Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive) RAFAELLA ROMANZO POSTUMO DI SILVIO PELLICO MILANO GIOVANNI GNOCCHI EDITORE 1879. [Illustrazione: Un dardo colp gravemente il conte di Biandrate, il quale cadde di cavallo.--Pag. 56.] RAFAELLA ROMANZO POSTUMO DI SILVIO PELLICO TORINO COLLEGIO DEGLI ARTIGIANELLI--TIP. E LIB. S. GIUSEPPE _Corso Palestro, N. 14._ CAPO I. _La Manumissione._ Nell'anno 1160 vivea in Saluzzo un arimanno[1] per nome Berardo della Quercia, il quale godea da lungo tempo tal grazia del suo signore, Marchese Manfredo, che sarebbe quasi potuta dirsi amicizia. Berardo, sfuggendo gli onori della corte e stando ordinariamente nei suoi campi, venia visitato dal Marchese e consultato sopra molti capi del suo governo: tanto era noto il retto animo ed il senno di quel buon suddito, per nobili prove ch'egli spesso ne avea date; e tanto a far pregiare simili doti giovava la sua singolare modestia. [1] _Arimanno_ vuol dire _uomo libero_. Giunse fino ai principii della vecchiaia senza patire gravi sciagure; ma egli avea partecipato alle altrui, come se fossero sue, e quindi il cuore non gli si era indurato dalla prosperit. Giovanna sua moglie, di nascita egualmente umile, ma di spiriti gentili, avealo fatto padre di pi figliuoli. Due soli rimaneano, Eriberto e Rafaella; quello in et di oltre vent'anni e questa di sedici. Gli altri erano stati mietuti dalle guerre di Cuneo; villaggio allora di poco antica fondazione, ma che gi prendeva aspetto di citt, e tutto composto di ardimentosi, che voleano vivere a popolo, a guisa di Asti e di altre citt italiane. Il favore del Marchese non redimeva Berardo dal poco pregio, in cui il pi de' Baroni, in cuor loro, teneanlo; perch semplice arimanno; ed era anzi cagione che alcuni lo abborrissero. Fra questi annoveravasi Villigiso, signore di Mozzatorre, uomo prode, ma d'anima abbietta; il quale abborriva Berardo particolarmente, perch questi l'aveva fatto stare a segno, alcuni anni addietro, quando, trovandosi entrambi ad una festa di nozze campestri, Villigiso s'era arrogata una famigliarit insolente colla sposa. Il marito erasi adirato e Villigiso l'avea percosso. Dove Berardo, non solo difese arditamente que' contadini e costrinse il temerario a ritirarsi; ma accusati quelli da Villigiso, Berardo sostenne la loro innocenza, e fu cagione che Manfredo pubblicasse una legge che tutelava sotto gravi pene, i matrimonii de' villici contro l'audacia de' Baroni. Dopo alcun tempo di lontananza dalla corte di Saluzzo, Villigiso fu rimesso in grazia; e bench trattando poi con Berardo, mostrasse di non serbar memoria dello smacco ricevuto e desse anzi vista di condannare i proprii torti della giovent, pure segretamente abborrivalo e meditava vendetta. Per mala ventura accadde, che il segretario di Villigiso, frugando in carte dimenticate da molti anni, trov un documento, il quale indicava che Berardo della Quercia avea avuto per avo un servo del barone. Notavasi che questo servo era fuggito nella giovent, avendo un bambino chiamato Iseppo; il quale, per testimonianza di molti, preso il mestiere dell'armi, era ito a combattere pel sepolcro del Salvatore. Il segretario poi si ricord d'avere inteso dire che Berardo fosse figliuolo d'un crociato, posatosi gi vecchio in Saluzzo. Prese maggiori informazioni, ed accortosi del fatto, il segretario di di ogni cosa contezza al barone. Come prima questi vide il documento ed ebbe esaminate le prove, che poteansi avere dell'identit del servo fuggito e dell'avo di Berardo, egli tenne per fermo il suo trionfo di prostrare a' suoi piedi quest'infelice con tutta la sua famiglia. Mosse dunque con questo intento a Saluzzo, e palesati i suoi diritti al Marchese, dimand giuridicamente il nipote del servo fuggito. Manfredo era scrupoloso osservatore della giustizia, e non l'avrebbe violata se anche si fosse trattato del proprio figlio. Egli fece venire Berardo in giudizio e mostrogli il documento e le testimonianze, questi confess d'avere avuto per padre il crociato Iseppo; di che egli fu posto in bala di Villigiso. Secondo le leggi di quei tempi, chi usurpava la libert o godea libert usurpata da' suoi maggiori, era quasi reo d'un furto, e niun potente, senza acquistar fama di tiranno, avrebbe potuto sottrarlo al dominio del padrone che lo richiedesse. La scoperta di tali usurpazioni di libert non era avvenimento raro e se ne leggono parecchi esempii nella storia di quei tempi. I servi fuggiti ripatriavano talvolta in vecchiaia, attratti dall'amore del luogo natio, o dopo di loro ripatriavano i figliuoli, con fiducia d'impunit che non era sempre irragionevole. Giacch dove trattasi di cose o persone non illustri, pochi traslocamenti, pochi intervalli, poche vicende oscure, sfuggite all'occhio altrui, bastano spesso a fare smarrire la cognizione dell'origine e a farne attribuire una diversa dalla vera. Tali ragionamenti avevano ispirato fiducia al crociato Iseppo: e la fiducia doveva essere naturalmente ancor maggiore in Berardo. Ecco dunque un'onesta famiglia caduta nell'obbrobrio! Ma se Manfredo, per non ledere il diritto del barone suo vassallo, avesse abbandonato l'uomo che egli onorava ed al quale era avvinto da gravi debiti di gratitudine sarebbe stato un mostro; e tale non era. In Saluzzo, nel suo territorio, ne' vicini marchesati, non sussurravasi pi d'altro che dell'infelice sorte di Berardo. Il volgo che, durante la sua prosperit, non ristava dall'invidia e lo malignava, ora non ricordavasi pi se non delle sue virt e lo compiangea. Di che ai mercati di Saluzzo affluiva gente dai luoghi vicini e lontani, non tanto per comperare e vendere quanto per udire se le sventure di Berardo non avessero qualche riparo. Brulicava di popolo, in uno di tai giorni, la piazza di Saluzzo, e si udivano da ogni lato frapporsi al grido del prezzo delle merci e alle altre voci di mercato i nomi di Berardo, di Giovanna, di Rafaella, d'Eriberto. Centinaia d'oratori di eguale facondia e tutti poco informati declamavano senza gran fatto sentirsi a vicenda, trasformavano i desiderii e i presentimenti in realt, narravano stravaganze, che nulla avevano che fare con quel fatto, fuorch nutrire l'universale cordoglio. Questi veniva contradetto da quello, contendevano, s'ingiuriavano, ed invocavano per testimonio chi il vicino, che nulla non sapea di meglio, chi l'astrologo che disceso con gravit dal banco, s'offriva di dar lume alle parti altercanti. Gl'interrogati decidevano la questione con nuove congetture e nuove favole, rimanendo ognuno sempre pi all'oscuro di quanto tutti bramavano sapere. --Berardo di schiatta libera quanto la mia (urlava uno); e lo calunnia atrocemente chi lo vuole d'origine vile. Io conobbi suo padre quando torn di Terra Santa; il nostro marchese Bonifacio, di gloriosa memoria, ve l'avea mandato fra gli arimanni capitanati da suo fratello. --Ed io non dissi essere stato lui ciurma di schiavi (gridava un altro); bens che Berardo non sarebbe stato giudicato servo di Villigiso, se ci non fosse ben provato. --Provato un fico! vi dico io. Il Marchese uomo; e quantunque savio come suo padre potrebb'essere ingannato. --S! ingannato! Eh! che non si pu errare, quando non si tratta di niente pi in l dell'avo di un cristiano. vero che il crociato gener qui nella vecchiaia il povero Berardo, e che il crociato era pur nato di padre vecchio; vero che questi era fuggito nell'infanzia e che lo avevano creduto affogato nel Chiusone o nel Pollice, e che niuno ponea pi mente a quella schiatta di servi. Ma quando il diavolo disseppellisce carte, che per disgrazia, serbano memorie in forza delle quali una famiglia onesta dee precipitare nella sventura, e quando l'infallibilit di quelle carte accertata dai dottori, chi pu dubitare del giudizio che ne viene pronunciato? --Chi pu dubitarne? Io! io che so quai brutti giuochi facciano talora, non so s'abbia a dire le apparenze, o il diavolo! I registri delle famiglie de' servi non si possono inventare, lo riconosco; e la pergamena dissotterrata sar bella e buona per mostrare quali antenati abbia avuti il servo che s'affog, o fugg. Ma niuna pergamena palesa se quel servo sia piuttosto fuggito che affogato. Si acquistasse pure certezza della sua fuga, quasi un secolo dopo, allorch i vermi avrebbero potuto mangiarlo venti volte; come volete che si dimostrino i viaggi da lui fatti, e si sappia che un tale, il quale anco cenere da gran tempo, era suo figlio? Sebbene questi e simili discorsi mostrassero la libert del popolo nel discorrere del suo principe; non v'era per germe d'odio contro di lui, n la minima diffidenza della sua equit: giacch il marchesato (all'eccezione di Cuneo) riposava fedelmente nell'abitudine dell'obbedienza. Per quanto i mercati fossero romorosi e vi s'agitassero diversi contrarii pareri, niuna ombra ne prendeva il governante, niun notevole scandalo ne sorgeva nei governati. Pochi birri moveano su e gi per la piazza, non solleciti di far badare alla loro presenza, se non quando avvenissero gare di bastoni e di coltelli o si gridasse: al ladro! Infatti, mentre fervea la multiplice conversazione accennata, ecco un suono di tromba sotto il portico doppio, e tutti volgersi rispettosi a quella parte. Un banditore facea sventolare la bandiera marchionale per intimare silenzio; e gi niuno pi zittiva. Torn a sonare la tromba prolungamente, e tutti giubilarono, perocch quel segno annunziava la discesa del Sire dal castello e qualche provvedimento che egli venisse a dare al cospetto del popolo. Il portico doppio era un palazzo presentante due ordini d'arcate l'una sull'altra. Giunti dal castello il Marchese, la Marchesa, il loro figlio e numerosa comitiva, salirono sull'arcata superiore, e s'assisero nei proprii seggi, a vista di tutto il popolo. Qual fu la generale maraviglia quando, dopo aver fissato gli occhi sui personaggi seduti, si pot discernere, in un folto gruppo d'uomini e donne del seguito che stavano in piedi l'infelice Berardo, la moglie ed i figli. --Come lass? che vuolsi far di loro? Guardatelo l quel valentuomo! non umile pi di prima, perch era gi tanto! non vergognoso, perch e qual colpa ha egli commessa? non corrucciato, perch chi mai am al pari di lui il prossimo, compresi i nemici? E la buona Giovanna! E quell'angelica creatura di Rafaella? Ed Eriberto? Queste ed altre esclamazioni, levatesi a un tratto da tanti petti, suonarono per l'aria, con quella specie di vibrazione che, agli orecchi degli uomini esperti di tali scene, indica animi commossi da affetti penosi, ma benevoli. Perocch i bisbigli della moltitudine, sebbene composti di sillabe indistinte, hanno come la voce d'una persona individua, diversi caratteri, secondo la diversa passione che li suscita. Berardo cap; e lev gli occhi al Cielo. Le due donne capirono parimente, e nulla espressero all'altrui guardo, ma sotto i loro veli una segreta lagrima accompagn l'atto di grazie che offrivano a Dio. Il banditore ripigli la tromba, e fe' di nuovo il cenno del silenzio. Allora Guglielmo di Manta, notaio del palazzo, s'accost alla ringhiera con ampia carta in mano e lesse in quel grossissimo latino, che allora tutti intendevano, quanto segue: Nell'anno dell'incarnazione del Signore mille cento sessanta, terzo delle calende di Giugno, indizione eccetera. Io Manfredo, figlio del fu Marchese Bonifacio di buona memoria, dissi, presente ai presenti; Berardo della Quercia essendo stato generato da Iseppo, il quale fu generato da Antonio il quale era servo de' signori di Mozzatorre, come consta dal documento prodotto, ecc. ed esaminato, ecc. ecc. e dalla confessione di Berardo medesimo...... --Dalla confessione di Berardo medesimo! mormor il popolo, con istupore e piet. Il notaio, udendo quel romore agit in aria la carta; il banditore ripet il cenno, e la piazza torn ad ammutolire. Ma troppo molesto sarebbe al lettore l'udire tutto intero il capolavoro di Guglielmo di Manta. Que' che l'udirono dalla sua bocca erano pi pazienti di noi; e nondimeno lo interruppero tratto tratto con sbadigli, per isfogare cos l'ingenito bisogno di variet che nell'uomo. In quel documento diceasi dunque che Berardo e tutta la sua famiglia, essendo servi del Sire Villigiso di Mozzatorre, questi era stato richiesto dal Marchese di venderglieli, e che l'accordo era seguito, mediante la cessione che Manfredo facea a Villigiso d'alcuni campi e di parecchi diritti colla giunta della somma di trecento genuine. Manfredo inoltre dichiarava che l'acquistato servo Berardo gli s'era in molte occasioni mostrato zelante della sua gloria e pieno di sapienza; e che perci esso Manfredo non volea, coll'opprimere s degno uomo, meritarsi la dannazione eterna. Quindi proseguiva: Io vostro signore, o Berardo, o Giovanna moglie sua, ed Eriberto e Rafaella figli loro, e tutta la futura discendenza di Berardo, mosso da benevolenza e da debito, statuisco essere voi _liberos et absolutos iuxta legem ab omni vinculo servitutis_; e statuisco esservi conceduto, in grazia della vostra libert, ogni acquisto vostro, tanto per quel che avete, quanto per quel che potrete avere, ecc., e che _sicut cives romani_ abbiate le porte aperte, ecc., _et licentiam eundi et abitandi ea parte mundi qua volueritis_. Infine, o mio Berardo e voi famiglia di questo giusto, _ad recordationem huius libertatis et amoris mei, concedimus vobis tres petias terrae iuris nostri......_ Vi concediamo tre pezzi di terra di nostro diritto, confinante coi campi che gi possedete lungo il Po, ecc. _Prima petia habet sex iornatas optimas ad celoyram_[2]. La prima pezza contiene sei giornate ottime per l'aratro, e va dal fiume fino all'antico Olmo detto di Carlomagno, seguendo ivi il ruscello, ecc. la seconda contiene sei giornate di bosco, ecc., e la terza due di vigna. [2] _Stoira_ dicesi ancora oggid dai Piemontesi l'aratro. Non occorre narrare che alle parole: _Statuisco esser voi liberi_, il popolo fece tanto schiamazzo, che bisogn ricorrere alla tromba ed alla bandiera. Ma l'efficacia della tromba e della bandiera mal poteano reprimere i Viva Manfredo! Viva il nostro buon signore! Convenne al notaio rassegnarsi, e leggere quindi innanzi a brani ed a saltelli, ne' piccioli intervalli, in cui il popolo avea la compiacenza di ascoltare. Finita la lettura, il Marchese discese dal seggio per firmare l'istromento, Berardo poi, con tutta la sua famiglia, essendosi avanzato per onorarlo, quegli non permise la genuflessione e li condusse verso la Marchesa, la quale alzatasi abbracci amorevolmente le due donne. Sottoscrisse pure, nascondendo i suoi fremiti, Villigiso, e firmaronsi come testimonii i seguenti fratelli di Manfredo: Guglielmo di Busca, Anselmo di Ceva, Bonifacio di Cortemiglia, Enrico di Savona, Oddone Boverio di Loreto. Ultimo firmossi il notaio _Willelmus de Manta_. I _viva_ allora non ebbero pi freno. Dalle botteghe, da' poggiuoli, dalle finestre, tutti coloro che aveano qualche tromba, o flauto, o piffero, o piva, o liuto, o tamburo, o campanella, si diedero spietatamente a suonare. Per alcuni minuti fu una musica infernale; finch tutto quell'orribile caos si mut, a poco a poco, in un certo ordine non ingrato; perocch ogni sonatore s'accord al generale prorompere della volgarissima canzone, con cui soleasi dalla moltitudine far plauso ai suoi signori. Laus et honor Manfrido de Vasto, Filio quondam Bonifacii; Che vuol leve sul popolo il basto. Onde portans Domnum carum Trotti e ragghi di gioia e d'amor. Quoniam, quando il bastone ed il basto Cruciant pellem, Cruciant ossa, L'infelice dall'omero guasto Male ragghiat, Malo trottat, E il bussante rovescia talor. Intanto che il rozzo inno dilettava o assordava gli orecchi, il drappello signorile con tutto il seguito cal al basso, e con istento avviossi alla chiesa di S. Chiaffredo, fendendo a mala pena la calca. Entrati tutti in chiesa, e locatisi