E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from page images generously made available by Internet Archive (http://archive.org) Note: Images of the original pages are available through Internet Archive. See http://archive.org/details/levoluzionedigio00panzuoft Dott. ALFREDO PANZINI L'EVOLUZIONE DI GIOSU CARDUCCI MILANO LIBR. EDITR. GALLI DI C. CHIESA & F. GUINDANI Galleria Vittorio Emanuele, 17-80 1894 PROPRIET LETTERARIA Tip. LUIGI di G. PIROLA.--Milano, piazza Scala, 6. AL SENATORE GAETANO NEGRI CITTADINO E FILOSOFO ILLUSTRE INDICE Dedica 5 CAPITOLO I.--Il maestro e la scuola 9 II.--La dimostrazione dell'11 marzo '91 25 III.--_Iuvenilia--Alla Croce di Savoia_--L'inno _A Satana--Giambi ed Epodi_--Il discorso agli elettori del collegio di Lugo 43 IV.--Le _Odi Barbare_ e l'individualismo del Carducci 73 V.--Il senso eroico--Giosu Carducci e la giovane letteratura nazionale 105 VI.--Giosu Carducci e l'ora presente 139 CAPITOLO I. IL MAESTRO E LA SCUOLA. Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io studiava a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula dell'universit con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta d'ingresso. E su quelle teste, le pi giovanilmente vive, altre grige o canute, altre di donne diffondenti in quella austerit non so quale femminile lietezza mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare il libro o l'appunto, pur non ristando la voce. Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un folletto, faceva in quella penombra strani effetti di luce su quel volto animato dall'idea creatrice. Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori dai secoli che furono. * * * Con ci non intendo dire che il Carducci sia un oratore nel senso che comunemente si d a questa voce: l'impeto, la profondit, la larghezza con cui Egli concepisce e sospinge i suoi pensieri non hanno pari riscontro nella fluidit delle parole, e perci di quel torrente di idee e di imagini solo una parte trova l'uscita; l'altra percuote e rimbalza contro quell'impedimento, e perci in chi l'ode per la prima volta si genera come un senso di pena; chi invece conosce l'uomo e in quelle parole uscenti a scatti e svincolantisi sente tutto il prodigioso lavoro interno, non pu sottrarsi a un senso di ammirazione e di meraviglia. Egli inoltre che ci era cos austero maestro nell'insegnare ed imporre il puro metodo storico della ricerca paziente e analitica, aveva sovente degl'impeti luminosi di sintesi, con una cos sicura ed anelante concezione del vero quale gli eredi del genio greco latino sanno, forse soli, afferrare ed esprimere. E allora si vedeva quel suo volto acceso impallidire come sotto lo spasimo di un'idea gigante, l'occhio nero sconfinare oltre il recinto dell'aula e le parole venir fuori ora a gruppi rapidissimamente battute e serrate, ora gravi, tarde; quasi ogni voce avesse con s un misterioso seguito di ombre, di luce e di fantasmi che doveano uscire con lei. Ed in quello impallidire, in quel commosso esprimere di parole, pareva che la sua fronte si cingesse come d'un profetico nembo; e gli angoli delle labbra in gi volti gli davano un'attitudine cupa di vaticinante. Non era per raro il caso che tutto il getto dei pensieri trovasse libera uscita; e allora era un allegro irrompere di idee germinanti, salienti, scoppianti per raggrupparsi ancora e salire fin dove per la soverchia altezza oscillavano, e il periodo precipitava e finiva non con armoniche voci, ma con un gesto rapido e con uno scatto quasi feroce di accenti che sembravano come un'invettiva alla parola tarda ed inefficace a investire e rendere i suoi concetti. A spiegare questo suo modo di parlare s'aggiunge un'altra causa, ed che il Carducci che fu per tanti anni chiamato il poeta della democrazia, il pi aristocratico oratore che si possa pensare. La frase fatta con lo stampino, il periodo d'effetto, i facili artifici del dire, che un autore fine evita di scrivere, ma per nel parlare largamente profonde, giacch sfuggono all'analisi e dilettano l'uditorio, il Carducci sdegna anche nel parlare. La sua frase originale e viva come il suo pensiero; e perci si arresta finch non ha trovato quella voce che gli pare propria, quell'architettura del periodo corrispondente al suo pensiero. Da ci ne deriva che quel discorso che ad un uditore volgare riesce slegato e duro, ove lo si fermi con la stenografia appare perfetto. Finita la lezione, che durava circa due ore, indossava a fatica il pastrano o la pelliccia di cui mostrava avere assai cura, e passava fra il riverente aprirsi della studentesca. Era la dolce ora che le tavole delle trattorie suburbane attendono le chiassose brigate degli studenti, e il numeroso uditorio uscendo dall'universit gi deserta, si spandeva sotto gli alti e tetri portici di via Zamboni. Le ombre della notte vi erano discese; ma sovente giunti al largo delle due torri, dal fondo di via Rizzoli, un ultimo raggio di sole, come solo ne ricordo in quell'ora a Bologna, si riverberava vermiglio sul vertice aereo e sui merli dell'Asinella. Carducci che a brevi gesti e a pi parche parole rispondeva al premuroso stuolo che lo circuiva, non mancava mai, io lo ricordo, di volgere lo sguardo su quegli alti fastigi delle torri che anche Dante mir e dove il sole s'indugiava ancora guardando con un sorriso languido di vola, . . . . . . . . . . . . . . . e un desio mesto pe'l rigido are sveglia di rosei maggi, di calde aulenti sere. * * * Il Carducci inoltre di una sensibilit estetica meravigliosa; e questo fenomeno geniale un positivista di professione chiamerebbe, io penso, _iperestesia artistica_, o qualcosa di simile, non vero? appunto per quella brutale superbia scientifica di classificare con una voce patologica i pi nobili e meno concepibili movimenti dell'anima, e cos confonderli con i pi abbietti in un'uguale terminologia. Dunque io voglio dire che questa sensibilit del fantasma artistico cos prepotente in lui che lo vince e gli s'impone mal suo grado. E questa vittoria del genio sulla volont era cosa nuova e commovente, giacch la sua indole disdegnosa e il verecondo culto dell'arte lo rendevano restio a manifestarci tutte le visioni del suo pensiero; inoltre la scuola era per lui una palestra di severi esercizi, e il diletto dei commenti estetici Egli lo giudicava didatticamente pericoloso pei giovani cui l'ingegno e la coltura facevano difetto per assorgere a questa alta e geniale forma della critica. Ma ci che sopra tutto lo rendeva aggressivo e violento era il sospetto che gli uditori, specie di altre facolt che non mancavano mai, si fossero dato convegno con l'animo di chi va ad ascoltare una prima donna o un tenore di grido. Eppure spessissimo avveniva che la visione suscitata da un verso o da uno di que' periodi armonicamente partiti come un edificio della rinascenza, tendenti al loro fine come getto di balestra, gli togliesse per cos dire la mano: era una breve ed occulta lotta fra il voler dire o seguitare il commento linguistico; ma infine l'onda delle imagini crescenti come l'impeto della marea, vinceva ogni resistenza e si udivano allora le pi alate e scintillanti digressioni che mai siano risonate in quelle scuole di filologia. Chi, ad esempio, tra i frequentatori della facolt di lettere a Bologna non ricorda, specie in certi giorni senza sole, grigi di nebbie e di piogge, il caratteristico entrare del Carducci nella scuola di filologia? Non era l'aula detta sopra, ove Egli faceva le sue lezioni di letteratura, ma un'altra molto pi piccola e abbastanza chiara al primo piano. Bench i banchi fossero quasi per intero occupati dagli studenti della facolt e si sapesse che quel giorno il Carducci non teneva che le solite lezioni di magistero, ci a dire di critica e d'interpretazione, tuttavia l'affluenza del pubblico era sempre tale da riempire tutti i vani possibili: studenti di altre facolt, signore e signori venuti o per amore d'arte o per curiosit di vedere ed udire il grande Poeta. Rammento fra gli uditori illustri la biblica, pensosa e dolorosa figura del conte Aurelio Saffi; la faccia animata della nobile donna Vitthe Jessie Mario. Egli li scorgeva appena che rendeva loro ossequio prima di salire su la cattedra. Ma qui una parentesi cade giusta: voglio dire che l'universale degl'italiani press'a poco sa chi il Carducci: il primo poeta della nazione, che ha scritto l'inno a Satana, le poesie barbare con l'ode alla Regina, che prima era repubblicano e adesso senatore e monarchico. Questo lo sanno tutti e nessuno lo contrasta. Alcuni, vero, discutono se pi Egli valga come poeta o come prosatore; ma per compenso quasi tutti spingono la loro erudizione sino a recitare a memoria un certo sonetto del Rapisardi, e tutto ci va bene: per se questo allegro popolo per sue speciali ragioni non pu intendere n il poeta, n il prosatore, n l'uomo, sarebbe per giusto che sapesse come il Carducci che prima accusavano di godersi lo stipendio governativo, lui repubblicano; ed oggi accusano di avvantaggiarsi del suo mutamento politico (di diversa fede gli uni dagli altri, uguali gli uni agli altri nella cosciente calunnia), non abbia fra tutti gli ufficiali dello Stato alcuno che lo sorpassi nell'adempimento continuo, austero, pieno del proprio dovere. Egli il primo maestro del regno; ed anche oggi prosegue ed insegna con l'animo e con la fede d'allora. Una sola volta, in quattro anni che fui suo scolaro, venne alla scuola e disse, come confessando un suo errore da cui voleva che noi giovani dati all'insegnamento molto ci guardassimo, di essere costretto per quella volta a improvvisare la lezione a braccia e fu, ricordo, un poderoso raffronto fra i classici ed i romantici, denso di sintesi e di riattacchi storici quali Egli sa fare. Del resto ogni lezione era una primizia de' suoi studi, che Egli recava alla scuola ancora viva e palpitante delle ultime ricerche: e da quel vigoroso e sicuro percuotere del pensiero entro le viscere del passato balzavano fuori scintille di verit e di luce: e in alto, senza alcun preconcetto di scuola o di politica, ma naturalmente, in alto, come faro luminoso, splendeva o s'intravvedeva risplendere l'ideale di questa gran patria italiana. Tale il Carducci come maestro, tale la sua opera rigeneratrice in quella scuola piccola, dalle finestre luminose donde il giorno fuggiva e dove la sua parola richiamava la luce. Lo ricordate voi, compagni buoni, dispersi per le scuole d'Italia, lo ricordate voi? Si chiosavano i canti dell'Inferno, si leggevano le stanze della canzone di Rolando, i sonetti del Guinizelli e del Petrarca, lo ricordate? L'ora era trascorsa; era venuta la notte e il silenzio: le sei lampade a gaz mandavano il loro ronzio e la loro viva fiamma. Egli saliva su per i banchi, si sedeva talvolta presso di noi, accennava ora all'uno ora all'altro con la sua nervosa, breve e bianca mano di continuare; e spesso, vedendoci stanchi per l'ora tarda e per il prolungato lavoro, Egli stesso leggeva e spiegava, e ci trascinava oltre, fuori del presente, per quelle grandi ondate degli antichi canti. Taluno, ricordo, che era in maggiore dimestichezza, levava fuori l'orologio come a dire: Maestro, l'ora trascorsa, anche quella del desinare. Egli vedeva, sorrideva bonariamente e interrompeva dicendo: Fra poco, sino a questo punto e poi basta. Si usciva: fuori frizzava la nebbia e sotto i lunghi portici batteva largo il vento; pure noi scolari non si cessava del conversare animato. Lo ricordate, buoni amici, se pure vi rimane animo e tempo di ricordare? E chiudo la parentesi perch l'indugiarmi con memorie subbiettive ripugna a me e alla natura di questo scritto. * * * Dunque Egli entrava regolarmente alle tre e come un fremito di rispettoso silenzio lo precedeva su per l'ampio scalone sino agli angoli pi remoti della scuola: era un ultimo bisbiglio, un adattarsi alla meglio degli uditori su le poche seggiole fornite dalla premurosa solerzia del bidello Monti, dalla voce fessa e dal cuore mite. Il Carducci volgeva attorno uno sguardo aggrondato, tediato alla vista di quel troppo numeroso uditorio: un altro sguardo lungo fuori dei vetri al cielo grigio, ai tetti umidi; poi un altro ancora agli uditori attenti, aspettanti e maraviglianti in silenzio. Noi che si conosceva l'uomo, ci scambiavamo sguardi d'intelligenza, ch di parlare anche sottovoce non era quella la buona occasione e si rischiava di pigliarci un rabbuffo secco e terribile. Ah, voi vi aspettate oggi la conferenza letteraria, forbita e oratoria che si convenga all'aspettazione e vi faccia passare piacevolmente queste ore incresciose! Ve la dar io la lezione! Ma questo non un ridotto per conferenze, n io son qui per divertirvi col sentimento e con l'estetica, e n meno per avere applausi: questa semplicemente una scuola dove io devo e voglio attendere a fare de' buoni maestri per i ginnasi ed i licei d'Italia: null'altro. Questo pensiero si leggeva in certe sue mosse brusche, nello sguardo, nell'aggrottare della fronte e in certo suo tormentarsi la barba; poi si esplicava di solito in poche, burbere e rotte parole che sonavano presso a poco cos: Avverto lor signori che questa lezione di magistero: far della pura filologia, molta filologia... come a dire: ci non pu interessarvi e fareste meglio per voi e per me ad andarvene. La minaccia riusciva, come a credere, vana: nessuno si moveva. Alcuni scolari, ad un suo cenno, andavano a prendere i soliti testi di consultazione: Egli passava dall'uno all'altro scolaro; rivedeva i quaderni, i libri, gli appunti. Erano per noi momenti terribili! A lei! questa era la parola sacramentale. L'interpellato cominciava e leggeva. A poco a poco la scuola si animava e ripigliava il solito aspetto; la voce e la fisonomia del maestro scendevano al livello normale, e lezione cominciava. Il suo metodo didattico ammirevole e perfetto. L'interrogato legge e chiosa; ne' passi controversi od oscuri ognuno libero d'esporre la sua interpretazione. Egli ascolta, accetta, disapprova, corregge, talvolta loda, in fine amplifica e fornisce tutti gli elementi per cui il giudizio si possa accostare al vero; e se alcuna cosa ignora in quella sua molteplice ricerca, lo confessa liberamente; ne prende appunto per s ed invita altri ad approfondire la questione. La pi scrupolosa esattezza critica e linguistica si congiunge senza sforzo, senza stacco, alla pi alta e spirituale concezione del testo: piano, insensibilmente, forse senza volerlo, ma con la forza intuitiva del genio, spesso movendo dal pi semplice esame filologico, solleva la mente dello scolaro fino a far s che questi fissi diritto, quasi allo stesso livello, il pensiero de' sommi autori di cui si ragiona. Pure Egli cos rimesso e semplice, avea degli scatti invincibili di sdegno se s'imbatteva in qualche scolaro che si fosse presentato a rispondere impreparato di tutto quel corredo di nozioni filologiche e storiche che si richiedevano. Tale mancanza, spesso scusabile in un giovane, si presentava al Carducci sotto l'aspetto assoluto di un'affievolita coscienza del dovere e dello studio, e allora scoppiavano di que' rimproveri che dove toccavano levavano la pelle. E anche di ci bisogna ricercare la causa nel concetto che Egli aveva della scuola. Il Carducci, io penso, non si mai illuso di avere sotto di s dei geni in erba, ovvero che a lui spettasse il bizzarro incarico di coltivarne la rara pianta: se qualcuno mostrava pi larghezza e genialit di mente che gli altri, se ne compiaceva e lo dava a conoscere con una ritenuta e pure affettuosa gentilezza; ma non faceva n elogi, n predilezioni. La cosa che Egli sopra tutto pregiava e richiedeva era la severit della vita, la costanza e l'assiduit del lavoro, il sentimento della dignit, degli studi e dell'arte; e tutto ci per quell'elevato sentimento patrio che mai non si scompagnava da ogni sua azione e da ogni sua parola: l'Italia avea bisogno di rifarsi moralmente ed intellettualmente; perci occorrevano pochi ma buoni maestri. A questo Egli attendeva per parte sua e voleva che i giovani vi attendessero; al governo assicurarne la vita, la dignit, gli studi. N mai voce pi nobile e pi elevata suon in loro difesa. Ma anche qui quell'ottimismo che non sa distinguere le eccezioni e che in fondo proprio, perch necessario, di tutti gli uomini di genio, e quel giudizio quasi sempre assoluto ed unilaterale che speciale del Carducci, inducevano spesso in errore un cos alto e degno modo di giudicare; ch non solo molti di mente meno che mediocre, ma pazienti ed assidui, lodava e incitava; ma, quel che peggio, non s'avvedeva come non pochi fra quelli che pi lo circuivano, sotto un simulato amore di ricerche e di studi null'altro celassero che una gran vanit, un'ambizione dannosa ai buoni, senza avere alcun senso dell'arte, alcun animoso o doloroso ideale. Egli psicologo acuto e mirabile dei fenomeni morali pi complessi, non riusciva a scendere e a leggere nettamente nell'animo di coloro che con certa simulata modestia sembravano intendere e seguire le sue idee. Forse prestava loro un po' della sua grande anima e nel suo giudizio li faceva degni di s. * * * Ma tornando al proposito, certo che tali lezioni, per quanto perfette, non erano quelle che l'uditorio estraneo alla scuola si aspettava; se non che a poco a poco un verso del Petrarca o di Dante, uno di que' portentosi aggruppamenti di parole melodiche dove o l'anima o la natura o l'una e l'altra insieme vibrano nella misteriosa concezione dell'arte, investiva il suo pensiero e tutta la sua fantasia s'accendeva come un sole. Non v'era pi l'espositore paziente, il critico minuzioso; ma il sapiente ed il vate si congiungevano in una non so quale concezione grandiosa e quasi profetica, e sotto quell'impeto di idee s'indovinava una sacra tristezza. Parea che si rivolgesse a noi come se fossimo i colpevoli di non so quale mancato bene, noi poveri giovani venuti alla sua scuola per acquistarci un diploma e guadagnarci questo misero pane. Egli ci trascinava dietro di s e ci costringeva a salire in alto! O Maestro grande e buono, quante cose vedemmo, o piuttosto intravvedemmo di lass dove Tu ci guidavi! Ma chi se ne ricorda pi, chi ritiene pi la forza di combattere per le battaglie di cui Tu segnavi cos nettamente il campo, o Maestro? No, da quella sua cattedra Giosu Carducci non parlava al mondo, come diceva con infelice retorica il manifesto degli studenti monarchici invitante ad una pubblica dimostrazione dopo il fatto dell'11 marzo: Egli da quella sua cattedra si era proposto un compito molto pi modesto eppure molto pi arduo: rinnovare nel pensiero e negli studi la giovent d'Italia, come nelle battaglie e nelle congiure fu rifatta materialmente la patria. CAPITOLO II. LA DIMOSTRAZIONE DELL'11 MARZO '91. Il giorno 11 marzo '91, che fu appunto di mercoled, alle ore tre, in quella grande aula numero uno, parecchie centinaia di questa giovent italiana insult di fischi assordanti, di improperi indicibili Giosu Carducci. I fischi e gli improperi durarono un'ora e mezzo non interrotti e crescenti. Chi volesse far mostra di perizia descrittiva potrebbe agevolmente ricostruire quella scena dolorosa e, sotto un certo aspetto, fatale. Ma una simile descrizione sarebbe retorica nel senso brutto della parola, ed io la sdegno: per retorici non sono certo i due aggettivi che ho scritto, ma rispondono ad una verit che vorrei emergesse al lettore dalla comprensione di questo libro. Si ebbe appena notizia del fatto, che la studentesca radicale delle universit di Genova, di Cagliari, di Pavia, di Pisa, di Roma, di Modena e di altre citt, compresi i giovanetti dei licei, perch essi pure vollero fare udire la loro voce autorevole, si resero solidali e plaudenti agli studenti di Bologna, stigmatizzando con tutto lo sdegno delle loro offese coscienze--_la deficenza del carattere del senatore Carducci_ e l'apostasia di _Enotrio romano, disertore bandiera, santi ideali vera democrazia italiana_;--ch cos appunto suonano le lettere ed i dispacci d'allora. Non ricostruir, no, la scena; ma io penso che fra il frastuono e la tempesta degli insulti dovea squillare alta la plebea e feroce ingiuria di Romagna, e so di un'accusa ripetuta sino alla rabbia:--_Tu sei un cattivo cittadino!_ Thaumasion ti!, avrebbe detto Socrate. Ma che vale? Oggi il riportare un motto greco sarebbe ingenuit ovvero ignoranza; dir dunque:--Mirabile cosa, non vero? Ma una ve n'ha pi mirabile ancora:--Quella giovent in quel suo accanimento contro l'uomo era sincera e convinta: sincera sino all'odio, convinta sino alla ferocia. Perch non esit, non oscill dinanzi al Poeta; lo assal con una logica ineffabilmente ignorante; non pens e, se pens, non pavent di recare danno con l'immane insulto a quella esistenza preziosa! Dir di pi: era convinta di compiere un dovere. Essi scrissero: Noi l'abbiamo fischiato per significargli lo sdegno delle anime oneste[1]. [1] Vedi il foglio apologetico _a ira.--Gli studenti radicali e Giosu Carducci_.--Numero unico, Bologna 19 marzo 1891. Societ Tip. Azzoguidi. * * * Egli ebbe l'intuizione eroica del momento: non protest, non si mosse, non usc, non volle uscire che ultimo. Mont ritto in piedi sur una tavola che era dinanzi alla cattedra, non per parlare, ma per meglio esporsi ai fischianti che fischiassero con pi loro soddisfazione e per ricevere in pieno petto gli oltraggi[2]. [2] Dalla _Gazzetta dell'Emilia_,--Bologna, gioved 19 marzo 1891.