veder terminare quella notte senza alcuno di quegli avvenimenti sinistri che ahi! pur troppo il cuore predicevagli. Di fondo al mobile suo nascondiglio aveva veduto uscire dalla casa Guglielmi il signor Basilio fino dalle prime ore della sera e di poi ritornarvi, aveva veduto i soldati ed il commissario introdursi in quella casa ed uscirne avanti la mezzanotte recando agli arresti il giovane Alfredo; del che il buon monaco aveva provato indicibile cordoglio, persuadendosi sempre pi che quel biasciapaternostri del signor Basilio, Giuda novello, era il tarlo micidiale che rodeva la famiglia Guglielmi. In mezzo al suo dolore peraltro pens come Alfredo, non anche compromesso, minor danno avria risentito da quell'arresto che dal girne alle catacombe, e si proponeva il dimani di adoprarsi a pro del giovane con ogni mezzo migliore. Tutte le sue premure si volsero allora a Rosina. Il monaco era vecchio e furbo, n stent a credere come, rimaste le due donne in casa in bala di quel mostro, certamente avrebbero corso il maggior dei perigli: pens allora di non frammettere indugio nell'introdursi egli stesso in casa della vedova, starvi ostinatamente fino a che vi avesse dimorato colui, sperando che il dimani gli permettesse far qualche cosa di pi. Stava gi per eseguire tal divisamento quando, veduta aprire pian piano la finestra del salotto della casa dei suoi protetti, vide qualche cosa di bianco agitarsi per l'aere e cadere al basso. Gli occhi del frate si velarono per il dolore. Temette il suicidio di Rosina, ma scrto essersi ella prodigiosamente salvata dalla rischiosa caduta, e vedutala fuggire, pens volesse irne alle catacombe; onde, fatta muovere sulle tracce di lei la vettura, in un attimo raggiuntala, la tolse seco e posesi a far correre la vettura stessa per la citt sepolta nelle tenebre, senza decidersi a nulla, purch potesse evitare le ricerche e per aver modo durante quel tragitto di pensare al luogo ove condur la fanciulla, onde poi rimanere libero di sventare le trame dell'impostore Basilio. Pens che non senza grave motivo la fanciulla sarebbesi esposta al periglioso passo: e tanto bast per fargli respingere la prima idea che gli era venuta in mente, quella cio di ricondurre la Rosina alla casa materna. Mentre mulinava cento pensieri nella sua testa, si ricord come nella piazza dell'erbe abitasse una donna sua penitente, la quale avrebbe potuto assumere la custodia della giovane senza obbligarlo a palesare il segreto. Certo di riuscire, fece trottare la vettura in quel luogo verso la casipola della donna. Giunto alla porta di quella, fatto bussare, scese infatti una persona che raccolse e seco trasse la giovane. Ci eseguito, il buon Gonsalvo si sent come sgravato d'un gran pensiero, applaudendosi d'aver fatto bene; ma sventuratamente questa volta il religioso avea sbagliato. La donna che aveva ricevuto la Rosina non era l'erbaiola, ma tutt'altra. Costei aveva segretamente aperta quella casa ad equivoche conversazioni. L'avvicinarsi di notte di una vettura la quale contenesse una fanciulla, o rapita o consenziente, per riceverla in quelle mura non le era cosa nuova; cosicch, senza far motto, prese la misera Rosina svenuta, la quale credette ricevere dalle mani di un amante, non avendo nel buio e nella fretta osservato all'abito ed alla fisionomia del frate. Collocata in letto la giovane, le apprest dei soccorsi, siccome noi vedemmo, onde rinvenisse, attendendo poi che il conduttore di lei tornasse a trovarla dando a lei buona mancia per il favore ricevuto. N faccia specie il silenzio di quella megera e della giovane sua compagna se non risposero alle dimande della Rosina; questo era il loro costume colle persone arrivate di fresco, fino a che non sapessero con chi avevano a trattare; non faccia meraviglia se esse stavano in orazione, perch quelle anime turpi non rispettavano neppur la Divinit e, per avvolgere agli occhi delle infelici che capitavano in quelle nefande mura una benda che celasse la turpitudine della casa, erano solite far pratiche esterne di religione, e cos appunto facevano mentre Rosina stavasi languente in quel letto. Povera Rosina! Oh come avrebbe palpitato di orrore se avesse saputo in qual nefando luogo si ritrovava! N avrebbe, crediamo, esitato un momento a cacciarsi dal balcone con certezza di perdere la vita, anzich restare un istante di pi in quell'orribile albergo. * Padrone di vetture a quell'epoca. Dal dialogo che andiamo a riferire, il quale ebbe luogo in un momento in cui la sventurata Rosina era immersa in profondo letargo, apprenderanno i lettori di che tempra fossero le anime nere delle due donne che circondavano il letto della sventurata. Una di esse, cio la padrona di casa, che era quella la quale aveva ricevuta nelle braccia Rosina, si dicea per sopranome Vascello; l'altra era una fanciulla bellissima immersa nel vizio, sopranominata Catraia. _Catraia._ Mamma Vascello, ecco una buona triglia per la tua rete. _Vascello._ Bellina davvero! le metteremo il sopranome di _triglia_, essendo d'un biondo assai chiaro il colore de' suoi capelli. _Cat._ E chi sar il pesce cane che se la papper quella creaturina? Ma tu l'hai sborniato il delfino che l'ha portata nella tonnara? _Vas._ Non m' riuscito: peraltro al lume del lampione di pescheria e' mi parso un bel tcco di calafato*; torner, e lo vedremo meglio. * Un bell'uomo. _Cat._ Lugagni* ne hai avuti? * Danari. _Vas._ Noe, ma questa mercanzia la piglio _gratis_; e se colui che l'ha condotta non torna, mi venga il canchero, se non mi rifaccio a mio modo. Ma guarda un po' che tcco d'orecchini si _rimpasta_ alle orecchie; diventi una balena se non valgono cento scudi! _Cat._ Mamma Vascello, non sarebbe bene levarle quel peso? _Vas._ Dannata di Catraia! sei un gran diavolo; e quando torna il suo ganzo, che gli dir? _Cat._ Corna* allo stoino**. Le ha fatto forse l'inventario? Se brontola, gli metteremo giudizio; e quando avr visto il salotto da basso, gli passer la voglia di cantare. * Espressione ingiuriosa volgarissima. ** Damerino. _Dicendo queste parole la Catraia in punta di piedi si fa presso a Rosina immersa nel sopore e le stacca dall'orecchio sinistro l'orecchino di brillanti; Vascello fa altrettanto dalla parte destra._ _Cat._ Quanto dev'esser ricca! (_si mette l'orecchino in tasca_). _Ros._ (_sempre immersa nel sopore_). Giovanni.... _Cat._ e _Vas._ _Oremus_.... (_quindi avvedendosi che Rosina dorme_). _Vas._ (_a Catraia_). Si chiama Gianni il suo ganzo, un bel nomino; ma ors dammi l'orecchino, che lo riponga con quest'altro. _Cat._ Che orecchino? Sei briaca? E non l'hai tu tutti e due? _Vas._ Animo, qua l'orecchino: non facciamo celie, o ti spacco la testa con questo caldano (_in atto di avventarle uno scaldino_). _Cat._ Zitta, sta buona: se desti la bimba, sar peggio per te. Se fai chiasso, verranno i birri. _Vas._ I birri qua non ci vengono. _Cat._ Li chiamer io: dimani faremo i conti; non ne vo' pi. Io lavoro, e tu ti mangi i miei guadagni; io lavoro, e tu t'intaschi i quattrini che ti danno i miei avventori. _Vas._ Spilorcia! e hai il coraggio di rinfacciarmi? Chi ti raccolse di sulla paglia? chi ti pul dal fastidio se non io? Tu fai una vita da signora, io ti do da mangiare, da bere, da fumare, ti pago il mercante, la modista; e tu ti lamenti! qua, meno smorfie, dammi l'orecchino e finiscila. _Cat._ Animo via, non vi corrucciate, eccolo qua (_leva l'orecchino di tasca e guardandolo esclama_). Caspita! non mi par compagno, la piccina gli aveva accompagnati.-- Vascello trasse dalla tasca l'altro orecchino, come per confrontarlo, ma la furba Catraia, dato uno slancio, addent il braccio di Vascello su cui impresse un terribile morso; il dolore fece s che le cadesse il gioiello, il quale la donzella destramente raccolse involandosi e, recatasi alla propria camera, li ripose ambedue in un cassetto, che serr, ponendosi la chiave in tasca. Vascello era per correrle dietro, ma se ne astenne, pensando che, attesa la sua pinguedine, invano avrebbe potuto raggiungere quella specie di folletto. D'altronde stim opportuno non lasciare la camera di Rosina e borbott fra s: Maledetta Catraia, ti colga il fulmine; ma te la far scontare: da qui avanti se Bruto o Catone vuol vederla questa briccona, mi rifar: civetta monella! ti sequestrer le mance degli ospiti a nolo che ti porta Narciso; un gran diavolo. La Catraia ritornata, aveva un riso beffardo da disgradarne Lucifero. _Cat._ Ors non farmi la conia, o Vascello. _Vas._ Ti lever di torno. _Cat._ Pagami e poi me ne ander; o che credi di essere sola al mondo? Pel diavolo! le tue pari non mancano (_susurr un cognome_). Vascello, al sentire nominare la rivale nella trista professione, si morse le labbra e si tacque: il perdere la Catraia sarebbe stato un danno; onde rasserenandosi fintamente, --Almeno, le disse, fammi bere alla tua salute di quel cognac che ti regal l'altra sera quel marinaro inghilese. _Cat._ Mamma Vascello, quella non roba per voi; diventereste cionca, siete vecchia.-- Vascello, che aveva gi le gote tinte di rosso artificiale, sent infiammarsele per rabbia. --E anco mi minchioni? disse. _Cat._ No.... vo a prenderlo, non sono avara, (_per discendere_). _Vas._ Ferma, ferma, lo berremo dimani.-- Ma la Catraia fu nell'altra stanza in un salto e torn con la bottiglia del rhum. Vascello ne guard il turacciolo se fosse smosso, e veduto che era intatto e che poteva trincare senza sospetto di veleno o di qualche altro brutto scherzo, si mise a tracannare il liquore come se fosse stato acqua della cisterna: vero per che chi l'avesse guardata negli occhi avrebbe veduto che eran pregni di lacrime, lacrime peraltro di tutt'altra specie che di pianto; infatti il rhum dell'Inglese era a trentasei gradi. Fatto che ebbe una buona trincata, porse la boccia alla Catraia, la quale a sua posta, accostatasela alla bocca, ne tir gi di un fiato il rimanente, ed esclam: --Viva l'Inghilterra! E con pazza gioia scagliata la boccia nel muro, la fece in tritoli; poi guardando Rosina che non dava segni di vita: Ma che sia morta? (ed accostatasi al letto dell'inferma, sollev le coltri). Ci anche il vezzo, esclam; e scioltolo dal collo dell'infelice, se lo pose in tasca colla velocit propria di un gatto nell'afferrare un salsicciuolo. Avr anche la borsa dei quattrini, disse poi; una volta che si tocca questo luogo, bisogna abbandonare ogni cosa che venga di fuori.-- Ci dicendo si accost a una sedia ove stavano le vesti della Rosina. --Oh! questa volta puoi stringere il vento, esclam Vascello ridendo. --Brava mamma, soggiunse Catraia, me l'hai fatta, non sono pi a tempo: ma pazienza! si ha da campar tutti.-- Rosina, scossasi dal suo letargo, pronunzi quelle parole: _Ove son'io?_ da noi riferite nel precedente capitolo, a cui poco dopo le donne che or conosciamo risposero salmeggiando il latino che non intendevano, e non and guari che entr nella stanza il funebre corteggio da noi accennato e di cui tanto si spavent la misera fanciulla. Ma come mai, mi direte, un sacerdote cogli abiti di funzione a quell'ora, in quel luogo infame? Eh! miei cari, sappiate che quell'uomo, sotto le vesti pi venerande, altro non era che quel Catone, giovane scapigliato, che voi vedeste nel primo capitolo di quest'istoria nell'osteria dei Tre Mori. Costui era un ateo, uno di quei giovani sconsigliati che, per aver letto nei frontespizi di molti libri, credono di saper tutto, di poter censurar tutto; ed era ateo perch l'ateismo era di moda e si faceva consistere la sapienza nell'incredulit, mentre che l'incredulit anzi indizio d'ignoranza. Egli si piccava di essere incredulo, irreligioso, gozzovigliatore, libertino, appunto perch volea passare per elegante; ed appunto onde dar pascolo alle sue frenetiche tendenze, si era associato ai cospiratori nella speranza che un rovescio di ordine sociale potesse affrancarlo dai ceppi da cui gli parea d'essere stretto in forza delle leggi religiose e civili. Figlio di un onesto negoziante, disertava il banco per frequentare i bagordi, amava le sgualdrine pi che le merci, il danaro dei settari anzich il peculio paterno; e la vita di ozio che teneva si persuadeva esser quella degna del suo grado, credendo coprire le proprie nefandit colla divisa dell'amor patrio. Cos pur troppo hanno sempre pensato i facinorosi sovvertitori dell'ordine pubblico da Catilina fino ai moderni Bruti e Catoni. Intanto il nostro personaggio non era andato alle catacombe, sebbene vi fosse, come sappiamo, invitato; il perch facile imaginarlo. Egli era un di coloro che ostentano gran coraggio ed hanno in cuore una gran paura. All'avvicinarsi dell'ora fatale, Catone, seguendo l'antico dettato _rumores fuge_, se l'era battuta, sperando di trovare una scusa ai compagni di congiura, e per tempo introdottosi nella casa di Vascello, aveva incominciato a bere ed era gi ubriaco in una delle stanze recondite di quella casa infame. Sedutosi a tavola insieme con altri degni di tal compagnia, con la Catraia, la Cleofe, la Pisellina ed alcune altre di quel convitto, era giunto a quello stato di ebriet che, lungi dall'indebolire, rende diabolicamente energici e pronti al mal fare. Il perverso giovane, sul finire del pasto, aveva scommesso di levare la ganza ad un garzone di caffettiere per nome Roberto, e questi dal canto suo giurando rifarsi a spese di Catone, erano venuti alle mani, e gi da qualche tempo aspramente percuotevansi fra le risate e lo schiamazzio di quelle perdute creature, le quali gl'incitavano a proseguire ed a tirarsi bicchieri, bottiglie ed altri utensili. Sporchi di vino e sangue, alla fine si erano alzati per invocare l'aiuto delle amanti e dei commensali; cosicch era per divenir generale la pugna. Invano mamma Vascello era accorsa a sedare la lite, ch aveva dovuto ritirarsi al primo urlaccio e alla minaccia di romperle il capo a furia di bicchieri. La scena avea luogo in una stanza a vlta ad uso di cantina e profondissima, per modo che al di fuori appena poteva sentirsi quello strepito, e se pure intronava qualche orecchia, non era nuovo che simil frastuono si partisse da quel lupanare. Siccome io vi diceva, la rissa di Roberto e di Catone incominciava a farsi seria quando questa cess a causa dell'arrivo di un nostro personaggio. Entr Narciso tutto attillato, profumato e lindo, sebbene il suo abito ed il suo cappello avessero per il lungo esercizio della spazzola perduta ogni ombra di pelo; costui aveva al solito le mani piene di anelli, un gran spillo falso appuntato al cravattone di raso, con una gran catena d'oro falso al collo ed orologio dell'istesso metallo, con guanti di pelle gialla alle mani; ei s'era fatto in mezzo ai combattenti cavallerescamente esclamando: --Alto l, camerata, che diavol fate? qua, qua a sedere qua, presto bottiglie, sigari; abbasso le mani.-- E tutte le convittrici ad una voce:--Viva il damerino, viva il piacere! a tavola, a tavola!-- L'invito della donna era stato secondato dalle mani di Narciso, il quale, afferrato colla destra per il corpetto Catone, lo forz a sedere alla tavola, facendo altrettanto di Roberto. Costoro non fecero resistenza, ma misersi a ridere di quel riso scipito che proprio degli ubriachi. Composta la lite, Narciso esclam: --Ma diavolo! Volevate far come Topo, il quale ha ammazzato Cacanastri e andr in galera?-- A tale notizia una delle giovani che sedevano a quella esecrabil mensa, ma che non aveva ganzo ed era stata sempre malinconica, grid: --Mio padre in galera? Gran Dio!--E cadde. Le compagne la presero e la portarono sul letto della sua camera; arrivata che fu la sera, quei malandrini, volendo sollazzarsi con una sacrilega mascherata, col mezzo di alcuni abiti sacri derubati e col in serbo idearono una funebre processione; e passando per la camera occupata da Rosina trasportarono entro un feretro in una stanza remota la sventurata Angiolina. CAPITOLO XIII. Angiolina. Angiolina la figlia del popolo, Rosina quella della nobilt. Ambedue belle, ambedue sensibili, ma quale immensa differenza fra loro! eppure dovevano trovarsi, unirsi ed amarsi. Vedi bizzarria del destino! Alla et di sette anni, Angiolina coi pi nudi, colle vesti lacere, coperta di luridume, coi capelli sparsi sugli omeri, senza asilo, senza pane, appena sapendo comprendere che fosse sua vita, era stata cacciata sulla pubblica via, abbandonata a s stessa, una fanciulla a quell'et! S: e questo barbaro padre era quel medesimo brigante sopranomato Topo, di cui sentimmo la misera fine in uno de' precedenti capitoli. Parr impossibile che, se i leoni, le tigri amano i figli sino al punto di non sembrar pi feroci, quando vanno lambendoli dolcemente, quando per difenderli non curano le mortali ferite del cacciatore, l'uomo, dotato di tanta intelligenza, possa aver cuore di lasciare una figlia di sette anni seminuda, senza pane sulla pubblica via. Ahim! cos, e le grandi citt dal lezzo del delitto vedono uscire simili mostri. Topo peraltro, cui gli stessi compagni di ladroneccio avevano fatto un rimprovero per tanta barbarie, si era loro spiegato e scusato dicendo:--Non la riconosco per figlia. --Ma dunque? avevano risposto gli amici. --Eh! cari miei, vi basti che non vo' riconoscerla; la buon'anima di mia moglie ve lo potrebbe dir lei il perch. Era s buona donna la mia beona che de' ganzi se ne ricordava a punti di luna, ne aveva tanti! va compatita, non sapea l'aritmetica. --E tu tolleravi?... --Ah ah! ridendo aveva risposto Topo con un poetico frizzo quando il conto torna.... il resto della rima voi lo sapete; io ho avuto sempre gusto a lavorar poco, mangiar bene e ber meglio; e siccome non si trovan sempre oriuoli e pezzuole da rubare, baccalari e aringhe da buscare, cos una bella e buona moglie ottima bottega. --Come? cos? -- cos sicuro, camberati, ma veh! dicevo alla buon'anima, non mi far figliuoli, che se no, te gli affogo come i gattini della vecchia micia; non vo' sgnauli per casa. E la buona donna la intese, cio per un pezzo; quando un bel giorno torno a casa, che c', che non c', mi aveva figliato. --E tu? avevan detto i beoni scherzando durante quel dialogo bizzarro e turpe qual si addiceva al vergognoso personaggio. --Ed io (aveva risposto) voleva buttar gi nel fosso la mamma e la figliuola; ma per fortuna, siccome ero un po' briaco, presi la bimba e mi affacciai alla finestra, e gi le faceva fare il volo fra i navicelli, quando la mamma, levatasi da letto e venutami dietro, m'infilz un coltello nel lombo; io cascai, essa riprese la bimba. --Fortuna che non moristi! --Ci manc poco; quella buon'anima sapeva tirar di coltello pi che d'ago: e mi trovai l'arme fissa nelle lonze, quando mi destai, perch, a dirla, nel momento in cui caddi, mi parve d'avere un sonno, oh che sonno! bisogn chiuder gli occhi: quando mi alzai mi trassi il coltello dalle costole; ero tutto sangue, nei calzoni, nella camicia, nelle scarpe; parevo un migliaccio. --Dovevi esser bello, Topo! --Son cose strane, o camberati; ma gi tocc a me: dunque mi rizzai e, siccome era di notte, mi gettai dalla finestra nel fosso per lavarmi tutto per bene; e siccome nel navicello di Cacco vi era un bel paio di pantaloni di pilord, una giacchetta di satin e una camicia colla trina, insomma vi era a poppa tutto il bisogno per rivestirsi da festa, mi messi i panni del camberata e me ne andai dal cerusico a farmi medicare: lo cognoscete il signor cerusico dello spedale? --S che lo cognosciamo. --Quando mi visit, Oh che hai fatto, Topo? mi disse, un affaraccio. una graffiatura, gli risposi, son cascato sopra l'uncino della stanga (capite, i fatti miei non li volli dire a quel cerusico). E dopo che m'ebbe medicato, Bada di non ber vino, mi disse. Diavolo! risposi, poco no certo, e me ne andai all'osteria dei Tre Mori a bere un par di fiaschi di verda, che vino da donne. Grazie a Dio, la mattina non mi ricordavo pi di niente e andai a portare le balle di baccal a Ilsmit. --E la moglie? --La furia m'era passata, ma alla bimba ci pensava sempre; tant', le voleva far fare il tuffo. --E poi? --E poi tornai a casa: avevo dell'ideacce; sgnauli non ne volevo; ma l nella mia camera c'era un signorone col soprabito nero, con una bella catena da oriuolo al collo, che solamente a veder quella grazia di Dio mi venne l'acquolina in bocca; e lo sapete chi era quel signore? --Chi era? --Il signor Basilio, quello che sta in via del Teatro vecchio da' Lavatoi; quello che ci aiuta nelle nostre speculazioni mercantili e compra la roba buscata. --Bau! --Sentite, costui mi fece mille smorfie. Topo, Topino, mi diceva, hai a voler bene a questa creatura; vi somigliate come due gocciole d'acqua. E non minchiono, gli risposi, e' mi pare che assomigli a V.S. Sar, disse il signor Basilio, ma la bimba l'hai a tener per te. --Per mene? Che mi caschi la testa! e dove l'ho i quaini? A questo ci penso io; e senza far altri discorsi, mi pianta l sul tavolino la borsa zeppa di francesconi. Maramau! dissi allora fra me, ho capito, ho inteso; e presi la bimba fra le braccia. Oh che bella creatura! mi messi a di'; proprio un gioiello; tienne di conto, moglie mia, sar la nostra fortuna. Quel signore se ne and, e ogni mese mi portava la solita borsa di francesconi. Ma una cosa mi scordava di dirvi, cari amici; quel signore prima di levarsi di torno mi fece un par d'occhiacci e mi disse: Senti, Topo, con me guadagnerai dimolto, ma bada, potresti perder tutto. In che maniera? ripresi io meravigliato. Se mai t'azzardassi di parlare o riconoscermi in pubblico, bada bene; non ci siamo visti. Ho capito, gli risposi, basta che vengano i quaini, quando vi vedo, far conto di ved _Pitena_*. Benissimo: cos mi piace, non voglio ringraziamenti del bene che faccio, non deve saperlo nessuno. Che birbone! esclamai quando se ne fu ito, e pare un Agnus Dei. E allora aveva venti anni, figuratevi quando sar vecchio; da quel giorno in poi siamo sempre stati amici. * Frase sconcia per denotare persona di nessun conto. --Ma, dissero i camerati, e perch mettesti poi fuori la bambina? --Gua', dopoch mor la moglie, lui non volle pensare a niente, anzi era un anno che la mi' donna campava la bimba del suo, e sapete? colle limosine. --Colle limosine? --S: era diventata vecchia, vecchia in giovent, e non aveva pi di ventisette anni. Gran brutta cosa che sono i peccati! --Ma il signor Basilio?... --Quel furbone, l'ultima volta che lo vidi, mi dette una doppia di Spagna e mi disse: Topo, questa faccenda non la vo' pi; questa carit la tua moglie non se la merita, troppo peccatrice. Come? dissi io ridendo, e ve ne avvedete ora? Ma lui mi fece zittare, non voleva repliche; solamente gli dissi: E la bimba? Della bimba fanne ci che vuoi. Io allora andai a casa e bastonai la moglie e la bimba: e sapete, la mi' moglie in pochi mesi and _al campetto_*; e cos mi vendicai della coltellata che m'avea data sette anni prima. La bimba con una pedata la messi fuor dell'uscio; in sostanza son ritornato giovinotto, e non mi par vero.-- * Mor. Dal riferito dialogo giudicherassi il perfido carattere di Topo. Pur troppo questo carattere non una romanzesca finzione; la povera Angiolina in quella sera stessa sarebbe morta di freddo o di fame, e meglio per lei se la sua disgrazia non avesse fatto passare Vascello di l dallo scalo di Porta Trinit, ove a poca distanza dal fosso giaceva quasi esanime la infelice creatura. Nessuno l'aveva assistita durante la giornata, perch, conoscendola i vicini appartenere a Topo, credevano fosse laggi per trastullarsi fanciullescamente fino a che la venisse a prendere il padre. Ahim! la misera era stata cacciata fuor di casa a pugni e a calci, dopo che il cadavere della madre era stato trasportato al camposanto. Vascello pass vicino a lei. Vascello allora viveva facendo da serva ambulante; e siccome nella stanzuccia ove abitava aveva paura nella notte, era molto tempo che cercava una bambinella che le tenesse compagnia. Ma nessun padre n madre, bench poveri, aveva acconsentito a dare a donna di tal mestiere tenera prole. Vascello, veduta la fanciullina, che giudic abbandonata, cont di poterla far sua, e perci: --Chi sei? le disse. --Non ho babbo n mamma, rispose singhiozzando Angiolina; mamma morta, e babbo mi ha mandato via. --E chi il tuo babbo? --Si chiama Topo. Vascello sorrise; conosceva per fama costui e si persuase di aver fatta omai sua la fanciullina. --Vuoi venire con me? le disse. --Magari! replic la piccina alzandosi a stento, ho tanta fame e tanto freddo! --Vieni con me, poverina, soggiunse Vascello; ti rivestir, ti dar da mangiare e dei bocconi buoni, sai? E cos dicendo le faceva delle carezze. La bambina teneva le mani giunte per ringraziarla. Oh infelice! ella sorrideva al futuro suo danno. Sventuratamente la fame e il freddo la consigliarono ad accettare; la infantile di lei innocenza non le permetteva scorgere il periglio tremendo. Vascello, presa la bambina, la trasse nella sua spelonca. Noi tireremo un velo sugli avvenimenti che toccarono ad Angiolina da quel fatale momento. Il nostro cuore si strazierebbe se non fosse concesso alla penna di fermarsi. Durante il periodo di dieci anni ella aveva veduto due o tre volte Topo, al quale credeva dover la vita. Ma ahim! in quali circostanze! Una volta, quando, dopo di aver ferito un suo compagno, si era per pi giorni trattenuto nel segreto delle stanze della turpe donna. Altra volta quando vi era venuto di notte a recar degli oggetti furtivi o di contrabbando. Topo fin dal primo giorno in cui Vascello si era presa la bambina per farsene una servetta lo aveva saputo; il suo perfido cuore aveva gioito per doppia ragione: l'una, perch, una volta che la fanciulletta era stata raccolta, cessava in lui il pericolo che la autorit, sapendolo padre, almeno putativo, l'obbligassero a riprenderla o a passarle gli alimenti, e l'altra (e ci convien dirlo con orrore) perch, vedendo come dalla tenera et si sviluppassero in Angiolina forme leggiadrissime, sperava di trarne partito. Ah! ah! diceva fra s, tal madre, tal figlia; avr un nuovo podere per la mia tasca. E proprio in lui l'infamia era il teatro della sua vita. Allorch seppe come l'Angiolina era giunta all'et di piacere altrui, non esit l'infame ad affacciare le pretensioni di paternit su colei che aveva respinto di casa bambina, all'oggetto che la Vascello gli sborsasse una somma per la cessione di quella misera creatura. Fra Topo e la Vascello aveva avuto luogo una di quelle scene esecrande degna di loro. Si separarono peraltro buoni amici: all'uno rendevasi necessaria l'altra per ricettare i suoi ladroneggi; all'altra era necessario l'uno per non perdere sul pi bello il frutto che sperava ritrarre dall'Angiolina. Questa misera creatura, perduta senza pur saper di esserlo, ignara delle cose tutte di religione, ignorava (fa ribrezzo a dirlo) non solo i pi conosciuti santi dogmi di essa, ma ignorava l'esistenza stessa di un Dio! All'et di quindici anni credeva che al piacere fossero consacrate tutte le azioni dei viventi, e fosse l'unico bene, e non esservi delitto nel cercare, nel volere per forza questo piacere. I sensi essere tutto, tutto doversi alle passioni, colla morte cessare ogni bene; e della vita futura e dell'anima non ne aveva giammai sentito parlare. Venutale la malizia, l'esecranda sua maestra avevale date il mi-rallegro, dicendole essere giunto il tempo della felicit per lei; che dunque ne profittasse e senza indugio e senza riguardo e senza tema, perch il tempo passa e presto, e questo essere il nemico dell'uman genere. Angiolina, nel vigor della sua giovent, con questa educazione, come ognun pensa, si slanci nella carriera voluttuosa, di cui tanti esempi aveva avuto sotto gli occhi. Assuefatta dir dall'infanzia (perch la condotta della moglie di Topo non poteva gran che differire da quella della Vascello) a stare con turpi persone, ella non conosceva altro frasario che quello del libertinaggio; e non avendo giammai praticato altro che rei, credeva tutte le persone dovessero esser simili alle sue conoscenze. Priva d'ogni idea di rispetto alle propriet, ella aveva (cos consigliandola la sua institutrice) posto le mani sulla roba altrui quando la maestra glielo aveva comandato; e cos, sua merc, le cassette della Vascello erano ripieni di orologi, di fazzoletti, di tabacchiere, di gioielli degli avventori della medesima. Una volta, e fu quella la prima luce per lei, una volta, clta in fallo dagli agenti della polizia per un fazzoletto rubato, fu condotta in prigione; ella aveva undici anni! Col trov gente non dissimile da quella con cui era solita conversare; ma quando poi (dopo un esame del giudice, nel quale non cap nulla) venne tradotta nel cortile del tribunale e ivi frustata, sent il pudore, o almeno l'ombra del pudore, e da quel d in poi, per le minacce o le lusinghe della Vascello, non volle pi rubare, dicendo che non voleva essere esposta a mostrare le nude sue membra al boia. In mezzo alle orgie nefande, Angiolina peraltro sentiva un interno senso di ribrezzo che non capiva ed a cui non dava retta, e continuava quella vita, soffocando negl'incessanti piaceri la smania che le dava il rimorso senza che ella sapesse che cosa fosse il rimorso. Ma si avvicinava il giorno di sua redenzione. Ella da un anno stava nella casa di Vascello pi come serva che come convittrice, e ci perch da un anno, schivando qualunque contatto di persone di sesso diverso, schivando le stesse sue amiche di pensione, sentiva un improvviso odio per quei piaceri che poc'anzi le eran sembrati tanto lusinghieri. Ah! s, infelice! era Iddio che volea toglierla all'ulteriore sua perdizione. Nel convitto essa divenne odiosa alla Vascello, odiosa perch il suo improvviso ritegno le aveva tolto il lucro; ma per altro, siccome costei di una serva aveva duopo,--Ebbene, le aveva detto, fino a che non cangerai costume farai la guattera.--E la povera fanciulla si era adattata ai bassi e dolorosi servigi. Le compagne di una volta l'odiavano perch ricusava di stare con loro in quelle orribili confabulazioni e preferiva la cucina presso il fuoco ai salotti coi canap e coi sof a molla coperti di _moire_ o raso amaranto e celeste. La chiamavano la pinzochera e la sbeffavano di giorno in giorno. E per ultimo abbiamo veduto qual sacrilega burla si permettessero sulla di lei persona i frequentatori del luogo nefando. Angiolina da un anno vestiva modestamente; stava ritirata perch pativa, e solo si assideva a mensa con le compagne quando non poteva schivarne l'impuro contatto. Per lei non pi grazie, non pi bellezza, non pi piaceri; spesso lacrime e lacrime cocenti le cadevano sul volto; ella sentiva un'afflizione invincibile e non sapeva il perch; quell'aura stessa della casa di Vascello erale divenuta a un tratto irrespirabile, sentiva il bisogno di uscirne e di uscirne per sempre. Ma dove andare? Una volta che capitato era col Topo, si azzard a parlargliene, ma egli bruscamente, dandole una ceffata, le aveva detto:--Non ho casa.... sto all'osteria,--e se n'era andato. Ma qual causa aveva operato un tanto cangiamento nella fanciulla? Ve lo dir. Una sera (era il carnevale precedente a quello in cui ha principio la nostra storia) una sera pioveva orribilmente ed era la mezzanotte; il Narciso buss alla porta e gli fu aperto. --L'Angiolina dov'? disse colui --Nella sua camera, rispose la Vascello. --Che salga subito; voglio vederla.--E continuando (mentre questo discorso lo aveva fatto sul pianerottolo della porta d'ingresso), Venga, venga, mascherina, aveva detto ad alcuno che stava per le scale; salga, salga.-- Dopo tali parole una persona mascherata si era introdotta in casa della Vascello. Completa visiera coprivale il viso, l'abbigliamento era un _bornous_ stretto al collo con vasto cappuccio che l'immascherato teneva in capo; discoperti vedevansi l'estremit dei pantaloni di finissimo panno ed un paio di attillati stivali. Esso doveva essere un personaggio di qualit. Fu fatto passare e sedere in un salotto elegantissimo, ove appesi al muro stavano quadri rappresentanti imagini che solo si confacevano a quel luogo di lascivia. -- un buon merlo, disse Narciso all'orecchio di Vascello. --Hai avuta mancia? --Tre zecchini. --Capperi! --L'ho adocchiato nel sortire del veglione e mi preme, m'intendete... --Ho capito. La persona immascherata pareva ossessa; non aveva membro che le stesse fermo, dalla visiera le partivano lampi dagli occhi, un'impazienza diabolica lo agitava. La povera Angiolina, sentendosi destare a quell'ora dopo i proponimenti fatti, si mise a piangere; eppure, e pur troppo per sua disgrazia, doveva obbedire. --Angiolina, Angiolina! url con voce diabolica Vascello; Angiolina, perd.... sali su; vi un signore che vuol parlarti.-- La fanciulla, assuefatta a tremare alla voce della padrona, cintasi alla meglio una gonnella e gettatasi sulle spalle una sciarpa che le lasciava seminude, entr nella stanza. Nella negligenza dell'abbigliamento spiccavano pi perfette quelle angeliche forme. L'uomo immascherato la fiss con visibil piacere. Angiolina mir, con ribrezzo impossibile a descriversi, colui che sapeva averla ricercata; ad un cenno della padrona, essa fu accanto all'uomo immascherato, che pose una mano ardente come fuoco in una delle sue come gelo. --Signore, non volete levarvi la visiera? dissegli Vascello. -- certo un Inglese, riprese Narciso, non lo interrogate; avaro della parola, o forse non intende la lingua nostra, ma noi intendiamo i suoi zecchini, due per voi e uno per me. --_Will you drink?_ disse la Vascello in cattivo inglese. La maschera non rispose, ma rizzatisi si accost ad un caminetto, ove ardevano buone legna e seco trasse la infelice Angiolina. --_Beautifiul girl, Milord, sexteen years old, she is a country lass._ La maschera non rispose, per strinse la mano violentemente ad Angiolina, che mostr visibil pena. --Sar un Francese, disse a Vascello Narciso. --_Eh bien, Monsieur, cette fille l est tout fait angelique, par ma foi, elle est proprement un enfant._-- La maschera serb il silenzio e volse bruscamente le spalle alla molesta interrogatrice, fissando in Angiolina quelle pupille infernali che brillavano di sotto la visiera come due carbonchi. Vo' provare se Spagnuolo questo diavolo, disse fra s la Vascello, o se sordo: parliamogli spagnuolo. --_Par nuestra Seora de la ciudad, esta muchacha es toda corazon._-- La maschera, infastidita, senza fiatare, prese di tasca la borsa zeppa d'oro, la gett sul pavimento a Vascello, che l'afferr colla lestezza del folgore, e, facendo cenno di volere andare coll'Angiolina in luogo ove non fosser testimoni, si mosse. Vascello, lasciato Narciso, si fece ad accompagnare la coppia e prestamente ritorn nella sala. --Ah! ah! o Inglese, o Spagnolo, o Turco, o il diavolo in persona, una buona bestia. In questa borsa vi sono altri zecchini. --Zitta un po': il diavolo non convien nominarlo, proruppe Narciso scherzando, dopo mezzanotte, e pi che si nomina e pi s'avvicina. --Ah! ah, prese a dire Vascello, tirando gi un'orribile bestemmia: esso sta qui dalla mattina alla sera, e non l'ho visto mai. --Avr paura delle vostre bellezze. --Vezzoso mercante, replic la donna facendo risuonare gli zecchini della borsa, quanto sei amabile con le tue lepidezze! ma ors dammi da bere.-- Narciso and all'armario vicino, ne tolse un grosso fiasco di acquavite, che i due personaggi quasi vuotarono, ora ridendo, ora dicendo cose che la penna non pu riferire. --Eppure, salt su la Vascello, l'uomo che di l con l'Angiolina mi sorprende; a che tenersi fitta al viso la maschera? qui se la leva ognuno. --Cara Vascello, a volte vi son certi personaggi che, avvezzi a mostrar la faccia in luoghi ben diversi da questo vostro grazioso albergo, qui non osano scoprirla. --Sciocchi! o che? forse vergogna passar due ore in buona compagnia? --Oh! che volete? saranno pregiudizi del mondo. Ci ha chi vuole apparire una cosa mentre in cuore sar un'altra, ed ecco la ragione per cui nel tempo del carnevale il vostro albergo dolcissimo frequentato da maggior numero di avventori. Il bello sarebbe che costui non si fosse levata la visiera nemmeno a quattrocchi con l'Angiolina. La ragazza tanto stupida da non averci pensato; ed io muoio dalla curiosit di sapere chi sia questo notturno galante. Tornando all'Angiolina, non so comprendere come da qualche tempo sia immersa nella pi cupa malinconia. --Sar innamorata. --Eh! non ci vorrebb'altro; non vo' amori. Ma sono stanca, vo' irmene a letto; buona notte, Narciso. --Un altro bicchier d'acquavite, alla tua salute, amabile fregata; ma no, ho sbagliato, vi rendo il vostro titolo, Vascello _a tre ponti_. --Sguaiato! sempre colle giullerie. Ors bevi e vattene.-- Narciso si fece a bere un altro bicchiere d'acquavite e poi, prendendo pel mento la donna: --Mamma Vascello, non senti tu che scroscio? uh!...-- In questo tempo si ud il cupo rimbombo di un folgore, che fece tremar l'invetriata e col lampo ceruleo abbarbagli la vista. --Misericordia! url Vascello. inverno, pare impossibile: quale oragano! --Non mi muovo di qui, disse Narciso: dormir su questo sof; a quest'ora affogherei per la via.-- Ed in fatti la piccola pioggia si era convertita in un gran temporale: tremavano il pavimento e le finestre, il vento mugghiava, l'acqua cadeva a torrenti, e la gragnuola parea volesse spezzare i tetti. --Perd...!-- Un altro scoppio di folgore copr la parola a Vascello, che mitig lo spavento con una tirata d'acquavite. --Penso alla piccina, disse Narciso. --Mi fai paura, riprese Vascello; dal momento in cui venuta quella maschera, il temporale rinforzato: sar il diavolo, continu. Un urlo prolungato cupo e straziante mugol per tutte le stanze. I due intrepidi schernitori della Divinit e della tempesta si guardarono muti, sentendo irti i capelli per lo spavento. Fu un silenzio per qualche momento. Una voce infantile si sent esclamare Ahim, ahim! muoio!. --Ammazzano Angiolina, replic Narciso; quella maschera....--E si precipit verso la stanza da cui partivano i singulti, impugnando una pistola. --Qui non si distrugge la nostra mercanzia, grid Vascello, e brandito uno stiletto, mosse ella pure verso la stanza di Angiolina. Non affezione, ma interesse muoveva quei due a soccorrere la infelice. Appena ebbero fatti due passi, l'uomo immascherato, sempre coperto nel volto, col cappuccio del bornous sulle spalle, lasciava vedere sul capo irti i capelli, bagnati di sudore. Nel bornous erano due grossi strappi. Sempre colla visiera calata, esso lanciava dagli occhi lampi pi terribili di quelli della tempesta. Dalla bocca di lui usciva la pi nera spuma, ed egli, fattosi largo spingendo quei due che erano accorsi come se fosse inseguito da una potenza terribile, aperto l'uscio, si precipit per le scale. Vascello e Narciso erano muti per lo stupore. Giunsero anelanti alla camera di Angiolina, che credevano ferita od estinta; ma invece la trovarono tranquillamente genuflessa innanzi ad una sacra imagine. Cosa le era successo? Chi mai era quella maschera? CAPITOLO XIV. Il ratto. L'uomo mascherato si era ritirato, come vedemmo, nelle stanze di Angiolina. Nessuna parola avea proferito la sua bocca; i suoi occhi scintillavano sempre pi infernalmente. Angiolina aveva paura e tremava. La maschera intanto aveva cessato da quello stato di fremito convulso da cui la vedemmo assalita. Costante nel tenersi celata nel volto e nello stare avviluppata nel suo bornous, si era dato a far mute carezze verso la giovane; la giovane lo respinse con dignit fino a che pot, ma accintasi la maschera a pretendere reciprocit di carezze, --Signore, le disse decisa, la mia triste, la mia tristissima posizione non mi consente di rifiutare visite di persone incognite; ma non ho mai conversato con persone il cui volto sia pertinacemente coperto da quella eterna visiera che cuopre il vostro. Ors levatevela e ch'io vegga i vostri lineamenti. --Giammai, url l'immascherato, giammai il mio volto si scoprir nel luogo ove noi siamo; ne avvamperei di vergogna. --Signore, non il luogo che fa vergogna, sono le azioni che si commettono, sono le azioni, s; e se voi non vi vergognate di commettere queste azioni, io ritengo superfluo che vi nascondiate. --L'uomo sconosciuto pu tutto fare, perch come uomo ha passioni e dee e pu soddisfarle, ma l'uomo qui dee essere puramente uomo; il suo nome e la sua reputazione debbon premergli quanto i piaceri. --Scusa inutile allorch questi piaceri sono illeciti: voi vorreste commettere un'azione colpevole, poich ve ne vergognate, e al di fuori serbare quel pudore di che non vi sentite capace al di dentro. --Meno ciarle, grid l'immascherato, qui non venni, ragazza, n a discutere di morale n a contendere; voi dovete tacere. --Giammai, giammai! se qui mi ha gettato la barbarie di un padre, io non ho perduto.... tutto. --Tutto, s, tutto.... anche la volont; essa non pi vostra, essa.... --Scostatavi, gli grid la fanciulla, scostatevi, non vi appressate a me con quella visiera. --Capricci da bambina, riprese l'incognito, da bambina! me l'hanno detto che voi eravate bambina; non hanno avuto torto. Ma.... la mia pazienza si stanca. --E la mia stancata; fuori la maschera, o che io mi ritiro e vi lascio qui solo. --Insolente! mi burleresti tu? ma io ho mezzo di farmi obbedire.-- E frugossi nelle tasche dell'abito, come per trarne un'arme. --Alle minacce rispondo con le minacce: non sono nuova nel tristo cammino come voi pensate; guardate.-- E in cos dire si trasse dal seno un lucidissimo stile brunito. L'incognito a tal vista indietreggi. --Ah! bella bambina, siete anco armata? soggiunse, quindi, come deridendola: e credete voi ch'io abbia paura di quel ferro nelle vostre piccole mani? riponetelo, imparate ad esser pi gentile; questo un tratto da novizia. --Novizia? ah lo fossi! lo volesse il mio destino! Ma no, sappiatelo, uomo ostinato, sappiatelo, io non son novizia; ho passato la lunga trafila de' guai e dell'abiezione, tardi ho conosciuto l'abisso in cui son precipitata, tardi l'onor mio.... Ma, nello stato passivo in cui sono piombata, posso anche volere e voglio; questa volta me ne d la spinta la vostra maschera. --Io perdo la pazienza; ripet l'immascherato fremendo. --Ed io l'ho perduta.--E cos dicendo, avventatasi all'uomo, gli strapp la maschera dal volto e la gett sul pavimento. --Sciagurata!--url l'incognito. --Che vedo mai! grid Angiolina, signor Basilio! --Mi conoscete voi? Oh rabbia! a bassa voce mormor l'incognito scoperto: che dir il mondo? --Dir che siete quell'ipocrita che in realt voi siete, quell'ipocrita che.... --M'insulti?... --S, v'insulto e lo deggio; voi siete la causa delle mie sciagure. --Io?... proruppe turbato il signor Basilio, fole, baie.... --No: verit, verit, verit. Voi appariste al mio nascere come infausto pianeta; mio padre mi odi per voi e, morta la madre, mi respinse per voi. Il mistero non lo so; ma legami passano fra voi e lui, di qual tempra voi lo sapete.-- Il signor Basilio pareva colpito da fulmine, e la sua mente riandava cose orribili. --Ah! voi siete... --La figlia di Marianna dello scalo di porta Trinit, la figlia di _Topo_.-- Il signor Basilio di rosso acceso nel volto divent pallido come un lenzuolo funebre, il cuore gli dava pulsazioni febrili. Riflett un momento: ei ben sapeva chi gli stava davanti, qual creatura aveva per sempre lanciata in un abisso di miseria, e quella creatura era di aspetto angelico! Involontariamente si ritrasse. Desisteva adunque dall'ulteriore conversazione con lei, con lei che.... ma no: il demonio, pi furente assalse quell'anima nera; nessuna idea lo trattenne; veramente ossesso, spumante di rabbia, si fe' d'un lancio a raccorre la visiera, se la ripose con mani convulse al viso, aveva pur troppo bisogno di tornare a nascondere quell'empia sua faccia; e ci fatto, decise di usare violenza verso l'infelice Angiolina, su cui slanciatosi come una tigre sulla preda, dappoi che le tolse lo stile, l'empio si apprestava...., ma non fu a tempo. Dalle cortine del letto parato di damasco celeste usc improvvisa la figura di una donna velata di bianco; il volto di lei era quello di un cadavere, le mani scarne, levatesi al cielo, parea supplicassero; una voce sepolcrale le usc dal labbro. --Empio che fai?... ed osi sfidare quel Dio che punisce?-- Il signor Basilio ed Angiolina videro l'apparizione. --Sciagurato! prosegu lo spettro gettandosi su di quel mostro, verso cui lanci pi crude parole, le quali rimasero soffocate da un orribile scoppio di folgore. La fanciulla cadde in ginocchio, e l'empio coi capelli irti sulla fronte, inseguito dalla celeste maledizione, precipitoso fugg dalla camera e dall'abitazione infame. Una sacra imagine che pendeva dappresso il letto della giovane apparve cos raggiante che l'Angiolina ne stup; un interno sentimento di riconoscenza, un amore fin a quell'ora non provato per la Divinit, tocc il cuore della fanciulla e la costrinse ad inginocchiarsi verso l'imagine della sua divina benefattrice. Ma la misteriosa apparizione fu ella realt? Chi pu dirlo? Nessuno fuorch i due che la videro; arcane sono le vie della provvidenza. Da quella sera in poi Angiolina non fu pi quella di prima; noi gi lo abbiamo avvertito. E il mutamento della sua vita e dei suoi sentimenti cominci da quella sera tremenda. L'anniversario dell'apparizione del signor Basilio e dello spettro in casa di Vascello cadeva appunto in quella sera nella quale ella era stata scherno delle convittrici di quell'albergo e dei loro amanti. Costoro, invece di soccorrerla, avevanla gettata in una bara coperta di fiori e fatta soggetto della sacrilega mascherata che noi descrivemmo. Quei figli di Satanno, non rispettando n religione n piet, avevano, onde spingere pi a lungo la burla, parata di nero la stanza, ove deposero priva di sensi l'infelice fanciulla, la quale al destarsi dopo qualche ora di deliquio cred di esser vittima di un orribile sogno; ma poi, non comprendendo peraltro in qual maniera trovavasi colaggi, suo primo pensiero era stato quello di raccomandarsi alla provvidenza per un qualche aiuto, inquantoch nell'anno del suo pentimento, di quando in quando furtivamente uscendo, era stata alla chiesa, aveva appreso le sante verit della religione ed ansiosamente bramava la favorevole circostanza di fuggir per sempre da quella abominevole abitazione. Un benefico nume accoglieva tanti sinceri desiderii, ed appressavasi il momento di vederli sodisfatti. Rosina ed Angiolina dovevano vicendevolmente salvarsi. Rosina, nella mattina dopo la trista notte in cui venne per fatale errore trasportata nell'empia casa di Vascello, aveva ripreso l'uso dei sensi e completamente schiarita la ragione. Con decise parole impose alla donna che l'assisteva di aiutarla a vestirsi: s'accorse della mancanza degli orecchini, del vezzo e della borsa dei denari, sicch comprese pur troppo con quale specie di persone avesse a farla, ma us tutta la simulazione di cui capace il sesso feminile. Stimando inutile di domandare schiarimenti a persone di quella sorta, lasci che Iddio le facesse conoscere per qual causa era stata da un incognito trasferita in vettura, dopo lo slanciarsi dal verone e per qual trista fatalit fosse stata rinchiusa in quella casa di pessimo aspetto. Instruita dai libri, dotata di energica tempra, ella non si sgoment, fidando in un avvenire pi lieto, e risolse di profittare di qualsivoglia piccola circostanza per fuggire di l e direttamente muovere verso Montenero a gettarsi nelle braccia del buon Gonsalvo e chiedere a lui assistenza. La sua prudenza, calmata alquanto l'agitazione dei sensi, la consigli a non dare ombra di sospetto intorno la casa e non lasciar trapelare la pi piccola idea delle sue determinazioni. Era giovane, ma era dotta, avea letto nei romanzi bizzarre avventure di eroine e non le aveva credute; allora per ci credeva. Il suo stato tosto la persuase darsi nella vita tali e tante circostanze che lette in un libro crederebbersi invenzioni poetiche. Avvezza a comandare, seppe imporre alla Vascello ed all'assistente Catraia, che fra loro pi volte si eran detto: -- una principessa. --Vedremo l'esito; verr l'incognito che la condusse. Ahim! l'incognito pur troppo non ci pensava; il buon padre Gonsalvo, credendo di aver messa in luogo sicuro la giovane, giunto al convento e ritrovati col Iago e Giovanni, aveva avuto da pensare ad essi e per maggior sventura era stato colpito per cagion dei disagi di quel tristo giorno del 27 febbraio da repentina febbre che, cagionandogli spossatezza e delirio, lo aveva inchiodato per alquanti giorni nel letto. Non s tosto pot far uso della ragione e delle forze, vol a Livorno per riprendere la Rosina, cui gi preparava un asilo nel convento ove aveva condotto Esmeralda. Ma ahim! due dolori doveva provare in un tempo quel venerabile ecclesiastico, cio apprendere la improvvisa sparizione di Esmeralda dal convento e, giunto a Livorno, conoscere che la Rosina era stata da lui sventuratamente addotta in luogo infame e, quel che peggio, non pi trovarsi in quel luogo. Ma non era il solo che muovesse sulle tracce della fanciulla, che bramasse averla a qualunque costo nelle mani: vi era un altro personaggio che la voleva e che la voleva con fini ben diversi; e questi, non v'ha dubbio, era il signor Basilio. Costui, dopo la fuga della giovane dal balcone, vantandosi compromesso nella custodia affidatale, aveva, come vedemmo, messa sottosopra tutta la citt. Del mistero della sua sparizione era al buio, come sentimmo in addietro, e molto pi del luogo ove l'aveva tradotta lo sbaglio del padre Gonsalvo. Oh! se il signor Basilio l'avesse solamente imaginato! Noi conosciamo che la Vascello non gli era ignota; e, come ognun pensa, sarebbe volato col, ma, come dico, non ne sapeva nulla. Ci peraltro nei primi otto giorni della sparizione, ma dopo.... non affrettiamo lo svolgimento. Padre Gonsalvo, appena riposto piede in Livorno, accostatosi con orrore alla dimora di Vascello, salite le orribili scale, si appales qual conduttore della fanciulla, e ne fece reclamo non simulando lo sbaglio; ma Vascello, sebbene empia e dissoluta, non aveva mentito nel dirgli che non vi era pi, assicurandolo che durante il di lei soggiorno era stata trattata come si conveniva ad educata e ricca giovane e col pi gran rispetto. A quel breve racconto le gote del frate erano infiammate dal dolore, dalla collera, e bagnate di mal rattenuto pianto. --Guai a voi se mentite! aveva detto a Vascello. I fulmini di un Dio vendicatore e che il suo ministro invoca su voi vi giungeranno, e quelli dell'umana giustizia non mancheranno, vel giuro, per il carattere di sacerdote.