nei banchi, usc un Sacerdote a celebrar Messa. Il Vangelo dicea la guarigione dell'infermo che non potea gettarsi nell'acqua salutare di Betsaida, quando l'Angelo del Signore scendea ad agitarla. Voltosi allora il Sacerdote agli astanti predic: Era forse l'infermo di Betsaida cos bruttato d'iniquit, che non meritasse di venire aiutato da alcuno? Anzi da credere che fosse giusto; giacch Dio vedendolo abbandonato da tutti gli uomini, mosse egli stesso per consolarlo e guarirlo. Miseri i potenti che non ascoltano la voce di Dio, la quale grida in tutte le umane coscienze: abbi rispetto alla sventura! perch il patrimonio di Adamo e de' suoi figli! Ma a noi, o Saluzzesi, tocc un potente che dobbiamo benedire. Il suo maggiore desiderio d'adoperarsi a vantaggio degli oppressi. Il fulmine caduto sulla onesta casa di Berardo, non gli fe' crollare il capo e dire: giudizio di Dio! Egli abbass il capo con dolore e disse: Qual il giudizio di Dio su di me? Ed intese che il giudizio di Dio era: Soccorri all'afflitto! E gli soccorse; e quelli che erano precipitati senza colpa nella servit, vennero redenti: i meritevoli d'onore, vennero onorati... eccetera, eccetera. Terminata la Messa, Manfredo conferm dinanzi all'altare le manumissioni de' servi, in questo modo. Li fece passare dalla mano di Villigiso a quella d'altr'uomo libero e dalla mano di questo a quella d'un terzo, poi dalla mano d'un terzo alla propria. Egli condusse allora la graziata famiglia alla porta della chiesa, e disse, accennando le diverse vie della piazza: Berardo, Giovanna, Eriberto, Rafaella, io vi ho statuiti liberi: ecco le vie che conducono ai quattro venti; avete potest di andare ovunque v'aggradi. Berardo torn all'altare dicendo: La nostra prima via sar quella che conduce al Padre delle misericordie. Ivi il Marchese, e la Marchesa e il loro figlio parteciparono coi servi liberati al mistico pane, che affratella tutti i credenti. Non occorre che descriviamo la rabbia di Villigiso. Straniero ad ogni generosit, non previde che il marchese gli avrebbe chiesto in grazia la vendita de' servi, affine di manometterli. Ora questa richiesta gli era stata fatta in presenza di dame e di cavalieri, al cui parere, egli ricusandola, sarebbe stato villano, inoltre, come vassallo ch'egli era bisognoso di protezione, niuna onorevole proposta del suo signore avrebbe avuto ardire di respingere. Splendido convito fu dato nel castello per s lieto avvenimento: le sale erano addobbate di magnifici arazzi e di serti di fiori. Ma la sala delle mense era decorata specialmente di un fregio carissimo in que' secoli guerrieri, cio di copiosa collezione d'armi parte acquistate in antiche o recenti vittorie, parte comperate per lusso. Ad ogni desco due sole persone sedeano, e ciascuna di queste coppie era servita da un siniscalco e da un paggetto riccamente vestiti. Il primo desco era quello del principe e della signora; il secondo era quello del loro figlio con una zia, seguivano i rimanenti zii, e zie, poi altri maggiori personaggi, infine Berardo e Giovanna, Eriberto e Rafaella. In altra desinavano parecchi ufficiali del castello; ed ivi traevano a reficiarsi i trovadori e i giocolieri negl'intervalli, in che alternamente ristavano dal trastullare il festino signorile con suoni e canti e mirabili destrezze d'ogni sorta. Ai deschi illustri regnava quella spontanea famigliarit che facilmente si genera fra pari, e fra i nobili e signori era allora condita d'eleganza pi poetica che non fra i volgari. I poco esperti, come Eriberto e Rafaella, stupivano il bello di tali maniere, e s'abbandonavano, con silenzioso compiacimento, a considerarlo e gustarlo. Anche si maravigliavano di certa indefinibile dissonanza, che appariva ogni volta che i cavalieri e le dame volgeano la cortese parola agli ultimi due deschi. La parola era cortese; parea la medesima cortesia che usavano dame e cavalieri fra loro; eppure non era. Ma Berardo non istupiva gran fatto n al poetico, n al dissonante delle due cortesie; le quali egli conoscea da lungo tempo. Mentre con disinvolta riverenza rispondea alle graziose proposte de' maggiori, o con affetto coniugale e paterno rallegrava i tre volti a lui pi cari, nascondea il cruccio che prova ogni uomo irreprensibile e veggente ne' cuori umani, che sa di essere odiato e sprezzato ne' giudizi secreti di pi d'uno che gli sorride. N ignorava come i cosiffatti avessero approffittato de' suoi giorni d'umiliazione per deprimerlo proditoriamente con vili calunnie. Finito il pranzo, le mense furono tolte e nella medesima sala, che era la pi grande del castello, uno stuolo di gente travestita rappresent con gesto e cant un'istoria non meno commovente che amena, nella quale si voleva alludere da lontano alla superata sventura di Berardo; ma volendo meglio salvare ogni decenza, il personaggio che ritraevalo significava un giovane longobardo, fatto prigione da' soldati del glorioso re Carlomagno. Supponevasi che molte menzogne fossero state scagliate da' maligni contro l'infelice; il quale non essendogli dato rintuzzarle, dal fondo del suo carcere cantava, in altre parole, questo lamento. Cadde sopra il mio capo una sventura. E il suo nome era: Fulmin di Regnante E anni di ferro in atra sepoltura. Ed io non dissi il flagel tuo pesante Pi che non merto; e il verme lacerato Baci l'impronta di tue sacre piante. Ma un altro ne scagliasti; e fu chiamato Stral di calunnia, e allor, gran Dio, perdona, Se di te querelossi il dementato. Ed esclamai:--Non Dio che tuona Su dalle sfere? E come va, gridai, Ch'Ei vede il giusto oppresso, e l'abbandona!-- Empio era il grido; ma crudele assai Pi di carcere e morte la ferita Ch'ultima venne, e se mertata, il sai. Dato preda a carnefici, ogni aita Volsi dell'intelletto, onde immolata Non fosse con la mia d'altri la vita: E fra tutte una! E a questa era legata L'anima mia con quanti dolci nodi Amist far potesse invilata. Se mai speranze, se promesse o frodi Corruppero il mio cuore, al porto eterno Ch'io mai della salute non approdi! Or qual fu quello spirito d'inferno Che, a miei d pi incolpati invidiando, Sacri all'odio li volle ed allo scherno? E per quale incantesimo esecrando Color, che gi m'amaro, all'empia voce Gentilezza e pudor misero in bando, E sitibondi alla calunnia atroce Posero il labbro, e poich furono empiuti, La riversar con ebbrezza feroce? Spietati! e non doveano incerti e muti Almeno starsi, o chiedere ove indici Fossersi in me di codardia veduti? E i giorni miei pi lieti e pi infelici Risposto avriano:--Ei non fu mai codardo!-- N smentirli poteano i miei nemici. Or chi lo stigma rader bugiardo, Onde al mondo segnato il nome mio? Chi mi svelle dal cor l'infame dardo? Ah! dalle nubi odo risponder:--Io!-- Ma quando, o sommo giudice? Deh, affretta, S che a me pi non maledica il pio; E l'amico fuggito alla vendetta Dell'aspro fato, e i figli a lui rapiti Sappian qual di me son parte diletta; E il padre mio e la madre, incanutiti Per me nel pianto, alzin la fronte ancora; Ch i lor capei non fur da me avviliti N il saran mai, per quanto oppresso io mora. I versi erano in qualche armonia co' pensieri di Berardo; sebbene diverse dalle calunnie, che corrucciavano il giovane Longobardo, fossero quelle che egli sentia pesare sopra di s. Villigiso se n'accorse; perocch vide gli occhi di Berardo ardere di magnanimo sdegno, mirando parecchi de' circostanti, e pi se medesimo; e quelle occhiate lo conturbavano e gli crescevano l'odio. La rappresentazione mostr poscia il giovane, uscito di carcere e ritornato fra' suoi cari, ove, dimenticate le offese de' maledici, cant un inno di consolazione. Tutta la favola piacque assaissimo, particolarmente alle donne, delle quali la pi intenerita era Rafaella. Ma la sua commozione nasceva dalle tristi peripezie del finto Longobardo, o dal fascino che spargeasi dall'arpa, dalla voce e dal ciglio del trovadore, che vestia quella parte? Sua madre la mir e impallid. Anche il padre ed il fratello la mirarono, ma nulla scorsero: ch solo a pupille di madre non isfuggono i segreti delle dilette figliuole. La brigata finalmente si sciolse. Tutte le balze e le valli saluzzesi si rallegrarono per due giorni della buona sorte di Berardo, per ricominciare al terzo ad eccheggiare di nuovo delle inevitabili mormorazioni dell'invidia, che non perdona ad alcun felice. CAPO II. _Il Rapimento._ Non fu lunga la felicit di Berardo. I Milanesi erano in aspra guerra coll'Imperatore Federico I, detto Barbarossa, il quale avea deliberato di toglier loro le franchigie, che due anni prima egli stesso avea riconosciute per legittime. Alcune citt lombarde parteggiarono per Milano; ma altre, per antica rivalit, e la maggior parte dei principi per debito di vassallaggio, tenevano per Federico: il quale, insofferente d'ogni opposizione e feroce per natura, dappertutto recava terrore ed esterminio. Gi col ferro e col fuoco avea distrutto dalle fondamenta nobilissimi borghi ed intere citt, come Chieri, Asti e Tortona: e vago di compiere in breve l'impresa, non cessava di chiedere forti schiere a tutti i suoi feudatarii di Germania e d'Italia. Di che il marchese Manfredo desideroso di dare all'Imperatore valorosi soldati, e vago di rimunerare il valore che Eriberto avea mostrato contro Cuneo, inviollo in quella circostanza, capitano d'una squadra, al campo cesareo. Ma la partenza d'Eriberto fu cagione d'assai lagrime a' genitori e alla sorella: la quale piangendo per la partenza del fratello tremava pur molto per la vita d'un altro. Questo era Ottolino, quel trovadore che rappresent s bene la parte del Longobardo. Ottolino figlio d'un guerriero oscuro di nascita, ma prode e amico gi di Berardo, era amicissimo di Eriberto: ed educato come lui, nel monastero di Staffarda dall'egregio Abate Guglielmo. Da lui egli aveva imparato non solo a leggere e scrivere, due scienze rare in quel secolo, ma ad intendere ancora il latino dei libri sacri, dalla lettura dei quali avea ricavata un'idea elevatissima de' doveri dell'uomo verso Dio e verso il prossimo; il che conciliavagli la stima degli uomini gravi. Avea inoltre imparato a sonare, cantare e poetare con grazia inimitabile, il che lo rendeva amabile a tutti e gratissimo nei ritrovi. Nelle feste della Regina degli Angioli Ottolino componeva a suo onore inni divoti; a Natale poetava, per la cara scena del presepio, le cantiche pastorali: nella settimana santa cantava le lamentazioni, ed a Pasqua gli alleluia, di che i monaci di Staffarda attribuivano s bell'ingegno ad un favore particolare di S. Cecilia, protettrice de' bei suoni e de' bei canti. Ai suoni gravi dell'organo Ottolino cominci poi ad accoppiare le dolci armonie dell'arpa: e spesso nella selva cantava le sciagure de' cavalieri; il che alcuni dei monaci poco approvavano, dubitando forte che S. Cecilia si curasse molto di ispirare tali poesie. Ma non si scandalizzava gi l'Abate che ben conosceva il suo discepolo. Severissimo verso se stesso, egli era indulgente ad altrui e specialmente ai giovinetti, purch non ne scorgesse malvagia la volont. Permetteva perci ad Ottolino le canzoni cavalleresche: e sebbene i luoghi della selva, nei quali il giovane pi amava d'arpeggiare, fossero i pi cupi e quelli che aveano fama d'essere incantati, non gli vietava di frequentarli, e raccomandavagli di guardarsi dai ladri. Uscito Ottolino, gi da due anni, dal monastero, avea combattuto valorosamente contro Cuneo. Suo padre, spirando carico di ferite fra le sue braccia, gli avea consegnato il proprio ferro e dettegli questo parole: Sii prode ma giusto; affinch Dio faccia misericordia all'anima mia. Parole che egli ricevette nel profondo del cuore con viva credenza: s che d'indi innanzi, anelando alle buone e prodi azioni, avea in mente il padre e offerivale in suffragio dell'anima sua. Rafaella ammiravane in cuor suo la bont e il valore ed affliggeasi di tutti i suoi pericoli; ma quando Ottolino mosse non pi ai vicini campi di Cuneo, ma a guerra lontana e pi tremenda, fu presa di sommo affanno. Se non che mentre ella piangea questa sciagura, un'altra maggiore le sovrastava. Giacch il sire di Mozzatorre struggeasi di vendicarsi di Berardo, e pensando che pi crudele pena non potea cagionargli che coll'offenderlo nella figliuola, pens di rapirla; ma rapirla in guisa che si perdesse la sua traccia, e i sospetti non potessero cadere sopra di lui. Meditate parecchie guise, scelse alfine la pi malvagia: per le selve e pei monti circostanti viveano sparse fiere bande di ladroni, contro le quali s'erano spesse volte collegati indarno i cavalieri pi generosi del vicinato. Vendeano essi l'opera, ogni volta che ne veniano richiesti dai baroni che senza parere voleano eseguire qualche iniquo fatto. La banda poi era composta per lo pi di servi fuggiti dai padroni e d'avanzi di Saracini[3]. Villigiso dunque ne assold alcuni a lui noti come pi audaci e destri, e commise loro che, scesi sulle rive del Po, ai campi di Berardo, ne incendiassero di notte tempo la casa, e ne rapissero la figliuola in mezzo all'agitazione ed al tumulto. [3] Da pi d'un secolo Robaldo conte di Nizza, Guglielmo conte di Provenza e Adriano III di Torino, aveano distrutto il nido dei Saracini in Frasinetto. Ma un piccolo resto di que' barbari, sfuggito allo sterminio, conservavasi qua e l sparpagliato. Alcuni campavano la vita coll'esercizio di qualche basso mestiere: e i pi vagavano per le campagne, dando la buona ventura, medicando malati e rubacchiando, alla guisa dei zingari. La cosa era pur troppo facile. Giacch le abitazioni, in quel secolo, ne' contadi e nelle piccole citt non solevano essere se non tugurii di legno, consolidati al pi da pilastri di mattoni ai quattro angoli dell'edifizio. Le foreste poi si stendevano s ampiamente, che il legno non costava quasi altro che la fatica di tagliarlo. Non adunque a maravigliare che si preferisse per le abitazioni il legno ai mattoni ed alle pietre. Di legno era pure la casa di Berardo, sebbene uomo agiato, amato dal principe, ed influente nel governo del paese. Simile quasi (in un ordine sociale assai diverso) {020} a quegli antichi magistrati romani, che reggeano la repubblica e viveano ignari di lusso in umile tetto, poco diverso da quello dei loro servi. Stavano una sera raccolti in immenso stanzone Berardo, Giovanna, Rafaella e parecchi famigli maschi e femmine. Una lampada pendeva da nera trave nel mezzo; un'altra illuminava l'uno degli angoli; e l sedeano le donne filando, e favoleggiando di paladini e di fate. Gli uomini passeggiando parlavano dei lavori di quel giorno e di quelli del dimani. In un subito tutti sono scossi da un grido improvviso: una parte della casa avvampava. Tutti volano al soccorso: ma le cure non giovano. Un fiero vento dilata le fiamme: giacch i ladroni aveano appunto scelta quell'ora per profittare del vento. Porre in salvo il grano e le suppellettili e al pi qualche parte dell'edificio, tutto ci che Berardo pu sperare. A pochi passi trovasi un molino ed ivi forza di trasportare Giovanna, la quale mezzo inferma non pu reggere a tanta ambascia, Rafaella la segue: e le misere alle finestrelle del molino stanno alcun tempo mirando l'orribile spettacolo, e tremando per Berardo e pe' famigli che vedono qual sul tetto e qual su perigliose scale, qual balzare di trave in trave, qual avventarsi fra globi di fumo e di vampe. Quand'ecco un uomo prorompere nel molino e grida Giovanna! Giovanna! venite fuori: Berardo vi chiama, soccorriamolo, soccorriamolo! Giovanna e Rafaella, senza pensare ad altro escono spaventate--Dov'? che gli accadde?