--Lettera di Giosu Carducci al direttore del giornale. Crescendo gli urli, trasse dalla tasca uno zigaro e si mise a fumare. Quelli gridavano: A basso Carducci! Rispose: Meno male se gridaste a morte! inutile gridiate a basso: la natura mi ha messo in alto... ed io fumo. Ma Egli cinicamente ci guardava fumando; cos dice l'esposizione che del fatto diedero gli studenti radicali nel citato numero unico, e quest'avverbio attribuito ad un'azione del Carducci fa fremere; eppure esso riferito in buona fede. Non anche questo mirabile? Il torrente dell'indignazione e dell'odio strarip e si scaten sopra l'uomo senza che questi vi potesse porre argine. La memoria del maestro non si affacci dinanzi ai tumultuanti; il genio del poeta, o almeno una sola delle sue mirabili idealit non fu ricordata; o, se fu, non ebbe forza di agghiacciare l'insulto prima ancora che le labbra lo avessero espresso. Eppure l'uomo non si scompose, ma stette dinanzi a loro impavido e tutta la maest del cittadino e del poeta si drizz eroica, nel suo silenzio disdegnoso da ogni discolpa. Ma Egli cinicamente ci guardava fumando, ma l'uragano gli mont sopra e fugg via col suo urlo. L'uno rimase rigido all'urto, gli altri trascinati come da una procella, seguirono il loro viaggio: termini irreconciliabili. Eppure sono corsi pochi anni dal tempo che quella giovent riguardava il Poeta come maestro, come esempio, come profeta: ed Egli profondeva per lei i tesori dell'inesausto suo genio. Ora gli uni si separano dall'altro n v' speranza di intesa o di ritorno. Non ancora questo un fatto mirabile? Non pare a chi legge che l'avvenimento dell'undici marzo stia fuori dal mero fatto di cronaca universitaria; ma sia indizio di un grave fenomeno morale rimasto da lungo tempo latente, non determinato, non studiato e che in quel giorno si manifest con quella selvaggia esplosione di insulti? Tale convincimento mi anim a stendere queste pagine, e fu cos forte l'impulso che vinse molte incertezze e riluttanze pi facili ad intendere che piacevoli ad esporre. * * * Cominciamo da un paragone che pu sembrare enfatico o strano. Ricorda il lettore uno dei titoli d'accusa per cui fu Socrate condannato a morte? Nell'_Apologia_ di Platone detto:--Socrate empio perch corrompe i giovani. Nel caso del Carducci mancano gli accusatori pubblici: sono i giovani stessi che l'accusano di corruzione. Essi dicono press'a poco cos: Il vostro canto, o Poeta, ci educ agli ideali della democrazia; ed ora vi vediamo non solo ritirarvi dalla lotta, ma passare duce e colonna degli avversari. Dicono ancora: Quest'uomo che, appunto perch era messo pi in alto, pi era in vista, dava, sia pure colle pi buone intenzioni, un esempio dannoso. Bisognava dirlo. E noi sentimmo il dovere di farlo, di ribellarci a tutti i pregiudizi dei feticisti, appunto quando contro di noi egli lanci una cinica sfida, facendosi--egli professore ed educatore--capo di quegli studenti che rinnegano tutte le nostre e gi sue aspirazioni[3]. [3] _a ira_, ecc. Dunque Egli esempio alla giovent di disonest e di defezione politica. Anche questo mirabile, non vero? E pi mirabile che detto in buona fede. Gli studenti monarchici, secondo il citato giornale, dicevano beffardamente agli studenti radicali: Carducci come gli altri; ad accarezzarne la vanit si rende pi monarchico del re, pi scettico di noi! Esclamano in fine gli studenti radicali: Oh, se nel cervello del Carducci fosse rimasta latente qualcuna delle antiche potenze, come scoppierebbe tremenda a schiacciare questa turba che ha imparato i paroloni altisonanti e non ha mai assaporato la dolcezza dei sentimenti potenti! Dunque quest'uomo che, secondo le vostre parole, si levava impavido dalla bassezza presente, che accendeva le anime vostre alla fede e all'amore del bene, cos mutato e diverso da quello che ora condannate e fischiate? Davvero? * * * Ancora: Per chi ha non superficiale conoscenza dell'opera del Carducci, apparir manifesto il fatto che Egli rivolse tutte le energie della sua vita a fare s che il cittadino ed il poeta fossero una cosa sola: forza costante che, penetrata dall'agitatrice tempesta dell'arte, batteva contro questo vecchio, ignavo titano del popolo d'Italia; e se in questo percuotere per avventura commise peccati, furono--come Egli disse--non di volgarit mai: s di passione. Ora essi con spietata e certo incosciente crudelt disgiungono il poeta dall'uomo; e con ci non solo mostrano di disconoscere l'opera sua, ma gli fanno l'offesa che si pu fare maggiore. Premettono: Noi intendevamo troppo bene quanta irresponsabilit ci fosse in quel poeta atto alle forti impressioni e incapace di convinzioni maturate, poi aggiungono: Carducci mentre rimane per noi un grande artista, non pu rimanere un grande carattere; e impallidisce nella scuola, come passer macchiato nella storia; e in alcuni foglietti distribuiti dopo la contro dimostrazione tenuta in piazza S. Petronio il giorno 12, scritto: Il poeta e il letterato tutti ammiriamo. Noi abbiamo voluto fischiare il disertore di una bandiera! Davvero? Mirabile ad ogni modo! S--voi dite--egli cantava molte leggiadre e, pi sovente, molte strane canzoni: queste rimangono e noi le leggeremo ancora per nostro diletto e anche per dimostrare che riconosciamo i suoi meriti di scrittore, sempre che ci avanzi tempo e voglia: ma quell'anima ardente di entusiasmo e di bene per noi non esiste pi. Tutto ci pi che meraviglioso supremamente triste. * * * Ma io sbaglio nel tempo. Essi non dicono, ma dissero. Forse non ricordano nemmeno pi le infauste parole che proferirono e stamparono; eppure esse rimangono. La vita urge ed incalza que' giovani, ma la piaga da loro aperta non cessa per allentar di balestra. E dico il vero; perch se a quelle centinaia di studenti sono imputabili s l'aperta manifestazione come la volgarit delle ingiurie, non meno vero che quella gran forza inerte la quale spesso si chiama opinione pubblica, con la sua inettezza ad intendere l'evoluzione monarchica del Carducci, scusa e coonesta in certo modo tanto il tumulto come le ingiurie. Mi si pu chiedere: Perch cos di preferenza togliete passi e giudizi da quel foglio apologetico degli studenti? Rispondo: Appunto perch di questa massima parte dell'opinione pubblica esso rappresenta l'espressione pi esagerata, ma in pari tempo pi animosa e sincera. Ma su questo argomento ritorner fra poco. Sono dunque gli scolari stessi che accusano il maestro. Vero per che nessun tribunale accoglie l'accusa e, seguendo il paragone incominciato, nessun ministro di giustizia apparecchia la cicuta al nuovo corruttore della giovent. Anzi quelli che in certo modo rappresentano l'autorit delle leggi, accolgono con grande apparato di cortesia e di difesa il maestro oltraggiato, il quale non richiede altro schermo che la propria coscienza. Mancano dunque e tribunali e cicuta; ma anche voi mancate, o Simmia, o Cebete, o Fedone, e tu Apollodoro che non ragionavi no alla morte del Maestro mirabile, ma piangevi solo. Gli scolari del Carducci--e per scolari intendo non pure quelli che frequentarono le sue lezioni, ma quanti nel rinnovamento degli studi dovrebbero riconoscere lui come maestro--i suoi scolari, dico, non scesero con lui nel combattimento: essi, pur fatta alcuna eccezione, hanno troppo da attendere alle loro piccole ricerche erudite e alle loro piccole scuole. Socrate moriva per risalire il corso dei secoli: invece grande aura di tristezza gi ottenebra la fronte del Poeta. Egli scende vivo nella sua idealit e la gente nuova senza di lui palpita e s'agita al nuovo viaggio umano. Parole mistiche forse sono queste, ma che spero abbiano ad acquistare luce di verit da ci che segue. * * * La requisitoria degli insultatori si fonda sui fatti e su le parole stesse del Poeta ed ha tutti i caratteri di una logica brutale e invincibilmente ignorante. --Non scriveste voi l'inno a Satana? non cantaste voi la rivoluzione francese? non proclamaste voi la repubblica santa, la repubblica vergine? non vi pronunciaste voi stesso repubblicano nel discorso di Lugo e in molte altre occasioni? chi scrisse i Giambi ed Epodi? chi imprec in tante forme e per tanto tempo ai moderati? chi fremendo ricord il nipote di Carlo Alberto cui si fece indossare la divisa di Radetsky? Ed ora voi avete composta l'ode alla Regina; non basta, ma vi siete fatto poeta cortigiano delle gesta di Casa Savoia. Chi ha scritto il _Piemonte_, chi l'ode _Il liuto e la lira_? Ma non basta: mentre noi commemoriamo Mazzini, voi accettavate di essere padrino della bandiera che le gentili donne di Bologna ricamarono per il Circolo monarchico universitario. Per tali titoli noi vi condanniamo. * * * Il citato giornale degli studenti ha per un'osservazione vera e gravissima pi che non sembri ad un primo esame, ove dice: La stampa italiana in generale ha riportata quasi senza commenti la notizia delle dimostrazioni pro e contro Carducci. Tutt'al pi, osservo io, alcuni giornali si mostrarono indulgenti e favorevoli agli studenti, altri d'opposto colore politico li condannarono pi o meno aspramente. Molti del pubblico dissero che era una lezione severa ma ben data; altri pi miti concedettero ai giovani il diritto di giudicare e biasimare il Carducci, ma ne disapprovarono il modo ed il luogo. Grazie! I pi equanimi e liberali Oh che diavolo--dissero--che non si possa, almeno una volta nella vita mutare francamente opinione e cambiar strada dopo che si conobbe che l'altra era sbagliata, senza che i soliti difensori della morale pubblica ci abbiano a ringhiare alle calcagna! o che si deve pretendere un'assoluta coerenza politica per tutta la vita? Grazie maggiori e senza fine! Del resto non molto diversamente giudic l'onorevole Ferdinando Martini alla Camera dei deputati nella seduta del 16 marzo, dando cos, e per il luogo e per la persona, speciale valore a tale opinione. Ecco come: L'illustre Villari, allora ministro, condann l'opera degli studenti e disse: Quando assistiamo a fatti deplorevoli come quelli di Bologna, dove impunemente s'insulta l'uomo, il cittadino, il maestro, mi sembra vedere dei figli che insultano il loro padre. La dolorosa e semplice gravit di queste parole pu sembrare ed in fatti compenso all'impunit che si dovette concedere; ma pur vero che niuna parola l'illustre uomo disse su le cause della dimostrazione: quasi vi si sente il timore di inoltrarsi in un terreno mal fido, dove se era facile condannare la mancanza di rispetto al maestro, non era poi cos semplice o breve cosa, l per l, in una seduta parlamentare rendere ragione di un complesso di fatti per modo che l'azione del Carducci uscisse giustificata, anzi lodata. Ma l'onorevole Ferdinando Martini volle con un breve confronto affrontare la questione; e dopo aver deplorato questo rifiorire di spirito settario (_mormorio all'estrema sinistra; approvazioni a destra_) s, spirito settario,--aggiunse--perch chi rimprovera l'evoluzione del Carducci, applaude poi a Victor Hugo che di evoluzioni ne fece parecchie (_approvazioni_). Gi: Victor Hugo monarchico divent repubblicano e Giosu Carducci repubblicano invece diventato monarchico. un'equazione perfetta che non fa una grinza e non c' nulla a ridire! Ma possibile pensare che Giosu Carducci dopo avere speso tutto il suo genio e le sue forze a sostegno di un determinato principio civile e politico, nella giovanile et di cinquantaquattro anni passati si ricreda e professi una fede opposta? Ammettere questo ammettere implicitamente la demolizione di un uomo. Il vero che questo mutamento sostanziale non esiste se non in alcune forme apparenti che Egli volle accentuare con la sua rude e coraggiosa franchezza. Non l'evoluzione dell'individuo ma l'evoluzione dei tempi che, giunti a maturit, hanno necessariamente determinato nel Carducci un'attitudine che prima o non appariva cos manifesta o si fingeva di non vedere. Il paragone parve felice; ma in verit non regge sotto niuno aspetto. Victor Hugo, anche per speciali circostanze intime e famigliari, monarchico ne' primi anni della giovanezza, a trent'anni si professa di non dubbia fede repubblicana; e in fine la sua mutazione segue e s'accompagna gradatamente al corso dei tempi. Essa logica e naturale. Ora tale non si potrebbe dire la mutazione del Carducci se essa fosse, come fu nell'Hugo, cagionata da un nuovo ordine di convincimenti politici. In oltre, pur prescindendo da diverse condizioni di civilt e di nazione, non credo possibile un paragone fra i due uomini attesa la diversit della loro indole: il Carducci rigido, schietto, appassionato, ingenuamente semplice ed eroico, naturalmente ribelle; il poeta francese invece ammaliante e accarezzante il pubblico col fascino della continua sua enfasi trascendentale, cui sempre, forse, non corrisposero le intime convinzioni e la pratica della vita[4]. [4] Vedi a questo proposito l'opera: _Edmond Bir_. VICTOR HUGO. Paris, 1891. Perrin et C., etc. Pu darsi che la parola o la concitazione del momento abbiano tradito il pensiero dell'oratore; ad ogni modo sarei curioso di sapere se il Carducci rese grazie all'onorevole amico del servizio resogli. * * * Ma ritornando all'effetto che il fatto dell'11 marzo produsse sul pubblico, aggiunger che un osservatore pessimista potrebbe anche insinuare questa supposizione, che gli studenti fischiatori ingenuamente si prestarono alla gratuita vendetta della non breve schiera dei letterati e dei poeti o invidi, o percossi, o schiacciati dal solo muoversi del gigante, senza che questi nemmeno ne avesse intenzione. Altri poi soverchiamente malevolo potrebbe pensare che a qualcuno de' nostri critici ed eruditi, pi o meno grave, pi o meno giovane (il quale certo per conto suo non avrebbe mai osato levare la voce verso il Carducci se non in tuono di grande reverenza) nel segreto que' fischi e quegli insulti allargassero piacevolmente il cuore e movessero il pensiero a formulare presso a poco questa considerazione: deplorevole, ma era da prevedersi: il Carducci avrebbe dovuto accontentarsi di essere un poeta e basta, invece volle invadere tutto, anche il campo della critica, che spetta di diritto a noi, anche la politica che spetta ad altri. Il vero che la dimostrazione contro il Carducci non oltrepass nel pubblico le dimensioni di un semplice fatto di cronaca universitaria. Ora nel non aver notato in quel tumulto che un avvenimento scolastico, consiste gran parte dell'importanza storica e morale del fatto stesso. Tanto vero che se l'universale degli italiani e della stampa fossero stati in condizioni di giudicarlo nel suo valore, esso non sarebbe potuto avvenire, n il Carducci vi avrebbe dato pretesto. Si possono obbiettare le infinite testimonianze di sdegno e di affetto che il Poeta ricevette, ma esse hanno un carattere o privato o ufficiale e sono infine manifestazioni di una minoranza. La contro dimostrazione del 12, indetta dagli studenti monarchici, cui prese parte la classe pi eletta della cittadinanza bolognese, in parte una giusta protesta contro un insulto volgare fatto ad un illustre concittadino e per altra parte di natura essenzialmente politica. Vero che se gli studenti monarchici avessero avuto conoscenza precisa della evoluzione del Carducci, per cos darle un nome, non avrebbero avuto molto da rallegrarsi o da vantarsi come di un loro speciale acquisto. * * * Nei fenomeni fisici vi sono cause che sfuggono ai sensi, e nei fenomeni morali vi sono cause che sfuggono all'analisi del pubblico: eppure senza giungere alla conoscenza di quelle non possibile dare esatta ragione di certi fatti. la gran forza dell'imponderabile! L'evoluzione del Carducci non segna, come gi dissi, un mutamento sostanziale dell'uomo ma dell'universale. Egli non si mosso che in certe sue attitudini esteriori, dovute all'imperiosa forza che lo costringe a dare risalto netto ad ogni sua opinione; ma la maggioranza che si notevolmente spostata, specie in questi ultimi anni ed ora vede il Poeta sotto un aspetto che prima rimaneva come nell'ombra. Per provare ci in verit non fa mestieri di battaglia alcuna di parole, o di speciosi equilibri di ragionamento, o di arte dialettica; ma, come a me pare, basta il semplice studio e commento dell'opera del Carducci. E se nel mio ragionare per avventura mi sfuggiranno parole amare, voglia chi legge attribuirle non a malevolenza verso persona, s a passione e ad amore di verit. Cos pure se alcune affermazioni avranno pi l'aspetto di paradossi che di verit, pensi il lettore benevolo che il paradosso talvolta ci appare tale non per assurdo che vi si contenga, ma per soverchia sintesi di vero; e che tal altra esso nello scrivere ci che nell'arte del dipingere lo scorcio. Bisogna osservarlo da lungi che sarebbe a dire nell'intensit e nella solitudine del pensiero. CAPITOLO III. IUVENILIA--ALLA CROCE DI SAVOIA--L'INNO A SATANA--GIAMBI ED EPODI--IL DISCORSO AGLI ELETTORI DEL COLLEGIO DI LUGO. La guida pi razionale e sicura per intendere il rivolgimento politico del Carducci, a me sembra sia il seguire quella che invincibile, massima e sua pi intensa e sincera espressione, cio l'opera poetica; intorno alla quale si raggruppano le molte e varie prose battagliere, s letterarie che politiche o, meglio, civili, e da quella in certo modo dipendono. La stessa sua produzione filologica e critica che pu sembrare straordinaria per chi consideri l'erudito come disgiunto dal poeta, appare invece naturale se si pensa che una stessa unit di entusiasmi e di intenti cagione s del canto che delle sapienti e innovatrici ricerche. Talora alcune poesie sembrano prendere misteriosamente ed improvvisamente le mosse da quelle ricerche come se il fantasma poetico dormente nelle immortali pagine vi aleggiasse evocato, ed hanno la fragranza di un'eterna e ridente giovinezza di sole; talora la maschia e nutrita sua prosa vibra tutta sotto lo sforzo del canto, cui il freno dell'arte a fatica ritiene e costringe. * * * Le poesie giovanili del Carducci sono contenute, come noto, in due raccolte di rime: _Iuvenilia_ e _Levia Gravia_, non sempre nello stesso modo distribuite nelle varie edizioni, giacch nell'ordinarle l'autore ebbe piuttosto di mira lo svolgersi della sua idea artistica che l'ordine del tempo[5]. [5] Una bibliografia delle opere del Carducci vivamente desiderata dagli studiosi, ch tale non si pu considerare quella che il signor Brilli fece seguire alla quinta ristampa delle prime _Odi barbare_ (Bologna, Zanichelli, 1887) non essendo, come scrive lo stesso compilatore, _n intera, n del tutto esatta_, n, come io aggiungo, distribuita in modo e in proporzioni logiche e chiare. Sotto al primo titolo sono comprese le rime composte sino al 1860, nel quale anno il Poeta, nella combattente vigoria de' suoi ventiquattro anni, fu assunto alla cattedra dell'universit di Bologna. Nei _Iuvenilia_, scrive il Carducci stesso nel '71 sono lo scudiero dei classici; e in vero la forma classica, acquistata non di seconda mano, ma comperata proprio alle origini, riveste quasi interamente con una certa purezza e talora rigidit di linee un pensiero sano nella sua tristezza, vigoroso e composto, cos da trarre in inganno su l'et dell'autore, giacch non pochi versi si direbbero di un poeta di secondo ordine che ha raggiunto il suo pieno sviluppo. V' di fatto tanta ricchezza d'arte, cos maturo apparecchio di studi che pare cosa straordinaria in un giovane. Se non che, di tratto in tratto, traluce non so quale austera e pur ridente verginit di pensiero, che si compiace ornarsi delle magnifiche vesti classiche; e, quando altri non l'osserva, pare vezzeggiarsi di sfuggita: e allora si sente che non la maturit del pensiero, ma appena l'estiva aurora che attende il suo meriggio. Inoltre sotto quelle forme composte e perfette (e talvolta modellate con un atteggiamento che ricorda famosi esemplari) si sente fluttuare un rigoglio di forze ancora confuse e germinanti; ma tale il loro vigore che la scorza della forma le frena a stento e pur qua e l accennano a scoppiare in quelle espressioni libere e rudi, proprie del Carducci, come nel verso: Il secoletto vil che cristianeggia. Ora questa percezione di forze originali e maggiori di cui si sente il germe e se ne intuisce lo sviluppo, danno ai _Iuvenilia_ un carattere transitorio. In altre parole il poeta avvenire infirma ed offusca il poeta di allora. Nei _Iuvenilia_ non alcuna decisa affermazione politica o filosofica, ma un continuo anelito al bene, un'onest ed una purit d'intendimenti meravigliose in un giovane. Ben con pure mani e con candida veste egli si accosta all'ara di Febo Apolline! Il fremito della rivoluzione maturantesi nel decennio, segue il giovane poeta su per il sentiero dell'arte, e se ne risente l'eco, non in allusioni a fatti e uomini del tempo, ma in un bisogno di rinnovarsi e di rinnovare, assorgere ad un vivere civile pi libero, pi virtuoso, pi conforme ai grandi esempi del passato. La tristezza stessa che aleggia su quei canti tutta ardente d'idealit e di speranza. Rileggendo i _Iuvenilia_ io provo un'impressione strana, come di un uomo che in fondo ad una valle caliginosa e densa di gravi vapori: respira a stento, eppure cammina con un'energia indomita per salire in alto; molto in alto. O l'uragano o la gran calma delle alte vette lo attendono. Non importa, ma si respirer meglio lass. Il suo gran petto e la sua ardente fronte hanno bisogno di questo. * * * Le poche poesie d'argomento politico non appartengono alla primitiva raccolta dei _Iuvenilia_, la cui prima stampa fu nel '57 in San Miniato[6], quando il Carducci era appena ventenne e n meno sono accolte nelle successive edizioni del Barbera,[7] da cui furono escluse per ragioni d'arte e di opportunit. Esse sono: una canzone petrarchesca a Vittorio Emanuele che chiude: Poi sui colli italiani l'ombra adora di Roma e il voto augusto sciogli di Giulio e di Traian sul busto. altre rime cagionate dagli avvenimenti di quegl'anni; in fine la nota ode alla _Croce di Savoia_, stampata in fascicoli e messa in vendita e anche in musica nell'ottobre del '59. Nelle edizioni dello Zanichelli vennero poi fuse fra i _Iuvenilia_[8] e fu pi giusto criterio perch esse hanno grande valore nella storia del suo pensiero politico. [6] _Rime di Giosu Carducci._ San Miniato, tipografia Ristori, 1857. Edizione che ora non si trova in commercio. [7] _Poesie di Giosu Carducci (Enotrio Romano)._ Firenze, Barbera. (Quattro ristampe, '71, '74, '78, e '80). [8] _Iuvenilia._ Edizioni definitive dell'80 e del '91. Bologna, Zanichelli. Il Carducci, fin da allora repubblicano classico (tanto per esprimere con parola poco determinante una quantit di fatti e di idee determinate, ma che richiederebbero assai tempo per dichiarare convenientemente) repubblicano per istudi, per l'antica origine della sua gente, per educazione famigliare, per la perfetta italianit del suo genio, dimostra in questo canto giovanile come il concetto dell'unit politica fosse in lui superiore a qualsiasi preoccupazione partigiana, supposto che ve ne fosse stata. Inoltre in questo poetico e gentile invocare l'elemento signorile, conservatore, eroico-feudale a fondersi con il popolo e con la borghesia, non si contiene un'esplicita affermazione di fede monarchica, come poi gli fu mosso rimprovero, quanto un'aspirazione sincera e sinceramente espressa di valersi di tutte quelle forze etniche e storiche che, formanti, per cos dire, la complessa geologia morale di questa secolare Italia, potevano contribuire validamente a risaldare la compagine della risorgente nazione. * * * Sotto il secondo titolo di _Levia Gravia_ si raccolgono le rime composte fra gli anni 1861-1867, cio nel tempo in cui, anche a cagione dell'alto ufficio, rivolse tutta la sua mente ad ampliare ed approfondire la sua coltura; tempo vissuto--come Egli stesso dice--in pacifica ed ignota solitudine fra gli studi e la famiglia. Nei _Levia Gravia_, scriveva il Carducci nel '71, faccio la mia vigilia d'armi; ma dieci anni dopo, nella prefazione ad una definitiva ristampa (Bologna, Zanichelli, 1881), cos ne ragiona: Ci si vede l'uomo che non ha fede nella poesia n in s e pur tenta; tenta la novit, e non ha il coraggio di romperla con le vecchie consuetudini; discorda dalla maggioranza e la segue; scambia la materia per l'arte, o le mette in urto fra loro; si balocca facendo sul serio; gitta un grido, e ha paura della sua voce che si perde nel