-- Il buon padre nel parlare dell'umana giustizia aveva fatto per ispaurire la donna; egli ormai non confidava che in quella del cielo, poich aveva veduto affisso un bando in cui la povera Rosina era stata messa a taglia, cio premiato sarebbe colui che rimettessela come contumace nelle mani del tribunal criminale. Umana giustizia! aveva esclamato fra s il buon frate, umana giustizia! fallace come tutto ci ch' terreno. Nel dolore della perdita di Esmeralda e di Rosina, il buon padre appena potea sentir la gioia di veder in salvo Alfredo. Quel degno uomo si rimproverava di esser causa della sventura delle due giovani che col miglior animo del mondo aveva creduto porre in salvo. La Vascello, perch il frate prestasse maggior fede alla sua asserzione, aveva voluto che da capo a fondo girasse la casa. --S, molto reverendo _Bonsignore_: sono un'indegna peccatrice e, quel che peggio, non sono per convertirmi. --Dio ne faccia arrivare il momento! disse il padre con apostolica gravit. --Sia pure, diceva come compunta la Vascello. Ma comunque la cosa sia di me, fra tutti i miei peccati non vi quello di burlare un padre santo di Montenero.-- Noi sappiamo fin dal principio di questo racconto, ed istorica verit, come il volgo livornese veneri i monaci di quell'abbazia. Il frate, veduta la casa, si rassegn, pur non mancando di prendere qualche lume sulla sparizione della fanciulla; ma la Vascello protestava continuamente non avere la pi piccola idea del come fosse avvenuto quel caso. Padre Gonsalvo si ritir coll'amarezza nel cuore, recossi alla casa Guglielmi, sperando che la fanciulla si fosse col diretta e dicendo fra s: Rosina avr preferito tornare nelle perigliose mura della casa materna, anzich trattenersi nell'orribile dimora della Vascello. Commosso e dolente accedeva alla casa della vedova, ed ahim! scena terribile gli si appresentava agli occhi. I ministri del tribunale eseguivano un sequestro sui mobili e su tutti gli oggetti di valore che potessero esser soggetto di oppignoramento. Il satanico signor Basilio era l'autore segreto di cotesta esecuzione, avendo ceduto fittiziamente il suo credito verso la signora; n contento di ci, avendo insinuato il sospetto che quella donna potesse favorire persone nemiche al governo, avea fatto s che le fosse lanciato contro un ordine di tornare in Francia dentro tre giorni. L'infame _collotorto_ aveva per avuto il coraggio di scrivere un biglietto a madama, nel quale ipocritamente dolendosi delle disgrazie a cui la detta signora era soggetta, le faceva una lunga predica sul modo di educare i figli e terminava con offrirle la sua debole servit. --Empio fariseo! aveva esclamato il padre Gonsalvo, nel leggere quel biglietto aperto su d'un tavolino, e sentendo dalla signora il racconto di tutte le sventure dalla sera del 17 febbraio in poi. Empio fariseo! e la misera Rosina doveva esser tua sposa? Ah! meglio mille volte che ella vada raminga pel mondo. Iddio l'assister; la mia benedizione e le mie preghiere l'accompagneranno ovunque.-- Quel buon religioso vedendo per il momento non poter far nulla in vantaggio della figlia assente, pens giovare alla madre presente, ed avvegnach copiose somme esistessero nella cassa del cenobio per erogarsi in pie azioni, pens che certamente fosse opera meritoria far parte di alcune di esse a quella signora, la quale per la nequizia umana trovavasi allora in estrema penuria e nella pi critica situazione. La difficolt era di trovare il modo onde madama le accettasse senza offendersene. Gonsalvo riusc con tale ammirabile delicatezza che la signora non pot ricusare. --Madama, conviene rassegnarsi ai voleri di Dio ed obbedire alle leggi; partite adunque al pi presto: intanto vado a porre a vostra disposizione un 3000 franchi, che non saprei come meglio impiegare; questa non una limosina, non un dono, un puro imprestito fiduciario, che voi salderete a tutto vostro comodo. --E non vedete l'abisso in cui mi ha piombato la fortuna da otto giorni a questa parte? Come sperare di rimettervi.... --Non tempo adesso di occuparsi di restituzione, gli eventi stanno in mano di Dio: non disperiamo, ma adoriamo. Esso il padre delle misericordie: partite; qui rester io e mi occuper nelle indagini intorno all'autore del furto che soffriste non ha molto e dell'indole di questa esecuzione: spero rinvenir qualche cosa e che possiate essere reintegrata nei vostri beni. Quel fariseo.... --E che sospettereste? --I sospetti non sono peccaminosi allorquando si aggirano su un briccone d'ipocrita; questi non sono cattivi giudizi del prossimo; di tutto sospetto, e, se non altro, lo credo conscio o forse complice del furto. --Che dite mai? allora, se fosse vero, qual mondo sarebbe mai questo? --Valle di lagrime, madama, e basta; luogo di calamit e di miseria: noi siamo qua per patire, e appunto per il soffrire dei buoni Dio permette la esistenza ed il trionfo dei malvagi. --E della mia povera figlia? --Calmatevi, si trover; io non me ne stancher: meglio profuga che in prigione. --Questo vero, disse madama con mesta consolazione. Ahim! saperla imputata sotto la censura di un grave delitto! --Eh! madama, non la incolpazione, il delitto che aggrava la fama dell'uomo; l'innocenza non si macchia, e viene il d in cui si scopre e brilla di eterna luce.-- Consolata dal buon padre e sovvenuta dalla cassa del convento, la Guglielmi part in breve per raggiungere il figlio a Genova. Il frate era divenuto proprio il padre di quella scomposta famiglia, ma la sua forza morale non poteva soccombere a verun peso. La sera stessa, riconducendosi mesto e solo al convento, aveva salmeggiato per tutta la via e svelato il tutto a Giovanni; permise quindi a questi che con uno di quei tanti travestimenti di cui quell'ardente giovane era capace osasse tornare in citt per vedere se pi felici potessero essere le sue ricerche. Giovanni con immensa gioia accett il consiglio; in ogni modo ei sarebbe andato anco senza di quello. Vide un lampo di speranza per rannodare i suoi aderenti, e gli parve di sentirsi certo di trovare la misera Rosina. Sar egli felice nei suoi desiderii? Ne dubito, ma torniamo a Rosina. Rosina si era tenuta nella sua camera, erasi fatta dare del lavoro e stava intenta ad occupazioni donnesche; ed a tutt'altro pensando che il buon frate potesse averla condotta in quella casa o tratta in vettura, opin di essere stata presa per altra persona e che un equivoco terribile la facesse dimorare in quelle sospette mura suo malgrado. Il vedersi cos miracolosamente salvata, dopo essersi in un momento terribile precipitata dal balcone, attribuiva giustamente alla bont della provvidenza, e da questa sperava il termine di sue angosce rassegnata e fidente. D'altronde, ci permesso il dirlo, ella non aveva quell'idea che altre ne avrebbero avuta della casa di Vascello. Chi poteva aver dato ad una fanciulla sua pari la pi piccola idea di tanta turpitudine? Nessuno. Era dunque come una bambina di due anni su di un precipizio nel quale volge gli occhi indifferente e sorride, ma da cui per istinto si allontana. Il ceffo peraltro di Vascello, il contegno di costei, quello di Catraia qualche cosa le dicevano ch'ella appieno non comprendeva, ma che tuttavia le facea desiderar di fuggire, siccome dicemmo. In ogni modo colui che in quel luogo avevala condotta doveva naturalmente venire a prenderla, ed ella sperava che colui (chiunque fosse), conosciuto l'inganno, avrebbe ceduto alle sue preghiere per esserle d'aiuto e di direzione. Questi presso a poco erano i pensieri, le congetture, i proponimenti di Rosina, che in fondo del cuore sentiva come il suo stato non era mai tanto terribile quanto se fosse stata nelle braccia del signor Basilio. Vascello, nella speranza di lucro vistoso, teneva un contegno rispettoso ed obbediente verso la persona a lei incognita, ma che argomentava ricca. Non si presentava nella sua camera che quando era chiamata, e le aveva lasciata libera altra stanza ad uso di salotto. In quegli appartamenti non si offendeva la decenza. Nessuna ricerca di mera curiosit per parte di Rosina, e veruna per parte della Vascello. Cos passarono qualche giorni. Alla fine del terzo, Rosina incominci a divenire inquieta, ed approfittandosi del non sentire verun rumore di passi, si mise a guardare minutamente per la camera e, con sua somma sorpresa, vide che dietro ad un gran quadro di tela posto a livello del terreno era praticata un'apertura ad uso di bodola. Questa veduta la fece trasalire di spavento in modo che sulle prime fu quasi per cadere priva di sensi. Fattasi peraltro coraggio, s'inoltr in essa e, discesi pochi gradini di legno, si trov in una specie di pianerottolo che metteva nella gi da noi accennata sala parata di nero. Angiolina non vi era pi; perocch dopo un giorno la Vascello, fatta una sgridata da maestra alle convittrici, aveva usato alla giovinetta moltissime e straordinarie attenzioni, in specie poi dacch seppe che il presunto padre di lei era morto in carcere, e fu (cosa strana in una donna) capace di tenere per qualche tempo il segreto. Angiolina era tornata alla cucina ed alle solite basse funzioni di servizio. Ma la faccenda della stanza nera e della comunicazione con quella della sua camera fe' risolver Rosina a volere e pretendere una compagnia; onde, appena veduta la Vascello, --Sappiate, le disse con tono imperioso, che se io vi palesassi chi sono, voi non sapreste che avvolgervi nella polvere; se taccio, ho le mie gravi ragioni, ed ho le mie ragioni anco per restar qui. --Signora, comandate, le rispose con ossequio la donna. --Sappiate, continu che se colui (e qui diresse lo strale all'azzardo) se colui che qui mi addusse per i suoi fini sapesse che.... --Signora, comandate, ripet interrompendola la Vascello, io son vostra umilissima serva (la donna si era riservata in petto la riflessione che le persone le quali ruban di notte donzelle di quella specie devono essere ricchissime). --Ebbene, riprese la Rosina, io voglio una compagna perfino a che mi piacer restar qui: intendetemi, la voglio buona; potete voi averne?---E qui guard maliziosamente Vascello. --S, madamigella, ho una fanciulla affatto degna di farvi la cameriera; ah! sono la gran scapata a non averci pensato prima. Ma tant': Vostra Signoria stata cos taciturna; anzi se volesse...., se per distrarsi....--Ma gli occhi nobilmente severi di Rosina le impedirono di continuare. --Mandatemi questa fanciulla; credo che ne abbiate, almeno mi sembra dal cicaleggio che ho inteso. La giovane sar da me rimunerata e come merita, poich dovr tenermi compagnia di giorno e di notte. --Come, vi piace, signora.-- Vascello non capiva come altri potesse comandare cos imperiosamente in casa sua; ma questo il privilegio della virt sul vizio. In pochi momenti la Vascello torn con Angiolina, dicendo: --Ecco, madamigella, la servetta che voi mi avete chiesto; spero che essa incontrer nel vostro genio.-- Quindi si allontan, lasciandole sole. La figlia del popolo e la figlia della nobilt si videro, si unirono e si amarono. In un sol giorno dal primo vedersi si eran palesate a vicenda le loro pene. Oh santa forza della simpatia in due anime benfatte! Piansero, si consolarono, sperarono insieme. A vicenda si giurarono soccorso, e quel giuro sal al cielo. Povera creatura! tanto bella! tanto sventurata! Rosina dovea ancora subire altre prove di crudo fato. Il signor Basilio aveva avuto pi fortuna del frate e di Giovanni, in quantoch giunse con sicurezza a sapere che Rosina era ricovrata presso la Vascello. E come mai? I lettori ricorderanno la collana dalla Catraia rubata a Rosina; or bene la Catraia, Volendo farne denaro, l'aveva data a Narciso dicendogli d'averla rubata ad una fanciulla misteriosamente comparsa nella casa della Vascello. Narciso vend, al solito, la roba rubata a quel galantuomo del signor Basilio. Il signor Basilio non lasci trapelare la gioia di simile scoperta, pag la collana della futura sua sposa un prezzo minore della met del valore. Narciso si content, e la Catraia egualmente. --Ah! ah! sclam quando fu solo, aprendo uno scrigno, qua le gioie della madre e in questo canto quelle della figlia.--E cos dicendo sorrise di un sorriso infernale.--Mia sposa! poi disse, e perch no? Dovr io consegnare questo bocconcino di fanciulla alla giustizia? Eh! non son s gonzo: per essa fuggita ed ella non l'ha ritrovata; io l'ho trovata ma per me. Ma sposarmi! E il consenso della madre e del fratello? Ah! ah! ne faremo a meno. Nella mia abitazione ho appunto bisogno di una vezzosa angioletta. Poi, prosegu il monologo, sar mia amica....-- Sei ore dopo questa scena, otto uomini mascherati, furtivamente entrati nella casa della Vascello, rapivano dal letto la sventurata Rosina. FINE DEL VOLUME SECONDO INDICE CAP. VIII.--Sorpresa Pag. 5 IX.--Il nuovo Giuda 37 X.--Otto giorni dopo 55 XI.--Salvezza 75 XII.--Sul mare 88 XIII.--Angiolina 107 XIV.--Il ratto 128 _Grid la vecchierella, altro che ingombro, una donna affogata._ _Vol. III, pag. 92._ I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO Romanzo DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE AUTORE DEI ROMANZI ASTORRE MANFREDI e IL DUCA DI ATENE VOL. III. MILANO PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO Via di Chiaravalle, N. 11 rosso. 1862 Propriet letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge. Milano--Ditta Wilmant. CAPITOLO XV. La camera del signor Basilio. Giovanni, staccatosi da Montenero, pens di visitare le catacombe. Travestito da ortolano del convento e seguito dal negro, che volle accompagnarlo nella pericolosa impresa, si affacci da prima all'ingresso dalla parte del mare; ma questo, ahim! era stato ad arte reso inaccessibile all'oggetto di racchiudere col dentro per sempre i congiurati, ignorandosi dalla giustizia la seconda uscita del sotterraneo. Si era fatto ammassare una grande quantit di rena, di macerie e di calce all'imboccatura che bagnavano i flutti. Giovanni adunque e il negro ritornarono indietro, divisando di penetrare nell'interno dalla parte della campagna. Sebbene, come gi vedemmo, quel sentiero fosse malagevole, pure lo seguirono e si trovarono in brev'ora in quella cantina a volta ove erano precipitati la sera del 17 febbraio, al rintocco della mezzanotte: col giunti, fra le tavole scomposte, fra i rottami e le schegge dell'assito, Giovanni si di premura di raccogliere le ammassate carte, delle quali gran parte abbruci al lume della torcia che rischiarava quell'antro. Dipoi, salito arrampicandosi su pel muro superiore, pot col premere altra molla riporre il tavolato al suo posto, e dalla stanza, di cui aveva fatto tornare a sesto il pavimento, pass in quella contigua, nel muro della quale v'era un armario da lui solo conosciuto e che s'internava nella parete senza dare al di fuori idea che vi fosse tale ripostiglio. Aperto l'armario, ne trasse due eccellenti pistole e due passaporti, uno inglese ed uno francese. Nel primo era qualificato come cavaliere Hautbuisson membro della Legion d'Onore e dell'ordine di San Luigi, ed in questo aspetto era stato invitato alla festa di madama Guglielmi, in quel ballo la sera antecedente alla catastrofe; col secondo egli appariva sir Edmond Rokeby capitano in riposo e ricco viaggiatore sul continente. Giovanni divis di servirsi di questo nome per rientrare in Livorno, ed avendo raso la barba e i mostacci, apparve uno dei pi bei giovani d'Inghilterra. Ed infatti la sua bianca e rubiconda carnagione, i suoi capelli biondi, i suoi occhi cerulei molto si confacevano al personaggio ch'ei voleva rappresentare. Nell'armario segreto egli avea molti abiti adatti a vari travestimenti. Abbigliato ch'ei fu nella nuova maniera, si avvi con passo franco verso Livorno come se di poco ne fosse uscito, ed Iago, che lo preced, s'incaric del trasporto di un baule di biancheria ad una delle prime locande. Per qualche giorno le pi brillanti conversazioni della citt si stimarono liete di possedere l'amabile e dotto capitano di marina inglese, ed egli appunto si era dato a frequentare tali societ onde meglio nascondere il vero esser suo ed apprendere, nel sentirne parlare, la sorte dell'adorata Rosina. Ed infatti spesso ne ud tener proposito; ma ahim! le pi strane congetture si facevano intorno alla di lei sparizione. Si diceva che ella fosse perita affogata in uno dei canali della citt; si diceva fuggita con qualcheduno dei settari; insomma si diceva una quantit di bugie le quali lacerarono il cuore del povero Giovanni, mentre affettava una stoica indifferenza, onde meglio conservare l'impassibile aspetto d'inglese. Facendola da forastiero, volle anche visitar Pisa, come ognun s'imagina, per attinger novelle della infelice Esmeralda, anch'essa misteriosamente sparita. Tornate invano le sue lunghe indagini su ci, soprafatto da intenso affanno, alla perfine si era ricondotto a Livorno, ove non si ristette dal tener pratiche con alcuni dei dispersi congiurati; avvedendosi peraltro come lo spirito di quella giovent si fosse cambiato per l'abbattimento in cui erano caduti alla notizia del come lor cose peggiorassero in tutta la penisola, Giovanni pure decise di attendere tempo ed occasion migliore e, trasandando la pubblica cosa, sue cure tutte volse agli affari privati, riservandosi di ascriversi alla milizia in qualche stato straniero quando che tutte le pi minute ricerche intorno alle donne del suo cuore fossero pienamente esaurite. Un altro pensiero stava pur fitto nella mente di Giovanni, ed era quello di nobilmente vendicarsi del satanico Basilio, le cui iniquit erangli state narrate da padre Gonsalvo. E guai all'ipocrita se Giovanni fosse stato uomo di ricorrere a tradimento! per l'ipocrita sarebbe stata finita. Ma no: il nostro eroe, che sappiamo essere un singolare entusiasta, abborriva da ogni opera che agli occhi suoi fosse paruta infame. Desiderava la morte di Basilio, ma avrebbe desiderato dargliela in un duello all'ultimo sangue. Ah povero Giovanni! piuttosto sarebbe possibile all'acqua di un fiume il muoversi verso la sorgente, di quello che il signor Basilio avesse voluto cimentarsi con la spada o colla pistola alla mano; fermo peraltro nel suo pensiero di provocare il codardo impostore, Giovanni, che teneva vita d'uomo dedito al lusso, in uno dei migliori alberghi della citt, contornato da amici novelli, fece un giorno dopo lauto pranzo cadere il discorso sulle mode e sopra i migliori mercanti. Non manc di esser nominato fra questi il signor Basilio, e preg gli amici di condurlo alla bottega di costui onde provvedere elegante vestiario per una prossima festa da ballo. In breve l'ufficiale e gli amici furono in bottega del mercante, ed il signor Basilio, facendo il collo pi torto del solito, non manc di complimenti e cortesie, mostr le stoffe da cima a fondo e si augur gran guadagno. Il sangue bolliva nelle vene a Giovanni, ripensando alle infamie di costui, e fu mille volte tentato di fracassargli il cranio con una pistola. Volendolo peraltro in qualunque modo provocare, domandgli il prezzo d'un abito. Quantunque il bottegaio gli richiedesse il giusto (e qui conviene avvertire che sebbene il signor Basilio comprasse roba rubata a mezzo prezzo, la vendeva a prezzo corrente), --Voi siete un infame ladro, gli disse Giovanni affettando accento forastiero, un infame ladro, aggiunse guardandolo con occhio di disprezzo. --Sar come piace a vostra Eccellenza.-- Ah cane! disse fra s Giovanni, manco all'ingiurie ti scuoti? or vedremo. E guardandolo con pi fiero cipiglio, alzata la mano destra, lanci sulla guancia del mercante un potentissimo schiaffo. Il signor Basilio, che sent crollarsi i denti dalla parte percossa, rispose con un sorriso e con un gentilissimo inchino. E quindi volgendosi agli amici del finto Inglese prese a dire: --Ah! ah! Milord in collera: voglio placarlo; il mio facchino porter al suo albergo le stoffe pi belle ed al miglior prezzo. --Non voglio niente da voi, url Giovanni irato per la fallita impresa: mi sono divertito. Tenete per il vostro incomodo, brutto e vile scimmiotto!-- E gli lanci sul banco un pugno di monete, quindi si allontan. Bizzarri questi inglesi! disse fra s Basilio curvandosi fino a terra per fare un profondissimo inchino; hanno sempre le mani avanti: fortuna che io per s piccole cose non mi scaldo. E raccogliendo il denaro, se lo pose in tasca. La sera mentre trovossi nella solita bottega del tabaccaio, gli disse il padrone di quella: --Di grazia, signor Basilio, ma vero che V. S. ha quest'oggi buscato il titolo di ladro e pi uno schiaffo da un milord inglese? --Verissimo, Sua Eccellenza si degnata di applicare una delle sue mani alla mia guancia. --Delicata quell'applicazione! riprese il tabaccaio, io per me non mi curerei di simili onorificenze. --E che fareste? sentiamo. --Ricorrerei. --Per queste bagattelle uh! --Eh! chiamate bagattelle il titolo di ladro e uno schiaffo? --Parlando sul serio, vi dir che l'uomo deve essere umile; e poi non lo dice la santa Scrittura che se vien dato uno schiaffo, bisogna voltarsi dall'altra parte per averne un secondo? Non lo sapete che gli umili vanno alla celeste beatitudine? --Buon pro vi faccia, signor Basilio! avete una gran pazienza; vi ammiro, ma non saprei imitarvi.-- Se fossi gonzo, disse fra s l'ipocrita quando fu per la via, a pigliarla con i milord che nuotano nell'oro. Ricorrere? Ricorrere a chi? alla giustizia? coi pezzi grossi ci si perde sempre, ed io degnissimo signor Basilio me ne tornerei colle trombe nel sacco. S, s!... vorrebbero dar ragione ad un Basilio e torto ad un milord! queste son cose che usavano ai tempi del re Pipino. D'altronde ho mezzi di risarcirmi nel segreto pacifico mio albergo coi pi squisiti piaceri di quei pochi disturbi del mondo sociale. L'uomo regna a casa sua. Ed in cos dire, guardando l'orologio, fece un moto di sorpresa; eran passati due minuti dopo l'ora del periodico ritiro. E' s'avvi a casa. --Ah! di quei perni di galantuomo se ne trovan pochi al mondo, aveva esclamato il tabaccaio, quando se ne fu andato; e gli altri della bottega risposero io coro: -- proprio vero; colui un Giobbe novello, un gran santo.-- Nella camera del signor Basilio, che abbiamo saputo esser chiusa a tutti, meno che alla vecchia serva una volta alla settimana, esisteva nel pavimento a fianco del letto una botola, la quale per non era di legno, ma bens di mattoni, sicch quando era chiusa non poteva scorgersi, tanto era simile al resto del mattonato, e cos pesante che una persona la quale fosse stata sotto di quella invano avrebbe tentato di alzarla. Il signor Basilio peraltro aveva il modo di aprirla colla maggior facilit del mondo, mediante una buona molla che terminava in un bottone di ferro; e siccome questo bottone avrebbe potuto essere scrto, esso vi teneva sopra una delle gambe del suo letto. Tal botola l'aveva fatta da s, poich il signor Basilio era, oltre che ladro, adultero, ecc., ecc., anche fabbricatore di false chiavi, e conosceva cos bene la meccanica che ne avrebbe potuto tener scuola. Fino da qualche anno in una circostanza di pessima invernata non usc mai; e siccome si serrava sempre in camera, ognuno ignor cosa facesse: quanto ai mattoni ed alla calcina n'erano occorsi ben pochi ed aveva portato col il tutto, celandolo sotto il pastrano ed involtando il gesso in un fazzoletto da naso. Il signor Basilio aveva scoperto che sotto il pavimento della sua camera era una stanza, forse in antico servita per qualche uso domestico, di cui era stato coll'andar dei secoli turato affatto l'ingresso, forse nel tempo in cui la strada era pi bassa, e chi sa quante centinaia d'anni prima? Sceso in questa stanza sotterranea, aveva veduto che essa metteva in un corridoio lungo, umido e stretto, il quale in fondo gradatamente discendeva ed entrava in un canale asciutto, che nei secoli andati probabilmente esser poteva stato uno dei canali di sfogo a qualche fogna. Da questo canale si passava in un recinto affatto scavato nel terreno arenoso, in mezzo a cui stava un pozzo per la vetust asciutto ed ingombro di materiali. Il signor Basilio aveva scoperto con gioia questo laberinto sotterraneo incognito a tutti fuori che a lui e che si sprofondava moltissime braccia sotterra. Gli venne subito il pensiero di metterlo a profitto per le sue illecite speculazioni: onde, con indefessa fatica sgombrato il pozzo, in cui discendeva con una piccola scala a piuoli, si accinse a render quel recipiente atto a nascondere i suoi tesori, persuaso che in quel luogo non sarebbero stati n scoperti n derubati. Lo scaltro briccone dopo lunghissima fatica era giunto a fare dentro il pozzo degli scavi laterali a guisa di armari, entro cui ripose una quantit di oggetti di ogni genere che esso comprava dai ladri e dagli assassini di Livorno; talch in quegli armari si vedevano vesti, collane, ori, coralli seterie e altre robe preziose, poich robe di poco valore e di molto ingombro non ne acquistava giammai. In fondo al pozzo aveva lasciato nudo il terreno onde non avere impedimento di sorta nel calarvi la scala a piuoli che teneva celata nel corridoio. Quella cloaca ove regnava una perpetua notte abbondava d'indicibili ricchezze. E qui giova accennare che il signor Basilio nell'acquistare la roba dei ladri si valeva del giorno di sabbato, in cui aveva permesso a tutti i poveri di accedere alla sua abitazione per avere la settimanale limosina; e cos agli occhi del mondo la carit era una delle pi grandi sue virt. E sotto la specie di accattoni, ladri di ogni sorta andavano a lui: ed egli ad uno per volta li faceva entrare nella sua camera e comprava gli oggetti, che poi calava nel rammentato pozzo. All'epoca della schiaffo datogli da Giovanni era qualche giorno che gli armari del pozzo erano chiusi dai loro sportelli, e ci non senza ragione. In fondo al pozzo sull'umidissimo terreno giaceva consunta dalla fame e dal freddo su poca paglia una creatura angelica a cui continue tenebre velavano gli occhi. Questa fanciulla era l'infelice Rosina. Quattro dei pi destri ladri usi a frequentare ogni sabbato la casa del signor Basilio vi avevano per larga mancia e nel pi fitto di una notte invernale recata la sventurata giovinetta, che avevano rubata alla turpe magione di Vascello. La fanciulla non aveva potuto gridare, poich, immersa in un sonno letargico procuratole ad arte, era stata per mezzo dei ladri trasportata infra le tenebre dell'orribile pozzo; ed onde non potesse esser soccorsa dalla tenera Angiolina, la diabolica Catraia aveva anche a questa somministrata l'infernale pozione; talch quando si dest trovossi priva dell'amabil compagna e padrona. Ma lasciamola nelle smanie per l'infausto avvenimento e passiamo a dare ai nostri lettori un'idea degli orribili tormenti che Rosina provava in fondo al suo carcere e che rileveremo dagli appresso monologhi. O madre mia! o mio fratello! voi non mi vedrete mai pi; sono sepolta viva. Tenebre! eterne tenebre! Un poco di pane, quanto appena pu starne in bocca, ogni due d! acqua impura mi disseta. Povera Angiolina! vero che eri sventurata pi di me, si, pi di me.... ma ora lo sono pi di te. Ah! vacillo, mi sento morire! Un animale schifoso mi passato sul viso; un rettile, un rettile! io sento il puzzo di muschio!... ah! mio Dio, toglimi alla vita, io te lo chiedo per piet. Oh! Dio, eccolo.... eccolo.... veggo il lume: ecco il mio tiranno.... scende le scale, viene a tormentarmi.... Ma vieni, vieni pure.... Prima morta che tua.... s.... ah! respiro.... non lui; nessun lume viene a rischiarare questo abisso. Dove sono?... quante braccia sotterra?... sepolta viva! uomo empio... e tu ora alla faccia della terra sorriderai, ti beerai del mio martirio!... o illusi, fuggitelo, fuggitelo questo demonio incarnato! Con voci interrotte da' singulti la misera sfogava il suo intenso dolore; gi da tre d agonizzava nel fondo dell'orribile pozzo profondo trenta braccia sotterra: il barbaro signor Basilio ogni due giorni le portava due once di pane ed un boccale di acqua putrida. --Questo il tuo posto, superba, le aveva detto ogni volta che era sceso a portarle lo scarsissimo alimento. Questo il tuo posto; tu non morrai, ma n anco viverai: io mi vendico cos; questo il tuo luogo, il tuo nutrimento, questo il tuo letto nuziale, fino a che tu non ceda alla passione che mi divora per te.-- La misera invano colle pi calde preghiere lo supplicava di darle la morte anzich prolungarle la vita ormai insopportabile. Quell'empio scherniva la moribonda. --Fuggi fuggi adesso se ti riuscir; nessuno, nessuno si curver su te nell'ultimo tuo momento; i rettili immondi divoreranno il cadavere della superba. --Demone in forma d'uomo! nel mezzo dei suoi strazi aveva urlato la giovine. --Demone? aveva risposto con schernevole riso il traditore. Demone sar qui sotterra, ma alla faccia del sole io sono l'ottimo signor Basilio, il ricco ed il benefico; e tu? sai chi sei tu? la condannata, la fuggitiva, l'amica di un congiurato. A me fama e vita, a te infamia e morte. Ma io voglio salvarti.... di' una parola, e ricchezze ed agi e fortuna ti dar Basilio se sarai la sua consorte. --Ah giammai! --Sarai la mia amica. --No, demone d'inferno. --Sarai la mia vittima. --Ah!... il sono. --Muori adunque!-- E l'orribile coperchio della botola, riserrandosi con fragore, lasci l'infelice priva della presenza dell'infernale Basilio. Costui periodicamente scendeva a tormentarla; ed ella ormai sentiva sempre pi avvicinarsi l'ora estrema. Ella morr, diceva fra s il signor Basilio udendo i di lei gemiti mentre stava sulla comoda sua poltrona nella camera. Ella morr, ne sono certo; otto giorni di questa vita bastano ad uccidere un gigante: ella morr; ebbene che m'importa? muoia pure. E vuot un colmo bicchiere di vino del Reno che aveva sulla tavola. Si avvicinava il termine della vita di Rosina; i rettili pi schifosi, le tarantole, i sorci le passavano sul volto, sulle braccia, su tutte le membra; l'aria mofetica, pesante e diacciata, il lungo digiuno avevanla estenuata; ella gi era fatta scheletro. Il signor Basilio gioiva della sua preda e della sua vendetta. Il giorno che tocc lo schiaffo da Giovanni, schiaffo che toller con tanta rassegnazione, il che gli merit gli elogi del tabaccaio, decise di tormentare pi orribilmente Rosina e di sfogare su quel misero corpo tutta la sua sfrenata passione. Presa una lanterna ed armatosi di un pugnale, discese per la scala di legno a piuoli nel pozzo dopo la mezzanotte: incominci le solite frasi, ma niuna risposta. -- morta.... sclam, morta. Ed infatti, toccata la giovinetta nel volto, sent che era gelida come un cadavere. Curvatosi sulla misera, raccolse che non respirava. morta, ripet fra s allontanando con un piede quel corpo bellissimo. Cos muoiano i traditori e le superbe. Miratala poi nuovamente,--Ah! disse con sorriso beffardo, non fa bisogno di sepoltura; ma no... alle volte le combinazioni... Far io da beccamorti. Non voglio che si scuoprano ossa quaggi; le combinazioni son tante!-- E con una freddezza abominevole si mise a raccorre con una mano dei pezzi di masso staccati dalle umide pareti del pozzo per gettarli addosso al bel corpo di Rosina e cos, diceva fra s, seppellirla. Aveva in mano la prima pietra, quando una branca della scala si scosse. Il signor Basilio trasal; che mai poteva averla fatta muovere? Per la prima volta quell'empio rabbrivid per la paura, non osando alzar il capo verso la imboccatura del pozzo che dava nel corridoio sotterraneo. Il movimento della scala si ripet. Al signor Basilio caddero le pietre di mano. Postosi in ascolto, parvegli udire dei passi nel corridoio. --Chi l? sclam, chi l? Me misero! che mi sieno entrati in camera! eppure la casa serrata! Ma no.... sar un'illusione.... sar il vento: questa corrente d'aria.-- E cos dicendo batteva i denti per il freddo e per la paura. Ma lo spavento di essere derubato la vinse su tutto; in un attimo sal la scala a piuoli e trovossi nel sotterraneo corridoio: ma qual vista! Due figure venivano verso di lui aventi due fiaccole; una di esse era una donzella vestita di bianco, l'altra un uomo con uniforme da militare inglese. Il signor Basilio si vide perduto; sent vacillarsi la terra sotto i piedi. --Infame! gli grid la donzella, ricevi il premio delle tue scelleraggini!--E cos dicendo gli piant uno stile nel petto. Il signor Basilio cadde immerso nel suo sangue, ma nel cadere, ravvisata la fanciulla, ebbe forza di esclamare: --Sciagurata! hai ucciso tuo padre.-- La fanciulla omicida svenne. Di l a pochi momenti l'ufficiale inglese entr nella camera del signor Basilio, seco portando con immensa fatica, quasi corpi esanimi, Rosina e Angiolina. CAPITOLO XVI. Per viaggio. Due mesi erano trascorsi dagli accennati avvenimenti, e sul naviglio da guerra, siccome dicemmo, veleggiavano verso l'ospitale America Giovanni, Rosina e Angiolina ancora. S, dopo che l'amica avevala salvata dal disonore, dalla morte, esse erano divenute ognor pi inseparabili. Secondo quanto accennammo sul principio del capitolo duodecimo, nella sala del naviglio s'intratteneva la vezzosa Angiolina, la cui mestizia si appalesava sempre pi viva dal principio del viaggio. Troppe erano le dolorose sue reminiscenze; e sebbene purificata dopo i suoi involontari trascorsi, da cui se il suo bel corpo fu macchiato, ne rimase l'anima intatta, pure ella non si persuadeva, a malgrado delle tante assicurazioni degli amici suoi, di esser degna di entrare nel consorzio delle persone dabbene. --Ah! Invano tentate di consolarmi su tal proposito, prendeva a dire appunto, seduta sul canap di rimpetto a Giovanni assiso sul cannone. Invano credete, signore, che abbia a cancellarsi la macchia che mi rese immonda; sia pure che la vita di aberrazione e di licenza da me passata fosse l'effetto di forza superiore, ch'io calcassi nel colmo della pi buia ignoranza del bene e del male le empie vie della turpitudine; ditemi, non forse pi turpe il nascer mio? Pur troppo io passo per figlia legittima di un uomo infame per delitti di furto e di sangue, morto avvelenato in una prigione; e sono figlia adulterina d'un uomo forse anco pi infame, del signor Basilio. --Zitta l, aveva ripreso Rosina, che da una delle contigue stanze era passata in quella ove stava Giovanni e l'amica, zitta un po': chi mai responsabile della nascita? siam forse arbitri di scegliere pria di venire al mondo? Se cos fosse, tutti vorrebbero esser figli di persone elevate, ricche e felici. Tali idee, non cesser mai dal ripeterlo, ti fanno torto; tu devi considerarti come l'oro, che nasce ingombro di terra e di altri metalli impuri, ma che si purifica al fuoco; tu sei purificata nel crogiuolo della sventura. Il tuo spontaneo fuggire l'abisso in cui ti avvolse dal nascere il pi tristo dei destini, e il sortirne senza aiuto, colle forze tue proprie, forze di misera ed abbandonata fanciulla, bastano a renderti grande, magnanima, degna d'invidia.-- Giovanni assent col capo, e le due amiche si dettero un lungo abbraccio e molti baci. --Ma ors, per distrarsi prese a dimandare Rosina, dimmi un po', come facesti a scoprire il mio nascondiglio? --Oh! s'altro non vuoi, tel dico subito. La mattina nella quale mi avvidi della tua sparizione, io mi feci a sospettare qualche tradimento, e la confusione in cui era la Vascello mi conferm nell'idea. Tutto quel giorno peraltro stetti cheta, poich il mistero per il quale tu eri entrata col mi era ignoto. Fortunatamente giunse in quei d il buon padre Gonsalvo, e non cadde dubbio in me dolente delle tue sventure che questa fosse opera di colui.... (e qui si terse una lacrima) di colui che attese che la figlia gli vibrasse un pugnale nel petto per chiamarsi padre adultero, di colui che godo sia sfuggito alla morte, che gli avrebbe cacciata l'anima all'inferno e che mai non riconoscer per padre (pregando peraltro ogni giorno per lui). Chi altri mai poteva aver comandato quel ratto? tu vedi che non ci voleva molta scaltrezza dopo l'orribile scena che ebbi a patire per causa di esso. Secondo che ti narrai quando eravamo dalla Vascello, io non ignorava come il signor Basilio avesse aderenti nei frequentatori di quel luogo. Tacqui covando il pensiero di salvarti dall'uomo terribile, e poco stante, fuggita dall'abitazione infame, mi ricovrai dalla donna dell'osteria dei Tre Mori. Voi sapete come Concetta fu mia compagna d'infanzia. Perci col venni in chiaro di tutto; il ganzo di Concetta fu uno dei rapitori, il quale non resse alle dimande della bella, che poi ne fece a me il racconto. --Povera Angiolina! quante premure! Iddio te ne rimeriter. Ti far felice, --Ah!... esclam con un sospiro la fanciulla. Dunque, tornando al nostro discorso, io conosceva il luogo del tuo supplizio; ma come liberarti? io, inerme, povera, fuggiasca, che altro asilo non aveva per me che una misera osteria di cattiva fama, altro sostentamento che quello della carit dei padroni dell'osteria stessa? senza amici a cui fidarmi, io quasi disperava, e calcolava che ogni istante nelle mani di quell'uomo essere doveva insoffribile per te. Stolta! e non sapeva che alle buone azioni ci aiuta sempre un Dio? s, venne il soccorso. Una sera capit nell'osteria il tuo Giovanni; la sua figura vantaggiosa, il suo bell'aspetto mi fece subito tale impressione che non me ne scorder mai.-- E qui bisogna pur dirlo, vi era nell'espressione della voce dell'Angiolina tale una dolcezza inesprimibile, tal mestizia nei suoi sguardi che le davano un celeste incanto. --Veduto il tuo Giovanni e saputo dalla Concetta esser egli appunto quell'amante di cui mi avevi favellato. Ah! dissi, ecco il soccorso di Dio! e colle mani giunte, col cuore immerso nel giubilo ringraziai il Dator d'ogni bene. A Giovanni io spiegai il tutto. Lui solo pu dirlo di qual gioia si sentisse compreso nel saperti ritrovata, ma ahim! nelle mani per dell'empio tuo persecutore. Poche ore bastarono per porre in pronto il mezzo di salvarti, se pure ne fossimo stati in tempo. Il cielo second le nostre brame, una scala di corda e due rampini servirono per far giungere alla finestra l'Arciero, uno dei pi famosi ladri della citt. Ah! non ti stupire dei mezzi che adoprammo per salvarti. Costui, giunto alla finestra, reciso il cristallo con un brillante che aveva in dito, aperse la finestra della camera, disceso, spalanc l'uscio di strada, e noi ci introducemmo nell'abitazione seguendo l'amante di Concetta, fummo nel sotterraneo del pozzo. Il tuo Giovanni aveva vestito l'uniforme per maggior sicurezza nel caso che fossero accorsi dei curiosi; ei sapeva qual divisa rispettata vestisse, divisa che allora portava indebitamente, ma che adesso veste in ragione del suo ufficio. Il di pi dell'avventura notturna non posso dirtelo; tu sai ch'io colpissi, che versai il sangue d'un uomo infame, ma che, ahim! si vanta mio genitore.-- Il racconto termin con lacrime di tenerezza. Le due amiche salirono sul ponte a passeggiare per respirare le placidissime aure marine. Il nostro Giovanni si rimase nella camera solo. Colla donna del cuor suo era egli felice? ah! pur troppo due cose lo tormentavano nell'anima: l'amore fervente di patria e le nessune nuove della sventurata sorella. Rosina peraltro, tutta in preda alla gioia di esser per sempre sfuggita all'empio signor Basilio, sapeva salvi la madre ed il fratello, e sperava di veder ricomposti gli sbilanciati interessi della madre stessa, merc le assidue cure del padre Gonsalvo. E nei primi momenti di un appagato amore ella non aveva altre afflizioni che l'afflizione dell'uomo adorato. Ma egli era allora suo sposo? quali erano state le vicende sue nei due mesi dell'avvenuto ratto e liberazione? Noi potremo saperlo leggendo le seguenti lettere dirette alla madre ed al fratello. LETTERA I. Mia cara madre, _Malta, li 27 marzo 1821._ Non prima d'ora ho potuto scrivervi, durante il mio viaggio; il medico mi aveva proibito d'occuparmi. S, madre mia, io sono stata sull'orlo del sepolcro: un Dio mi ha conservata all'affetto vostro e di colui che mi ha salvata ed al quale col pi sacro titolo appartengo. Il venerando padre Gonsalvo, il mio tenero Giovanni so avervi scritto la istoria delle mie sventure fino alla notte in cui venni esanime e puro scheletro involata a morte certa, poich il barbaro mio rapitore era gi sul procinto di seppellirmi: inorridisco al solo pensarvi. Iddio mi us misericordia di avermi tolti i sensi in quell'estremo momento: almeno io non vidi l'ultima volta colui che ha rovinata e dispersa completamente la nostra famiglia, ne ha involate le sostanze, disonorato il nome. Ma il tempo della giustizia divina verr e verr tremenda: colui non morto, Iddio non senza ragione serba quella vita abominevole; chi sa qual morte gli prepara la vendetta dell'Onnipossente? Nel momento della mia liberazione io nol vidi, come anche non vidi le creature che mi liberarono, cio Giovanni ed Angiolina. (Di costei, mia tenera amica, so avervi scritto a lungo il buon padre Gonsalvo.) Quando ripresi i sensi mi avvidi di essere in una stanza mobile; infatti io mi trovava in un naviglio: come mi vi conducessero, eccovelo. Giovanni aveva condotti nella camera del signor Basilio uomini arrischiati e pronti ad ogni suo cenno: a costoro affid l'Angiolina svenuta, e quanto a me volle egli stesso darsi cura di questo, com'egli lo chiam, carissimo peso. Ei temea sempre di perdermi nuovamente. In breve fummo condotte in una barchetta che ci attendeva nel fosso vicino e di l fummo trasportati da quell'agile schifo oltre il Calambrone. Come ei facesse ad oltrepassare la dogana senza che fosse veduto quel che stava in fondo al battello, nol so; ma mi do a credere che quei remiganti, espertissimi contrabbandieri, non nuovi a passare alla insaputa delle guardie doganali, manco pensassero a quella difficolt; forse le guardie furono innocenti, forse comprate, ma ci non interessa al mio racconto. Quando mi destai dal mio lungo sopore, io, come vi diceva, era in una comodissima camera di un naviglio, la bandiera del quale cos temuta che, sebbene a poche miglia di distanza dal signor Basilio, non sarebbero bastati cento suoi pari a levarmi di col. E poi il degno signor galantuomo aveva altro da pensare in quel momento. Noi anzi per molti giorni il tenemmo siccome morto; e se nol fu, convien dire che il demonio avesse prodigiosamente salvato quel suo favorito. Al primo ritornare in vita io non riconobbi n Giovanni n Angiolina, che continuamente al mio fianco stettero ad assistermi, n da me furono riconosciuti se non dopo qualche giorno e quando mille cure vi vollero per farmi riprendere le forze smarrite a causa degli orribili patimenti da me sofferti in quel pozzo del signor Basilio. Come fui in grado di poter resistere alla consolazione, Giovanni mi si pales qual era: ci basta; di pi non posso dirvi, sebbene siate mia madre; un segreto che egli confid a me sola e che niuno oltre di me pu conoscere. Vi basti che esso degno di me, di voi, di Alfredo, di tutta la famiglia. Io credo che il mio Giovanni sia uno di quegli esseri straordinari che appariscono a quando a quando nel mondo per far prendere al secolo in cui nacquero tutta l'impronta delle loro passioni: giovane ancora, egli non conosciuto, ma tempo verr che si far conoscere ed il mondo lungamente parler di lui, quando solo uno di quegli alti meriti che lo adornano egli si avesse. Io gli debbo l'onore e la vita, che senza di lui avrei perduta nelle mani del signor Basilio. Datosi egli a conoscere, senza quel misterioso linguaggio che solito usare quando in specie lavora ad un gran piano che va maturando, egli mi si appales, ed io non resistetti ai di lui desiderii di farmi sua sposa; quando pur l'amore non mi avesse consigliato di fare tal passo, mi vi spingevano la mia ragione, la mia critica situazione. Che aveva a fare io isolata al mondo? Che avrebbe detto il mondo se avessi dimorato sciolta dai vincoli del sacro legame coll'uomo cui sono debitrice della vita? S, mia cara madre, padre Gonsalvo ci dette la benedizione nuziale poco prima che il naviglio mettesse alla vela. Il giorno di tale avvenimento fu giorno festivo per tutto l'equipaggio; il legno fu tutto bandiere, ed in mezzo agli evviva di quella buona gente fui salutata sposa, La mia debolezza era estrema; appena potei uscire dal letto della mia lunga infermit per trasportarmi all'altare, ma di pi non poteva indugiarsi. Ah! madre mia, io fui felice, felice per quanto poteva esserlo una figlia che non vide la madre assistere ai suoi sponsali, che vede l'uomo che ama non lieto ma cogitabondo. Ahim! sempre pi mi persuado non esservi in terra completa felicit. Noi siamo a Malta; il mio avventuriero (che cos soglio per vezzo chiamare il mio sposo) trova oro ed amici in tutte le parti del mondo. Al vedere come ossequiato, come compiaciuto, come ricercato da tutte le persone, voi lo credereste un gran principe: io per non me ne meraviglio; le pi scelte dame di qui si compiacciono chiamarmi sorella, mi scelgono per compagna e per intima amica. Ah! son pur lieta in questa isola amena, e spero farvi un progetto al quale m'auguro vedervi sorridere. Ma.... qui chiudo la lettera: pochissimo vi ho scritto come figlia, troppo come convalescente; se lo sapesse il medico! mi sgriderebbe, ma gli far il piccolo torto di non dirgli nulla. Vi bacio la mano. La vostra obbed. ed amorosa ROSINA LETTERA II. Cara mamma, _Malta, li 30 marzo 1821._ Attendeva vostre lettere per continuare la mia corrispondenza. Sono lietissima di sentire che voi avete approvato il mio matrimonio e che le speranze di riacquistare le facolt vostre a Livorno sono vive merc le premure dell'ottimo padre Gonsalvo. Ma di pi avrei goduto se avessi saputo che la nostra buona fama fosse ristabilita. Quanto a voi sperabile, ma quanto a me ho il dolore di essere sempre calunniata senza poter giustificarmi nella mia buona patria. Ci lo apprendo da un articolo della gazzetta in data di Livorno; quella lettura mi fece molto piangere e mi frutt una lunga sgridata per parte di Giovanni, il quale con seriet mi disse: --Non sono i giornali che coi loro comprati articoli danno o tolgono la fama agli uomini; sono le loro azioni, il mondo che ne giudica, gli eventi che li coronano di alloro.