--chieggono smarrite. qui, qui! dice il masnadiere, traendole in fretta con s in aere accecato di denso fumo. Dopo pochi passi, egli afferra la giovane, la porta poco oltre ove un uomo a cavallo presala fra le braccia svenuta, sprona e si perde nella selva. Giovanna grida; corre qua e l; nulla scorge; ode il lontano scalpitare del cavallo, senza nemmeno distinguere per qual via esso galoppi. Le persone intente a smorzare l'incendio non odono le urla della desolata madre; la quale s'aggira delirante intorno alla casa che divorano le fiamme. Infine alcuni dal rovinoso tetto scorgono all'orribile riverbero delle fiamme una donna scapigliata, e odono le sue strida. I superstiziosi servi raccapricciarono, riputandola una fata malefica, od una strega attizzatrice del fuoco. Ma Berardo la riconobbe, e balzando tra fumiganti legnami corse a lei.--Che fai tu qui? (grid la povera madre) che fai tu qui? perch non corri a salvare la tua figliuola?--E narr piangendo l'avvenuto. Rafaella era stata portata semiviva nella rocca di Mozzatorre in Val di Vrusta, dove ne prendevano cura due selvagge ed odiose creature, il castellano Berto e sua moglie, che avevano avuto ordine dal padrone che trovavasi in Saluzzo di custodirla sotto buona guardia. Rafaella era battuta da perigliosa febbre. I pochi detti che uscianle dalle arse fauci dirigeansi alla madre, or chiedendole aiuto, or promettendole di soffrir tutto con pazienza, or pregandola di non piangere. Lo spettacolo dell'innocenza infelice sarebbe paruto venerando allo stesso Villigiso. Come la fanciulla ebbe ricuperati i sensi e ud che essa trovavasi nel castello del nemico capitale di sua famiglia, fu presa da spavento. Guard uno de' finestroni della sua camera, e fu tentata di balzare da quello e precipitarsi; ma ne la rattenne la sua piet verso i parenti. Una smania irresistibile di rivederli premeala s forte, che lusingavala, quasi presentimento ispirato dal Cielo. Ma se questo presentimento la tradisse? Oltre che lo stato di debolezza, in cui giacea, la rendeva proclive ad accorre immaginazioni di spaventi, tutto ci che Rafaella avea veduto di Mozzatorre, ponti, mura, fosse, cortili, scale, camere, tutto avea impresso quel carattere d'antico decadimento e di mal augurio, a cui facilmente si congiungono le idee pi lugubri e pi tetre! Le circostanze, la rapidit, l'agevolezza, con cui era stata rapita, non le sembravano proprie di vicende puramente umane. Il contrasto fra la nerezza d'animo di Villigiso e la grazia da lei spesso ammirata nella sua persona avea pure un certo che di mostruosamente dissonante. Un contrasto del pari singolare essa notava fra quella grazia di persona ed il lasciare il castello in s lurida bruttezza, e porvi a custodia facce cos ignobili. Nel mondo delle cose naturali, Rafaella non avea mai veduto tali disarmonie, e solo aveale udite accennare come opera d'inferno in racconti spaventosi. Le si affacciava dunque continuamente il pensiero d'uccidersi, e quasi temeva che il non obbedire a quel pensiero fosse codardia. Ella ricordava quel Sansone acciecato che deriso da nemici e tratto nel Dagone s'inchin a Dio e non all'infame idolo, e scossa l'una e l'altra colonna fra cui stava, procacci la morte a s ed a molte persone. Ricordava Eleazaro che non tem di farsi schiacciare dall'elefante d'Antioco per trafiggere la belva, pensando cos dar gloria a Dio, colla rovina dell'empio. Ricordava quel seniore di Gerusalemme, il quale piuttosto che esser soggetto a peccatori si lacer largamente col ferro, e salito sopra una pietra afferr con ambe le mani le proprie viscere e le gett sulla turba invocando il Dio dominatore della vita, perch a lui la rendesse nel regno de' giusti. Ignara del criterio onde vogliono essere giudicati que' biblici fatti, ignara della necessit di stare guardinghi nel trarre dagli esempii straordinarii le norme della nostra condotta, Rafaella s'accendeva la fantasia, giustificando in s l'idea di terminare la vita per fuggire da incerti e perci pi temuti pericoli. Intanto Manfredo, sollecitato dall'imperatore di recarsi al campo; era partito di Saluzzo ed avea per buona ventura, imposto a Villigiso di seguitarlo. Questi come tutti gli scellerati, mentre cercava di nascondere agli onesti le sue iniquit, pur s'affratellava in ogni luogo con qualche scellerato suo pari. Tal era un Barone pavese, il quale avea un castello sulla riva del Ticino, entro cui commetteva e lasciava commettere dai suoi compagni ogni sorta di tirannie. In quel castello pens Villigiso di far condurre, per maggior sicurezza, la sua prigioniera. Era gi a Rafaella motivo di stupore, che passasse l'un mese dopo l'altro senza che le fosse incolto altro danno, che la cattivit e la lontananza dai genitori. Ella ne traeva buon augurio. Quando un mattino il rozzo castellano Berto, zelante ed accorto esecutore di quanti delitti imponeagli il suo signore, venne ad annunciarle che facea d'uopo partire subito con lui, e con Tommasona sua moglie. Stup Rafaella, e chiese dove fosse per esser condotta. Berto, che per aver minori impicci, amava di averla docile per via, prese a dirle che Villigiso, pentito del suo misfatto, lo incaricava di ricondurla ai genitori. Del che ella sarebbesi abbandonata al pi vivo giubilo, se avesse potuto reprimere ogni sospetto d'inganno. Mostr nondimeno di credere; e ad ogni modo non le spiacque di uscire dal castello, parendole che il fuggire per via non le sarebbe stato poi impossibile. Tommasona apparecchi dunque in fretta le valigie; Berto con altri tre sgherri posero all'ordine i cavalli, e la comitiva fu in viaggio lo stesso giorno. Cavalcarono quattro giorni schivando sempre i luoghi abitati; e Rafaella udiva spesso ripetersi che la distanza era grande, e che bisognava fare diversi giri; perch la strada diretta era corsa dai ribelli Cuneesi e da malandrini. Ella dicea spesso a Tommasona:--Tuo marito non mi disse il vero: se tu lo sai, palesami, te ne scongiuro, ove si vada.--Perch questa, ammaestrata da Berto, mostr alfine di lasciarsi strappare il segreto, e le disse che essa era difatto ricondotta ai suoi genitori: ma che questi erano stati costretti di mutar paese, perocch Manfredo, pentito d'aver liberato Berardo, avea voluto rimetterlo in servit; di che egli era fuggito oltre il Ticino. Soggiungea che il Barone di Mozzatorre, commosso dalla sventura di Berardo non avea resistito al desiderio di consolarlo col restituirgli la figliuola. Poteva Rafaella credere a questo racconto? Tornava i seguenti giorni ad interrogare quando la donna, quando Berto, quando gli altri. Tutti erano d'accordo fra loro e rispondeano la medesima cosa. Ma i loro volti annunciavano tal perfidia, che la misera tradita non quietavasi, ma dissimulava. Dopo lungo e penoso viaggio furono al bosco del Ticino; donde il castello malvagio non era lontano pi d'un miglio. Rafaella che aveva mostrato di credere tutto ci che le si dicea, e che non aveva mai dato il minimo indizio di voler fuggire, veniva custodita con poco rigorosa vigilanza, principalmente allora che il viaggio era compiuto. Non l'avrebbero lasciata indietro due passi, ma non si sgomentavano se talvolta il suo cavallo precedeva d'alcun poco. Volle la Provvidenza che in uno di questi istanti, mentre il cavallo di Rafaella, era di qualche passo innanzi, il bosco fosse assai folto. Gli sgherri spronarono tosto ed erano per raggiungerla; ma la donzella era gi balzata a terra e inselvavasi rapidamente. I suoi custodi scendono di cavallo, corrono da tutte parti, cercano, chiamano, minacciano, pregano. Tutto vano. La snella fuggitiva udendo le voci ed i passi degl'inseguenti, correva senza strepito per viottoli oscuri: e tanto si scost, che in breve non li ud pi. Il che accadde perch gli sgherri supposero falsamente che Rafaella fossesi volta indietro per ritornare verso il Piemonte; e smarrirono cos pi presto le sue tracce. Ella, ignara del luogo e altro scopo non avendo che di cercare gente dabbene che l'aiutasse, movea, sempre innanzi. Uscita finalmente del bosco e traversato un campo, chiese ospizio alla prima casa che incontr. Villeggiava in essa una famiglia popolana milanese; la quale l'accolse benignamente con tutta la piet e la riverenza che essa agevolmente seppele ispirare col patetico racconto dei suoi tristi casi. Felice Rafaella se tosto avesse potuto informare i parenti ch'ella era sotto tetto sicuro! Ma le comunicazioni a que' tempi non erano facili, considerata specialmente la guerra che fervea. Inoltre pochi giorni dopo l'arrivo di Rafaella, Milano tocc una sconfitta dagl'imperiali; s che le famiglie milanesi, ch'erano in contado, dovettero fuggire entro le mura della citt. Due eserciti ognora struggentisi a vicenda, e ognor rinascenti, devastavano da parecchi anni le contrade lombarde. L'uno era composto di Milanesi, e d'oltre la met degli altri abitanti di Lombardia, facendone parte popolani e nobili, liberi e servi, giovani e vecchi, moltitudine immensa. L'esercito, unito e ben raccolto nella prosperit, era facile a dissiparsi, ogni volta che la vittoria favoriva il nimico; ma facilmente si rannodava anche dopo che pareva pienamente disperso ed annientato. Il disgregarsi dell'esercito nell'avversa fortuna proveniva dalla premura che ciascuna schiera aveva di scampare la propria vita, senza badar molto in tali frangenti alla causa comune. L'esercito imperiale era pure formidabile. L'Imperatore ed i Conti palatini, Ottone e Corrado, davano l'esempio agli altri principi tedeschi, traendo dalla Svevia quanti pi armati poteano. Il Langravio cognato di Barbarossa, Arrigo detto il Leone, duca di Baviera, Arrigo d'Austria, Guelfo il giovane figlio di Guelfo duca di Toscana, Vladislao di Boemia, l'Arcivescovo di Bologna, Rinaldo arcicancelliere, l'Arcivescovo di Magonza Cristiano, e altri valentissimi cavalieri gareggiavano nel numero de' combattenti che traeano da' loro feudi. Onore ed avidit di preda teneali uniti quando fortuna loro sorridea; ma anch'essi ne' giorni infelici, si sbandavano spesso, per le soverchie rivalit de' capi, i quali davansi l'uno all'altro la colpa delle sconfitte, e venivano a frequenti duelli, per puntigli cavallereschi. I feudatarii per lo pi voleano tornare a casa colle loro schiere al chiudersi d'ogni autunno; e cos, dopo essere talvolta ripatriati colla fiducia che il nemico non potesse pi ergere la testa, lo trovavano ben in armi al ritorno, essendo bastato l'inverno a ristorare l'audacia dei vinti. Uniti colle schiere imperiali pugnavano molti feudatarii italiani, ed i popoli di Pavia, di Cremona, di Parma e d'altre citt nemiche di Milano: ragioni simili a quelle accennate per gli avversarii produceano i medesimi effetti. Ma le vicendevoli offese, accanitamente ripetute per tanti anni, aveano alfine spinto il furore ad eccessi inauditi. L'esacerbazione della parte imperiale era proporzionata a quella de' Milanesi. Non pi saggio di speranza al pacifici; non pi misericordia a feriti, a spogliati, a donne, a vegliardi, a fanciulli. Se alcuno invocava i nomi santi di piet e di religione, s'udia rispondere da ambi i lati: --Noi non fummo i primi a dimenticarli. Qua rampognavasi a' Milanesi il soggiogamento di Como, la distruzione di Lodi e molte altre violenze contro i minori, e il dileggio de' pi sacri diritti ovunque speravasi impunit. L giuravasi che il primo a non curare i diritti era stato Barbarossa. E questi infatti, sin dal 1155, primo anno della guerra, facea legare i prigionieri alle code dei cavalli: incendiava Rosate, Galliate, Trecate e Mommo, e celebrava con invereconda allegria le feste di Natale sulle rovine di quegli infelici paesi; indi invaghitosi della distruzione, riduceva in cenere popolose citt come Asti, Chieri e Tortona. Mosso poi contro Spoleto decretava parimenti che vi s'appiccassero le fiamme; n per rattenerlo vi volle meno dello straordinario potere che sant'Ubaldo, Vescovo d'Agubbio, esercit sopra di lui ispirandogli, non si sa se compassione, di cui n prima n dopo si vide capace, ovvero terrore di divino castigo. Dopo la pace conceduta nel 1158 ai Milanesi, con l'accordo che conservassero il Seprio e la Martesana, Federico rioccup quelle terre, vietando loro inoltre che tenessero pi consoli, e volendo loro imporre un podest; il che fu cagione di nuova guerra. Nell'assedio di Crema egli fece poi atroce pompa di crudelt, legando gli ostaggi Cremaschi ad un castello di legno, su cui gli assediati per difesa scagliavano con mangani tempeste di pietre; cosicch i padri dovettero, per salvare la citt, schiacciare i loro figliuoli. Queste ed altre crudelt quinci e quindi esercitate cresceano gli odii e inasprivano la guerra. Commise allora Federico un errore che assai contribu a crescere il coraggio nel campo nemico, e fu poscia cagione per lui di rovesci e di sventure. Fittasi nella mente l'idea dell'impero universale del mondo, egli avea trovato nel Pontefice Adriano IV una insuperabile opposizione all'adempimento di un disegno s strano e s ingiurioso ai diritti degli altri principi cristiani. Ond'egli era venuto in pensiero di collocare nella sede di Pietro un Pontefice che fosse ligio ai suoi voleri o almeno non resistente. Morto pertanto a quei d Papa Adriano, Federico mise gli occhi sopra il Cardinale Ottaviano, uomo ambizioso, e che se gli era mostrato oltremodo devoto fin dalla sua prima venuta in Italia. Spediti dunque a Roma suoi Commissarii brig col Clero e col popolo, acciocch venisse eletto il suo favorito. Ma Dio irrise le sacrileghe arti; ed il Cardinale Rolando, uomo venerando per virt e per senno venne assunto, bench renitente, al supremo pontificato, e prese il nome di Alessandro III. Due soli fra gli elettori si piegarono al volere di Cesare e separatisi dal suffragio di tutti gli altri nominarono Papa Ottaviano; il quale ebbe l'impudenza, allorch vide eletto Alessandro; di volergli strappar di dosso il manto Pontificale per cingerlo a s; ed essendone impedito dal Senatore che glielo tolse di mano, divenuto quasi frenetico si fe' portare un'altra cappa che tenea preparata, ed indossandola in caccia e in furia, e non trovando l'uscita del cappuccio, se la vest ponendo il davanti all'indietro; il che mosse a riso gli astanti e fe' dire ai Cattolici che egli era Papa a rovescio. Ora Federico s'incapon a sostenere le parti dell'antipapa; il quale, assunto il nome di Vittore IV, era stato, in un conciliabolo tenuto a Pavia sotto gli auspicii dell'Imperatore, riconosciuto da molti Vescovi, e sperava, colla medesima protezione imperiale, ridurre tutta la cristianit alla sua obbedienza. Senonch la pi parte dei prelati italiani, saputa la verace elezione d'Alessandro stettero per lui, e tra questi primeggiava l'Arcivescovo di Milano. Il che accresceva animo ed ardire ne' petti de' Milanesi, i quali vedevano in Federico il nemico della patria e della Chiesa; e d'altra parte aizzava vie peggio nel cuore del furibondo Principe gli sdegni, credendo egli di combattere contro sudditi doppiamente ribelli. Tal era lo stato delle cose, quando essendo stati i Milanesi vinti in campo aperto, la famiglia che ospit Rafaella dovette con tutto il popolo del contado chiudersi dentro le mura della citt contro cui avanzavasi l'Imperatore. CAPO III. _La lieta novella._ Trasportiamoci ora per alquanto al fianco de' genitori della fanciulla. Sull'arsa casa un'altra in pochi mesi era sorta, dove i meschini viveano nel dolore. Giovanna diceva a Berardo: Ov' ita la pretesa gratitudine del Marchese? Non confessava egli averlo i tuoi consigli liberato da molti errori, e da molti rammarichi? Non rampognavati, perch non accettavi la proposta di vivere con lui? Non pareva tenero della tua felicit come della sua? Ed ora egli c'invola il figliuolo: egli non cura di scoprire ove sia la povera Rafaella. A chi spettava di fare questa indagine se non al nostro signore, a colui che ostentava tanto ardore per la giustizia e tanta grazia per te? --Non mormoriamo troppo del nostro signore, dicea Berardo. Se egli non avesse dovuto partire per l'esercito, l'avremmo veduto adoperarsi pi caldamente per sapere la sorte