vuoto. Rileggendomi, mi giudico come un morto; e anche di questo volumetto che do a ristampare veggo e sento la livida screziatura e il freddo, come d'un pezzo di marmo che aggiungo a murare il sepolcro de' miei sogni di giovent. Sparite via presto, o morticini; io non ho n il tempo n la voglia di farvi n meno il compianto. A parte la violenza del giudizio che Egli n meno a s stesso risparmia, certo che i _Levia Gravia_ mancano di personalit e di originalit; sono piuttosto una sosta che un progresso. Egli forse volle significare ci col togliere in questa ristampa dell'81 alcuni bellissimi sonetti i quali furono poi compresi nelle _Rime Nuove_, e con l'accogliere invece le meno perfette rime dei _Decennalia_[9]: ma una sosta piena di raccoglimento, quasi a chiamare ed esercitare le forze per ispingersi a nuovo e libero viaggio. [9] I _Decennalia_, editi nelle citate edizioni del Barbera, sono il nucleo delle rime politiche che aggiunte ad alcune delle _Nuove Poesie_ (Imola, Galeati, 1873), formarono poi il volume dei _Giambi ed Epodi_ (Bologna, Zanichelli, 1882). * * * L'_Inno a Satana_ segna appunto il termine di partenza per il futuro viaggio. Quest'inno concepito di getto dopo anni di ricerche e di dubbi in una notte di settembre del 1863, in una vera stasi di eccitamento lirico, chiude la serie delle poesie giovanili ed la prima delle poesie nuove del Carducci, o piuttosto sta a s come intermezzo di un impeto cos pauroso e folgorante cui non trovo riscontro adeguato nella poesia moderna[10]. lo scoppio di una forza selvaggia che si regge pi per ingenito equilibrio che per meditato freno della ragione. [10] L'_Inno a Satana_ nelle citate edizioni Barbera posto fra i _Decennalia_. Nelle seguenti edizioni (Zanichelli, '81 e '93) posto fra i _Levia Gravia_, ma in fine, quasi ad indicare, anche materialmente, che l'ultima delle poesie giovanili. Quest'inno, ripeto, concepito e gettato nel 1863, pubblicato (si noti il lasso di tempo e il modo che sono di una significazione grandissima) nel '65 per amici e conoscenti, diventa di dominio pubblico, corre la penisola, i giornali massonici e democratici se ne impadroniscono come di un'arma e lo ristampano; il nome del poeta fatto popolare oltre l'aspettazione e l'intenzione, pi che per qualsiasi altra sua opera d'arte; ma nel tempo stesso si stabilisce il primo dei malintesi fra il Carducci ed il pubblico. * * * Ed ora una domanda: quest'inno ha veramente il valore letterale che gli fu dato, cio di un carme oggettivo sciolto all'ara della pura dea Ragione? Cos pare ad una prima lettura, cos venne interpretato: v' di pi, cos il Carducci stesso lo difese nelle _polemiche sataniche_; dove, scusando la poco estetica sintesi, disse di avere adombrato, come in una poesia lirica potevasi, la storia del naturalismo panteistico, politeistico, artistico, storico, scientifico, sociale; cio la natura e l'umanit ribelli necessariamente nei tempi cristiani all'oppressura del principio di autorit dogmatico congiunto al feudale e dinastico. L'inno, fuor di dubbio, vuole anche significare tutto questo. Ma ora un'altra domanda: il Carducci quando concep quel canto, sent la necessit sociale o filosofica o politica che dir si voglia di bandire al pubblico quelle verit? No certamente; tanto vero che due anni passarono prima che fosse reso di pubblica ragione. Se Egli era davvero convinto che vi si contenesse un insegnamento utile, una verit nuova da rivelarsi, perch non lo divulg subito? Forse perch come esecuzione non rispondeva al suo concetto artistico? Ma questo, cio che mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) gli usc dalle mani tanto volgare, Egli pot dire nel 1881, dopo aver composto le _Rime Nuove_ e le _Odi Barbare_, non allora che vivo era ancora l'ardore del concepimento. Di fatto in questa fine di secolo un tale intendimento filosofico, espresso per giunta in forma lirica, pu sembrare un anacronismo o un'ingenuit. Non voglio dire con questo che la reazione politica di allora non coonestasse in parte questo intendimento; ma non giunge certo sino a spiegare la subitaneit e lo scatto lirico di quel canto. Le cause si debbono ricercare in fonti pi intime e riposte. * * * Questo canto alla vittoria del pensiero umano sembra essere piuttosto il grido d'osanna alla vittoria sua, della sua ragione divenuta perfettamente libera, e segna il passaggio alla fase piena e virile. Una pi profonda e comprensiva conoscenza dello svolgersi del pensiero storico-umano, maturatasi in quelle sue divinatrici ricerche sul trecento e sul quattrocento e in un largo studio degli scrittori moderni, specie stranieri, diede origine al passaggio, form la convinzione e l'inno balz fuori come folgore. Esso in fine altra cosa non che il paganesimo artistico degli anni giovanili, il quale fatto cosciente di s e si afferma naturalismo ed umanesimo: da questa convinzione procede il poeta nuovo e vi si mantiene. L'_Inno a Satana_--scrive tra le altre cose il Carducci in risposta all'affettuosa ma non profonda lettera che Quirico Filopanti gli rivolse in proposito il 9 dicembre 1868 nel giornale bolognese _Il Popolo_-- l'espressione subitanea di sentimenti tutt'affatto individuali; e, se non vo errato, non molto diversamente da ci che io ho detto, si espresse pi tardi nel prologo _Al Lettore_, premesso alle edizioni Barbera. Si pu insomma affermare che quest'inno ha sopra tutto un senso non pur soggettivo ma simbolico: invece fu interpretato soltanto nel senso letterale ed oggettivo come un proclama di fede civile e politica. E qui sta l'errore: errore a cui il Carducci stesso contribu involontariamente, non tanto con la poesia quanto con le polemiche sataniche. Egli non pot o non volle dare dell'inno la spiegazione che verosimilmente la vera, ma accett invece la battaglia nel campo che i suoi avversari avevano scelto e dove lo trassero in agguato, senza che n meno essi il pensassero. L'irruenza alata, ridente, folgorante di quelle polemiche dovea di necessit riportare vittoria completa; ma fu una vittoria in cui vero che gli anonimi o trascurabili avversari rimasero schiacciati; ma vero altres che Egli fu costretto ad avanzare con affermazioni di tal natura che pure essendo assolutamente esatte in s, non potevano dal pubblico essere comprese se non in senso assai partigiano. A queste polemiche Egli fu tratto s dalla critica poco illuminata e molto settaria che gli fu mossa da ogni parte, come anche dalla sua indole proclive--Egli stesso lo dice--all'opposizione, anche letterariamente. Vi sono poi altre particolarit del suo temperamento d'uomo e di artista determinanti la forma e la sostanza di questa e delle altre sue prose battagliere. Non eccitato, il suo giudizio di una serenit olimpica; ma l'opposizione sistematica ovvero informata di saccenteria partigiana, di burbanzosa sicurezza, di malafede o d'ignoranza, lo squilibra; non pu restarne impassibile, ma corre dalla difesa all'offesa: e allora il fenomeno particolare, transitorio, sembra acquistare un carattere assoluto ed immanente; l'eccesso dell'intelligenza e le gemme scintillanti della prosa accumulano argomenti e prove come diga immensa contro un torrente da nulla; e tutto un esercito Egli accampa contro un nemico che cadr l'indomani da per s per difetto di forze. Per queste cause mentre ogni singola ragione vera in s e tale ci appare e il tutto ci trascina e ci ammalia, non per ci persuade interamente. L'avversario ne esce disfatto; il lettore non sempre vinto. Ancora: molte fra quelle polemiche sono modelli meravigliosi di ardimento, di verit e di bont illuminata dal genio; eppure hanno un altro lato debole, appunto perch il Carducci debole in questo che la sua mente, specie quando contrariata, diviene troppo suscettibile a tutto ci che si presenti con un lato estetico e questo gli esclude o per lo meno gli adombra gli altri. Saranno forse queste le cause per cui rileggendo alcune di quelle pagine di prosa io provo oggi un'impressione strana, perch mi sembra che il tempo le abbia troppo rapidamente scolorite; e pensando a tanta ricchezza di verit, di affetti, di pensieri che rimane l inerte, un'immagine non lieta mi si affaccia, come di un nembo di gemme che ricoprano un cadavere. Del resto sarebbe presunzione e mancanza di gentilezza l'avere accennato a questi caratteri difettosi senza dire per anche che essi (se pur difetti si possono chiamare) traggono origine da un invincibile ed eroico sentimento del bene e del vero, che noi mal nati a pena riusciamo ad intendere non che a sentire. Forse per questo anche che quelle pagine ci sembrano scolorite. Ma di questa impronta e natura originalissima delle sue polemiche sar detto pi diffusamente nel capitolo che segue. Concludendo per ci che riguarda l'_Inno a Satana_, certo che la difesa che Egli ne fece diede valore all'interpretazione popolare: l'intendimento politico venne subito a galla e s'impose alle altre e pi difficili considerazioni filosofiche e storiche; la voce brutta di--cantore di Satana--divenne, malgrado l'austerit del Poeta, il maggior titolo di gloria; e la crescente generazione, inceppata da intellettuale, atavistico servaggio; incapace, per la pi parte, di salire con meditazione, con pazienza e con raccolta energia di virt e di studi al livello dei nuovi tempi, ma pur bramosa di giungervi ad ogni costo e di fare presto, ripet le strofe di quel canto come dogma di una nuova fede, come espressioni di una dottrina nuova che gi si respirava nell'aria, ma di cui mancavano i convincimenti e i salutari ritegni. Infine se ne valse come di un'asta per varcare d'un salto, allegramente, al di l del precipizio, ove sono i regni della dea Ragione, ne' quali assai facile lo smarrirsi, se pure non si giunga per la difficile via del dolore e della vera sapienza. * * * Quelle energie che nell'_Inno a Satana_ si risvegliarono indomite e selvagge, sono poi da una sovrana ragione rese domite e docili. L'arte ed il pensiero si modificano, ed acquistano una sicurezza di obbiettivo, una coscienza di s che prima non erano; un ardimento cui la convinzione e l'alto intento non permettono di trasmodare, e perci anche quando eccessivo, ci pare vero e ci vince. Appunto in quel tempo che la sua Musa: prese d'assalto intrepida i clivi de l'arte. La forma stessa si adatta al nuovo pensiero: metri pi agili e saettanti subentrano; ed il sonetto acquista quell'equilibrio di struttura, quell'oggettiva e fremente comprensione di cose e di idee che lo rendono pi unico che nuovo, tale che Egli si pu con pari onore accompagnare ai massimi poeti ricordati[11] come maestri di questa originale forma della nostra poesia. [11] Vedi _Rime Nuove_. Il sonetto. Non pi l'uomo che, come Egli stesso disse, non ha fede nella poesia n in s, ma il cavaliere che ha compito la sua vigilia d'armi, che esce dalla solitudine temperato nell'onda della sapienza e si affaccia al popolo d'Italia nell'invincibile sua fede. Non pi la giovent che mal cela il vigore delle membra nel raccoglimento delle venerate forme dell'arte; ma una giovent nuova, libera, quale sorta dall'_Inno a Satana_, eccitata, infiammata, armata di tutto punto per la battaglia. E di fatto tutta la sua vita una battaglia. Egli nella storia del risorgimento un personaggio fatale. Mazzini e Garibaldi formano due lati di quella base di cui il Carducci rappresenta il terzo lato. Egli la loro logica continuazione. In Mazzini l'idea politica storicamente desunta dalle nostre tradizioni pi pure; in Garibaldi il combattente eroismo congiunto ad un senso di umanit semplice e buono, proprio di nostra gente; nel Carducci l'arte e gli studi che furono tanta parte della antica vita italiana e cos grande cagione nel sentire e nell'affermare il diritto di nazionalit; e in quelli e in questo quel senso dell'idealit e della virt storica che si presentava come fisso termine di confronto per tutte le riforme richieste dalla necessit dei tempi. Io so bene che a molti che appartengono alla vita combattente dell'oggi questo ravvicinamento sembrer strano per lo meno; eppure io lo ho voluto dire perch lo sento vero. * * * Gli avvenimenti politici che vanno dalla battaglia di Aspromonte alla presa di Roma, determinano l'indirizzo della nuova poesia del Carducci. I _Giambi ed Epodi_[12] sono il frutto di quegli anni, e muovono da quegli avvenimenti i quali segnano, a vero dire, non la via della gloria ma la _via crucis_ per cui la patria si ricongiunse in nazione. [12] Vedi la nota a pag. 50. inutile fare raffronti su la satira del Carducci: essa tutta sua, tutta del tempo. Muover, forse, come arte dal Barbier e da Victor Hugo; nel Carducci vi sar forse meno finezza di sarcasmo e meno intenzione letteraria: ma v' pi dolore. Io non la chiamerei neppur satira: quello un grido disperato al tradimento e al parricidio. Senza dubbio i _Giambi ed Epodi_ sono una requisitoria terribile contro il partito moderato monarchico che in quegli anni resse ed ebbe la responsabilit della cosa pubblica. Sono queste questioni difficili, dolorose e pericolose non solo a risolvere ma ad accennare soltanto. Tuttavia, per usare di una metafora che pu sembrare graziosa in questi tempi sgraziati, si pu dire che la cambiale avente per sua scritta unit e indipendenza d'Italia ebbe bisogno della regia firma di re Vittorio se volle passare allo sconto della politica europea. La firma di Giuseppe Mazzini non fu riconosciuta valida, e se una gran parte della nazione ne sent sdegno e protest, non vi fu per quell'unanimit di energie, di virt, di convinzioni maturate tali da imporre ad ogni costo, anche a chi non voleva, la firma del grande agitatore. Il nuovo avallo rese accetta la cambiale: se poi le condizioni e il metodo furono alquanto mutati, bisognava pur rassegnarsi e contentarsene, anzi saper grado al monarca, giacch il fine si voleva e le forze morali e materiali per ottenerlo col primo mezzo si erano mostrate ed erano in realt insufficienti. Lungi ad ogni modo la supposizione di voler farmi io giudice del partito monarchico moderato d'allora: io credo tutt'al pi a certe fatalit storiche che si impongono agli uomini loro malgrado; credo che i migliori fra quelli abbiano operato cos non per incompleto senso di italianit, quanto facendo sacrificio di questo sentimento ad un fine che si presentava troppo facile per essere il vero, e per converso troppo immediato per lasciarlo sfuggire. Quando si dice che l'unit d'Italia fu un fatto miracoloso, non si esagera. Ma non una lode. Fu in vero un miracolo di contingenze, parte spontanee, parte provocate da un ministro di genio che produssero in breve tempo la unit della terra quando l'universale della nazione non era compresa da quell'altissima idea. Con queste parole io non credo di menomare la dovuta venerazione agli eroi della patria, nel culto de' quali sento di non essere inferiore ad alcuno; s di accennare ad un fatto storico che per opportunit si potr nascondere, ma non con valide ragioni negare. * * * Sono i _Giambi ed Epodi_ una requisitoria contro un partito? Sono. Ma un critico del tempo futuro che trascendesse a pi lato senso, li potrebbe anche chiamare una requisitoria contro l'intera nazione. Vi sono strofe come queste: Solingo vate, in su l'urne de' morti Io vo' spezzar la lira. Accoglietemi, udite, o degli eroi Esercito gentile: Triste novella io recher fra voi: La patria nostra vile. e l'altra: O popolo d'Italia, vita del mio pensier; O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo, Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo, E de' miei versi funebri t'incoroni il bicchier. ed altre, molto consimili di senso se non cos di violenza, che sono voci nuove. Non sono espressioni di poeta solitario od irato; e non sembrano nemmeno la voce d'un uomo solo: sembrano un grido fatale che muova dalla profondit della storia, quasi ultima strofa del carme secolare italico che palpita diffuso dai canti de' poeti che gi vissero sotto il nostro gran sole. Alcuno pu ricordare le imprecazioni dantesche, i versi del Petrarca, ove chiama l'Italia vecchia, ozosa e lenta. Sia pure; ma la storia l a dimostrare come questa nostra patria seppe ne' suoi complessi elementi ringiovanire ancora, come per il fenomeno di una vitalit sorprendente seppe aprirsi la via fra infiniti ostacoli, e pur priva di unit politica, imporre alle circostanti nazioni l'unit del suo genio. Speranza in una simile vitalit ci affida per l'avvenire? Cos fosse! Ma fra l'esausta stanchezza di nostra gente e la maturit dei tempi e degli altri popoli vi troppo dislivello cos da sperare che quella possa dare l'impronta del suo essere a questi, o non piuttosto esserne assorbita e quindi distrutta in una pi complessa e nuova forma di vita. Tale presentimento di morte si diffonde come larga ombra su tutta l'opera del Carducci e d alla sua energia l'aspetto di una difesa personale, appunto perch Egli pi di ogni altro sente di avere concentrate in s le pi nobili qualit del genio italico. L'esaltazione che da ci ne deriva sublime e assolutamente logica. Egli irrompe contro il partito moderato perch offriva pi manifeste le stigmate del male. Esso ci d Custoza, Lissa, la soggezione all'impero di Francia, la cessione della Venezia, la presa di Roma nel modo e nel tempo che avvenne; invece il partito repubblicano, libero dalla diretta responsabilit politica e avente ne' suoi capi un'idealit superiore, non solo esce immune da transazioni o da sospettate colpe, ma si cinge d'eroismo semplicemente. L'epica impresa dei Mille, Aspromonte, la spedizione dei Cairoli, Mentana, le cavalleresche gesta di Francia, per tacere dei fatti minori, sono cos gentili e mirabili opere che alla nostra fantasia, dopo cos pochi anni, si presentano cinte dall'aureola della leggenda: e i personaggi anche minori che da quei fatti emergono, hanno un'impronta cos geniale d'italianit e di bont, che io non so se sia effetto del tempo o della morte che placa le passioni presenti e d agli uomini un'attitudine di fratellanza e di virt, ovvero se proprio sia perch essi erano tali, ma certo che messi al confronto del positivismo utilitario che il carattere pi saliente di noi modernissimi, ci paiono troppo diversi e infinitamente pi avanti nell'ideale della verace perfezione umana. il caso qui di ragionare dell'opportunit politica di quelle imprese repubblicane? No certo. Solo una considerazione io voglio fare, ed che, se quelle che furono opere di pochi, fossero state opere dell'intera nazione cosciente e volente, n prima n poi sarebbe avvenuto di parlare di opportunit, ed altra sarebbe la fortuna della patria. A parte dunque anche il lato eroico, certo che quelle azioni e quegli uomini, per s soli, astraendo affatto dalla loro fede politica, dovessero presentarsi come molto affini agli intendimenti ed all'idealit del Carducci. E perch quegli uomini erano naturalmente repubblicani, cos il Carducci non solo riconobbe in questo concetto qualche cosa che rispondeva molto da vicino a' suoi individuali convincimenti gi maturati nello studio e nella solitudine; ma per quello spirito di opposizione e di assoluto che gli proprio, a quel nome di repubblica congiunse tutto ci che la sua mente concep come bene e come alto dovere, e lo spinse come un'arma contro il partito moderato monarchico. A tutto ci che non era allora e che non oggi s nella vita civile e politica, s negli studi e nella molteplice attivit nazionale: a tutto ci che non e che avrebbe dovuto essere, di cui la grande tradizione italica avrebbe dovuto imporre la coscienza e lo stimolo non solo in pochi ma nell'universale: a tutto quel complesso di idealit antiche e nuove a cui un popolo troppo vecchio, sebbene avesse l'apparente giovent della rivoluzione, non poteva sorgere: a tutto ci che libero, generoso, bello, vero, il Carducci diede un epiteto di cui si compiacque come quello che rispondeva ad uno stato politico logico per la nazione quale Egli avrebbe voluto che fosse, l'epiteto repubblicano. Che per tali affermazioni non fosse allora n compreso n piacente al partito avverso (il quale fra i torti attribuiti ebbe anche quello di dover fare, come gi dissi, il molto col poco) non deve far meraviglia; come non parr innaturale se io affermo che il grosso pubblico in quelle sue reiterate e sdegnose invettive non riconobbe che una semplice ribellione di parte, mentre erano espressioni della pi fine aristocrazia del pensiero e della pi alta italianit. Ma in qualsiasi modo venisse dal pubblico interpretata, sempre vero che quella sua lirica che suonava disperatamente, come campana a martello, acquistava grande forza di attualit politica per il fatto che in quel tempo vivevano Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Mario e con essi il fiore del patriottismo eroico; i quali reggevano e improntavano l'opinione popolare della loro volont e della loro fede: e il canto del Poeta, inspirato a quella volont e a quella fede, sembrava ricordare al popolo i giorni numerati che mancavano all'avvento della santa repubblica. * * * Ma oggi che le idee ed i fatti hanno preso una piega ben diversa, bisogna convenire che l'influsso esercitato da quegli uomini fu pi di apparenza che reale. In fatto da non pochi si sper allora e si credette che le nuove generazioni, pur modificandosi in parte secondo le necessit storiche, avrebbero avuto origine da quegli uomini, e che la nuova civilt italiana si sarebbe formata su i loro ideali. Invece pare vero il contrario, cio che quegli uomini siano stati definitivi e non abbiano avuto discendenza morale se non effimera o apparente, quasi piante senza propaggini; e che la civilt quale si va disegnando nel presente derivi le sue origini piuttosto da un movimento esteriore, internazionale, scientifico, di cui la libert politica favor e l'ingresso e lo sviluppo. Per tali ragioni quelle rime dei _Giambi ed Epodi_ che poco pi di un ventennio addietro erano di una opportunit ed efficacia grandissime, oggi possono sembrare a molti come appartenenti alla storia politica e letteraria del tempo; e questo non per la sola ragione che la poesia politica di durata breve, ma perch il sentimento patrio che ne la nota dominante, non pi sentito a quel modo o non sentito affatto. Tanto vero che la poesia civile del Carducci di questi ultimi tempi, informata allo stesso sentimento, sebbene con indirizzo politico apparentemente diverso, non commuove pi il pubblico n sarebbe pi tale da procacciare popolarit ad un poeta nuovo. * * * Ma ritornando alla fede repubblicana del Carducci in quel tempo, si osservi di quante necessarie cautele Egli si mun, ogni qual volta dovette esplicitamente dichiararsi, perch il suo giudizio non venisse frainteso. Nelle elezioni generali del '76, agli elettori di Lugo che lo aveano eletto loro deputato, dopo avere con altissima parola sostenuto che a lui perch poeta non dovea essere preclusa la via della rappresentanza nazionale, aggiunge: S; io sono repubblicano. (_Scoppio di prolungati e replicati applausi_) E repubblicano divenni non per rapimento giovanile, n per dispetti che io avessi col Governo dei moderati, del quale io personalmente non avrei che a lodarmi. Mi chiamarono ancor molto giovane, senza che io ne li chiedessi, a insegnare in una delle prime Universit: mi diedero anche, sempre non richieste, altre onorificenze e commissioni didattiche: un solo torto mi fecero e ben lieve, e scusabile in tempi di tanta concitazione delle parti politiche. N prima io aveva preso parte ad associazioni politiche, n vi presi parte, poi, per un pezzo. La mia giovent fu tutta negli studi: nella solitudine degli studi nacque, crebbe, si afforz in me l'idea repubblicana. Ma la repubblica mia non repubblica per sorpresa: anche questa pu sorgere a certi momenti, sebbene non pi desiderabile ai veri repubblicani, come troppo difficile a mantenere e ad assodare. E nemmeno la repubblica oligarchica di un partito anche ottimo, e tanto meno la repubblica dittatoria d'una fazione. Ma non per questo io credo che la repubblica sia solamente quistione di forma: la repubblica per me l'esplicazione storica necessaria, l'assettamento morale della democrazia nei suoi termini razionali: la repubblica per me il partito logico dell'umanesimo che pervade oramai tutte le istituzioni sociali (_Applausi_). Tale essendo per me la repubblica, naturale che essa, questo governo di tutti, deve escire dalla persuasione della maggioranza; e dai voti della maggioranza io l'aspetto, e spero che non s'abbia a dire col poeta: _Qual di te lungo qui aspettar s' fatto!