--E qui prese un'espressione di profeta. Pure voglio trascrivervi l'articolo tal quale, nel dubbio che voi non lo abbiate letto. Nello scorso mese la nostra citt di Livorno fu teatro di un avvenimento che farebbe anco pi orrore, se non si sapesse essere opera di gente perduta e dedita a trame contro i buoni per sovvertimento della macchina sociale. Questo avvenimento un assassinio commesso sopra uno dei pi onesti mercanti di questa citt, il signor Basilio Semplici. Costui, che, come ognun sa, vive ritiratissimo, dedito ai suoi affari e all'opere di vera e rara piet religiosa, ha un quartiere situato in via del teatro degli Avvalorati. In questo quartiere posta una stanza nella quale l'insigne capitalista ha con molta prudenza celati quei tesori, frutto dei suoi risparmi e lucri commerciali che, proprio convien dire, benedetti dal cielo, cotanto si sono prodigiosamente aumentati, poich, a quanto dicesi pubblicamente, non vi ha uomo pi denaroso di lui nella nostra citt. L'avvenimento dell'assassinio non sarebbe tanto straordinario, se non vi fossero pur troppo dei particolari che meritano di esser pubblicati nel nostro giornale. Convien sapere che sino dalla sera del 17 febbraio decorso era misteriosamente scomparsa la fanciulla Rosina figlia di quella vedova Guglielmi adesso sfrattata dalla citt per non pochi sospetti di liberalismo. La figlia di lei, la quale era fuggita per darsi impunemente in preda ad una tresca scandalosa con uno dei capi di quei settari dai quali avvelenata la citt nostra, stata era dal medesimo abbandonata in una casa di empiet, in quella cio della famigerata Vascello (ecco cosa guadagnano le imprudenti giovani a calcare le vie del vizio). Di col, priva di mezzi e nella vergogna, la giovane non aveva osato di ritornare nella famiglia materna, tanto pi sapendo esistere contro di lei un ordine di cattura. Nel colmo della miseria pens ricorrere al degno signor Basilio, il quale per carit aveva prestato delle rilevanti somme alla madre di lei (truffategli di poi). Il buon uomo, veduto il pericolo della fanciulla e la di lei perdizione, sperando ricondurla al buon sentiero ed al pentimento con farla rinchiudere in appresso in una pia casa di penitenza, si degn di accordare alla sconsigliata giovane la sua protezione, e di notte tempo le permise di nascondersi nella sua abitazione, ove per alquanti giorni la tenne celata, colmandola di mille attenzioni e facendola servire da una cameriera per nome Angiolina, che ei credeva dabbene. Questo tempo fu impiegato dal caritatevole signor Basilio nel curare alla traviata fanciulla un collocamento in un reclusorio di monache che va fondandosi; nella qual cosa ebbe molto a penare, stante la pessima fama che gi correva di quella giovane: pure, a forza di amicizie e di danaro, era quasi riuscito nel benevolo intento e ne rendeva grazie al cielo, quando quelle donne infernali tramarono a lui la ruina e la morte. Scoperto ai loro drudi il tesoro del negoziante, in una notte, mentre costui riposava lieto di esser al punto di compire l'incominciata opera di misericordia di cui non aveva ad alcuno svelato il segreto, le due donne apersero l'uscio ai ladri, i quali pugnalarono il signor Basilio, che per un vero miracolo scamp la vita. Pare che la paura atterrisse i masnadieri, i quali s'involarono senza commettere il furto. La mattina di quella notte terribile, la donna di servizio e la padrona del quartiere, meravigliate in vedere la porta della camera del signor Basilio aperta, il che non era mai accaduto, temerono di qualche sventura e s'innoltrarono in quella, che trovarono vuota. Penetrarono allora nell'andito sotterraneo, da esse veduto per la prima volta, e trovarono nel fondo quel galantuomo immerso nel suo sangue con uno stile nel petto e quasi privo di vita. E qui giova avvertire che il degno uomo, per meglio prodigare attenzioni alle ospiti traditrici nel tempo di loro dimora con lui, aveva loro ceduto la sua camera ed il suo letto, e si era ritirato in fondo ad un pozzo situato all'estremit di quel corridoio su poca ed umida paglia, passando la notte in continue preghiere e digiuni onde implorare che il cielo perdonasse alla sconsigliata giovane, che egli amava qual figlia, i suoi lunghi trascorsi. Siamo lieti di tessere nel nostro giornale i meritati elogi di questo moderno eroe della carit, che senza questo avvenimento avrebbe nella tenebre della modestia sepolto questo nuovo tratto di esemplare virt. Gli assassini sono scomparsi o forse si nascondono ancora nella tenebrosit di cui non scevra questa citt nostra. Quanto alle due fanciulle, si sa essersi vendute ad un signore forestiere, ufficiale di marina, il quale scomparso nella mattina susseguente al tragico avvenimento e partito per le Indie orientali. Quelle due sciagurate espieranno probabilmente col il fio delle loro colpe, passando al servizio di qualche capo d'Indiani, che, come ognun sa, tengono le donne in concetto poco men che di bestie. Il signor Basilio, maravigliosamente restituito alla vita, agli amici, ai poveri, agli orfani, corre voce che voglia consacrare il resto dei suoi giorni alla quiete del chiostro, lasciando gli immensi suoi averi ai miserabili. Il bugiardo articolo, cara mamma, contiene altre frasi intorno alla mia persona, che io amo di non trascrivere; oggi mi sento le vampe al viso, sebbene innocente. Sapeva gi che nulla vi di pi menzognero di certi giornali che passano per le mani di tutti, ma non credeva possibile tanta sfrontatezza nella stampa. Quantunque io pensi che nessuna sensata persona, se si eccettuano i partigiani della ipocrisia, potr credere a simili menzogne, pure mi angustia il dubbio che un tale articolo possa nuocere agli interessi vostri e di mio fratello Alfredo, il quale occupa un grado rispettabile nell'armata. Non vorrei che aprisse una strada ai nemici suoi onde togliergli un meritato avanzamento; vero che si pu ribattere l'empio articolo con una minuta descrizione dei casi i quali percossero me, grazie al cielo, innocente, sebbene infelice. Voleva insistere presso il mio sposo affinch, nel Malta-Mail, reputato giornale che qui si pubblica, si rispondesse alle sfrontate menzogne della Gazzetta Livornese, ma egli mi ha replicato con aria di nobile sicurezza:--Mia cara Rosina, tempo verr che io dar replica alle parole coi fatti e non colle ciarle.--Non oso inquietare su tal proposito ulteriormente lo sposo mio. Intanto la provvidenza si compiaciuta di temperare con un favore insperato il dolore prodottomi dalla iniqua e falsa narrazione del citato articolo, pubblicato certamente sotto l'influenza e coi denari del signor Basilio. Mio marito, il quale nel tempo passato prest dei servigi alla Gran Bretagna, stato ricevuto al soldo di quella formidabile potenza. Nel momento in cui vi scrivo gli viene consegnato il brevetto di luogotenente di fregata. E per quanto ci assicura il lord governatore di Malta, egli prender il comando di una corvetta chiamata per bizzarra combinazione _The Rosina_, la quale giunger dee da Alessandria in questo porto. Se potr ottener quel comando, lo scriver con altra mia diretta a voi o a mio fratello, a cui voglio far giungere i miei caratteri per avere il piacere di ricevere i suoi. Di cuore mi dico Vostra affez. figlia ROSINA. LETTERA III. _Al sig. comandante dei bersaglieri di Genova._ Caro Alfredo, fratello diletto, _A bordo della corvetta_ Rosina, _il 28 aprile 1821_. Comincio la mia lettera con dirti prima di tutto avere in questa notte avuto un sogno molto lieto. Non increspare le ciglia sentendo come io mi rallegri di un sogno, caro fratello: spesse volte le notturne visioni sono state annunzio di future disgrazie; or perch mai ci sar vietato credere che alcune possano presagirci felicit avvenire? Mi sono sognata di essere in un bosco ove alcuni amici avevano a noi apprestata una lauta refezione; e, nota bene, era un bosco di palmizi della specie di quelli che insieme cogli arboscelli di aranci e di limoni danno un fresco refrigerante ed imbalsamano l'aria di soavi profumi nei climi meridionali. Gi la mensa frugale, cui avevamo preso parte seduti sull'erba fiorita vicini ad una fontana di acqua zampillante e limpidissima, era al suo termine; quando sentimmo da vicino il preludio di un'arpa e quindi una dolce canzone patetica che ci ha scosso le fibre. Fra non molto vedemmo avanzarsi verso di noi una donna assai bella seco traentesi un grazioso fanciullino di sette in otto anni il quale aveva una piccola arpa al collo; e tosto abbiamo indovinato esser ella la cantatrice, ed il fanciullino l'amabile suonatore. La dolce fisionomia della donna e del fanciullo ed il loro meschino abbigliamento ci hanno commosso: e subito abbiamo pensato di far ristorare e la cantante ed il suonatore col resto del nostro pasto campereccio, mettendo inoltre mano alla borsa per trarne qualche moneta d'oro da darsi ai virtuosi di musica, il cui aspetto ci diceva chiaramente essere acceduti fino a noi coll'animo di ricreare la brigata e di ottenere dalla nostra liberalit alcun che onde andare avanti nella misera vita. Ci proponevamo di domandare alla signora (poich, malgrado il di lei abito e lo squallor del suo volto, appariva essa fornita di modi eleganti e civili) la di lei istoria, che ci auguravamo interessante, quando tu, che eri alla refezione, ma ti trovavi distante per esplodere il tuo archibuso contro di una quaglia, ritornato in quel momento, hai gettato un grido e, abbandonato il fucile, ti sei precipitato al collo della signora gridando: Esmeralda! e dopo molte carezze ella ti disse con tenera voce: Alfredo, benedici tuo figlio. In mezzo all'effusione dei trasporti della tua amante e del tenerello suonatore di arpa, mi sono svegliata. Ti confesso che mi dispiaciuto di destarmi cos presto. Ebbene, mi dirai tu, amata sorella, a che riaprire le pi funeste piaghe del mio cuore? Pur troppo ho perduto il mio idolo, pur troppo a quest'ora Esmeralda non respira pi le aure vitali! No, mio caro fratello, il mio sogno non dee dolerti; esso un avviso del cielo. La misera tua amica, in preda all'aberrazione sua mentale, scomparsa dal convento di Santa Chiara, quando pur fosse caduta vittima della sua frenesia, non si riunir ella forse con noi dopo questa misera vita nel prato delle celesti beatitudini? S, mio Alfredo: il mio sogno lieto, possa stillare nel tuo cuore quella dolcezza che still nel mio e renderti paziente nelle avversit, pi gagliardo nel nobil mestiere delle armi. Passando dalla visione alla realt, pregoti dire, alla nostra tenera madre che la corvetta _La Rosina_ giunta di Alessandria, ed di su questa che io ti scrivo, mentre spieghiamo le vele per la Barbada, una delle Antille inglesi, vicina alla seconda patria del mio Giovanni. Esso il comandante in capo del naviglio, ed anzi, giunti che saremo col, egli, come praticissimo di quei luoghi, viene interinalmente nominato governatore dell'isola. Noi crediamo che, vicini alla Guadaluppa, ci sar facile ricuperare i beni di Giovanni, tanto pi ora che l'Inghilterra, di cui egli milite, in buona armonia colla Francia. Se per tal cosa non mi riesce, noi abbiamo tanto da star bene, anzi benissimo. Gi so aver egli scritto a nostra madre che, appena stabilito alla Barbada, vuole ch'ella si riunisca a noi e desidera che tu pure, ottenuto il congedo, venga nel nuovo mondo, il quale , come dice Giovanni, tanto meglio del vecchio. Vorrei per altro che il nuovo mondo gli facesse uscir di mente certe idee che vi ha impietrite, ma come sposa non me ne ristar. Una notizia ho saputa la quale in parte mi affligge, in parte mi consola. Si dice che il venerabile padre Gonsalvo abbia abbandonata l'abbazia di Montenero a malgrado della sua avanzata et, per entrare nella carriera dei missionari. Caro Alfredo, sarebbe mai questo un effetto delle opere del signor Basilio, cui certamente non poteva garbare la vicinanza di padre Gonsalvo? Io molto ne dubito; vero che il venerando; abbate non ci ha scritto nulla. Ah! se la notizia fosse vera, addio interessi nostri a Livorno. Ebbene, se Iddio ci provvede da altra parte, non possiamo lamentarci: anzi se padre Gonsalvo divenuto un missionario, potr vederlo in America, mentre se ei restasse a Montenero, nol vedrei mai pi. A Livorno ho detto addio per sempre. Ama la tua sorella. ROSINA. CAPITOLO XVII. Alla Barbada. Il tempo, che passa velocemente pi che non pu fare un racconto, era trascorso colle immense sue ali attraverso alcuni anni dall'epoca in cui ebbero luogo i passati avvenimenti. Gi da tre lustri la gentile, appassionata ed avventurata Rosina trovavasi alla Barbada, ove il suo Giovanni dopo non molto era stato nominato governatore effettivo. Fin dal primo anno un vezzoso bambinello aveva rallegrato le speranze dei teneri sposi, bambino che dal grembo della madre era stato accolto in quello della nonna, poich la signora Guglielmi aveva raggiunto la figlia alle Antille. Alfredo era in un decennio per ben due volte stato ospite del governatore e dal servizio del Piemonte era entrato in quello d'una repubblica dell'America meridionale, nella quale era tenuto in tal conto che ben presto come generale segn luminose tracce nella guerresca sua via. Terrore dei despoti, sostegno delle nazioni oppresse, Alfredo era un uomo il cui nome si estendeva ai pi remoti luoghi della vecchia Europa. Bandita ogni speranza di felicit personale, egli godeva di quella di Rosina e della quiete della madre e del prosperare del nipote Antonio, il quale nel suo anno quartodecimo di et gi addimostrava ci che sarebbe stato pi in l e come il sangue dell'entusiasta genitore ribollisse in quello del figlio. Angiolina, come un fiore appassito da un colpo terribile sul suo nascere, dir non viveva, ma stava cos come quell'essere che una lunga valetudine abbatte e percuote. Il verme delle dolorose rimembranze era quello che la rodeva tuttora. Ma che? Il tempo non cancella esso o almeno indebolisce le pi vive reminiscenze? noi crediamo che s. Ma e non potrebbe esservi nel cuore d'Angiolina qualche altro germe di affanno, qualche piaga insanabile e che il tempo non potesse mai rimarginare? ahim! come penetrare potremmo nel segreto del cuore di quella fanciulla, che appena sul fiore dell'et matura, non oltrepassando che i trentadue anni, parea ne avesse cinquanta al volto pallido, alla mestizia degli sguardi e del sorriso, al tardo muovere delle membra, al quasi disprezzo di ogni esteriore eleganza, alle devotissime pratiche a cui intendeva? Forse il dolore per lei era divenuto un'abitudine; cos almeno la pensava Rosina. Tutte le cure di Angiolina, oltre la preghiera, eran volte al giovane Carlo, terzo figlio degli Artini. Tenutolo lattante sulle ginocchia e su su vedutolo crescere, era per lei qual proprio figlio; essa ne temprava gli ardenti desiderii e lo educava alla calma, onde non imitasse il focoso genitore. Nel periodo di questi quindici anni, due volte i coniugi Giovanni e Rosina erano stati alla Guadalupa, ma delle sostanze paterne Giovanni aveva potuto riavere ben poco, e minor frutto aveva conseguito la Guglielmi, ormai vecchia, dal suo stabile di Livorno; poich venuto, come sentimmo accennare, a partire da quella citt per le missioni delle Indie orientali il buon padre Gonsalvo, manc il solo antagonista del signor Basilio, di cui era maneggio la improvvisa risoluzione del padre. Ed ecco come a quell'epoca and la cosa. L'accorto Basilio ben si era addato nello scuoprire in gran parte che la salvezza di Rosina quasi interamente potevasi attribuire al religioso; d'altronde con cotesta persona come battagliare? Hanno tutto in mano, esso aveva detto fra s passeggiando per la sua camera in un d della convalescenza dalla pericolosa ferita cagionatale da Angiolina; con cotesta gente c' da rompersi il collo, romperselo davvero. Perdinci! un padre abbate, un mitrato!!--Eppure, mormorava (con libert bestemmiando, giacch sapea di esser solo), eppure colui il mio pi terribile nemico! S, non m'inganno; lui che ha protetto Rosina: mi fanno pi paura le sue orazioni dei colpi di cannone.--Pensa e ripensa, venne in mente a Basilio di far gettare cos alla lontana del sospetto sui sentimenti politici del monaco; e un buon sacco di zecchini fatto tenere non so a chi, poich gli scartafacci da cui pesco questa notizia si guardarono di registrarla,... ma d'altronde li fece tenere ad una persona, e basta. Da l a poco il monaco venne consigliato di non fraudare le speranze di quanti il conoscevano, che in lui ravvisavano uno di quei caldi apostoli che ponno a migliaia convertire gl'infedeli. Padre Gonsalvo cap da dove tirava il vento, e stette forte: ma l'oro del signor Basilio produceva effetti terribili, pronti e maravigliosi; tali che dopo la partenza di Rosina per la Barbada i fogli pubblici annunziarono come monsignor Gonsalvo Rodey, gi abbate, incaricato di mantenere l'ordine vallombrosano, era stato eletto vescovo in _partibus infidelium_ e della chiesa di Goa nell'Indostan, con la facolt di esercitarvi come vicario apostolico le immense fatiche delle missioni. Il mondo cattolico applaud l'elevazione del frate, il quale, come sappiamo, aggiungeva la dottrina alla carit, e questo era un bell'acquisto per la fede; ma il povero vecchio avrebbe forse preferito la quiete del chiostro ad un viaggio di ottomila miglia. Il fatto che part e colla sua partenza lasci in mano del signor Basilio tutti gli stabili della Guglielmi; il che, unito al furto delle gioie di cui questo iniquo era stato l'istigatore ed il primo artefice, poteva ben compensarlo delle spese secrete fatte per l'allontanamento di quel terribile monaco, merc la cui sapienza e scaltrezza egli temeva di essere smascherato. Il padre Gonsalvo part e di lui appena qualche volta giunser lettere dall'Indostan alla Rosina ed a Giovanni. Il caldo clima, l'abbandono delle antiche abitudini avevano cos affievolito quel grand'uomo che i suoi amici avrebbero penato a riconoscerlo. Il signor Basilio non erasi altrimenti dato al chiostro; ei si era fatto pregare, scongiurare di restare al secolo, ed acconsent alle generali preghiere. Eh! un tant'uomo non poteva lasciarsi nel segreto della cella; di lui aveva bisogno il mondo, ed al mondo resti. All'epoca in cui trovasi il nostro racconto, cio nel 1836, in Livorno pi non parlavasi della signora Guglielmi e dei gi narrati avvenimenti. Nuovi fatti tocca la nostra istoria, nuovi fatti i quali non vanno disgiunti dai narrati; e di vero, se non fosse ci, il libro sarebbe terminato, ed altro nuovo ne comincerebbe. Prima peraltro di trasportare il nostro lettore sopra scena europea, non posso del tutto staccarlo dall'America, ed qui che con esso mi soffermo nel palazzo del nostro governatore. Era un bel giorno di state nel 1836. Sul declinare quel d era stato limpidissimo oltre l'usato, ed il clima tutto fuoco veniva rattemprato da fresco venticello marino; una festicciuola domestica aveva avuto luogo in quel giorno, ed in essa si erano moltissimo rallegrati danzando coi negri Antonio, il giovinetto Carlo e la vaghissima Ofelia, tutti e tre figli di Giovanni e di Rosina. Sotto le benefiche ombre dei banani e dei cocchi, nel parco del palazzo, aveva avuto luogo la danza. Quando il sole si avvicin all'occaso una frugale refezione era stata imbandita ai danzatori sull'erba fiorita. Mille augelli di variopinte piume facevano risuonare l'aura di melodiosi concenti. Sotto un padiglione di verzura stavano assisi il governatore e Rosina col ciglio umido per pianto di tenerezza nel mirare tanto allegri i teneri figliuoletti; e la stessa eternamente malinconica Angiolina si era quasi lasciata abbandonare dalle tetraggini, a quelle amabili scene. Dalle vicine boscaglie ad un tratto si era udito il suono flebilissimo di un liuto ed una voce di donna soavissima aveva intonato la seguente patetica canzone: Per il mondo vanno errando Madre e figlio abbandonati, Nulla, ahi! nulla omai sperando Fuorch sterile piet. Nelle membra di Rosina corse un brivido di tenerezza: essa ricordava il sogno fatto a Malta tanti anni addietro; la canzone era italiana, italiana la musica. Giovanni pure sembr altamente commosso. Il canto proseguiva: Madre sono e son fanciulla, Ed il figlio, ahim! non ha Genitore: ah! dalla culla Chi sia il padre, ah! no non sa. --Quali parole! senti tu, mio Giovanni? --Il mondo pieno di sfortunati, rispose questi, ed alzatosi accenn verso donde veniva la patetica voce dal bosco. Non molto lunge dai nostri personaggi discendevano per una china una donna ed un fanciullo ch'ella tenea per mano; essi avanzavano verso il padiglione. --Ah! continu Giovanni vedendo quella coppia, s, il mondo pieno di sventurati: saranno forse di elevata condizione, costretti a mendicare per opera degl'iniqui. Anch'io nell'et di quel fanciullino fui un d immerso nel pianto e mia madre derelitta: mentre mio padre era imprigionato, ella affaticavasi in portare alla capanna un pesante fardello di legna; ma almeno quello fu l'ultimo istante di mia miseria. Da quel d rividi il padre e mi lanciai nella turbolenta carriera dell'avventuriero; oggi son dovizioso e governo.-- Cos dicendo fe' cenno a quei due titubanti di avvicinarsi che lo facessero liberamente. I due stranieri parvero molto confortati da quel cenno ed affrettarono il passo. La distanza non permetteva ancora di scorgere perfettamente i loro lineamenti. --Accoglili tu, disse Giovanni a Rosina, accoglili tu; io verr in seguito: probabilmente avranno una lunga storia di dolore a narrare, ed io, come tu sai, dopo la perdita della mia infelice Esmeralda non posso pi, senza provare un terribile strazio, mirare in volto donne infelici senza figurarmi che la sorte della mia povera sorella non sia d'ogn'altra peggiore. Accoglila tu quella coppia di sventurati; chi sa di dove vengono e qual causa li ha trasportati in quest'isola? falli ristorare, regalali come conviene; io pavento gli effetti di una scossa di sensibilit nervosa.-- Rosina, la quale conosceva come pur troppo il passionato e bollente suo sposo non avesse bisogno di scene sensibili onde non cadere in una delle sue solite cupe malinconie, fu sollecita a promettergli che avrebbe sollevato quei miseri: ond'egli, lasciandole la sua borsa, accesa la pipa, mosse verso il palazzo. Lo stretto colloquio dei due sposi aveva posto in una certa soggezione i due poveri virtuosi di canto, i quali si erano arrestati nel loro cammino ad una conveniente distanza e fino a che Giovanni parl all'orecchio della sposa. Tal precauzione di rispetto non pass inosservata presso Rosina, la quale, dopo che il marito si fu allontanato, fe' nuovo cenno affinch i due timidi viandanti si approssimassero. Essi mostrarono aver inteso, dando evidenti segni di gioia, ma prima che giungessero al padiglione erano stati raggiunti dai figli di Rosina, i quali con una tenera piet si erano dati a festeggiare il fanciullo di circa quattordici anni che accompagnava la cantante. Anch'ella, fu costretta a fermarsi; e mentre quei giovanetti formavano un gruppo pittoresco, e il suonatorello era impedito di preludiare sull'istrumento, la donna continu con queste strofe: Ah! se un d sull'ali ai venti Fia che giunga il mio martir All'autor de' miei tormenti, Sar lieta di morir. Il suo pargolo innocente Egli al seno stringer: Sulla tomba alla gemente Nuzial serto poser. --Ahim! qual malinconica canzone! esclam la Rosina penetrata fino nell'interno dell'anima dalla tremula voce e dal patetico suono della musica di quella straniera. Cara Angiolina, disse quindi rivolgendosi all'amica, vola tu presso costei; dille che cessi dal canto lugubre, che troppo mi scuote le fibre, perocch mi figuro che ella abbia ad un tempo ad essere e il soggetto del canto e l'autrice della canzone.-- Angiolina, non meno dell'amica penetrata dalla tenerezza, in poco tempo raggiunse la forestiera, la quale, vedendosela cos presso, cess dal cantare e si avvi verso il padiglione, mentre il giovanetto suonatore di liuto e gli altri ragazzi la seguivano. Giunta che fu presso Rosina, fece atto di piegare un ginocchio a terra in segno di quel rispetto che gli Indiani sogliono usare verso le persone di alto affare, ma Rosina, con la inesauribile sua cortesia, le stese una mano, su cui la donna impresse un rispettoso bacio. --Mia signora, le disse, vi prego perdonarmi, se io povera straniera vengo ad importunarvi, ma sappiate che io e mio figlio (che quel fanciulletto che voi vedete col coi vostri, m'imagino, coi vostri figli, poich tanto a voi somigliano) non abbiamo alcun mezzo di sostentarci nella nostra estrema miseria tranne che col canto delle nostre terribili sventure. --Gran Dio! che dite mai, amabil donna? riprese la Rosina. E che? quella lugubre canzone alluderebbe forse ai casi vostri? --S, madama: ma se mi lecito toccarne di volo poetando e cantando, non mi permetterei al certo di tediare col racconto di essi una persona distinta. --Ah! mal mi conoscete, signora, e voi non partirete di qui se non dopo aver versato nel mio seno tutte le vostre amarezze. Intanto necessario che vi refocilliate voi ed il vostro figlio.-- Angiolina, a questo discorso, aveva presentato alla straniera delle frutte e degli scelti vini. Ella si assise e ne gust volentieri. I suoi modi franchi, malgrado il rispetto e l'estrema miseria, additavano nella cantante una persona di elevati natali; la sua fisionomia, delicata nei tratti ma virile nell'espressione energica, non faceva punto contrasto colla sua naturale dignit. Ella indossava un abito di seta color turchino piuttosto logoro; anche le scarpe non erano in molto florido stato, ed uno scialletto che le copriva le spalle, anch'esso molto usato, terminava la sua toeletta; alle orecchie aveva due boccole di granato ed al collo un vezzo simile: ci che peraltro faceva singolar contrasto era un anello che tenea nel dito, di oro purissimo con ricco lavoro cesellato in foggia di piastra, della quale la met stava nascosta fra l'indice ed il medio della mano sinistra. In capo ella aveva un largo cappello di paglia, molto adatto a riparare quel bel volto dai caldi raggi del sole dei tropici. Il fanciullo era amabilissimo e gaio: suonava a meraviglia il liuto; era anch'esso miseramente vestito, ma con molta decenza, a malgrado delle toppe che aveva nella blusa di panno bl e nei calzoni che indossava. Anche i di lui calceamenti erano logori, il che dimostrava che era uso a viaggiare a piedi. Il fanciullo, di assai maggiore statura che nol fossero i figli del governatore, aveva sulle spalle una piccola valigia di pelle attaccata con cigne che gli passavano sul petto e sotto le ascelle; e tutto quello, pur troppo, era il misero bagaglio della madre e del figlio. La forestiera, dopo aver bevuto un poco e gustato di qualche frutta, si alz per ringraziare la governatrice. --Ah signora! non vi celo che aveva fame; da questa mane che siamo sbarcati ed abbiamo fatto a piedi questo tragitto per l'isola sull'indicazione di un buon negro vecchissimo che rimasto al porto sulla nave, il quale ha molta cognizione di questi luoghi. --Voi non avete fatto questo viaggio invano, le disse Rosina, n partirete cos presto da noi. Che mai sarebbero le ricchezze, se non un peso, quando non si spendessero per rendere meno misero il nostro simile? --Madama, i vostri sensi mi sono carissimi ed armonizzano colla buona fama che corre di voi anche nelle altre Antille. --Troppo lusinghiere espressioni! comunque sia, vi son grata e far di tutto per non smentire coi fatti la buona fama che corre di me. Intanto favorite appagare la mia curiosit; ditemi un poco: perch mai voi, che tanto bene mi favellaste in inglese fin dal primo avvicinarvi, cantate strofe italiane allorch volete dipingere la storia di vostre sventure? La ricerca non senza un'arcana ragione, che spiegherovvi di poi. Oh se voi sapeste quanto mi avete commossa! --Signora, fino dal mio giungere in quest'isola conosceva esser voi italiana, ed ho scelta la lingua vostra nel porre in versi le mie sventure, mentrech, sapendo esser voi la moglie del governatore d'un'isola inglese, ho creduto bene favellarvi in quell'idioma. --E come, s istruita, s amabile, non avete alcuno che.... --Comprendo, signora, ci che volete dirmi; vorreste esprimermi il desiderio che io mi valessi di qualche mia cognizione onde lucrarmi il pane pi convenientemente e con maggior decoro. --Non dico ci.... --S, o signora: se la vostra bont non vi permette di formarvi un sinistro concetto di me, non perci che tale non debbano formarlo quasi tutte le persone alle quali debbo avvicinarmi nella mia vita errante, vita che mener fino a che.... --Fino a che?... domand Rosina con molta premura. --Fino a che, o madama (Dio mel conceda), io non ritrovi il padre di quella creatura.-- A Rosina scorse un brivido tale per le ossa che le si scolorarono le labbra. --Vi sentite male, signora? proruppe la straniera; ah! per mia causa forse.... --No; no, fu sollecita a dire Rosina; continuate. --S, madama, sono dieci mesi che giro pel mondo in traccia dell'uomo che adoro. -- molto tempo che siete separata da lui? prese a dire con molta premura Rosina. --Si direbbe, replic la forestiera, che avreste parte nella mia storia; tanto l'interesse che vi degnate prendere ai miei casi. Quindi con una lacrima sul ciglio: molto tempo, s, signora; quel mio caro angioletto non era nato. --Cos tardi,... riprese Rosina turbata, lo cercate?... --Ah! avesse voluto Iddio che lo avessi potuto prima, Ma da quel tempo in poi ho avuto un velo sugli occhi. --Cielo! spiegatevi. --Fui pazza.... --Giovanni, Giovanni! sclam la Rosina. Deh! Angiolina, va da Giovanni, che presto venga qua, che non tardi un istante. --Giovanni?... esclam la straniera con un visibile tremore e si pose la sinistra alla fronte. Qual nome!-- Nel movimento fatto dalla mano di costei, rimase totalmente visibile la piastra del ricco anello che essa aveva in dito; vi brillava inciso lo stemma della famiglia Guglielmi, consistente in un guerriero in atto d'imbrandire un'asta di ferro, sormontato da una corona di cavaliere. Quell'anello era d'Alfredo. Rosina ebbe appena la forza di esclamare:--Ecco il mio sogno! ecco il mio sogno!--e di gettarsi a braccia aperte al collo della straniera chiamandola Esmeralda. La giovane, dando in un dirotto pianto per l'eccesso della gioia, svenne nelle braccia di Rosina. Il figlio, in vedendo le donne in quello stato, scioltosi dal cerchio dei festeggianti giovanetti, si slanci presso la madre e, piegato un ginocchio, le prese una mano, che scald col fiato. Vi fu un quadro degno del pi celebre pennello. Giovanni, avvisato dall'Angiolina e dalle grida di gioia della moglie, accorse sul luogo: e per la prima volta da quel ciglio di ferro uscirono due calde lacrime di commozione. Egli abbracciava la perduta sorella. Quali vicende avesse fino a questo punto patite la infelice lo vedremo nel capitolo seguente. CAPITOLO XVIII. Lazzeretto. La vecchia Europa, gi tribolata per torbidi avvenimenti, doveva divenirlo pi ancora per malattia contagiosa e mortale. Grandi mutamenti politici nella Francia, ove, in mezzo a rivi di sangue cittadino, Parigi, scacciato il rampollo del buon re Luigi, accoglieva Filippo per arbitro dei suoi destini nella estate del 1830; e nella primavera del vegnente si erano rianimate le speranze di quei carbonari che, a malgrado della contrariet degli eventi, non cessarono in seguito anco da lungi di fomentare il fuoco della ribellione. Dal colmo degli onori e delle agiatezze, Giovanni, cui stava sempre fisso in cuore il pensiero di novit nel terreno nato, se non colla persona aveva con scritti ed oro sovvenuto alle imprese degli antichi compagni, favorito speculazioni rischiose, spedite armi in segreto. Come poteva egli farlo senza rischio? questo problema. Alfredo poi, militante per la repubblica di Colombia, al primo annunzio di mutamenti europei si era spiccato dal continente americano onde soccorrere l'impresa col senno e col braccio valoroso. Ma anche questa volta i disegni di novit andarono falliti. Nuovo sangue grond dai patiboli. Vi furono emigrazioni, prigionie ed esigli, e l'antico _statu quo_ resse intrepido alla procella progressista. Ma, come s dura traversia poco fosse alle sciagure dei popoli, un morbo pestifero movendo gigante pel Tibet dalla China, passato il Volga e gli Urali, infestata Russia, Polonia, Germania, Inghilterra e Francia, alla perfine attravers le Alpi venne a piombare sul nostro paese. Volgeva l'anno 1835, Livorno non fu l'ultima ad esserne afflitta; ed avvegnach lo squallore, il dolore, la miseria che vi rec un nemico s distruttore non sia stato estraneo a sollevare altro lembo del velo che copriva i misteri di quella popolosa citt, duopo che i nostri lettori dalle amabili e toccanti scene del ritrovo di Esmeralda, retrocedendo col tempo, ci seguano fra i malati, i morti, i carrettoni e la compagnia della Misericordia di quella citt, da cui prese le mosse il nostro racconto. Volgevano gli ultimi di luglio. Ad estate fresca ed umida erano successi giorni di un'afa terribile ed opprimente. Un languore in tutte le membra tribolava giovani e vecchi, una malinconia regnava su tutti i volti; il brio da cui accompagnato il franco e leale carattere del Livornese pareva intorpidito o perduto; intanto una insolita mortalit incominci a dare nell'occhio ed in specie in certe contrade popolose e sudicie. Nel quartiere della Venezia nuova, ove noi vedemmo l'osteria dei Tre Mori, nelle vie di San Giovanni e di Pescheria, di Sant'Anna, di Crocetta, si videro ad un tempo attaccate varie persone da certa malattia della quale sul principio o non si sapeva o non si voleva dire il nome. Questo malore assaliva violento e sprezzante ogni rimedio; senza dar tempo all'arte di esercitarsi, colpiva di morte: in pochi d il mormorio per siffatta sventura era in bocca di tutti; chi ne diceva una, chi ne diceva un'altra, ma nella sostanza ognuno temeva. I dotti si perdevano in indagini, il popolaccio attribuiva a sortilegio ed avvelenamento la mora. Intanto il morbo facea passi da gigante, n si sapea come venuto in citt: chi dicea comunicato da persona infetta venuta da Genova, chi da merce introdotta di contrabbando. Come fosse venuto, poco montava; il terribile chlera era l come un demone invasore, tenace, mortale. Aperte sull'infierir del morbo le case ai medici, agli impiegati, alla guardie di sanit, ai soldati, si svelarono incredibili misteri, e si vide come in Livorno quella gran parte di popolazione che ne forma il nerbo e che al di fuori mostrasi in vesta linda e civile non ha in casa pane per sfamarsi, letto per giacervi, lenzuola per coprirsi, a malgrado dell'operosit del travaglio. Terribile verit che un chlera pu far conoscere; mistero che un romanzo pu liberamente rivelare e darsi il vanto di storia. Ma come il morbo tanto si diffuse e cos rapidamente? Ah! la ragione la miseria; quella miseria che se dotto o filantropo potesse trovare un mezzo da estinguere, io lo saluterei novello salvatore degli uomini: s, perch la miseria peste, peste sociale, peste morale, la qual produce il delitto, il disonore, la morte. Livorno come citt popolosa ha due bisogni: che cessi la miseria delle classi pi numerose; che si educhi e si satolli l'artigiano e la famiglia. E qui nella classe degli artigiani giova porre anco i facchini, i barcaiuoli; imperocch in vece di commercio queste sono arti ed insieme industria. La fame consigliere di tutti i delitti; quindi i furti, i lenocinii, tutto deriva da quel mostro, e per ultimo la ribellione. Quando le masse sono affamate, hanno perduto fra la ignoranza e i disagi quella poca ragione che loro rimaneva. Un casamento della via San Giovanni, cui dava accesso un lurido e buio cortile, a quell'epoca conteneva in s cento persone, divise in poche famiglie; e per lo pi teneri fanciullini privi di vesti, di scarpe, con pochi stracci alla vita, fanciulli che per modestia non uscivano fuori non avendo di che coprirsi. Tutti, maschi, femmine, adulti, impuberi, tutti, famiglia per famiglia, dormivano in un letto! Ma che? quel giaciglio di paglia imputridita posto sul nudo ed umido mattonato, fra nere muraglie coperte di salnitro, in mezzo ad una stanza buia e senza sfogo d'aria libera, coperto di mille cenci, privo di lenzuola, a buon dritto appellar si potrebbe canile. Ebbene col mesto il livornese artigiano, dopo intere giornate di sudori e d'immense fatiche, viene a posar le stanche membra martoriato dal pianto dei figli e della moglie, che spesse volte il vedono riedere senza pane. Col in quelle oscure tane la figlia perde l'onore, perch l'orribile miseria la getta in braccio della seduzione e dell'infamia. Col il giovanetto, senza nozioni di bene, perch il padre stanco ed affamato non pu dargliele e forse non le possiede, ed egli non pu riceverle, spinto negli orribili stenti, educato alla bestemmia, al vedere il brutale commercio della sorella che si vende per fame, impara il furto e l'assassinio. Ah pur troppo! di quei sozzi tugurii abbonda la citt, mentre ben pochi Livornesi abitano i bei palagi moderni che sono stanza degli scaltri forestieri, i quali venuti in sul bel suolo hanno saputo arricchirsi col sudore del povero che lasci morendo un'eredit di dolore e di maledizione. La casa detta delle _cento_ anime, a sinistra della vecchia dogana venendo di verso la Piazzetta dei grani, era situata a met di via San Giovanni, che a quell'epoca non avea sfondo; strada pericolosa per le aggressioni, per i ferimenti, per i furti, per gli stupri, che negli oscuri pianerottoli delle sue case sporche e povere potevano impunemente commettersi. La casa delle cento anime doveva in breve rimanere deserta, s; poich il chlera, introdottosi col, era venuto a mietere la vita di tutti quei miseri abitanti dal primo fino all'ultimo. Morti e moribondi, privi di conforto in quel trambusto di ammalati e di tali che assaliva il morbo, giacevano sull'istessa paglia. Gemiti, urli, maledizioni rendevano quel luogo un inferno in terra che dava un'idea di quello dell'altra vita. Molti e molti quadri simili a quello che ho cercato di descrivere offrirebbero la scena eguale a quella ch'io debbo narrare, ed il farei, se raddoppiare potessi le scene di sensibilit e disinteresse, quando nol fossero d'infamia, di cupidigia ad un tempo. Per da uno dei quadri potremo averli tutti per dipinti, poich l'imaginazione, primo dono di Dio, crea imitando. Nel casone delle cento anime all'ultimo piano, cio dopo il sesto, una soffitta composta di una sola stanza, il cui focolare strettissimo al pari del solaio. A met della cappa del camino si trova un'apertura, larga un quarto di braccio, lunga altrettanto, che d la luce a quell'abituro; il quale ad un tempo cucina, camera e salotto, mentre ha appena sei braccia di lunghezza e quattro di larghezza. Quell'abituro, posto sovra i tetti, non ha veduta, privo del palco, che coprono poche tegole sconnesse, e viene spesso inondato nelle grandi cadute della pioggia. Il mobiliare che andiamo a descrivere sta pur troppo in armonia colla bruttezza di quel locale: un saccone ripieno di foglie di granturco giace sull'umido pavimento nell'angolo opposto al camino. Accanto a quello stanno una brocca di coccio, una sedia rotta e spagliata, un candeliere di legno con una candela di sevo, due o tre tondini, una scodella di legno, una pignatta. Presso al focolare, una tavola fissa nel muro e mezzo tarlata, ha sopra una saliera, due forchette di ferro, un bicchiere di vetro ed una piccola boccetta di olio, un fascetto di erbaggi e un pane nero. Accanto al letto dal lato della porta un piccolo baule, e sopra quello un liuto ed alcune carte da musica. Sovra il letto una coperta a colori, e ci che fa contrasto col rimanente la nitidezza del lenzuolo. Poche paia di scarpe, un tempo di forma elegante, veggonsi poste ad asciuttare accanto al fuoco. Sul pagliariccio giace una giovane donna nel fior dell'et, di vago aspetto, la quale mezzo sollevata sulla persona tiene coperto da uno scialle il dorso appoggiato alla nuda parete. Ai suoi piedi su di un piccolo materassino il giaciglio di un giovanetto di cui primavera infiora le gote, biondissimo e bello; il quale fa ad alta voce questa preghiera diretta alla imagine della Vergine affissa a capo del letto. --O voi gran madre degli sventurati, che tanto soffriste quaggi, che tanto amaste il Figlio vostro, deh! soccorrete mia madre.-- La donna per la cui salvezza pregava il tenero figlio era immersa nel delirio pi atroce; il terribile malore che l'aveva clta era nel suo maggior vigore. --Regina degli angioli, proseguiva il fanciullo, ella muore senza soccorso! Io non ho nessuno che vada a cercare un aiuto: se esco, quando ritorner, la trover morta. --Eccolo, eccolo; torna, torna: url la donna; trovato. --Chi mai? disse il fanciullo. --Tuo padre.--E cadde supina. -- morta! grid il giovanetto gettandosi a corpo perduto su quella misera, che nell'eccesso dello spasimo era caduta quasi esanime. Ei l'abbracciava pur pregando con queste parole il divino aiuto:--Madre santissima, soccorrete la moribonda mia genitrice.--E mescolava i singhiozzi alla preghiera.--Essa palpita ancora: deh! voi che portaste nel seno il Creatore del mondo, abbiate piet.-- La donna si alz, i suoi occhi brillarono d'insolita luce, il suo aspetto parve sereno, cessati i suoi spasimi. --Figlio, figlio! esclam, e copr di baci la bionda capellatura del fanciullo. Sei qui? non mi hai abbandonato? --No, madre mia: gran Dio! avrei avuto forse la grazia pi completa? cesseremmo noi di ritrarre dalla sua infelicit il misero sostentamento? Potr io allora lasciarla senza timore che si anneghi o si uccida, ed andare a lavorare per lei? O gran Madre di Dio, grazie, grazie! me l'avete salvata; ella torner in vita e sar ragionevole.-- I cieli si aprirono, s, certo, si aprirono ad una preghiera s fervente, s pura. La donna, vinta la crisi violenta del malore, ne risentia tal possente scossa che di un tratto le faceva ricuperare la ragione per tanti anni smarrita. Il tenero figlio aveva, nell'accertarsi di tanta verit, veduto come gli occhi della divina imagine avevano tramandato s vivi raggi che tutta ne era stata illuminata la cameretta, la quale parve convertirsi in una parte di paradiso. Il fanciullo cadde genuflesso, e quando si alz dall'estasi beata, la madre, gi sana di mente, dal cielo istesso guarita, era in grado di reggersi sopra di s, di prodigare tali carezze al suo nato quali mai non aveva potuto durante i tredici anni della di lui vita, sebbene nei gravi accessi di follia ella lo avesse accarezzato sovente. Queste scene avvennero nella soffitta, mentre l solo aveva fatto grazia la morte, cos volendo Iddio. Ma il giovanetto e la donna dovevano appena aver tempo di gustare della dolce soddisfazione di cos segnalato prodigio. Un uomo di et matura, sprezzando la morte e calpestando i cadaveri degli appestati, si era precipitato nella stanza senza neppure annunziarsi; costui non credeva nel chlera, cio riteneva assai potenti gli antidoti di che si profumava le vesti, per andar sicuro fra i moribondi ed i morti. Costui era il proprietario di quella casa. --Ebbene, entrando grid, maledetta canaglia, non ancor giunto il tempo di pagarmi della carit che vi ho usata? fuori, canaglia, fuori le cinque lire di pigione. La donna lo guard stupida e disse:--Ah signore! --Per piet, esclam il giovanetto afferrando quell'uomo per le vesti, per piet lasciateci respirare, noi abbiamo ricevuta una grazia dalla Madonna; ce ne far un altra, e vi pagheremo. --Eh! monello, grid nuovamente quell'uomo, tu mi burli, pezzo di ladroncello, di vagabondo, di cantastorie; fino a che tua madre cantava, io ci credevo, ma ora che so esser moribonda, voglio esser pagato. --Tigre! gli url la donna, abbi piet di questo ragazzo! --Ah! ah! sei donna e basta; morrai, sta bene: ed io non voglio conti coi morti; qua i denari, e si mise per saltare alla vita della donna. Qua i denari, so che gli avete accattati; malandrini, qua. --Mio Dio! url il giovane, mia madre torner pazza. --Meglio cos, riprese l'uomo infamemente ridendo, canter meglio. Ma che vedo? un anello? ah! un anello d'oro? l'avrai rubato; qua quell'anello, e vi ci tengo un mese di pi. --Giammai, giammai! url la donna come immersa in un orribile furore. Giammai, la vita.... ahi! s prima la vita.-- E tent di respingere il violento. Il fanciullo si prov anch'esso a trattenere l'iniquo; ma colui, cupido di quel pezzo di oro che vedeva brillare in dito a quella sventurata, nulla curando di lottare contro una specie di cadavere, raddoppi la sua lena e violentemente con un piede percosso nel volto ed atterrato il giovane, era per commettere l'infame furto, e chi sa se di quel solo delitto sarebbesi appagato un uomo s brutale? poich la donna, come dicemmo, era bellissima. Presso a quello era un altro casamento pieno di morti e moribondi. Chi lo avrebbe veduto? chi? Iddio, e Dio lo vide e protesse la donna e l'orfano: in quell'istante un lugubre passo si ud vicino; entr nella stanza un medico fiscale e alcuni della compagnia della Misericordia. --Al Lazzeretto, al Lazzeretto! grid il medico vedendo su quel giaciglio il giovanetto in ginocchio, il fiero uomo ritto e la misera donna svenuta. Al Lazzeretto! continu, e gl'incappati si disposero ad obbedire. --Ah! no.... salvateci piuttosto da questo mostro! url il giovanetto. Ah! Madonna, ecco un'altra grazia. Che fate voi? mia madre guarita, riprese vedendo che i fratelli della Misericordia si facevano a prendere per le braccia la donna svenuta, guarita, le ha fatto la grazia la Madonna, non c'intendete? eccola l (ed addit la santa imagine), ed io son sano. --Buon fanciullo, dissegli il dottore commosso dalla tenera fisionomia e dall'accento del giovinetto, lascia, lascia che portiamo via la tua mamma; poveretta! ella sar guarita, s, ma qui poi morrebbe di stento e di miseria, di patimenti, di freddo e di fame.-- Il fanciullo vedendo che gi quegli uomini incappati si erano tolti in braccio la cara sua mamma, fatto un gesto di fiducia nella beata Vergine, --Ebbene, disse rassegnato, sia cos, ma io non posso lasciarla. --Figliuol mio, aveva risposto il dottore, e dove possiam noi condurti se sei sano? --Ebbene ammaler qui; sento stringermi il capo come in un cerchio di ferro rovente; desidero, s, desidero di esser malato, almeno per seguire la mamma: la Madonna che mi ha fatto due grazie (e qui il caro giovanetto alludeva a quella comparsa della compagnia della Misericordia che aveva salvato la mamma dai rapaci artigli di quel crudele e disumano creditore che volea derubare l'infelice moribonda) e mi far anco la terza.-- Il dottore, commosso fino all'estremo:--E non ti far paura stare nel Lazzeretto fra tanti malati, in mezzo a tante morti? --Buon Dio! e qui non peggio? sclam il fanciullo accennando la miserissima stanza; e poi colla mamma star bene dappertutto.-- Il dottore, onde compiacere il fanciullo e per dare al pio suo desiderio una favorevole risoluzione, tocc le tempie ed il polso di quell'amabile creatura, e quindi, diretta agl'incappati la parola, --Signori, disse, questo fanciullo ha il polso quasi febbrile; sar dunque prudenza condurlo al Lazzeretto con sua madre; d'altronde lasciarlo qui per lui morte sicura. Il fanciullo trasal dalla gioia: madre e figlio furono messi in una stessa barella e trasportati al Lazzeretto di San Iacopo: partita che fu la prima barella, gl'incappati erano per uscire. Quell'inumano creditore, cui essi avevano impedito la pi orribile violenza, per tutto il tempo di questa lugubre scena si era appoggiato al muro, dando segno della sua fredda indifferenza col tenere le braccia incrociate sul petto. --Signor Basilio! sclam il dottore; ovunque miseria la di lei ottima persona trovasi presente; ah! ella proprio il genio della beneficenza!-- L'uomo non rispondeva. --Signor Basilio degnissimo, continu il medico, non mi sorprende trovarlo in luogo ove la sua solida piet e religione trova pascolo a confortare gl'infelici; ed il cielo e gli uomini le saranno larghi di ricompense: ma mi permetta il dirle che ella si azzarda di troppo; la sua carit le fa trascurare il pericolo maggiore. Ma non sa ella che questa malattia terribilmente contagiosa ed in specie nel lezzo di simili abitazioni? non sente ella che questo tanfo, che questa puzza insopportabile possono accrescere senza dubbio il pericolo del contagio?-- Il signor Basilio fece come una specie di sorriso in disprezzo del male. --Eh! comprendo, soggiunse il dottore, la sola piet sfida i pericoli.... ma buon Dio! signor Basilio, che l' mai sopraggiunto? ella trema: che veggio mai? ella vorrebbe rispondermi, ma la contrazione dei muscoli del mento indicherebbe un accesso di parossismo febbrile. --Eh! eh! eh!... non nulla.... un effetto nervoso.