della figliuola nostra. Quelli che restarono al governo del marchesato curano poco lei e noi; essi anzi mi odiano perch non li ho mai adulati e li costrinsi talvolta a cessare, o a nascondere le loro opere malvagie. --Oh Berardo! m'avessi tu ascoltata, quand'io ti dicea di non ricusare il gonfalone offertoti da Cuneo! Qual frutto godi della tua fedelt al Marchese? Dal canto di lui una superba degnazione di chiamarti amico per giovarsi de' tuoi servigi ed obbligar te ad eccessi d'obbedienza. Dal canto degli altri Baroni del paese, invidia, affettato disprezzo, colleganza a danneggiarti. Ed ahi! niuno pu tormi di mente essere il rapitore di Rafaella uno d'essi, ed esaltarne gli altri sapendolo e tacersi. --Moglie mia, il frutto colto dalla mia fedelt pace di coscienza. Perch abbondano oggi la ribellione, e gli uomini che le approvano, non per sarei da approvare io, se amato e beneficato da un principe ch' tra migliori di questo tempo, mi ponessi fra' suoi nemici. Giovanna, il dolore travolge i tuoi pensieri. Tu dimentichi che, non ha guari, Manfredo mi salv dall'ignominia liberandomi di schiavit. --Oh Berardo! e chi pu dimenticare tanto scorno? Doveva egli permetterlo, affine di tenderti poi la mano dopo averti lasciato gettare nel fango? --Donna, il tuo linguaggio nasce da anima esacerbata. Non voglia Dio recartelo a colpa; n tel reco io, ch m' nota la tua cristiana piet. Ma, per serbarci innocenti, non concediamo al labbro questi sfoghi. Essi accrescono lo scontento, inaspriscono le piaghe del cuore, e ne inducono ad essere ingiusti nel giudicare gli altri per darci l'infernale soddisfazione d'odiarli. Ci che pu dirsi dei cattivi principi, io, senza ingiustizia, non posso dirlo di Manfredo. E ov'anco errassi nel buon giudizio che fo di lui, pensa, o moglie, che non tutti i doveri degli uomini sono eguali. Poniamo che migliaia d'uomini fossero pure a diritto nemici a Manfredo, io da lui fui beneficato, sarei ingrato e vile se loro mi congiungessi. --Certamente io venero la santit de' tuoi scrupoli. Ma quel Manfredo, per amore del quale non volesti abbandonare questo paese, s fecondo per noi di sciagure, e t'esponesti all'obbrobrio d'essere dichiarato servo, quel Manfredo cacci barbaramente il nostro figlio in guerre lontane donde forse non ritorner pi, o ritorner quando noi saremo morti. E quando ne venne rapita Rafaella, qual uso fec'egli del suo potere, per trovarla e restituircela? Io non lo accuso di altre colpe ma piango teco i nostri unici sostegni, ed egli non cura il nostro pianto. Spesso cos si lagnava la desolata madre, e cos Berardo studiavasi di consolarla. Ma questi stesso, quantunque affezionato al suo signore, e fermo a tutto piuttosto patire, che accettare le proposte de' Cuneesi, non potea nell'intimo dell'animo suo approvare la condotta del Marchese. E dicea spesso fra s: No, egli non mi rende amore; egli non sa verso di me discendere dall'altezza su cui siede, se non quando crede ch'io possa aiutarlo; egli non sa porsi ne' panni d'un umile suddito e compatire le sue afflizioni e studiarsi di consolarlo. Egli non dovea tormi il figlio mio; n partire di Saluzzo, senza aver fatto le pi diligenti indagini per restituirmi la figliuola. Malgrado l'occulta amarezza, non parlava per male di lui con alcuno, e lo difendeva quand'altri, chi che si fosse, lo accusava. N la sincera devozione di Berardo al suo signore, parea bassezza a veruno, e nemmeno ai pi caldi partigiani della ribellione. Era il suo un affetto cos puro, cos radicato ne' suoi principii d'onest e religione, che niuno, ancorch pensasse altramente, potea vituperarnelo. Quindi molti de' Cuneesi non cessavano di tentarlo perch loro s'unisse; ch niuno in que' paesi godea tanta fama di senno: e speravano che, se acquistassero tal magistrato, egli reprimerebbe col suo credito le infinite discordie che li laceravano; flagello ordinario de' governi popolari, e spesso fatale nei loro cominciamenti. Imperversavano quelle discordie orrendamente in Cuneo, e nelle altre citt ribellate; il che era cagione che altre citt si tenessero fedeli agli antichi signori per non cadere in somiglianti dissensioni. Inoltre nei reggimenti consacrati dal tempo le forme, bench barbare, del Governo erano rispettate, s che l'ingiustizia stessa parea eroismo, incuteva rispetto, o al pi generava odio non disgiunto da rispetto ma quasi mai odio unito a disprezzo. All'incontro nei reggimenti nuovi la maggioranza plebea distruggeva quell'esterna dignit di che i nobili soleano circondare la condotta delle cose pubbliche. La favella de' nuovi magistrati sonava rozza come i loro costumi, scurrile come i loro soprannomi, i quali erano oggetto di non poco riso comune. Chi chiamavasi Cordaccio Beffasomari, chi Azzo Spezzaganasce, chi Simeone Leccapiatti; chi, dopo essere detto Cuocipani, Acconciafatti, Capoleone, venia trasformato buffonescamente in Castracani, Scorticagatti, Pelavicini, Colleone, Collione e peggio. Le Cronache italiane sono piene di siffatte sconce denominazioni, nobilitate talvolta dalla virt degli eroi che le tramandarono, ma non per questo men vili nei loro principii. La quale volgarit di nomi e di maniere manifestantesi ad ogni tratto e ridicola a giudizio de' signori, spiaceva a non pochi ancora di nascita oscura, ai quali perci la ribellione, bench potesse recare qualche guadagno, sembrava tuttavia un indegno affratellamento co' pi abbietti. Ignoriamo fino a qual segno questi ed altri motivi operassero sopra la mente di Berardo. Ma il fatto si che poco egli amava i governi plebei. N per questo odiava coloro che per essi parteggiavano; n rigettava dalle sue braccia il Cuneese statogli amico altre volte; n ricusava aiuto a chi fuggiva la persecuzione d'un Barone e s'avviava a Cuneo. Egli nascondea i feroci sventurati sotto il suo tetto, e se potea recarli a sentimenti di perdono verso il nemico potente, s'adoperava volentieri, e talvolta la mediazione di Berardo era efficace. Concorde alla condotta di Berardo era quella di Guglielmo, Abate di Staffarda, consolatore unico degli infelici genitori d'Eriberto e di Rafaella. Questo venerando vecchio era seguace e discepolo di san Bernardo; e come il suo maestro, avea l'animo intimamente penetrato da questa massima, che la somma della virt evangelica si riduce a un santo e vero amore di Dio e del prossimo. Severo contro s solo, non lusingava la malvagit d'alcuno, ma compativa le miserie di tutti. Egli invitava tutti all'indulgenza ed alla compassione, Baroni verso sudditi, sudditi verso Baroni, seguaci d'una bandiera verso seguaci di un'altra, e diceva la societ umana essere per necessit divisa in condizioni diverse, e a vicenda contrarie, e poter tuttavia in tutte le condizioni e sotto tutte le bandiere avervi intento, se non retto, almeno perdonabile per involontaria ignoranza. Studiosissimo dei libri di S. Bernardo, ne' quali si ammira s soave dolcezza, egli vi scorgeva un grado di carit ancor maggiore di quella che pare dalle sole parole scritte. Perocch'egli leggendoli, riproduceva nella memoria e l'inflessione di voce del Santo ed i gesti, e gli sguardi, e conoscea per intero ci che questi, usando tali espressioni, sentiva. Con eguale consenso coll'amantissima anima del defunto maestro, egli studiava le divine Scritture, e ne insegnava il diritto senso, non solo a' suoi monaci, ma a parecchi giovani che erano educati nel monastero, bench non destinati alla vita monastica. Da lui erano stati educati Eriberto ed Ottolino; nei quali egli avea posto un affetto singolare, per le esimie doti d'ingegno e di cuore che in loro avea scorte. Da lui si potrebbe dire essere stata educata pure Rafaella, poich egli aveva assai cooperato al modo con cui era stata da' genitori allevata. Aveale poi insegnato egli medesimo a leggere; il che non soleasi imparare allora da veruna figlia d'arimanno, e nemmeno dalla pi parte delle figlie dei cavalieri. L'Abate era il benefico consolatore di Berardo e di Giovanna; ed ogni volta che, per qualsivoglia motivo, dovea stare lungo tempo lontano, le sventure si sentiano da que' poveretti a mille doppi. Forse, s'egli non fosse ito a Genova per abboccarsi con Papa Alessandro, o se fosse ritornato prima della partenza d'Eriberto, egli avrebbe consigliato al Marchese ci che non avea osato Berardo. Lasciate Eriberto a' suoi parenti, avrebbe detto il savio monaco, egli il bastone della loro vecchiaia. Forse ancora il suo consiglio avrebbe giovato a promuovere in tempo la ricerca di Rafaella. Ma ora Guglielmo non pu che ricordare il dovuto ad altri, e alleggerire il peso delle tribolazioni di Berardo e di Giovanna, compiangendoli e visitandoli sovente. Ogni volta che il cane sdraiato attraverso la porta manda un dimesso latrato di gioia, poi si leva e dimena la coda, Giovanna, a cui tosto batte il cuore, S'avvicina persona che il vecchio Moro conosce e s'affretta alla finestra, non osando soggiungere Chi sa che non sia Rafaella? --Sar l'Abate, dice tosto Berardo cercando d'impedire in lei quella subita speranza, che delusa vieppi l'amareggia. E allora Giovanna angosciata del disinganno, ma procacciando di non lasciarsi scorgere, dice: il nostro consolatore; Dio lo benedica! E gli vanno incontro, e lo introducono in casa, e prendono il bastone ed il cappello. E dopo averlo fatto sedere nella seggiola grande, e aver parlato della salute e di altrettante cose, con cui si cominciavano anche allora le conversazioni, aspettano se nomini Rafaella: ed egli avvedendosi del loro desiderio n potendoli altramente consolare, la nomina; ma non dice cosa alcuna della sua sorte presente. --Niuno sa dunque dove sia la poveretta! sclama allora Giovanna, prorompendo in lagrime. Io non la vedr pi? io non udr pi mai quella voce, ch'erami una benedizione ogni mattina, e che ora aspetto invano ogni sera? Ahim! che senza averla udita, il letto non mi porge riposo, ed i rari sonni al paro delle veglie sono piene d'ambascia. Oh Abate! Voi che siete caro a Dio, non vi stancate di pregarlo che ci renda la figliuola. --Povera madre! dicea Guglielmo, asciugate il vostro pianto; Dio ci ama tutti, e non ci abbandona, anche quando non ci esaudisce. Egli, che volle vivere su questa terra di dolore e nascere di donna, conosce le ambasce di tutte le madri, le addolcisce col dono della pazienza, e s'apparecchia a rimunerarle con alte consolazioni. Non possibile che miri le vostre con noncuranza. Egli ch' cos buono non ci lascia patire se non quando vede che i patimenti possono valere a migliorarci. Preghiamolo ancora; e un d gioiremo d'aver patito, perocch vedremo che il tempo della tribolazione fu quello in cui lo invocammo con pi fervore. Le ragioni di Guglielmo erano semplici, Giovanna le avea udite mille volte. Ma proprio delle parole sante specialmente se profferite da uomo venerando, di portar persuasione nelle anime pie e di rassegnarle a patire. Oh quanto sono benefiche tali parole ripetute dal buon Abate alla misera madre! Quanto sono dolci ancora a Berardo, che sebbene simuli pace, divorato talora da viva ambascia e solo ritrova pace veramente quando il santo vecchio entrato sotto il suo tetto! Almeno s'avessero frequenti novelle d'Eriberto; ma rade sono, apportatrici per lo pi di timori. Ora s'ode che fu leggermente ferito, e dubitasi che il nuncio sia infedele ed attenui per compassione la gravit del caso. Ora s'ode che merit onore per la sua prodezza, e paventasi non forse questa prodezza gli sia stata fatale. Ora si narra ch'egli ed Ottolino sono ognora scudo l'uno dell'altro, e prevedesi che, se Ottolino cadesse fra lance nemiche, Eriberto arrischierebbe disperatamente i suoi giorni per salvarlo. Una volta venne notizia che il giovane Duca Guelfo, cugino dell'Imperatore, dilettato sommamente dai canti d'Ottolino, desider d'averlo tra' suoi famigliari, e preg il Marchese Manfredo di volerglielo cedere insieme col suo compagno indivisibile Eriberto. Manfredo avea appagato il Duca. Essere al servigio di tanto Signore potea sembrare fortuna; se non che i guerrieri di Manfredo se sopravvivono alle battaglie, torneranno a Saluzzo; ma potr Eriberto sciorsi facilmente dal preso servigio? L'amist sua per Ottolino, se questi s'avvince agli stranieri, avvincer anche lui; n pi sar sollecito de' genitori, se non forse quando pianger sulla trista loro tomba! Ammal Giovanna, e fu presso a morte, n poi risanando pot riacquistare, fuorch in poca parte, le prime forze. Un giorno, che sorretta dall'una parte dal marito, dall'altra dall'abate di Staffarda, usciva, dopo molti mesi d'infermit, per rivedere il lieto aspetto delle campagne, illuminate dal sole, sedutasi sopra una pietra, vicina alla porta, ud abbaiare il cane, e disse mestamente: --Qualcuno s'appressa, ma non persona conosciuta dal vecchio Moro. --E tuttavia pu essere amica, disse Guglielmo. Vedono avvicinarsi un viandante, il quale dalla strada volgeva verso la casa di Berardo, e pareva esitasse, quasi ignaro se quello fosse il luogo ch'egli cercava. Questi allora andogli incontro e disse:--Siate il benvenuto viaggiatore al tetto di Berardo della Quercia. --Viva Dio! Voi siete appunto quegli, che io cerco. Berardo s'accorse dalla pronuncia che il viandante era un ebreo, e gli dimand che bramasse. --Bramo che la mia venuta vi porti quelle gioie del cuore che io non posso pi gustare sulla terra. Perocch Dio m'avea dato tre figli ed una figlia. Due figli vidi spirare nel loro letto; il terzo per in battaglia; la figliuola mi fu involata da' Saracini e dopo averla cercata dieci anni, seppi che il suo tiranno l'avea trucidata.