_ Questa esplicita quanto elevata professione di fede politica fu compresa nel suo pieno significato, o non si applaud piuttosto che alla parola repubblica, giudicando le altre come un contorno estetico di quella? Cos io penso: ma volendo giudicare il Carducci quale , non quale appare ai pi, certo che quel discorso non solo contiene un'aspirazione quanto un avvertimento severo dove dice che tale forma politica non deve essere n donata n imposta ma conquistata col graduale e cosciente assorgere morale del popolo ad un pi elevato tipo di vita e quindi ad una forma di governo che ad essa conforme. Forse movendo da tale considerazione o piuttosto da tale fede in un'umanit migliore, dopo sei anni, nel 1882, scriveva[13]: Io dico che in Italia, dopo Cesare Balbo, Camillo Cavour, Alfonso La Marmora, Vittorio Emanuele, non conosco monarchici altro che sentimentali e opportunisti; opportunisti, per amore dell'unit e per timore del mutamento: io dico (e lo dico con tutto il rispetto che devo al capo dello Stato e ad un nobilissimo gentiluomo) che n anche la Maest del Re Umberto non un vero e proprio monarchico. [13] Polemica su i _Giambi ed Epodi_. CAPITOLO IV. LE ODI BARBARE E L'INDIVIDUALISMO DEL CARDUCCI. Nell'intervallo, ed al cessare degli avvenimenti che diedero origine ai _Giambi ed Epodi_, specie dopo la rivendicazione di Roma, che chiude, bene o male, il dramma del risorgimento politico, l'arte pura riprende il sopravvento, e si dilata ed occupa tutto l'orizzonte del pensiero e dell'anima. un sole folgorante in pieno meriggio che penetra da per tutto, non nasconde nulla perch di tutto cosciente. V' un'esuberanza di vitalit artistica e di passione che ci incatena e ci fa piccoli come dinanzi ad ogni altro grande fenomeno della natura. Se v' un difetto, questo nella ricchezza sua stessa. E quante nuove corde aggiunte alla sua lira: la nota intima, famigliare, lagrimosamente semplice e composta come in _Pianto antico_, nel sonetto _O tu che dormi l su la fiorita_, l'_Idillio maremmano_ e _Davanti San Guido_; la riproduzione icastica e psichica dell'evo medio, come _Su i campi di Marengo_, _Faida di Comune_, _La leggenda di Teodorico_, concezioni epiche con forma e movimento lirico; cose nuove nella storia della poesia italiana; le _Primavere elleniche_, primavera delle odi barbare; i sonetti _Il bove_, _Santa Maria degli Angeli_; meraviglie di un'arte insuperabile! Tutti i critici che trattarono di queste rime s'accordano nel notare l'immediata corrispondenza fra l'uomo e la natura. Ma la natura del Carducci non solo quella che fiorisce e si muove sotto questo pallido sole dell'oggi; ma tutta la natura che gi visse e fu forse pi ridente, pi originale e pi libera: ed Egli la fa palpitare e muovere tutta come su la tastiera di un organo immenso. Se per questa diretta comunione del poeta col mondo esteriore, se per la nitida e plastica rappresentazione de' propri fantasmi, se per un senso umano e profondo da cui l'artefice naturalmente portato ad elevare il suo canto a missione maggiore che il diletto artistico. Egli debba essere, come fu da molti suoi critici, chiamato pagano, io non so. A me sembra vero e grande semplicemente; e tanto pi grande in quanto che a tale altezza Egli sorge pi per prepotente sviluppo del suo genio, che per azione diretta degli uomini e dei tempi. Del resto avverta il lettore che io non intendo con queste poche parole di fare n qui n in altri luoghi uno studio sull'arte: altri, e maggiori e pi competenti di me e letterati di professione, ci fecero. Il mio intento di seguire un filo di idee che mi guidi alla soluzione della questione da cui si intitola questo scritto. * * * Ma se tutta quella ricchezza di canti, in vario tempo e modo pubblicati, raccolti infine sotto il nome di _Rime nuove_, segna il punto della maggiore variet e genialit della sua poesia, pure a me sembra che questo incontentabile artefice non abbia ancora trovato l'espressione artistica che lo soddisfi interamente e raccolga in forma nitida ed una il suo complesso pensiero. Le _Odi barbare_ sono appunto questa espressione ultima e sinteticamente felice del suo genio di poeta, di filosofo, di italiano. Esaminiamone da prima la forma o contenuto, avendo essa un gran significato; e bench un tempo se ne sia ragionato e scritto moltissimo, tuttavia qualche cosa ancora rimane a dire. Nel 1881, sotto il titolo _La poesia barbara nei secoli XV e XVI_[14] il Carducci stesso pubblic un dottissimo volume ove con ogni diligenza sono ricercati i documenti e le tradizioni della poesia barbara nella lirica italiana: non solo, ma letterati e critici ne presero occasione per trattare con molta competenza e seriet la questione scientifica e metrica. Vedasi sopra ogni altro il dotto studio del Chiarini: _I critici e la metrica delle odi barbare_, precedente la seconda edizione delle prime odi[15]. [14] Zanichelli, Bologna. [15] Zanichelli, Bologna, 1878. Questi pregevoli studi mentre valsero a ridurre al silenzio molte affermazioni malsicure od erronee con cui una parte della critica non erudita combatt le _Odi barbare_, tuttavia ebbero a mio avviso un torto involontario, perch contribuirono a rassodare una falsa opinione che era nel grosso pubblico, cio che quelle odi fossero di formazione non spontanea, ma ricercata; una specie di esercitazione poetica elevatissima e dottissima fin che si vuole, ma che risente dell'arte del mosaico e della virtuosit dell'erudito. Opinione falsissima se altra mai: eppure bisogna tenerne conto almeno da parte mia, poich nel rilevare questo dissidio fra l'individuo ed il pubblico, consiste grande parte della forza e del concetto di questo mio scritto. Apriamo dunque una parentesi e cominciamo a fermarci un po' su questo punto che sar ripreso pi avanti e con diversa intonazione. Quando il Carducci in fine dell'_Eterno femminino regale_ (23 dicembre 1881) esclama: _Ah vil maggioranza! A te il suffragio universale e tante scatole di penne di ferro quante servano a scrivere altrettanti romanzi che t'appestino e muoian con te. Ma strofe e te, mai! Sciagurato il poeta che pensi a te! Da lui la strofe alata rifugge su penna d'aquila o d'usignolo, cantando Odi profanum vulgus et arceo_[16], dice cosa vera. [16] Questa invettiva, come noto, si origin dall'erronea interpretazione data al verso dell'_Ode alla Regina_ con la penna che sa le tempeste, ch molti per _penna_ intesero la cannella o quella d'oca per iscrivere. Ma quando dinanzi agli elettori di Pisa, nel '86, afferma _che la sovranit popolare sta su tutto e su tutti, indiscutibile principio d'ogni autorit e d'ogni funzione politica... che non abdica mai, che nessuna forza pu sequestrare, che nessun uomo pu impersonare_, dice cosa ugualmente vera. Solo a me sembra che la _vil maggioranza_ sia proprio una cosa sola con la _sovranit popolare_, sia essa o monarchica, o repubblicana, o socialista, o indifferente o quel che pi piace; la quale se imprime la propria volont nella politica, anche nell'arte non si astiene dal far sentire ci che giudica e ci che vuole. Un trattato d'erudizione potr mettere alla berlina un critico impudente; ma non far ricredere il pubblico, oggi che il pubblico tutto; n su di esso lascier traccia maggiore che una barca sul mare. Il suo giudizio il pubblico se lo forma subbiettivamente con un'intuitiva e istintiva conoscenza di s, delle sue forze, delle sue volont, delle sue aspirazioni. Il vero, il bello, il buono non esistono per esso in via assoluta. Il vero, il bello, il buono sono ci che giudica assimilabile, confacente, utile a s: il resto pu essere quello che si vuole: una sinfonia di Wagner, un'ode come _Alle fonti del Clitumno_; ma sempre qualcosa che non soddisfa, che non s'intende o non giova intendere: cio retorica. E intendiamoci: questa maggioranza formata non da una speciale classe sociale; ma tutti vi contribuiscono anche quelli che sono conservatori e ricchi e borghesi. semplicemente un fenomeno della nostra vita contemporanea che non tutti avvertono od ammettono, e per quanto possa essere individualmente spiacevole, ogni recriminazione in proposito sarebbe vana. L'artista, sia poeta, sia pittore, sia drammaturgo, sia musico, dovr scegliere: o rinunciare alla propria individualit o rinunciare alla popolarit e quindi a tutti i vantaggi che ne derivano. Per ci che riguarda questo mio lavoro, mi sono proposto di non perdere mai di vista il giudizio del pubblico e de' suoi interpreti, ma di tenerne conto anche se sostanzialmente erroneo, appunto perch (ripeto) nel contrasto o latente o palese fra esso e il Poeta, sta la causa della sua evoluzione. E ritorniamo ora alla forma delle _Odi barbare_. * * * Che le _Odi barbare_ abbiano una parentela letteraria con erudite esercitazioni metriche dei secoli XV e XVI, un fatto puramente occasionale e non deve avere influito che in parte minima su la scelta di quella forma lirica. Essa nacque non pensatamente, ma spontaneamente; cio non la forma gener ed impresse la sua linea all'idea, ma l'idea si plasm di per s in quella forma. Appunto inversamente di ci che dice il pentametro del Platen premesso alle prime odi: forma pi nobile abbisogna di profondi pensieri. Il Carducci tolse la melodia degli usati metri ed il ritorno della rima per ragioni consimili a quelle che mossero un altro grande aristocratico dell'arte, il Wagner, nel suo teatro di Bayreuth, a sprofondare l'orchestra e spegnere ogni luce, appunto perch tutta l'attenzione fosse rivolta alla scena. Parimente il Carducci togliendo l'allettamento melodico dei metri conosciuti e la distrazione della rima, intese a costringere l'attenzione del lettore su la pura idea. Ma perch un'idea per quanto poetica non pu chiamarsi lirica se non riveste una forma ritmica costante, cos il Poeta occult e dispose i soliti versi italiani secondo lo schema della metrica greca e latina creando cos un'armonia nuova, che io chiamerei esteriore o apparente. Questa, a vero dire, assai facile intendere come facile comporre versi barbari anche senza conoscere affatto la metrica greca o latina. Lo prova il numero grande dei poeti imitatori che fiorirono breve ora attorno alla gran pianta della lirica carducciana. Ma sotto quell'armonia esteriore ve n'ha un'altra interiore che vivifica quella forma antica e non possibile imitare. Questa seconda armonia se per un orecchio educato facile a sentire, non cos facile a spiegare. Mi ci prover tuttavia. Nelle _Odi barbare_ le parole si raggruppano in modo nuovo, acquistano significati speciali, si dispongono con trasposizioni talvolta audaci. Questa apparente contorsione del periodo sembra essere congenita al metro barbaro, invece congenita al pensiero. Le forme della nostra lirica italiana non avrebbero avuto dimensioni e forza per accogliere questo nuovo stile senza perdere della loro linea naturale, invece il metro barbaro non solo l'accetta ma sembra quasi imporlo esso stesso. Ma cos nitido, cos sicuro, cos potente il fantasma poetico, e per contro tanta grande la conoscenza della forze di ogni parola, che in questo nuovo stile Egli plasma di getto tutta la sua visione interiore e riesce con quello stesso inusitato senso e disposizione delle voci, a farci vedere questo interiore fantasma nitidamente nelle sue pi lievi sfumature. In altre parole una meravigliosa e individualissima pienezza di pensiero che come si va svolgendo cos si veste subito, senza alcun mezzo, della parola; la quale si piega, s'affina, si tormenta con vaghissimo spasimo a seguirlo e renderlo con esattezza fotografica, e questa parola cos tormentata pur riesce divinamente naturale ed armonica, non per s ma perch divinamente armonico il fantasma che sotto si scorge. Vi sono versi che mettono dinanzi il quadro e la statua, come ove dice: Tale ne i gotici delubri, tra candide e nere cuspidi rapide salenti con doppia al cielo fila marmorea, sta su l'estremo pinnacol placida la dolce fanciulla di Iesse tutta avvolta in faville d'oro. Altra volta il verso giunge a dare contorno e forma plastica a infiammati fantasmi del pensiero, come questo: Pone l'ardente Clio sul monte dei secoli il piede robusto, e canta, ed apre l'ali superbe al cielo. Altri versi squarciano letteralmente le ombre del passato e ci mostrano il paesaggio antico con una intuizione di linee e di colorito sorprendente: ancor lambiva il Tebro l'evandrio colle, e veleggiando a sera tra 'l Campidoglio e l'Aventino il reduce quirite guardava in alto la citt quadrata dal sole irrisa, e mormorava un lento saturnio carme. Movimenti dell'animo che sembrano tutt'al pi esprimibili col puro canto, il Carducci riesce a fissarli con le parole, nitidamente, come ad esempio ove dice: Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema un desiderio vano de la bellezza antica. N questo solo: sovente la sua lirica coglie il fiore che arduo cresce su la filosofia della storia e riproduce persone con un atteggiamento intuitivo del vero e nel tempo stesso sintetico e simbolico come forse non riusciremmo a formarci leggendo volumi di storia: forse vedendo i luoghi e meditando, potremmo averne un mal definito fantasma. Egli ce lo definisce. Vedi ad esempio _Alessandria_: Ecco venimmo a salutarti, Egitto, Noi figli d'Elle con le cetre e l'aste. Tebe, dischiudi le tue cento porte Ad Alessandro. Il canto delle litanie e il terrore e l'anelito sacro che muove le voci, cos sono resi: ..... fra nuvoli d'incenso fervide le litanie saliano; salian co' murmuri molli, co' fremiti lieti saliano d'un vol di tortori, e poi con l'ululo di turbe misere che al ciel le braccia tendono. Oh parola, divino dono dell'uomo, hai mai tu potuto dare maggior segno della tua potenza? Ebbene, in questa percezione netta che noi sentiamo del fantasma consiste quella che io ho chiamato armonia interiore delle _Odi barbare_. * * * Molte volte per l'eccessiva estensione del pensiero lo costringe a frasi cos sintetiche che richiedono una non comune coltura per essere intese, o un commento che potrebbe anche essere un trattato di storia, come nel verso ove dice, parlando di Roma: Son cittadino per te d'Italia. Altre volte certi fantasmi s'impongono per modo che Egli volendoli rendere cos come li vede e sente, deve ricorrere a vere e difficili audacie di stile, come ove dice, ancora parlando di Roma: Ecco, a te questa, che tu di libere genti facesti nome uno, Italia, ritorna, e s'abbraccia al tuo petto, affisa ne' tuoi d'aquila occhi. Questi e simili altri esempi che sarebbe molto facile raccogliere, non sono certo pregi, ma non si possono nemmeno chiamare difetti: sono quello che sono, espressioni che potranno piacere o spiacere, ma che sono il portato logico di un determinato atteggiamento del pensiero. Dove formano un difetto vero ne' suoi imitatori nei quali manca del tutto o in parte la ragione filosofica e lo svolgimento profondo che portarono il Carducci a improntare la sua lirica di quella forma. In essi, pi o meno illustri, vera e propria retorica, e se ne pu dire ci che scrisse il Platen: Se si volesse imprimere il vostro cicaleccio ad un'ode saffica, il mondo s'accorgerebbe che un vuoto cicaleccio. * * * Ma prima di chiudere queste note su la forma delle _Odi_, mi sta a cuore fare un'osservazione per non essere franteso. Dico cio che sbaglierebbe molto chi imaginasse il Carducci come maestro e capo d'una nuova scuola poetica: Egli chiude, molto verosimilmente, un grande periodo artistico, e la sua poesia ha le impronte di una sintesi definitiva dell'arte, almeno quale fu sino ad ora concepita ed intesa. Egli stesso per bisogno che ha di esprimere chiaro e rude ci che crede o sente come vero, ce lo attesta. Nel congedo in prosa alle prime _Odi_, dopo aver detto che con questi nuovi metri intese di recare qualche po' di variet formale nella nostra lirica, aggiunge poi come per subentrare di un altro ordine di pensieri: Son velleit queste mie, lo so io per il primo, tanto pi importune e inopportune oggi, che dinanzi al vero storico, il quale, gloria e tormento del secolo nostro, pervade oramai tutto il pensiero umano, la poesia compie di spegnersi. Tant': a certi termini di civilt, a certe et dei popoli, in tutti i paesi, certe produzioni cessano, certe facolt organiche non operano pi. Ma a parte tale affermazione che a molti parve esagerata, perch un fenomeno umano che certi mutamenti debbono gi essere completamente avvenuti prima che l'universale abbia il coraggio di apertamente dichiararli, certo che questi caratteri definitivi della lirica carducciana si sentono sopra tutto a cagione di una grande e sacra tristezza diffusa per quelle _Odi_ anche dove esse sono maggiormente irrise dal sole che i critici si ostinano a chiamare _pagano_. Ben poco dunque Egli intende rinnovare nell'arte, se non forse il senso della austerit e della dignit in chi vi si applica, ma a moralmente rinnovare intende tutta la sua poesia, la quale acquista per ci un carattere altamente civile e nazionale. Tale senso ha il distico del Campanella che preludia alle seconde _Odi barbare_: Musa latina, vieni meco a canzone novella: Pu nuova progenie il canto novello fare. * * * Ed ora esaminiamone un po' il contenuto, specialmente per ci che esso si congiunge all'argomento di questo scritto; e cominciamo col notare un grossolano errore in cui non pochi sono incorsi ed incorrono. Costoro, argomentando solo dalla forma metrica, dall'elezione e collocazione delle parole e specialmente dal frequente ricorrere della vita ellenica e di Roma e da un certo anelito all'antichit, per tutte le odi diffuso, chiamano il Carducci ultimo dei classici. un perfettissimo errore. Le odi barbare saranno (e dato il pensiero che le informa e il punto che segnano nella storia dell'arte non possono essere altrimenti; e questo pure non n un difetto n un pregio, ma cosa inerente al loro essere) saranno, dico, di un'aristocrazia poco concepibile per la maggioranza; ma sono, se altra mai, opera nuova, originale, moderna. Una sola qualit vi che si pu propriamente chiamare classica, cio propria della grande poesia greco-latina; dico il suggello di immortalit che si impronta in ogni parola: le quali ci appaiono come fissate in modo non scomponibile, quasi fuse in bronzo. Di fatto esse non si aggrupparono per mezzo di quella geniale facilit e scorrevolezza che propria degli scrittori moderni, specialmente stranieri, ma per una specie di lenta, solida e organica formazione; e questa non solo le render resistenti contro la corrosione del tempo, ma far s che quando questa nostra et scomparir nel passato (come a chi fugge in treno il paesaggio si allontana e perde i suoi contorni) quelle odi spiccheranno con grande risalto su la tinta grigia del quadro storico, come appartenenti ad un'altra formazione. Del resto il Carducci pu essere anche chiamato l'ultimo dei classici, ma non per quelle ragioni esteriori che sopra ho ricordato. Egli l'ultimo dei classici perch attraverso la sua opera poetica, come attraverso un filtro, passa tutto ci che la vita ed il pensiero antico ebbero di vitale, di perfetto, di lieto, di vero: passa, e si idealizza in un concepimento di perfezione umana, profondamente sentita, sicuramente intravveduta, ineffabilmente desiderata. Per questa ragione fu detto che Egli _un pagano legittimo come Goethe_ e che la sua poesia rappresenta _il sereno e pieno e soddisfatto possesso della vita terrestre, contentezza che deriva dal possesso della chiave de' suoi segreti e delle sue leggi_: affermazioni vere, ma solo in parte e che non rispondono ad un generale concetto. Perch appunto questa perfezione alla quale il Poeta giunge con la sua sintesi purificatrice, ci deve fare intendere che Egli non rappresenta un principio ma una fine, e della fine vi la ineffabile tristezza. Certo questa tristezza non si esplica in affermazioni concrete, ma si sente diffusa nell'intonazione generale: anzi dove pi Egli si eleva a concepire alti ideali o di umanit o di patria, ivi essa maggiormente si sente per il vivo contrasto con il presente e con la realt. * * * A questo proposito si osservi come la nota festosa e piena dell'amore manchi alla sua lira. Per lui l'amore un rapimento pi doloroso che lieto; un rifugio dell'anima: e la donna gli si presenta piuttosto come consolatrice di supreme cure che come fine a s stessa. Vedi le odi: _Su l'Adda_, _Ruit hora_, _Alla stazione_, _In una chiesa gotica_. Nelle altre barbare anche questa nota si affievolisce e non risorge che ad intervalli come intonazione mirabilmente dolorosa e spirituale per dar principio ad altro tema, come nell'ode _Sull'urna dello Shelley_, ove dice: Lalage io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo So quai perduti beni l'occhio tuo vago segue. Del resto questa tristezza non giunge mai sino a scomporre la figura del Poeta. Esso sempre sicuro di s, tetragono su la base di un razionalismo irradiato di stoica idealit, come nella bellissima ode per le nozze della figlia Beatrice, ove chiude cos: De gli anni il tramite teco fia dolce forse ritessere, e risognare i cari sogni nel blando riso de' figli tuoi? O forse meglio giova combattere fino a che l'ora sacra richiamine? Allora, o mia figlia,--nessuna me Beatrice ne' cieli attende-- allora al passo che Omero ellenico e il cristano Dante passarono mi scorga il tuo sguardo