--E nel proferire queste parole il signor Basilio ansava terribilmente. --Non si allontanino ancora, o signori, disse il dottore ad alcuni incappati della Misericordia che erano per andarsene. Il signor Basilio volea rispondere a questo tristo preludio, come per confortare il dottore e confortarsi egli stesso; ma appena pot proferire il monosillabo no.... che il suo volto, di rosso scarlatto, divenne nero piombo; i suoi occhi s'iniettarono di sangue, la sua lingua s'ingross nella bocca, sent ardersi la faccia. In s terribile posizione, esso prov, non potendo parlare, di allontanarsi per sfuggire dalle mani del dottore; ma non s tosto muovevasi dal muro ove era appoggiato che le gambe ricusarono di servire il suo corpo; ei fu preso dall'orrendo vomito, uno dei sintomi del fiero chlera e cadde al suolo privo di sensi. --Signori, facciano il loro dovere; ecco un altro allo spedale, una vittima della compassione. E gl'incappati, preso il signor Basilio che la collera di Dio aveva finalmente colpito, lo recarono al Lazzeretto, ove lo avevano preceduto le due care creature. Il Lazzeretto, in cui la polizia sanitaria aveva decretato doversi trasportare gl'infetti dal chlera, era un fabbricato assai vasto situato fra il cos allora detto Mulinaccio e la chiesa di San Iacopo. Alcune palizzate o lunghi cancellati di legno tinto di nero lo accerchiavano, e le vicinanze istesse di quel luogo di piet e di dolore ne indicavano con caratteristici segni tutto il tetro. Da lungi si vedevano alti fumacchi neri e cerulei salir verso il cielo, prodotti dalla combustione di letti marciti dai malati e di vesti avanzate ai morti, di masserizie sospette di contagio. Un silenzio lugubre regnava nell'interno, ed il timido viandante non avrebbe osato avvicinarsi a quelle temute barriere per tutto l'oro del mondo. Dalle finestre uscivano vapori di zolfo e d'altre materie adatte a disinfettare l'aere, vapori che, mescolandosi col fumo delle robe dei defunti, arse in vari punti del prato da cui era circondato lo stabilimento ed a quello di veri camini, giunti a certa altezza dal suolo, si coagulavano in una eterna nuvola che pareva formare un funebre baldacchino sopra quel luogo di dolore. Accenti di lamento dei malati, urli strazianti dei moribondi, voci di tanti e tanti guardiani e medici ed inservienti che qua e l accorrevano, chi per assistere un moriente, chi per medicare un ammalato, chi per togliere dal letto un morto, facevano un cupo e confuso mormorio che da lontano assomigliava al fiotto di un mare in burrasca. Soprintendeva a quel luogo un ufficial militare, onde stretta e severa ne fosse la disciplina, inquantoch ogni subalterno dovea rigorosamente obbedire agli ordini ricevuti senza farvi osservazioni, senza dilazione, senza mormorare, con fedelt e con puntualit; ed in fatti, privo di questo severo disciplinare reggimento, come avrebbe potuto governarsi quel luogo, ove la confusione era pronta sempre a scaturire da ogni parte? Ed infatti col abbisognava porgere agli ammalati a tutte le ore medicine di ogni sorta ed a seconda del grado del malore; trasportare i cadaveri e svestirli a tutte le ore; assistere i convalescenti, rinviare i sanati, il cui numero in specie nei primi tempi era s raro che a tutti coloro che si trasportavano in quel locale funesto dicevasi per sempre addio. Conveniva riparare ai furti che nel trambusto avrebbero potuto commettersi a danno degli impiegati e degli ammalati e delle famiglie degli estinti; conveniva impedire scandali e delitti carnali fra persone di sesso diverso: era questo un caos novello che bisognava ordinare. La vigile sapienza del governo seppe por gli occhi sopra un ufficiale militare, il quale intrepidamente accett il periglioso incarico: e siagli qui reso eterno e pubblico tributo di lode e di riconoscenza; imperocch, oltre le immense difficolt dell'ufficio, le fatiche egualmente grandi, pi di quello v'era il pericolo sempre minaccioso di essere colpito dal contagio, e conveniva trovare un uomo che per virt e per amor dei suoi simili mettesse in non cale la propria vita; imperocch era un rinchiudersi fra quelle mura con la morte sempre pronta a vibrare la falce micidiale; faceva duopo di una vera e completa abnegazione di s stesso, e bisognava avere un cuore di tempra adamantina per reggere a tanti colpi sulla sensibilit fisica e morale. Quest'uomo che sul campo di battaglia aveva mietuto allori e sprezzata la morte erasi accinto a sfidare la stessa terribile nemica dei viventi in campo chiuso, cio nel Lazzeretto. Erano le ore cinque di sera quando il cancello fu schiuso aggirandosi sopra i cardini, e il funebre convoglio accompagnava una lettiga su di un carro a due ruote tutto coperto di drappo nero e di stoffa incerata; il legno veniva tirato da un solo cavallo. Il vettore era esso pure vestito di tela nera; perfino i guanti erano dello stesso drappo; sul sellino del cavallo attaccato alla funebre vettura stava un campanello e sventolava una bandiera bianca e nera; il suono del campanello era procurato all'effetto che i sani i quali per la via lo sentivano si allontanassero il pi presto possibile, onde evitare che i miasmi funesti i quali partivansi dalle vetture ripiene d'infetti propagassero il morbo. Per maggior precauzione a tutela della sanit, due o tre soldati scortavano la vettura stessa, allontanando da quella chi o non avesse inteso il suono della squilla o avesse creduto sprezzare il pericolo. Due inservienti dello spedale, aventi a tracollo una specie di stola indicatrice della loro qualit e armati di bastone a punta, terminavano il corteggio lugubre. Essi erano coloro che avevano nella vettura rinchiusi gli ammalati, che di quella li toglievano per affidarli all'altra consimile guardia detta di sanit, la quale aveva l'altro incarico di trasportare nelle cellette del Lazzeretto coloro fra i rinchiusi nella vettura che erano malati, e alla stanza mortuaria coloro che, troppo aggravati dal male, fossero periti nel fare il tragitto. Oltre quel Lazzeretto che test abbiamo descritto, anche altro luogo era destinato al ricovero degli infetti quando il primo era troppo ripieno, ed era la moderna chiesa di San Paolo, posta sull'antico spalto e che allora non era sacrata. Una pietra sulla porta maggiore ricorda e ricorder ai fedeli come prima che al sacro uso venuto fosse quell'edifizio l'aveva gi l'umanit consacrato a benefizio della languente progenie di Adamo. La citt pareva deserta: tutte le botteghe chiuse rendevanla pari ad una citt dissotterrata dopo tanti secoli e restituita alla luce, i cui fabbricati pi non contassero abitatori; ed oltre le botteghe, non una finestra aperta con qualche viso confortante affacciato. Coloro cui le convenienze non permisero di emigrare nelle vicine campagne e citt per fuggire il morbo desolatore in traccia di aere salubre e confortante, si erano rinchiusi rigorosamente nell'interno di loro abitazione, segregandosi dagli altri viventi e ricevendo da quei di fuori le vettovaglie per mezzo di corda incatramata, per sospetto sempre d'infezione: e queste vettovaglie accuratamente purgavano pria di toccarle, tanto era il riguardo e la paura, servendosi dei cortili per calar gi dei panieri ed altri recipienti. Ed appena i pi divoti si azzardavano ad uscire per girne ai sacri uffizi; e questi pochi li avreste veduti tenersi per le vie e nel tempio a grandi distanze fra loro per non urtare veste con veste, dappoich il solo tatto poteva essere veicolo di morte. Anche dalla citt si levavano in alto colonne a spirale di fumo o per masserizie e vesti abbruciate, o per suffumigi di zolfo e di bitume, i quali poi rannodandosi formavano un nuvolone nero galleggiante per l'aere ed equilibrato, tenentesi fisso sovra la citt quasi gigantesco ombrello. Il che aumentava la tetraggine di chi dall'alto dei vicini colli vedeva l quel vapore denso che, unito all'aere affannoso, dava una tinta lugubre alla citt stessa e ne rivelava le dure calamit; e quei miseri che stavan l dentro trepidanti per la loro vita e per quella dei cari, volgendo l'occhio al cielo e vedendolo tinto di funebre velo, pi e pi si scoravano, quasi che il cielo coperto di un panno mortuario dicesse a note di terrore: _Per ora morte, e tutti morrete, cos volendo Iddio sdegnato._ In quel doloroso periodo di comune dolore, gli uomini sentirono veramente il palpito di fratello che lor rivela esser tutti nati di un istesso sangue: e perci mille e mille grandi esempi di carit, di amore, di abnegazione di s stessi offrirono quei giorni di tribolazione; ricchezze non curate, nobilt che scese a stender la superba mano al povero; povero che, obliando gli insulti del ricco, gli fu largo di aiuti che con l'oro avrebbero potuto pagarsi; l l'ammirabile e filantropica societ della Misericordia, degna sentendosi della sua generosa divisa, oper tanti e tali eroici tratti di cittadina virt che bene avrebbe meritato ad ognuno dei fratelli quella corona di quercia che gli antichi Romani solevano imporre ai cittadini che un cittadino salvavano. La compagnia della Misericordia imit le altre consorelle d'Italia, in ispecie nelle orribili pestilenze de' secoli scorsi, tanto fu benemerita della umanit. E se in mezzo a tanta espansione di affetti generosi qualche indegno del nome di uomo si macchi di delitti.... deh! non turbi il bel quadro delle eroiche di lei azioni tal ricordanza. Noi vedremo che il Nume seppe coglierlo sul fatto. Ed invero la vettura funebre che, siccome narrammo, alle ore cinque entrava nel Lazzeretto, vi conduceva l'infame signor Basilio sul doloroso letto di morte. CAPITOLO XIX. La capanna dello zio Neri. Prima che facciamo ad introdurci nel locale doloroso in cui abbiamo veduto trasportare la misera cantatrice di storie ed il suo pargoletto, e rinchiudere il signor Basilio, ne fa duopo ritornare molti anni addietro, cio a quel punto del nostro racconto in cui con tanta sorpresa e rammarico delle reverende madri priora e camarlinga di Santa Chiara, disparve da quell'asilo di pace la sventurata Esmeralda. Quella entusiasta giovane, che improvvisa mania colpiva nella mente, alla quale peraltro gradatamente avevanla preparata lo strano modo di sentire e quel darsi alla vita della selvaggia in un mondo civilizzato, stava, come sappiamo, trattenuta nel convento senza sapere ove fosse, credendosi in riva ad un porto di mare e pronta a salire su di un naviglio che recassela in America alla rediviva sua madre. La fisionomia delle donne velate di nero che circondavanla, la ristrettezza della cella, il suono dell'organo, le voci femminili ed acute delle monache producevano nella sua mente una di quelle confusioni che ella non poteva e non sapeva spiegare, ma che pur troppo dovevano rendere pi intensa quella passeggera aberrazione mentale che il discorso di padre Gonsalvo nell'osteria dei Tre Mori in un momento di eccitazione ed il colloquio col suo amante avevano fatta improvvisamente nascere. Se il buon religioso avesse creduto che tanto sinistro effetto avessero a produrre in quella giovane le sue parole, oh! chi sa se le avrebbe proferite? Ed infatti una delle pi crucciose rimembranze che angosciassero quel venerando, laggi nel fondo dell'Indostan era quella del giorno torbido e fatale 17 febbraio 1821, in cui aveva sottratta la giovane al suo amatore. Ma chi mai pu prevedere gli eventi? una delle cause pi energiche che avesse preparato il tristo effetto della demenza della infelice fu quella di accorgersi di avere fecondo il seno. Avvezza a disprezzare l nei deserti dell'America un avvenimento che, a senso di quella selvaggia sua semplice vita, non aveva in s vergogna; purch rilevasse da affetto verso un sol uomo, e che quest'uomo fosse l'unico amante, ella non pensava che in Europa e nella moderna civilt si giudica ben altrimenti. Ma un senso di dolore nel riflettere che la frenesia da cui sentivasi posseduta verso la causa di un fallace risorgimento, e da cui pure era invaso il suo amante Alfredo per la felicit della patria, potevano portare entrambi i giovani insieme sul patibolo, avevala scossa terribilmente, pensando di dovere salirvi o incinta o madre di fresco. Il crudele contrasto fra il dovere di cittadina e l'amore di madre, amore che voleva soffocare per vincere nella ardua palestra, avevale acceso il sangue. Trovatasi al convento, ella s'imagin di esser gi stata giustiziata e di aver perduta la vita sul palco e di trovarsi in luogo di beatitudine eterna, a ci suadendola le pie voci delle monache e la melodia dell'organo. Esmeralda, dai deserti dell'Ohio passata alle popolose citt di Europa, ingolfata fra le turbe cospiratrici, immersa nei piaceri di una vita turbolenta e variata, internata dei discorsi e delle aringhe esaltate ed esagerate, non aveva la menoma idea di un convento, e quella pace di esso e quella maestosit dei sacri riti, non vi ha dubbio, doveva aver penetrato nell'anima della giovane, sebbene la sua ragione fosse smarrita. Credutasi in cielo, la sua anima agitata parea acquietarsi; ma nell'interno bolliva pi fiera la tempesta. In un momento di delirio pi forte le venne in mente il figlio di cui era incinta: cred di averlo lasciato nel mondo, e sebbene ormai si credesse puro spirito, l'amor del figlio la riconducea alla terra; e la terra essere le parea quel giardino fioritissimo sul quale dava la finestra della sua cella, la quale era ben poco elevata dal suolo, ed ella nell'idea di avere le ali, gi si cacci a precipizio. Ma avvegnach fosse nei decreti della provvidenza che non dovesse risentirne danno veruno, sotto appunto la finestrella l'ortolano aveva trasportato per avventura una quantit considerevole di paglia per foraggio delle giumente e delle capre ad uso del convento, ed Esmeralda si rialz subito e messesi a cercare per tutto il vasto giardino. Delusa nelle sue ricerche, incontr la porta, che l'ortolano medesimo per disgrazia aveva lasciata aperta; uscita senza saper dove andava, err per l'alta notte illuminata dalla luna, fino a che trovossi sopra di una sponda dell'Arno; curvatasi per vedere laggi, scrse la propria imagine riflettuta dalle acque limpide del fiume, e siccome l'onde movendo verso la foce facean vacillare l'imagine che parea fuggire sull'acqua,--Ah! ah! non mi fuggire, cattivello, esclam la misera pazza; e non sai che io son tua madre e che quando ti avr acchiappato torneremo insieme al paradiso?--Disse e di un lancio si gett nell'acqua profonda. Non pi vedendo l'imagine, ella, vigorosamente nuotando, nel che era espertissima, e seguendo la corrente, in breve fu verso lo sbocco del fiume nel mare; ma il lungo digiuno che ella aveva fatto in quel d, in cui pi che mai aveva farneticato, lo stato morboso in cui erano le sue fibre, il gelo dell'acque che avevanle inzuppato tutti i panni, fecero s che prima di arrivare allo sbocco del mare ella aveva completamente perduto i sensi e come corpo morto seguitava la corrente, quando uno dei molti arbusti che scorgonsi sulla destra di quel fiume essendosi intricato nelle vesti, rattenne quel corpo quasi esanime. Volle fortuna che presso a quello si trovasse un tal Neri, vecchio pescatore e cacciatore ad un tempo; il quale da molti e molti anni passava la vita dentro ad un barchetto a pescare ed a cacciare gli uccelli acquatici: e sulla prossima riva estrema a confine degli spessi boschi di San Rossore, luogo tutto selvaggio e tutto pineti ed arbusti intricati fra loro, stanza favorita di daini, di cinghiali e di caprioli, il vecchio Neri teneva una capanna di cui la moglie avanzata in et era l'altra abitatrice. Neri, sentendo l'acqua rimulinare intorno al barchetto, nel quale quella notte era anche la moglie che accomodava alcune reti, voltossi a lei: --Ohe, Teresa, le disse, guarda un po' quaggi fra i salci; ci ha da essere qualche ingombro: l'acqua rimulina sotto il barchetto e lo fa girare intorno al palo (poich il barchetto di Neri era legato ad un palo o remo confitto nell'alveo del fiume); se cos, inutile gettar la lenza.-- Teresa ubbid e, tratto fuori del barchetto un lanternino, si mise a sbilucciare verso i salci indicatile. --Oh Madonna santa di sotto gli organi! grid la vecchierella, altro che ingombro, una donna affogata.-- Neri a tal voce lasci andare la lenza nel fiume ed esso pure grid: --Perdinci! potrebbe essere non anco affogata; in questo caso dovere di cristiano aiutarla; e se mai morta, sar quello che Dio vuole.-- Neri accompagn le parole coi fatti (e sappiate, lettori carissimi, che Neri era livornese e livornese schietto, un tcco di cuore, non potete imaginarvelo, ignorante, ma cristiano, che tutta la vita aveva passato a bocca d'Arno fino dall'infanzia): fatto girare il battello, l'accost alle sponde e, tiratosi i calzoni fino sopra al ginocchio, cavatesi le scarpe, si cal nell'acqua, che presso la riva aveva basso fondo; amorosamente raccolta la Esmeralda, la pose nel suo barchetto, mentre la buona vecchierella gli faceva lume dalla sponda del medesimo. Siccome uomo di forza erculea, presa nelle braccia la misera giovane come noi faremmo di un bambino, leggiermente inchin la testa di essa verso il suolo onde rigettasse quell'acqua che potesse avere ingoiata. Ma ben poca ne aveva trangugiata Esmeralda, perch, sebbene svenuta, era stata sempre a fior d'acqua; imperocch le larghe sue vesti le avevano servito come di sostegno. Fatta questa operazione, la donna, posta sopra il cuore della giovane una mano e sentito che batteva, disse: --Caspita! questo non luogo per noi, andiamo in capanna, caro Neri; questa ragazza non morta, svenuta, e va subito slacciata e messa a letto.-- Il pescatore comprese che la moglie aveva ragione; e perci, saltato sulla riva, condusse attraverso i salci, i giunchi e la bassa pineta, la derelitta alla propria capanna, che stava ad un quarto di miglio dalla riva ed in luogo cos inospito che le selve del fiume Ohio non avevano a perderne. Giunti col, i coniugi intesero a mille cure verso la sfortunata, che, rinfrancata da una quantit di rhum che il pescatore volle cacciarle per la gola, sbrogliata dei panni e collocata nel letto di quei sessagenari sposi, riprese in breve i sensi e la vita. --Ah! te l'ho detto tante volte, ed ora te lo ripeto, esclam Neri fregandosi per gran sodisfazione le palme; il mio rhum un liquore miracoloso, ha fatto e far sempre prodigi: viva il contrabbando; senza di questo il povero pescatore sarebbe costretto a bere dell'acquerello o del cognac. --Eh giusto! sempre col tuo rhum di contrabbando; mi hai stonate le orecchie: stata prima la Madonna di sotto gli organi e poi questo letto caldo. --Ah! in quanto alla Madonna sta benissimo, io non contrasto, poich senza il di lei patrocinio n anche il rhum potrebbe aver fatto bene; ma quanto al letto, ci vuol altro che pannicelli caldi.-- Il marito e la moglie ebbero un piccolo ed innocente diverbio, mentrech Esmeralda aveva preso un placido sonno. Finalmente, dopo aver egli vantato i pregi infiniti del suo rhum, la donna quei del suo letto caldo, terminavano per pacificarsi, dicendo Teresa: --Dimmi un po', Neri, e chi sar questa giovane? --Oh bella! rispose il pescatore, sar chi sar; sar una donna e te lo dir ella stessa, se le pare dimani; caspita! non son mica l'oste delle Tre Donzelle che dimanda il passaporto ai forestieri che arrivano. Ma bando alle inutili chiacchiere: sono contento di aver fatto un'azione da galantuomo; questa per non deve impedirmi di badare al mio interesse. quasi l'alba; io ritorno al barchetto: tu sai che sul far del d i germani fanno il ripasso; dammi l'archibuso e tu resta qui colla padroncina, giacch di fronte a noi di certo una signora.-- Neri, preso da capo del letto un fucile coll'acciarino alla fiorentina e di canna lunghissima, fece ritorno ai barchetto. Al mattino la Esmeralda era risorta ed in grado di ricevere le cure della vecchia, la quale per non pot cavarle una parola di bocca intorno all'esser suo; la buona donna, sebben curiosa come tutte le donne, aspett il miglior tempo e le continu quelle attenzioni proprie di una disinteressata persona di quel deserto. Neri era una specie di uomo che non dipendeva da nessuno. Tanto esso che la moglie andavano le feste alle funzioni del mattino nella chiesa di San Piero a grado, posta dall'altra parte dell'Arno, e facevano ritorno alla capanna ed al barchetto. Non praticavano nessuno, come nessuno accedeva alla loro dimora, cos nascosta nel bosco che anco passandovi dappresso la non poteva scorgersi. Due volte o tre la settimana Neri portavasi alle vicine citt di Pisa o di Livorno per vendere la cacciagione ed il pesce; questo era l'ordinario suo tenore di vita. Quello della Teresa consisteva nel filare, nell'aiutare il marito alla pesca ed in rassettargli la rete ed in preparargli il frugalissimo cibo della mattina e della sera; occupazione che qualche volta Neri, in specie le domeniche ed altre principali feste dell'anno, faceva da s. I due consorti vestivano panni grossolani che da s stessa cuciva la vecchia, e calzavano scarpe di legno coperte di poco cuoio, nella cui fabbricazione il buon Neri era espertissimo. Erano ormai quarant'anni che menavano quella vita patriarcale lieti e contenti, ed il solo figlio che avevano avuto, andato alla guerra nel 1813, era morto gloriosamente sul campo. Questo era stato l'unico dolore di Neri e Teresa, i quali, veramente religiosi e filosofi, avevano offerto a Dio il loro immenso spasimo; dopo di che si erano gi dati pace all'epoca in cui venne da essi salvata la Esmeralda. Passati i primi tre giorni del ristabilimento della misera, allorch ella cominci a parlare, costoro si avvidero di leggieri che essa era pazza. --Caspita! pazza, disse Neri con una delle sue solite esclamazioni. --E che perci? prese a dire Teresa, i pazzi vanno forse abbandonati? --Non dico questo, riprese il buon uomo: dico che se mai venissero a cercarla.... --Ah ah! se la cercano, non gliela dar certo quella creaturina; non vedi che angelica fisionomia? ella quieta quietissima; non usa alle faccende, passa tutto il tempo a guardare il cielo; forse una santa. In ogni modo, non la renderei al certo, perch coloro cui apparteneva dovevano tenerne conto. Oh! oh! certo, sicuro, se non eravamo noi, era morta; dunque? dunque la roba trovata di chi la trova. --Dici bene, ma se fosse fuggita dallo spedale? --Peggio! disse la vecchia, oh l s che non ce la rimanderei: e non sai tu che laggi per medicina danno le bastonate? --Bella medicina! riprese Neri. --Figrati se possibile che un cristiano guarisca a dargli le bastonate.... --Dici bene, moglie mia, la terremo per noi; giacch la provvidenza ci lev il figliuolo e non ce ne dette altri, piglieremo questa. --Bravo Neri! ora s che ti vo' pi bene di prima. Ma dimmi un poco... mi viene un dubbio.... e se le guardie di San Rossore facessero la spia? --Ah! ah! ah!... mi fai crepar dal ridere, moglie cara; le guardie di San Rossore! ah! ah! ah! e non ti ricordi le grandi lezioni che ho dato loro io fino dalla mia giovinezza? non ti rammenti, sui primi tempi che venni a stabilirmi qua, quante bravure volevano fare, volevano dire, e poi non fecero nulla n mi dissero nulla? Oh! dimmi un po', fanno esse la spia che io caccio di contrabbando continuamente in San Rossore, che vi ammazzo caprioli, cervi e cinghiali e che me li porto a vendere tranquillamente a Pisa? considera se vorranno occuparsi di una fanciulla. Non sai che cosa dicono? ed io lo so dal mio compare oste dei Tre Mori; dicono: Eh! con quel Neri non ci si piglia; con lui ci si ragiona male, perch gli si parla colla voce, e risponde con le schioppettate. Tu vedi bene che io feci ottimamente sul principio del mio mestiere ad usare, come dicono i maestri, la grammatica dell'archibuso. Oh! un gran linguaggio! e come si fa intendere in tutte le parti del mondo!-- Neri chiuse il discorso che aveva fatto tutto ad un fiato per porre le labbra sopra un bicchiere ripieno del suo favoritissimo rhum di contrabbando e si pose a cantarellare la strofa della canzone sua favorita: Sulla poppa del mio brich, Buoni sigari fumando, Col bicchier facendo trich Col mio rhum di contrabbando.... canzone che un poeta gli rub, la mise in un libretto o melodramma e che noi poi abbiamo sentita accompagnata da scelta musica in teatro. Oh! mirate un po' questi poeti dove si attaccano per rubare i versi: fino quelli del povero Neri non furon salvi. Ma torniamo ad Esmeralda. Esmeralda, divenuta nel bosco di San Rossore seconda figlia di Neri e di Teresa, aveva naturalmente e molto presto riprese le sue abitudini selvagge e, come in riva al gran fiume dell'America settentrionale, era intenta alla pesca ed alla caccia ed a rassettare le reti; di pi con le fila di certe erbe palustri quasi essiccate cominci a tessere delle vesti alla foggia dei selvaggi americani, di cui faceva anco le stuoie. --Questa ragazza un portento, diceva spesso Neri; nata cacciatrice e mi sorpassa nell'abilit: il mio traffico di pesca e di caccia raddoppiato; io faccio invidia ai miei rivali di mestiere di Stagno e del Calambrone; e quando mi vedono, mi fanno mille smorfie dicendomi con un risino mendace: Buon pro ti faccia, Neri; tu fai pi da te solo che noi insieme, e nell'invecchiare ti fai sempre pi abile. Ed io: Eh! che volete.... la provvidenza aiuta i galantuomini.-- Esmeralda, menoch immemore della sua passata vita, come se fosse nata dopo il terribile giorno dello smarrimento della sua ragione, del resto non conservava pi altra foggia della sua pazzia. Mangiava, beveva, rideva, tesseva stuoie e vesti, cacciava e pescava, e per bizzarria, essendo da qualche tempo addivenute logore le sue vesti, non conservava di prezioso che il medaglione vedutole al collo dalle monache di Santa Chiara ed un anello con lastra incisa in arme gentilizia. Ella si era tutta vestita degli abiti tessuti di giunchi marini alla stessa maniera delle selvagge della sponda dell'Ohio. E di quella stoffa anco Neri portava, quando era nel barchetto, la giacchetta, trovandola comodissima. Nei primi mesi della dimora di Esmeralda presso Neri e Teresa avvenne ci che doveva avvenire: ella si sgrav di un vezzoso bambino, che Teresa raccolse colle sue mani, facendo da levatrice. I coniugi rimasero un poco stupiti a tal faccenda, ma non ne cercarono il mistero. --Sar sposa di qualcheduno, disse Teresa. --Eh! sicuro, disse Neri sbavigliando, o vedova. --O forse qualche briccone, profittando dello stato della sua mente.... --Pu essere, replic laconicamente Neri, raddoppiando la dose del rhum, cosa che egli faceva quando avveniva alcun che di straordinario o nel barchetto o nella capanna. --Ebbene si terr mamma e figlio. --Ebbene si terranno tutti e due. --Ma.... e per battezzarlo? --Caspita! manca acqua? riprese Neri; siamo fra l'Arno ed il mare. --Sguaiato!... senza prete? --Oh! bella e trovata. Don Silvestro non vien qui forse una volta l'anno per l'acqua benedetta? Ci verr una volta di pi in quest'anno, perch, caspita! dopo questo la signorina non ne far pi. --Ma don Silvestro ci verr? --Ci verr sicuro: tanto ghiotto del cinghiale; glielo far fra due fuochi. --Ma trattandosi di rito.... --Che rito e non rito?... Coi cacciatori non ci si bada; gli dir che l'ho trovato in un cespuglio, e che, non avendo figliuoli, adotto questo: gli dir... oh! non vo' confondermi; quello che gli dir gli dir: oh! far a modo mio; basta che ci che gli chiedo non sia peccato e sia a fin di bene. Tu quel giorno allontanerai Esmeralda, cio tutte e due vi rinchiuderete nel battello, ed io star in capanna col bimbo e con don Silvestro, e quando sentirete un archibusata verrete a casa.-- Cos fu detto e cos fu fatto. Il fanciullo ebbe nome Selvaggio; certo che nome pi adatto non avrebbe potuto avere. Il figlio di Esmeralda, sviluppatosi, era il pi bel bambino del mondo: la madre nello stato di pazzia se fu capace a nutrirlo del suo latte, certamente non gli avrebbe potuto dare quella educazione morale ch' indispensabile anco ai fanciulli delle pi povere classi. Di ci si prese cura la ottima Teresa: essa amava Selvaggio come un vero e proprio figlio; e siccome nella sua giovinezza era stata cameriera, sapeva discretamente leggere e scrivere e la dottrina cristiana, cose tutte che rendevano la sua educazione e coltura molto superiore a quella di Neri. Il fanciullo in breve appar tutto quello che gli insegn la vecchia, la quale, per non infurbire il giovanetto, gli apprese a chiamar mamma la madre, zio Neri il pescatore e zia Teresa lei medesima. Selvaggio in breve aiut la mamma e lo zio Neri nelle cacce e nella pesca e nel tessere i panni pescherecci, mentre (e qui va detto) anco lo zio Neri, avendo voluto fare sfoggio di qualche coltura, ricordandosi di avere in sua giovent suonato il liuto (a quell'epoca fuor di moda), rimestati tutti i rigattieri di Livorno e di Pisa, riusc a trovare un tal vecchio istrumento che, alla meglio raccomodato, pervenne a render suonabile, e ne istru il giovanotto, il quale fece notabili progressi. Lieta cos la famigliuola giunse all'anno 1831, epoca in cui pel povero Selvaggio incominciarono le sventure, e per l'Esmeralda ripresero con maggior violenza. Esmeralda ed il figlio spesse volte si aggiravano soli pel bosco, fino al confine di quello sulla riva del mare; col la donna farneticava cantando storie malinconiche, ed il figlio, che era un genio per la musica, l'accompagnava col liuto. Una sera, ahim! madre e figlio pi non tornarono alla capanna. Il dipingere le smanie della buona Teresa e dello zio Neri sarebbe cosa impossibile; invano si misero a girare il bosco per tutta la notte; invano li chiamarono qua e l. L'indomani pur troppo si apprese cosa fosse divenuto di loro: una banda di zingari, spinta dal desiderio di fare acqua in quel luogo, vide la madre ed il figlio che si aggiravano sul lido; il capo di essa nel mirare le selvagge vesti dei due form subito l'ardito progetto d'impossessarsi di quegl'infelici, onde, traendoli seco, farli passare pel selvaggi tratti dall'Oceania. In un attimo Esmeralda e Selvaggio vennero circondati e rapiti dagli zingari, che, rientrati nella barca, presero il largo in mare. In mezzo a costoro passarono quattro lunghi anni, e spesse volte Esmeralda, che nella sua pazzia aveva serbato il gusto per il canto, ed il giovinetto suonatore col lucro da essi guadagnato avevano servito al sostentamento di tutta quell'orda, colla quale a pi nudo aveano talvolta percorso gran parte d'Italia e di Europa. Il giovinetto Selvaggio aveva saputo resistere alle battiture ed agli strapazzi inumani di quella barbara e mercenaria gente; ma non seppe frenare il suo impeto giovanile quando un d vide orribilmente frustare la madre perch si era ricusata di cantare e far capriole e salti su di una pubblica piazza. Favorito dalla notte, venduto quel gioiello che la madre teneva al collo, ei si era procacciato tanto denaro quanto fosse occorso per fare il viaggio da Genova a Livorno. Giunti in questa citt, noi accennammo come col mezzo del canto e del suono andassero campando la vita per effetto della pubblica commiserazione. Oh! se Selvaggio avesse saputo che lo zio Neri e la Teresa erano tanto vicini a loro! Ma chi mai avevagli detto che quel luogo ove nacque fosse il bosco di San Rossore? Ignaro di quel rifugio, ei camp la madre fino a che, sorpresa questa dal terribile chlera, venne con esso lui trasportata al da noi mentovato Lazzeretto. CAPITOLO XX. L'agonia di un empio. La cantatrice di storie ed il figlio, che noi or conosciamo per Esmeralda e Selvaggio, entrati che furono nel Lazzeretto, vennero collocati l'uno accanto all'altra: sebbene il sesso fosse diverso, pure il fanciullo aveva cos teneramente scongiurato il severissimo soprintendente che costui, a malgrado dell'abituale rigore, si era lasciato vincere e fatto aveva un'eccezione alla regola. Ma il giorno dopo le cose avevano mutato di aspetto. La donna aveva vinta tutta l'ira della malattia; e sebbene fosse stata portata col in stato grave, e lo stento l'avesse s terribilmente prostrata da farla parere moribonda, il male era cessato. Ci non sfugg al vigile occhio del medico di turno: costui dichiar che la donna avrebbe potuto dopo uno o due giorni rinviarsi perch guarita. Ma ben altra era la situazione del misero fanciullo: egli era soprafatto dal male in modo s violento che temeasi della sua vita. La infelice Esmeralda, che nel tempo stesso di sua pazzia non aveva disconosciuto il figlio, renduta alla ragione, sent di amarlo oltre ogni umana idea; ma buon Dio! in qual mai tristo momento aveva ella ricuperata la mente! in una miserissima soffitta e nel Lazzeretto del chlera; lass, per essere soggetta alla tentata violenza del signor Basilio, quaggi, per trovarsi nell'asilo della morte e per conoscere tutta la intensit della dolorosa sua situazione, senza mezzi, in uno spedale, presso un figlio, il suo unico figlio, agonizzante.... senza sapere ove rivolgersi per averne un soccorso. Ahim! questo non era il solo suo immenso dolore; resa a s stessa, ella sent il terribile vuoto dell'anima sua, sent pi cocente l'affetto verso Alfredo, verso il padre di quella creatura ora morente. Oltre ogni dire intollerante e bramosa di sapere le nuove di quell'uomo che ella aveva adorato e che adorava, non aveva a chi domandarne a chi ricorrere. Quanto tempo era che ella nol vedea? domandava a s stessa: per i pazzi il tempo della demenza non pu calcolarsi, cosicch ella si trovava come se il corso di quattordici anni fosse stato quello di un'ora, come se si fosse destata dopo aver dormito quel lungo periodo; ma che anni ed anni dovevano esser passati ella il comprendeva pur troppo dall'et in cui vedeva adesso quel figlio, forse sull'orlo del sepolcro. Gran Dio! qual riflessione! che sar divenuto dell'amante dopo s lungo tempo? che di Giovanni? saranno essi vivi? e dove, se lo sono, si trovano eglino? Tutte queste riflessioni l'avrebbero pur troppo gettata di nuovo nel disordine della mente, se un pi grande pensiero, quello del momento attuale, quello del figlio, non l'avesse distratta dal fermarsi di troppo sugli altri. E il pensiero del figlio era angoscioso: non solo temea di perderlo, ma che le fosse pur anco negato di poterlo assistere nelle ultime ore. Ma la preghiera e la fiducia in Dio la sostenne; ella chiese di essere ammessa al cospetto dell'ufficiale soprintendente, ed ebbe luogo tra loro una scena che rivelava i franchi modi di ambedue: ella donna che si ricordava le selvagge sue primarie abitudini, egli che credeva sempre dover parlare coi soldati per comandar loro di attaccare i Cosacchi. --Chi siete? che volete? sbrigatevi. --Sono Esmeralda, una madre che ama. --Il cognome? ors.... --Artini. --Artini? non lo conosco tal cognome, ma non importa. --Voglio stare accanto a mio figlio per assisterlo. --Voi non l'assisterete, non voglio. --Ebbene, signore, uccidetemi. --Non uccido nessuno.... e poi una donna. --Ebbene io mi uccider, ne ho coraggio. --Cos va bene... le donne dovrebber esser tutte cos.-- Il modo con cui Esmeralda, tolta una pistola dalla tavola dell'ufficiale, se l'appress all'orecchio, sorprese in tal guisa il soprintendente che, balzato dalla sedia, fu in un attimo al braccio della donna e distornollo dall'orecchio. --Per la battaglia di Smolensko! voi dite davvero. --Non ho mai mentito. --Lo credo. --Io al mondo non ho alcuno; lasciate, signore, che finisca i miei giorni dopo aver chiuso gli occhi a mio figlio.-- Gli occhi di Esmeralda assunsero un'espressione di dolore, talch l'uffiziale ne fu penetrato. Tanto coraggio! tanta belt infelici! disse fra s; ma gi questo il solito delle cose del mondo. Indi in modo burbero ma cortese:--Ebbene restate.-- Esmeralda trasal dalla gioia e con calma soggiunse: --Signore, io rester, ma credo darovvi poco incomodo; mio figlio star forse qualche ora in vita, ed io domani lo seguir nella tomba.--Indi si allontan. L'uffiziale le tenne dietro lungamente cogli occhi nel corridoio in fondo al quale era la stanza di Selvaggio ammalato; quindi dopo avere qualche tempo passeggiato su e gi per la stanza esclam:--Oh! per la battaglia di Smolensko, costei ha l'anima di un granatiere della vecchia guardia.-- Accese la sua pipa ed and per lo spedale in traccia di coloro che avevano portata col la Esmeralda ed il figlio. Voglio conoscere quest'ottima madre, fra s borbottava, ed anzi voglio che costei resti nello spedale a servire i malati. Una donna di quella tempra non si trova cos frequente. Per la battaglia di Smolensko! costei ha l'anima di un granatiere della vecchia guardia.-- Intanto Esmeralda sta presso al letto del figlio; le sue mani stanno congiunte a preghiera, e quello sguardo che essa figge al cielo penetra le volte celesti e arriva al cospetto del Creatore dei mondi. Il sospiro di una madre che geme sul figlio moribondo accolto da un coro di angioli, che lo presentano al trono di Dio. Quel sospiro fu la vita di Selvaggio. Gli angioli tutti pregavano per Esmeralda. Il fanciullo, che quasi era divenuto cadavere, andava riprendendo il calor della vita; nel seno dell'afflitta madre tornava a gradi a gradi la speranza.--Ah! se egli vive, gran Dio! se voi lo ritornate a me, io vi offro le mie pi calde speranze....--Ed era per dire:--Io rinunzier ad Alfredo--, ma la imprudente promessa parve che per volere di Dio le spirasse sul labbro: poich ella, credendo di offrire qualche cosa di pi grande ancora, tratto un gran sospiro, continu:--Io non apparterr pi alla setta.--Proferito questo voto, ella diede un tenero, un indefinibile sguardo al figlio come per volere esprimere: Ah quanto mi costi! Ma il sorriso del pari indefinibile che il fanciullo fece al tenero sguardo della madre fu di gran lunga pi prezioso del sacrifizio. Selvaggio migliorava a gran passi, e gi nel quarto giorno dall'arrivo allo spedale ogni pericolo era sparito. Non un giorno, non un'ora, non un minuto Esmeralda aveva lasciato il giaciglio del dolcissimo suo figliuolo. Il soprintendente aveva risoluto. Esmeralda, cos operosa, cos ferma, cos pia nel ministero di assistere i miseri infermi della corsia ove stava malato il figlio, veniva nominata ispettrice di quello spedale ove avevanla portata insieme con la sua creatura. Col aveva raccolto abbondante frutto di benedizioni, e col doveva ricevere la consolazione di essere informata delle vicende corse dalle persone tanto care alla misera donna. Nelle ultime corsie dalla parte di settentrione di quello stabilimento giaceva in un letticciuolo un povero e vecchio negro, cui, per la differenza del colore e per quella ripugnanza che le persone del volgo di cui si componevano gl'inservienti di quel luogo ben minor cura prestavasi che agli altri. Esmeralda si appress al letto di lui: quel negro che ella consolava al letto di morte era quel tenero Iago che avevala veduta nascere, quell'uomo che dopo la morte de' suoi genitori era stato un secondo padre a lei ed a Giovanni. Il conoscersi, il rendere vive grazie a Dio fu un punto solo; e dopoch la malattia del vecchio negro volse a un pi lieto fine, servendosi della lingua dei naturali di America, ei pales a colei che amava qual figlia come Giovanni fosse ritornato in America, come Alfredo pur militasse in quel nuovo continente, ma che ignorava il preciso luogo di sua dimora. Di pi non ne sapeva il misero vecchio; poich, dopo la partenza del padre Gonsalvo per la missione dell'Indie, il resto dei frati non si era gran che curato del povero negro, e lunghi anni era stato senza pur lasciare il convento. Ma Esmeralda si content di sentire almeno qualche nuova: essa aveva un punto ove dirigersi in traccia del fratello e del padre di Selvaggio. Il solo stato di inopia la spaventava, e lo confess al negro; ed il negro confortavala a farsi conoscere all'autorit od almeno al soprintendente. La donna peraltro, che ben sapea quali accuse pesassero pur sempre sui settari, severamente proibiva al fedel negro di palesare a chicchessia l'esser suo. Il negro obbediva, giurando che da quel momento, posto che Dio gli avesse reso la vita merc della sua cara padroncina, egli avrebbe seguito la sorte di lei e del figlio suo. Ad Esmeralda rinacque in cuore la speranza; ella sentiva di non esser pi sola, n parvele essere tanto lungi da coloro che amava. Iddio le aveva mandato il povero negro. --Padrona, le diceva Iago, ecco qui (e levava di sotto al capezzale del letto un involto) ecco qui; questi sono quaranta scudi in oro, altri ne ho al convento; perci torneremo in America. --Ah! mio Dio... mio Dio, affretta quest'istante. O Iago, io non ho altri che te al mondo che mi possa assistere. --Padrona... la mano, la mano.--E su v'impresse un bacio rispettoso. Quindici giorni dopo questo dialogo, Esmeralda, Selvaggio ed Iago uscivano dal Lazzeretto; ma, prima di uscire, la tenera giovane era stata presente alla scena che andiamo a descrivere. Uno dei giorni pi terribili era stato quello del 31 agosto: la morte aveva mietuto maggiori vittime; nella seconda corsia dello spedale un uomo agonizzava. Quest'uomo, orribilmente contratto dagli spasimi della pi angosciosa paralisia, era il signor Basilio. Una donna genuflessa da una parte del letto ed un fanciullo prostrato dall'altra pregavano. Essi erano Esmeralda e Selvaggio.... pregavano per il loro persecutore. --Mamma, mamma (aveva detto Selvaggio gi in convalescenza e che girava per la corsia, aiutando nelle sue incombenze la madre), accorrete, accorrete quaggi: al N. 12 vi un uomo che muore; quell'uomo che voleva pigliarvi l'anello e cacciarci fuori della soffitta. --Eccomi, figliuol mio. --S, mamma; il Salvatore del mondo ci ha insegnato a prestarci per i nostri nemici. E qual pi nemico nostro di questo?--Selvaggio infelice! non sapeva tutto il male che gli aveva fatto il signor Basilio. E madre e figlio pregavano il Dio delle misericordie; ma era Iddio il terribile Dio dell'ira che passeggia sui fulmini e sulle tempeste, conculca i draghi e i leoni. Un cappuccino, posata sul letto dell'ammalato in quell'estremo la stola, recitava le preghiere degli agonizzanti. Negli occhi del malato stava dipinto l'inferno; esso volgevali come carboni ardenti sulla donna e sul figlio, e con voce rauca ed interrotta urlava:--Satanno, Satanno, non vo' morire; non vo' morire; maledizione!... --_Exorcizo te, spiritus immunde._ --No, urlava il malato vomitando nera schiuma dalla bocca, no, non posso morire; il mio oro, i miei brillanti, le mie cambiali! --_Pax tibi._-- Ma il malato, sollevandosi in furioso modo sul letto, aveva afferrato la stola e, postasela in bocca, l'aveva messa in pezzi e tinta di sangue. Tutti gl'inservienti, meno Esmeralda e Selvaggio, erano fuggiti; anco il frate aveva con orrore abbandonato quel peccatore moribondo. Il malato nell'eccesso della smania che divoravalo facea orribili rivelazioni. Se invece di Esmeralda e di Selvaggio, i quali soli udirono, vi fossero state altre persone, madama Guglielmi avrebbe ricuperato il suo palazzo, le sue gioie, Rosina sarebbe stata reintegrata nella sua fama presso i suoi concittadini, e la infelice e sensibile Angiolina avrebbe avuto il patrimonio del suo vero padre; ma sventuratamente non fu cos. --Morire!... urlava diabolicamente il moribondo, morire! dopo avere accumulate ricchezze immense, morire!... no, non voglio morire. Vieni, vieni, inferno, tu che ho sempre invocato, tu che mi hai protetto, opponi la tua potenza; io son tuo in carne e in anima; opponi la tua potenza a quella celeste... qua quei sacchi d'oro, qua quei diamanti, qua le mie belle concubine, qua tutto; voglio portare sotterra tutto all'inferno con me. Rosina.... Rosina.... belt sprezzante che ho amata, che ho perduta, no, non ridere della mia morte, no; io dall'inferno rider di te e ti sar spettro persecutore, ti sar demonio incarnato! Ma che?... no... non voglio morire.-- Mentre le pi orribili imprecazioni e bestemmie venivano a mescolarsi a tanto tremendo soliloquio, Esmeralda e Selvaggio, innocenti creature, stavano genuflessi ai pi di quel letto di angoscia supplicando l'Eterno di dare all'ultima ora di quell'uomo la calma per prepararsi all'estremo viaggio per l'eternit. Seguendo l'esempio del divino Redentore, eglino pregavano per il loro acerrimo persecutore. Il Dio di bont e di giustizia ascoltava quelle preghiere, e nella sua immutabile volont destinava il premio all'anima di quegli ingenui e la pena pure di quell'uomo delittuoso: ma era scritto nei suoi volumi eterni che l'uomo colpevole per quel momento dovesse vivere; ei lo serbava a pi terribili tempi. Se gli ammiratori della condotta sociale o, piuttosto dir, dell'apparente condotta sociale del signor Basilio fossero stati testimoni della sua agonia, oh quanti si sarebbero ricreduti! oh come avrebbero veduto non doversi gli uomini misurare dalle pratiche esteriori! e chi sa che, riflettendo come il signor Basilio non fosse forse che una mostra di tanti suoi simili, non avessero appreso ad esser pi cauti nel dare laudi o biasimi a tanti e tanti esseri di questo mondo? Ma...., come io diceva, la scena aveva luogo fra tre persone: imperocch le orribili bestemmie del bigotto Basilio avevano fatto allontanare tutti gl'inservienti dello spedale; e siccome le celle circostanti erano vuote, cos nessuno, oltre i due infelici, sent quel monologo infame. Il signor Basilio molto disse e di troppo avrebbe detto se Esmeralda avesse potuto penetrare il mistero delle di lui parole: ma, come sappiamo, Esmeralda era affatto ignara della persecuzione di Rosina e delle iniquit dal signor Basilio esercitate contro di lei; di pi ignorava anco chi fosse lo stesso signor Basilio. Quando costui cess dal bestemmiare ad intervalli e chiuse con maledizioni il suo monologo, in cui parl dell'Angiolina, che era sua figlia adulterina, della Rosina oggetto dei suo amore iniquo e sprezzato, del pozzo del sotterraneo, della di lei liberazione, dell'ufficiale inglese, del furto delle gioie, cadde in profondo letargo ed in un mar di sudore. Allora Esmeralda, dopo aver somministrata al languente una refrigerante bevanda, fatti tornare sul luogo il frate, gl'inservienti ed il medico, si dipart dalla cella di colui col conforto di un'anima buona che sa di aver compito il sacro dovere della carit. Due giorni dopo il signor Basilio era dichiarato fuori di pericolo, ed il contegno da lui tenuto quando assistevalo il frate fu ritenuto come aberrazione di cervello infermo dalla malattia. Cos vanno le cose del mondo! Egli ricuper la salute, e la fama sua di uomo pio rimase intatta; esso fu commiserato e felicitato, ed al suo ritorno al negozio in Livorno sent che lo qualificavano per martire dell'umanit, e tutti il mostravano a dito come un uomo che, per soccorrere ad un sesto piano una famiglia languente dalla fame e dal chlera, aveva egli stesso contratto l'orribil malore ed era stato agli estremi di vita. Cos giudica il mondo; ma, per fortuna e sodisfazione dei buoni, noi sappiamo che dopo il mondo v' l'eternit, l dove la verit si scopre dalle mani di Dio stesso. La condotta di Esmeralda e del figlio aveva eccitata l'ammirazione di tutti i buoni, e al partire dallo spedale del Lazzeretto essa aveva dovuto accettare non poche limosine. Queste, la scienza del canto e del suono e i pochi denari di Iago (licenziatosi dal convento di Montenero) aiutarono la misera a lasciare il vecchio continente ed a vagare per il nuovo in traccia dell'amante suo e padre del proprio figlio: e noi gi vedemmo come miracolosamente capitasse fra le braccia di Rosina e di Giovanni. Or noi ricondurremo il lettore all'isola della Barbada, un solo mese dopo quel felice incontro, dappoich il nostro cuore sente il bisogno di passare a descrivere scena pi dolce di quella precedente. Le campane della chiesa maggiore della Barbada suonavano a festa, e le artiglierie del forte tuonavano in segno di gioia: tutti gli alberi dei navigli posti in rada erano carichi di cento diverse bandiere; il tripudio degli abitatori di quell'isola era al colmo. Aveva luogo una festa nuziale ed il pi venerabile ecclesiastico parato di abiti pontificali aveva data la benedizione agli sposi! Chi erano essi? il cuore ce lo dice, e quando non cel dicesse, lo apprenderemmo sentendo questo dialogo che in linguaggio indiano (quale noi tradurremo) tenevano presso il parco della residenza del governatore un vecchio negro e due ancelle di servizio di Rosina. --Gran bella festa! mio buon Iago, diceva la pi adulta delle femmine, cui un vago cappello di paglia di riso nascondeva per met il volto abbronzito dal sole dei tropici. --Bella, s, rispondeva il vecchio fregandosi le mani in segno di gioia e secondo il costume dei negri battendo le palme. Per la Dio grazia, la seconda volta in cui ad alta voce sento il sacerdote pronunziare: _Esmeralda Clementina Zaira Sofia figlia del signor cavaliere Adolfo Artini conte di ****_; se non che la prima volta a queste parole sentii aggiunger quelle di _Credis in Deum Patrem_? ed adesso ho sentito aggiungere: Siete contenta di sposare il signor _Alfredo Guglielmi capitano, ecc._? --Quanto era bella l'acconciatura della sposa! riprese l'altra fantesca. --Quanto erano vaghi, quanto sono belli entrambi! --E quanto hanno sofferto! ditelo a me, care fanciulle, a me che li ho veduti nascere e li ho veduti soffrire; ma Dio giusto, ed il giorno del premio arriva o presto o tardi, ma arriva sicuramente. --Ma.... a proposito.... si eran gi prima segretamente sposati? prese a dire una delle giovanette negre rivolgendosi al negro Iago. E Iago, facendo una specie di smorfia che difficilmente potrebbe descriversi, rispose: --Uh uf, quanto son curiose le donne! sicuro sicurissimo, si erano sposati segretamente; e non avete veduto il figlio loro grande e grosso? A poco per volta anzi quasi un mezzo uffiziale. --Selvaggio! ma converr dargli un altro nome. --Oib! per me Selvaggio il pi bel nome del mondo; quello che pi si avvicina allo stato naturale, ed io lo cambierei volentieri con quello d'Iago, che a quanto credo deve avermi messo un qualche spagnuolo che sar stato mio compare.