--S'asciug una lagrima e soggiunse: Felice voi, Berardo! vostra figliuola vive. --Che dite? Ella vive? La mia Rafaella? Dove? L'ebreo non s'affrettava a rispondere, temendo che l'impeto della letizia non ispezzasse quel cuore paterno. Egli mirava da lontano Giovanna, e pensando essere forse quella madre, chiedeva a s stesso se quella donna s scarna e s pallida potesse sostenere un annunzio di s grande consolazione. Egli voleva quindi frenare l'impazienza di Berardo. Ma questi instava dicendo--Dov' mia figlia? Ve ne scongiuro, deh parlate! E Giovanna che vedeva il marito fare di gran gesti, aguzzava l'occhio e tendeva l'orecchio, e dicea, palpitando, a Guglielmo:--Che sar mai? --Quetatevi, dicea Guglielmo: non vedete che egli allegro? Il pellegrino gli port buona notizia. Giovanna non potendo contenersi, si lev in piedi, e preg Guglielmo di reggerla per avvicinarsi pi presto ai due interlocutori. --Berardo! disse con voce fioca, Berardo! Per piet, se hai nuove della figlia, non farmele aspettare! --Vive! Vive! grid, ebbro di contentezza, il buon padre. --Vive? Tu dici che vive? chiedeva affannosamente Giovanna. E fatta certa che non s'ingannava, lasci il braccio dell'Abate, e s'inginocchi nella polvere piangendo e ringraziando Dio. Nel suo entusiasmo di gratitudine, ella non voleva rialzarsi e diceva:--Quel pellegrino un Angelo del Signore. A me s'aspetta ascoltarlo, prona a suoi piedi; io non lever la faccia sopra di lui. --Mi chiamo Melchisedecco e sono un povero ebreo, disse quegli. Alzatevi, o donna, e degnatevi solo di non mirarmi con odio, sebbene di razza sciagurata. Io vidi Rafaella; ed sana, ed in casa di amici; Dio la salv da grandi pericoli. --Ah, quantunque ebreo voi siete mandato da Dio, esclam Giovanna alzandosi, e mirando per la prima volta senza ribrezzo un giudeo. I tre uomini la ricondussero a casa mezzo svenuta per troppa letizia, e i servi accorsero per soccorrerla, e quando ebbe riacquistato i sensi rimasero ad udire ci che Melchisedecco stava per narrare di Rafaella. Egli andava un po' per le lunghe, e cominci a dire chi egli fosse: un nativo del ghetto di Torino; un ramingo da lunghi anni per diversi paesi: un poveretto, stato spogliato e martirizzato dieci volte da masnadieri; un servitore fedele di tutti coloro che lo pagavano onestamente; un osservatore scrupoloso della legge, bench sotto spoglie di cristiano, ch'egli fingeva affine d'andare pi illeso da violenze. Si sarebbe, certo, risparmiato quel travestimento, se avesse saputo che non potea aprir bocca senza farsi conoscere, dalla pronuncia, per quel ch'egli era. Quando gli parve che gli animi fossero abbastanza preparati, trasse finalmente dalla bisaccia una grossa lettera, e dandola a Berardo disse: --Io taccio: qui parla la vostra stessa figliuola. Nuovo giubilo, nuova ansiet, nuove lagrime. Guglielmo che aveva voce pi ferma, lesse. Narrava Rafaella il suo ratto e i giorni vissuti in Mozzatorre, ed il viaggio, e la fuga, poscia proseguiva: Il generoso che m'ha raccolta un vecchio cittadino per nome Berengario da Sant'Ambrogio. Sua moglie Alberta mi ama con tenerezza di madre. I loro figliuoli sono sotto le bandiere di Milano. Tutta gente s onesta, ch'io ne fui per molti giorni come rapita. Una esemplare piet regna in questa casa. Io ascolto messa ogni mattina con Alberta. So che l'Arcivescovo di Milano e tutto il suo clero furono scomunicati da Vittore, ma qui tiensi con sincero animo che Vittore sia antipapa. Per certo la scomunica di Vittore non vale; ch assistendo io alla Messa provo sempre una grande consolazione, il che non credo che potrebb'essere se il sacerdote che la dice fosse uno scomunicato. In chiesa m'inginocchio ognora a sinistra di Alberta, come faceva allato della mamma, e pregando la guardo spesso come altre volte guardavo la mamma: e rammentando questa piango; ma il pianto che si versa in chiesa pieno di dolcezza. Oh amati genitori! io anelo di tornare fra le braccia vostre. E tremo nondimeno immaginando il padre per via, in questi tempi di ladri e d'eserciti. Berengario ed Alberta dicono che dovete lasciarmi qui sino a giorni pi tranquilli. Ma verranno tali giorni? E quando? Ed ahim se Milano, come gi si paventa, venisse assediata! E che diverrei, se i nemici entrassero, atteso il giuramento che dicono fatto dall'imperatore, gi volgono due anni, di non riporre la corona sul capo, finch Milano non sia distrutta, e spersi gli abitanti? Oh me infelice! Eppure sento che nel mio tremore, pavento meno per me che pel lutto che ne provereste. Poich se l'ora della morte viene, Iddio d la forza di sostenerla. Ad altri passi la commozione degli ascoltanti avea gi interrotto pi volte la lettura, ma Guglielmo si mantenea senza lagrime. A questo passo si coperse la faccia e pianse anch'egli, supplicando in silenzio che se la rovina di quella citt dovesse accadere, qualche Santo prendesse piet di quella derelitta, e la salvasse. Indi continu la lettura: Se il trarmi a casa non fosse possibile, non per v'addolorate. Ho patito molti affanni e l'esperienza m'ha insegnato che Dio non abbandona coloro che patiscono e pregano. Ho cercato notizie di Eriberto da alcuni prigioni. Non seppero darmene. Le schiere imperiali sono s numerose, che nemmeno i capitani maggiori sono conosciuti da tutti. Se voi avete contezza del fratello, ed il padre non pu venire, piacciavi di darmene notizie con vostre lettere o con quelle del venerando Abate. Melchisedecco promette d'essere qui di ritorno da Cuneo, fra poche settimane. La lettera finiva cos: Se non potete recarmi altro aiuto, ricordatevi almeno di me tutti, nelle vostre orazioni! Dove gli astanti, compreso l'ebreo, concordemente gridarono: S tutti, tutti. E l'Abate, alzando allora solennemente la commossa voce, incominci il bel salmo di Davidde: --Il Dio nostro rifugio e virt; aiutatore nelle tribolazioni, le quali vennero molte sopra di noi. --Perci non temeremo s'anco si turbi la terra, e se i monti si rovescino nel cuor dell'oceano. --Dio in lei, e non sar crollata. Dio l'aiuter all'albeggiare d'un prossimo mattino. La lieta notizia della salvezza della figliuola aveva oltre ogni dire rallegrati gli animi di tutti; s che Berardo e Guglielmo stringeano la mano di Melchisedecco, e Giovanna dimandava al Signore di rimeritarlo della sua buona opera, traendolo alla luce del Vangelo. Melchisedecco, dopo aver goduto anch'egli della gioia di cui era stato apportatore accett un piccolo ristoro; ma quando vide offerirglisi una borsa, stese in prima cos un poco la mano; poi subito ritraendola, disse ch'era giorno di sabato e non potea prendere denaro. Le istanze furono vane. Part per Cuneo dov'era spedito da' Consoli di Milano, e disse che al ritorno ripasserebbe. Quel giorno s pieno di dolcezze fu amareggiato dal timore, che poscia destarono i ripetuti deliquii di Giovanna, la quale avea tanto esultato e lagrimato, che le sue forze erano esauste. Il d seguente ella era ancora indebolita per modo, che Berardo non potea formare pur un istante il pensiero di lasciarla per volare, come avrebbe desiderato, a Milano. L'Abate ci vedendo gli disse: --Quella figliuola convien trarla assolutamente di Milano, e presto: il pericolo dell'assedio stringe troppo. Voi non potete scostarvi dal fianco di questa inferma. Dunque andr io a Milano per avere Rafaella e porla in un Monastero di Novara, ov' badessa una mia congiunta. Di l poi la faremo ripatriare, come i furori della guerra sieno scemati, e le strade sieno pi sicure. --Non fia mai, disse Berardo, che in tempi si sventurati e per istrade cos infeste vi poniate in rischio voi di tanto pi attempato di me, e in questi freddi di Febbraio! --Perch, rispose l'Abate, fate voi s poco conto delle mie forze? Perch sono alquanto pi vecchio di voi? Ma se le membra hanno il vizio di tremolare, l'animo non mi trema, sapete! Berardo e Giovanna aveano qualche rimorso di consentire al viaggio dell'Abate. Ma egli fu costante nel proposito; gli diedero dunque una lettera per la figliuola e per Berengario da Sant'Ambrogio, ed egli, accompagnato da sospiri e da benedizioni, part. CAPO IV. _L'Assedio._ Il viaggio di Guglielmo fa pi lungo e pi aspro di quello ch'egli non aveva immaginato, s difficili erano le vie, s deserti i paesi, s frequente il bisogno d'avviarsi a lontani borghi laterali, per trovar cibo ed alloggio, e per evitare poderose masnade. Giacch molti erano i disperati, che avendo tutto perduto nella guerra preferivano di combattere per proprio conto, anzich servire ad altra causa. La comune avidit poi di rapina e la stima che a vicenda si concedono i gagliardi, congiungeva loro gran copia di disertori tedeschi, boemi e burgundi ed anche alcuni ferocissimi saracini. --Oh scellerato secolo! (dicea frate Uguccione, cavalcando a sinistra del suo abate). Scellerata voglia di grandeggiare! Indizio pur troppo, non a dubitare, della vicina fine del mondo. Ed infatti se questa fine non dovesse venire presto, qual sarebbe la triste sorte delle generazioni venture? Non pi timor di Dio, non pi obbedienza, non pi carit del prossimo! Insidie, frodi, depredamenti, stragi da ogni parte. Ah! Dio ne scampi da siffatti tempi! --Dio ne scampi, quando gli piaccia, da tutti i tempi dicea sorridendo l'abate. Ch tutti i tempi abbondano sempre pi o meno di disgrazie pel mondo. --Oh! eppure io vissi tanti anni ignaro di paure e di tribolazioni. --Ma voi non siete il mondo, frate Uguccione. E mentre i giorni vostri scorreano senza fastidi, migliaia d'uomini languivano nel dolore, attendeano a lacerarsi, a un dipresso come ora. La tranquillit della vita di alcuni non che un'eccezione, come i giorni tiepidi nel verno. I pi sono sempre agitandosi in affannosa ricerca del bene; il quale non trovandosi sulla terra, forza che coloro che nol cercano in cielo, si sforzino sempre di mutare le cose che li circondano. Infelici! --Birboni! dico io (esclamava Uguccione), che a furia di agitarsi e di agitare tolgono la pace anche a chi non altro vorrebbe che compiere liscio liscio il suo pellegrinaggio, senza far male, e senza riceverne. --E credete voi, figliuolo, che il compiere il nostro pellegrinaggio liscio liscio, e senza ricever male, valga il merito di perdonare a nemici, di beneficare ingrati, di patire persecuzioni per la giustizia? A chi perdoneremo se nessuno ci nuoce? Quando saremo noi davvero generosi, se beneficando otteniamo sempre la gratitudine altrui? Di qual giustizia sarem noi zelanti, se niuno ha duopo che essa gli venga predicata, se niuno le oppone l'ingiustizia e la violenza? --Dunque, padre abate, i birboni non saranno pi birboni; poich il mondo tanto ha bisogno di loro per andar bene. --Innalzatevi sopra questi pensieri volgari, figliuolo, ed ammirate piuttosto, come la Provvidenza sappia rendere utile l'opera de' malvagi, senza che scemi ad alcuno l'obbligo di pentirsi delle proprie malvagit e di tendere alla perfezione. --Cos dee essere certamente! dicea frate Uguccione, senza per essere interamente persuaso. In simili colloquii, ed in orazioni, or fatte ad alta voce, ora segretamente, passavano il tempo i nostri viaggiatori. Quand'ebbero varcato il Ticino, e si furono alquanto inoltrati nella foresta, incontrarono quattro uomini a cavallo. In sulle prime si guardarono incerti, paventando a vicenda d'essere fra ladri. Ma quale fu la sorpresa di Guglielmo udendosi chiamare per nome da voce affettuosa commossa? Si riconoscono, scendono tosto di sella, e gettansi fra le braccia l'uno dell'altro. Era Uberto Arcivescovo di Milano il quale vedendo la citt ridotta agli estremi e vicina ad arrendersi, avea dovuto fuggire coll'arcidiacono Galdino (che fu poscia Arcivescovo dopo lui), coll'arciprete Milone, e con Alchisio cimeliarca. Il loro viaggio era verso Genova, ma erano costretti di vagare qua e l, per trovare passo sicuro. I Milanesi aveano fatti prodigi di valore, finch poterono avere le necessarie vettovaglie, predandole sui nemici, o comperandole dalle citt confederate. Ma Federico aveali finalmente costretti a chiudersi entro le mura, ed era riuscito, acquartierandosi a Lodi, ad impedire ogni comunicazione fra loro e Piacenza, unica citt, donde alla fine potessero trarre soccorso. Il rigore inesorabile poi, con cui facea tagliar la mano a chiunque fosse colto a recar viveri agli assediati, disanimava i pi arditi. In altri tempi Milano era con abbondanza provveduta di pubblici granai; ma questi non erano ancora stati ristorati dopo un orribile incendio, che aveali, non da molto prima distrutti. La pi crudel fame non tard quindi a farsi sentire. Per alcuni giorni tutti la patirono con mirabile fortezza. Giacch si erano vincolati con tali giuramenti a morire per l'onore della patria, piuttosto che cedere, che niuno in tanta moltitudine osava essere il primo a proporre la resa. L'Arcivescovo, i consoli, tutti i maggiori della citt s'erano condannati prontamente a tutte le comuni sofferenze del popolo, col quale divideano le poche munizioni che aveano accumulate. Ognuno si ridusse alla quantit di cibo atta a sostentare la vita. Alcuni vecchi ebbero scrupolo di contribuire alla diminuzione di s scarsi alimenti, e si lasciarono morire senza pi gustarne: i giovani pi vigorosi prendeano faccia di cadaveri; le madri non aveano pi latte pei loro bambini; nondimeno spacciavasi ancora che le citt collegate s'adoprassero con efficacia per rompere l'assedio ed introdurre il bisognevole ai famelici. Alcune fervide menti, persuase che mai non perirebbe una citt sostenitrice del vero Papa e di diritti che lor pareano santi, profetavano i sogni della loro fantasia, ed ognuno sforzavasi d'esser credulo per aver la forza di reprimere il grido della disperazione. Guai se in simile stato quel grido prorompe da un labbro! Non pi in bala di chi l'ode il tacersi. E cos avvenne. Una donna accoccolata in un angolo della piazza con parecchi figliuoletti intorno a s quietava il loro pianto, ripetendo loro che il padre era andato in cerca di pane, e non tarderebbe. Vide alfine comparire il marito, e volle alzarsi per incontrarlo. Essa barcollava, e si resse appena per venire sino a lui; il marito la sostenne e porsele un pane. Dallo a' bambini disse la misera. Quelli gi l'aveano afferrato dalla mano paterna, e lo ingoiavano con furiosa voracit, quando lo sventurato, accorgendosi che la loro madre era spirata, mise un urlo spaventevole di dolore. Il popolo affollossi: l'urlo fu ripetuto; e quindi ogni freno al lamento si ruppe. Una sedizione infrenabile scoppi. Coloro che osarono di ricordare il giuramento, e di vantare preferibile la morte all'ignominia, furono chiamati carnefici; molti di questi vennero tagliati a pezzi; e tra gli uccisori vuolsi che taluno fosse veduto recidere un brano della carne dell'ucciso e divorarla. I principali cessarono allora d'essere concordi. Chi persisteva a volere la resa, chi la voleva necessaria, e comandata dal cielo. Prevalse quest'ultima opinione, e si mandarono perci ambasciatori a Lodi, ov'era Federigo, a trattare di pace. Allora Uberto Arcivescovo, vedendo di non poter giovare pi al suo popolo e non volendo comunicare collo scismatico Imperatore, determinossi a fuggire. Inorrid l'abate di Staffarda all'udire tale racconto, e dopo mescolate le sue lagrime con quelle de' quattro fuggitivi, disse il motivo della sua andata, e chiese se alcuno di loro conoscesse Berengario da Sant'Ambrogio. Questo cittadino non era loro ignoto, ma niuno di loro avea pratica con lui. Lo consigliarono poi di retrocedere, mostrandogli la presente difficolt d'entrare in Milano. Ma Guglielmo non volle rinunziare alla speranza di salvare Rafaella; e pregato Uberto di memorare a Papa Alessandro la sua venerazione, invoc su tutti loro l'assistenza del cielo e riprese il viaggio. --Avrei creduto, disse frate Uguccione, che le udite vicende vi facessero temere di peggio, e pensaste essere pi savio il partito di retrocedere. --Non penso cos, rispose l'abate sorridendo dolcemente. --E se l'augustissimo Federigo a que' Milanesi che sono iti a chieder pace rispondesse:--No!