soave la nota voce tua m'accompagni. * * * Ma la nota che vibra continua, dominatrice e che d alla sua lirica un carattere, su cui insisto, di poesia civile e nazionale, il ritorno dell'idealit della patria, cio la resurrezione del genio latino che compie il suo adattamento nel tempo moderno; non ricusando, vuoi per democratica ignoranza, vuoi per decadenza di forze, nulla di tutto ci che giusta eredit del passato, anzi serbando rinvigoriti nella modernit i distintivi del suo carattere. Ho detto idealit della patria; ma idealit non nel senso di fantasma poetico, che di tale significato a ragione si sdegnerebbe il Carducci; ma nel senso di cosa vera, grande, buona, umana che ci sfugge per invincibile fatalit di uomini e di cose. La statua della Vittoria[17], che sepolta attravers i secoli e a cui Lidia domanda se ebbe contezza di ci che sopra la terra avvenne: Sentii--risponde la diva e folgora-- per che io sono la gloria ellenica, io sono la forza del Lazio traversante nel bronzo pe' tempi. Passr le etadi simili a i dodici avvoltoi tristi che vide Romolo, e sorsi O Italia annunciando i sepolti son teco e i tuoi numi! [17] Ode Alla Vittoria tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia. Nell'ode _Dinanzi alle terme di Caracalla_ invoca la _dea febbre_ cos pregando: Gli uomini novelli quinci respingi e lor picciole cose: Ma nel XXI d'aprile dell'anno MMDCXXX dalla fondazione di Roma, il Poeta con una felice continuit ricongiunge il tempo leggendario in cui Romolo, in quel d sacro a Pale, segn col solco le mura dell'urbe, al tempo moderno: disposando cos la pi squisita idealit coll'indirizzo pratico della nuova vita del popolo d'Italia. Perch Roma all'Italia liberatrice addita, vero, le colonne e gli archi, ma non con un senso esausto di gloria, non con uno sterile rimpianto del passato (vecchia e fatale nostra retorica) ma solo perch da quelle memorie tragga gli auspici a forte vita avvenire: gli archi che nuovi trionfi aspettano non pi di regi, non pi di cesari, non di catene attorcenti braccia umane su gli eburnei carri; ma il tuo trionfo, popol d'Italia, su l'et nera, su l'et barbara, su i mostri onde tu con serena giustizia farai franche le genti. O Italia, o Roma! quel giorno, placido torner il cielo su 'l Foro, e cantici di gloria, di gloria, di gloria correran per l'infinito azzurro. * * * A me pare che difficilmente l'arte possa congiungere una idealit maggiore con un maggiore senso pratico. Vero per che un cos perfetto equilibrio se proprio di un individuo non lo pu del pari essere di un popolo, specie come il nostro e nell'ora che corre; n quegli lo pu imporre a questo per quanto si adoperi. Ora per la conoscenza che la maggioranza ha, pi o meno cosciente, di questo fatto, deriva che questa poesia che Egli detta con pieno convincimento nazionale e civile, sia considerata come semplice opera d'arte; e questa, perch troppo superiore alla comune comprensione e non arreca quel diletto che arrecano altre poesie, viene considerata come arte erudita e di lui speciale. * * * Quale ci si rivela da queste liriche, tale la nota pura, fondamentale, costante, della sua fede politica; e tale nota diede e d il tono alle sue varie affermazioni secondo il variare del tempo, degli uomini, dei fatti. Certo lo svolgimento del popolo d'Italia a questo alto tipo nazionale da lui vagheggiato include necessariamente una forma di governo repubblicana e in tale senso era ed repubblicano il Carducci; ma nel tempo stesso questa prepotente idealit politica non consente che Egli divenga uomo di parte; piuttosto lo costringe ad una libert assoluta della sua azione individuale a qualunque costo e contro tutti. * * * Ma ora viene a proposito un'osservazione importante: Chi legge avr notato in me un'ammirazione grande s per il Poeta come per l'uomo. vero; ma oso affermare che questa ammirazione se, per avventura, rende eccessive alcune frasi, non mi toglie la visione sicura del giudizio. Io voglio dire che molti potrebbero credere che altro sia il poeta, altro l'uomo; cio, in questo caso, che l'alta idealit nazionale ed umana che rifulge nelle sue liriche sia da lui accolta come buon mezzo poetico e nulla pi. Invece non cos. Se mai nel tempo moderno fu tra i personaggi illustri esempio di fusione perfetta tra il loro essere vero e ci che appaiono dalle loro opere, questo il Carducci; e quell'altissimo sentimento della patria anima della sua anima e movente di ogni sua energia. E allora alcuno pu chiedere: Perch quest'uomo cos noto e famoso che prese parte a tutte le battaglie della vita, che con le parole, con gli scritti, con gli esempi non ristette mai; esercit invece sull'universale un influsso ben piccolo rispetto alla sua opera, anzi sembra chiudere la sua carriera con un voto di impopolarit? La risposta semplice: Perch la sua perfezione stessa gli d'impedimento. * * * Ho detto perfezione, e la parola mi sembra semplicemente vera. Il Carducci, senza dubbio, ha raggiunto come un alto vertice di verit in tutto il vasto campo del pensiero. In lui l'antico ed il nuovo, la tradizione e la scienza si fondono con un largo senso di umanit e di ragione purissima; e credo che in mezzo al mareggiare delle idee, che una caratteristica dell'ora presente, pochi siano equilibrati e sicuri di s come Egli : scoglio rigido in mezzo a un gran mare che s'avvalla e s'erge in spasmodica tempesta. Le onde lo flagellano, ma non ne scuotono la base n offuscano la serena fronte. Se non che quell'equilibrio di cui Egli individualmente gode, non pu essere fatto partecipe alla maggioranza, come Egli vorrebbe; e ci per moltissime ragioni etniche e storiche riguardanti noi italiani, delle quali sarebbe troppo lungo il parlare diffusamente; ma anche per un'altra ragione che forse la principale, cio che nella vita dei popoli l'equilibrio sembra consistere non tanto nel fermarsi in alcune forme riconosciute ottime e vere, quanto nel movimento continuo verso un divenire che pare non raggiungibile. Ancora: Per l'uomo sapiente la conoscenza del passato agisce come forza moderatrice e direttrice delle nuove idee, e la scelta di ci che la tradizione e l'antico contengono di vero, di buono e di bello vale a dare carattere di maggiore stabilit e verit a queste nuove idee. Invece le moltitudini sono fatalmente inette a questa comprensione: esse non possono accogliere il bene nuovo senza distruggere il bene antico: e questa mi pare una delle pi gravi imperfezioni dell'umana natura. Quando una nuova idealit religiosa o sociale investe le moltitudini, esse hanno bisogno di buttare a mare tutto il fardello delle vecchie credenze, tradizioni, usi, memorie: tutto l'antico errore; tutto il nuovo vero. Gli iconoclasti non sono solo dell'era cristiana, ma appartengono a tutti i grandi rivolgimenti dell'umanit. Non che l'iconoclastia non abbia del vero in s; ma per essere completamente logici e conseguenti bisognerebbe distruggere la specie; _sed cave a consequentiis_. Ora il Carducci , senza volerlo, un solitario a motivo della sua perfezione stessa. Egli, una delle menti innovatrici pi illuminate e franche del nostro secolo, per quello stesso vagliare delle sue idee, purificarle alla viva fiamma del sapere e del vero assoluto, ha creato di s una cos elevata aristocrazia d'uomo che come a fatica pu essere inteso cos non pu essere seguito. Ed Egli non solo vuole essere inteso, che sarebbe abbastanza per la sua gloria, ma pur comprendendo le invincibili difficolt che si frappongono, vuole anche essere seguito, giacch quella sua stessa perfezione lo persuade che essa avrebbe ben poco valore se non agisse come forza benefica sull'universale. Da questa causa si origina l'impeto e la passione delle sue prose, specie di quelle che sono d'argomento soggettivo o trattano di una questione presente. Vale il conto di fermarci su questo proposito anche per completare ci che ne fu detto nel capitolo che precede. * * * I volumi che si intitolano _Confessioni e battaglie_, contengono, come noto, la maggior parte di queste prose e sono una delle prove pi evidenti dell'intima fusione fra lo scrittore e l'uomo. La sua parola la fotografia esatta, senza ritocco, del suo pensiero: gran luce di sole su cui passano grandi e continue nubi. Dice tutto, non nasconde nulla, anche ci che per opportunit sarebbe utile non dire. Il sarcasmo, la contraffazione audace, talvolta feroce dei personaggi, il quadro, il paesaggio, l'impeto lirico infiammato quasi di divinazione, il ragionamento battuto, serrato, profondo come falange antica, lo scoppio degli affetti, le aggressioni superbe, il sublime, il grottesco, il terribile si succedono con una mobilit e rapidit spaventosa. Solo nella facezia non riesce: il gigante che scherza. E un'altra qualit delle sue polemiche conviene pur ricordare: cio che anche dove sono pi irruenti ed offensive, manca interamente la nota gelida dell'odio, ma vi si sente invece un'infinita bont. La questione letteraria difficilmente sta sola, ma si congiunge quasi sempre ad altre ed alte questioni civili, morali, storiche; e sotto questo aspetto una delle pi complesse e difficili prose che io mi conosca. Tutto ci che vero, bello, nobile, trova in lui un difensore ad ogni costo e in ogni tempo. Egli, a volere usare di un paragone, mi rende imagine di uno di quei favolosi cavalieri antichi che da solo difende un grande e meraviglioso castello simbolico. La ragione, la verit e l'arte lo recingono di triplice muro e costringono il cavaliere ad una difesa eroica. Perch egli non se ne sta quivi sdegnoso ed inerte, ma combatte continuo; e non solo irrompe disperatamente contro il mostro o il saracino che per progetto vanno ad urtarvi contro, ma con uguale animo s'avventa contro la turba de' pigmei e dei gnomi che aduggiano le torri dell'edificio mirabile; e tanta la foga dell'assalto che sovente essi sono morti ai primi colpi ed egli pur seguita a ferire. Ma come nelle leggende, cos quelli rinascono dalla loro stessa putredine di morte e sono pi numerosi che mai. Anche contro la folla che infinita, indifferente, abbacinata segue il suo viaggio, egli si avventa: la trapassa, la atterra col cavallo e con l'asta; ma quella si rialza e si ricongiunge indifferente come prima e prosegue il suo viaggio. Talvolta per mentre cos nettamente egli distingue i contorni de' mostri che vengono da lungi, non con pari chiarezza riconosce quelli che gli stanno vicino; troppo vicino per suo malanno. Ma qui l'allegoria del paragone dovrebbe dare luogo a pi aperto parlare, e ci non sarebbe n piacevole, n conveniente, n senza pericolo. * * * Quando io penso a cos grande animo e a cos sovrano intelletto combattenti per la causa della verit e della bont, mi ritornano in mente le parole che Ettore, apparendo sanguinoso in sogno ad Enea, dice: ...... si Pergama dextra defendi posset, etiam hac defensa fuisset. Le quali parole possono forse essere non indegno commento alle _Confessioni e battaglie_. Ma non voglio cessare senza dire di un altro carattere delle sue polemiche: questo che la coscienza della sua grandezza e della nobilt della causa gli d alle volte una sovra eccitabilit di offesa straordinaria che lo spinge a rispondere di colpo, anche quando sarebbe meglio il tacere: e allora non solo attacca a fondo le obbiezioni che sono realmente, ma ne deduce altre da un complesso di fenomeni e di fatti a cui il suo contradditore non aveva pensato o non era forse in grado n meno d'imaginare: e ci gli nuoce; non perch non sia tutto, almeno subbiettivamente, vero quanto dice, ma perch gli d l'attitudine di combattente, mentre gli altri stanno fermi o si muovono a pena. Eccone un esempio poco noto, ma notevole. Negli intermezzi del _Resto del Carlino_ del 13 gennaio '89, dicendosi, per non so quali polemiche, come il Carducci debba essere amareggiato e sconfortato alle immeritate prove di mancato riguardo ed allo spettacolo ributtante di intolleranze indegne, risponde: _Caro Carlino_, Ringrazio, ma non partecipo. Che sensibilit? che amarezza? che sconforto? che rammarico? Ma per chi mi ha preso lei? per una _cocotte_ o per un poeta romantico? Io ho fatto il callo alle insolenze, alle ingiurie, alle calunnie che all'et dei venti cominciarono e fino a cinquant'anni seguitarono a grandinarmi a dosso, provocate da un vizio ingenito del mio temperamento, che quando una verit o ci che credo una verit mi si impone, mi bisogna dirla, interpellato o seccato che io sia, nel modo pi nettamente reciso, che , naturalmente, il pi ostico a quelli a cui quella verit non piace. Da poco tempo in qua non sentivo pi, o sentivo meno, ronzio d'insolenze e calunnie agli orecchi, e dimandavo a me stesso: sono imbecillito o invigliacchito? Ella mi fa capire che il ronzio ricominciato. Bene. Io salgo al tempio della memoria e ringrazio Apollo medico del serbarmi ch'ei fa--_mens sana in corpore sano_.--E cos dir ancora la verit nel modo a me pi igienico, per il quale non ho chiesto mai n amore alle donne, n amicizia agli uomini, n ammirazione ai giovani, n articoli ai giornalisti, n voti al popolo, n posti ai ministri, n pi di venti franchi per volta, e ci in giovent, ai miei amici e gli ho restituiti sempre. suo GIOSU CARDUCCI. * * * Con tutto ci in quelle battaglie qualche volta un ben allegro combattere! Ci si sente, in fondo, la volutt dell'arciere che vede la freccia colpire nel segno, anche se la corazza o l'epidermide del nemico ne la respinga. Invece in questi ultimi tempi, nelle difese poche che Egli va facendo di s e solo quando direttamente attaccato, si nota una dolorosa e disdegnosa riservatezza. Sembra che qualche cosa fuori di lui vada crollando ed Egli s'avveda che il suo genio pi non vale a sorreggere. CAPITOLO V. IL SENSO EROICO. G. CARDUCCI E LA GIOVANE LETTERATURA NAZIONALE. Nelle _odi barbare_, o per meglio dire in tutte le sue opere s poetiche che di prosa, oltre all'idealit nazionale, v' diffuso un altro sentimento che non bisogna trascurare per chi voglia trattare del Carducci nelle sue relazioni col pensiero e con la vita contemporanea. * * * Chi, ad esempio, non ricorda l'ode _Per la morte di Napoleone Eugenio_? Io penso che il pi volgare dei lettori deve averne risentita l'impressione come di cosa nuova e sublime. Quest'ode sorge semplice, giovane, composta nel suo dolore come una figura della tragedia di Sofocle; ma sotto vi scorre una cos diffusa passione, una cos grande onda lirica che sforza il pianto. Quest'ode io la vedo nascere ed elevarsi come fiore semplice da una complessa maturezza, perch mi sembra che mai una lirica cos breve abbia con tanta semplicit assimilato cos molti elementi del pensiero: la verit storica, l'epopea, la leggenda, la tragedia, gli affetti, l'epicedio infinitamente triste nel suo oggettivo dolore. Questa lirica e quella _Presso l'urna dello Shelley_, che ha un movimento di figure cos stupendo che se un pittore potesse esprimerlo farebbe la pi fantasiosa tela del mondo, ed altre, come quella _a Giuseppe Garibaldi_, il sonetto a _Giuseppe Mazzini_, possono alla maggioranza sembrare elementi disparati di canto che il Poeta accolse ed inform di ritmo per semplice eccitazione artistica. Cos non : un legame occulto le congiunge; un sentimento unico vi si esplica; cio l'inno al _gentile eroico_ che la modernit tende ad eliminare dal suo seno come forza di cui oramai pi non sente il bisogno. * * * Egli di questo sentimento eroico possiede una sbita ed istintiva percezione in personaggi anche contemporanei, e gli si impone cos forte da imprimere loro figura trasumanata; e non solo in verso, ma in prosa. Io penso fermamente che se oggi, ad esempio, altri rinnovasse il sacrificio di Guglielmo Oberdan, Giosu Carducci monarchico, senatore del Regno e, se piace, poeta aulico, riscriverebbe ancora pagine frementi come gi fece nell'82. Egli dunque sovente canta l'eroe; sia esso re, sia poeta, sia martire, sia conduttore di popoli, sia figlio di popolo; ma la societ moderna non ha bisogno di eroi, siano essi re, siano poeti, siano martiri e molto meno conduttori di popoli perch allo stato in cui si trova e per quel che vuole essere basta a s, intende guidarsi da s e infine ripugna di subire l'impronta di individui anche se superiori. Questo uno dei caratteri differenziali pi notevoli fra il Carducci e il suo tempo. Troppo sento profonda la religione degli eroi (meditava Egli la notte dell'11 marzo '72 saputo che ebbe della morte di G. Mazzini): e come essi splendono stelle benefiche sul firmamento del mio pensiero, cos io non son lungi da credere o da sperare, o almeno da imaginare che da qualche parte dello spazio serena essi corrispondano immortali a questo bisogno, a questa foga di amorosi sensi e pensieri, che suscitati da essi ad essi ritornano con un'alterna e continua esondazione delle anime nostre verso le rive dell'ideale. O Dei della patria, proteggete i buoni, e salvateli dal fango, che sale, che sale, che sale! E per la morte di G. Garibaldi[18] esclama: Oh, quando gli eroi non contano nulla, e li gnomi possono tutto e la retorica caccia a pedate di periodi epilettici l'epopea.... oh allora che importa vivere, che giova amar? [18] Per la pira del gen. Garibaldi. Nota. Forse vero, che importa vivere? Eppure cos! Non solo gli Dei, ma anche gli eroi se ne vanno e deserta la loro casa! Gli eroi (e con questa voce intendo ampliare il senso che si d all'uomo di genio) si discostano troppo dal tipo medio a cui la maggioranza degli uomini oggi aspira e tende: la loro opera invadente non recherebbe che danno all'edificio che si va formando su le basi di una raggiungibile ed equa mediocrit del tipo umano. La demolizione degli eroi gi cominciata. Non solo l'analisi scientifica ne va svelando il meccanismo interiore e rompe l'incanto della loro azione che parea cosa quasi divina; questo per s solo non toglierebbe nulla all'azione degli eroi: ma il vero che questi cominciano a degenerare e a squilibrarsi in s per la incompatibilit col tempo e con gli uomini. L'azione degli eroi non ha pi presa nel pubblico; e per essi si guastano nell'inazione come si guasterebbe una macchina se l'elica dovesse turbinare nel vuoto. Ma verosimile il credere che con l'andare del tempo essi cesseranno totalmente di essere, come organismi che scompaiono perch venne a mancare la loro funzione sociale. * * * Una sera tarda io tornava a casa da un ritrovo di gente grave ove si era disputato a lungo ed io ne era uscito con la peggio. Ritornava, e per la via lunga un pensiero acuto mi martellava il cervello: in fine esso assunse forma di favola. Eccola: Un anno la benigna natura dispens, secondo il tempo, la pioggia, la neve ed il sole. Ma la gentile pianta del frumento non gran n tutta n a maturit la sua spica. Il loglio rigoglioso e superbo finalmente la aveva soffocata. L'anno seguente, un debole seme caduto dall'etica spica fe' germogliare uno stelo stentato. Ma il loglio era ancora pi fiorente e bello, e la soffoc ancora. Infine la nobile pianta s'avvide che due vie le rimanevano: o morire o diventare loglio essa pure. questo un paradosso? Pu darsi. Io vi voglio allora aggiungere un corollario che lo corregga: cio che producendo tuttavia la natura uomini di genio ed eroi, questi dovranno, per essere chiamati tali ed ottenere il dovuto ossequio, portare la livrea del pubblico, cio a dire dovranno rivolgere le loro grandi forze in qualche opera implicitamente determinata e che torni alla moltitudine di pratica ed immediata utilit: certo non potranno agire in modo autonomo e con l'intento di una idealit superiore. * * * Gli eroi come deit, come profeti, come guerrieri, come fondatori di civilt, come poeti, come investigatori dei supremi misteri delle cose e dell'anima gi furono. E togliendo il pensiero che segue al Carlyle, ch meglio io non saprei, n imaginare n esprimere, bene io credo che essi siano stati lampada dell'universo, anima dell'intera storia. Essi furono duci, modellatori, patroni e in un largo senso i creatori di tutto ci che l'universale degli uomini ha potuto sforzarsi di fare e di raggiungere. Tutto ci che vediamo risultato materiale, esteriore, l'effettuazione pratica, l'incarnazione del pensiero degli eroi. E se questo risultato, aggiungo, non corrisponde al loro concetto, la ragione che esplicandosi per mezzo degli uomini, si corruppe naturalmente, come si corromperebbe un cedro del Libano se lo trapiantassimo in regioni iperboree. Certo io non ignoro che esiste una scuola pi recente che nega questa importanza degli eroi ed anche ne condanna lo studio ed il culto. Ci forse vero per quanto riguarda il presente e l'avvenire; non per n giusto n vero il negare l'azione grandissima che essi esercitarono sul progresso della umanit fino al tempo moderno. I giganti hanno formato il grande edificio della civilt; gli uomini se ne sono impadroniti: gli eroi furono i maestri; gli uomini hanno imparato quel tanto che basta per fare da s ed oramai non hanno pi bisogno n di eroi n di giganti n di maestri; e come non ne hanno bisogno, cos non ne riconoscono il culto. La memoria e la riconoscenza possono essere proprie fino ad un certo punto dell'individuo, ma non lo sono dell'universale. La storia non ha riconoscenza. * * * E qui un pensiero mi si presenta che, vero o falso o strano che possa sembrare, non voglio tacere. proprio la scienza che con le sue ultime ricerche ha sloggiato Dio dal sacrario delle coscienze? Cos si crede comunemente e cos ; ma non del tutto. La scienza vera, non certa nuova metafisica settaria che talvolta ne usurpa il nome, ha ancora troppi numeri da mettere in colonna prima di tirare l'addizione ultima, se pure ci potr arrivare. Io penso che sia un'azione combinata della scienza con questo fenomeno dell'assurgere delle maggioranze alle funzioni autonome della vita, il quale fenomeno, dando ad un vocabolo vecchio un significato nuovo, si pu chiamare democrazia. Ora la democrazia, non, ripeto, nell'antico senso storico, umano, cristiano; ma nel nuovo senso, cio borghesia oggi, socialismo forse dimani (i due termini, sebbene nemici, hanno un legame di parentela storica e di dipendenza) come tende, per legge di conservazione e di espansione, ad impedire lo sviluppo e l'influsso delle forze preponderanti, invadenti del genio o dell'eroe, per la stessa ragione, involontariamente ma pure invincibilmente, indotta a combattere questo concetto pi di ogni altro individualista ed aristocratico che Dio. Ne rimane, vero, il culto esteriore: ma nella sua sostanza cio in quanto morale rivelata da una legge superiore, eroica di sacrificio, designata come termine di perfezione, questo culto, questa fede non esistono pi, e non diciamo nella pratica, ma solo nel sentimento. A questo proposito il signor Nitti, noto studioso di cose sociali, in un suo discorso sulle condizioni presenti informato ad un ottimismo eclettico[19], dice: Il positivismo, di cui anch'io sono seguace, ha spiegato le origini umane