-- Il racconto fu interrotto dall'arrivo di un personaggio a noi cognito, ma che da lungo tempo era obliato nel nostro racconto. Tal personaggio alla maest del volto di un venerabil vecchio aggiungeva un'affabilit che gli acquistava sempre pi grazia; aveva affatto bianchi i pochi e radi capelli che gli restavano; la lunga barba, pur essa bianca, gli scendeva maestosa sul petto; un paio di occhi scintillanti come di sacro fuoco gli brillavano sotto la fronte; ed un insieme di gravit e di dolcezza rendevano angelico quel viso, il cui labbro aveva un continuo nobile sorriso di benevolenza. Tal personaggio vestiva una tunica paonazza e portava il cappello a grandi ale e piccola e rotonda cucuzza; sul petto del vecchio sfolgorava la croce vescovile dei missionari. Al di lui apparire, i tre interlocutori si tacquero e trassero in disparte curvandosi per ricevere l'episcopale benedizione, che il degno prelato non lasci di compartire con tutta l'effusione del cuore. Quel prelato sarebbe forse?... S, miei cari lettori, quel prelato, comech per gli anni e per le fatiche apostoliche invecchiato, appunto colui che vi suggerisce il cuore, l'ottimo padre Gonsalvo, che dovere di missionario per traslocazione di seggio dall'Indostan fece passare alle americane isole, e da poco era giunto alla Barbada. Il cielo aveva riunito alla perfine insieme quegli esseri che tanto si amavano. Chi sar che possa dipingere la loro gioia? La mattina delle nozze, il prelato aveva toccato di volo le loro vicende, e di pi egli avrebbe voluto che nell'anima di Giovanni e di Alfredo fosse omai spenta quella mania d'innovare. Di Esmeralda ei pi non temeva; restituita alla ragione, ella aveva affatto perduto quel fervido carattere della sua prima giovinezza; gli altri non gi, che, ahim! il tempo ancora non giunse di loro ravvedimento. Il missionario diceva: --Qui riuniti, io vi benedico, o miei cari, in nome dell'onnipotente Signore dei cieli e del mondo: forse un s fausto momento non si rinnover mai pi per me, e gi sento essere anche troppa la pienezza della mia gioia. I perversi non sono estinti, no; e sebbene un immenso mare separi i due emisferi, il veleno dell'uomo pi sottile di quello del pi malefico serpente, esso attossica passando i mari ed i monti. Forse a voi ch'io tenni sulle mie braccia Iddio prepara nuovi dolori e nuovi travagli, forse la nebbia e gli oragani della sventura si addensano sui capi innocenti di questi cari pargoletti che in questo tempio vi ricingono, o Giovanni, Rosina, Esmeralda ed Alfredo, simili agli angioletti che implorano su voi la celeste benedizione. Grandi sono gli arcani del Nume, sempre e sempre adorabili e nella sventura e nella felicit. Ma se a me ministro di Dio, ma se a me il pi vecchio di quanti oggi vi amano e vi ameranno, lecito fare degli augurii, io non saprei fare miglior voto di quello di vedervi per sempre riuniti in quest'isola lungi dai rumori di un mondo da cui, fra le innovazioni, fra le inutili cogitazioni, fra le ambagi tumultuose della guerra e del commercio, disparvero la pace e la virt. Pensate troppo difficile impresa essere quella di rinnovare la faccia della terra. Non da tanto lo spirito dell'uomo; solo pu tal miracolo lo spirito di Dio, e noi non siamo pi che uomini, quando pure la sapienza fosse il nostro retaggio. Vivete, s, e vivete per una generazione di esseri novelli che qui trapianterete; scordate quegli sfrenati desiderii che vi partoriranno, come vi partorirono, lunga catena di sciagure. E se mai queste parole del vecchio amico vostro oltre le orecchie non vi scendano al cuore, voglia il Dio a cui servo non punire per voi quei pargoli a cui deste la vita. Vi benedico.-- Chiuse il sermone il buon vescovo, e niuno di quei cigli, avvezzi ai patimenti, alle pi dure vicende, ai guerreschi ludi, alle pi pertinaci avversit, sapea frenare le lacrime. Il buon pastore stesso nel prendere dalle mani di Selvaggio vestito di bianco ed a guisa di angelo due corone di mirto per porle sul capo di Esmeralda e di Alfredo, nel congiungerli in matrimonio, aveva lasciato corrersi abbondante il pianto di tenerezza sulle gote appassite. Rosina, cui circondavano i figli, singhiozzava di gioia; e Giovanni, a malgrado di sua abituale fierezza, sentiva in cuore un sentimento non mai provato. Angiolina, la patetica Angiolina, guardando i nuovi coniugi, aveva vlto gli occhi al cielo come per dirgli: O voi Creatore dell'universo, non avete dunque una simile gioia anco per me? Ma posando poscia lo sguardo su Rosina, su Giovanni e sui loro figli, e dipoi su quel vegliardo venerando, di nuovo rivolgendosi al cielo, aveva esclamato:--Oh! s, gran Dio! tutte le felicit che pu gustare una misera io le ho gustate in quest'istante; di pi non poteva darsi ad Angiolina.-- Di ritorno dal tempio, le due famiglie riunite si dettero in braccio alla gioia; e lungamente strette in abbraccio fra loro Esmeralda e Rosina si dissero, si ripeterono la loro storia, e i baci volarono e rivolarono fra esse ed i figli che Angiolina teneva fra le braccia. In una sala a parte peraltro Giovanni ed Alfredo si ricambiarono queste parole: --Hai sentito il buon vescovo? --S. --E che pensi? --Prima morire che rinunziare al mio progetto. --Ed io pure.-- CAPITOLO XXI. Un astro novello. Pochi giorni dopo Giovanni aveva mantenuta la parola data al cognato.--Il molle ozio non per me, pi volte avevagli detto, o mio Alfredo; ed ozio imbelle io chiamo la vita che meno. Io sperai che le gioie purissime dell'affetto di sposo e di padre mi staccassero dal cuore quella smania immensa che mi divora, ma no: essa vi fissa come uno stile acuto e mi lacera senza uccidermi. Io sento il bisogno di ripiombarmi nei maneggi che ponno darmi una fatica; io non l'ho, cio non l'ho come la vorrei. --Ma, Giovanni, tu lo sai se io divida il tuo fuoco, il tuo desio; se al primo volger di una luce fra tante tenebre, or son pochi anni, mi ricacciai in Europa, rividi gli amici; se tentammo: ci parve avere ottenuto alcun che; ma ahim! nobili ed entusiasti giovani caddero sul patibolo o morirono nelle prigioni o nell'esiglio, ed io miracolosamente salvato feci ritorno in America. Quanto a me, Dio mi ha fatto ritrovare la mia Esmeralda, son marito, son padre; ci versa un balsamo di calma nel fervido mio cuore. Non me ne star per altro, se un'aura benefica disperde e dissipa le tenebre del nostro orizzonte. --Ed io voglio pugnare per un suolo non mio, se pel mio nol posso; almeno snuder un acciaro per la medesima causa: ovunque vedo oppressi, io ritrovo fratelli.-- Giovanni lasciava la Barbada; gli subentrava Alfredo nel governo dell'isola. L'indomito cospiratore adduceva seco il suo primogenito, ancora imberbe, nei cimenti della gloria. America suon di eterne laudi al guerriero intrepido e generoso, cui l'Europa, memore di essergli madre, decretava una spada di onore. Carico di allori, esso dopo alcuni anni rientrava nel seno della famiglia. --Ebbene? dopo gli affettuosi abbracci che si dettero, or ti riposerai, dissegli Alfredo. --Chi sa? aveva risposto laconico il cospiratore.-- Ma lasciamo nella vaga isola i nostri pi cari personaggi e riconduciamo in Europa i lettori e precisamente in Livorno; mutata cos nel fabbricato, dir quasi anche nel costume del ceto pi alto, ma la stessa nei bisogni e nella ignoranza del popolo, il quale fa come dicesi del mondo, cio peggiorando invecchia. Ma questi salti, dir qualche leggitore o leggitrice, sono un poco grossi. Al che io rispondo: faccio la parte del narratore, e lasciatemi la facolt di narrare a mio modo; d'altronde un romanzo non un libro di annali, ed anzi dovete consolarvi se mi studio ad esser meno lungo e se pi presto vi levo l'incomodo di starmi ad udire; ed essendo poi il libro pi breve, coster meno, ed ecco contentati anco gli avari: gli avari! e voi sapete che questa una pianta umana che non cessa di vegetare molto propiziamente in tutte le parti del globo. D'altronde che avrei a dirvi d'interessante, quando la vita dei nostri personaggi in questi anni and l l secondo il solito, secondo il comune andamento delle cose umane? E meglio al certo, quando sar suo tempo, mostrarveli di nuovo sulla scena turbinosa del mondo. Or via dunque affrettatevi. Calma, calma, lettori carissimi, ch saprete tuttoci che giusto sappiate; ma se io ho saltato a pi pari circa un decimo di secolo, non voglio peraltro abbozzare il mio racconto, poich alla fine dei conti ho interesse anch'io che il libro vada meglio che pu al suo termine. Non crediate gi per paura delle critiche: perch sappiate che ho sempre creduto doversi dire di loro ci che dice il volgo della nebbia, cio che lasciano il tempo che trovano; ma perch mi grato sodisfare alla mia coscienza col fare il libro tal quale mi son proposto di farlo. Ma andiamo avanti, ch la disgressione terminata. Siamo al settembre del 1847. Noi ricorderemo certamente che fino da ventisei anni prima, in quella famosa osteria dei Tre Mori, disparsa adesso dal numero delle bettole, nella serata dell'improvvisa comparsa del Caprone stavano insieme due giovani, uno dei quali noto per il nome di Bruto, l'altro per quello di Catone, e che altri individui di animo cogitabondo e di fama dubbia si assidevano al medesimo desco. Or bene di quei personaggi non erano morti che il Topo e il Cacanastri, come gi vedemmo, ed il Narciso, a cui il chlera tronc la vita piena d'imbrogli e di lenocinii. Gli altri restavano e vivevano sani e gagliardi sebbene invecchiati; in specie il vecchio oste e sua moglie, i quali dal ricettare robe rubate erano divenuti negozianti, possedevano un bello stabile nella piazza del luogo pio ed avevano maritato Concetta al giovane marinaro, il quale aveva avuto anch'esso non poca fortuna e, fatto uomo adulto, era divenuto proprietario di vari bastimenti che carichi di merci ed in specie di grano veleggiavano per il Mediterraneo. Vero per che i nostri personaggi non avevano sempre goduta la prosperit: infatti pi volte erano stati qualche mese in prigione per sospetto di furti, avevano avuto delle bastonate per altre turpitudini; ma ci non impediva che marciassero adesso in vesti assai ricche, con catena d'oro agli orologi, avessero carrozza e servitori, ed anzi servitori in livrea, e gi gi aspirassero alla nobilt. Ci non faccia meraviglia: sulle mani callose e nere continuamente tenendo dei soprafini guanti di seta e di pelle canarina, non si vedevano i calli di esse; il parrucchiere acconciando ai signori capitano di marina e negoziante le fedine ed i baffi, dando pomate odorose ai capelli e pettinando elegantemente la signora Concetta e le sue figlie (nulla importa se nate prima del matrimonio), ne era avvenuto che sparisse da quei personaggi ogni puzza di catrame e di unto. E poi chi in quella florida e commerciante citt bada all'origine degli abitanti suoi? se marcia in carrozza il rivenditore di stoccofissi e di carbone? se i bettolieri hanno palazzi, ville e fattorie ove pi loro piaccia? Se antichi ed onesti commercianti hanno battuta la capata, peggio per loro, il mondo bada al presente. Il danaro fa tutto, sono i denari che fanno l'uomo, dice il proverbio: _Chi ha , chi non ha non _, e quel che pi chi ha danari ancora sapiente; vedi mo' che razza di prodigi fa l'oro coniato!!! Dunque, come io vi diceva, la signora Concetta, ora madama Concetta, ed il suo signor consorte (a cui i commessi della casa di commercio da lui stabilita a Malta si levano tanto di cappello) danno feste di ballo splendidissime, hanno lacch gallonati, nessuno si vergogna a praticarli, sono ammessi nelle migliori societ. Ed in questo la popolazione di Livorno ha progredito come le nuove case; ci che prima era una soffitta lurida e cimiciosa divenuto un palagio a cinque piani con colonnati, con finestre gotiche ed altro e che si vede da dieci miglia lontano; ed i cenciosi di un d oggi camminano cogli staffieri accanto. In tanto progresso Bruto e Catone non sono stati indietro; entrambi, per opinioni sporcate le carceri nei decorsi anni, ne sortirono alla pulita, si fecero avventori e clienti, e, per bacco! non sono pi quei discolacci di anni ed anni indietro; sanno fare le cose con destrezza; tengono in mano le fila di una gran tela e, quel che pi, si sono accaparrati il genio e la volont della moltitudine, della quale a suo tempo sapranno giovarsi, e lo vedremo. Ad essi la prosperit si para davanti come una umilissima serva che spazza ben bene la camera al suo padrone. Costoro se la ridono di quella dabbenaggine della moltitudine che gl'incensa e dalla quale, sotto lo specioso titolo di libert, si propongono di levare le penne maestre, e gi si beano di quell'alto loco ove la loro ambizione per guidarli. In mezzo ai voli della cupida fantasia, essi hanno qualche volta rammentato con dileggio quel buon baggiano del cospiratore Giovanni, che faceva per gli altri e non per s, e sghignazzando gli hanno accordato titoli i pi bizzarri che ei non seppe mai. Mi scordava di dire che il signor Bruto il favorito bracciere di madama Concetta; ed una gioia il vedere la damina, un d bettoliera, oggi in un superbo legno a quattro ruote ed a due bei cavalli inglesi, con servi e cocchiere in serpa e cacciatore dietro, due o tre pellicce o cappotte, due o tre canini pomeri seco sdraiati sui cuscini di raso del _phaeton_, dare le occhiatine al ganzo che galoppa al fianco del legno su cavallo arabo riccamente bardato. Il gabinetto di studi di Bruto era affollato di ogni genere di clienti, ed i commessi avevano un bel fare a tenerli indietro tutti; e poi tutti volevano vedere l'oracolo del giorno, gran cosa il tempo! tutte queste che son cose da fare maraviglia, non lo sono tanto quanto la meraviglia, delle maraviglie, cio, non s'indovina alle cento, il signor Basilio.... Ebbene su.... S, lettori carissimi, il signor Basilio, quell'uomo tutto collo torto, era diventato un gran liberale, eh! un liberalone, e di quei pi grossi, amati leggitori! Non pi stavasi romito gi nella solita via: ma, affittata quella casetta dopo averla comperata, aveva acquistato una vaga palazzetta proprio fuori del Casone, nel luogo il pi di chiasso e di brio, ove, circondato da scelta societ, dava serate di musica e di ballo; insomma era un vecchio alla moda: ma che vecchio? pareva un giovanetto sui venticinque anni, con capelli nerissimi, baffi neri. Anche i baffi? Anche i baffi, e di pi aveva cessato di essere avaro, eh! Dio guardi! il denaro, dalle sue mani usciva a pugni: aveva proprio la palma traforata, e non figuratevi gi che largheggiasse a paoli e testoni, erano francesconi, erano doppie d'oro di buona zecca. Ora sento che mi domanderete: Ma come spender tanto? vero ch'era ricco, sappiamo come gli ha fatti, e si saranno moltiplicati e decuplati, un uomo come lui, ma.... Eh! che volete? rispondo, avr trovato una qualche cava d'oro bello e coniato; o che? credete che di queste cave non ve ne siano? ve ne sono, eh! ve ne sono delle inesauribili. Ma se lo aveste sentito sputare di politica nel salone del bigliardo della sua villa! nella platea del teatro Rossini! al casino di San Marco! eh! avreste strabiliato; e, quel che meglio, i suoi sproloqui, per dir come dice il volgo, non li faceva mica nelle brigate degli amici o in qualche ritirata conversazione. Eh! il signor Basilio non aveva paura di nessuno: per lui nel caff, al teatro, al casino, al veglione, alla bisca, era tutt'uno; parlava alto, sputava sentenze a bizzeffe, censurava leggi e moveva guerre, e che so io? --Oh che coraggio! dicevano taluni nel sentirlo toccare certi argomenti pericolosi; eppure tutti il salutano, va nelle migliori societ! --Il cielo lo ha sempre protetto, diceva il vecchio tabaccaio che noi gi conoscemmo nei precedenti capitoli; e se egli ora parla in tono diverso, segno che sa di poter parlare. I tempi sono cangiati, ed egli, che conosce come adesso possa mostrarsi, si mostra: quando era tempo di starsene zitto, pareva un pesce. Il galantuomo fa cos.-- Il mio lettore ed io conosciamo perfettamente il galantomismo del signor Basilio; e siccome ci dispiace staccarci cos presto da lui, vogliamo passare a seguirlo nella sala da giuoco della signora Concetta, ove raccolto il fiore e la crema della societ livornese: e perch qualcheduno potrebbe dubitare che nel dir crema e fiore io esagerassi, lo prego di ascoltar meco ci che il vecchio oste dei Tre Mori, uno dei signori della societ, dice ad un giovane francese che venne come forestiero invitato alla festa, il quale passa in rivista alcune delle signore ed alcuni dei signori che dalla sala da giuoco vanno in quella del ballo, del _buffet_ e della musica. --Ebbene, signore, chi quella damina coll'abito di raso celeste guarnito di fiori bianchi, col ventaglio color fuoco? --Ah! ah! _monsieur_ (il vecchio oste dei Tre Mori divenuto paladino aveva imparato a memoria qualche parola francese) _cette dame_, cio la signora, consorte del barone Pradky, un signore polacco che hanno fatto barone da poco in qua, e badate bene polacco proprio di Polonia, che ha centomila scudi di rendita e riceve tutte le balle del cotone, di seta, e che so io, le quali si vendono in Europa! Vedete, quello appunto che ride colla figlia del signore Armary; e questo Armary un sensale che, dopo aver fatto quattrini, ha aggiunto un ipsilon al suo casato. --E quell'altra dama grassa e piuttosto bassa che tiene in capo una specie di turbante di velo ed a sinistra di quel cavaliere da tre decorazioni? --Ah! quella la baronessa Muleyn; una signora tartara (per quanto credo) che spende tesori ed amica di un giovane maestro di musica, il quale, di spiantato che era, un giorno sar cavaliere, se pure non l'hanno gi fatto. --Cavaliere del merito di qualche...? --Sicuramente; e vi par poco merito l'aver saputo incantare un pezzo di donna di quella fatta? Per bacco! altro che scriver note ed assordare le orecchie dei galantuomini coi crescendo delle sinfonie a piena orchestra!-- Il giovane francese, dopo qualche tempo e dopo avere passeggiato alcun poco col signor De-Raudy (cognome novello del gi oste dei Tre Mori), si ferm nella maggior sala tutta contornata di specchi che riflettevano le cento eleganti persone di ambo i sessi ivi adunate, e non fu avaro _en passant_ di francesi sdolcinature a madama Concetta, la quale pi non puzzava di brodo di dentice, ma, esalando mille preziosi profumi, stava ricevendo gli omaggi del forestiere e rispondendo nel di lui idioma, giacch in vent'anni era riuscito passabilmente ad un povero maestro di lingua di cacciarle nella testa quell'idioma del _bon ton_, in quella guisa con cui un ammaestratore di pappagalli sa far dotto un perrocchetto di America. La signora Concetta, che nelle ricchezze e nella vita dell'alta societ aveva sotto le vesti terribili stecche delle moderne fascette, merc quel cilizio, invece di una donna di quarantacinque anni aveva l'aria d'una di trenta tutto al pi; ma mentre in fatto di sapienza non aveva, per dire il vero, fatto grande profitto, aveva per superato molte e molte dame galantissime in quelle loro indispensabili smorfie; e credo che ben poche contesse, baronesse, marchesine avrebbero potuto starle a confronto in quelle scipite leziosaggini e svenevolezze nell'aria di spensierataggine e di astrazione, ne' gesti cos sguaiati da muover la bile al buon senso, se pure il buon senso frequenta i luoghi ove si compiacciono trovarsi tali persone. --_Comment vous amusez-vous?_ --Oh! infinitamente, mia bella dama, riprese il Francese baciandole la mano coperta dal guanto e rispondendole in pretto italiano. Ma madama Concetta, che voleva fare spiccare la metamorfosi da cuoca in damina: --_Parlons franais, s'il vous plait. C'est la langue de la mode._ --Parla parla livornese le susurr passandole vicino l'ex-oste dei Tre Mori.-- Ma la Concetta s'assise mollemente sopra un sof chermisi, sbadatamente sdraiandosi e battendosi il ventaglio sulla mano sinistra e trascurando l'avvertenza del padre. --_On m'a dit que vous avez la corvette bien de jolies dames; et pourquoi ne les amener avec vous? je serais t bien aise de les entretenir chez moi._ --_Ah ma belle dame! nous avons la corvette quelques dames et des demoiselles, que la verit ne sont pas sans grces, mais, bon Dieu! quelle difference entre elles et vous!_ --_Vous badinez; je ne suis pas charmante et je me persuade bien que ma soire serait t bien plus passable si cettes dames eussent voulu l'honorer._ --_Cela tait impossible._ --_Et pourquoi?_ --_Il faut savoir que le deux plus gs sont les femmes de deux officiers anglais, et tout a fait inabimes dans (comme on dit) leur_ spleen. --_N'en parlons plus donc; j'has toute sorte de melancolie: mais pourquoi vous ne dansez pas?_ --_Puis-je avoir l'honneur de vous guider a la galope?_ --_Je ne puis me refuser, quoique assez fatigue._ --_On joue la polka._ ---_Eh bien, tant mieux! la polka est plus charmante; je viens de danser avec monsieur le baron Jolaky, le marquis Bell'Isle, lord_....-- Per buona fortuna dei lettori la elegante damina ex-cuoca, avendo veduto dentro uno specchio la figura terribile di Bruto dare uno sguardo truce al francesino, non seguit l'elenco lunghissimo dei signori che avevanla guidata al ballo, e lasci di numerare le dame alle quali avrebbe potuto esso signor francese offrire il braccio per la danza, poich altrimenti non basterebbe questo capitolo a numerarle; ed infatti quella scelta societ di musica e ballo detta in termini di moda _soire dansante_ (che sarebbe ridicolezza se dovesse tradursi _serata che balla_) erano quasi tutte le famiglie forestiere ed indigene comprese quelle degli ex-salumai, ex-carbonai, ex-muratori, ex-sarti, ex-barcaiuoli, e direi quasi ex-ladri se taluno degli insignoriti avesse certamente cessato dall'aver le mani piuttosto lunghe. Madama Concetta ed il signor francese si erano avviati verso la sala ove ballavasi la polka; e nel salotto che la precedeva beveva tranquillamente il th il signor Bruto, cui facevano cerchio gli amatori delle novit di ogni genere, fra cui il signor Basilio, vecchio ganimede coi capelli neri e i baffi morati: ambedue parlavano di affari molto interessanti. Il signor Basilio affondava molto spesso il pollice e l'indice ora nella tabacchiera, dorata di Bruto, ora in quella del padre della padrona di casa ex-oste dei Tre Mori, che era tutta d'oro tempestata di brillanti e di perle, ed alcune volte nella propria, la quale era tutta di conchiglie, guarnita di oro e cesellata di squisito estranio lavoro. Presso Bruto mi scordava dirvi che stava sempre col suo solito sogghigno beffardo il suo compagno Catone. --Caro Bruto, disse Basilio, le cose nostre vanno molto bene; ah! certamente la citt nostra.... --Si danno casi.... certi casi in cui.... rispose colui. --Che casi? che casi?... soggiunse Basilio, gi voi mi foste sempre uno scettico indiavolato; non credete a niente. --La storia degli uomini mi fa conoscere l'uomo. --Aff ch'io perdo la pazienza, riprese Basilio; con quella freddezza che mostrate, avete un bel diritto alle comune ammirazione dei vostri concittadini! caro mio, le nazioni hanno fatto progressi da gigante; che giogo, che giogo? il giogo l'hanno a mettere ai bovi, e gli uomini, aff di Bacco! non son bovi. Ah! ah! il tempo venuto; per me lo dico e lo sostengo: via via quelle brutte angherie dei tempi passati, viva il progresso, per Bacco!-- Catone pareva che prendesse tutta la sodisfazione a ghignare sotto i baffi con un pro' da far gola, pareva che non avesse mai riso a questo mondo e che si volesse sfogar tutto allora. Bruto aveva preso un'aria di noncuranza e di astrazione: per lo che il signor Basilio, che continuava a discorrere alto di faccende pubbliche, di speranze e di liberazioni, di franchigie, di popolo, ecc., fu costretto ad indirizzare il discorso al vecchio della barba bianca, il signor ex-oste dei Tre Mori, al quale a prima giunta disse: --Eh! eh! quell'astro novello lass.... Il vecchio si fece a guardare verso il cielo che scorgeva da una vicina finestra; e siccome il cielo era nubiloso ed oscuro, soggiunse: --Ah! per me non ne vedo n nuovi n vecchi. --Ma che dunque? non m'intendete?... --Io no. --L'astro rigeneratore.... che adesso comparso a sicura guida nella via del progresso e della verit, non lo esaltate voi? --Ah! ah! ora intendo.... riprese il vecchio che, sebbene rozzo oste, aveva capito che il signor Basilio aveva toccato qualchecosa di serio. Ah! ora intendo: cio non intendo altro se non che voi siete un bravo _merlo_.-- Il signor Basilio si morse le labbra e mut discorso; Bruto se le morse pur lui, per non dare in uno scroscio di risa, --La polka, la polka! urlavano le coppie del salone da ballo. --Evviva la polka e la mazurka!-- CAPITOLO XXII La corvetta. La corvetta francese la _Vengeance_, di cui abbiamo sentito parlare nel dialogo fra madama Concetta e il damerino, aveva nel giorno dopo _la soire_ salpato improvvisamente per Genova. Facilmente se ne indoviner la causa, dicendo che su quel naviglio si trovavano Giovanni ex-governatore pensionato della Barbada, Alfredo e le rispettive mogli e famiglie. L'antico cospiratore Giovanni non aveva potuto resistere alla tentazione di ritornare a pescare, come suol dirsi, nel torbo: le grandi mutazioni suscitatesi nella vecchia Europa al comparire di colui che il signor Basilio e molti chiamavano _astro novello_ avevano scosso Giovanni. La Guglielmi, il buon Gonsalvo, Iago erano scesi nel sepolcro. Chi mai poteva trattenere quello spirito bollente? Egli aveva figli adulti, credeva pi che mai possibile conseguire il da lui vagheggiato momento. Ventisette anni di lunga aspettativa non ne avevano calmato il desiderio n dileguate le fallaci speranze. Credeva (il buon uomo!) nella virt del popolo. Aveva deciso partire. Prima di porre il piede sul naviglio che solcar doveva l'Atlantico ebbe luogo fra lui e la moglie un breve dialogo di tale importanza che non possiamo tralasciare di trascriverlo. --Le familiari dolcezze, i miei pianti, le mie preghiere, le carezze dei nostri figli, quelle di Esmeralda, di Angiolina te dunque non tratterranno giammai? gli aveva detto Rosina. --No. --E non pago di slanciarti a sangue freddo nel pericolo, corri a precipitarvi te e la innocente famiglia? noi periremo tutti. --Rosina! questi funesti augurii non fare per piet.... Ah! se tu sapessi.... io ho un voto da sciogliere; nulla al mondo saprebbe arrestarmi: prima d'ogni affetto vi quello della patria. --Lo so. Ma che mai speri tu? non vedi come gli anni ci ammaestrano sulla fallacia delle tue giovanili speranze? omai i tuoi capelli, gi biondi, incanutiscono, la tua fronte s'increspa delle rughe della et matura; credi tu che questa vedr coronati i tuoi desiderii? --S, lo credo e fermamente lo credo: oggi una spada dal cielo benedetta si snud sulla Dora; io mi beer a quel lampo e per la prima volta abbraccer mio fratello. --Chi mai? proruppe Rosina: sarebbe forse giunta l'ora in cui mi svelerai il tuo segreto? --Rosina, ascoltami: tu ne sei degna, il momento arriv; giurami per custodire il grande arcano. --Lo giuro per la vita dei nostri cari figli e pel nostro amore. --Ebbene, prosegu Giovanni tergendosi una lacrima, sappilo: io non sono che figlio per adozione dei coniugi Artini; il loro vero figlio mor nelle fasce. --Gran Dio!!! --Ecco le carte che padre Gonsalvo mi consegn pochi istanti pria di morire; leggi e dimmi se io posso trattenermi.-- Cos dicendo porse alla moglie un piccolo portafogli di marocchino nero con fermagli d'argento, sul quale una placca dello stesso metallo che portava incisa un'arme o stemma di principesca famiglia colla fascia blasonica indicante rampollo bastardo. --Cielo! esclam Rosina coprendosi la faccia con ambe le mani, tu illegittima prole? --Io sono il figlio naturale di....--Ma non prosegu, e solo abbracci la moglie prossima a svenire e la copr di baci. --Dio eterno! tu s grande? disse Rosina con un misto di gioia ed affanno leggendo le carte ricevute. --Grande? riprese Giovanni? non lo sar che compiuto il mio voto; ora sdegno ogni altra grandezza.-- I coniugi si presero per mano e s'avviarono alla corvetta pronta a lasciare le Antille. I nostri personaggi tragittarono felicemente l'Atlantico ed il Mediterraneo, giungendo alla rada di Livorno. Alfredo e Giovanni discesero a terra nel giorno che preced la sera del festino dell'ex-cuoca signora Concetta; travisati in abiti marinareschi si erano recati a terra e, percorrendo le bettole ed osterie pi triviali, raccolsero a larga mano quelle notizie che pi desideravano. In fondo alla via San Giovanni, ridotta in tutt'altro aspetto da quello che era ventisei anni prima, nell'osteria delle Stelle, alla bettola della Coroncina, al giardino degli antichi acquedotti, insomma in tutti quei luoghi in cui pi frequentemente solevano radunarsi i caporioni della plebe, i nostri personaggi sentirono presso a poco gli appresso discorsi. --Oh! dev'esser pure la bella cuccagna, compare! --Aff de mio, lo credo! tanto tempo che si lavora e non si mangia; deve venire il tempo in cui si deve mangiare senza lavorare. --E come fare? --Caspita! e non l'hai sentito il signor Bruto? per la barba di Maometto! costui la sa pi lunga di quanti sapienti sono al mondo tanto di legge che di medicina, che di grammatica. --Ebbene? --Diceva che, quando nacque il primo uomo, cio dopoch il primo uomo fu fatto, e fu il nostro primo padre Adamo, non ci eran _quaini_; e questi _quaini_* son venuti dopo. Era meglio che non fossero venuti mai; questi _quaini_ son di tutti, e pelcie** non ci hanno a essere pi n poveri n pi ricchi, e si ha da campare proprio in cuccagna, e tutti si ha da sta' senza fa' niente. * Danari, in vernacolo livornese. ** Per ci. --Oh questa bella! e la roba chi la fa? e il grano chi lo raccoglie? e il vino chi lo leva dal tino? --Ah! bel mi' omo, il Bruto ci ha pensato; tutti quelli che devono travagliare ci hanno da essere, ma la roba dev'esser tutta spartita. --Dunque tutti lavoreranno? --Sicuro; ma lavorare cos per ispasso, non perch uno lavori e l'altro intaschi: ci saranno cio i vinai, i facchini, gli operai, ci s'intende; ma di tutto il guadagno si ha a fare un _cacciucco_*, e ognuno deve avere la sua parte. * Miscuglio. --Eh! mi piace, ma che riesca! qui vuol essere il _busillis_, dice il latino: per esempio a mo' di di', que' signori che vanno nelle belle carrozze.... chi ha fatto fortuna vorr poi piegare il collo al lavoro? --Oh! questo quello appunto che vuol far seguire questo signor Bruto; vedi, per esempio, quando arriva il punto, tutti gli amici della _conia_*, cio no' altri, dovremo star pronti e lasciarci regola', e quando ci diranno _piglia su_, e no' altri allora _su_ come i cani da presa. * Buon umore. --Su? e contro chi? --Contro i ricchi. Intanto ha detto quel galantuomo di Bruto che a far nascer l'occasione ci pensa lui con quelli che hanno istudiato; insomma le cose le avremo di _riffa_*. * Prepotentemente. --Ma seguiranno delle guerre da diavoli. --Gua' e' seguiranno sicuro; ma almeno quelli che camperanno staranno bene. --Ci credo poco. --Senti, diceva quell'omone; venuto, non mi ricordo di dove, il perdono per quelli che erano, m'intendi?... capi matti qua e l per il mondo. E questo perdono si dice che sar per tutti: dunque presto verranno quaggi quelle barbe che erano ite via a _busca'_* per il mondo; quando saranno venuti, dice Bruto che tutti vorranno delle franchigie. * Far fortuna. --E che sono le franchigie? --Non lo so neppur io, ma non m'importa: queste franchigie verranno concesse perch sulle prime saranno poche; ma poi dopo la prima dell'altre, e dell'altre, e se alla fine quelli che comandano non vorranno dar pi: _su piglia, to': to', piglia su_; e il tempo di comandare per noi sar venuto. --Ci ho gusto; ma dimmi: di queste franchigie ne abbiamo avuto altre volte? --No; ma presto verranno. --Corpo di una fregata da cinquanta! ci ho gusto davvero; allora si potr rubare senza paura d'andare in prigione. --Sicuro, perch a rubare il nostro non peccato ed una prepotenza a gastigarci; di fatti quelle robe che hanno i signori non son nostre? dunque sono loro che ce l'hanno rubate, e noi ce le ripigliamo, e si fa _patta_*. * Pari. --Viva la faccia di Bruto, che ci vuol tanto bene! --Mi era scordato di dirti una cosa: poi tutti no' altri si deve procurare degli amici della conia e dirlo chi a' parenti, chi a' figliuoli; sicch tutti a Livorno quanta vi gente che s'industria sia proprio al chiaro dei fatti nostri. --Non dubitare che quanto a me far come le trombe della comunit. --Ih! adagio: queste cose si hanno a di' alle persone di conoscenza e per bene; perch se trovassimo delle spie, _addio mi mengoi_*, la faccenda anderebbe a traverso. * I miei quattrini. --Ho capito; ma dimmi fra le franchigie non si potrebbe domandare: abbasso le spie? --Le spie? quelle le butteremo abbasso noi quando sar tempo, e averemo a far tanta salsiccia di quella ciccia di porco. --Bravissimo!-- I due interlocutori si separarono dopo aver bevuto un intero fiasco di vino di Frontignano. Giovanni ed Alfredo di ritorno alla corvetta erano mesti e malinconici. I colloqui che avevano sentito lor laceravano l'anima e toglievano un gran velo dalla loro mente. Quando furono soli, Giovanni, tratto un sospiro, sclam: --O Alfredo! sarebbe mai possibile che del pi santo dei nomi volessero farsi schermo e tradire migliaia d'uomini, Alfredo....? questa plebe sarebbe mai indegna di esser salvata? ma no; sebbene questo giorno noi abbiamo udito dire bestemmie intorno al pi santo dei desiderii, io preferisco star nell'errore anzich conoscere una terribile verit. --Giovanni, riprese Alfredo mestamente, gli scaltri hanno sempre abusato dei semplici; oggi non vi ha dubbio le masse sono ingannate pi che nol fosser mai, ma che perci? ti arresteresti forse dall'oprare ora che tutte le circostanze favoriscono la nostra impresa? dopoch invano vi abbiamo tenuto dietro tanti e tanti anni, dopoch abbiamo sfidato i rischi pi tremendi? dimmi, ti par egli che sia stata vita la nostra? Oh! no.... abbiamo bevuto aure di un altro cielo, brezza di un altro mare, noi abbiamo vegetato in suolo straniero, vissuto.... E ora che incominceremmo a vivere, d'ora innanzi che.... --Ma e se, lungi dall'ottenere quel trionfo del bene, noi dovessimo poi vederlo precipitato in un pi terribile abisso, dimmi: che resterebbe a noi se non un rimorso avvelenativo ed infernale? --Giovanni, e di che temi? ti scoraggia sentir qua e l quei discorsi che test udimmo? dubiti forse che il popolo si arretri? --Questo non temo; temo di peggio.... l'anarchia! --Ah! ah! se un momento.... e poi nelle grandi commozioni qualche cosa bisogna condonare: dopo il disordine vien l'ordine, cos sempre andato il mondo. Ma che? pretenderesti che cos di un salto il popolo acquistasse saggezza? --Non sono esigente, ma laggi nella patria non mia, soldato non per il mio paese, portando nel cuore un tarlo divoratore, non ho cessato di pensare (o amici o fratelli) al bene degli uomini. Quest'idea fissa mi ha portato ad odiare i prepotenti, ed in mezzo agli onori li ho sprezzati nel fondo dell'anima, li ho anche ambiti, dir, per farmene sgabello al mio scopo; ma, abbandonando le utopie di qualunque setta, ho voluto agir solo per mio impulso, non per obbligo; e cos far: ma se non m'inganno, venuto il tempo di molte novit e di grandi scoperte.... Giovanni vestito da marinaro seguir a spiare le idee del popolo qui e altrove. --E poi? --E poi io qui morr sul terreno dei padri miei quando fia duopo e anche in breve; o per sempre dicendo un addio ad una colpevole Gerosolima, io mi addentrer nelle foreste siccome fece il Battista.-- I due amici terminarono questo colloquio che avevan tenuto lunghesso la via finch fu scevra di gente; quindi, ripigliando in silenzio la via del molo, si ricondussero al battello che doveva riportarli a bordo. Da Genova i nostri entusiasti toccarono il Piemonte. Giovanni condusse la moglie, i figli e gli altri parenti alla capanna dove aveva passato gli anni infantili; indi, essendo scoppiata la guerra lombarda, padre e figli vestirono la divisa di volontario milite, lasciando le donne a Torino a pregare e raccorre oblazioni per la guerra sospirata. Se non ci proponessimo far tema di altro nostro romanzo le gesta di quella grande campagna, daremmo qui ragguaglio delle prodezze dei nostri amici; ma avvegnach troppo angusto loco lor toccherebbe in questo racconto, esso ripiglia il filo nel marzo del 1849. La medesima corvetta la _Vengeance_, coi nostri medesimi personaggi, che in nulla eran mutati, tranne l'aver tutti gli uomini decorazioni militari e Giovanni una mano di meno, perch di due una gli era rimasta sul campo di battaglia, aveva di nuovo dato fondo nel molo di Livorno. La corvetta era bella e comoda, e per i passeggeri di qualit aveva splendidi appartamenti. Mentre i figli di Rosina e di Esmeralda trovavansi sul ponte a prender parte agli esercizi militari che avevano luogo nell'assenza di Giovanni e di Alfredo discesi travestiti come due anni prima in citt, le due donne unite ad Angiolina ed alla figlia di Giovanni stavansi sedute in un elegante salotto. Sui volti delle donne era impressa quella profonda malinconia che aveva in proposito fatto dire al damerino francese, due anni avanti, alla signora Concetta che esse erano inabissate nella tristezza; ma pi di tutte Angiolina, che sappiamo essere di abituale mestizia. La fanciulla figlia di Rosina, intenta a ricamare un fazzoletto di tela batista, non prendeva parte al colloquio segreto che aveva luogo fra le donne. --I nostri mariti sono sempre pi acciecati dal loro tenebroso proposito, prese a dire per la prima Rosina. --Ah! pur troppo! rispose sospirando Esmeralda; quando un'idea si fitta nel capo di un uomo, difficile rimuoverla. --Ahim! soggiunse Rosina, invano ho sperato che i pubblici uffizi in altra parte di mondo sostenuti dal mio Giovanni, potessero fargli dimenticare quella bollente idea della sua prima giovent; ahim! e quando mi credeva che l'et, l'avvenire dei cresciuti figli dovesse dar l'ultimo crollo a quella sua ostinazione, le novit prodigiose che hanno avuto luogo in Italia da circa tre anni a questa parte hanno converso in fiamma quelle faville che io credeva spente e che covavano sotto la cenere. --Eh! tu, mia cara, avevi sperato nella conversione del tuo sposo, io poi non ho mai sperato in quella del mio; vi sono certi caratteri che io chiamer ferrei, in cui il tempo stesso non produce alterazione veruna. Ma finalmente non vi ragione di allarmarsi; essi sono venuti quaggi: non come facenti parte di qualche segreta societ. Tu sai, ed in questo la divina provvidenza ci ha esaudite, tu sai che i nostri sposi sonosi da alcun tempo sciolti da quei pericolosi vincoli, e questo accennerebbe ad un principio di conversione; ma ritornando al primo filo del mio discorso, dir che nulla abbiamo a temere: i nostri sposi seguiranno la corrente, e parmi, a ci che sento e leggo sui giornali, che quella prosperit nazionale cui essi diressero sempre i voti del loro cuore vada, come suol dirsi, da s: se mai i nostri uomini intendono di dar la spinta onde si acceleri, su ci non vi periglio; lasciamoli fare, ottenuto il loro intento, quelle anime focose si acquieteranno. --Ma chi sa se tutto ander bene? Vedi, mia cara Esmeralda, tempi addietro noi abbiamo temuto per i nostri mariti, ora ci sarebbe da temere per essi e per i nostri figli; ah! questo proprio un mondo di lacrime. --Lacrime! (quest'ultima parola scosse Angiolina da una specie di profonda apata nella quale era caduta) lacrime! pronunzi, ah! mie care, il cuore mi dice che queste saranno in breve finite per voi. --Per noi sole? ripresero insieme le donne. E per te? --Ah! per me forse venuto il tempo del loro apogeo. --Che dici mai? --O mie care, da lungo tempo questa mia sensibilit che dalla nascita mi consuma si resa cos intensa che, ruminando la fralezza del nostro impasto, mi fa quasi essere spirito nudo quaggi; spirito veggente, mi sembra che il futuro perda la sua nebbia innanzi allo sguardo acuto che vi caccia l'imaginazione; s, mie care, soggiunse con un sorriso d'indefinibile dolcezza malinconica, s, io sono una veggente, io sento una certezza di non ingannarmi. Adagio adagio, il fuoco animatore di noi miseri mortali divora il suo involucro e si avvia per l'eternit; ai miei occhi il mondo sparisce a grandi tratti, e mi par di essere qualche cosa di pi che mortale.-- Nelle parole della languente Angiolina vi era tanto sentimento, tanta nobilt, tanta sicurezza che le due amiche, sebbene avvezze a vederla da gran tempo versare in un genere di vita contemplativa, ne furono scosse ed abbrividirono, pur non osando dimandare che continuasse nel suo dire e pur desiderando che lo facesse. Angiolina, dopo lunga pausa, tratto un cocente sospiro dal seno, continu con tono da estatica: --_Il leone furente vuol rompere i suoi lacci e li rompe; eccolo rugge per le campagne, scuote la rabbuffata criniera; tutto par che pieghi davanti all'ira sua, ma dall'alto scende un genio terribile che lo rincalza nel suo serraglio. Che ci? Egli aveva preso una storta via, non quella che doveva renderlo alla libert delle foreste. perch due maligni genii se li erano cacciati ai fianchi fino dal momento in cui per bugiarda piet gli avevano aperto la gabbia ferrata. Essi non volevano farne il dominatore dei boschi, volevano farne un cacciatore che arrecasse copiosa preda alle loro dimore. Genii malefici e mentitori! Genii malefici e mentitori, che si morderanno le labbra per la fallita impresa, che si copriranno di vermi della invidia nel precipitare nell'abisso della universale maledizione; intantoch inutilmente saranno corsi rivi di sangue. Le sciagure saranno piombate sull'umanit come le nevi sui gioghi dell'alpi._ _Una spaventosa bufera avr atterrato i semi delle generazioni, n i virgulti n le vecchie piante avranno potuto resisterle. O genti traviate, pentitevi! gi si avvicina la terribile procella dell'ira di Dio._ _Essi erano nel peccato e speravano nella salvezza; stolti ed iniqui! guida forse il peccato alla grazia?_-- Angiolina ristette un poco in silenzio, quando con passione e completamente inspirata esclam: --_Le classi!... le classi!... Oh quanto pi sublime sarebbe l'uomo nella civilt se non obliasse ci che fu l'uomo in natura! L'eguaglianza impossibile! la fratellanza pu solo felicitare l'umanit; mutuo soccorso, mutua affezione, ma i figli di Sem comanderanno ai figli di Caino; la conseguenza del primo anatema; d'altronde il peccato fu commesso qui in questo mondo e qui deve espiarsi. Di l, di l.... lo spirito spirito; i colpevoli sono rigenerati dal sangue del giusto; la gioia l'eternit, l'eternit la gioia, l'uguaglianza in cielo._ _ scritto; Beati quelli che piangono; essi saranno consolati; e la consolazione lass oltre l'umana miseria. La lotta tra le creature il retaggio delle prime colpe. Il fratello uccise il fratello per invidia; e sar cos fino alla consumazione dei secoli._ _Caino!! Abele!! sono le due classi, il ricco ed il povero: l'uno armato di clava, l'altro soccombente. Caino invidioso del profumo che dall'olocausto d'Abele sal al trono dall'Eterno. E quel profumo la pace del cuore che umana perfidia non pu togliere a chi ama Iddio, geme, soffre, non si lamenta e spera._-- Angiolina, perdurante il suo soliloquio, aveva gli occhi fissi al cielo, immobili e vitrei come quelli del cieco: se non che pareva da quelli si partisse una fiamma che incontrandosi nei raggi del sole s'immedesimasse in loro e formasse un raggio di luce continuo che da quella pupilla salisse all'astro maggiore, col quale andava a congiungersi; le due donne e la tenera Ofelia parevano penetrarsi del magico influsso della presenza di quell'infelice e sublime donzella. Lo straordinario eccitamento aveva, collo sviluppo immenso delle forze morali, sostenuto le forze fisiche della fanciulla; il suo volto, per abitudine pallidissimo, si era coperto di un rosso acceso; dalla di lei fronte gelata cadevano abbondanti gocce di sudore: alla fine ella cadde in una specie di deliquio, e le amorevoli amiche, toltala di peso dal pavimento, la collocarono nella sua cameretta. Lo stato di morte apparente di Angiolina non si protrasse a lungo; cessato che fu quello, essa si rivolse amorosamente alle due amiche, le quali stavano come in atto di preghiera presso il suo letto. --Mie care, prese a dire con modo tutto suo proprio incantevole ed oltre ogni dire dolcissimo, mie care, non andr in lungo questo mio stato che tutti tribola fuorch me, al quale peraltro la vostra piet vi ha abituato da lungo tempo: abbiate dunque un poco di sofferenza. --Ah! crudele Angiolina! questo il modo di rimproverarci, se mai.... --Zitto zitto, fu sollecita a dire la fanciulla: non volete ch'io parli dei vostri sacrifizi per me? ebbene obbedir, tacer, ma sapete voi che dopo questo attacco di nervi che vengo a soffrire io ho fatto un sogno? ma no.... io non dormiva e perci non poteva sognare; stata una visione, visione beata che mi rivela un dolcissimo avvenire per voi. --Dio buono! sclam Esmeralda singhiozzando, siamo cos abituate a ritenerti per una profetessa che tuttoci che dici ci scuote nel pi intimo dell'animo e ci fa sperare o disperare; ma ti preghiamo di non parlare cos misteriosamente come hai fatto nell'attacco di nervi che hai sofferto. --Mie care, io allora non parlava a voi, parlava al mondo intero, alla mia patria. Verr un d che sar compresa, quando queste ossa riposeranno nella pace del sepolcro: ma via, non vi contristate, ch io vi narrer la visione. --Cara zia, salt a dire la fanciulla Ofelia, ch'era solita chiamar cos per vezzo Angiolina, mamma ha bisogno di confortarsi; dicci dicci della tua visione. --Ho veduto due giovani combattere sul campo della gloria e tornare ai focolari paterni coperti di onorate ferite per una causa che briller come fulgida gemma nella pagina della storia; ho veduto che questi giovani lacrimavano nell'asciugarsi la fronte cospersa di nobile sudore. Questi due giovani, o mie care, erano i vostri due figli. --Tu presagisci la guerra, disse con emozione vivacissima Rosina. --Non d'ora ch'io vedo il mover d'armi e che odo il nitrito dei cavalli ed il calpestio dei fanti; guerra onorata e senza frutto, perch.... --Perch? esclamarono tutte le ascoltatrici. --Perch le nazioni prima di vincere devono essere purificate al crogiuolo dell'afflizione e scevre di colpa; guai a quei soldati che entrano in campo senza la benedizione del Dio degli eserciti! Ma, come io vi diceva, i vostri figli li ho veduti tornare gloriosi nelle vostre braccia materne.-- Le donne tacevano di un silenzio religioso. --Ho veduto due uomini, e non voglio nascondervelo, due uomini cari a noi tutte ritornare sul sentiero della ragione, dolersi e pentirsi, non sperare nell'agitazione del mondo, ma sperare nella pace, e da quella argomentarne ai posteri quella felicit che pu dare la religione e la virt cittadina, non per essi ma per i figli loro. Non per loro; perch scritto _che i figli sconteranno i peccati dei padri_, e l'ira del Dio delle vendette arriver fino alla terza generazione. --Ahim! esclamavano le due madri percuotendosi la fronte, ahim! dunque?... --No, mie care, questa profezia di dolore non particolare a voi; per la nazione che non conosce i suoi delitti e pretende concorrere al premio, ed io le grido: Tre volte guai a te che pretendi il nome di _Sionne_ e non sei che un'empia _Babele_!-- Angiolina sospir; quindi, con ambo le mani fregandosi con violenza la fronte, ricomposta la chioma: --Mi scordava di dirvi che voi tutte sarete felici quanto domestica fortuna permette esserlo.... e in quella domestica pace.... io vi prego.... non vi scordate di me. --Gran Dio!... --Preparatevi a lasciarmi; sebbene non sia, come disse il Salvatore, venuta anche l'ora mia, pure essa non lontana: io ho anche una missione da compiere quaggi, ed il momento si avvicina; missione di dolore, ma che? il divino Artefice non pat egli per noi...? felice chi pu imitarlo!