--Dio sa quai brutti miracoli possa fare la disperazione. Una citt di tante migliaia d'affamati che non isperino pi salute, pu versarsi tutta fuori con impeto sugli assedianti, e allora ammazza di qua, ammazza di l, che faremo noi l in mezzo? --Faremo come potremo, figliuolo. Ove gl'infelici sono molti, cresce ne' cuori pietosi il desiderio di soccorrerne alcuno: e sono certo che crescer pure nel vostro. Il monastero ci avvezz a digiunare; non ci sar quindi cos grave, se il pane conteso da tanti bisognosi scarsegger anche per noi. --Eh, non parlo del digiunare, io; parlo del niun bisogno che ci di andarci a porre in mezzo a una battaglia. --Ma voi sapete pure che da seguire la volont di Dio: la quale vuole che i suoi servi non antepongano n comodi, n sicurezza, n vita al loro dovere. --Anche l'Arcivescovo Uberto sa queste cose; eppure vediamo come fugge. --Uberto ha scomunicato Federigo, e non troverebbe presso lui misericordia. Ma noi non abbiamo scomunicato alcuno, frate Uguccione; del resto nulla pu sciormi dalla promessa di procacciar salute, se posso, alla figliuola di Berardo. --Cos dee essere certamente! torn a dire il compagno dell'Abate, senza per essere pi persuaso di prima. Ed in verit pi avanzavano nel viaggio, pi si vedeva che i timori di Uguccione non erano senza fondamento. Tutta la campagna, per quanto stendeasi l'occhio, era coperta d'armati; ad ogni tratto le scolte fermavano i due passeggieri, e chiedeano conto del loro venire e del loro andare, Guglielmo dicea d'essere indirizzato al Marchese Manfredo di Saluzzo, e chiedea dove potesse rinvenirlo. --Chi lo sa? veniagli risposto or dall'un capitano, or dall'altro. Qui presso non . Quelle insegne sono lodigiane, quelle cremonesi, quelle altre parmigiane. L sono que' di Modena e di Reggio; pi oltre que' di Mantova, di Ferrara, di Bologna. Dall'altro fianco accampano le schiere tedesche: fra tanta copia e s diversa di guerrieri come possibile il conoscersi? In quella disordinata riunione di popoli, l'odio comune contro Milano dava nelle battaglie una direzione comune; ma negl'intervalli si guardavano bieco l'un l'altro; e perch non venissero insieme a zuffa era necessaria grande vigilanza nei capitani, i quali faceano opera che ogni gente vivesse separata dall'altra e non comunicasse colle vicine. Frequente cagione di discordia erano le vettovaglie. Abbondavano talora sotto una bandiera, e mancavano sotto le altre: invidia e bisogno spingea queste alla rapina; i duci loro s'insultavano a vicenda, si sfidavano a duello, negavano di punire i soldati della propria schiera, che ne avevano oltraggiato un'altra. I principi pi illustri di Germania erano sempre affaccendati ad intromettersi tra gli offesi, e a sopprimere le gare alternando lusinghe e minacce, e procacciando di tener nascosta all'Imperatore gran parte di que' disordini, affinch i gi troppo frequenti supplizi non si andassero ancora moltiplicando. A forza d'interrogare, Guglielmo seppe alfine che Manfredo era a Lodi coll'Imperatore, e col s'avvi. Manfredo, al vedersi comparire innanzi il vecchio abate, tutto stup, e credendo che l'impronta di mestizia, ch'era sul suo volto fosse annunzio di sventure che toccassero lui: --Dunque non m'ingannarono, gli disse: tutto va a soqquadro anche col? Siete voi fuggito? --Io non sono fuggito, rispose l'Abate. --Ma che fa Berardo? Le accuse che gli si fanno sono grandi. Si vuol ch'egli tenda a sovvertire il Marchesato; e so di certo che a Cuneo si celebr una festa popolare, in cui Berardo, liberato da me di servit rappresentossi come oltraggiato dal mio benefizio, e giurante la mia morte. --Ignoro, Marchese, se tali indegne rappresentazioni si siano fatte nelle feste di Cuneo; ma se anche quella avesse avuto luogo, essa non indicherebbe se non la folle speranza della plebe a cui per concitarla i suoi seduttori indicano Berardo come suo fautore. --Sarei gi volato a Saluzzo a chiarirmi d'ogni cosa: ma le cure incessanti di questa guerra m'incatenano qui. Frattanto non voglio giudicare senza prove certe. Ma guai se Berardo!.... --Egli meriterebbe tutto il vostro sdegno, o Marchese, se si servisse contro di voi del credito di cui gode. Ma appunto perch vi serve fedelmente, egli odiato e la sua fama insidiata. --Voglia il Cielo che n io n voi c'inganniamo sopra il conto di Berardo. --Bandite pure ogni dubbio, riprese l'abate. Ma io non venni qui per difendere la sua fama: bens per farvi noto un delitto di cui lo stesso Berardo vittima. L'abate narr quindi a Manfredo il ratto di Rafaella, e la scoperta fatta del rapitore, e mostr in testimonianza la lettera di lei, portata da Melchisedecco. Il Marchese arse di sdegno contro Villigiso, e raccont a Guglielmo, come quello scellerato, essendo tanto felice quanto valoroso nelle battaglie, e congiungendo alla sua iniquit una finissima scaltrezza nell'adulazione, s'era amicato singolarmente l'arcicancelliere Rinaldo, ed insinuato nella grazia di Federigo. --Posta la presente sua fortuna, soggiunse Manfredo, m' forza reprimere l'ira che mi destano gli oltraggi da lui fatti a Berardo, e fingere d'ignorarli. Ma penser a Rafaella, e vedr, qualora Milano s'arrenda di salvare questa fanciulla dalla rovina universale. Not il luogo dell'abitazione di Berengario, quale era indicato da lei stessa, coll'intenzione d'andare egli medesimo ad esserle scudo, tosto che il paese fosse libero. Dopo questo colloquio, l'abate per alcuni giorni non pot rivedere Manfredo; tante furono le cure in tutti i petti per le cose che poco dopo avvennero, tante le agitazioni de' principi, chi per aizzare, chi per pacificare l'Imperatore, chi per promuovere l'intero eccidio di Milano, chi per impedirlo. CAPO V. _La Resa._ I Milanesi dimandavano pace, e per ottenerla proponeano di spianare in sei luoghi le mura e le fosse della citt. Ma Federigo volle che s'arrendessero a discrezione: di che gl'infelici, per evitar peggio, consentirono. Era il primo giorno di Marzo, quando si videro quei consoli di Milano, che poco prima aveano giurato d'anteporre la morte alla resa, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo dall'Orto ed altri gagliardi, illustrati da numerose prodezze, sostenere le urla ed i fischi di mille caterve nemiche, insolenti pel buon successo, e cos traversare un immenso campo sino alle diroccate mura della vecchia Lodi, ove l'Imperatore seduto sopr'alto trono accennava loro d'inginocchiarsi sulle macerie della citt da essi distrutta. E si videro obbedire al cenno, ed abbassare la punta delle spade, e spargere lagrime, non di pentimento ma d'ira impossente. Dopo d'avere udito poi da Federigo il comando di rassegnargli il giorno dopo le bandiere e rimettergli le chiavi della citt, i consoli ripartirono tra le stesse urla e gli stessi fischi con che erano stati accompagnati nel venire. Sarebbero stati messi in pezzi dalle turbe, se non li avessero scortati e difesi alcuni dei sommi, come Arrigo il Leone Duca di Sassonia e di Baviera, Federico Duca di Svevia, il marchese di Monferrato e quello di Saluzzo. La mattina seguente, vennero trecento nobili Milanesi a cavallo colle bandiere e colle chiavi della citt. L'imperatore ricevette il loro omaggio, quasi senza badarvi, e lasciolli l'intero giorno in aspettazione de' suoi voleri. A sera, rivedendoli, chiese loro con ira, perch non fossero venuti col carroccio. Tornarono dunque la mattina seguente con mille fanti e col carroccio, e tutti giurarono obbedienza. Federico tenne ostaggi i trecento nobili, ma si lagn che fossero pochi, e ne volle altri cento. Allora mand sei suoi ragguardevoli personaggi, e sei Lombardi nella citt a chiedere il giuramento di obbedienza all'intero popolo. Tra i primi notavasi lo storico Ottone Vescovo di Frisinga, zio dell'Imperatore; fra i secondi un altro storico Acerbo Morena, Lodigiano, allora podest della sua patria. V'era pur quell'Albernando Alamano, e quel maestro Omobuono ambedue Lodigiani, i quali erano stati i funesti sommovitori di questa orribile guerra, e la cagione dello sterminio di tante citt. Perocch trovandosi essi, nove anni addietro, in Costanza, presero la determinazione, senza averne alcuno incarico dalle loro citt, di gettarsi a pi del trono con due grosse croci di legno in mano, secondo l'uso de' supplici di quel tempo, e con eloquente dolore chiedere vendetta a nome di Lodi e di tutti i vicini popoli tiranneggiati dai Milanesi. L'Imperatore and poi a Pavia, e quando i dodici inviati ritornarono di Milano, e gli esposero il miserevole stato, in cui la fame avea ridotti i Milanesi e la fiducia che aveasi nella clemenza dell'augusto vincitore: Niuno interceda! sclam con voce cupa; e tutti si tacquero. La fama di questa fiera risposta corse in breve per tutte le itale schiere. La maggior parte di esse alzarono grida orrende di giubilo, lodando Dio e l'imperatore, che finalmente la citt superba che s a lungo avea oppresse le altre, sparisse dalla superficie della terra. In quelle medesime schiere per molti generosi abborrivano da gioia s crudele, e gridavano: Imploriamo misericordia pei vinti! Ma altri udendo le loro pietose grida, li chiamavano inverecondi, che osavano d'opporsi alla soddisfazione dovuta alle care ombre degli estinti, e alle generazioni viventi e future. Rinfacciavano loro che, avendo essi consanguinei ed amici in Milano preferissero gli affetti privati all'amore di patria. Seguiva alle contumelie il mischiarsi delle lance e delle spade, s che il tumulto ne cresceva a dismisura. Eriberto ed Ottolino aveano comando dal Duca Guelfo d'adoperarsi anch'essi a calmare gli spiriti, ma con cautela, per non mostrarsi troppo caldi contro la fazione de' feroci che era gradita all'Imperatore, s che chi le si fosse mostrato troppo avverso avrebbe potuto perdere s senza salvare i Milanesi. Il timore per la propria vita poco avrebbe potuto sopra menti cos generose; ma si frenarono, perch sapeano che il Duca era gi sospetto e che una loro imprudenza avrebbe potuto da' maligni attribuirsi al loro signore. Per lungo tempo s'aggirarono dunque di qua e di l, fedeli al proposito di sedare i furenti senza manifestarsi n pro n contro, e solo ripetendo spesso che le discordie erano disonorevoli ai Lombardi, e vietate dal monarca. Ma dove immense moltitudini sono in agitazione, una consumata esperienza sarebbe appena capace di mantenere alcuno in costante guardia de' proprii sentimenti: or come mai teste giovanili avrebbero potuto resistere al contagio di tale tumulto? Non dunque a stupire che Eriberto, udendo le imprecazioni de' crudeli contro Milano, fosse ogni momento in procinto d'inveire contro loro: ed allora Ottolino s'affrettava di contenerlo, ricordandogli il Duca. Quando poi Ottolino perdea alla sua volta la pazienza, e spronava il cavallo su qualche gruppo di quegli ebbri, Eriberto afferrava la briglia e scongiurava l'amico di non rompere la promessa. Se non che mentre ciascuno esortava valentemente l'amico a senile saviezza, il sangue quadrilustre, che bollia nelle vene, pi e pi li concitava per proprio conto. Ecco s'imbattono nella schiera lodigiana, guidata dal fanatico Albernando Alamano. Questa veniva allora alle mani con uno stuolo d'altri Lombardi di varie citt, i quali voleano salvi i milanesi. I due giovani volevano passare di fianco a' pugnanti, e allontanarsi, poich vana qui sarebbe stata ogni voce di pacificazione. Ma come videro Albernando insolentire contro gli avversarii, e piantare barbaramente la spada nel petto di venerando vecchio, il quale inerme procurava di disarmarlo; subito proruppero sul forsennato, e lo respinsero, e prendendo a combattere contro i Lodigiani, si lasciarono fuggire dalla bocca un altissimo grido: Perdono ai Milanesi, a terra i feroci! Questi erano sostenuti con gagliardia dal Marchese di Monferrato uomo cresciuto nelle crudelt e nelle perfidie, e da quel Sicherio, illustre Barone tedesco, il quale nel principio del Regno di Federico, essendo venuto a Milano, intimator di esorbitanze, era stato di l ignominiosamente scacciato. Costoro invadono le tende ove custodiansi i prigioni milanesi, e le incendiano: i miseri, cinti di catene e senz'armi, cadeano sgozzati come agnelli da rabidi lupi. Il conte Guido di Biandrate accorse con numeroso stuolo ov'erano i due Saluzzesi. Il Marchese di Monferrato rest leggermente ferito: Sicherio fu ucciso: i loro seguaci lungamente respinti. Un dardo colp gravemente il conte di Biandrate il quale cadde di cavallo. La strage divenne quinci e quindi s estesa e terribile, che il Barbarossa, il quale dall'alto di una torre mirava il campo, se ne sent spaventato, e intim alle altre sue schiere di muovere tutte sugli insani e di separarli. Il d tramontava e le tenebre agevolarono la fine della pugna. Mentre in mezzo a tale sanguinosa scena Ottolino ed Eriberto tentavano di difendere uno de' prigioni, essi intesero che egli era Berengario da Sant'Ambrogio. I due giovani gi aveano saputa da Guglielmo la dolente storia di Rafaella, e perci stesso pi ardeano d'ira contro coloro che voleano sterminata la citt. Ma oh quanto pi infierirono loro contro quando il prigione, da loro indarno difeso, disse loro, prima di spirare, che difficilmente Rafaella poteva essere ancora tra i vivi. Giacch il popolo di Milano, ne' giorni in cui fu spinto dalla fame a volere la resa, s'era gettato a saccheggiare e disfare alcune case, in cui sospettava celarsi le vettovaglie; e fra le case saccheggiate annoveravasi quella di Berengario. In tale disastro Rafaella, per difendere la vita di Alberta sua benefattrice, avea ricevuto un colpo di coltello sotto il braccio sinistro. Berengario la vide cadere, ma pugnando si ara scostato dalle due donne, e la casa essendo stata diroccata, egli le perdette di vista n pi le pot rinvenire. Allora egli bramoso di morire o di rivedere i suoi figli ch'erano prigioni del nemico, si un ad alcuni audaci, che tentarono una sortita, e fu in quella fatto prigione. Di questo lamentevole caso i giovani provarono infinito dolore, e se n'accrebbe a mille doppi la loro ira: el che incontratisi poco dopo, per mala ventura, con Villigiso che aizzava i furibondi, lo investirono, lo colmarono di vituperii e lo misero in fuga. L'Abate Guglielmo, anche prima d'accorgersi che la discordia potesse divenire s atroce, appena questa fu in sul nascere, era corso fra gli accaniti sperando di ricomporli. La sua alta statura, la fronte calva, la barba canuta, i modi venerandi, la voce nobilmente supplichevole incuteano riverenza; ma in breve lo scompiglio fu tale che Guglielmo ed Uguccione furono, senza distinzione, balestrati qua e l dalle prepotenti onde del generale movimento, senza che pi alcuno s'avvedesse di loro. Niun urto poteva dividerli: giacch il povero Uguccione aveva afferrata la veste dell'abate come un naufrago che, non sapendo nuotare, si appicca tenacemente a chi gli nuota d'appresso per essere da lui salvato o per perire con esso lui. Portati cos dall'onda popolare, si trovarono vicini al conte di Biandrate, quando questi cadde sanguinoso di cavallo. Manfredo, ch'era poco lontano, si slanci allora a soccorrerlo, e pot cos recar aiuto nello stesso tempo anche ai due monaci. Il molto sangue che Guido perdea, rendeva verosimile la sua morte. Egli non avvilito n turbato, ma con sincera piet stringea la mano di Guglielmo, e si raccomandava alle sue preghiere ed a quelle del suo compagno mentre era portato verso la citt. Federico lo scorse dalla sua torre e non ravvisandolo, ma parendogli uno de' sommi capi, mand a vedere chi fosse. E udito il suo nome, volle che fosse portato presso di s per mostrargli il pregio in cui lo teneva. Giacch fra i capitani italiani, Guido era tra quelli a cui l'imperatore portava maggiore benevolenza. Curata la ferita da un valente Salernitano, primo medico di Federigo, l'infermo confortato dal riposo e dai farmachi, ripigli forza bastante a tener colloquio coll'imperatore. Guglielmo stava allora per ritirarsi, quando questi, udendo ch'egli era l'abate di Staffarda, gli disse: --La vostra presenza non soverchia alla mia corte. So che il santo fondatore di Chiaravalle vi fu maestro, e niuno de' suoi discepoli s' mai mostrato partigiano de' ribelli. Inoltre il vostro aspetto mi ricorda il buon Ubaldo Vescovo d'Agobbio.