secondo l'ipotesi darwiniana; ma una dottrina puramente storico-biologica minaccia di diventare una dottrina morale e se ne abusa ogni giorno e male. [19] Francesco S. Nitti. _L'ora presente._ Roux, Torino, '93. Io per me credo che le teorie positiviste non abbiano influito che a dare la sanzione ad un sentimento, ad un bisogno preesistente di morale, rinnovata su altre basi che non siano quelle della pura morale cristiana. Ed infatti questo avere subito intuito il lato positivo di una questione altamente scientifica ed averla cos universalmente devoluta nella pratica della vita, mi sembra non piccola prova. Se poi in questa morale nuova v' del male, o, per meglio dire, se gli uomini non seppero applicarla che male, cio in quanto sembra rispondere a bassi istinti utilitari, il correttivo, a mio parere, non pu venire che dalla conoscenza pi perfetta delle dottrine positiviste; non da un neo-misticismo o da una fede che alcuni uomini pietosi e di buona volont tentano o si illudono di riaccendere. E per avere accennato a tale questione, alcuno mi potrebbe ricordare che anche il Carducci combatt il principio divino nell'inno _A Satana_. Si pu rispondere che, anche accettandone il senso filosofico, Iehova non rappresenta la mistica idealit di un Dio infinitamente buono, infinitamente misericordioso; Iehova piuttosto la corruzione della pura fede, la tirannide umana del dogma e Satana la ragione che combatte contro quella tirannide. Ma oggi anche Satana non ha pi ragione di esistere. La sua missione finita da assai tempo con la sua vittoria su Iehova. Inoltre esso un personaggio troppo eroico, troppo doloroso, sopra tutto troppo aristocratico e classico. * * * La scienza (il discorso mi vi conduce) al pari dell'arte un fenomeno individualista; con la differenza che mentre l'opera d'arte conserva l'impronta del suo autore e rimane cosa sua, l'opera scientifica per sua natura trasmissibile ad altri e, quel che pi vale, si accumula con le precedenti. Ci che lo scienziato di genio scopre non pu essere difeso da alcun brevetto d'invenzione; il pubblico se ne impadronisce, ne svolge un corollario di infinite applicazioni e riproduzioni: in altre parole il pigmeo monta su le spalle del gigante. Il nome dello scopritore pu anche finire negli archivi della storia; ci che importa la cosa scoperta che diventa patrimonio e ricchezza comune. Questa molto verosimilmente una delle pi valide cagioni dell'ingordo attingere della modernit alle mammelle della scienza; mentre l'arte in quanto manifestazione prepotente dell'individuo, cio disegno di puri ed armonici fantasmi, va decadendo. Se rimane solo dove essa soddisfi ad un certo diletto dei sensi e della intelligenza media e dove l'artefice non imprima pi di dolorose e difficili idealit la sua opera; ma, comprendendo il gusto del pubblico, ne eseguisca con bel garbo le ordinazioni: e se le avr eseguite secondo il suo piacimento, allora si applaudir e si conceder il compenso e la gloria del giorno. Questo fatto universalmente sentito sebbene non sia apertamente confessato, e una prova fra le tante ce la porge il Carducci stesso. Da qualche anno il pubblico avea intuito che Egli _sotto il velame degli versi strani_ non cantava proprio pi all'unisono con le sue aspirazioni. Molto verosimilmente non avea cantato mai, ma certe apparenze facevano credere il contrario. Un bel giorno, con uno di quei movimenti bruschi ed audaci che gli sono propri, Egli stesso ruppe l'incanto e dissip l'equivoco e allora gli fu tolto il brevetto della popolarit e della modernit che prima gli era stato dato cos generosamente. * * * Mentre il De Amicis che sino a ieri intese a scrivere per la classe borghese e felice in quella sua prosa colorita e facile, ma sempre castigata e misurata; e cos offriva ai suoi molti lettori ed ammiratori la dolce illusione o persuasione di poter essi congiungere tre cose con quelle letture: divertirsi, istruirsi e commuovere l'animo ai dolci e lagrimosi affetti; mentre il De Amicis oggi si rinnova e in politica e in arte, facendo aperta adesione alle dottrine socialiste; il Carducci, invece, che fu sino a pochi anni addietro interpretato per il poeta della democrazia e della futura repubblica, in politica si dichiara _tratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia_,[20] e in arte, in una delle sue ultime e pi compiute odi, la gi citata _Presso l'urna dello Shelley_, esclama: ....... O strofe, pensier de' miei giovani anni, Volate omai secure verso gli antichi amori; e un po' innanzi: L'ora presente in vano, non fa che percuotere e fugge Sol nel passato il bello, sol ne la morte il vero. il quale distico non altro che una variante pi triste di quel noto verso che chiude il sonetto a G. Mazzini: Tu solo--pensa--o ideal sei vero. [20] Lettera dell'11 maggio '93 al _Resto del Carlino_. In altre parole la sua arte ritorna con pi dolorosa comprensione e convinzione al giovanile motto soggettivo, dedotto dalle iscrizioni sepolcrali romane _Suis sibi fecit_, cio, come spiega Egli stesso, questa tomba fece a s ed ai suoi versi. * * * Questa coerenza che in lui nell'arte, anche in politica. Forse pu sembrare un'affermazione audace; ma io ho tutt'altra pretesa che di far mutare l'opinione del pubblico; tanto pi che sarebbe pretendere l'assurdo il volere che gli uomini depongano le loro passioni per giudicare serenamente un fatto che certo si presta a critiche acerbe e non benevoli. Io voglio solo dire ci che credo vero, e credo fermamente che volendo e potendo dare uno spassionato giudizio, questa coerenza conviene ammetterla. L'evoluzione monarchica del Carducci sotto un certo punto di vista si potrebbe considerare come fatta a posta per indicare con un mutamento politico reciso un dissidio antico fra lui e l'universale: dissidio che si veniva sempre pi accentuando per la maturit dei tempi, e che Egli, per quanto lo avesse voluto, non avrebbe potuto togliere in s perch sarebbe stato necessario mutare sostanzialmente la sua natura ed il suo genio. * * * Data l'indole de' tempi e la natura dei due ingegni, come trovo coerente l'evoluzione del Carducci, cos mi sembra naturale quella del De Amicis, anche considerandone il solo lato artistico. Questo conosciutissimo scrittore (e il suo passato e la sua coltura lo dimostrano) recente alla vita del pensiero. Egli, per usare di un paragone, certo feconda pianta, ma di brevi radici e per vivere deve necessariamente assorbire la linfa alimentatrice alla superficie del suolo: in altre parole la sua opera artistica determinata dalle condizioni generali dello spirito dell'epoca ed quindi pi che naturale che lo segua nel suo nuovo indirizzo. Egli deve aver sentito che se si fosse voluto svolgere in un senso contrario a quello cui l'universale crede e tende, avrebbe trovato impedita la via. Questa, anche prescindendo dalle possibili convinzioni individuali, una delle cause della vera evoluzione del De Amicis. Forse gli si pu fare rimprovero di essere stato il primo; ma verosimile che fra gli scrittori non sia nemmeno l'ultimo. Per il Carducci invece il contrario. Egli per vivere nell'arte, non ha bisogno di bere alle mal note fonti della vita presente: Egli quercia secolare e quanto avanza pel cielo il tronco e le mirabili fronde, tanto sotterra spandonsi le sue radici. Molti secoli visse la sua anima, di molti fatti umani Egli assimil l'esperienza e la sapienza perch si possa mettere allegramente nella schiera degli innovatori e dei facili profeti della felicit del domani; e, forse, troppo s'indugi nel giardino delle Muse di cui parla Platone, di troppo amore am cose di cui a stento oggi si ricorda a pena il nome, perch possa essere inteso dagli uomini nuovi e questi lo possano intendere. Contro la verit dell'oggi, determinata dalle mutevoli correnti dello spirito pubblico, Egli oppone una verit maggiore, immanente, desunta dalle leggi storiche ed umane e si mette in uno stato di opposizione che non tanto nel suo deliberato proposito quanto nella sua natura. Cos, ad esempio, la propaganda per la pace universale tutt'altro che un'utopia: gi al nostro tempo le utopie vere non attecchirebbero, ma risponde a ben conosciute tendenze economiche e sociali: ora per il Carducci il riconoscere, forse, l'opportunit di questa agitazione non argomento sufficiente per accettare come assoluto un principio che pur troppo sembra contrastare s con le leggi storiche come con le leggi biologiche. La sua mente, come gi dissi, non si pu fermare ai fatti parziali; bisogna che risalga alla ragione prima, al principio fondamentale, e scrive una delle sue odi _pi pensate e lavorate_ all'idea storica della guerra. Voce inopportuna e non adatta certo ad acquistargli popolarit: ma per lui l'opportunit sta ne' suoi convincimenti e tutta la opposizione del mondo non basterebbe a far tacere la sua voce. * * * In una parola si pu dire che lo spirito pubblico non ha agito sul Carducci che, o negativamente o come stimolo all'opposizione: tutta la sua opera di arte risente lo spasimo della produzione autoctona, e di questo fatto la pi parte dei lettori ben s'accorge ma non sa rendersene chiara ragione fuorch dicendo che le sue poesie non sembrano spontanee come quelle di altri poeti; mentre se v' lirica fusa di getto, questa la lirica del Carducci. Tali condizioni speciali d'animo e di coltura danno al suo genio un impeto di passione profonda, a cui risponde benissimo la forma lirica; ma nel tempo stesso gli tolgono la facolt di studiare con oggettiva indifferenza e come pura materia d'arte i vari elementi di cui si compone la vita contemporanea; e questa forse una delle cause per cui Egli non ci diede n ci dar, molto probabilmente, n il dramma n il romanzo. * * * L'arte del Carducci nella letteratura italiana modernissima giganteggia solitaria. Il Carducci uomo d'altri tempi--esclama un giovane scrittore[21] in un suo libro di critica per alcuni lati pregevole; ed io riporto volentieri questo giudizio non per valore di verit che contenga, ma perch rende abbastanza bene l'opinione di molti--non sa respirare il flusso d'idee nuove che l'ultime nevicate letterarie ci n soffiato da settentrione. Ed un noto commediografo scrive in quest'anno a proposito del concorso drammatico ministeriale: Povero Carducci! Lo vorrei ben veder io giudice alla lettura di una o pi commedie applaudite o fischiate, egli che da anni non frequenta un teatro di prosa, e non conosce una sola commedia moderna--e pi innanzi--noi vogliamo per differenti ragioni escludere (dal giur del concorso) tutti quei letterati puri, i quali del teatro moderno e della salutare evoluzione cui va soggetto, non sanno nulla e mostrano di non saper nulla. [21] E. A. BUTTI. _N odi n amori._ Milano, Dumolard, 1893. O egregi e strenui giovani della dimostrazione dell'11 marzo '91, quando voi proclamaste Il poeta e il letterato tutti ammiriamo, molto verosimilmente diceste cosa di cui non avevate piena convinzione. Chi poi non si accontentasse di questi saggi, altri e molti consimili ne pu trovare in giornali e riviste recenti, i quali giudizi (a parte il tono che fa la musica, cio la irriverenza delle espressioni, la quale rivolta ad un uomo che tanta parte del pensiero italiano e che non deve essere confuso coi _letterati puri_, pu essere studiata come sintomo di fatale decadenza o, se meglio pare, di progresso perch indica affrancamento da ogni _feticismo_) a parte, dico, il modo che pi m'offende, dimostrano come tutto il suo immenso lavoro non abbia punto influito a determinare nulla della nuova letteratura geniale o d'invenzione che si voglia dire. * * * Di fatto questa va per conto suo e combatte a tutto suo rischio e pericolo. Il dramma ed il romanzo ne sono le maggiori manifestazioni; e sebbene ogni scrittore segua con la pi grande libert quella teoria d'arte che pi si conf al suo temperamento o che pi di moda, tuttavia essi hanno alcuni caratteri comuni che danno l'intonazione generale e sono indice abbastanza esatto del tempo. Di questi caratteri tipici e comuni a quasi tutti i giovani autori italiani, due mi sembrano notevoli. Eccoli brevemente: Essi hanno fatto divorzio assoluto con l'erudizione e con gli eruditi; e non si pu dire che abbiano avuto torto, tutt'al pi si potr lamentare questa scissura delle nostre forze intellettuali pi vive e giovani: ma penso che sia un male senza rimedio. I letterati puri, gli eruditi, i filologi sono gente che davvero vivono troppo a s come se il pubblico non esistesse, ma senza sdegno come senza amore. Hanno giornali e riviste loro proprie che il pubblico non conosce n meno di nome e dove ciascuno alla sua volta spettatore ed attore. E davvero questo segregarsi dalla vita combattuta e vissuta un gran male, perch essendo essi a capo della coltura e dell'insegnamento, godendo di molta autorit, almeno in un dato ceto sociale, del favore governativo, potrebbero esercitare un'azione attiva, direttrice sul serio e altamente benefica, coraggiosa sopra tutto su la vita del pensiero nazionale. E in verit a questo nobile fine tende l'erudizione del Carducci, anche dove rimane pura e perfetta scienza. Nei nostri giovani eruditi invece pare che manchi l'ingegno combattente e la ragione pratica dei loro studi. Diseppelliscono i loro morticini letterari o storici; compiono i loro riti fra loro e quel che peggio vi costringono tutta una scolaresca, con un frasario ostentatamente scientifico, che del moderno non ha le audacie e la vivacit; del classicismo non ha l'arte, la profondit, la lingua. Mancano degli entusiasmi degli umanisti; e del metodo di ricerca moderno non gli alti fini e l'ampiezza, ma solo ritengono ed ostentano una falsa rigidit ed un'astrusa freddezza. Si potrebbero anche chiamare i primi e veri decadenti del classicismo; facendo s stessi inconsciamente ministri di una evoluzione negli studi dagli innovatori audacemente propugnata. Ma di ci pi innanzi. esagerato quello che io affermo? Nella espressione forse, non nella sostanza per chi esamina spassionatamente le cose. Ora i giovani che sentono di avere qualche cosa da dire al pubblico, cio che credono di essere con pi o meno vocazione chiamati all'arte, il primo atto di dovere verso s e verso il pubblico da cui vogliono essere intesi, consiste nel ripudiare tutto ci che possa sapere di studio e di coltura nel senso classico-nazionale. Tutt'al pi se nell'arte formale del periodo e dello stile necessario un modello, questo si ritrova in ogni letteratura, compresa di necessit la francese ed esclusa l'italiana. Nessuno pi di me odia il falso e retorico classicismo che per tanto tempo tenne le veci della geniale spontaneit e dell'arte vera: ma che da una cos copiosa e gloriosa e mirabile tradizione letteraria quale la nostra; dal rigoglio di idee che, innegabilmente, proprio dell'et presente non debba venir fuori nulla di originale, di nazionale, di italiano, proprio sconfortante. * * * Un secondo carattere della letteratura geniale (dramma, romanzo, novella, critica) consiste nel fenomeno seguente, ed cos tenace da sopravvivere a tutte le mutevoli teorie d'arte. Ecco: questo grande e complesso organismo della societ borghese, reca attraverso la tenace resistenza che ancora lo sorregge, tutti i caratteri patologici di un dissolvimento assai grave. Bene: la nostra giovane letteratura si fissa e si propaga su queste profonde cancrene con la brillantezza allegra e la caducit delle fungaie. Si pu obbiettare: tutta la letteratura europea dallo Zola, all'Ibsen, al Tolstoi offre questo carattere di decadenza. vero; ma ad esempio, in questi grandi scrittori, campioni di tre grandi razze, oltre alla decadenza v' anche un al di l, una fede non ricercata ma ingenita a non so quale remota rigenerazione umana, un'ebbrezza di bene, un mistico ed ascetico profumo di virt consolatrice e redentrice. I nostri giovani autori nulla ritengono di tutto questo: essi hanno solo l'intuito felice di tutte le forme morbose della societ; pare che le ricerchino come prediletta materia d'arte, e vi si posano con un compiacimento allegro e scettico, come le mosche iridescenti brulicano, s'accoppiano, folleggiano su le piaghe mortali. Si direbbe che da noi il decadimento della societ presente, che universale, si congiunga con un decadimento speciale della nazione. Con queste parole non intendo di farmi campione della morale (voce oggi di molta incerta definizione) e molto meno di fare il maestro a quegli scrittori. Se essi scrivono cos, vuol dire che il loro ingegno, la loro arte, il loro pubblico li porta a questo e non c' nulla da aggiungere. Io voglio dire semplicemente che quando una societ riconosce il suo maggior diletto intellettuale in questa sua stessa patologia e criminologia sotto forma artistica; quando si compiace di questa specie di autopsia che essa fa di s e de' suoi mali, tale societ ha perduto il senso della propria conservazione. Gli antropologi potranno, non dico di no, compiacersi vedendo come i loro soggetti di studio si allarghino oltre la cerchia del manicomio, dell'ospedale, delle carceri, per le vie e per le case; ma vero anche che dinanzi a questa raffinata e voluttuosa patologia il socialismo nelle sue forme pi audaci di distruzione si presenta talvolta come logica conseguenza, e talvolta sotto l'aspetto di una forza benefica, per quanto inconscia, che tende ad espellere dall'organismo sociale quei principii morbosi. * * * Dove pu sembrare che il Carducci abbia fatto scuola, si nel campo della filologia e della critica, dove con una larghezza e sicurezza sorprendente lasci la sua impronta di leone. Senza dubbio, come scrive il Panzacchi, Egli rimut l'atmosfera letteraria del nostro paese e divenne centro di un rinnovato movimento critico. Ma affermando questo non si intende di alludere solamente al metodo storico di cui Egli, per la verit del sistema e per reazione alla letteratura falsamente estetica e d'impressione, fu il pi sereno e sicuro maestro. V' di pi: Il Carducci caposcuola dell'onest letteraria e dell'avere segnato entro quali termini e per quale determinato fine gli studi abbiano giusta ragione di essere. Rimane poi sopra tutto meraviglioso nell'avere rivolto le ricerche e gli studi ad un fine pratico: cio ad un'instaurazione superiore della coltura nazionale. Ora questa grande idealit degli studi che anima il Carducci accende anche gli animi della nuova generazione che attende con tanto fervore all'erudizione e alle lettere? Non pare, e non pare n meno che lo seguano nella parte formale, cio in quella chiarezza e genialit artistica la quale risplende nelle pi severe opere di lui e che non solo del Carducci, ma propria della nostra tradizione italiana. Lo crede Egli? Io non so. Certo che la sua fede nell'opera rigeneratrice degli studi immensa, sebbene (mi si perdoni il giudizio azzardato) questa fede pare che abbia origine pi dalle sue forze soggettive che da una fredda conoscenza dei fatti e delle persone. V' in lui qualche cosa di invincibile, di rigido, di sublime che resiste ad ogni urto; una convinzione, una coerenza cos serrata che non permette al dubbio e all'indifferenza di insinuarvisi e fanno s che Egli rimanga credente e combattente sino alla fine. A questo proposito sono notevoli i seguenti passi del discorso pronunciato in Senato il 17 dicembre '92, in difesa dell'insegnamento classico: Badate, o signori, la rivoluzione e la nazione italiana l'hanno fatta la nobilt e la borghesia, quella che io direi cittadinanza. Le plebi, intendo specialmente le masse rurali, non ebbero parte nel nobile fatto. Non potevano capirlo: parteggiarono pi di una volta coi nostri nemici. La patria la conoscono appena, e non benignamente come una madre. Giustissimo dunque ed utile rinnovare e rialzare con l'educazione le plebi; ma altrettanto necessario mantenere calda e viva nella cittadinanza l'idealit che fece la patria: e questa idealit, non importa che lo dica a voi, o signori, in gran parte proviene dalla coltura classica. Vorrei poter analizzare quanto di greco e di romano, quanto di Epaminonda e di Mario, di Trasibulo e di Caio Gracco entrasse nelle prigioni, salisse i patiboli, combattesse nelle battaglie dell'indipendenza. Conclude dichiarandosi fiducioso e certo che l'on. Ministro non ha bisogno di conforti a mantenere nelle scuole classiche, senza collegiali impacci di pedanterie, quella idealit superiore greca e romana, contro la quale tuttavia batte il flutto della volgarit, della materialit, ed anche, o signori, della ostinata torbida incertezza e istinti sovvertitori che tutto vorrebbero abbattere, e nulla sanno rifare. In tale mantenimento sta per me gran parte della speranza di salute e gloria al popolo italiano, che per tutte le sue tradizioni altamente e profondamente classico e ideale. A ogni modo mi conforto col vecchio Guizot: l'aristocrazia greca e romana l'ultima che rimane agli spiriti nobili e che nessuno pu togliere. * * * Io, per mio conto, quando vedo questo fenomeno quasi costante, che i pi lodati fra i giovani filologi, appena usciti dalle scuole, vanno col lanternino in cerca del codice da esumare o dell'autore da rimettere a nuovo o almeno del testo da commentare (se ancora qualcuno sfuggito alla ricerca) e leggo certi loro libri e riviste che hanno tutta l'ibrida apparenza di un'algebra letteraria in cui nulla riluce della vivacit dell'ingegno e della lietezza di spirito inerente con gli anni, ma un'impacciata gravit inestetica lascia trasparire attraverso le screpolature qua e l la grettezza del pensiero ed una erudizione non maturata non organica ma accattata malamente; quando nelle scuole il metodo che dovrebbe essere il mezzo diventa il fine, oh allora a tutt'altra cosa io penso che ai liberali studi e all'umana idea classica; e invece, non so per quale associazione di idee, mi vengono a mente que' bravi giovani i quali dopo aver compiuto un certo tirocinio, o _apprentissage_, come meglio s'intende, in qualche fondaco o studio di commercio, stanno poi incerti se darsi piuttosto all'importazione delle arringhe affumicate oppure dei formaggi svizzeri. Di grazia, non mi si creda per tali parole irriverente verso i maggiori e verso questa nobilissima scienza moderna della filologia e della critica, la quale ha recato tanto contributo alla conoscenza del vero e per alla civilt e al progresso vero; e, certo, benedetti mille volte i giovani che a questa scienza attendessero con severit di propositi ed elevatezza di intenti; ma come studio individuale, ma per assorgere poi ad una pi sapiente e sicura comprensione dell'animo, della storia, della filosofia, dell'arte; e questa conoscenza trasportarla come forza viva, benefattrice, illuminatrice nella corrente della vita che si vive per mezzo specialmente della scuola. Magari fosse cos, e questa nostra patria italiana di quanto si sarebbe avvantaggiata nella ricostruzione della sua nazionalit intellettuale e morale! Ma non cos. Si fa