-- Angiolina discese nella camera e, lungi dal sembrare spossata, parve avere acquistato quella energia che possedeva ne' primi suoi anni giovanili; lasciato il tono misterioso e profetico, ella prese parte al doloroso donnesco colloquio che succedette alla concitata scena che abbiamo descritto: nel mezzo alle sue amiche Angiolina era dall'altezza degli spiriti celesti passata alla semplicit della donna nel seno della sua famiglia; si era diffusa in tante nuove tenerezze con Ofelia ed aveva anco baciato in fronte Antonio, Carlo e Selvaggio, quando eran ritornati sotto coverta dopo avere ultimati gli esercizi. Rosina ed Esmeralda si erano racconsolate. Elleno amavano assai starsene con l'Angiolina quando essa era in calma e come ritornata nella sfera donnesca, anzich vederla nello stato di estasi in cui da qualche tempo cadeva. Il rimanente del giorno che era per terminare lo passarono in reciproche carezze: solo la sera, quando Angiolina fu per ritirarsi nella sua stanza, avendo pregato Antonio di prepararle un completo abito da marinaro ed Ofelia di tagliarle i capelli alla foggia degli uomini, Rosina ed Esmeralda non poterono trattenere una domanda che espressero insieme. --Angiolina, e perch mai? --Zitte, mie care, rispose loro baciandole in fronte, zitte; non tutto.... non tutto pu dirvi _una veggente_. FINE DEL VOLUME TERZO INDICE CAP. XV.--La camera del signor Basilio. Pag. 5 XVI.--Per viaggio 23 XVII.--Alla Barbada 46 XVIII.--Lazzeretto 63 XIX.--La capanna dello zio Neri 87 XX.--L'agonia di un empio 107 XXI.--Un astro novello 128 XXII.--La corvetta 146 _Le di lui mani stringevano una delle superbe colonne di granito._ _Vol. IV, pag. 244._ I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO Romanzo DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE AUTORE DEI ROMANZI ASTORRE MANFREDI e IL DUCA DI ATENE VOL. IV. MILANO PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO Via di Chiaravalle, N. 11 rosso. 1862 Propriet letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge. Milano--Ditta Wilmant. CAPITOLO XXIII. Conferenze. Tutto il fermento della citt di Livorno (che all'epoca in cui arriva il nostro racconto era incontentabile, n aveva n volea conoscere misura nelle riforme) era nella bocca, nelle braccia di molti, nel cervello di pochi. Le pi famose lancie spezzate del carbonarismo, trasformatosi in altra setta non meno peggiore che quella e micidiale al vero ben essere del mondo, profittando della miseria, della ignoranza di quella popolazione, dir semplice, senza studi, senza regola di condotta, tentavano il gran colpo di mano per innalzarsi fin dove avrebbe potuto arrivare la loro cupidigia, la effrenata loro voglia di onori, di primeggiare, di dominare. Quella classe che sta fra il popolo ed i magnati, in specie oggid, una classe la quale tiene dei bisogni, delle innormalit dell'una, degli appetiti dell'altra. Vorrebbe sfuggire dalle miserie della prima e slanciarsi nelle beate sedi della seconda. Gli uomini di tal classe, che hanno troppo orgoglio, troppi fittizi bisogni per essere tolleranti del nome di plebe e troppa incapacit per giungere a far parte di quell'alta societ che mirano sopra la loro testa, sono quelli che nell'anarchia han fatto maggiore strepito degli altri, son coloro che gli evocatori di subbugli vanno trattando e tentando pi degli altri. Questa classe, in forza del commercio, aveva gi veduto operarsi miracoli; ed infatti il denaro da alcuni di queste classi acquistato in alcuni anni (Dio sa come! ma a noi scrittore di romanzi non importa sindacare i loro libri di banca) avevali collocati al livello di quel seggio l dove si assideva la classe elevata, e perci si sono trovati senza merito, se non con quello dell'oro, a faccia a faccia con questa classe invidiata e privilegiata: e quindi ecco nascer la mana di fondersi in quella, di prenderne tutte le abitudini, tutti i vizi, senza poi curare di emularne le virt; ed ecco come un lusso smodato, un puzzo di citt capitale, e di capitale parigina, entrava nella modesta Livorno, ed ecco moltiplicato il numero delle scimie che d'uomo non sanno far altro che imitare, nascondendo ci che del primo loro essere sociale avrebbe potuto rivelare l'origine bassa e vigliacca. Un infinito numero di uomini per tal modo non di altro curanti che dell'esteriore e della fortuna, non pur pensando ad emulare qualche cittadina virt, ha fatto consistere la propria prosperit nel pi basso egoismo, e trovavasi in una posizione non conforme alla nascita, alla educazione, al modo di sentire; si lanciato nella corrente dell'ambizione, sperando sempre di giungere a quella perfezione a cui non potr giungere giammai; e di fronte al mondo si reso ridicolo e dispregiabile a malgrado le ricche vesti, la sfolgorante albagia, gli scrigni di oro; la servit gallonata, ahi! fa agli occhi degli illuminati la figura del corvo vestito colle penne di pavone. Parendo a costoro che l'agiatezza del vivere sia poco, eccoli sognare gradi ed onori, e tutto imprendere per conseguirli. Ed eccoli slanciarsi nel burrascoso mare delle novit, nella speranza che, anco facendo naufragio, sia dato loro di afferrare una tavola salvatrice. Sull'esempio della classe media, ecco che la classe povera tenta anch'essa di levare il suo volo, e d'infima diventare media. Consiglieri di questo volo sono dapprima i bisogni, dipoi l'intolleranza dei dispregi, la mancanza di lavori che abitua all'ozio, il quale fa sentire e centuplica gli stessi bisogni. Questa classe peraltro non pu avere speranza di fare un passo n colla via ordinaria, n cos _uomo per uomo_, sente la necessit di una catastrofe nella quale muoversi in massa e cacciarsi in quella posizione sociale alla quale aspira come ad apice di sua felicit. A questa i demagoghi non hanno da far altro che parlare e, ben s'intende, parlare a modo loro proprio, dare ad intendere mari e monti; colla gente di questa sfera inabile a riflettere tutto si fa credere. Bruto era a quell'epoca divenuto l'arbitro della volont popolare: tutto doveva piegarsi al suo volere; ed in questo era potentemente secondato e dagli eventi e dagli accordi con altri suoi simili agitatori. Quante teste esaltate potevano raccapezzarsi per il mondo, e che avessero bisogno di far fortuna erano state da lui fatte venire a Livorno; esso sentiva la necessit di avere dei collaboratori a tanta impresa, parendogli poco l'avere un potente ausiliare nel da noi conosciuto Catone. Ci peraltro che far specie ai lettori il sapere che altro collega si era associato costui, e questo era nientemeno che il signor Basilio, il quale avendo veduto come il tempo di fare il delatore era passato e che per ingannare il pubblico conveniva prendere altro mestiere, appoco a poco si era insinuato nel sinedrio degli agitatori, i quali, sapendo alla perfine come ad essi non potesse nuocere, ma anzi giovare verso le masse nel vedere acclamare le massime dette moderne da un uomo della stampa del pio signor Basilio, certamente non avrebbero pi oltre dubitato della giustizia dei movimenti che erano per fare essi (lupi vestiti da agnelli). Cos erano preparate le cose; e cos quella citt commerciale e pacifica la quale portava in seno i germi della dissoluzione della sua morale andava a gran passi verso la propria ruina. Cos adunque, come io vi diceva, erano preparate le cose all'epoca dell'arrivo in rada di Giovanni e di Alfredo, i quali, dopo aver percorsa nuovamente la citt girovagando per le bettole e per altri luoghi impuri, un bel mattino, discesi a terra e vestito abito borghese e civile, si erano decisi di recarsi direttamente alla dimora del vecchio amico Bruto, ove si proponevano tenere lungo colloquio, il quale ebbe luogo ed a cui invitiamo i nostri lettori di assistere. L'appartamento del demagogo, che possedeva uno dei pi bei palagi, era magnificamente mobiliato con un lusso quasi orientale. Nel piano superiore era il quartiere domestico; nell'inferiore, che di molte sale si componeva, si trovava il suo segreto gabinetto: una quantit di giovani di pi o meno et stava in servizio pel disimpegno di affari particolari, altra per quelli pubblici; e coloro che appartenevano a quest'ultima categoria erano tratti dalle infime classi ed educati a modo suo. Ordinariamente il segretario era quegli che introduceva i forestieri che venivano per visitare il sapiente. Un servo accompagn Alfredo e Giovanni fino alle stanze del segretario antedetto, e questi con modo cortese, venuto a richiedere i due dei loro nomi e cognomi, essi risposero in modo piuttosto laconico che non desideravano di spiegarsi su ci, ma che bastava avvertire il suo principale che due dei pi vecchi amici desideravano di vederlo. Il giovinetto segretario, rispettando _l'incognito_ che volevano serbare i due, non senza averli ben bene squadrati da cima a fondo con uno sguardo malizioso ed indagatore, fatto loro cenno di sedersi, pass nella sala del suo principale, --Annunzio una misteriosa visita, disse allorch fu entrato. Il suo padrone con gravit distogliendo gli occhi da un grosso volume in foglio sul quale studiava: --Che ci, Giorgio? mi sembra che questa mattina siate di miglior umore del solito; ebbene cosa dicevate? --Vengo ad annunziarvi che due forestieri i quali desiderano tener celato il loro nome e cognome bramano di essere introdotti; dicono peraltro di essere vostri vecchi amici. --Vecchi amici! vecchi amici! borbott fra s colui, e quando mai io ho avuto amici vecchi o nuovi? Sono uomo da sentir l'amicizia io?...--Quindi volgendosi al segretario:--Ors che faccia hanno costoro? che abiti? parla su; dalla soprascritta ho uso d'indovinare il contenuto delle lettere. --Vostra signoria eccellentissima.... --Stolido! da quando in qua ti ribollono per la mente i titoli? Che eccellenze? che eccellentissimi? che illustrissimi? ad ogni modo non sai tu che siamo e saremo sempre gli stessi scimiotti vestiti? --L'ho fatto per dire; non mi avete voi stesso detto, o cittadino, ch'io era questa mattina di assai buon umore? --A banda gli scherzi; io sugli affari non scherzo mai: dunque costoro...? --Son due uomini di mezza et con facce piuttosto cupe; sembrano di poche parole, e quanto agli abiti li hanno modestissimi; ed uno monco. --Capisco, saranno due comici che, lasciate le scene, verranno qua all'opera di cui sono impresario; due disperati: meglio cos; il mio avviso corso per tutto il mondo, e se non vedo di meglio, fra un mese avr radunato tanti avventurieri da far s che i Livornesi nati se ne dovranno andare a trovare un altro luogo.... Ma no: caspita! non si possono pensar tutte insieme le cose di questo caos; li collocher fra le spie; questa la valvola di sicurezza onde non scoppi la gran caldaia, ove bollono i cervelli degli uomini.--Poneva fine al suo monologo con secco dire:--Fagli passare.-- Il segretario fece l'ambasciata, e mentre si prepara ad introdurre i nostri due personaggi, daremo una breve occhiata alla camera, ossia al gabinetto. Era questo assai spazioso e prendeva luce da due grandi finestre; i cristalli delle quali dalla parie del davanzale tutto di marmo bianco erano diafani, ci perch la luce assai pi dolce penetrasse sul banco di mocogon, avanti il quale stava il grand'uomo: alle finestre eranvi ricche portiere di mussolina d'India a fiori di ricamo e a grandi festoni di seta verde. Un divano di raso parimente verde occupava con semicerchi la stanza: e davanti al banco si vedevano alcuni sgabelli di mocogon imbottiti pure di raso verde. Il pavimento era coperto di un finissimo tappeto di Persia a vivacissimi disegni, e solo la parete alla quale il padrone voltava le spalle era coperta da uno scaffale di mocogon nel quale vedevansi collocati libri di ricche rilegature, opere tutte che erano il balsamo delle idee correnti, ossia la loro essenza distillata. Sul banco si miravano un elegante lume a tripode, due magnifiche pistole ed una quantit di carte di ogni genere, tutte spiegate, quali a forma di lettere, quali a forma di cartolare. Nel resto, le pareti erano adorne di quadri, di carte geografiche; e dal soffitto dipinto a fresco, rappresentante Giove nell'Olimpo attorniato dai maggiori dei, pendeva una lampada con cristallo diacciato. Il sapiente vestiva un'ampia zimarra di lana del Tibet a fiori, a larghe maniche, ed aveva in piede delle pianelle di elegantissimo lavoro e di stoffa preziosa. I due entrarono senza far cerimonie, cos con i cappelli in capo, e serrarono la porta dietro di loro. Bruto, come macchinalmente, stese le mani sulle due pistole. --Ah! ah! ti facciam paura? grid Alfredo cacciandosi avanti e dando in uno scroscio di risa. La parola: Chi siete voi, che era venuta sul labbro di Bruto, vi spir senza esser proferita, in quantoch non alla cangiata fisionomia di Alfredo, ma a quella di lui voce s bene conosciuta ravvis l'antico collega: onde in un subito slanciatosi dalla sedia incontro, --Poffar di Bacco! grid, chi vedo mai! Alfredo, e certo tu, Giovanni. --S, mio buon amico, presero a dire simultaneamente i due, siamo noi.-- In questo dire si reciprocarono i pi cordiali abbracci. Nella fisionomia del demagogo, a malgrado del riso sardonico abituale, si leggeva un evidente dispetto, ed infatti pensava in s: Che vengono qui a fare costoro? forse per carpirmi il frutto di mie fatiche? oh! ma sapr presto sbarazzarmene. Quindi: --Ah! miei cari, assidetevi qua, qua: rinasco alla vita vedendovi. Quanto tempo! quanti anni! e sopratutto tu, o Giovanni.... Ma poffare! tu sei invecchiato di molto; come te la passi? hai moglie, hai figli? su via, anelo di saper tutto di voi; e di te pure, Alfredo: ma qui starete male, passeremo nel mio appartamento. --Amico, rispose pacatamente Giovanni, non occorre che noi replichiamo alle domande che ci fai intorno alla famiglia nostra; queste son cose private, n il tempo soliamo impiegare in inutili ciarle. --Qualche affare?... interruppe Bruto, ebbene allora sediamoci; son qua ad ascoltarvi.--E cos dicendo fece sedere sul divano i due amici. Giovanni si assise dimostrando un evidente cattivo umore; e prima che Alfredo prendesse la parola: --Oh! qual morbidezza! qual lusso! dimmi ed cos che suoli accogliere gli amici? ahi! quanto diverso da quei tempi in cui l'osteria dei Tre Mori.... --Capisco, ma i tempi sono cangiati; allora era una cosa, ora un'altra; allora poveri cospiratori, adesso ricchi padroni. --Padroni di chi?... voleva urlare Giovanni, cui l'accoglimento del gi collega era sembrato derisorio ed insultante, ma facendo cenno ad Alfredo, il quale era per aprir bocca, che tacesse, prese a dire: --Basta.... ho troppe cose da dire, sar laconico: ti ricordi dei tempi andati? --Qual dubbio? --E delle promesse? --S certo. --Su dunque: sia a te a narrare del come vanno gli affari; che fai, che pensi? credi tu che siamo venuti a fare da semplici spettatori? ah! no; il nostro braccio, la nostra mente sono sempre quelli di prima, il mio cuore non ha mai cessato di palpitare. --Ed il mio pi forte, esclam Alfredo con nobile entusiasmo. --Risponder ad entrambi qual vuolsi a me ed a voi: dappoich veggo al vostro fare che non volete preamboli, se voi veniste per avere dei soccorsi, la cassa del popolo aperta per i confratelli; ma se veniste coll'animo di servirlo, io vi ringrazio, non ne ho bisogno.-- Le strane parole resero muti per alcun tempo i due, sicch Bruto prosegu con una specie d'ira concitata: --S, io non posso che considerarvi per avventurieri o per avoltoi che vengon qui attirati dall'odore della preda; voi pi (e da molto tempo) non appartenete alla setta.-- Giovanni non fu pi suscettibile di freno, ed afferrato un braccio a Bruto fu per ispezzarglielo a forza. --Che osi tu vantare? Che osi tu?... Quello che da qualche d vado scoprendo sempre pi mi addolora. Di quai sette vai parlando? stolto! credi che a forza di macchinare in segreto potrai render felice il suolo nato? passarono quei tenebrosi tempi, ed oggi saria vergogna l'appartenere a quella misteriosa setta; ci farebbe altrettanto torto quanto far parte di una masnada di assassini. Si, e conosciuto ch'io ebbi le sette, le abborrii come micidiali, le reputai come inutili, non le stimai pi degne di quel nome di liberatrici che si erano date. Forse a quell'epoca alcuni potevano crederle vantaggiose, ma il tempo ha svelato la verit. Che adunque? tu, che sai chi sono, vai rimproverandomi, credi sia qui venuto per mercede o per sussidi; verggnati. Io sono e sar sempre lo stesso, grande, onesto, caldo amatore del mio paese.-- Giovanni non aveva lasciato la mano di Bruto, e Bruto, vinto dal fascino terribile che Giovanni aveva per l'addietro esercitato su di lui, cedette a quell'ira che gli divampava dagli occhi accesi e furibondi, ed a stento ricovrando la parola: --Via via, Giovanni, tu sai ch'io sono focoso e suscettibile d'ira; la tua lontananza e.... --La mia lontananza ha durato fino a che io mi credeva inutile; ella ha cessato allorch io credetti la mia presenza necessaria. --Necessaria!... riprese con calma Bruto, se tu lo credi, sar: anzi ho piacere che possa esserlo: divideremo insieme la gloria. --La gloria! esclam Giovanni, la gloria, non l'ho cercata; io ho cercato l'utile del mio simile, e credo che sar giunto a tempo. --Deh! pregovi d'intendervi senza irritarvi, disse Alfredo desiderando di mettere il colloquio in pi pacato andamento. Parmi superfluo il filosofar sulle parole, come tener motto di rimproveri. --Alfredo ha ragione; entrambi ci siamo lasciati trasportare, rispose Bruto desideroso di riprendere la calma, di cui sentiva pi bisogno per giunger meglio ai suoi fini. Giovanni, continu, se ti ho offeso, perdonami; tu sai quanto bollente io sia nell'ira mia: ors, io primo dar l'esempio di moderazione dappoich m'avveggo che fui il primo a varcarne i limiti; e poich sento che entrambi gradite conoscere lo stato delle cose, io vel dir schietto, schietto.-- I due amici stettero in silenzio, ed il demagogo, con finta pacatezza, parl in questa sentenza: --Lo spirito di fazione, o miei cari, converr che non deve animare i nostri cuori, ma pur troppo fino a che vi saranno uomini vi saranno fazioni. --E le cose andranno sempre male e come sono ite fin qui, proruppe Giovanni. --Ma lasciami dire, rispose Bruto, non mi interrompere. Quanto a me, mi spoglio di ogni spirito di partito, e calmo e quieto mi propongo di secondare lo spirito delle masse, che tende assolutamente ad un nuovo ordine di cose, ordine il quale evidentemente quello che indispensabile per la comune prosperit. Sappi dunque che io ho rannodato i legami di amicizia con coloro che egualmente che me amano il suolo natio, che ho in mano le fila di una gran tela. --Il vostro piano, o Bruto, non trova censure nella mia mente, disse Giovanni rimessosi in calma; gradirei peraltro sapere se avete veramente fatto conoscere al popolo i suoi diritti e i suoi doveri. --I suoi diritti certamente, o Giovanni; e vi dir che siamo in certi tempi in cui non ha bisogno di maestri su ci: quanto poi ai suoi doveri, io credo che non debba erigermi in catechista. --Su ci non andiamo d'accordo con voi: voi sapete che mal si conosce il proprio diritto se non si ha cognizione del proprio dovere; nelle franchigie la misura il tutto, il traboccare pu e deve naturalmente portare degli sconcerti nel godimento di queste franchigie istesse; preferirei qualunque stato, fuori che quello di un'anarchia. --Ed io pure, disse Alfredo, il quale, profittando che Bruto era rimasto in silenzio, volle esprimere la sua opinione, io pure sono del parere di Giovanni: non vi hanno eccessi che non si possano commettere da una sfrenata ed indisciplinata moltitudine, e se non si desse una misura, una regola, un freno ai movimenti di questa, quando eccitata, sarebbe lo stesso che pretendere di procurare la integrit di un gregge lanciandovi nel bel mezzo un lupo affamato. --Miei cari, rispose il demagogo, che durante questo colloquio aveva tirato su grosse prese di tabacco per serbare quella freddezza che voleva mantenere, miei cari, noi senza volerlo ritorneremmo alla questione di parole o almeno di mezzi. Io ho su questo punto idee diverse dalle vostre: voi altri, dimoranti da lungo tempo in altro emisfero, mi avete preso tutte quelle maniere di sentire dei popoli stranieri; in voi tutto calcolo, ed io credo che quando la spinta data e data a tempo, il retto debba andare da s; vi prego lasciarmi in questa opinione ed anche lasciarvi chi la divide meco: non pregati e non richiesti siete venuti, ed io alla buon'ora vi accolgo; ma ormai il mio piano preso, ed io non posso n voglio ritornare indietro. --Questo era quello appunto ch'io voleva sentire da te, quantunque tu non mi dica cosa ch'io gi non sapessi. In mezzo al popolo ho veduto che tu l'hai ciurmato come farebbe un negromante: ebbene io lascer che tu e lui andiate secondo il vostro merito nella bilancia dei decreti di Dio. Quanto a me, se le mie forze varranno, cercher di ricondurre li agnelli al vero pascolo, se no.... --_Di moderati_ non duopo, carissimo Giovanni: ti lascio colle tue utopie; tu vorresti fare il possibile nella tua testa con mezzi impossibili. Educazione, moderazione nel popolo! Ah! filastrocche di racconti della nonna nel canto del fuoco.-- Alfredo era per parlare ed appoggiar le idee di Giovanni e per concludere come esso, quando la porta si aperse ed un nuovo personaggio familiare a Bruto entr nella stanza. Egli non riconobbe i due; ben essi lo riconobbero, ed insieme con un accento di sdegno esclamarono: --Qui costui?... ora tutto intendiamo. Questo paese non pi per noi, torniamo in America.-- E cos dicendo, senza degnarsi di un saluto, uscirono dalla stanza. CAPITOLO XXIV. Colloquio di diverso genere. La persona entrata era il signor Basilio. La vista di lui produsse su di Alfredo e Giovanni la sensazione di quella di un aspide. Un sol momento bast loro per comprendere i misteriosi legami che attaccavano costui al demagogo. --Ora s che non credo possibile il risorgimento del mio paese, url Giovanni percuotendosi forte colla destra la fronte: con siffatti uomini alla testa gli abitanti di questa citt passeranno al cospetto degli uomini per masnadieri; e dai due che ne sono capitani supremi argomento il resto del consiglio dirigente.-- Una cocente lacrima gli bagn le gote al chiudere di questo discorso. Alfredo pure era colpito dal pi profondo dolore. --Pur nullameno, soggiunse Giovanni, far il possibile per loro, finch l'onore non sar da essi fuggito, col braccio e col consiglio. --Ed io seguir il tuo nobile esempio, io e mio figlio ti seguiremo: ma se non salveremo il paese dall'anarchia.... --Tu sai che io son nato in Piemonte, tu sai che laggi ho amici; noi torneremo col, fuggiremo questo luogo ammorbato da pestifere serpi che spargeranno il loro veleno dappertutto; io non voglio macchiarmi col loro contatto. Noi partiremo per Nizza, e col comprer una villetta per le donne, mentre che noi uomini, due padri e due figli, offriremo il nostro braccio ed il nostro cuore alla schiettezza sabauda. --Il tuo desiderio, Giovanni, pure il mio, lasciar che i rei si perdano; peggio per loro: ma forse vi speranza che riconoscano il loro errore. --Nol spero io; e non ti rammenti che cosa fecero della Francia un Robespierre e tutti gl'infami membri della Convenzione? quella storia di cittadini macelli, di turpi condanne, di orribili carnificine, Dio il voglia che non si rinnovi nella bella Toscana! Tu lo comprendi qual me; quei capi avidi di prede, di ricchezze, mirano unicamente allo stabilimento dell'anarchia; ed il popolo ignorante li crede e li creder fino a che le sciagure gli faran conoscere, ma tardi, il suo fallo.-- Giovanni ed Alfredo erano parificabili a colui chi si desta dopo un lungo letargo: videro pur troppo l'amor patrio falsato; e sebbene quelle anime ardenti non fossero suscettibili di pentimento, pur nullameno quanto sentivano e vedevano li persuadeva della inutilit degli sforzi che avevano fatti pel bene comune; convenivano in loro stessi che, prima di pensare ed avere una rappresentanza, il popolo deve giungere al pi alto grado di perfezione morale, e che quanti passi dista da quella, altrettanti sar lontano dalla sua autonomia. Fino ad ora i due nostri personaggi si erano illusi inquantoch non si erano mai dati tanti fatti, tante combinazioni, quanti si erano dir accalcati in quel poco spazio di tempo in cui eransi allontanati dal nuovo mondo. Fino allora non era giunto il tempo dell'azione, la quale a chiare note di realt dimostrava il pessimo andamento della plebe, che, credendo slanciarsi cos senza essersi purificata nella via del progresso civile, si era viepi cacciata nella perdizione per un cammino del tutto opposto. Ma fa duopo lasciare i due spiriti bollenti di sdegno generoso per ritornare al gabinetto di Bruto, ove, come vedemmo, era entrato il signor Basilio. Costui, sedutosi familiarmente sul divano di raso, tenendo in segno di confidenza il cappello in capo, aveva incominciato cos la conversazione. --Ebbene, caro il mio _luminare del secolo_, come sei tu contento di me? --Caro Basilio, se tutti gli uomini giovassero come fai tu alla buona causa, io credo che in poco tempo si rinnoverebbe completamente la faccia della terra; ma a proposito, dimmi, hai tu assistito al panegirico del tuo fanatico missionario? --L'ho diretto specialmente, ed oh tu avessi sentito come sbuffava e come faceva venir la mosca al naso al popolo affollato! parlava di fucili, di guerre, di franchigie con una faccia da energumeno; citava Catilina, come se fosse stato uno dei pi dotti santi padri: un gran diavolo costui. --E di dove l'hai pescato? --Non so di qual luogo sia scappato questo nuovo Lutero; e ti assicuro che per le stranezze, per le contorsioni, per le ispirazioni profetiche, costui non la cede a Maometto, n a quanti impostori di quel genere. --Ma, dimmi un poco, e a denaro come si sta? --Ah! quanto a ci non dartene pensiero; le scrivanie ed i forzieri dei ricchi stanno nelle nostre mani, e noi abbiamo in tasca le chiavi di tutti quanti gli stipi, cio in nostra mano farli forzare a piacimento. --Ed il tuo? disse il Bruto in tuono beffardo. --Oh! quanto a ci, rispose il signor Basilio collo stesso tono, un'altra faccenda; in casa dei ladri non ci si ruba.-- Il signor Bruto dette in uno scoppio di risa cos clamoroso che i giovani dell'anticamera ne furono maravigliati. --Dimmi e il giornalismo come lavora? --Oh! caspita! ne stampa ogni giorno pi da fare strabiliare; nel giornalismo livornese abbiamo due periodici che a senso mio potrebbero ricreare una conversazione di demonii, e tu vedessi che effetto magico! Si direbbe che la placida popolazione della citt ha il diavolo in corpo; i ricchi tremano di una paura indicibile; i poveri pendono alle speranze del lucro e gi s'ingegnano; il commercio vacilla; insomma tutto si affretta alla dissoluzione dell'antica societ, sui rottami della quale noi edificatori ne pianteremo una nuova. --In questi prodigiosi passi, caro Basilio, vi del maraviglioso, ma quello che corona l'opera la tua conversione, caro Basilio. --Conversione? con ci dire mi dimostri ch'io sono stato un uomo mal conosciuto; ma che credi? che ai tempi in cui biasciava i paternostri e teneva il collo torto e fuggiva le donne, io lo facessi davvero? eh! caro amico, stupisco come tu lo abbi creduto, un uomo della tua fatta.... Era tutta tutta polvere negli occhi, e lo faceva per ingannare i babbei e, come suol dirsi, tirare l'acqua al mio mulino. Ma in casa ah! amico, avresti veduto con che dirittura teneva il collo e che belle fantoline ricreavano le mie veglie notturne. --Ma e quei certi soffietti in certi luoghi.... che so io.... non li facevi da vero? --Sicuro, era il miglior mestiero per giungere alla meta; altri tempi altre cure. Oh! ma le tue facezie mi hanno fatto dimenticare un caso: sai tu che possiamo dirci proprio fortunati, fortunatissimi? indovina un po'? il bravo nostro collega Catone il censore salito al posto di proconsole. Il popolo ce l'ha messo, e possiamo dire che siamo al punto beato di fare quello che ci piace.-- Oh! Catone! mormor fra s Bruto, gi salito! e mentre in s mulinava un pensiero d'ira, il suo volto non era mutato dal sorriso abituale, onde freddamente:--Ne ho piacere; dimmi, Basilio, e i bollettini sulfurei? --Ah! piglian fuoco da s. --E la tassa che divisava porre su tutti i negozianti? --Ho la minuta del nostro decreto. --Sei proprio un Per; ma pria che io nella moltiplicit degli affari i quali da tutte parti mi attorniano mel dimentichi, che si ha da fare dei retrogradi? queste bocche inutili e cervelli guasti si hanno a metter fuori! il mio segretario ha minutato il programma, io lo firmer e tu lo farai stampare: ma a proposito; io ho su ci da palesarti un arcano.-- Quando si trattava di arcani da conoscere, il signor Basilio era peggio di una donna per la curiosit; onde con somma fretta esclam: --Presto presto, di che si tratta? --Hai tu veduto bene quei due che con brutto cipiglio si sono allontanati dalla mia stanza al tuo ingresso? --Gli ho veduti di volo, ma non ho badato gran fatto alla loro faccia; avevano l'aria da disperati. --E forse lo sono; sappi per che costoro li stimo pregiudicevolissimi al buon andamento delle cose nostre. --Quand'era cos, perch non mi facevi un cenno? non avevi forse le pistole sul tavolo? non ho io il mio pugnale? non ci erano i giovani in anticamera? si saltava loro al collo e con un fazzoletto turando ad essi la bocca in due minuti erano belli e spacciati; dopo avremmo gettati i loro cadaveri nel sottoposto canale urlando all'affollata moltitudine: Cos periscano i traditori! --Lodo il tuo zelo, caro Basilio, ma sappi che quei due furfanti non erano due oche, e probabilmente prima che tu avessi potuto fare la festa a loro avrebberla essi fatta a te; ma inutile perder tempo in questa digressione. Coloro sono due dei pi indiavolati _moderati_ che io conosca; hanno aderenti e mezzi e son capaci di guastare le cose sul pi bello: conviene sul momento spiccare un ordine del proconsole che non ardiscano pi presentarsi in citt sotto le pi severe comminazioni. --Ebbene si far; ma, in grazia, dimmi i nomi e i casati, perch io possa parlarne al saggio Catone. --Nel tempo passato credo che tu avrai sentito nominarli, son essi quel Giovanni ed Alfredo....-- Bruto non ebbe duopo di proferire i cognomi, poich se una miniera d'oro fosse stata scoperta sotto il terreno di propriet del signor Basilio, avrebbe questi risentito minor gioia; laonde con tanto d'occhi spalancati e con la bocca aperta: --Ah!... ah!..., ho capito, ho capito benissimo; questa nuova mi consola: servir di tutto cuore il mio paese; con costoro ho qualche conto da regolare; io volo dal proconsole.-- E fe' per uscire. --Senti.... senti... --Non mi trattenere: quanto siano terribili costoro, lo so molto pi di te; altro che esilio! costoro bisogna farli legare, incatenare, imprigionare, o meglio, fucilare.-- E cos dicendo, a malgrado delle premure di Bruto, usc precipitoso dalla stanza; se non che, con eguale precipitazione ritornando per un momento indietro, con voce affannosa: --Dimmi, dimmi... e.... donne ne hanno con loro? --Donne? E che importa delle donne? --Importa benissimo; sono forse peggio degli uomini; ma a me, a me costoro, tutti tutti fino ad uno, non mi fuggiranno una seconda volta.-- E terminando queste parole usc della stanza col volto radiante della pi pazza ed infernale gioia. Il perfido signor Basilio non aveva perduto un istante di tempo per sfogare una vendetta da lungo tempo covata: qual gioia per lui, il percuotere di colpo mortale quel Giovanni che aveva posseduto colei per cui il vedemmo ardere di amore! qual sodisfazione di potere in un tempo schiacciare due abominate famiglie! e ben lo sperava, anzi tenevasi sicuro dell'esito, dal fermento popolare che esso era per destare contro le due designate vittime; sapeva bene che il popolo non ragiona, ed aveva presente con qual felice resultato i demagoghi del 1793 all'epoca della terribile anarchia avean fatto cadere le teste delle da loro odiate persone, gavazzando nel sangue pi puro e pi innocente, senza rispetto all'et, al sesso ed al grado. Basilio aveva in cuore l'anima di Robespierre e di Marat; e se fosse permesso di credere alla metempsicosi, io vi direi che l'anima infernale di uno di quei due mostri fosse trasmigrata nel corpo del signor Basilio. Ma nell'eccesso del suo sfrenato desiderio esso usc dal gabinetto senza direzione veruna e come se, appena uscito, avesse potuto raggiungere i due personaggi, farli arrestare dal popolaccio e tradurli in prigione. Egli forse sper incontrarli, riconoscerli alle loro vesti, alle loro fisionomie quando avesse comodo di fissarli. In questa speranza e per la fretta di giungere al suo scopo, non pens a dimandare qualche schiarimento al demagogo o ai giovani dell'ufficio di lui. Giunto che fu sulla Piazza d'arme, si avvide del commesso sbaglio e se ne morse le mani. Dove saranno alloggiati? disse fra s: in questo stato di disordine ei sapeva che le denunzie fatte al comitato di sicurezza circa i forestieri erano molto incomplete. Da una parte si rasseren pensando che neppure Bruto avesse saputo dirgli qualche cosa intorno alla dimora dei due, ed infatti ci era vero; tanta fu la sorpresa in cui gett quell'agitatore la comparsa improvvisa dei due antichi colleghi che non aveva pensato a dimandar loro dove dimorassero e se si trovassero in Livorno sotto il loro vero nome; e forse, quando pure ci avesse loro dimandato, noi abbiamo ragione di credere che non sarebbe stato soddisfatto nelle risposte. Il signor Basilio dunque si dispose almeno per il momento a far da s ed a fiutare come un bracco le peste del cervo o della lepre; e pensando che pi facile gli sarebbe stato rinvenire coloro nei luoghi pi frequentati, si diresse quasi trafelante verso la bocca del Porto, urtando senza pur chiedere scusa or l'uno or l'altro di tanti che si trovavano sulla via, i quali, non conoscendolo, lo presero per un matto, mercanzia umana in grande abbondanza in quell'epoca a Livorno. Tali altri, conoscendolo, si guardavano in viso come per dirsi: Eh! esso oggi l'uomo del giorno, l'uomo di affari, bisogna scusarlo; le grandi cure che lo molestano, non gli permettono di fare cerimonie. Sul canto di via della Tazza, allora detta Via Marsillana, stava un banco di arance di Portogallo l'une sopra le altre a piramide; per sventura del povero rivenditore, un'acuta estremit del banco medesimo s'intern nella fodera delle falde dell'abito del corrente signor Basilio, il quale, non arrestandosi per il contrasto, fece s che trassesi dietro per un poco la panca, ed ecco rotolare a centinaia le arance per terra, con gioia immensa degli sfaccendati, dei ragazzi, e risa anche degli adulti; mentre il signor Basilio, credendosi preso per le falde dell'abito da qualche persona che volesse alcun che, cui egli divisava di non dar retta, urlava senza guardare e gridava: --Fermatevi, fermatevi, non mi trattenete; si tratta della salvezza della citt. --E si tratta della salvezza delle mie arance, urlava dalla sua parte il povero rivendugliolo; nessuno vi ferma, voi che dovete fermarvi.-- Ma la corsa del signor Basilio doveva inevitabilmente essere trattenuta, perch la panca che stava attaccata alle falde di lui, avendo nello strisciare per terra fatto cadere delle persone che passavano per direzioni opposte a quella dell'infaticabile persecutore, si lev un grido, una diavoleria, e ben tosto il signor Basilio si vide circondato da persone e ceffi minacciosi, e davvero questa volta preso per l'abito e tirato da tutte le parti. --Perdio! questo un procedere da bestia, gridava un tale rialzandosi a stento da terra e zoppicando colla gamba destra; ahi ahi! che sbucciatura! che frizzore! ma da quando in qua si cammina colle panche attaccate al vestito? --Oh il mio occhio! strillava un altro lacrimando e turandosi l'occhio sinistro; ho avuto un bel fare a metter le mani avanti che un sasso mi si cacciato sotto, e sar per divenir cieco. --Che impertinenza! che sfacciataggine! gridava come indiavolata una vecchia signora di circa sessant'anni che era, per causa di quella maladetta panca, caduta con la gonnella alzata sopra il marciapiede, ed aveva sopra di s un ricco Ebreo, la cui grossa pancia non temeva confronto di quella del basso cantante Lablache, essendo del peso di cinquecento libbre almeno. Che birbonata questa, saltare addosso in questa guisa? aiuto, aiuto! --Per Mos, per Aronne, per Baruch, ahi ahi! cara lei affogo! per Esdra e Neemia, signori, cio cittadini, chi mi aiuta a sbarazzarmi da questa vecchiaccia la quale mi ha incatenato un piede con lo strascico di sua gonnella?-- Ed invano gridavan tutti quei poveri caduti; troppo ci vorrebbe a numerarli tutti ed a trascrivere gli accenti d'ira, di bestemmie, non meno che i lazzi curiosi che facevano crepar dal ridere: e, come ben pensate, lettori carissimi, neppur uno di quelli che erano all'intorno dei caduti divisava di dare aiuto ai meschini attrappati dalla panca del signor Basilio; ma invece si divertivano a far calca all'intorno di quel mucchio di gente, la quale dava uno spettacolo ridicolo. Cos ognuno dei caduti, vedendo che da niuna parte veniva soccorso, pensava di alzarsi da s, chi colle mani, chi col bastone, chi col gomito; ed in fatti si alzarono alla meglio che poterono, gli ultimi la vecchia e l'Ebreo, i quali, stirando le gambe e spolverandosi la giubba e tirandosi gi la gonnella, alzati che furono, si guardarono in cagnesco. --Buh! buh! url la vecchia digrignando i denti. --Auf! auf! esclam il grasso Ebreo, per Malachia, l'ho avuta bella la grazia; credevo di affogare presso quel cadavere.-- Le risa degli astanti furono troncate dall'arrivo di un tamburo e di una massa d'uomini armati. Era cosa ben naturale il loro intervento: a quell'epoca tutto destava allarme; e siccome ogni uomo si credeva in diritto di armarsi, di pattugliare e di arrestare o almeno di girare in truppa, dalla vicina pescheria un tal Grongo pescivendolo dei pi clamorosi, sentito il frusco di via della Tazza e visto il popolo accorrere a quella volta, si cred in dovere di riunire in un attimo la compagnia delle guardie di sicurezza e portarsi sul luogo del supposto tumulto. --Alto alto! aff de mio! urlava il capitano; fate largo alla giustizia, figli di cani (scuseranno i nostri pudici lettori il poco purgato linguaggio del capitano di sicurezza), che fate quaggi birbe sconsagrate? Le risa avendo ricominciato, il furibondo capitano ordin:--Spianate le baionette!--Ed era la commedia per divenire tragedia, se il signor Basilio, sempre accerchiato dalla folla, avendo riconosciuto il pescivendolo, non gli avesse gridato: --Ferma, Grongo, son io.... non tirare perdinci! --Oh! abbasso l'arme, grid il capitano. Lo dice il signor Basilio. Ma insomma cosa stato? aggiunse calmatosi il feroce Grongo a coloro che pi gli stavano vicini. --Te lo diremo, ma abbassa quella fiocina, che qui non son tonni n balene da infilzarsi, disse un dotto parrucchiere. Ma perdinci! non ci far pi di queste paure co' tuoi soldati. Vedi quella cittadina l per morire di convulsioni.--Ed accenn quella signora a cui il grasso Ebreo aveva quasi schiacciata una coscia e che avevano posta su di quella terribile panca staccata dalle falde del signor Basilio. --Lasciate che muoia pure, riprese l'Ebreo grasso. --Zittati, Ebreo cane, gli grid infastidito Grongo, rispetta la ciccia nostra; (s dicendo gli lanci un solenne pugno nella pancia, la quale fece crich! come una vescica di aria percossa) lasciami funzionare, interrogare e far giustizia.--Ed appressandosi al signor Basilio:--In somma come ita?-- Il signor Basilio, veduta l'imponente radunata di gente intorno a s e quegli armati che sapea dipendere da un menomo suo cenno, non tralasci cos bella occasione di magnificare il suo amor patrio: per cui con ampolloso discorso fece sapere alla moltitudine che il disgraziato accidente era accaduto per la fretta in cui si trovava di rintracciare per la citt due persone pericolose al ben essere di quella: due.... e per spiegarsi meglio nel linguaggio plateale di quell'epoca, due pi formidabili codini; il che suonava ancora uomini avversi al buon ordine di cose. Il popolaccio fece plauso alle premure del signor Basilio: e il capitano giur su quella coltella colla quale era solito tagliare in pescheria il pesce tonno e il pesce spada, la quale portava in mano in modo bellicoso, giur di cacciarla nel ventre ai due codini ricercati dal signor Basilio, e si pose immediatamente insieme colla compagnia dei pescivendoli a disposizione dell'eroe dell'indipendenza, il degnissimo signor Basilio. Costui, pettoruto e gonfio di boria, ringrazi la provvidenza (ci s'intende la provvidenza di cui era degno) dell'aiuto novello; ma non sapendo la dimora di coloro che ricercava, dubit di riuscire nell'impresa: pur nullameno, infaticabile nello zelo, fu per muoversi a nuova ricerca traendosi dietro que' forsennati, allorch la sorte lo favor appunto quando meno se lo aspettava. Alfredo e Giovanni si erano determinati di ricondursi a bordo della corvetta passando per la via San Giovanni ed imboccando nella darsena. Erano gi sullo scalo, allorch il frastuono che aveva luogo in via della Tazza penetr nelle loro orecchie. --Ah! qualche scenata popolare! url Giovanni; andiamo, vediamo se si pu fare intender la ragione a questa belva di popolo aizzato dagli iniqui. --Andiamo, rispose Alfredo: in ogni utile e pericolosa impresa mi avrai sempre compagno.-- Cos dicendo, presisi a braccetto, si avviavano per la Pescheria, in via del Giardino, e di l per via Materassai in via Ferdinanda, detta comunemente via Grande. Giunti col, in breve furono laddove stava predicando il signor Basilio; il quale, all'avvicinarsi dei due, come colpito da improvvisa reminiscenza, ravvisando gli odiati personaggi, con voce stentorea url: --Eccoli, eccoli; son quei due: addosso, addosso!-- Ed in un attimo i due vennero accerchiati ed atterrati dal popolo. CAPITOLO XXV. Quadri popolari. Fa duopo lasciare per il momento i due nostri perseguitati in mano del popolo furibondo; il che certamente star loro in luogo di terribile lezione. Lasciamoli dunque, sicch abbiano tempo di fare amare riflessioni e pentirsi delle utopie di cui furono vaghi, sto per dire, tutto il tempo di loro vita. Il periglio in cui si trovano, se non servir loro di emenda, servir, non vi ha dubbio, di esempio a chi, nutrendo nel cervello le idee pi fantastiche, fosse preso dalla smania di imitarli. Intanto noi anderemo al palazzo del proconsole, dove gi ci ha preceduto il nuovo Bruto. Costui, tuttora coll'animo inquieto per la comparsa improvvisa degli antichi compagni di partito, si stava pauroso che essi volessero rovesciare il piano di cose da lui con fatica di tanti anni edificato, rapirgli, non dir la gloria, poich la gloria era la vernice del quadro, ma il tesoro ed il potere, preziosi gioielli per quel genio di cupidigia e di superbia. Cresceva il malumore del nostro personaggio la nuova che il bravo Catone cos di slancio si fosse impadronito del posto eminente e, come dice il proverbio, gli avesse fatta una finestra sul tetto. Pieno d'ira avrebbe veduto volentieri fucilare i vecchi compagni Giovanni ed Alfredo e per giunta anco Catone: se non che la prudenza e la finzione gli suggerivano di spingere solamente lo sdegno popolare contro Giovanni ed Alfredo, ch'ei ben sapea poter avere pochi aderenti in citt ed essere venuti alla ventura ed a pescar nel torbo; mentre era a lui vantaggioso adulare ed avvicinare Catone, presentarsi col miele sulle labbra ed allargarsi il meglio possibile, simulando un affetto dei pi sviscerati. E perci, fattosi annunziare dalle guardie del nuovo reggitore, si fu al di lui cospetto in una sala delle pi leggiadramente adornate dell'appartamento. --Si pu inchinare la novella Eccellenza, prese a dire tenendosi fra il brioso ed il serio e facendo per altro cenno di rispetto curvando la schiena. --Poffare! sei tu che mi vieni con queste nonnate? a banda gli scherzi; appunto aveva bisogno di te: tu mi lasci negli impicci.... --Per.... sclam Bruto rassicurato che almeno in apparenza il potente non voleva omaggi. Per.... sei tu che mi rimproveri? strano; ed io invece doveva rimproverar te. --Mi burli? --Dico sul serio per.... ti cacci nientemeno nel posto di timoniere di questa barca e non avvisi il piloto. --Graziosa questa metafora e non mi dispiace; ma che vuoi ch'io ti dica? sar forse due ore ch'io mi trovo qui a _regere et gubernare_, e tanto lo sbalordimento del balzo o meglio della salita che non ho avuto tempo di ripigliar fiato per fare scrivere le officiali di nomina agli altri poteri della citt. Ti prego dunque di disimpegnarmi dalle formule dell'etichetta diplomatica; d'altronde tu vedi bene che bisogna in prima che cominci a far conoscenza con queste superbe suppellettili dalle quali sono circondato, poscia coi miei segretari e per ultimo col portinaio. La mia elevazione subitanea non mi ha anche permesso questa indispensabile ricognizione, fra cui vuolsi por per la prima quella della cassa proconsolare. La mia stata a un dipresso come l'elevazione di Vespasiano; le turbe lo acclamarono e sopra uno scudo lo elevarono al cospetto dei sudditi: io sono stato inalzato collo stesso entusiasmo sopra un fondo di botte nella piazza dell'erbe; ma ci non vieta che sia valida l'elezione per acclamazione piuttostoch per plebiscito.-- Bruto si mise cordialmente a ridere e porse al caro amico un grosso abbraccio. --Mi rallegro teco, riprese il primo con effusione di cuore. Tu stai bene dove sei, ed io ti ci sosterr. --Diamine! vorrei vedere che tu mi abbandonassi, il mio caro piloto. Sono impaziente di vederti salire sulla mia nave, colla quale sfideremo le tempeste dei venti retrogradi. --Son con te in vita e in morte. --Oh! ma mi scordava il meglio: sai tu ch'io considero questo passo come un gradino per andare pi su, e che voglio trarti meco al tempio della felicit e della gloria e....? --E delle ricchezze.... capisco benissimo, mia cara Eccellenza cittadina; ma ecco qua, incominciamo subito con quell'aria di protezione. --Me ne guardi il berretto frigio, alto nume che invoco; io e tu ci abbracceremo come un ramo di ellera per salire al pi alto delle mura cittadine. --Poetico ed amichevole concetto! accolgo la tua promessa e lodo la tua affezione: se non che permettimi di far uso di altra metafora; noi ci inalzeremo non gi come ellera, sebbene possiamo coscienziosamente ritenerci come pianta parasita, ma come due gatti, reggendoci sugli ugnoli e graffiando chi c'impedisce di salire. --Bravo per.... ti cedo in tutto, eziandio nella vivacit, nel fuoco sublime della tua ferrea imaginazione: ma noi siamo abbastanza infiammati, per quanto parmi, di alto amor patrio; e siccome potrebbe operarsi nel nostro interno una spaventosa combustione, mi parrebbe conveniente di vuotare insieme un paio di rinfrescanti bottiglie di Sciampagna, del quale ho fatto innaffiare alcuni crostini di beccaccia. Ors saliamo alla mia sala del _djeuner_, e, per non infrancesarci, diremo colla Crusca dello _asciolvere_. --Tu sai che feci voto di religione, di mia religione.... non bevo vini n liquori spiritosi. --Ah! s lo so, ma quei voti si osservano in pubblico e non in privato; anche il sultano Mahamud non beveva n spiriti n vini, e crep per eccesso di ubbriachezza. --Il mio Corano pi severo, ed appunto la sorte di Mahamud mi di esempio. --Ors non voglio teco contendere: se non bevi tu liquori spiritosi, li bever io ed altri nostri compagni e cavalieri che hanno per impresa sullo scudo quel motto di Orazio: _Nunc est bibendum, nunc pede libero Pulsanda tellus._ Laonde se tu non vorrai ber vino, berrai acqua e mangerai i crostini coi tartufi. --Il tuo nuovo posto ti esalta pi del solito; veggo benone che tu sapresti reggere a fortuna maggiore. --Lo vedremo; per me sai che, per contentarmi appieno, sarebbe poco l'impero del Mogol. --S, s, ne son persuaso: ma quelli che ascoltarono le tue lezioni di modestia, di moderazione, ecc., ecc. --_Ait latro ad latronem._ Bruto, quelli che udirono le nostre lezioni volevi dire; io ritengo che niente vi sia di nuovo sotto il sole, e che i favori e le fortune siano per i furbi e per gl'impostori. --Massime da scolpirsi in bronzo, ma in caratteri di geroglifici, perch i posteri non apprendano a metter giudizio. Diamine! dobbiamo noi essere gli ultimi al mondo, e il fatto sta che non sarebbe prudenza dir _quattro_ finch non chiuso nel _sacco_. Che diresti mai se nel mare che ora navighiamo fossero molto vicini degli scogli? --Tu burli: non sai tu al par di me come a Livorno abbiamo assestato le uova nel panierino a mo' di non romperle, e come questa aristocrazia di pescivendoli, navicellai e borsaioli che marciano in carrozza ci abbia secondato colle opere, col denaro? Quasi mi faresti ridere colle tue ubbe. --Eppure io sto per dirti che, senza il mio modo laconico di parlare e di agire e senza il pronto soccorso dell'indefesso atleta del progresso, il degno signor Basilio.... --Quell'ex-spia. --Di' pure quella spia; perch, cangiando di partito, non ha cangiato n costumi n abitudini n mestiero. --Ebbene? --Il signor Basilio sta in traccia di due rompicolli che erano venuti appunto a guastare quelle uova che tu, prudentissima Eccellenza novella, credevi di aver collocate cos bene. --Ma per.... spigati. --Son qui, cascati come dalle nuvole, quei due malandrini antichi nostri compagnoni dell'osteria dei Tre Mori. --Giovanni ed Alfredo? --Appunto loro. --Per mia f! giungono in buon punto quei demagoghi indiavolati, di quelli abbiamo sempre bisogno.... gente che attizza il fuoco.... --Cara Eccellenza cittadina, sul conto di costoro devi cambiare opinione e devi sapere come io li abbia in conto di perfetti rinnegati. Ed infatti tu sai come di loro non si sentisse pi parlare da anni e anni, come si rifuggissero in America con le loro donne e che mettessero assieme molti figli e molto denaro; il fatto sta che costoro rinunziarono alla setta nostra. --Ma pure Alfredo nel trentuno.... --Eh baie! Fece come gli avoltoi; venne all'odore della preda e disparve allorch vide che non ci era da buscar nulla. Caro amico, cotesta gente la temo come la gragnuola; pur funesta alla messe del risorgimento! --Ma dove sono costoro? --A me lo domandi? Potrei risponderti che a te, oggi padrone della citt, spetterebbe render conto di chi vi si trova: veggo pur troppo che non si fatto nulla se non si organizza un drappello di polizia; signor s, non inarcare le ciglia, sar polizia democratica; vi ha da essere forza, altrimenti le nostre cose faranno fiasco. --Se costoro sono perniziosi, li far ricercare e tradurre alle carceri. --E se avessero fatto come fecero sempre, cio apparvero e sparvero a guisa di comete? --Pazienza! non avremo a temere di loro. --Quel che certo che le cose sono andate male fin qui, poich gli statuti della nostra societ non sono stati mai osservati perfettamente; ed in fatti quanti sarebbero i traditori che avrebbero dovuto essere stilettati a tenore del codice da cui si regola la nostra societ stessa! --Tu hai detto benissimo: quel che peraltro differito non perduto; tengo in manica costoro. --Se mai peraltro si trovassero, io ritengo doversi abbandonare al popolo; tu sai che difficil sarebbe trovare una bestia pi feroce. --Lo credo.