--L'abate di Staffarda s'inchin e gli disse: --Felice me, se avessi come Ubaldo la sorte di trattenere le folgori de' potenti adirati. Ma non erano pi i tempi del Vescovo d'Agobbio. Dalla guerra di Spoleto in poi, il cuore del superbo s'era molto indurato. Corrucciato questi dalla significante allusione di Guglielmo, guardollo torvo da capo a piedi, e forse era tentato di rampognarlo d'arroganza, ma il contegno dell'abate era s modesto e nobile, che Federigo mirandolo torn a compiacersene, e gli disse benignamente di non pensare ad altro che all'infermo. Guglielmo e frate Uguccione si fecero dunque presso il letto dell'infermo mentre l'Imperatore, trattosi altrove col Conte palatino, Corrado suo fratello, col Re di Boemia, con Manfredo di Saluzzo, Obizzo da Este e altri, si diede con esso loro a favellare de' tumulti di quel giorno e della sorte di Milano. Venne allora annunziato l'antipapa Vittore IV, e l'imperatore mosse a riceverlo nella vicina sala. --Io vi credevo in cammino per Roma, gli disse questi. --N la Maest Vostra mal s'apponeva, rispose l'antipapa; ma le vie sono impraticabili, a cagione dei masnadieri. --O piuttosto avrebbevi fatto retrocedere la voglia di godere anche voi dello spettacolo terribile che appresto? --Quale spettacolo? --Quello che voi desiderate: la distruzione di Milano. --Ci che io desidero ben lo sa il nostro augusto figliuolo; io non ambisco che la distruzione dello scisma cagionato da Alessandro. E ove ci possa conseguirsi senza che Milano perisca, io sono anzi venuto per implorare sul vinto la misericordia del vincitore. --Papa Vittore, voi implorate cos trepidamente, che quasi pare abbiate paura d'essere esaudito. Ma non abbiate timore. Alla brama espressa dal prudente labbro, non conceder nulla: ma tutto conceder alla brama onde palpita segretamente il vostro cuore. --L'Augusto Federigo pone lo scherzo l dove io parlo seriamente. --Bene, Papa Vittore! bene! La vostra accortezza mi piace. Far dire che siete venuto ad intercedere pei vostri nemici degno di lode. La fama della vostra paterna carit si sparger dappertutto; i popoli vi benediranno; e ci varr pi assai d'un concilio per dichiararvi successore legittimo di S. Pietro. Ma ci basti. Qui, come vedete, siamo tutti tali da poterci parlare senza visiera. L'antipapa guard bene intorno, poi si lasci sfuggire un mezzo sorriso. Tuttavia non volle che alcuno potesse accusarlo d'aver consentito allo sterminio di Milano, e mettendo un profondo sospiro sclam: --Misera citt! avrei dato me stesso per redimerti! Ma sia fatta la volont del Cielo. --E sar fatta (disse l'Imperatore) come fu fatta da Tito sulla reproba Gerusalemme. Udiva Guglielmo dalla vicina stanza questi discorsi, e sdegnavasi della vilt dell'antipapa i cui freddi inviti alla clemenza pareano anzi fatti ad arte per maggiormente accendere l'ira del monarca. Udiva l'andare e il venire dei principi, che riferivano all'Imperatore l'operato da loro e da altri nelle agitazioni di quel giorno. Parlavasi spesso di Guelfo con detti tronchi, o misteriosi. Finalmente l'Imperatore, preso sotto il braccio l'Arcivescovo cancelliere, s'appart presso l'uscio. Indi entrarono nella stanza del malato, e senza badare ad alcuno, si diedero a passeggiare, parlando sottovoce. Pareva che si trattasse ancora di Guelfo. Rinaldo avea sembianza d'adoprarsi a rasserenare il suo Signore. Questi disse. --Basta, non si cessi di vigilare. Guai a lui, se... guai!.... Il sangue che corre nelle sue vene nol salverebbe.--Poi soggiunse:--Quanto ai facinorosi arrestati, non si miri alla condizione d'alcuno; s'impicchino tutti domani. L'astuto ministro gli fece notare che il ritardo della loro morte potea giovare. Molti di loro farebbero forse importanti rivelazioni per aver salva la vita. -- vero, disse Federigo. Dunque si serbino i pi notevoli; e tosto s'impicchi ci che sembra inutile. --Questo non paese per me (pensava modestamente frate Uguccione) se qui s'impicca ci che sembra inutile. E chi pi inutile di me fra questi grandi che non mi dicono una parola? Chi pi inutile di me a questo letto, ove l'illustre gemebondo non ha parola se non per l'abate, e si cura di me, come se non ci fossi? Intanto Federigo e Rinaldo erano nella sala, e venutovi il sire di Mozzatorre, Guglielmo l'intese dipingere con nerissimi colori il procedere d'Eriberto e d'Ottolino, e chiamarli autori principali dell'accaduto conflitto e dire che aveali fatti carcerare. --Bravo il mio Villigiso! disse l'Imperatore: fa che svelino tutte le trame che si nascondono sotto questo fatto. Ma poco dopo apparve con faccia irata il Duca Guelfo, cui tutti salutarono con apparente serenit. Vi prego, cugino, egli disse all'Imperatore, di farmi rendere due guerrieri, miei famigliari, che vennero per isbaglio sostenuti in carcere. Ve ne rispondo io. Federigo gli rispose con cortese sorriso: --Non vi dispiaccia, Duca, ch'io m'informi prima della cagione di questo carceramento. Se saranno innocenti, vi far dare ampia soddisfazione. Questo rifiuto dolse assai al Duca. Il quale nondimeno giunto presso il letto, e presa la mano di Guido, si condolse con parole dolcissime della ferita da lui ricevuta, e parve non avere al mondo altra sollecitudine. Frate Uguccione trasecolava, udendo parlare con tanta soavit, dopo averlo veduto entrare con faccia da basilisco.--Se non temessi di far giudizio temerario (pensava egli) direi che in queste pareti v' poca carit e molta finzione. Stupiva pure che l'Abate paresse non accorgersi di nulla e favellasse con ilarit di varie cose indifferenti. Parea ad Uguccione che sarebbe stato meglio il dimenticare ogn'altro interesse, e parlare subito della povera citt di Milano. Quella leggerezza lo scandolezzava, ignorando, come semplice ch'egli era, che in certi tempi e in certi luoghi conviene mostrare leggerezza, affinch gli animi si tastino prima l'un coll'altro, innanzi di manifestare il fine per cui si venuto. Cos facea Guglielmo; studiava i moti del volto di Guelfo, il suono della voce, gli sguardi e lasciava che altri facesse lo stesso sopra di lui. Ma approfittando poi d'un istante di romore che faceasi nella sala per la venuta dell'Imperatrice, l'Abate disse sottovoce a Guelfo:--Adopratevi, duca, ma con tutta prudenza per salvare que' due Saluzzesi; essi mi stanno molto a cuore! Guelfo strinse all'Abate la mano e risalutato l'infermo, pass nella sala ad ossequiare l'augusta Beatrice. Ella dicea, con affettuoso sorriso, all'Imperatore: --Vostra Maest quest'oggi mi sfugge, ma io sono ardita e vi perseguito. So che Federigo un cavaliere, a cui una dama pu ricorrere, senza timore di venire respinta. Federigo pregiavasi infatti d'essere il modello dei cavalieri. Inoltre amava teneramente la sua sposa. Le porse dunque la mano, e facendola sedere le disse: --M' dolce fuggire, se ci muove la mia signora a cercarmi. E allora l'egregia donna, con ragionamenti pieni di senno e di grazia, cominci a perorare a favore dei vinti, e a dipingere in nobilissima guisa la gloria che rifulge sulla corona de' sovrani clementi. Ella scusava o fingea di scusare lo sterminio d'altre citt, dicendo che senza dubbio quel rigore era stato necessario per umiliare l'insolenza de' ribelli. Ma soggiungea, che ora quell'insolenza era atterrata, e che l'eccidio di Milano avrebbe tutta l'odiosit d'una vendetta non cristiana. Abilissima poi, com' proprio delle donne, a commuovere con viva rappresentazione delle cose, ella mostrava tutti i lagrimevoli errori d'una tale barbarie, i molti innocenti che sarebbero colpiti co' rei, l'esacerbazione di questi e di quelli: esacerbazione pericolosa, forse fatale, forse aiutata da prodigi del Dio di misericordia: se la misericordia fosse spenta nell'uomo. Federigo l'ascoltava con un misto d'ammirazione e di tormento. Ma sempre opponea ragioni di Stato coonestando la sua implacabile ferocia col nome venerando della giustizia. Pi insistea Beatrice e pi Federigo le opponeva in termini variati le stesse ragioni, che lo teneano fermo nel proposito di distruggere Milano. L'Imperatrice afflittissima di nulla ottenere, chiuse in petto il suo dolore, e tacque. Volse poi alcune parole cortesi al Vescovo di Frisinga e ad altri, ed intanto parea loro significare cogli sguardi il desiderio di venire da loro secondata, nell'espugnare il cuore del feroce imperatore. Chiese poi della salute del conte di Biandrate, e detta di lui qualche parola benevola, si ritir. Tutti nella sala rimasero allora per alcuni istanti in silenzio. Il sorriso che, per urbanit cavalleresca era stato fino a quel punto sul labbro di Federigo, disparve. I cortigiani non vedeano pi in lui che un Imperatore corrucciato, il quale senza parlare dicea: --Guardatevi dall'eseguire ci che gli sguardi della sconsigliata mia donna vi chiesero; non soffrirei la vostra insolenza! Vittore, stanco dal viaggio, prese commiato. Federigo lo mir con disprezzo; indi conged gli altri principi e disse ad Arnando suo segretario, e al cancelliere Arcivescovo di terminare le lettere incominciate ai Re di Francia e d'Inghilterra, per la convocazione d'un nuovo concilio. Entr poi nella stanza del Conte, e passeggi alcuni minuti colle braccia incrocicchiate. Frate Uguccione l'adocchiava di soppiatto, cacciava via il sonno, ripensando un curioso fatto, raccontatogli, anni sono, da un pellegrino. Cio come nella dieta Generale, tenutasi in Roncaglia nel 1115, essendo stati interogati i famosi dottori delle leggi dello studio di Bologna, Martino Gossia, Bulgaro, Iacopo ed Ugone da Porta Ravegnana, di chi fossero i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, i porti, i mulini, le pescagioni, ed insomma quanto comprendesi sotto il nome di regalie, quei grandi dottori aveano concordemente sentenziato:--Tutto, tutto dell'Imperatore!--Uguccione ricordava pure d'aver inteso, come cavalcando un giorno Federigo fra due di que' sapienti, Bulgaro e Martino, li avea interogati s'egli fosse giuridicamente _signore del mondo intero_. Ed avendo Bulgaro risposto di no, e Martino impudentemente di s, smontato di cavallo l'Imperatore don all'adulatore Martino il suo palafreno e a Bulgaro un bel nulla. Il perch disse poi quest'ultimo le scherzose parole: _Amisi equum, quia dixi aequum; quod non fuit aequum._ Frate Uguccione pensava:--Signore dell'universo mondo, veramente a me pare, che sia il solo Dio. Eppure anche Bulgaro, che non peccava d'adulazione, non dicea poco ammettendo che a Federigo appartengono tutt'i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazi, i porti, ecc. Quanta potenza! Pure se debbo dire quello che mi pare, non ci vuol molto a capire che io sono pi contento di lui. Guarda come allunga il labbro inferiore, e poi lo ritorce indietro, mordendolo, e muta colore di quando in quando e freme che pare quasi impazzito. L'Imperatore essendosi intanto fermato a guardare il conte di Biandrate, questi gli disse:--La mente di vostra maest ingombra di gravi pensieri.--Mio caro Conte, rispose Federigo; parvi poca noia la necessit d'affrontare il biasimo di molti per esser fermo nel rigore della giustizia. Sin dalla mia prima calata in Italia, io vidi che Milano non sarebbe doma, se non dal ferro e dal fuoco. Essa mi chiese pace; ed oh avessi io allora resistito alle preghiere dell'Imperatrice e vostre; quanto sangue e rovine di citt si sarebbero risparmiate. Ma ora che la nuova ribellione ha messo il colmo alla sua perfidia, non sar s stolto e effeminato che dia luogo a improvvida piet. Milano sar distrutta. Il Conte disse, ma con voce s debole che non pot proseguire:--Parlavamo appunto dianzi di ci l'Abbate di Staffarda ed io...... --E che dicevate? chiese il Monarca volgendosi a Guglielmo. --Dicevamo, rispose questi, che allora quando la Maest vostra concesse pace ai Milanesi, essi erano stati domi non tanto dalle armi, quanto dal fiero contagio che avea spopolato la loro citt. Ritornata la salute ed essendo affluito in Milano un gran numero di partigiani dalla campagna e dalle altre vicine citt, sentirono di nuovo la superbia della forza e tornarono credersi non vincibili. Questo delirio pot sorgere allora perch una lunga pruova non aveali ammaestrati: ma ora siffatte illusioni svanirono. Nella miseria in cui Milano precipit per le sconfitte ricevute, nulla ha pi che possa sedurla. Resta dunque a decidere se quando tutto dimostra che una citt non pi in grado d'insolentire, il vincitore debba esterminarla. Ed io dico aperto, e la Maest vostra mi permetter questa libera parola, qual si addice al mio carattere, che s fiera vendetta non scusabile in un monarca cristiano. --Abate di Staffarda, questa franchezza che in altri forse non tollererei, negli uomini come voi mi piace. Ma voi errate a partito credendo che io voglia spenta Milano per cieco impeto di vendetta. Io son mosso da ragione di Stato e da debito di severa giustizia. A voi, come facile in persone di Chiesa, la compassione fa velo alla mente. Ma la compassione agl'infelici non sempre ragionevole n virtuosa. O il parricida che va al patibolo, perch infelice, cessa d'essere un mostro? E il giudice sar vendicativo e crudele, perch non lo assolve? --Cesare, l'intelletto umano s fecondo di giustificazione per qualsiasi opera, che se un corruccioso potesse distruggere l'universo, non gli fallirebbero motivi, in apparenza insufficienti a ci compiere. Ma la fecondit dell'intelletto nell'adulare alle nostre passioni ci torrebbe sempre la via di conoscere quando siamo giusti od ingiusti, se ne' casi gravi non interrogassimo un oracolo pi fido, pi sicuro, quello che Dio pone nella coscienza di tutti. Chi dice di seguire la sua coscienza, ed opera il male, o non l'ha interrogata non l'interrog sinceramente. N interroga sinceramente la propria coscienza chi non ode i franchi consigli che la religione gli d per mezzo dei suoi ministri. Niun altro che l'Abate di Staffarda avrebbe potuto far udire all'orgoglioso Barbarossa s ardite parole. Ma Guglielmo era non meno modesto che venerabile, e s nella presenza come nella voce aveva un mirabile potere d'avvincere, almeno per un istante, il cuore anche pi ritroso ed indomito. Federigo volea sdegnarsi e non potea. Fissava nell'Abate le pupille attonite, e dimandava a s stesso come avesse pazienza d'udire tal favella da un uomo. Egli non avea provato da gran tempo cosa simile. Sarebbevi mai in alcun mortale una virt superiore alla parola, una virt esercitantesi imperiosamente dall'anima loro sopra l'anima altrui, cosicch mentre, se bene osservansi, i loro discorsi nulla abbiano di trionfante, nondimeno chi li ha pronunciati trionfa? Tali certo dovevano essere gli Apostoli. Il mondo conosceva oratori pi eloquenti di loro, e tuttavia il mondo, bench riluttante alla loro dottrina, l'abbracciava. Quando quella virt, superiore alla parola, opera non solo sopra i rozzi, ma sopra coloro che lungo uso di ragionare e lunga superbia ha fatto astuti, impossibile non riconoscervi un'efficacia maravigliosa, un dono segreto di quel Dio che si comunica ad alcuni eletti perch adempiano il voler suo in guise straordinarie. Siffatti pensieri volgeansi nella mente di Federigo mentre Guglielmo favellava, ed erano un'ispirazione celeste che lo stimolava a non resistere alla grazia. Ma niuna ispirazione costringe. Federigo sent l'incanto amabile e gagliardo della santit apprendersi da lui come la presa della mano paterna sul figliuolo temerario in mezzo a' dirupi. Ma egli era a quel grado d'orgoglio, in cui l'uomo si vergogna di non essere costante nella malvagit, e senza avere consultato altro che inique passioni, dice d'aver consultato e ragione e coscienza, e si forma una grandezza infernale ed illusoria ch'egli scambia coll'eroismo. Allora non evvi alcuna verit che non si travolga, alcun principio evangelico che non si profani, torcendolo a conclusioni scellerate. --_I franchi consigli della religione e dei suoi ministri!_ disse l'imperatore. Egregiamente! Appunto quelli mio caro abate, mi sforzer di seguire. La religione comanda di recidere le membra infette, piuttosto che di lasciar perire l'intero corpo. Essa vieta di fomentare l'iniquit tollerandola, laddove m' facile estirparla. Estirpare Milano m' facile, lo vedrete, lo vedrete. --Deh, ve ne scongiuro, dissegli Guglielmo, ritardate almeno l'esecuzione di questo tremendo disegno! Fate pi lungo esame; spogliatevi prima d'odio, accostate l'anima vostra a quel Dio che sulla terra rappresentate. Ho fiducia che, se lo interrogate, egli non vi dir d'estirpare Milano. Egli forse vi mostrer, che una seconda clemenza, per ottenere l'effetto non ottenuto dalla prima, e che da questa clemenza, e non da severi castighi, pende la pace delle generazioni avvenire. --Abate di Staffarda, voi ed io consulteremo ancora il Signore, per non errare ne' nostri giudizii. Vedrete che egli dir a me Estirpa; e a voi Rassegnati! Lo salut con un cenno di mano; salut nello stesso modo il conte; e se ne and. Guglielmo mosse un passo, quasi per seguirlo. Federigo gli disse imperiosamente:--Restate.