dell'erudizione per l'erudizione, della ricerca per la ricerca, e fin qui meno male; il male vero che questa erudizione non animata da un vero e proprio amore, come a dire approntare un grande e purgato materiale di analisi di cui poi altri o essi medesimi fatti pi maturi si valgano per istudi pi complessi e maggiori o per adattare il gi noto al mutevole tempo. In generale tutta un'erudizione frammentaria a cui manca la coordinazione e la finalit, se pure per finalit non si vuol intendere quella molto necessaria ma poco nobile di apprestarsi, come sembra sovente, i titoli per i possibili concorsi: ma sopra tutto manca la idealit, tanto che io non esito a dire che se invece del classicismo greco, latino, italico dovessero indagare le origini della letteratura chinese o giapponese. vi porrebbero il medesimo ardore e la medesima pazienza. Tutt'al pi a volere assegnare a costoro una ben strana missione storica, gi adombrata sopra, si potrebbe dire che essi rendono simiglianza a' notai e loro scribi i quali compiono minuziosamente l'inventario del pensiero classico; e quando si parla di inventario, si parla anche di morte. Bene io so che vi sono eccezioni molte e nobili, ma non valgono ad infirmare di troppo il mio giudizio. E ne fanno prova le scuole ove sono chiamati ad insegnare ed hanno i maggiori gradi, che merc loro (e se vuole si aggiunga pure l'azione dannosa di certe vecchie e sfiatate cariatidi dell'insegnamento) la scuola classica si pu chiamare la demolitrice del pensiero classico. Si possono rinnovare libri, rimutare leggi, come si mutano annualmente; ma rimane sempre il fatto che i giovani quando ne escono mandano un gran respiro come se il petto si allargasse, ed anche un tacito _parce sepulto_, quando non un'imprecazione, non solo al buon Senofonte e a Cicerone, i due meno intellettuali autori e pure i capi saldi dello studio del greco e del latino, ma a Platone, a Sofocle, a Vergilio, a Tacito, al Petrarca ed a Dante insieme a Laura ed a Beatrice, coi quali autori vissero per tanti anni senza che a quella immortale luce la loro mente si accendesse; anzi credendoli conoscere per averli cos spesso avuti seco e averli letti ed esserne stati martoriati, portano nella vita la persuasione che siano perfettamente inutili, appunto perch perfettamente non li intesero o, meglio, non vennero fatti intendere. Certo che l'effetto dannoso di tale esagerazione del metodo, mancanza di idealit, di finalit, di arte diviene maggiore a cagione di un senso direi quasi universale di avversione per lo studio dei classici; e di questa avversione non so trovare altra causa vera e prima che la seguente, cio che il pubblico intende ovvero intuisce come questo studio, se fosse ridotto alla sua vera missione e fosse insegnato come dovrebbe essere, non potrebbe a meno di non produrre una vera e fiera aristocrazia intellettuale, al quale fatto ripugna istintivamente. Per le cose dette anche in mezzo a codesta classe di gente studiosa e colta il Carducci mi si presenta come diverso e solitario. * * * Non pochi hanno notato che nelle terze odi barbare v' una decisa concentrazione del Poeta in s medesimo, e ne hanno dedotto un decadimento delle sue forze poetiche. Per me invece sono prova della sua vera tempra di genio e della inesauribile potenza: appunto perch essendo costretto ad attingere sempre pi entro di s, riesce tuttavia a dare alle sue fantasie soggettive un'estensione meravigliosa. Tace in quelle liriche la vita presente, ma pare che l'anima dei secoli vibri all'unisono della sua in non so quale solenne tristezza, e la natura tutta vi risponda con una tragica serenit che non nelle prime odi. Sarebbe invece pi giusta cosa il dire che Egli ha voluto o fu costretto a spingere l'arte della poesia a' suoi ultimi confini. Dopo s'innalzano le colonne d'Ercole e l bisogna arrestarsi. Egli sembra essere compendio e termine di questa divina arte del canto quale sino ad ora venne intesa, cio come rispondente con armoniche forme ai nostri bisogni estetici ed ai nostri fantasmi. Se poi per il tempo avvenire il sentimento fantastico, appassionato degli uomini, cio il soggetto della poesia, avr bisogno di rivestirsi di parole e di ritmo, io non so: tuttavia oso dire che, supposto che ci sia, le forme liriche e l'arte quali furono sino ad oggi e che nel Carducci assumono l'espressione pi sintetica ed acuta, non potranno pi sussistere e dovranno rinnovarsi totalmente. Cos intendendo, con una rigida e stoica visione del vero e con la consapevolezza interiore del punto che Egli stesso avrebbe dovuto segnare nell'arte, scriveva sino dal '74[22] La poesia oggigiorno non pi la produzione immediata o mediata del popolo, n elemento di civilt per la nazione, n un bisogno estetico della societ, n instrumento di rivoluzione o mezzo di rinnovamento. [22] _Critica e arte._ Egli fu logico sino alla fine e con la sua arte forn la maggior prova di questa verit. * * * Per tale modo l'anima del Poeta varca il suo viaggio. Egli passa come cavaliere stoico e disdegnoso in mezzo alla turba e tende al fine ove la ferrea logica del suo pensiero e delle cose lo conduce. Passa in mezzo alla grave e immota folla dei dotti, fra il chiassoso seguito dei monelli dell'arte, attraverso l'indifferente aprirsi del volgo; e non verso l'avvenire, o Poeta, ma A la scogliera bianca della morte.[23] Anch'essa un avvenire! [23] _Iuvenilia._ CAPITOLO VI. GIOSU CARDUCCI E L'ORA PRESENTE. Domander alcuno: Quando principia propriamente il Carducci a divenire monarchico? In una lettera al _Resto del Carlino_ (11 maggio '93) scrive: Io di educazione e costumi repubblicano (all'antica) per un continuo svolgimento di comparazione storica e politica, mi sentii riattratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia, con sola la quale credo ormai fermamente possa l'Italia mantenersi unita e forte. E il _Corriere della Sera_ riproducendo questa lettera, dice che in essa il Carducci afferma ora nettamente la evoluzione politica compiuta nel suo pensiero. Ma in verit io penso che queste parole, dette per incidenza, siano una concessione alla opinione pubblica; null'altro. Evoluzione propria e vera di lui non ne avvenne e senza che ci gli sia di merito, non ne poteva avvenire. Fu piuttosto il tempo, furono le cose, come ho detto in principio, che si svolsero in modo da determinare questa specie di conversione che non sarebbe apparsa se i fatti e le idee avessero seguito un altro corso. Mi sembra dunque inutile l'insistere su di un'epoca determinata alla quale non corrisponde un determinato e sostanziale mutamento. Ma oggi che negli scritti di critica si costuma di raccogliere la maggior quantit possibile di documenti e si vagliano e si discutono consumando spesso gran parte del libro in un lavoro, per mo' di dire, di retroscena o di appendice, molti forse diranno che io avrei dovuto fare una raccolta ed un esame comparativo e cronologico di quegli scritti in cui il pensiero politico del Carducci si viene a mano a mano modificando, sino a che riesca naturale che Egli si affermi convertito alla monarchia. Concedo che un simile studio possa valere per dimostrare il progressivo adattamento, ma non credo che convenga all'indole del libro ed al metodo seguito; oltre a ci mi sono trattenuto per timore che insistendo troppo su di una questione pi che altro di apparenza e di forma, questa venisse confusa con la questione sostanziale: giacch il concetto informativo del presente lavoro fu, come gi dissi, di persuadere il lettore benevolo che nelle opere maggiori di lui stanno tutti i germi e le cause della sua evoluzione, e non necessario ricorrere o a sottigliezze o a documenti speciali: in altre parole che dato il genio e l'indole dell'uomo, data la natura dei tempi, la sua fede monarchica viene di conseguenza e non implica alcun nuovo convincimento. Altri con pi giusta ragione, mi potrebbe domandare perch io non faccia n meno cenno dell'_Eterno femminino regale_, e delle sue varie manifestazioni. Certo un'ommissione grave, ma pi in apparenza che nel fatto. Questo nuovo sentimento che si inizia con l'ode _Alla Regina_[24] forse ha avuto un certo influsso nell'affrettare la conversione; ma non tanto a motivo di questo sentimento in s, spiegabile per l'indole sua punto partigiana e cavallerescamente gentile nella apparente rudezza[25], quanto per l'acerba critica che gli fu mossa; la quale, per avventura, fece s che uomini prima con lui concordi ed acclamanti, al solo primo urto gli si svelassero nel loro vero essere. [24] 20 Novembre 1878. [25] Credo opportuno richiamare alla memoria il modo come si origin l'ode _Alla Regina_, lasciando ogni giudizio all'accortezza del lettore, tanto pi che in qualche punto mi sembra di avergliene fornite le indicazioni. Scrive il Carducci nell'_Eterno femminino regale_: di tutto ci che di me pu parere, mi addolora solo e anzi tutto l'apparire ingrato e disobbligante a chi mi abbia fatto segno di benevolenza e di attenzione. E veda, dicevo a Luigi Lodi, se io non fossi io, cio il poeta (come mi chiamano) della democrazia, poco mi ci vorrebbe per mostrare a questi monarchici borghesi come uno pu esser cavaliere senza aver mai a' suoi giorni portato una croce. Faccia un'ode alla Regina--dice Luigi Lodi. Chi sa?--rispondo io. La mattina dopo gittai gi le prime strofe dell'_Ode alla Regina d'Italia_. Credo anche che lo sviluppo dell'_Eterno femminino regale_ abbia contribuito a rendere troppo acute, stridenti, eccessive alcune affermazioni in proposito, le quali offesero non solo gli avversari, ma anche a molti che del Poeta erano e sono ammiratori e benevoli, non piacquero. Ma dopo aver fatto questa concessione, non mi sembra il caso di insistere pi oltre su di un fatto che ha un valore molto trascurabile rispetto alla principale questione. * * * Se nei capitoli precedenti io sono riuscito a rendere intelligibilmente il mio pensiero, pu oramai chi legge intendere di per s quale valore e significato abbia questa conversione monarchica e come di necessit siasi originata. Tuttavia mi piace insistere in modo pi particolare e dedurre quelle conclusioni e quei giudizi che vengono fuori da questo contrasto fra l'illustre uomo e l'ora presente. * * * Il lettore probabilmente ricorda la chiusa dell'ode il _Piemonte_[26]. In essa, con una di quelle visioni che da noi modernissimi non possono essere del tutto intese e gustate perch dell'epico e del veramente fantastico, quale in quella chiusa, abbiamo perduto o almeno di molto attutito il senso; in essa, dico, il Poeta imagina che lo spirito di Carlo Alberto, il re per tant'anni bestemmiato e pianto, salga a Dio scortato da un volo d'ombre eroiche; e dicono: Anch'egli morto come noi morimmo, Dio, per l'Italia. Rendine la patria. A i morti, a i vivi, pe'l fumante sangue Da tutti i campi, Per il dolore che le regge agguaglia A le capanne, per la gloria, Dio, Che fu ne gli anni, pe'l martirio, Dio, Che ne l'ora, A quella polve eroica fremente, A questa luce angelica esultante, Rendi la patria, Dio; rendi l'Italia A gli italiani. [26] Bologna, Zanichelli, 1890. Ma nel coro degli spiriti non sono solamente quelli che nella fede del re combatterono, ma anche quelli cui in vita il re disperse e percosse, cui in morte l'amore per la patria ed il dolore congiunsero. Ora questa visione mi sembra che risponda, sotto un certo aspetto, ad un senso politico del Carducci, rinnovato in quest'ultimo tempo. Ecco: Egli visse in mezzo agli eroi della patria e fu allevato nella loro fede. Non congiur n combatt le battaglie cruente, ma combatt quella battaglia a cui lo portava il suo genio, cio, come pi volte dissi, per la rigenerazione del pensiero e della coltura nazionale. Ma l'uno dopo l'altro i titani, i profeti, i buoni, i martiri la Morte ravvolse della sua ombra. In un breve scritto che suona come ultimo vale ad Alberto Mario, ricordando come questi, oramai vicino a morte, gli rinnovasse la memoria di scrivere la storia del Quattrocento, prorompe: Oh, se io fossi Erodoto e potessi leggere a un uditorio di Greci, io vorrei scrivere ben altra storia; la vostra storia, o padri e fratelli eroici. Voi sparite un dopo l'altro dallo spettacolo della vita: la nuova gente agita bandiere e sparge fiori su le vostre bare e le tombe, e vi piange, e vi acclama, e vi predica e poi vi dimentica. E per la morte di Garibaldi, nel famoso discorso, dice: La miglior parte del vivere nostro finita. Certo ritornano alla mente quei versi nell'epodo in morte di Giovanni Cairoli, che dicono: Oh come sola ora La casa degli eroi! Ma non alla dimora di Groppello, s bene pi largamente sembrano significare. Caddero, e con essi cadde e tramont l'idea di un'Italia repubblicana: repubblicana, intendo, non nel solo senso politico che anzi perdura pi che mai, ma nel senso storico e classico, idealmente rinnovato secondo i bisogni della vita presente; per cui il Carducci chiam s stesso _per educazione e costumi repubblicano all'antica_. Questi costruttori di una patria perfetta e bellissima non sono pi: ma pare che dal loro scomparire dalla scena della vita, quasi non pi da essi trattenuto, si sia rapidamente accelerato e diffuso quel movimento sociale, di cui ora voglio indicare un solo aspetto, cio come le genti italiche o dimentiche o non pi curanti dei distintivi storici di nazione, tendano a confondersi nella fiumana di una umanit rinnovata. * * * Ho detto dimentiche e non curanti; ma non tutto il mio pensiero: io penso che la nostra rivoluzione politica abbia avuto anche per effetto di portare in su, alla direzione degli organismi pi delicati e vitali della nazione, una certa classe sociale mezzo borghese e mezzo plebea, che non da confondersi n con la buona aristocrazia dei natali e dell'ingegno, n con quella borghesia che il Carducci cos bene chiama cittadinanza e nemmeno con le forti e serene classi lavoratrici delle officine e dei campi; ma qualcosa di mezz'e mezzo che non aveva n tradizioni, n energie, n affetti superiori; che prima non era nulla, che oggi non n credente n atea, ma egoista per istinto, cosmopolita per insensibilit; cui la libert politica forn i mezzi di rimpannucciarsi, di infarinarsi di coltura, di venire a galla, di farsi valere; che segue la corrente sempre dal lato ove pi forte, intendendo benissimo che comunque vadano le cose essa avr sempre da guadagnare, nulla da perdere. Questa classe indefinita e indefinibile si propagata, sparsa, sovrapposta, un po' da per tutto: nelle assemblee legislative, nelle amministrazioni, nel giornalismo, negli impieghi, nelle scuole; si attacca dovunque, porta dovunque la sua bava che fa smarrire i colori e le fisonomie alle persone e alle cose, la sua distruzione anche quando in politica si atteggi a conservatrice. Ora pare monarchica ed agisce come forza in sostegno di questa istituzione; ma basta il menomo contraccolpo perch questa massa si sposti e diventi repubblicana, socialista, magari anarchica senza sapere neppur essa perch; certo per forza di vilt: una specie di grande _claque_ sociale, che si recluta da per tutto, che non ha nessun convincimento, ma che in un momento grave decider della vittoria. * * * Dinanzi a questo disgregarsi e disperdersi delle forze morali della nazione, io non posso a meno in fantasia dall'imaginare questi veri padri della patria raccogliersi e proteggere non la loro repubblica, ma l'idea informativa della santa repubblica, cio la virt e la bont degli animi, la gentilezza, la coscienza del concetto della patria. E nella divina tranquillit della morte, nell'allontanarsi del tempo, dinanzi al supremo pericolo, non solo scompaiono gli antichi loro dissensi, ma con loro si accompagnano altri (e quelli ben volontieri li accolgono) che, monarchici di fede e loro nemici qui in vita, consacrarono pure l'ingegno e le forze per la patria. A questa schiera di grandi spiriti, con una communione di anime, vivo, fuori da ogni preoccupazione di parte, si ricongiunge il Carducci. Nelle sue ultime odi, _Piemonte_, _Cadore_, _La bicocca di San Giacomo_, prende argomento da fatti e da personaggi eroici per rievocare (forse Egli l'ultimo) la santa, la meravigliosa nostra patria, le memorie infiammate di gloria, le speranze per cui invano i profeti segnarono i giorni numerati al loro avverarsi. La verit vera che il Carducci in questo sentimento meno inteso che mai. Riporto ancora le parole del signor Buti[27] perch hanno il merito di riferire con scettica nitidezza il giudizio di moltissimi, volevo dire comune: Tale l'ultima messe lirica di Giosu Carducci (_Piemonte_, _Cadore,_ ecc.): un anacronismo, un deplorevole anacronismo, che avrebbe potuto essere della poesia civile cinquant'anni fa, ma che oggid riducesi a un mero sfogo solitario e retrogrado senza eco e senza consentimento del pubblico. Il Carducci, in questi saggi di pretesa lirica civile, s' dimostrato impotente non che a precorrere, anzi a seguire la rapida corsa verso l'avvenire del pensiero contemporaneo. E finisce: Egli si lasciato illudere dalla sua fama. creduto di parlare altamente e degnamente alla generazione presente. In vece la sua voce fu cos bassa e cos cavernosa, che parve ai giovani uscisse da un sepolcro!... [27] Op. cit. Che cosa posso io rispondere? Nulla, e proprio lo dico senza ironia. La risposta sta in tutto questo scritto, se pure nelle parole rimasta qualche cosa del mio pensiero. * * * Ma oggi mai molte sono le voci dei morti secondo il giudizio di quelli che si vantano vivi. Ne ricorder un'altra; quella di Felice Cavallotti, e prego chi legge a non mi volere frantendere. Certo io posso sembrare, e sono in fatto, pi congiunto all'antico che al nuovo; ma il pensiero, appunto perch non lieto ed intento ad una spassionata ricerca della verit, non trova forza n modo di essere satirico o di trafiggere alcuno con le abusate arti dello scrivere. Il Cavallotti, il quale certo una delle poche figure del partito repubblicano storico che sia giunta sino ad oggi integra e combattente, dopo i noti scandali bancari band, a nome suo e de' suoi, un manifesto (3 dicembre '93) ove richiama i cittadini e gli uomini politici al sentimento della morale, del dovere e dell'idealit della patria; ed accenna ad un ordine di riforme tributarie ed amministrative tale che valgano a dare alla patria stabilit politica e benessere di vita sociale. Bisogna per aggiungere che queste proposte e queste riforme per quanto coraggiose ed organiche non escono dall'ambito della legalit e sono tali che un conservatore liberale e libero da preconcetti e da odi, pu sottoscrivere; in altre parole stanno entro i limiti di un equo ed ideale ordinamento della societ borghese quale oggi o sembra essere esteriormente. Ora il signor avv. Filippo Turati, uno dei pi autorevoli e nitidi espositori italiani delle dottrine socialiste, nella _Critica Sociale_ del 16 dicembre, a proposito di questo manifesto e del Cavallotti scrive fra le altre cose le seguenti: Questa leggendaria logorea di morale, bandiera, sociali giustizie, popolo, che non tocca una sola delle cause dei mali presenti, ben la fioca voce di un _revenant_ del 48, voce che non ha in nulla l'accento, la vibrazione dei tempi, delle cose, dei bisogni dell'oggi. questa un'affermazione assai grave e che dimostra il tormento dell'ora presente e la tensione a cui giunto il dissidio; tuttavia bisogna saperne grado all'autore per avere messo le cose al loro posto. Si richiedono per alcuni commenti. Anzi tutto conviene constatare un fatto. L'attuazione di questo e di simiglianti programmi sovente banditi dai pi autorevoli e degni superstiti del partito repubblicano storico, richiede ed implica necessariamente nella odierna societ un complesso di energie, di convincimenti e di virt che sembra che pi non esistano. Il persistere stesso del male dimostra che vi una vera incompatibilit fra il rimedio e lo stato patologico dell'organismo sociale quale oggi. Sotto questo punto di vista il signor avv. Turati constatando la inefficacia del detto rimedio, strettamente logico, e secondo i suoi intendimenti, ha anche ragione di rallegrarsene. Ma questa non che una parte di ci che a me sembra essere la verit. L'altra parte della verit che il partito repubblicano classico o storico non si pu accostare al socialismo scientifico perch questo implica in s la ruina di qualche cosa di storicamente superiore ed intellettualmente aristocratico, in cui sta la ragione di essere del detto partito repubblicano. Questo qualche cosa di superiore dovrebbe anche essere anima e nervi della borghesia; ma invece di essere tale decade molto rapidamente, e decadendo a mano a mano segna come indice il formarsi ed espandersi del partito nuovo: e decadendo lascia un terribile vuoto morale nella societ borghese, dal quale vuoto proviene il fatto che la difesa che la detta societ fa di s, diventa sempre pi materiale ed a conservazione di beni materiali: lieve riparo o scorza contro cui i socialisti urtando fanno sentire con allegro sprezzo come risuoni a vuoto, e dicono che non fa nemmeno bisogno di abbatterlo; cadr di per s. Da questa dolorosa contraddizione che nol consente, anche proviene che gli ultimi superstiti di quel partito repubblicano storico, che non pot fiorire e per il suo elevato concetto e per mancanza di forze etniche, o si addossino al presente ordine sociale costituito nella speranza di infondervi nuova anima, nuovo sangue, idealit, senso della propria conservazione, come il Carducci; o rimangano sospesi come il Cavallotti; o si ravvolgano nella propria saggezza come il Bovio, o si agitino tremendamente, perch sentono che il terreno da per tutto minato, come l'Imbriani. * * * Che cosa si intenda per questo non so che di superiore fu gi detto innanzi con speciale riguardo all'arte; ora mi giover delle parole del Carducci stesso per meglio determinarlo nel senso politico. Ecco: Nessuno pi del Carducci democratico nel senso umano della parola; ogni pregiudizio, ogni convenzionalismo dilegua dinanzi alla luce del suo giudizio; pochi come lui grandi, seppero vivere in tanta modestia e dignit di vita privata come Egli visse e vive; se altri lo uguaglia, certo nessuno lo supera nell'amore al benessere ed alla pace per tutti gli uomini di buona volont, e sono convinto che in sostegno di qualsiasi riforma economica informata di giustizia e tendente al vero bene, Egli darebbe il suo voto. Che cosa v' dunque di diverso dagli altri in quest'uomo, in questo eroico combattente della libert, perch oggi debba essere giudicato inadatto a conoscere la pienezza dei tempi? Forse perch da ultimo si dichiar monarchico? Evvia, anche quando Egli era repubblicano (a modo suo) e lo si applaudiva perch v'era il tornaconto, si sapeva bene quale Egli era, cio come oggi. La vera cagione che fra il Carducci e la gente nuova v' un abisso di mezzo: allora si fingeva di non vedere, ma oggi invece che Egli stesso bruscamente l'ha chiarito con la sua