-- I due amici, nelle cui mani stava pur troppo la misera Livorno, sorridevano di compiacenza e si fregavano le palme delle mani; quando un romore di popolo che si avanzava con urli e fischi a suono di acclamazioni e di tamburi tronc i loro ragionamenti. A tal romore la curiosit spinse quei due ad affacciarsi al verone che d sulla piazza, sicch ebbero agio di vedere, dalla parte di via Grande ossia dalla tromba, immensa folla di popolo che teneva dietro ad una fila di militi in mezzo ai quali sembrava fossero delle persone arrestate. Erano infatti Alfredo e Giovanni, che, a malgrado di una vigorosa resistenza, a malgrado che facessero conoscersi antichi amici del popolo, a malgrado i loro generosi sensi di oneste speranze, aveano dovuto soccombere sotto il peso degli oltraggi dell'armi e dei pi violenti trattamenti. Procedevano essi colle mani legate a tergo e stretti ai fianchi da quattro manigoldi che loro tenevano a forza le braccia; imprecazioni orribili echeggiavano per l'aria, e li accompagnava il suono di scordati tamburi. Il signor Basilio eccitava sempre pi l'ira della sfrenata plebe contro i miseri arrestati, e brandendo per l'aria la canna d'India a guisa di spada, avendovi posto il suo fazzoletto di seta rossa a mo' di bandiera, urlava fino a perdere il fiato:--_Fucilate costoro_, fucilate gli empi che vengono a spargere la zizzania fra noi! costoro vorrebbero venderci. --Morte, morte! urlava il popolaccio. --Ammazziamoli subito! gridarono pi voci di forsennati. --Intanto la piazza sempre pi e pi si gremiva di gente che sboccava al trambusto da tutte le vie, e cresceva la folla ed il trambusto stesso. Le finestre pure delle abitazioni erano gremite di persone curiose. --Ammazziamoli subito! seguitavano ad urlare quei demonii. --Facciamoli prima confessare, gridavano i pacifici. --Facciamoli palesare i loro compagni, urlavano i prudenti. --Li faremo fare doppia confessione, dicevano i filosofi.-- L'opinione di straziarli prevaleva sempre: ed il corteggio terribile si avvicinava al palazzo del proconsole; se non che, entrato diverbio e susurro sul modo di spacciarli, poco manc che non succedessero omicidii nella folla medesima, la quale, dividendosi in pi partiti, fu causa che coloro che menavano i disgraziati dovettero arrestarsi. Fu tenuto una specie di parlamento generale. Bruto e Catone sulla terrazza pigliavano tabacco sorridendo. --Sono essi? disse Catone nel vedere i due legati a non molta distanza. --S, sono essi: possiamo dirci fortunati; scena cos bella chi sa se vedremo pi mai? --Io credo che Nerone e Caligola dall'alto dell'anfiteatro non abbian veduto cos strano spettacolo. --Allora erano le tigri che si slanciavano sopra i condannati, adesso la plebe. --Evidente segno del progresso! ma zitto, sentiamo la deliberazione delle bestie ragionevoli. --Tocca a me a parlare per.... url con voce stentorea il capitano Grongo; e siccome tale esclamazione fu seguita dallo schiamazzo affermativo di tutti i di lui fautori, l'opposta fazione cred utile compiacerlo. --Che li dobbiamo ammazzare questi due rinnegati sta benissimo, e basta che l'abbia assicurato quel pio signor Basilio; ma di qual morte debbano poi morire, questo un caso che tocca a deciderlo a me che li ho arrestati. Prima di tutto bisogna domandare a questa gente chi sono e chi non sono, poich, voi m'intendete, non bisogna ammazzare le persone senza prima sapere i loro nomi, tanto pi che una volta morti non si pu pi loro domandar nulla.-- Tutti quei forsennati in mezzo a cos luttuosa scena ebbero il cuore di ridere alla dotta osservazione del capitano. Terminato lo schiamazzo, il capitano riprese la parola dicendo: --Dunque appena sapremo chi sono, li potremo per la pi lesta spellare vivi, ossia scorticare.--(Ognun sa che il capitano era uno scorticatore di pesci.) Dopo di lui vennero a parlare i beccai, i fabbri, i falegnami, ecc., ed ognuno insisteva perch i due sventurati fossero fatti morire per mezzo di istrumenti propri del loro mestiere. In tanta lascivia di sangue, in tanta sfrenatezza di popolare licenza, due soli uomini che mestamente seguivano i furibondi e, forse con l'animo pio di sottrarre le vittime a tanti carnefici, fra loro bisbigliavano:--Ah! ci aiuti Dio: in quali mani siam caduti! --Eh! ma non sento l'ira per questi di quaggi, bens per quelli di lass.--Ed indicava Bruto e Catone che dalla loggia del palazzo proconsolare guardavano con indifferenza e brutto sogghigno la turba insultante e fremente. --Mi sdegno con quei due e con quel seguito di congrega; e che s, sono pochi ed hanno ammaliato tanti! ma guarda veh! soggiunse in tono profetico, ha da venire anche per loro il _Dies magna_. --_Et amara valde._-- Quindi tacquero: e buon per loro che nessuno li intese, altrimenti la festa che quei manigoldi eran per fare ad Alfredo e Giovanni sarebbe pur troppo toccata anche ad essi. Peraltro alla scena di terrore e di piet doveva succederne altra. Dalla parte del porticciuolo ecco venirne un drappello di giovanetti armati di fucile, i quali avevano per capo un elegante giovane di forme robuste che, sguainata la spada, si cacci urlando di fronte a coloro che tenevano i due prigionieri, e in un attimo i suoi compagni trassero i colpi di fucile; cui fu risposto dai militi che guidava il capitano pescivendolo. --Furfanti, gridava il giovane eroe, furfanti! lasciate le vittime, lasciate le vittime. --O Selvaggio!--url uno degli arrestati, ed Alfredo, che nel trambusto di quella zuffa si era liberato da coloro che lo tenevano, si slanci verso il figlio; ma ahim! erano pur essi di nuovo per essere sopraffatti e trucidati spietatamente, se la mano divina non avesse loro inviato un insperato soccorso. Alla parola _Selvaggio_ pronunziata in quella zuffa ed in quel tumulto di grida, di bestemmie, di fucilate, fra il fragore delle baionette ed il fuggire del popolaccio inerme, un grido che rimbomb per l'aere ripet:--_Selvaggio! Selvaggio!_-- Ed un uomo canuto fu visto precipitarsi a braccia aperte sul giovane che abbracciava il padre. Era un gruppo magnifico. Al grido di quell'uomo parve che l'ira di quei mostri si fosse spenta come per prodigio; le armi micidiali si abbassarono al severo sguardo di lui. Chi era mai il nuovo venuto? Era un uomo che poteva avere fra i sessanta e i settant'anni, con una di quelle fisionomie franche e burbere che a prima vista incantano e che spesso si trovano fra i buoni popolani. Egli era sboccato dalla via del Giardino, tranquillamente portando sulle spalle una corba da pesce vuota, quando, veduta quella folla di popolo, si era accostato per mera curiosit, ed appunto quasi in quel momento era successa la scaramuccia fra i giovani marinai condotti da Selvaggio ed il patetico incontro di costui col padre. Il tono di protezione del vecchio verso del giovane avrebbe avuto troppo sterili conseguenze, non sarebbe servito che a sopire per un momento quell'ira ed effrenatezza popolare, perch queste ripigliassero un maggior vigore e pi tremende scoppiassero, se in primo luogo il vecchio stesso non avesse esercitato una specie di magico potere sul diabolico capitano pescivendolo; in secondo luogo, se alla di lui aria di protezione non se ne fossero uniti ben cento e cento, i quali, sollevando per l'aria i berretti e le pezzuole, urlavano come spiritati: --Viva lo zio Neri! per...... luogo allo zio Neri!--E questi applausi erano formidabili e decisivi perch partivano di mezzo alle stesse infuocate turbe e dalle gole di qualche centinaio di pescatori e navicellai del Calambrone e di bocca d'Arno e di Pisa, i quali avevano il nostro zio Neri in quel conto in cui i nostri vecchi progenitori si ebbero un tempo i patriarchi ed i profeti. Gli animosi giovani che Selvaggio aveva seco addotti dalla nave in traccia del genitore e di Giovanni, la cui assenza aveva posto in apprensione le donne e della cui pericolosa situazione in Livorno era giunta notizia sulla corvetta, cessarono dal trarre coll'armi quando videro che anche le turbe avevano momentaneamente cessato d'inferocire; si guardavano peraltro i due partiti in cagnesco: ma quello del buon zio Neri ingrossato di ben trecento o quattrocento proseliti, le di cui armi in parte altro non erano che buone e callose mani serrate a pugno e armate di coltello, permisero al vecchio pescatore di bocca d'Arno di allontanarsi dal luogo della zuffa insieme al suo caro protetto ed al genitore di lui, i quali da un gruppo di pescatori erano stati posti in salvo con quella velocit con cui si sottrarrebbe da uomo nerboruto un fanciullo da un incendio o da altro periglio. Ma per sventura di Giovanni il partito di Grongo, vedendo l'altro starsene colle mani a cintola e come non solo uno dei prigioni fosse salvato restando impunito l'ardire di quel giovane marinaro piovuto proprio come una saetta su loro, con eguale velocit tratto di peso Giovanni e circuitolo di folla, lo fecero in un batter d'occhio sparire dalla scena per cacciarlo in una delle stanze di forza del palazzo proconsolare. I due del terrazzo al primo scoppiettar degli archibusi si erano, come nimici delle palle di piombo, tolti dal verone, ed ormai credendosi sicuri della preda, avevano fatto ingresso nella sala della colazione, ove tracannavano e Sciampagna e Bord ed altri preziosi vini, e rosicchiavano polpe di selvaggiume e pasticcini alla crema, quando vennero dalle guardie avvisati che il prigioniero era gi nella cantina ad uso di carcere. --Come! url il proconsole spezzando un bicchiere di Sciampagna nelle pareti, come! canaglia, e l'altro? --L'altro, dissero i manigoldi, l'ha voluto per s lo zio Neri! --E chi lo zio Neri? --Chi ? replicarono i popolani: uno che conta quanto voi; poich voi poco che contate, ed esso comanda da trent'anni sull'Alghe di bocca d'Arno. I due demagoghi si morsero le labbra. --Uno per uno non fa male a nessuno, ripetevano con ilarit i popolani; e con una espressione che la decenza non consente trascrivere suggellando la massima, si ritirarono. --Non ci frastorniamo di ci, grid Catone riprendendo la sua solita gaiezza; basta che uno sia in gabbia, e penser io a dargli un esempio: ormai la congiura sventata; evviva il trionfo dei galantuomini, evviva il bene dell'umanit! --Evviva evviva! url ansante il signor Basilio entrando dopo coloro che avevano fatto l'accompagnatura di Giovanni; evviva, amici! Dei due colombi potremo mettere nello spiedo il pi grosso.-- E si assise nel mezzo dei convitati chiedendo da bere. Largamente fu provvisto. La gioia gli sfavillava negli occhi. Fu cantato un coro patriotico. --Ma chi un certo zio Neri? disse il Catone all'orecchio del signor Basilio dopoch il frastuono dei bicchieri ebbe un momento di tregua. Vorrei far pentire costui, ma non mancher tempo, sai. --Caro amico, per conto di costui stimo conveniente far passata; sarebbe un osso ove rischieremmo di rompere i denti quanti siamo: costui ha in mano tutto il popolaccio di Pisa e tutto il litorale fino a Livorno. --Basta basta; m'inchino e taccio, disse Catone; gireremo di bordo.-- Il canto patriotico avendo ricominciato con pi alto tono e con gorgheggi molto spontanei, coloro che ormai pi non parlavano ma balbettavano essendo accompagnati dalla musica dei bicchieri e dei piatti percossi fra loro, i due cessarono di favellare per unirsi ai cantanti. Dopo un'ora non ve n'era un solo che non fosse ubriaco. CAPITOLO XXVI Rivelazioni. Non s tosto Giovanni ed Alfredo eransi, come vedemmo, recati dal bordo della corvetta alla citt nella quale dovevan subire tante sventure e perigli, la sentimentale Angiolina, ognor pi passionata ed afflitta, diresse preghiere alle amiche di scendere nella sua camera, ove, ella disse, farebbe delle rivelazioni che elleno al certo non si sarebbero aspettate. Ed avvegnach reputassero inconveniente udissele la fanciulletta Ofelia, questa per alcun tempo affidata alle cure della moglie del capitano del naviglio, si condussero alla camera di Angioina. Ivi giunte, la donzella pregolle ad assidersi, e dopo avere brevemente orato genuflessa innanzi una sacra imagine, parve riconfortata dalla preghiera e, sedutasi al fianco delle amiche, cos parl: --Tutto, o mie care, tutto mi annunzia una vicina catastrofe, e parmi che una voce della provvidenza mi avverta esser giunto il momento di separarmi per sempre da ci che ho di pi caro al mondo.-- Le due amiche sentirono empirsi gli occhi di lacrime a tale annunzio, ma le trattennero onde non impedire all'amica di continuare. --S, disse ella proseguendo, io non mi inganno; prima peraltro di eseguire un progetto che ritengo pericoloso voglio dopo tanti e tanti anni di silenzio rivelarvi un segreto che ho tenuto nel fondo del mio cuore e che adagio adagio ha infranto questo misero frale. Oh! possa questo frale consumarsi totalmente e permettere all'anima mia di volare al pi presto purificata dai terreni martirii nel seno del suo Creatore.-- Le due amiche non poterono trattenere lo sfogo del pianto. --Calmatevi, disse loro dolcemente Angiolina, serbate a pi tardi lo sfogo della vostra piet, non mi togliete colle vostre lacrime quel coraggio che ora sento di avere per fare una confessione tremenda; chi sa se, perdendolo adesso, potrei mai pi ricovrarlo? d'altronde mi necessario svelarvi un arcano terribile non per me, ma per chi ha diritto che sia svelato: questo segreto non pu n dee rimanere sepolto nella mia tomba.-- Le due amiche, guardandosi in volto, convennero di reprimere decisamente il dolore che loro arrecava il dire di Angiolina; gliel promisero, ed ella continu: --Voi certamente avrete fin d'ora creduto che non vi potessero essere per me sciagure pi tremende di quelle che conoscete; ma v'ingannate. Sappiatelo, s, sappiatelo.... io pure sono madre!...-- Alle due donne sfugg un'esclamazione di sorpresa. --Cielo! e la tua creatura? --Non so se sia morta, o se sia tuttavia in questa valle di tribolazione. --Ah!... esclamarono insieme Rosina ed Esmeralda. --O mie care, il fallo non fu mio; io ne sono la vittima al pari dell'essere infelice che diedi alla luce. --Prosegui.... ah! prosegui. --Nel mezzo della vita che la mia sventura volle che io tenessi, abbandonata, senza lumi di religione e di fede, finch non piacque a Dio di ritrarmivi, l'avvenimento funesto non avrebbe a me stessa fatto meraviglia. Ma ahim, ahim!...--Giunta a tal punto Angiolina non ebbe pi forza di proseguire, ch un dirotto pianto ed opprimente singulto alquanto le impediva la parola: come fu per le cure dell'amiche un poco rimessa,--Ahim! prosegu, era segnato nel libro fatale del destino ch'io dovessi bere fino all'ultima goccia il calice delle amaritudini. Nel tempo della mia tribolazione, io desiderava almeno conoscere chi potesse essere il padre di quell'essere che avrebbe dovuto pur troppo con orrore risguardare la madre sua; io era determinata di rinunziare per sempre al conforto di sentirmi chiamar madre, perch il figlio non dovesse arrossirne, perch il mondo non stampasse su quella fronte innocente il suggello della esecrazione. Oh quanto era infelice, amiche mie, quanto ora lo sono ancor pi! Ma come scoprire il padre del frutto delle mie viscere?... Cresceva intanto nel mio seno quell'essere infelice, e le mie compagne di turpitudini e l'infamissima maestra di esse volgevano in dileggi e le mie lacrime e la mia affezione. Finalmente il giorno da me desiderato e temuto giunse, ed io misi alla luce un vezzoso fanciullo. Chi pu narrare ci che provai in quell'istante? Non osava guardarlo, poich il primo di lui sorriso esser doveva l'ultimo per la madre sventurata. Lo strinsi al mio seno. Dopo pochi momenti le infami braccia della padrona di quell'orribile albergo me lo strappavano fra le risa e gl'insulti delle mie compagne di ludibrio. Buon Dio! che pu mai impedire ad una madre, sia pur le mille volte colpevole, di ritrovarsi un d su questa terra col parto delle viscere sue? Formai un progetto e tosto l'eseguii: ah! io ben sapeva come quella infelice creatura andava ad essere confusa fra le mille e mille sventurate sue pari in un di quei luoghi ove la piet degli uomini ha cura degl'innocenti frutti del disonore. Una vertigine mi colp: un segno, un segno era indispensabile onde se un d sulla faccia di questa terra lo avessi scontrato, mi desse a riconoscerlo: ma come imprimerglielo? con qual mezzo, con quale istromento? Avrebbe forse la orribile donna che a me imperava acconsentito giammai alla mia preghiera? Gli istanti volavano; il pi piccolo indugio rendeva vana l'esecuzione del mio desio. Senza coraggio di risguardare la mia creatura, senza pure osare di mirare le fattezze infantili, afferratogli colla ferocia di una leonessa il padiglione dell'orecchio sinistro, non mi distaccai se non avendone un brano fra i denti sanguinosi. Il figlio gett uno strido: io svenni. Madre e figlio fummo separati per sempre. Ah! ecco il frutto della povert! il frutto del disonore! Orrore, sangue, maledizione: eppure io era nata innocente.-- Lo stupore delle amiche impediva loro di proferire parola, un brivido di orrore corse per le loro membra, e nel risguardare la pallida faccia della loro sventurata amica, nata s casta, s virtuosa, degna di tanta piet, di tanta compassione, simultaneamente abbracciandola, confusero con le sue le loro cocenti lacrime. Lungo tempo fu silenzio non interrotto che da lacrime e baci. --Di noi, chi pi chi meno, tutte abbiamo provato l'ira del destino e possiamo dire pur troppo non esser finite le dure prove per noi, esclam con un sospiro Rosina che ruppe il silenzio. Tu vedi, Angiolina, che nostro malgrado, lasciato il pacifico rifugio dell'America, ci siamo dovuti condurre qui ove i torbidi nascono di ora in ora, e dove i nostri pi cari vanno rischiando la vita e, ahim! io temo l'onore. --I tuoi disastri sono miei, replic Angiolina; i miei non sono tuoi, ch io ho doppio carico di sventura: tu sai quanto amo te ed i tuoi; s, non vi offendo, io amo e voi e gli sposi ed i figli vostri di un amore superiore a quello e di sposa e di madre; il mio amore non ha nulla di terreno, esso spirituale come l'anima; io tenterei e chiunque tenterebbe invano di esprimerlo; ma quanto pi sento la purezza dell'anima mia, tanto pi spregio questa carne che l'adombra e la imprigiona.-- Grosse gocce di sudore gelato stillavano della pallida fronte della derelitta, la quale a questa interruzione di dire non aveva perduto lo scopo principale della sua dolorosa narrazione, e perci fu sollecita a continuare: --Voi siete madre, ma non madre a cui il figlio fu divelto dal seno appena nato e cui ella dette un ricordo acerbo di sangue e di crudelt in un delirio di affetto materno onde, rivedendolo, riconoscerlo; non potete appieno comprendermi: ma quando io vi avr palesato il pi terribile dubbio, ah! temo che il vostro amore, la vostra piet dovr convertirsi in ribrezzo. --Gran Dio! che dici mai? sclamarono in una volta Rosina ed Esmeralda. --Io son.... figlia dell'ipocrita Basilio.... Quella maschera... Oh Dio! io svenni! Amiche, il mio dubbio mi dilania le viscere! io.... Ah! non fia vero: ditemi che non pu essere, ditemelo per piet....-- E cadde priva d sensi. Quando ebbe ricovrato la parola non poterono le due amiche udire che le interrotte frasi:--Ah, il mio dubbio! dubbio di morte.... Ah Dio! non sar.... no.... non sar.... vero....--E cos dicendo, con mano tremante si trasse un involto di carta dalle vesti, e consegnatolo alle due amiche, queste vi lessero quanto segue. LETTERA I. Reverendissimo padre, _Dal Lazzeretto di Livorno, li 3 settembre 1835._ Invano tenterei dipingere al vero come io vorrei l'orrore che questo luogo inspira. Oh quanto da compiangersi, padre reverendissimo, l'umanit! Terribile malore crucia i corpi degli infelici che vengono qui tradotti colpiti gi dalle tremende unghie della morte. Oh! ben pochi di essi ne ho veduti tornare alle loro desolate famiglie. Padri divisi dai figli, consorti dagli sposi, fratelli dai fratelli; e tutti, nel pi intenso esasperare del morbo conservando la limpidezza e sanit della mente, sentono pi vivi i loro spasimi fisici, poich a quelli vi si aggiungono i morali. Chi pu descrivervi i lai, le lacrime, gli urli feroci e dir, ahim! le pi esecrande bestemmie di cui risuonano gli echi di questo albergo lugubre? Pur troppo pochi essendo in pace e in grazia di Dio, giungono a vedere con fronte serena avvicinarsi il termine di loro mortale carriera, pochissimi sono tanto virtuosi da rassegnarsi ai voleri inalterabili della divina provvidenza. I pi di questi moribondi (inorridisco a riferirlo alla paternit di vostra signoria reverendissima) sembra che con imprecazioni diaboliche strappar vogliano dal trono di Dio la grazia di loro guarigione. Oh insensati e doppiamente infelici! essi non si avvedono che fra pochi istanti perderanno una vita di dolori quaggi per incominciarne una che non avr mai fine nell'eternit dell'inferno. Siccome vostra paternit reverendissima agevolmente creder, non manco, in unione ai miei venerabili fratelli, di alleviare i patimenti fisici e morali di tante centinaia d'infelici, e ogni vittima che noi strappiamo al nemico infernale per noi oggetto di indefinibile gioia che ne fa dimenticare gli altri disagi di questo vivere di penitenza, che la fiducia in Dio e la carit del prossimo ci d forza di tollerare. Conforta in tanta miseria il cuore paterno di noi religiosi e di quanti sentono amore di cristiano il vedere a quando a quando fra questi orrori brillare la carit e l'annegazione di s stessi, di alcuni degli inservienti di questo luogo e fra gli altri delle donne. Ed a questo proposito merita special menzione certa donna infelice, qui conosciuta per il nome di Esmeralda, la quale, tradotta dalla citt quasi moribonda, riprese la vita che tutta volle consacrare alla cura di un suo diletto figlio fanciulletto amabile per nome Selvaggio, e di poi rimasta nell'ospedale per assistere altri infelici. Per quanto si dice, costei non ha genitori, e vuolsi sia stata per alcun tempo vittima di certi zingani. questa una di quelle poche creature che veramente nobilitano il genere umano e sono, come pur troppo accade nel mondo, le pi infelici tra i figli di Adamo. Fino dal suo giunger qui confessolla il degnissimo padre Giuseppe da Montepulciano, di cui vostra paternit reverendissima conosce la piet e la dottrina. Or bene il reverendo padre, senza punto violare il sacro segreto della confessione, mi accenn ch'ei sapeva tali cose intorno a questa donna che eccitavano la pi alta compassione verso di lei; talch un giorno, e parmi ieri l'altro, nel vederla passare per le corsie del Lazzeretto apportando cordiali per gl'infelici ammalati, mi disse: Oh! padre Roberto, punto non dubito che questo malore sia per cessare presto, quando tali creature sono per disarmare la collera celeste. Ma ahim! se abbiamo qui creature angeliche, abbiamo pure, come io vi accennava, dei peccatori ostinati, ed il giorno stesso in cui il padre Giuseppe mi elogiava le virt di quella donna che all'aspetto si rivelava per donna di alta condizione caduta nel basso, dovemmo fuggire dal letto di un moribondo che nella pi tremenda agonia parea gi in possesso di una legione di demonii. La carit cristiana m'impedisce di segnar qui il nome di colui; voglia il cielo farlo ravvedere e portarlo a s. Sento un campanello della infermeria che mi avvisa; un servente in tutta fretta mi dice che una delle pi ostinate femmine di mondo mi chiama per la confessione. Chiudo la presente e vi raccomando, o padre, e me e quella infelice nelle vostre sante orazioni. E con tutto il filiale ossequio Vostro figlio nel Signore ROBERTO DA SANTA CROCE. LETTERA II Reverendissimo padre, _Dal Lazzeretto, il 5 settembre 1835._ Il dovere del sacro mio ministero mi obbliga a scrivervi, e lo faccio appunto per obbedire alla volont di quella disgraziata peccatrice che stavasi morendo allorch io era sull'ultimare della mia precedente. Cotesta donna, per nomignolo Vascello*, dopo aver narrato le pi orribili peccata, mi confess aver tratto nell'infamia una infelice giovanetta per nome Angiolina, figlia di tal signor Basilio negoziante di Livorno e della moglie di certo facchino per sopranome Topo, il quale dubitando della legittimit della figlia, ebbe cuore di abbandonare quella creatura all'et di sette anni sulla pubblica via. Quella fanciulletta, che avrebbe avuto miglior sorte a morire la prima notte del suo abbandono, fu trascinata nel vizio dalla Vascello, la quale per tal peccato era inconsolabile allorch la confessai. Ma ahim! ci era nulla rimpetto di pi orribili misfatti che io per commissione della defunta vado a narrare alla vostra paternit, onde, per quanto sia possibile, riparare ai peccati e danni ulteriori. L'iniquo padre della misera ed infelice fanciulla avvicin la sventurata in preda del pi grave letargo. Forse.... non sar.... ma pur troppo era nei destini che altra vittima dovesse venire al mondo. L'Angiolina partor un maschio che fu gettato nella ruota dei trovatelli con entro le fasce il nome di Enrico e del casato imaginario di Sprinel. La donna Vascello, per una di quelle bizzarrie che veggonsi nei caratteri dei mortali, mentre non si era fatta scrupolo di maneggiare la trama, si fece peraltro un dovere di sorvegliare alla infelice creatura che ne deriv; per lo che, tenuta intelligenza con alcune donne, pot sapere che il giovanetto Sprinel dapprima venne collocato presso una famiglia di contadini e dipoi, entrato nella militare carriera come tamburo, aveva disertato e si era arruolato sotto estera bandiera. Di pi non aveva potuto saperne, ed in quell'ora terribile, colla morte innanzi, col pentimento nel cuore e col desiderio verace di riparare il meglio possibile il male, mi supplic di occuparmi io del rintraccio dell'Angiolina e del di lei figlio, a cui intendeva lasciare quelle poche sostanze ammassate coi suoi delitti. * Storico. La donna, padre reverendissimo, a quanto parmi, avrebbe molto desiderato prima di morire che l'autore di tanti misfatti potesse disporre delle sue immense ricchezze a pro delle infelici sue vittime; e nomin questo mostro nella persona del signor Basilio sopraccennato. Giudichi vostra paternit reverendissima del mio stupore e di quello dell'ottimo padre Giuseppe nell'apprendere che tal insigne peccatore giaceva a pochi passi di distanza dalla cella della moribonda ed esso pure era agli estremi della sua vita nefanda, e che avanti a lui era il suo complice in vari grandi misfatti, certo Narciso, uomo dissoluto e mezzano di amori. Ci portammo alla cella del signor Basilio; ma ahim! quel peccatore (che quello stesso di cui io le parlai non nominandolo nella mia precedente lettera e che faceva fuggire i sacerdoti per le ereticali sue bestemmie in punto di morte) ricus costantemente di confessarsi. E piacendo a Dio per i suoi impenetrabili fini di non toglierlo adesso dal mondo, non abbiamo n io n padre Giuseppe creduto bene di entrare in terribili dettagli con lui, tanto pi che l'Angiolina ed il giovane (il quale adesso aver dee circa quattordici anni se pur vive) non si sa dove sieno. Tanto io quanto padre Giuseppe abbiamo combinato di scrivere la breve e lacrimevole storia di questi peccati a vostra paternit reverendissima, perch ella coi suoi superiori lumi ci diriga in quello in che la nostra insufficienza mancasse. E con la solita affezione filiale e rispettosa Suo figlio nel Signore PADRE ROBERTO DA SANTA CROCE. PS. Mi dimenticava di dirgli che, avendo il moribondo Narciso dopo la sua confessione confermato il discorso e la narrazione della Vascello, e tanto io quanto il padre Giuseppe avendo domandato ai peccatori se, a riparazione delle loro colpe, avesser consentito che la loro deposizione in proposito di Angiolina e di Enrico fosse ripetuta alla presenza di notaro e di testimoni per maggiore autenticit, essi avendo acconsentito volentieri, mostrandosi anzi ansiosi che ci succedesse, stato in proposito redatto un istromento che accompagno a vostra paternit reverendissima per quel migliore uso che creder nell'alta sua saviezza. Preghiamo pace all'anima di quei peccatori, che almeno dettero prova di pentimento all'ora estrema. E mi ripeto, ecc. Queste due lettere autografe erano state accompagnate all'Angiolina col seguente biglietto: Dilettissima nel Signore, Avendo sentito da un nostro confratello missionario che in coteste remote parti del mondo esistete voi la quale siete certamente quella fanciulla sventurata cui pu molto interessare il contenuto delle due lettere nel nostro venerabil figlio nel Signore padre Roberto da Santa Croce, ve le accludiamo e spediamo per persona di nostra fiducia. Non v'importi sapere come dall'eremo nostro s distante dal luogo ove voi siete abbiamo scoperto la vostra dimora; grandi sono le vie della provvidenza, cui non mancano mezzi di operare ci che ella vuole per i suoi adorabili fini. Cos potessimo avere scoperto il soggiorno del disgraziato vostro figlio: ma vogliamo sperare nella misericordia dell'onnipotente Iddio che un giorno o l'altro lo scopriremo; e se potremo ravvicinare la madre al figlio, ci rallegrer il nostro cuore; e per tale oggetto non mancheremo di pregare notte e d il Creatore d'ogni bene. Dai nostri venerabili figliuoli nel Signore abbiamo scoperto molte particolarit della vostra storia oltre quelle del documento che vi inviamo, onde, se pur vi occorre, possiate adoprarli a vantaggio vostro e della vostra infelice creatura. Creatura infelice! mi caro vedere che voi siete innocente, e che le pene da voi sofferte e che soffrirete disarmeranno l'ira divina. Non disperate del divino aiuto; e se in questa vita dovrete sopportare il peso della iniquit del padre, sappiate offrire i vostri travagli a quell'Ente puro ed eterno che ve ne far largo tesoro al regno dei cieli. Il Signore vi benedica. PADRE GEREMIA DA PISA. Generale dei Minori di San Francesco. _Roma, li 6 maggio 1840._ Unito a queste lettere era un chirografo che conteneva la confessione pi esplicita della Vascello e di Narciso relativa alle vicende dell'Angiolina, che gi i nostri lettori conoscono. Terminata la lettura dei fogli, Esmeralda e Rosina domandarono all'Angiolina: --Ebbene che pensi tu fare adesso? --Il mio piano fissato; il segreto che per tanti anni ho tenuto nel fondo del cuore svelato. Fra poco noi ci diremo addio, e voglia il cielo non sia eterno: scender a terra travestita da uomo; gi, vedete, ho fatto tagliarmi i capelli, che vi lascio per eredit.-- Sentendosi cadere le lacrime dal ciglio per la commozione, fu pronta a dire: --Scender a terra; duopo che mi trovi a faccia col mio.... (e non ebbe forza di proferire i nomi che al mondo sono i pi cari ma che per quella misera erano un argomento di orrore). Lo vedr colui, deh! potessi ritrarlo dal lezzo de' suoi misfatti.... Dio mi aiuter.... e...., non oso concepire questa speranza, se una sola, una sola consolazione, la pi grande ch'io possa imaginare.... se mio figlio....--La forza delle lacrime le tolse la parola. Di l ad un'ora Angiolina, armata e vestita da marinaro, era a Livorno nel drappello dei giovani che Selvaggio aveva condotto in citt alla ricerca di Giovanni e di Alfredo. CAPITOLO XXVII. Variet. Otto giorni dopo i fatti descritti nel capitolo decimoquinto, Bruto e Catone non si trovavano pi a Livorno: la loro ambizione aveva trovato il modo di collocarli in seggio pi alto; il che a noi basta indicare, non ci volendo spiegare di pi, poich non scriviamo una storia, ma bens un romanzo. E non ci faccia specie la celerit con cui s'incalzavano gli avvenimenti. Succedevano mutamenti di ogni genere a quei giorni, inquantoch questa sorprendente celerit non finzione romantica, ma una verit che sar oggetto di maraviglia nei posteri. Dunque, tornando al filo del discorso, vi dir che i due caporioni demagoghi erano iti pi su di quello che credevano, e nei loro posti a Livorno erano subentrati per la parte civile il famoso signor Basilio e sul militare il capitano Grongo con altri loro pari, e certo non passeremo sotto silenzio che fra questi vi erano il vecchio oste dei Tre Mori ed il degno suo genero, il marito della elegante signora Concetta. Costoro, assunte le redini della citt, spalleggiati da un numero straordinario di seguaci, ordinavano, disordinavano, abbattevano, creavano, insomma erano gli arbitri di tuttoci che costituisce il potere. I giornali in tanto trambusto magnificavano la longanimit di quelle turbe sfrenate che ebbero tanta virt di non svaligiare i pacifici cittadini, di non dare il sacco a quella citt ormai in potere dell'anarchia; e se ci avvenne, parrebbe cosa sensata attribuirne tutto il merito alla provvidenza, la quale per i suoi ammirabili fini volle risparmiare ai buoni una nuova e pi terribile sequela di dolori, e non alla mitezza del mostro popolare scatenato; e se questo rimase innocuo, fu certo per uno di quegli strepitosi miracoli in forza dei quali furon talvolta veduti girare innocui per fiorenti citt leoni scatenati e fuggiti dal serraglio. L'inalzamento vicendevole dei capi demagoghi e del signor Basilio e due sette formatesi nella stessa citt, una delle quali avea per capo il nominato zio Neri, giunte ad azzuffarsi tra loro, ritardarono il supplizio a cui dal signor Basilio era stato destinato il misero Giovanni, coperto di ferri e languente nelle segrete pi dure della fortezza vecchia in quel torrione che ha le pareti esterne tuffantisi nel mare di l dalla darsena. Giovanni in quel profondo dava luogo ad amare riflessioni e ripensava come circa ventott'anni addietro, tutto infiammato di amore per quel popolo che adesso lo aveva destinato a morte, sfidando immensi pericoli, sprezzando disagi, si era fatto a penetrare in citt sotto il travestimento di un caprone, scalando una muraglia vicino al forte ove si trovava or detenuto. Nel fare quelle riflessioni, alfine compiangeva il popolo che in pochi giorni fa passare dall'_Osanna_ al _Crucifige_ i suoi protettori; non disgiungeva queste riflessioni dal pensiero della propria salvezza, rimulinando come frangere i suoi ferri, come salire alla prima ferriata della torre, come da quella precipitarsi nel mare e nuotando raggiungere la corvetta. In questi pensieri passava notte e d, non osando chiedere ai custodi notizie della moglie e dei figli, per non esporli alla tremenda ira popolare, consolandosi nel supporli tuttora sul naviglio e credendo di sicuro che Alfredo o Selvaggio li avrebbero potuti raggiungere col. Disperando poi della propria salvezza, misurava con freddo occhio l'avvenire; e quando tutto, ahim! dicevagli impossibile la sua fuga, si rassegnava alla morte con quel ferreo coraggio che non gli era mancato giammai nelle tante vicende della turbolenta sua vita. Io sono stato infelice, diceva fra s, dalla nascita, dovr esserlo fino alla morte immatura che mi si prepara: cos era scritto nel destino. Ma se non lascer ai figli in retaggio la mia vendetta...., io lascer loro il pi eloquente esempio del come fuggir debbansi i matti delirii di emancipazione sociale la merc di stte. Deh, diceva l'ex-demagogo, voglia il cielo che lo spirito bollente e cieco del padre non siasi instillato nei figli e che essi gi non sieno infetti dalla tabe delle rivoluzioni e delle segrete societ! Questi presso a poco erano i soliloqui ed i pensieri di Giovanni durante la sua detenzione, nel periodo della quale l'audace signor Basilio aveva osato di fare pi visite alla sua vittima pel piacere di aggravare colla sua odiosa presenza lo stato del prigioniero. Ma i suoi desiderii erano rimasti frustrati: imperocch Giovanni non era una di quelle femminelle a cui gli stenti della prigionia indebolissero gli spiriti, e la vista del persecutore facesse paura. Giovanni in ognuna delle insultanti visite del signor Basilio, per qualunque modo che tenesse quel proteiforme birbante, aveva opposto un invincibile silenzio. Il pi pretto stoicismo stava impresso sulle labbra dell'ex-capitano dei demagoghi. Perci agl'insulti sanguinosi, alle melate parole, alle frasi dolcissime o minacciose del signor Basilio aveva risposto con uno di quei sogghigni da far sempre rientrare e rannicchiarsi in s stesso il corpicciolo basiliesco. Alla perfine il persecutore aveva risoluto di non pi tornar a visitare il prigioniero, dappoich ne soffriva pi il visitatore che il visitato, e risoluto altres di affrettare l'invio all'altro mondo dell'odiato rivale. Durante l'esercizio del supremo potere nell'anarchica citt, invano aveva tentato d'impadronirsi di Rosina e di Esmeralda, da lui sapute sulla corvetta; quell'asilo era inviolabile: invano procurato di avere fra gli artigli Alfredo e Selvaggio; di costoro ignorava l'asilo, eran essi scomparsi sotto l'egida formidabile dello zio Neri, il capoccia dei pescatori di bocca d'Arno e del Calambrone. Tutta l'ira dunque dell'uomo feroce erasi concentrata sulla persona di Giovanni, e questa non aveva potuto ancora sfogarsi, dappoich a guardia del misero si stavano armati appartenenti a due partiti. Cos volgevano le cose, mentre le calde preghiere di Rosina, di Esmeralda, di Ofelia e delle altre creature delle infelici famiglie disarmavano la collera celeste, e la operosit di Alfredo e di Selvaggio, coadiuvate potentemente dallo zio Neri, andavano pensando ad un mezzo di salvezza del prigioniero. Noi lasceremo frattanto le donne ed i fanciulli pregare sulla corvetta; Alfredo, Selvaggio con lo zio Neri: e lasceremo Giovanni a meditare ed alternativamente a far lo stoico in prigione, per assistere alle pi bizzarre funzioni che un popolo aberrato potesse inventare. Prima di lasciare Giovanni, peraltro conviene avvertire che nell'ultima visita il signor Basilio fu accompagnato da un giovane con capelli rasi, vestito da marinaro, di svelto portamento e di occhi languidissimi, d'incarnato simile ad un mulatto. Costui non aveva mai parlato durante il colloquio o piuttosto monologo del signor Basilio, inquantoch, come gi sappiamo, Giovanni non degnossi rispondergli; ma quando l'occhio del prigioniero si affissava sul volto del compagno del signor Basilio, cercando di richiamarsi a memoria i tratti di un volto che credeva per certo aver veduto altre volte, quel marinaro non si stancava di rispondere a quelli sguardi scrutatori con altrettanti di significante intelligenza e di marcatissima piet. Giovanni questa volta possiamo dire che non dette neppure materialmente ascolto al velenoso Basilio, tanto era occupato dalla presenza di quell'incognito misterioso, i cui sguardi eran cos espressivi; s'andava lambiccando il cervello per indovinare chi mai fosse, e pel raziocinare il pi sottile andava lungi mille miglia. Gli parea aver veduta quella stessa fisionomia e come di volo, come una visione, fra i componenti il drappello di Selvaggio; ma d'altronde non avea idea di aver veduto quel mulatto fra l'equipaggio della corvetta. D'altronde pensava: come mai? se costui fosse stato in quel drappello di valorosi, sarebbe adesso al servizio, dir di pi, nella intimit del signor Basilio? Ma il tempo in cui il signor Basilio tribolava il prigioniero ebbe pur fine, e cos il nostro Giovanni rimase privo della gradita vista dell'incognito; la sua sorpresa crebbe allora che, nel voltarsi che fece il vile persecutore verso la porta della carcere, l'incognito popolano, alzati gli occhi supplichevoli con dolcezza, gett nella prigione un piccolo foglio ripiegato che, appena partiti i visitatori, Giovanni raccolse premurosamente, ed apertolo vi lesse in inglese queste parole: _Giovanni, confortatevi, i vostri vivono in libert, voi la riacquisterete: fermezza e coraggio!_ ANGIOLINA Dopo tal biglietto Giovanni non ebbe pi dubbi; tutto gli faceva ravvisare nell'amabile incognito la virtuosa e sensibile donzella che al certo era una molla principale della salvezza comune. Giovanni si sent come rinascere a nuova esistenza, benedisse il cielo, benedisse la cara giovane e sper. Io qui vi descriverei la pi bizzarra delle popolari aberrazioni, una funzionaccia plateale in cui pi d'un facchino sper diventare un Ercole novello e pi di un ladro d'aringhe oscurar la fama di Bacco, se avessimo bisogno di tenere dietro agli errori del popolo per convincerci che questi nella maggior parte hanno origine dalla miseria, dalla fame, dall'abbrutimento, dall'ignoranza. Lasciamo adunque la scena e ritorniamo ad Angiolina, che abbiamo gi veduta al fianco del signor Basilio, persuasi che i nostri lettori saranno desiderosi di conoscere se costui nel gentile domestico mulatto sapea di aver al fianco la figlia. Noi ci ricordiamo certamente che il signor Basilio intervenne alla colazione demagogica nel palazzo di Catone, ove terminarono per essere tutti ubriachi; anche il nostro eroe bigotto si ritrasse mal reggendosi sulle vacillanti gambe e si diresse appoggiandosi sulla sua canna d'India verso la propria abitazione. Angiolina, appena vide in salvo Alfredo e Selvaggio, risolse di restare in citt, di accostarsi al signor Basilio anche col fine di giovare al povero Giovanni rimasto in preda dei forsennati. Senza deporre il suo marinaresco abito e senza punto togliersi dal viso quella vernice applicatasi con unto di noce di cocco, che le dava una tinta di mulatto; senza in specie lasciare il pugnale che teneva a cintola e la carabina che avea sulle spalle n le cartucce che teneva nella giberna legata ai fianchi da una striscia di cuoio, si pose sulle tracce dell'uomo da lei cercato e che ella aveva ravvisato benissimo a quei lineamenti, ahi! troppo impressi nella sua mente e nel suo cuore fin da quando si era incontrata nella turba di coloro che menavan legati Giovanni ed Alfredo, ma che poi aveva veduto sparire dopo la disgrazia del primo e la salvezza del secondo. Rivoltasi ad un popolano, gli aveva domandato: --Di grazia, cittadino, vorresti tu indicarmi l'abitazione del signor Basilio, di casato....? --Non occorre il casato, aveva risposto il popolano sogghignando, mio bel marinaro; il signor Basilio uno di quegli uomini che per essere conosciuto universalmente non ha bisogno di un cognome. Esso cos celebre che anzi lascer che il suo nome battesimale si trasformi in casato e che tutti coloro i quali al mondo avranno la felicit di possedere i suoi requisiti possano chiamarsi la famiglia dei Basilii.-- Angiolina, che sapeva pur troppo qual fosse la specie delle virt del padre suo, si affrett a soggiungere: --Non occorre che tu ti diffonda in elogi verso il personaggio di cui ti addimando l'abitazione, lo conosco quanto te e (trattenendo un sospiro) forse pi di te. --Ma s, dico io per mia f, s che necessario l'elogio di quel fior di galantuomini; sempre onesto, sembra portato per il suo simile tanto nei tempi andati, quanto nei tempi presenti. Perch sappi, caro cittadino marinaro, che quando il popolo doveva rintanarsi e tacere, il signor Basilio taceva e stava rintanato; ora che tempo in cui il popolo grida e si mostra, esso urla ed tutto d per le piazze e per le vie. --Comprendo benissimo: so tutto, ti dico, ma sembra che tu, desiderando ragguagliarmi di ci che so, dimentichi d'indicarmi ci che non so, cio dove esso abita. --Quel morigerato! quell'esempio di pacatezza, di moderazione! sempre padron di s stesso! dimora.... ma caspita! cittadino marinaro, eccolo appunto che s'avvia alla sua abitazione, tu potrai accostarti e seguitarlo come ti piace, giacch, a quanto mi sembra, il peso delle occupazioni pubbliche deve avergli dato alla testa; potrai anche sostenerlo, se ti pare:--E si allontan. Angiolina, girato il capo, vide anch'essa il signor Basilio, cotto fradicio dalla ubriachezza, reggersi a stento e camminare lungo le muraglie. Tal vista mosse a piet quel cuore sensibile, e due lacrime irrigarono le belle guance della donna, la quale sospirando segu da vicino l'empio suo genitore. CAPITOLO XXVIII. Il padre e la figlia. --Chi siete voi? aveva esclamato il signor Basilio ubriaco nel sentirsi prendere per un braccio mentre scivolando su di umido terreno aveva corso rischio di cadere. Chi siete voi? che volete? andate in pace, non ho che darvi. Ma il braccio che sostenevalo parea robusto per guisa che l'uomo grid:--Non stringete tanto. Eccovi un luigi d'oro.-- --Miserabile! a sua posta disse la persona che lo tenea fermo. Miserabile! tienti il tuo oro, pensa ai tuoi peccati.-- Il signor Basilio si volt e, sebbene alterato dal fumo dei liquori, ravvisando un soldato di marina che aveva la carabina ad armacollo, fu clto da improvvisa paura, si prov a chiamare aiuto, ma il popolaccio, che vedeva dal garbo del marinaro come questi per fini amorevoli sorreggesse l'altro e come quest'ultimo fosse dal vino fradicio, rispose agl'inviti di soccorso che gli facevan gli occhi, non le parole, del signor Basilio con scrosci di risa. --Che vuoi da me che mi trascini, prode fanciullo? seguit a dire il signor Basilio balbettando. --Condurti in luogo ove non ti accompagni il pubblico dileggio; cos pur troppo potessi salvarti dallo sdegno del cielo! --Andiamo dunque, camerata, andiamo pure, seguit Basilio. Andiamo ah! ah! poffare! sono amico dei militari io perdinci! Ah! ah! ah!-- Il giovane marinaro procedeva mestissimo procurando di divorare la via. --Non parli? aff di Nettuno! sei un marinaro molto curioso ed originale; ma dimmi, non saresti di quelli.... per bacco! ho le idee chiare io: che dico? non saresti di quelli che un paio d'ore fa ci hanno tolto uno di quei tordi che eravamo pronti ad infilare nello spiedo?-- Il giovane marinaro per tutta risposta pose la mano sull'elsa del pugnale che teneva a cintola. Il signor Basilio vide il gesto. --Capperi! fu sollecito a dire, tu sei di poche parole; ma io credo d'intendere la ragione della tua grammatica: ors dunque siamo buoni amici. Ma, di grazia, dimmi: dove vuoi condurmi? --A casa tua. --In questo caso possiamo fermarci; eccola qui.