conversione, si coglie il pretesto di questa conversione per proclamare la sua incapacit di assurgere alla conoscenza dei bisogni e delle aspirazioni del momento che fugge. Scriveva dunque nell'83, cio quando non avea ancor cessato di essere il cantore di Satana e il poeta della democrazia: L'idealit di una nazione, la religione cio della patria, ha per fondamento, per focolare alimentatore una o pi realt, ci sono una graduale trasformazione e ascensione delle classi inferiori verso il meglio; un ordinato e sano svolgimento delle forze economiche nelle classi mezzane; un'aristocrazia almeno del pensiero, della scienza, dell'arte, in una coltura superiore di genio altamente nazionale, e poco sopra definisce la idealit di un popolo cos: cio la religione delle tradizioni patrie e la serena e non timida conscienza della missione propria nella storia e nella civilt, religione e conscienza che sole affidano un popolo d'avvenire[28]. E nella sua professione politica agli elettori di Pisa (maggio 1886) scrive: Io voglio lo svolgimento di tutte le riforme democratiche richieste dalle necessit storiche dei tempi, ma con tutte le guarantigie dell'ordine politico e sociale secondo la tradizione italiana. [28] _a ira._ Ora questa pugnace aristocrazia dell'ingegno in una coltura nazionale, questa religione delle tradizioni patrie, questa coscienza della missione di un popolo nella storia e nella civilt, sono sentimenti che la societ che si va formando ritiene come un errore o, almeno, come un ritardo: ed cosa logica. Essa ha bisogno di livellare, di scancellare, di rinnovare. Ogni opera che tenda a conservare autorit di principii, tradizioni storiche, etniche, artistiche per quanto vere, ottime, bellissime, riesce a questa nuova gente di troppo insopportabile peso per il suo viaggio. In questo consiste la vera differenza fra il Carducci e la nuova gente; differenza che esisteva anche prima; non nel vario significato fra i due nomi di repubblicano e di monarchico che, nel Carducci, non hanno una essenziale differenza di contenuto. * * * Perch un grave errore di miopia il credere, come fanno alcuni eterni sentimentali, che questo fenomeno dissolvitore e innovatore che si intende con la voce socialismo, sia una semplice malattia economica cui si possa applicare qualunque panacea, anche il puro cristianesimo! Certo non facile segnare il confine del punto ove il fatto economico cessa per diventare fatto morale, tanto pi che sovente le due cause sono fra di loro congiunte ed intersecate; ma per vero che la causa morale vi entra per grandissima parte. Speciali condizioni e trasformazioni delle industrie, delle ricchezze, della propriet, del lavoro, costituiscono il turbamento economico, quale con serena e fine diagnosi fu determinato dal Marx; e qui non tanto sembra doversi incolpare una speciale iniquit degli uomini, quanto la natura delle cose e del sistema capitalista a cui alcune classi della borghesia furono a mano a mano condotte e che esse stesse sembra non possano n migliorare n altrimenti modificare. per vero che questo disagio economico si insensibilmente acuito a cagione di non so quale pervertimento della nostra natura, per cui avviene che tutti noi, dal pi al meno, abbiamo smarrito il senso della vita fisiologica, semplice, vera, buona; ma consideriamo il superfluo, l'innaturale, l'artificiale come precipua condizione di felicit. Negare od eludere questo male puole essere facile, non cos il proporvi un adeguato rimedio. Ma ommetterebbe un grave coefficiente per giudicare in modo imparziale, chi considerasse il socialismo come proprio di una speciale classe sociale, cio di coloro che portano a dosso la livrea di servi del capitale. Anche le altre classi vi concorrono, almeno negativamente, cio distruggono in un senso mentre quelli distruggono dall'altro; e in prima linea viene la stessa borghesia ricca, capitalista o industriale. Essa, salvo sempre le eccezioni molte e degne, offre questa strana contraddizione, che, mentre oppone una resistenza fierissima di conservazione materiale, moralmente sembra penetrata da una volutt di dissoluzione maggiore che non sia negli altri il desiderio del divenire. Non ha idealit religiosa, perch, quando non giudea, della vera fede ha perduto quasi tutto fuorch le apparenze; non ha tradizioni eroiche e gentilizie, perch sorta da ieri da un'aristocrazia che avea finito il suo tempo; non si pu dire che sia monarchica, perch con pari garanzie accetterebbe anche la repubblica; idealit nazionale non sembra che ne abbia molta, perch priva di profonda coltura; e se in alcuni casi ha contribuito all'unit politica, non si pu dire che l'abbia fatto sempre per nulla o, se cos fu, se ne venne poi dimenticando. Si vale per della religione, della morale, della patria, dell'arte come strumenti di difesa; ma senza volerlo o saperlo li scredita e li deforma. Essa ha un carattere cosmopolita ed utilitario; ed uno che volesse fare ricerca di frasi, potrebbe anche chiamare questa borghesia come la matrice storica del socialismo. Essa di fatto portata dalla sua stessa natura ad accentrare e ad accumulare sempre: ma giunta al punto che le forze per contenere e conservare ci che chiama sua legittima propriet le oscillano e accennano a scomporsi con suo gravissimo pericolo. Di contro a questa smisurata e innaturale forma di propriet, di ricchezze e di sfruttamento, il socialismo si accampa con la opposta reazione della comunit o socializzazione dei beni e dei capitali; la quale nuova dottrina economica sembra suggerita dallo stesso accentramento capitalista. Intanto nell'oscillare fra questi due opposti eccessi il senso della propriet vera, legittima, come quella che prodotto esiguo, ma santo, ma caro dell'onesta attivit dell'individuo, si perde; e fatalmente si dovr perdere quella poca ma vera felicit che consiste nell'affetto e nell'uso delle cose proprie. La quale non soltanto felicit individuale, ma fonte di saggezza, di pace, di parsimonia e di bont nel senso della conservazione della famiglia. La guerra alla propriet falsa e soverchia trasse seco anche la guerra alla propriet vera e buona; e supposto che questo nuovo ordinamento economico si avveri nel modo e nel grado che si dice e si vuole, dovr produrre anche un rinnovato ordinamento morale, in cui molte cose buone e care andranno sventuratamente disperse. Anche il ceto della borghesia media o cittadina che pu sembrare la classe pi sana e pi resistente, ha perduto moltissimo della sua forza conservatrice. Anzi tutto essa pure si venne spostando e disorganando economicamente per forza del movimento accentratore del capitale; cos che da proprietaria di modeste e care fortune che essa era, si trov, per citare il caso pi blando, a poco a poco alla merc degli impieghi, dei commerci e della conseguente vita randagia; poi anche quella parte che si potuta conservare integra e fedele agli usi, alla morale, agli studi, agli affetti, risente l'influsso di questa dissoluzione che non si sa dove sia propriamente, ma diffusa dovunque come l'aria che si respira. Inoltre battuta in breccia senza tregua dalla gente nuova la quale fa balenare bandiere di ogni pi ardita rivendicazione e innovazione; priva dell'appoggio e dell'esempio delle classi cos dette dirigenti; avvilita da una certa fatalit che nelle cose, sente sin da ora che sotto i suoi cardini di resistenza il terreno le cede; e insensibilmente si sposter sempre pi verso il nuovo quasi senza avvedersene se non quando il passaggio sar avvenuto anche nella sua parte esteriore. Concludendo su questo proposito, si pu dire che mentre le classi dirigenti ed organiche della borghesia alta e media vanno perdendo il senso morale della propria conservazione, la misura e il modo della difesa e partecipano esse medesime di non so quale dissolvimento, dall'altro lato l'infinito numero dei lavoratori, dei diseredati, dei malcontenti che il capitale accentrandosi esprime e produce, con un mirabile accordo oltre ogni confine di nazioni, muove serrato alla conquista di ci che o si presenta sotto l'aspetto della giustizia, del diritto, del benessere. Rimarr il banchetto umano lauto per tutti, ovvero, ridotte le porzioni, si accorgeranno i nuovi venuti, essi per i primi, che ben di poco si avvantaggiarono? Cio non avverr forse che questo pi raffinato senso che universale, questo pi intenso bisogno di partecipare ai godimenti della vita (oltre i giusti limiti della vita fisiologica) non trovino la possibilit di equilibrarsi con la maggior dose di benessere economico che sar concedibile, e perci, rimanendo lo squilibrio, rimangano le cause del male e del malcontento? Ma in verit ogni prognostico di ci che sar la societ dell'avvenire col fondersi di questi vari elementi assolutamente prematuro e fallace. V' per un fatto che mi pare indubitabile e di cui oggi stesso si vedono segni manifesti, cio che un equilibrio ed un assetto stabile in questo futuro allargamento e partecipazione dei benefici sociali a tutti gli uomini, non sembra possibile senza ammettere un tipo medio umano entro cui di buona o di mala voglia bisogner costringersi; e forse in questo adattamento al nuovo ambiente, in questo rimpicciolirsi del tipo umano chi sa che non si trovi il modo di essiccare le sorgenti di quel genere di dolore che proviene dalla meditazione, dall'ingegno e dalla filosofia. In questo che io dico vi sar alcuna parte di eccessivo, ma certo che se all'organismo sociale in formazione sono di impedimento gli individui accentratori di moltissima ricchezza e di molte energie umane al proprio servizio, non meno vero che, sotto un altro aspetto, anche le vere individualit dell'ingegno, essenzialmente indipendenti, preponderanti, bisognose di foggiare il mezzo che le circonda della propria impronta, devono riuscire pericolose od inutili; come deve anche riuscire inutile ogni studio, ogni arte, ogni meditazione che contenga un eccelso godimento o perfezionamento non partecipabile all'universale. Cos ad esempio supponiamo che ai giorni nostri comparisse un uomo il quale avesse tutto lo spirito apostolico, tutte le meravigliose energie psichiche di Ges Cristo, e che quest'uomo senza alcun misticismo ultra terreno, ma su le basi di un'idealit umana altissima trovasse modo di stabilire in terra il regno della possibile felicit per tutti e di eliminare le cause di ogni ingiustizia e di ogni patimento per tutti. Ebbene quest'uomo, nella migliore delle ipotesi, troverebbe scarsissimi apostoli e seguaci: giacch supponendo anche che la sua dottrina fosse cos perfetta che l'arma della critica non la potesse nemmeno intaccare, per ci solo peccherebbe che la maggioranza degli uomini non potrebbe assolutamente intenderla ed applicarla. Che se i fondatori di religioni poterono stabilire e fare accettare dalle moltitudini come pietre angolari del loro edificio alcune massime di una morale superiore o extra umana, vi riuscirono solo perch si valsero del terrore d'oltretomba e della volont divina per loro mezzo rivelata. Ora questi mezzi mistici non commuoverebbero che pochissima gente; ed per questa causa pi che logico, non certo consolante, che l'umanit, ammaestrata e fatta scettica da secolare esperienza e da maggiore conoscenza scientifica, rigetti, scarti senz'altro ogni dottrina, ogni morale, ogni felicit che sia superiore alla capacit ed alla attuabilit delle sue forze medie e che per questa sola ragione le trovi erronee. Invece conseguente che con tutte le sue forze aspiri a quel benessere che compatibile con le sue energie e con le sue facolt, ancora che esso non sia n il vero n l'ottimo. Per ottenere questo, due mezzi, oltre agli altri, si impongono come logicamente necessari alla civilt in formazione, cio, ripeto, livellare e scancellare. Ed applicando questo criterio all'ora presente ed alla nostra patria, si pu dire che l'Italia, la meno giovane fra le nazioni civili, la pi provata dalla esperienza, la pi ricca di memorie, di tradizioni, di glorie, sente prima e pi che ogni altro popolo il bisogno di buttare a mare tutti questi inestimabili tesori che non essendo per cos dire assimilabili ed utilizzabili dalla maggioranza sovrana, le diventano per ci di peso e di impedimento. Dinanzi a questa risorta forma di giacobinismo il Carducci mi rende sembianze di girondino nuovissimo e mirabile; e ne ha tutte le tristezze e le audacie, come nel sonetto _Dietro un ritratto_, ove chiude: Oh fantasie di gloria a terra sparte! E tu Italia vincente, e tu rubesta Libert coronata alto da l'arte! Sopra il fango che sale or non mi resta Che gittare il mio sdegno in vane carte E dal palco fatale un d la testa. e pi fortemente nello scritto su Alberto Mario, stampato primamente nel _Don Chisciotte_ di Bologna, li 2 dicembre dell'81, ove dice: Odi, Alberto Mario. Io ho ancora un ideale. Ed quello di morire su la ghigliottina, condannato dal popolo vincitore. Il popolo, corrotto e accannato dai governi, pasciuto di frasi e aizzato al vento dai democratici, quando romper la sbarra, ci scanner, cio, ci giudicher. Ci giudicher, perch noi vorremo ancora la libert e la giustizia: due parole che son per divenire di cattiva fama: l'una sbattacchiata in faccia alla gente che non pu usarne, perch ha fame e miseria e ignoranza: l'altra mascherante le mutazioni degli interessi nelle classi dirigenti. Noi veramente non pensavamo cos. Ma... ma allora sar quello che sar. Alberto Mario, ti do il ritrovo alla ghigliottina. Ma vedi, n meno ci ghigliottineranno. C'impiccheranno come servi feudali; ci lapideranno come ebrei. La Gironda per sempre finita. * * * Ma ammainiamo le vele che, per avventura, troppo indugiammo e v' rischio che il lettore anche benevolo ci muova rimprovero di avere abusato della sua pazienza, insistendo sempre su di uno stesso argomento per quanto questo sia vitale e presente. * * * Forse un errore pu essere imputato al Carducci, cio che la compagnia spirituale o di persona di quei cittadini eroici che furono padri della patria, lo studio dell'arte, l'impeto della fede ardente che rimovea da s le correnti delle idee contrarie, siano stati cagione che fosse alquanto ritardata in lui la conoscenza esatta della natura delle nuove idee. Si aggiunga l'effetto dell'applauso che non permise, forse, di separare quanta parte era rivolta all'alto concetto umano, storico, artisticamente sereno, contenuto in quella sua continua ribellione, e quanta maggior parte di esso applauso traeva origine solo dall'espressione rivoluzionaria, dalla frase tagliente ed audace. Venne infine il giorno che questo movimento di idee e di gente nuova prese tanta estensione ed espressione che il suo carattere non pot pi essere dissimulato. La giovent che gli passava da presso di anno in anno, ancora serbava il vecchio nome di repubblicana, e certo in buona fede; ma in sostanza era penetrata da queste idee e speranze nuove, le quali nulla contengono di quell'eccelsa idealit patria ed umana, di quel senso dell'individuo eroico, di quella religione delle memorie, di quell'aristocratico sentimento dell'arte che sono cosa propria del Carducci: anzi si pu dire che l'attuazione di quelle idee non possibile senza la distruzione di queste. Io non so se alcuno molto poco intendendo dell'arte e del genio del Carducci si fosse da lui, come poeta, aspettato qualcosa di simile all'_Inno dei lavoratori_; questo so certo che non pochi dissero che il Carducci come intese questo crescente dissidio, avrebbe dovuto uscire dall'arena della vita attiva e combattuta, ravvolgersi ne' suoi convincimenti, nella sua antica fede repubblicana come Trasea Peto si ravvolse nel suo manto ed usc dal Senato. Cos da quell'altitudine, sdegnoso ed immoto, avrebbe dovuto con filosofica serenit assistere allo svolgersi di questi nuovi fenomeni della vita sociale. Tutto ci avrebbe potuto piacere alla sentimentalit di qualcuno ed avrebbe prodotto un discreto effetto artistico. Ma via! supporre questo esiglio e questa morte volontaria quando _i nervi ancor son forti_, non solo un semplice assurdo, ma un disconoscere l'indole e l'anima del Carducci. * * * Egli non esit un istante, il timore della calunnia, dell'insulto, di ogni sorta di denigrazioni non lo rattenne, ma si accost decisamente alla monarchia. Ma che disertare?--esclama--Si diserta per vigliaccheria o per guadagno. E questo non il caso mio. Si pu disertare, e innanzi alla legge morale non pi diserzione, quando l'uomo si trovi per forza o per mala elezione arrolato sotto la bandiera dei nemici in guerra con la patria. Sarebbe questo il caso? No'l voglio credere[29]. [29] Lettera al direttore della _Gazzetta dell'Emilia_, 18 marzo '91. Ma nell'accostarsi a questa forma politica conservatrice Egli non cerca difesa o rifugio, ma il modo di meglio combattere ancora, sempre, finch duri la vita. Per tal modo a questo principio monarchico Egli d un'attitudine schietta, cittadina, nazionale, ideale come ove dice nel discorso agli elettori del collegio di Pisa (maggio '86): Io credo di rendere al re d'Italia il massimo onore quando io lo veggo in fantasia su l'Alpi Giulie a cavallo, capo del suo popolo, segnare con la spada i naturali confini della pi grande nazione latina. * * * In questa nuova sembianza pi grande Egli si erge e pi manifesta ci appare la sua vera natura. Perch Egli, in questo lento dissolversi e disperdersi degli antichi distintivi del genio italico, sente che in s ne assimilata grande parte; e perci la personalit del suo genio sotto un certo aspetto diventa personalit di razza: la necessit della propria conservazione individuale si impone come necessit biologica e storica. Tutto ci che in lui vi pu essere di poco armonico, di eccessivo, di mutevole e, sia pure, di apparentemente illogico si deve ricercare in questa necessit di difendersi e di difendere. * * * Se poi alcuno domandasse: la monarchia a cui il Carducci si accost, contiene essa questa virt conservatrice della religione e delle tradizioni patrie? puole essere instauratrice di giustizia economica e morale, cos da porre freno o almeno dirigere le esorbitanti forze dei nuovi partiti sociali? raccoglie e rappresenta essa le energie della parte pi savia e pi sana della nazione? insomma quanta parte di vero, quanta invece di soggettivo vi in questa idealit di cui il Carducci la recinge? Risponderei che questo non entra nel tema del mio scritto e che ognuno vi pu dare quella risposta che crede migliore. LIBRERIA EDITRICE GALLI di C. CHIESA & F. GUINDANI ESTRATTO DI CATALOGO =Arte e Critica:= =Friedmann S.=--Il Dramma tedesco sul nostro secolo. I. Enrico di Kleist.--Un volume in-16 L. 1 50 II. I Psicologi (Federico Hebbel).--Un volume in-16 2 50 III. Francesco Grillparzer.--Un volume in-16 3 -- ... La critica del Friedmann chiara, sensata, geniale, lontana cos dalle pedanterie come dalle astruserie.... _Minerva_ (Rassegna internazionale), 1 gennaio 1894. ... si leggono con vera compiacenza e con un crescente interesse quasi al pari d'un romanzo. _Perseveranza_ (1 luglio). ... Tutto il libro condotto con chiarezza, con metodo critico sicuro e giusto.... _Illustrazione italiana_ (27 agosto). ... Wir haben es mit einer tchtigen, erfreulichen Leistung zu thun. _Literarisches Centralblatt fr Deutschland_ (12 agosto). Lodatissimo da quasi tutte le riviste italiane e tedesche. =Petrocchi P.=--Dell'opere di Alessandro Manzoni, letterato e patriota.--Un volume in-8 L. 3 -- =Rovani G.=--La mente di Alessandro Manzoni.--Un volume in-8 1 -- =Fontana Ferdinando.=--Pennelli e Scalpelli; note artistiche.--Un volume in-16 2 -- =Barattoni e Benapiani.=--Ars; appunti critici.--Splendido volume illustrato dai migliori artisti moderni 3 -- =Buccellati A.=--Manzoni, ossia il progresso morale, civile e letterario.--Due volumi in-8 9 -- =Tanganelli e Luraghi.=--Bois; appunti d'arte e di critica moderna.--Elegante vol. in-16 3 -- =Mazzoleni A.=--Settembrini e i manzoniani; note critiche.--Un volume in-8 1 -- =Sogliani Ugo.=--Tre precursori (Francesco Dall'Ongaro, Antonio Gazzoletti e Antonio Somma).--Un volume in-16 1 50 =Robiati G.=--Gerolamo Rovetta; studio critico.--Un volume in-16 1 -- =Aloysius F.=--Grinze nel Cuore di Edmondo De-Amicis.--Un volume in-16 1 50 =Quadrio E.=--Il realismo in letteratura, replica a Ferdinando Martini.--Volumetto elzeviriano -- 75 =Fontana F.=--Cesare Tronconi e la Passione maledetta; lettera a Leone Fortis. Un volumetto -- 50 =Righetti C.=--Facciamo un Teatro Nazionale -- 50 =Majocchi D.=--Carlo Troya; studio storico critico.--Un volume in-16 -- 75 =Pellegrini A.=--Angelo Mai e le sue principali scoperte letterarie.--Un volume in-16 -- 50 =Mazzoleni A.= Giuseppe Ferrari, i suoi tempi e le sue opere.--Un volume in-16 2 50 =De Luca P.=--Ars.--Un volume in-32 1 50 =Brambilla G.=--Studi letterari sugli _eroici furori_ di Giordano Bruno.--Sulla versificazione italiana.--Le poesie di Niccol Tommaseo.--Un volume in-16 2 -- =Fiorentino Francesco.=--Scritti vari di letteratura, filosofia e critica.--Un volume in-16 4 -- =Gelmetti prof. Luigi.=--La dottrina manzoniana sull'unit della lingua nei suoi difensori: prof. Luigi Morandi e prof. Francesco D'Ovidio; unici studi critici sullo stato definitivo della questione.--Un volume in-16 5 -- =Zendrini Bernardino.=--Opere complete. Volumi I e II: prose. Volume III: poesie.--Tre volumi in-16 11 -- =Farrar F.=--Lingua e lingue, ossia capitoli intorno alla lingua. Opera tradotta dall'inglese a cura di C. Novelli.--Un volume in-8 2 50 =Morello V.=--Leggendo; appunti di critica e d'Arte.--Elegante volume in-8 2 -- =De Nino A.=--Briciole letterarie.--Due volumi in-16 7 -- =Grubicy De Drogon= (Vittore).--L'Arte e lo Stato in Italia.--Un volume in-8 massimo 5 -- =Robiati Giuseppe.=--Il romanzo contemporaneo in Italia; saggi critici su Giovanni Verga, Gerolamo Rovetta, Antonio Fogazzaro, Ottone di Banzole, Ugo Valcarenghi.--Un vol. in-16 1 50 =Dossi Carlo.=--I Mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Vittorio Emanuele; note.--Un volume in-16 2 -- =Fenaroli prof. Giuliano.=--Svaghi letterari.--Un volume in-8 2 20 =Grita Salvatore.=--Polemiche artistiche.--Un volume in-16 2 -- =Meloni Alfredo.=--Donatello (1386-1466).--Un volume in-16 1 -- =Neri Achille.=--Aneddoti goldoniani.--Un volume in-16 1 50 =Umano.=--La Guerra di Giosu Carducci flagellata da Umano.--Un volume in-8 1 -- =Zanolini Antonio.=--Antonio Aldini ed i suoi tempi; narrazione storica con documenti inediti o poco noti.--Due volumi in-16 8 -- =Occioni Onorato.=--Cajo Silio Italico e il suo poema; studi.--Un volume in-16 4 -- =Guerzoni Giuseppe.=--Lettere ed armi. Scritti editi ed inediti. Volume primo: Discorsi e Conferenze. Volume II: Saggi storici.--In-16 8 -- =Lioy Paolo.=--Ciarle letterarie. Un vol. in-16 -- 50 =Italo Robin.= (G. Benumo).--Antico e nuovo fatalismo nell'arte.--Un volume in-16 1 50 Dirigere commissioni ai signori _C. CHIESA & F. GUINDANI_, editori, Milano. License: Share Alike