--E fece cenno di sostare: il marinaro gli lasci il braccio, ed uno dopo l'altro entrarono nel magnifico palagio, una delle ricchezze dell'impostore. La porta del palagio si richiuse; da quel giorno in poi il signor Basilio fu visto uscire quasi sempre in compagnia del misterioso marinaro. --Chi sar mai quella specie di moro? dicevansi i vicini: pare che abbia incantato quel degno uomo del signor Basilio. --Sar il suo nuovo segretario o qualche sua prima ordinanza. --Sar qualche gran liberale del mondo di sotto. --Sar una spia per sorvegliare al buon ordine. --Che sia il boia venuto per impiccare quel famoso _codino_ che sta in segreta nella fortezza?-- Varie erano le opinioni intorno al vero essere del personaggio che stava attaccato come l'ombra al corpo del signor Basilio. Povera Angiolina!!! Ma avr ella fatto breccia nel cuore di quell'empio? avr essa parlato, rivelato il suo essere? Noi lo vedremo nel prossimo capitolo; perch adesso fa duopo ritornare ad Alfredo e Selvaggio che abbiamo lasciati da qualche tempo. Poche ore dopo la scena di Piazza d'arme e l'incontro dello zio Neri nel suo giovane protetto, questi riposava nella capanna che avevalo veduto nascere sulla riva dell'Arno. Chi pu dire la gioia della sua seconda madre? Chi potrebbe numerare gli abbracci ed i baci che si dettero a vicenda egli giovane dalla barba e dai baffi cresputi, essa vecchia grinzosa? Fu presentato Alfredo; vennero refocillati: a tutti stava a cuore il povero Giovanni, che sapevano in mano di quelle tigri sitibonde di sangue. -- affar mio, riprese con sicurezza e gravit il vecchio zio Neri; per la vita di uno storione e per tutte l'oche selvatiche di San Rossore, rispondo io della sua persona. --Voi ci rassicurate, mio buon protettore, sclam Selvaggio, ma quei demonii.... --Non hai sentito il discorso da me fatto a compar Biagio del Calambrone? Eh! San Ranieri mi punisca se costui non la pu coi suoi su tutti quei briachi di Venezia nova e di quant'altri. Ohe! ci siamo intesi; occhio alla bomba*, gli ho detto: quell'uomo guardalo tu. E lui mi ha strizzato l'occhio; affar sicuro. Per mio Bacco! ma mangiate e bevete.... quando ve lo dico io.-- * Stiamo attenti. I due si riconfortarono alquanto; la sicurezza del buon pescatore non avvezzo a mentire, la facilit con cui aveva liberato loro stessi dalle mani di un popolaccio insano erano argomenti sufficienti per credere alle sue parole. --Oh! ma non intendo gi che voi stiate come suol dirsi colle mani a cintola, prese a dire lo zio Neri tirando in un sorso pi rhum che non ne starebbe in un quartuccio; s davvero, questa notte concerteremo. Dite un po', a denaro come si sta? --Ah! se questo occorre, contate pure, buon zio Neri. --Caspita! se occorre? vedete, quei bricconi ci hanno proprio levato il sangue, ma se ci fosse una somma grossa veh! --Quanto vuoi? --Oro ne avete? sclam Neri guardando la scarsella de' suoi protetti. --Abbiamo gioie, zecchini e cedole di banco alla corvetta. --Bene benissimo! e tir gi una delle solite sorsate del da noi conosciuto rhum di contrabando. Bene benissimo! quattrini, ed al resto penso io.... Domani all'alba col mio battello alla vela io e voi andremo alla corvetta e porteremo qui Rosina, Esmeralda, i ragazzi, le bambine, insomma chi vorrete. Per Sant'Andrea protettore dei pescatori, che caschi il mio naso nell'Arno se non siamo pi sicuri qui fra queste alghe, fra queste macchie che sotto il cannone della corvetta. S, signori miei: e chi vi dice che ad un rovescio di cose non potessero ricovrarsi sulla corvetta stessa i vostri nemici? e allora, oh che brutta mescolanza! non sapete che costoro tengono il miele sulle labbra e il rasoio a cintola? Su, su dunque: dimani a bordo; e poi tempo di finirla con queste faccende; alla demagogia (come la chiamate voi altri dotti) tien dietro la rovina della libert. --Voi mi fate stupire, disse Alfredo. --Perch son un pescatore: ah! ma non sapete che val pi l'esperienza che non i vostri libracci? so che voi siete un famoso capitano, ma quanto alle furie e alle bravate popolari ne sapr pi di voi: fuoco di paglia fa molto fracasso e pi fumo e poco dura; ne ho vedute tante dal 93 in poi! che so io? le son faccende le quali van sempre a terminare poco bene.-- L'indomani del colloquio che noi riferiamo l'antica dimora di Esmeralda e di Selvaggio quella divenne di tutti i nostri personaggi che sappiamo rimasti sulla corvetta. Il loro arrivo, la loro dimora fra quei boschi fu cosa tanto celata che non vennero a saperla neanco i pescatori vicini; d'altronde noi gi conosciamo come il vecchio zio Neri sapesse cacciarsi le mosche dal naso in proposito di curiosi. S'avvicinava un momento terribile. A Livorno il signor Basilio aveva avuto qualche sentore di mutamento di cose; e siccome la vita di libertinaggio che gli permetteva l'attuale sua posizione demagogica gli andava a genio pi d'ogni altra, egli ch'era stato, diremo, di diversa fazione, quando i pensatori di quel genere erano in fiore s'era finto liberale per prudenza. Al primo bucinare di progressismo, era adesso proprio di cuore e di mente un demagogo indiavolato; e se qualcheduno storcer i labbri e tentenner le spalle in atto dubitativo, noi lo inviamo al frontespizio del libro, ove, conoscendo che si tratta di un romanzo, capir che non siamo obbligati che a star nei limiti del possibile. Il signor Basilio aveva avuto sentore, io vi diceva, di un certo movimento di truppe straniere, aveva stretto intorno a s i pi fedeli, aveva divisato s resistesse colla forza a qualunque armata minaccia; e, fatte sul serio cose ridicole, si apprest a qualunque evento a vigorosa difesa. Gi Livorno, convien dirlo ad elogio di molti buoni di cotesta citt, era divenuta una fogna, ove era penetrato ogni genere di colaticcio demagogico da tutte le parti del mondo, ed il signor Basilio poteva disporre di molte migliaia di disperati i quali senza patria, senza tetto, senza onore, senza un soldo, senza religione, senza speranze, vivendo alla giornata, erano riputati talmente capaci di ogni eccesso che i savi ed onesti Livornesi temevano pi di essi che di quanti potessero piovere addosso di fuori. Taluni dei buoni, per sfuggire il prospetto continuo di esecrabili intemperanze, erano emigrati dalla citt pi solleciti, pi premurosi di quello che anni indietro non lo erano stati nel fuggire dal choleroso contagio. In mezzo al coraggio ed alla paura il signor Basilio, lasciato il circolo popolare ove discutevasi ed approvavasi la proposta di difesa all'ultimo sangue in caso di assalto, tenendo attivi i fili elettrici che non avevano tregua nella trasmissione dei consigli e dei progetti fra il signor Basilio _et adepti_ ed il potentissimo Bruto, si condusse nel segreto del suo palagio, ove il nuovo suo servo indiano Angiolo, a lui versando il caff in una tazza di porcellana del Giappone, si decideva al gran passo della rivelazione. --Angiolo, disse il signor Basilio mollemente adagiandosi sul cuscino di raso del suo divano, Angiolo, porgimi quella carta ed incominciamo da questo giorno a farla da padrone da vero.--E s dicendo accenn ad Angiolina un foglio che stava piegato su un vicino mobile. La fanciulla obbed, e recatogli il foglio, il signor Basilio lo lesse per ben due volte, e quindi toltosi dalle tasche dell'abito un piccolo calamaro di bronzo, v'intinse una penna che aveva dentro lo stesso calamaio e segn il proprio nome appi del foglio, quindi ripose il tutto nella saccoccia del soprabito. Angiolina lo guardava con un misto di stupore e di curiosit; il suo animo era agitato, le parea che quel foglio dovesse portare a qualche grave conseguenza. Il signor Basilio si avvide della bramosia di Angiolina, che ei credeva un mulatto fin dal momento in cui, piacendogli la sua fisionomia, l'aveva presa al suo servizio. --E che s che tu saresti curioso di sapere cosa si contiene in questo foglio? io ci scommetto. --Padrone, la curiosit il debole della razza indiana; io non posso liberarmi da un difetto di famiglia. --Tu sei cos divoto alla sincerit, anco quando sta contro di te, e d'altronde io ho per te un affetto s strano, dir, e straordinario che non saprei negarti la piccola consolazione di compiacerti; tu desideri sapere cosa contenga questo foglio? --Non v'ingannate; voi avete contratto in tal guisa il vostro volto nel rileggere quel foglio che la curiosit di conoscerne il tenore non sarebbe venuta solamente ad un Indiano, ma a qualunque siasi persona che vi amasse. --Alla buon'ora, sclam il signor Basilio, almeno mi sento dire una volta che sono amato. --Credereste forse di non meritarlo? esclam Angiolina guardando fisso con quei suoi occhi il signor Basilio, che dovette abbassare i suoi. --Questo giovane bizzarro m'intenerisce e mi atterrisce, mormor il perfido. D'altronde perch lo tengo io? --V'avrebbe offeso il mio detto, padrone? continu Angiolina cessando da quello sguardo ammaliatore che ben s'avvedeva avere sconcertato terribilmente l'uomo fatale. Sebbene i meriti sieno premiati da Dio, come da lui punite le colpe, sebbene spessissimo e gli uni e le altre possano celarsi a tutti gli uomini, nondimeno una terribile verit che entrambi sono conosciuti da colui che gli ha: in questo caso.... --Tu sei ben dotto in morale, giovanetto, fu sollecito a dire Basilio premuroso di togliersi a discorsi di quel genere; ma vedi bene, io uomo di stato non amo i sermoni: potresti piuttosto intertenermi in questo momento di riposo con qualche canto popolare americano. --Volentieri, ma vi avverto che non potrebbe tradursi nei vostri melliflui versi; esso troppo robusto. --Puoi dirmelo in prosa: amo pi i concetti che i versi; e la poesia non sta nel ritmo e nella rima. --Ma.... e di sodisfare la mia curiosit non ci pensate? --Saremo a tempo. --No.... --Or via dunque sappilo; quel foglio il mio testamento.-- Nel proferire queste parole, un riso beffardo spunt sulle labbra del vecchio. Angiolina ne fu sconcertata, ebbe quel senso di ribrezzo che si sente trovandosi vicino ad un rettile velenoso; onde fu sollecita a dire: --Padrone, ben m'avveggo che voi scherzate: ma d'altronde non sta bene scherzare con la provvidenza. --Saresti forse tu la provvidenza? --Chi sa? forse s, disse Angiolina misteriosamente, ripensando alla dolorosa sua missione, potrebbe darsi di s; io son certa che quel foglio non il vostro testamento, sebbene quel foglio lo creda assai riferirsi alla morte. --Angiolo! url il signor Basilio, tu hai veduto, hai letto quel foglio! --Padrone, vi dimenticate che nel tornar di fuori voi l'avete, minuti sono, posato su quel tavolo, n io sono partito dal vostro fianco? --Saresti forse versato nelle scienze della divinazione? io so che nei vostri paesi selvaggi.... --Pur troppo, padrone, pur troppo, io leggo nel futuro! --Nuovo pregio che scuopro nel mio servo. Oh! per la santa guerra, non mi credeva s fortunato di possedere un servo astrologo; non ho pi bisogno di canti del tuo paese per sollazzarmi; mi basteranno i risultati delle tue profezie..., il mio impostorello. --Voi non mi credete? --No, mio caro, ho troppo buon senso: ti sei addato intorno al doloroso argomento del foglio, dappoich tu sai come, a questi tempi di periglio, noi capi e tutori del popolo siamo obbligati a insanguinare le carceri e le piazze; e su ci ti dir che quella una sentenza di morte che il circolo proferiva e io ho sanzionata.-- Angiolina rimase un poco confusa; il suo cuore glielo diceva, e le diceva trattarsi pur troppo del misero Giovanni. Sapeva, ahim! in qual diffidenza il popolo vivesse da qualche giorno, ed essere tutto in mani di demagoghi nazionali e stranieri. Come salvare quel misero? come strappare quel foglio? d'altronde anche distrutto siffatto documento, avrebbe ella potuto credere dovesse derivarne la salvezza del prigioniero? avevano forse quei cannibali bisogno di sentenza regolare o irregolare per disfarsi di chi odiavano? avevano forse duopo di legittimare per mezzo di giuridiche forme l'assassinio? come giovare allo sventurato della cui vita vedeva il prossimo termine? La passionata giovane pens che il far nascere un contromovimento nel partito degli onesti avrebbe potuto, se non impedire totalmente l'esecuzione del supplizio di Giovanni, almeno differirla; ma quel progetto comprese tosto essere inutile, pericoloso ed impossibile. Infatti le armi le avevano in mano i pi esaltati; al pi piccolo romore di reazione, non solo Giovanni, ma quante altre vittime stavansi in mano di quei feroci certamente sarebbero state spente. Pens allora di gettarsi ai piedi dell'inumano chiedendo piet; ma dopo un istante di riflessione cacci da s questa tentazione diabolica: ed infatti non conosceva ella il signor Basilio? ben essa si avvide esser giunto il tempo di un passo estremo, di un ultimo tentativo; ed il signor Basilio stesso ne affrett il compimento. --Ah! ah! il mio piccolo negromante indiano, la mia franchezza ha sconcertato tutti i tuoi sortilegi; ah! ah! ma non vi modo di cavarsela; io voglio o canzone americana o l'avvenire rivelato.-- Angiolina, da un senso di dolore stretta nel cuore, aveva cominciato a sentirsi sorprendere da uno di quegli assalti di estasi e di rapimento cui andava soggetta nelle grandi crisi della sua vita. I suoi occhi rimasero fissi nell'orbita; e sebbene la sua fronte grondasse sudore, il suo volto era divenuto pi bianco della carta e le sue pupille pi ardenti del fuoco; ritta in piede ed immobile tremava di tale eccitamento convulso che ne facea risentire il pavimento e le vetriate. Il signor Basilio la guardava da principio come in dileggio, credendo quei gesti e quei movimenti effetto della scena che ella voleva rappresentare; e conveniva in s stesso che il personaggio conosceva a perfezione il suo mestiere. Ma ahim! fu ben diverso il suo pensare quando la giovane alto levando un pugnale e girandolo all'intorno, quale inspirata, grid: --Basilio! Il tuo passato scritto a caratteri di sangue nel gran libro di Dio; la tua morte vicina; tu non vedrai coricarsi il sole che domani sorger; morrai qual vivesti, come traditore! --Angiolo! grid il signor Basilio.-- Ma Angiolo ai suoi sguardi pareva fosse addivenuto un'altra creatura; la fittizia tinta del suo volto era sparita. Il signor Basilio aveva pur troppo dinanzi la sventurata orfanella, colei che aveva cacciata nel vituperio; il tardo rimorso lo lacerava. Volle alzarsi per afferrare quell'essere che ormai lo spaventava, ma le sue membra agghiacciate non gli permisero di muoversi. --Rammenta le ore della tua giovinezza, il talamo di un popolano violato; rammenta le infamie, i furti, i latrocini; rammenta la ruina di una rispettabil famiglia; rammenta l'infame pozzo da dove una fanciulla agonizzante fu tolta per virt di un miracolo; rammenta le tue mascherate e quando tradisti la.... --Angiolo, Angiolo, per piet!... gridava il vecchio; taci, deh! taci per piet! --No. Dio stanco.... non vuol riparazione, vuol morte.-- In quest'istante Angiolina, sempre nel suo delirio profetico, avanzandosi verso il signor Basilio ed apertogli l'abito, trattone il foglio fatale, lo lacerava in mille pezzi. L'uomo non fu suscettibile di alcun movimento; chiunque avrebbe potuto spegnerlo in quel momento. Ma un fragore improvviso di molte detonazioni fece tremare la casa; erano colpi di cannone. --Giustizia di Dio! esclam Angiolina con un ineffabile sorriso e cadde. --Angiolina figl.... (non ebbe forza di proferire la dolorosa parola) s: ah! tardi ti ravviso.-- E curvossi su lei pietoso ma invano. L'inumano stringeva un cadavere; Angiolina era morta. CAPITOLO XXIX. Ultima scena. Per la prima volta il signor Basilio fu tocco da un sentimento che molto si avvicinava all'affetto ed alla piet: il pungolo del rimorso entr pure per la prima volta nell'egoista suo cuore; nel contemplare quelle angeliche sembianze, or fatte cadavere, sent un brivido corrergli per tutte le membra. Gran Dio! Egli contemplava il cadavere della pi infelice creatura; un'immensit di avvenimenti gli tornava al pensiero, e, convien pur dirlo, nel vedere spenta quella soave fanciulla, il dolore penetr nelle sue viscere, desider la vita di lei; perch mai? per far felice quella creatura. Ah! guai a coloro che, per beneficare, hanno bisogno di vedere innanzi a s cadavere chi dovrebbe risentirne il benefizio. La brutalit dell'empio era cessata. La prima lacrima era spuntata su quel ciglio che aveva saputo rimanersi asciutto al cospetto delle umane infelicit e dai tanti misfatti di cui era stato continuo autore. La benda dell'egoismo, la pi fatale perch l'uomo s'inabissi nelle colpe, era alfine caduta. Ahim troppo tardi! La infelice ma sempre ognor pi cara Angiolina lo aveva detto nell'eccesso del suo delirio, allo scoppio di quelle salve di artiglierie che aveva intronato le finestre del superbo palagio: _Ecco la giustizia di Dio!_ Il dolore pertanto di vedere che questa era pur per piombare sul capo del padre suo aveva affrettato il termine di quella vita sempre dolorosa da lei menata quaggi; ed era volata al cielo quale anima purificata dalle sventure, con la speranza di chiedere al Dio delle misericordie perdono per il padre, protezione per quel figlio che la misera madre, ahim! pi non doveva rivedere quaggi. Ma la giustizia di Dio inesorabile. Quella detonazione di artiglieria annunziava che erano giunte pur troppo armi straniere alle mura della citt. Essendo state serrate le porte al primo apparire delle falangi ostili, queste avevano tosto incominciato il cannoneggiamento. Al rimbombo di questo il signor Basilio si scosse dal suo letargo o meglio dal suo stupore: un brivido l'assalse; la profezia dell'infelice sua figlia gli romoreggiava alle orecchie pi che il suono fragoroso del cannone e della moschetteria. Sollevato il corpo esanime della giovane, con atto dolce e mesto lo depose su quello stesso divano su cui un'ora prima aveva seduto con pensieri tanto diversi. Quasi mentecatto, era per uscire di casa abbigliato siccome si trovava, quando disperate grida dei suoi proseliti che ad alta voce il chiamavano lo fecero ritornare in s stesso. --Eccomi, eccomi, gridava come forsennato, eccomi, che volete da me? --Alle mura, alle mura, schiamazzavano centinaia di cittadini armati chi pi chi meno, alle mura: ne abbattono la cinta. --Eccomi, eccomi! seguitava a dire il signor Basilio mentecatto, senza pure trovare l'uscita della stanza. Intanto il suono di tutte le campane a martello, le grida feroci del popolo eccitato dai facinorosi, gli urli e i gemiti delle donne e dei fanciulli, lo scoppio dei razzi, delle bombe, delle palle di cannone e dei moschetti assordavano l'aria. Era scena d'inferno. In tanta ambascia, fra i mille tementi l'eccidio, palpitanti per i lor pi cari, per le sostanze, per l'onore, non vi fu alcuno che osasse dire al popolo: O popolo, tu che hai creduto ai novelli Mos, chiedi loro il miracolo di salvarti. Ove si ascondono eglino i tuoi Giosu, i tuoi Gedeoni, i tuoi Jefte? ben io glieli avrei mostrati nascosti sotto le materasse e fra le botti nelle cantine. Il popolaccio gli andava cercando, e fra questi andava pur cercando il signor Basilio, il quale ad un tratto si vide piena la casa di persone raccozzate ed armate, e sebbene uomo di consiglio e non di guerra, dov prendere un'arme e lasciarsi guidare. --Dove mi conducete? sclam con voce semispenta quando in mezzo a tanta turba si avvide di essere sulla via. --Dove ti conduciamo? urlarono minacciosi cento e cento. Saresti forse, come gli altri che ci hanno spinti a questi estremi, un cane cio di fariseo? non sai tu che siamo clti alla sprovvista e che fa duopo di un coraggio da leoni per uscirne salvi? --A noi basta il tempo, un poco di tempo quello che ci bisogna; superato questo primo impeto di espugnazione, noi non mancheremo di aiuti da tutte le citt vicine che faranno causa comune con noi. --Certamente che lo faranno, come il nostro esempio avr saputo infiammarli, sapr deciderli il nostro coraggio. Ah! noi ci acquisteremo una pagina eterna di gloria nel volume della storia.-- Il signor Basilio era come coloro di cui si dice _hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non sentono, hanno lingua e non parlano_; ci che gli succedeva da poche ore a quella parte gli sembrava come tremenda visione. Ma visione non sembrava ci che avveniva a coloro che circondavano l'uomo di stato spingendolo alle porte. --Su su, carissimo signor Basilio, nostro Ulisse, dicevagli il capitano Grongo, che durante i momenti di ozio aveva letto l'Iliade, che poi riponeva sotto il banco del pesce quando gli avventori venivano in pescheria a provvederne da lui, il quale era ritenuto il meno ladro dei pescivendoli, su su, caro Ulisse, vi farebbe paura un poco di puzzo di zolfo? Eh! non credo; ormai la vostra fama assicurata; dopo la partenza del cittadino Bruto, del cittadino Catone e di tanti altri valenti uomini, voi siete il nostro sostegno: e non sentite il tamburo che musica dolce va strimpellando alle orecchie dei valorosi amanti della libert? eh! se voi morite, convien dire che una morte s bella non la credevate per certo, ed io e l'oste dei Tre Mori di certo ve l'auguriamo di cuore.-- Il signor Basilio, momentaneamente reso a s stesso, nel fare qualche passo sorrise di uno di quei sorrisi che usava al tempo del collo torto, dach dopo le riforme lo aveva egregiamente raddrizzato. --Ma che morte? prese a dire il vecchio oste, aff di D... ma che? abbiamo forse paura di poche palle e di qualche razzo? e non si attende un rinforzo dalla parte del mare, dalla Corsica, un rinforzo di trentamila uomini? --E chi vi ha detto queste fandonie? salt su bruscamente un uomo di mezza et infra coloro che erano nella folla. --Chi ci ha detto queste fandonie? chiami fandonie le verit del cittadino padre G.....? --Padre zappata, dice il proverbio, predica bene e razzola male: s s, credete a quel rinnegato! --Ed a buon conto al primo rumore del cannone costui e la pi parte dei vostri agitatori se la svignata; anche la corvetta francese alla rada piena di gente che scappa.-- Il consiglio dello zio Neri di togliere dalla corvetta Rosina e gli altri nostri conoscenti vediamo che fu savissimo. --Ma un'altra citt non ella insorta? non ci prepara prodi e denari? --Baie, fandonie... eh!... --Come baie? non giunse notizia per telegrafo, notizia officiale che ci manderanno 200,000 scudi e soldati e fucili? --I 200,000 scudi verranno dal mondo della luna quando sar in quintadecima, disse il vecchio oste. --E che? saremmo traditi?... --Arrendiamoci allora, urlarono i paurosi. --No.... no, moriamo, gridava un'infinit di feroci (e il loro grido estinse in molti l'idea della resa). Per D... si arrende chi ha da perdere, ma noi non abbiamo nulla da perdere per D.... Denari no, amici no, case no, donne no, onore nemmeno: perderemo la vita; ebbene questa come la camperemo se ci arrendiamo? morire per morire, difendiamoci. --Le muraglie son deboli. --Ci faremo un baluardo di corpi de' paurosi: tanto per D... per costoro ha da esser finita in ogni modo; avanti dunque, fratelli, avanti.-- Il pi forte interlocutore era il capitano Grongo, che, non avendo potuto riparare a bordo di nessun naviglio da guerra ancorato al molo, aveva fatto di necessit virt e si accingeva con gli altri alle mura. Sulla torre del duomo sventolava una bandiera nera, segno di lutto e che volevano tutti morire anzi che arrendersi. La notte che successe fu una delle pi terribili per i miseri abitanti pacifici della bella citt: ognuno paventava che la cecit e l'accanimento dei rivoltosi provocasse lo sdegno di coloro che, sebbene nemici, pur tuttavia venivano ad abbattere quel regime anarchico, impossibile a durare nella sua efimera esistenza; _si temeva un saccheggio_ del popolaccio o che questi desse fuoco alla citt come un tempo fecero i Moscoviti quando la grande armata napoleonica invase Mosca; si temeva che i demagoghi, vedendosi alla vigilia di desistere dalle bravate, non facessero qualunque eccesso. Il signor Basilio, forzato dalla turba, si era condotto verso la barriera di porta San Marco, dove appunto ferveva l'attacco. Quell'uomo s crudo, s falso, nelle poche ore di tregua in cui avevalo lasciato, dir, la cortesia degli assalitori (poich quando essi non avessero voluto soprassedere nella speranza di risparmiar sangue attendendo che la citt si arrendesse spontanea, avrebbero potuto dar l'assalto nella notte stessa), raccoltosi nella stanza di guardia, scrisse le sue ultime volont; in cui dettagliatamente svelando tanti misteri che hanno servito di argomento al nostro racconto, venne a conoscersi che egli ruin la famiglia Guglielmi, ed il furto che la dispogli di ogni avere essere tutta opera di cotesto uomo, il quale poi nell'istituire suo unico erede il giovine Sprinel, qualora vivesse, volle largheggiare in beneficenze a riguardo della famiglia danneggiata, a cui passar doveva tutto l'asse ereditario sempre che fosse morto il giovane suo figlio, che come tale adottava, dappoich, per la memoria dell'infelice Angiolina, quell'uomo che aveva sprezzato ogni ombra di vera onest si cred obbligato a celare il misfatto cui quel giovane doveva la vita. Gli armati all'intorno della stanza di quell'uomo lo credevano assorto in pensieri di difesa. Quando il sole comparve sull'orizzonte e tracci il primo suo raggio sul volto del reprobo, ei ne prov un brivido mortale: quell'astro sorgeva ed ei non doveva vederne il tramonto; la profezia della figlia gli si era cacciata nel cuore. L'assalto ricominci pi furioso; a centinaia cadevano quei forsennati che si appressavano alle debolissime mura della cinta: La citt, fatta pi saggia, parlava di capitolare, ma la fatale bandiera nera, funereo segno di provocazione e di esterminio, tuttora stava sventolando per l'aere. Ma chi pu dire di qual palpito battesse il cuore di Giovanni? egli sentiva giunto il momento o della sua liberazione o del suo fine; il suo cuore, aprendosi all'allegria, quasich presagisse il termine delle sue sventure, si spezzava all'idea medesima del trionfo degli assalitori. Egli non poteva ristarsi dall'amore verso il popolo, ei lo sentiva davvero, ma, traviato da erronei principii, anche egli, non volendolo, aveva contribuito a quell'accecamento di cui noi lo vedemmo sui primordi di questo libro gettare i semi funesti. Poche braccia lo separavano dai suoi pi cari. Su questo piede andavano le cose, quando i partigiani dello zio Neri, alcuni dei quali erano a guardia presso Giovanni, udendo come le cose dell'assedio potessero andare avanti poche ore, avvisaronsi di potere impunemente sciogliere dai ceppi il misero prigioniero; e gli altri custodi lasciarono che si aprisse il carcere dando ad esso la libert. Il primo movimento di Giovanni fu di cercare una spada, un fucile e di avviarsi al luogo del combattimento; quell'anima ardente aveva scordato tutti i torti, gli strazi del popolo ingrato; ripigliando la sua nobile energia, egli sper far trionfare i principii che dal nascere aveva incarnati nel cuore, sper di redimere il popolo, di farne un eroe; gi si avviava per la via che conduce alla porta, e, al suo bollor guerriero rinato il coraggio in molti giovani, si vide quando men lo pensava circondato di una numerosa falange. Os credersi fortunato, os sperare; ma un lugubre spettacolo, in quell'ammasso di scene dolorose, venne a trattenere la sua marcia guerriera. Incontro a lui ed al suo drappello, ecco venirne una brigata di donzelle vestite di bianco con funebri ceri in mano e un velo nero in testa. Costoro accompagnavano un cadavere situato su di una barella, che era scoperto e circondato di fiori. Giovanni, diviso in due il drappello, si ritrasse alquanto.... Ahim! sul funereo lenzuolo posava estinta la sventurata, la bella, la sublime Angiolina. A quella vista il guerriero indietreggi. Un gelido sudore gli cadde dalla fronte: era quella l'amica, quella che, dopo Rosina, amava pi di quante al mondo. Stava per domandare spiegazione del tristo avvenimento alle donzelle, quando il convoglio prosegu silenzioso. Giovanni fiss la mesta faccia dell'estinta, e nel fondo dell'anima parvegli udire la sua voce con queste parole: Giovanni, Giovanni, che io, posso ora dirlo, ho amato di amore appassionato, infelice e senza speranza (puro per quanto quello delle creature celesti), vuoi tu perire come un traditore se clto colle armi alla mano in questa sventurata citt? Vuoi tu far la fine che far lo sciagurato mio padre? Giovanni, ristato un breve momento, era per riaversi da quella specie di visione; quando in realt sent afferrarsi per il braccio e togliersi la spada. Era Alfredo che aveva fatto quel colpo. Alfredo, che in un attimo con tutta intiera la sua famiglia circondatolo, lo trasse ad un palagio che ormai era suo. E qual era questo? e chi poteva guidarveli? Il signor Basilio. Gi gli armati erano in citt, che inondarono in pochi momenti; cessate l'ostilit, neanche l'ombra di saccheggio, neanche l'idea di strazi. Fu un miracolo! Il signor Basilio, nell'entrare delle truppe, aveva riconosciuto Selvaggio e di leggieri compreso il resto; aveva gettate le armi. Il seguir quel giovine fu cosa di un momento; ad esso rimise un piego sigillato di nero, quindi si avvi con lui e con Alfredo e gli altri nostri personaggi. Non una parola, non una lacrima, non una risposta; quell'uomo era incomprensibile. Ma poteva egli cangiarsi ad un tratto? Ah! no: egli agiva sotto l'influsso di un potere non suo: invano avrebbe potuto rendersi ragione di quello che operava; egli era un automa guidato da forza sconosciuta; nello spargere quelli che sarebbero detti beneficii, nel fare azioni che avevano l'aspetto di giustizia, il suo volto tetro e severo come quello di un tiranno, i suoi occhi immobili e sanguigni lo addimostravano per un essere invaso da uno spirito agitatore. Appena ebbe posto sulla soglia del suo palagio Giovanni e la sua famiglia, dato un balzo all'indietro, strappato un fucile di mano ad un soldato, corse a furia laddove si stavano accalcate le truppe e, come uomo che abbia perduto il senno, si dette con urli feroci a gridare:--_Morte, morte, morte!_-- Migliaia d'uomini gli stavano a fronte: egli era solo; pareva un dmone che sfidasse l'ira di esseri umani; una schiuma bianca gli partiva dalla bocca, e dagli occhi gli uscivano fiamme cerulee come di zolfo. Al forsennato si strinsero attorno alcuni disperati;--_Morte!_ gridavano essi con lui, _morte!_ I soldati riguardavano quel drappello con impassibile curiosit; avrebbe un sol uomo potuto resistere a tanti? Ma il destino aveva deciso. Il signor Basilio, tolto di mira uno dei capi dell'armata, esplosagli contro l'arme, lo gettava a terra cadavere. Fu generale tumulto. All'armi, all'armi! cento e cento fucili furono per ridurre in minuti brani lo scellerato ed i suoi seguaci. Un giovane ufficiale, visto l'atto, --Ah! non fia, grid alle schiere, non fia che vi bruttiate di sangue innocente coll'esplodere contro migliaia d'inermi; a me costui, a me l'insano; sia terribile, sia giusto l'esempio.-- All'ordine del giovane capitano, tratto dal drappello il signor Basilio ormai fuori di s, venne sull'istante bendato e colle mani a tergo fatto inginocchiare sul nudo terreno nello stesso luogo ove aveva esploso. Un plotone di soldati caric gli archibusi. --Ch'ei pera della morte dei malfattori, grid il giovane ufficiale; fuoco!-- S'intese una detonazione. Il cadavere del signor Basilio rotol nella polvere. Il capo dell'esercito richiam plaudendo il giovane che, col punire un empio, aveva salvato dall'ira della sdegnosa soldatesca un'intera citt. Quel giovane nel togliersi l'elmo aveva mostrato l'orecchio sinistro mancante di un lembo. --Viva _Sprinel_!--plaudendo gridarono i soldati. Giustizia di Dio! il signor Basilio era perito, qual visse, _da traditore_. CAPITOLO XXX. Conclusione. Un'amena villetta il cui parco si estendeva in riva al mare e situata a poca distanza da Nizza accoglieva nel 1850 una famiglia di _signori forestieri_, cos appellata comunemente dai buoni villici di quei pittoreschi dintorni. Questa famiglia si componeva di due signore sul declinare della et, una delle quali, abitualmente pallida, non avea mai deposto il lutto dal momento in cui si era fatta abitatrice di quel luogo. Queste due signore vivevano ritiratissime e dividevano le ore del giorno fra le occupazioni domestiche e gli esercizi di piet, al cui compimento si prestava un elegante oratorio posto sul confine del parco, e nei quali erano dirette da un venerabile vecchio cappuccino che lor serviva di cappellano. Il resto della famiglia si formava, senza parlar di un discreto numero di servi dell'uno e dell'altro sesso, di due giovani militari ammogliati e di un altro tuttor celibe e di una sposa e del consorte di lei, che si chiamava Sprinel. Gli uomini si dilettavano della caccia, della pesca e di lunghe passeggiate a cavallo nei dintorni, e solo raramente si conducevano alla vicina citt. Nessun estraneo alla famiglia era stato veduto penetrare nella medesima. Quei signori erano ricchissimi, diceva il pubblico e lo diremo noi pure: ma se erano doviziosi, non erano per felici; ed il lettore ne converr, poich costoro erano nientemeno che i componenti la famiglia di Giovanni e di Alfredo. In una sera di estate, circa il tramonto del sole, le due signore tornavano a passo lento dall'oratorio in compagnia di padre Roberto, ch cos si appellava il religioso. --Sediamoci un poco su questo monticello di verzura, disse la signora non vestita a bruno. --Con sommo piacere, rispose la compagna abbrunata, io infatti sono molto debole. --Ma, signora Rosina, replic il frate assidendosi presso di lei, quando sar che abbia tregua il vostro cordoglio? conviene rassegnarsi ai supremi voleri della provvidenza; d'altronde non estinta la speranza; ecco la signora Esmeralda che pu farle fede come Dio non permette che eterne sieno le sventure. Mi sovviene ancora quando, sedici anni fa, in una serata di estate come questa, ella venne condotta, miserabile, moribonda e quasi pazza, al Lazzeretto del cholera di Livorno. Chi mai avrebbe creduto, vedendola in quel deplorabile stato, che le sue lunghe sventure fossero appunto allora per toccare il loro termine? grandi ed incomprensibili, non mi stancher mai di ripeterlo, sono le arcane vie della provvidenza. -- vero, riprese languidamente la signora abbrunata, ed io sarei indegna di esser cristiana se osassi o lamentarmi o non sperare: adoro le volont dell'Essere supremo, ma la fralezza umana mi fa considerare come irrimediabili i miei mali. --Ma no. --Buon padre, come pensare diversamente? tutto il soccorso dell'umana filosofia vien meno di fronte alla durissima acerbit de' miei casi: permetta che io torni per la millesima volta a rileggere quel fatale biglietto lasciato dal mio Giovanni sullo stipo della mia camera in Livorno la mattina dopo di quel terribile giorno del 1849 in cui disparve per sempre dal mio seno. --Per sempre? --E come dubitarne? a quel biglietto era legato con nastro di seta un fiore secco, una camelia rossa! primo dono di amore che il mio infelice Giovanni aveva tenuto ventotto anni sul cuore. Ah! il restituirmi quel fiore tacito annunzio che la nostra separazione deve essere eterna quaggi: noi non ci vedremo che in cielo. --Non continuare, ti prego, cognata dolcissima; il tuo Giovanni, il mio caro fratello sempre stato un uomo incomprensibile: quel suo passo, convengo anch'io, ha del misterioso, io ne ho pianto, ne piango ancora; ma per un segreto intimo senso mi dice che noi lo rivedremo. --Esmeralda, Giovanni, che, come ti dissi, dopo la tremenda rivelazione fattami pria di lasciare per sempre l'America, non era tuo fratello se non per cuore, Giovanni non aveva potuto, non poteva resistere all'ultimo crollo delle sue giovanili speranze! chi sa in qual nuovo abisso di avventure si slanciato? Ma che dico? a quest'ora la sua bell'anima esser dee volata al cielo; di l prega per me, io lo sento, ch, senza le sue celesti preghiere, a quest'ora il dolore mi avrebbe consunta. Ah! se almeno sapessi qual terra accoglie le fredde sue ceneri, io vi sarei corsa e ci avrei spirati sopra gli ultimi aneliti di vita. --Cessa deh! cessa, cognata mia; io non ho pi forza di udirti, manco gi.--E s dicendo proruppe in amari singulti. Rosina, che pur singhiozzava, tratta dal seno una carta, dopo averla replicatamente baciata la dispieg e lesse: _Mia sposa adorata, mia cara famiglia: Giovanni, il vostro sventurato Giovanni, vi d l'estremo addio. Io non posso resistere all'aspetto della distruzione delle mie pi care speranze. Io volo a raggiungere il solo essere col quale le ebbi sempre comuni, per piangere e per morire al suo fianco. Non ricercate di me, inutili sarebbero le vostre ricerche. Io prendo le misure per eluderle. Se io restassi fra voi, sarei oggetto di continuo vostro dolore. Io vi lascio: sa Iddio quanto pesi il mio affanno; il cuore mi si spezza al doloroso passo, ma io non posso resistere al ferreo destino che mi opprime. Tutto perduto fuorch l'onore. L'unica mia consolazione, se pur posso vergar questa parola, il pensar che il mio fine sar di esempio ai miei figli, a' miei nipoti, onde misurino a che si riduce la vita per un cospiratore._ _La mia perdita vi affligger meno che la presenza di un uomo disperato. Il tempo calma gli affanni; a lui affido la vostra calma futura. D'altronde a te, Rosina, lascio i nostri figli, essi ti consoleranno della mia assenza. Noi ci raggiungeremo in cielo. Desidero che il giovane Sprinel, lasciate le bandiere nemiche, faccia parte della nostra famiglia: esso lo sventurato figlio di Angiolina e terr luogo di quell'angiolo volato all'empireo presso di voi, mentre la di lui madre, addivenuta spirito celeste, non cesser di spargere sulle nostre famiglie la possente sua benedizione. D'altronde, le ricchezze dell'esecrabile Basilio (cui possa aver Iddio perdonati i molti delitti) appartengono a questo giovane. vero che quell'uomo doveva alla famiglia tua, o Rosina, una riparazione di sostanze, ma Iddio ne ha largamente provveduti senza il retaggio del reprobo. Ogni obolo che se ne versasse nella nostra cassa mi farebbe orrore; esso stilla sangue di sventurati; io l'abborrisco. Non cos Sprinel: esso legittimo erede di quell'uomo; ei ne goda i beni. Deh possa il tempo unito alle vostre carezze mitigare nel giovane Sprinel l'affanno di aver ordinato la morte del barbaro padre; pensi che cos volle Iddio per punire quel peccatore delle sue moltiplicate scelleraggini, e il fine dell'iniquo serva di terribile esempio che nissuno sfugge alla meritata pena. Nel luogo che sceglierete a dimora vi accompagni la mia benedizione e quella del cielo; non vi scordate di far celebrare ogni anno una funzione religiosa per la memoria della amica nostra Angiolina. Addio: sento che sono uomo e che, se pi oltre mi intertenessi a scrivere questa dolorosa mia lettera, il mio proponimento causato dall'ultimo rovescio di ogni mia speranza correrebbe rischio di vacillare. Diffido del mio coraggio di fronte ai cari sensi di padre, di fratello e di sposo. Addio, addio. Riprendi, o Rosina, il primo mio dono di amore che per tanti anni ho tenuto sul cuore come religioso deposito. Addio, addio: non piangete, addio._ _Il vostro amoroso_ GIOVANNI. --Amoroso? grid Rosina, dopo avere a ciglio asciutto e con ferma voce letto la lettera sulla quale il sole che si tuffava nel Mediterraneo gettava un ultimo e patetico raggio. Amoroso? ah no, crudele, crudele! dovevi tu lasciarmi cos? lo aveva io meritato? ahi misera, ahi misera!-- La forza dell'affanno aveva essiccate le lacrime sue, ma dopo quella dolorosa e ripetuta esclamazione cadde priva di sensi; la Esmeralda ed il religioso a fatica la condussero alla villa. L'indomani cadeva l'anniversario de' funerali di Angiolina. L'oratorio venne parato di lugubri arazzi; ghirlande di cipresso coronavano la facciata del piccolo tempio, e la via che menava a quella era pur tutta sparsa di cipresso e di fiori; tutta la famiglia abbigliata a gran lutto assist, secondo il pio costume, alla cerimonia, ed invano si era pregata Rosina di non intervenirvi. --E che? aveva ella risposto ai figli ed ai parenti, e che? pensate voi forse che il doloroso apparato e la pia memoria mi funestino? no, anzi io non desidero che scene lugubri; sono esse sole che ponno farmi gustare la mesta volutt di cui capace il mio cuore straziato. Nel celebrare la funerea pompa per la memoria dell'amica, il mio pensiero vola alla memoria del caro sposo mio, che or certo lass fra i cori degli angioli, collo spirito di colei che lo am quanto me, e che quanto me ne fu amata di un amore per cui sarebbe delitto l'aver provato gelosia.-- In mezzo al tempietto avanti all'ara maggiore avevano collocato il cenotafio, su cui pendeva un tappeto di velluto nero a frangie di oro ricamato dalle mani di Rosina e di Esmeralda; ai lati del monumento leggevansi queste patetiche e brevi iscrizioni: AD ANGIOLINA BELLA SVENTURATA IN TERRA ESEMPIO DI AFFLITTA VIRTU' PACE PACE PACE NEL MONDO PONNO LE LACRIME DURAR COLLA VITA PER CAMBIARSI LASSU' IN GAUDIO ETERNO SU QUESTO FUNEBRE PANNO ALEGGIA LO SPIRITO DELLA ELETTA E VI PIOVE BENEDIZIONE ALL'INTORNO E LUCE PERPETUA IMPAREGGIABILE AMICA TI SIANO QUESTI INCENSI MISTI A LACRIME D'AFFETTO TESTIMONIO IMPERITURO DI AMORE VIVISSIMO Terminato il servizio funebre, che riusc commoventissimo, il giorno pass in domestici ragionari. --Ecco, diceva Antonio, noi abbiamo anche oggi commemorata una creatura nata per soffrire quaggi. Ah! gran che! la virt dunque essere dee sempre sventurata sulla terra? --No, rispondeva Esmeralda. La virt ha il suo premio, la sua felicit in s stessa; l'ira dei fatti pu opprimerla, ma non per questo potr dirsi sventurata, come l'oro non potr mai perdere il suo splendore per contatto di corpi a lui estranei o contrari. D'altronde sono le sventure che purificano questo involucro di polve chiamato creatura. --E la creatura, quasi che pochi fossero i mali che, per volger di vicende o per ragioni derivanti dalla sua stessa natura, devono opprimerla, va il pi delle volte procacciandoseli maggiori; e su questo proposito la nostra famiglia ne porge tristo e veritiero esempio. --Tu vuoi accennare alle utopie delle rivoluzioni e della mana di cospirare, non egli vero, o mio fratello? disse la tenera Ofelia rivolgendosi ad Antonio. --Sicuro; tra i mali che noi stessi ci procacciamo vi pur quello di darsi in bala di inutili speranze e cercar di ottenere il bene con mezzi del tutto opposti. --E lungi dal conseguirsi il bene del popolo, ne viene a lui il peggior male, la peggior peste morale che affligger possa la societ, riprese Ofelia. --Ed aggiungi che nasce il peggior fra tutti i mostri che la bizzarra favola abbia potuto ideare. --L'_anarchia_! esclamarono insieme Alfredo e Selvaggio prendendo parte al colloquio. --L'_anarchia_, prosegu Antonio, che io dipingerei un serpente gigantesco che avesse tante teste quante sono le scaglie della sua pelle, e teste sempre rinascenti come quelle dell'idra. --Ah! voglia il cielo liberarne per sempre il mondo. --Ci arriver, disse Antonio, quando il popolo sar veramente religioso e morale; e, sapete voi? ben poco ci vuole perch lo sia: dategli lavoro, istruzione, la cosa fatta. --Dio benedica al filosofo! esclamarono tutti.-- Antonio sorrise per compiacenza. Intanto si era fatto notte, ed il silenzio che succedette al breve colloquio che noi riferimmo venne interrotto da ripetuti colpi che si udirono alla porta d'ingresso della palazzetta. --Chi sar mai? dissero gli uomini levandosi e movendo verso l'ingresso. --Chi siete? chi volete? si ud dire dal portinaio. --Non ho bisogno di farmi annunziare, rispose una voce cupa e che parve di un forastiero. --Ma io....-- Il portinaio non pot proseguire, ch l'uomo il quale aveva parlato con un urto lo aveva costretto a lasciargli libero il varco. Il misterioso incognito s'avvi su per la scala di marmo che menava all'appartamento superiore; un solo lume all'inglese racchiuso entro un cristallo diacciato rischiarava quel luogo. L'incognito aveva i capelli quasi canuti, la barba lunga e presso che bianca; l'occhio suo brillava del fuoco della giovent. Vestiva esso di antica uniforme verde con spalline d'oro, aveva un braccio mutilato. Non s tosto fu a met della scala, un grido si ud; lo mandava Rosina che al primo vedere quell'uomo aveva esclamato: --Giovanni! --Rosina! E caddero l'uno nelle braccia dell'altro. Fu scena patetica, indescrivibile di purissimo amore. --O mio adorato Giovanni, o mio sposo, ed pur vero, o sogno questo? tu ritorni a me! --O amore mio, o mia diletta, Iddio non ha voluto che io bevessi tutto il calice dell'amarezza... s... noi non ci separeremo pi mai. --Saremo adunque una volta felici! esclamarono insieme tutti gli altri. --Ah! riprese Giovanni tergendosi il sudore che copiosamente gl'irrigava la fronte. Io sperai che vi avrei riveduti arrecandovi novella di felicit, ma ahim! la grande stella di Italia tramontata attuffandosi nelle onde dell'oceano, tramontata pallida e sanguinosa; vano lo sperare. --Ma tu vivi, sclam Rosina con ineffabile trasporto, tu vivi; che possiamo desiderare di pi? --Cuore di donna, tu non ti smentisci giammai, interruppe Giovanni; non a me... che sarei morto lungi da voi, non potendovi arrecare quella felicit che avrei voluto, ma _a Lui, a quel grande che fu_, dovuto il ritorno del vecchio cospiratore. I suoi ordini sono sacri per me, io l'ho obbedito; ancor mi suonano all'anima le sue ultime memorande parole: _Verr verr il giorno della libert per questa Italia che tanto amiamo. Verr l'unit di essa, quando vinta l'idra della demagogia, i popoli sapranno essere virtuosi. Allora lo straniero rientrer nella sua tana oltre le Alpi._-- Tutti fecero silenzio, colmando di affettuose carezze quel redivivo padre di famiglia. --Sostato alquanto nel dire, rivolse gli occhi al cielo come per invocare un avvenire di felicit, e quindi con fioche parole: Giovanni, volgimi il capo verso l'Italia, fa che io spiri volgendole la fronte, come il divoto pellegrino all'eccelsa Gerusalemme. Io obbedii, esso rivolse lo sguardo al cielo, e la sua bell'anima raggiunse l'eternit. Un coro di angioli le scese incontro, io sentii la celeste fragranza, vidi la luce divina, mi prostrai e piansi.-- Giovanni fece lunga pausa e stette a ciglia asciutte; i circostanti dettero in dirotto pianto. Ogni anno ei fe' giuro di visitare una tomba; e mantenne quel giuramento. Un giorno egli volle anticipare; montato su di uno dei pi veloci cavalli, il resto della famiglia lo segu qualche ora dopo. Giunti che furono al sacro recinto, videro il loro capo genuflesso appi del funebre marmo, le mani di lui stringevano delle superbe colonne di granito del monumento. Nessuno os disturbarlo in quel pio atteggiamento, e s'inginocchiarono presso di lui orando. Passato intanto non poco spazio di tempo senza che Giovanni facesse il pi piccolo movimento, avvisarono fosse caduto in deliquio. Rosina ed Alfredo se gli accostarono, sel trassero nelle braccia e, miratolo, un grido affannoso usc loro dalle labbra. --Ahim!-- Giovanni era morto. Ma chi era quest'uomo indomabile nel suo antico pensiero? Niuno il seppe, niuno il sapr giammai. FINE INDICE CAP. XXIII.--Conferenze Pag. 5 XXIV.--Colloquio di diverso genere 22 XXV.--Quadri popolari 41 XXVI.--Rivelazioni 60 XXVII.--Variet 78 XXVIII.--Il padre e la figlia 89 XXIX.--Ultima scena 105 XXX.--Conclusione 120 NOTA DEL TRASCRITTORE: I seguenti refusi sono stati corretti; indichiamo l'originale, con (sostituzioni) ed [omissioni]. abbiamo perduto da qualche tempo Rosina; non ci dispaccia (dispiaccia) dove aveva lasciato li (il) fedel contadino intorno alle condizioni della misera copia (coppia), s decaduta nell'opnion (opinion) pubblica, e padre Gonsalvo rese nuove grazie all'Altissmo (Altissimo) deluso nella espettativa (aspettativa) di sicura felicit, Si era dubitato che la fanciullla (fanciulla) leggermente ferita il quale essendo stato 48 ore in orzato (forzato) digiuno In ofndo (fondo) al pozzo aveva lasciato nudo alla passione che mi divora per [per] te.-- I due interloculori (interlocutori) si separarono due pi formidabili codidini (codini); il che suonava Erano infatti Alfredo e Giovanni, che, a [a] malgrado Quindi tacquero: e buon per loro che esnsuno (nessuno) --L'altro, dissero i manigoldi, l'ha voluto per s lo zio Neri? (!) --Evviva evviva! urlo (url) ansante E si assise nel mezzo dei convitati ciehdendo (chiedendo) e tutto il litorale fino a iLvorno.(Livorno) Oh insensati e doppiamente inlici! (infelici) alla cella del signor Basilio; ma ahime (ahim) a questi tempi di periglio, nei (noi) capi e tutori Un plutone (plotone) di soldati caric gli archibusi. End of the Project Gutenberg EBook of I demagoghi, by Cesare Monteverde License: Share Alike