--Passando nella sala sottoscrisse le lettere che gli presentarono Arnando e Rinaldo, e si ritir fremendo nella sua stanza. Il Conte di Biandrate, tutto commosso, disse a Guglielmo:--Uomo di Dio voi avete adempiuto un gran dovere! Possa il duro cuore di Federigo approfittarne! Indi sentendosi alquanto sollevato, chiam uno scudiere, e volle che i due monaci andassero a dormire. --_Sit nomen Domini benedictum_, disse frate Uguccione. CAPO VI. _La Distruzione di Milano._ Sorgeva l'aurora del giorno 19 Marzo; e gi arrivavano da Pavia i messi imperiali, latori ai consoli di questo fiero comando: --Noi Federigo, per la grazia di Dio, Re di Germania e Imperador de' Romani, intimiamo a tutti coloro che sono nella citt di Milano, maschi e femmine, di uscire nel termine d'otto giorni, con ci che possono portar seco. In pochi istanti l'orribile novella fu nota a tutti i cittadini, e l'aere echeggi di lamenti e di maledizioni. Alcuni, svegliandosi non volevano credere ci che udivano, e speravano di sognare; poi convinti della realt, non poterono sostenere questo colpo e impazzirono; altri furono uccisi dall'eccesso del dolore; altri si svenarono per essere almeno seppelliti nelle rovine della loro patria. Le porte della citt vennero immediatamente aperte. Un banditore fu spedito dai consoli sovr'ogni piazza e per ogni via, perch si sollecitassero i cittadini ad obbedire, e si raccomandasse loro il buon ordine, e la mutua carit in s alta sventura. I consoli stessi, pi memori del pubblico bisogno che delle domestiche loro angosce, si videro tutto il giorno in pi luoghi della citt arringare il popolo e pregare che niuno s'abbandonasse ad inutile disperazione, affinch almeno i vincitori non disprezzassero i caduti. Un numero grande di Sacerdoti si sparse per ogni dove, col Crocifisso in mano, a ricordare che era giunto il tempo d'imitar il divino maestro, immolato dalla ferocia delle passioni umane. Le esortazioni veniano spesso soffocate dal pianto de' medesimi esortatori, e non s'udiva allora che una voce: Oh Milano! oh infelice Milano! Quindi ripigliavano quelli a predicare il Dio dei dolori e la brevit delle sciagura mortali, e l'alterno sparire di tutte le grandezze che per un tempo abbelliscono la terra. Simili verit non sono mai sentite cos profondamente come nelle afflizioni generali. Ma il grido: Oh Milano! infelice Milano! torna a scoppiare; e quelli che alzavano il Crocifisso per invitare a rassegnazione, ripeteano di nuovo anch'essi il grido degli altri. V'ebbe taluno, o perverso, o dissennato che assal con vituperio e percosse i consoli ed i sacerdoti urlando non esservi Dio, non esservi giustizia, non esservi se non violenza e stoltezza e dolore. Tali bestemmie erano in s turpe dissonanza col pensiero comune, che il popolo n'era empiuto di spavento, come se l'inferno per accrescere la desolazione della triste citt vi vomitasse i suoi mostri. Allora presi da furioso zelo, gl'inorriditi si scagliarono sui bestemmiatori e li fecero a pezzi. Immense furono le ricchezze abbandonate. Gran numero di sventurati, sformandosi a portar fardelli superiori alle loro forze, stramazzavano pe' trivi e calpestati dalla folla perivano, o non trovavano pi il fardello loro, o ne prendeano un altro o sdegnavano di pi nulla prendere ed usciano privi di tutto; quali muti, quali urlanti, quali lagrimando in silenzio. Il maggior numero di coloro che avevano pargoletti, od infermi parenti moveano dalle loro case tenendoli per mano, e portando addosso i bagagli: ma com'erano in mezzo alla moltitudine, o l'infermo o il fanciullo stentava a reggersi in piedi, quelli gettavano via la roba e si caricavano questi sulle spalle. Tutti coloro che giugneano ad una porta della citt voleano ancora toccarla, e sclamavano miseramente--Addio! addio!--e questo angoscioso saluto ripeteasi di continuo da tutti gli uscenti e prolungavasi per lungo tratto fuori delle mura. Vane erano le cure dei pi generosi cittadini perch quella moltitudine sgombrasse con ordine. Da mane a sera affollavasi la turba alle porte, e quanta pi ne partiva, tanto pi densa parea quella che rimanea. Dopo i tre o quattro primi giorni, la popolazione era tuttora s numerosa, che nacque in molti il timore di non aver campo ad uscire entro il termine decretato. Allora, immaginando che coloro che rimarrebbero sarebbero passati a filo di spada dai saccheggianti od arsi colle loro case, l'ansia d'uscire divenne frenetica. La quantit de' soffocati e de' pesti nella turba fu spaventevole, ad onta che le mura fossero state rotte, onde aprire pi largo varco a' fuggenti. Negli ultimi due giorni restavano pochi nella citt, la maggior parte infermi o storpi! senza aiuto. Decisi dapprima di non partire da' loro tetti e di lasciarsi trucidare, il terrore della morte aveali poscia scossi e consigliati di trascinarsi allo scampo. I principali cittadini si ricoverarono a Piacenza, a Brescia e presso altre genti amiche. Non mancarono tuttavia molti che trassero a Lodi, a Pavia ed a Como, ove l'enormit della loro sventura li fece compiangere ed accogliere umanamente da coloro, che poco prima erano loro nemici accaniti. La plebe si sparse fuori della citt a' monisteri di san Vincenzo, di san Celso, di san Dionisio e di san Vittore, e ne' vicini contorni. Malgrado s lunghi esperimenti della efferatezza del Barbarossa, le lusinghe della speranza viveano ancora nel cuore di tutte quelle migliaia d'addolorati. Non parea loro inverosimile che l'Imperatore pago del recato spavento desse finalmente adito alla clemenza, e, permutato il castigo in forti somme di denaro, li lasciasse ritornare alle case loro. Vana lusinga! All'alba del d seguente Federigo, accompagnato da' cortigiani e dalle infinite sue schiere, mosse verso la citt da lui maledetta. Egli v'entr da porta Ticinese, ed usc dall'opposta, abbandonando la ricca preda all'avidit dell'esercito. Chi pu dipingere la gara di tanti rapaci? Palazzi, case, emporii, botteghe, tutto fu invaso, tutto fu spogliato. Neppure le chiese furono risparmiate: l'abbondanza de' sacri arredi che i profanatori si divisero non fu computabile. Un'antica opulenza, e la piet di migliaia di uomini aveanli accumulati: e tutto fu in breve dissipato! Narrasi che trovati in tale giorno i corpi creduti de' tre Magi, Rinaldo Arcivescovo di Colonia li abbia fatti prendere, per quindi mandarli alla sua diocesi ove tuttora si venerano. Dur pi giorni il saccheggio, e ancora i palpitanti cittadini speravano di riavere almeno i loro nudi tetti. Ma il barbaro editto della totale distruzione di Milano usc finalmente. I Cremonesi furono destinati ad atterrare il sestiere di porta Romana: i Lodigiani quello di porta Renza; i Pavesi quello di porta Ticinese; i Novaresi quello di porta Vercellina; i Comaschi quello di porta Comacina; e gli abitanti del Seprio e della Martesana quello di porta Nuova. Furono tutte mani italiane quelle che distrussero la regina delle province Lombarde, una delle pi belle e pi grandi citt dell'Italia. E niuno si ritrasse dall'opera nefanda. Che anzi, essi, essi furono che dimandarono questo ministero per soddisfare alla loro scellerata vendetta. E non solo il dimandarono, ma lo comprarono offrendo migliaia di marchi d'argento! Un'infinit di furibondi s'avvent con martelli e picconi al diroccamento; e per terminare pi presto, venne appiccato il fuoco in molte parti della citt. In pochi giorni la ruina fu compiuta. Una sera l'innumerevole popolo, disperso qua e l pe' borghi e per la campagna tenea le ciglia lagrimose sovra alcuni avanzi di quelle care mura, di quelle superbe torri, di quelle venerande basiliche, ed ahi! rammaricavasi di non doverle pi vedere il mattino seguente. Il sole tramontava sanguigno, velato dai globi di fumo che sorgeano dalle rovine. Il crepuscolo fu breve: un denso tenebrore circond quelle indistinte moli; le fiamme stesse eransi abbassate e ardeano covanti pe' tetti. Oh Milano! oh dolce patria! gridarono i miseri con disperato lamento. Addio! addio! Non ti vedremo mai pi! mai pi! E quel _mai pi!_ sonava cos angoscioso e cos pieno d'affetto, che a molti de' nemici, udendolo, sgorgarono le lagrime. E mentre echeggiava per l'aere quell'orrendo _mai pi_, il campanile della metropolitana, ch'era il pi alto edifizio della Lombardia e mirabile per la sua vaghezza, precipit con grandissimo fracasso, e rovesciatosi sovra la chiesa, atterr la massima parte di essa. Dopo un lungo Ah! successe un silenzio che fece drizzare i capelli allo stesso Imperatore. Pareva il ritorno del nulla, dopo la distruzione del creato. Il giorno appresso, Milano non era che un monte di pietre; e la rabbia degli esterminatori non era cessata. Quelle pietre si trasportarono con furore sinch furono disperse, sinch il suolo fu nudo, e la citt parve non essere stata mai. Sole rimaneano qua e l, come stupite di se medesime alcune chiese depredate, quali affatto intere, quali soltanto danneggiate dall'incendio e da caduta di fabbriche vicine. Quando furono sgombre le macerie della citt, fu veduta pi giorni una moltitudine di sfrenati banchettare e danzare cantando le glorie di Barbarossa e dei Lombardi suoi compagni di vittoria, e giurando per s e pe' loro nipoti di mantenere osservato in eterno il cesareo decreto, che Milano non si rifabbricasse mai pi. Non cessavano le esecrande orgie neppure negli orrori della notte; e chi da lontano mirava l'agitarsi delle fiaccole, e ascoltava le abbominevoli cantilene credea di vedervi, mista a que' forsennati, una turba di spiriti maligni, che giganti or passeggiavano, or balzavano per aria, or fuggivano uno spirito pi grande di loro, l'angiolo di Milano; il quale, prostrato a piangere sulle rovine, a quando a quando sorgeva, ed offuscava col fulgore delle pupille la luna e le stelle, e roteando una spada di fuoco sconfiggea i satelliti d'inferno. Forse ad alterare le fantasie degl'infelici, e a far vedere apparizioni celesti contribuivano certe urla ferine, che prima non s'erano intese mai cos moltiplici, cos addolorate, cos orrende. Erano le urla di numerosi branchi famelici, che percorrevano uniti la solitudine, e accresceano la propria rabbia urlando, e divoravano cadaveri insepolti, o sentendoli al fiato sotterra li disseppellivano per cibarsene, ed inseguivano spaventosamente i vivi; sicch bisogn alfine dar loro la caccia, ed a poco a poco distruggerli come bestie feroci. Fu chi lasci scritto che Federigo fece sul suolo della sterminata citt condurre l'aratro e seminar sale. Certo che egli, dopo avere assaporata la crudele sua opera, assistendo a quella desolazione, ebbe l'impudenza d'insultare ancora a tanta miseria, presentandosi con gran pompa, nella domenica delle Palme, ai divini officii della Basilica di Sant'Ambrogio. E niuno fu che gliene vietasse il passo, come gi fece il magnanimo Santo in quella medesima citt (e forse alla porta del medesimo tempio) all'Imperatore Teodosio che sordido di strage voleva appressarsi agli altari! Ma Uberto, successore del gran Vescovo, fuggiva l'ira di Federico in terre lontane, e tutto il clero fedele era dissipato. L'Agnello di propiziazione veniva offerto dalle mani scellerate d'un antipapa: la parola di Dio era pronunciata dal sanguinario Rinaldo Arcivescovo di Colonia, i circondanti prelati e sacerdoti erano scismatici e ribelli al legittimo Pontefice. La pia Beatrice si disse ammalata e non volle aver parte a tale profanazione. Federigo avrebbe pur quivi celebrata la Pasqua, ma Beatrice neg d'intervenirvi, ed egli ferm di celebrarla in Pavia. Non pot ella negarvi la sua presenza, ma volle che la Messa fosse detta da Ottone zio dell'Imperatore, Vescovo di Frisinga; il che fu a disdoro dell'antipapa. Folta copia di Vescovi, d'abati, di marchesi, di conti e d'altri baroni vi concorse. In questo solenne giorno, Federigo si mise in capo la corona che da due anni non portava, per giuramento fatto di solo ricingerla, domati i Milanesi. Alla Messa successe un convito dato a' pi intimi: la riverenza del giorno pasquale non consentiva maggiore baldoria. Pi lauto festino fu imbandito il d seguente. Vi s'assisero gli augusti sposi colla corona, i Vescovi settatori dello scisma di Vittore, i principi tutti ed i consoli della citt colle varie insegne del loro grado. L'abate di Staffarda, bench invitato non comparve. Sedeanvi pure molte gentili donne de' pi illustri casati, vestite di magnifiche vesti di damasco o di broccato, con corsetti di stoffa d'oro. Candidi finissimi veli pendeano dietro le spalle, fermati sulle chiome da fila d'oro, o da eleganti borchie ricche di gemme. Tutte aveano in orecchini, collane, smaniglie ed anella, tesori mirabili proporzionati allo splendore delle famiglie. Al suono di guerresca musica portaronsi le prime vivande da un gruppo di cavalieri, rappresentanti colle loro diverse fogge di vestire e con ingegnosi ricchissimi emblemi i diversi feudi dell'Impero. Ciascuno porgendo il suo piatto diceva qualche motto cortese in omaggio all'augusta coppia. Successe a que' suoni un'armonia pi soave, ed allora vennero portate le frutta da cento damigelle figuranti le varie citt e i diversi contadi de' dominii patrimoniali di Federigo, vestite con gran ricchezza a foggia qual di matrona, qual di forese e tutte incoronate di fiori. Mescolavasi a quel coro una turba di vaghissimi fanciulli, i quali significavano gli angioli delle citt e delle castella; e ciascuno sollevando sopra il capo in leggieri vasellami d'oro e d'argento ogni sorta di confetti andarono a deporli sui deschi. S le donzelle che i garzonetti dissero del pari il loro motto d'omaggio. Al convito successero magnifiche danze che durarono l'intera notte. Beatrice era sparita. Simili feste, insultanti all'eccidio di s nobile citt e al dolore di tanti infelici, metteanle spavento. CAPO VII. _La pia Imperatrice._ Entrando Beatrice ne' suoi appartementi, fu sorpresa di trovare nell'anticamera Guglielmo. Questi le s'inchin e disse:--Il cuor mio presagiva che la maest dell'Imperatrice sarebbesi presto ritratta da quelle gioie. --Gioie? soggiunse ella con voce d'onesto rimprovero e scotendo mestamente il capo.--Ma, se non erro, voi siete l'Abate di Staffarda. E com'egli abbassava la fronte assentendo, ella ripigli con figliale verecondia. --Conviene, o Abate, che vi sieno assai poco in pregio le donne perch da tante settimane che vivete presso noi, non vi siate mai mostrato al nostro sguardo. Ora forse il vostro beato maestro vi susurr finalmente all'orecchio, che un suo degno discepolo, quale voi siete, il benvenuto presso Beatrice di Borgogna. San Bernardo essendo pure di Borgogna, Beatrice lo venerava con particolare affezione. Nel chiamarsi poi col suo semplice nome di battesimo ella parve inoltre dire: La corona che mi vedete in capo, non m'ispira nessun senso di alterezza e di fasto. Io sono Beatrice, educata in costumi pi soavi e pi pii di quelli, onde le imperiali nozze mi circondarono. Io sono innocente di queste abbominevoli pompe, come degli eccidii ch'essi festeggiano. Guglielmo intese ch'ella significasse tutto ci ed altre nobili affezioni ancora. Egli era di quegli uomini, che, non si sa per qual magia, leggono pi in un'occhiata ed in certi atti muti, che altri in un volume: uomini pericolosi quando sono malvagi, ma sommamente utili, quando buoni, perch sanno identificarsi in pochi istanti con un altro e capire i suoi bisogni, e rendere sincerit per sincerit, amicizia per amicizia, ed oh quanto ci solleva un'anima gentile, che geme fra anime di pi basso ordine, e ne cerca una simile alla sua! Anche Beatrice possedea quel privilegio de' pochi: di leggere molto in uno sguardo. Guglielmo aveale appena detto che egli bramava udienza da lei, ed ella indovin tosto essere venuto l'uomo di Dio a proporle qualche buona azione. --Oh, venite, venite! risposegli premurosamente l'Imperatrice, ed introdottolo in una vicina sala, ella pass colle sue dame in altra stanza ove depose la corona e le magnifiche sue vesti. Indi in breve tornata in pi modesto abbigliamento, senz'altra compagnia, che d'Ernesta di Sassonia sua congiunta, s'assise ed accenn all'Abate il seggio vicino. Egli le parl cos: --La vostra carit, augusta donna, non ha d'uopo ch'io la stimoli ad accorrere in aiuto, dove i miseri sono tanti e dove anche un'Imperatrice, facendo quanto pi pu, dee pur troppo sentirsi povera. Ma nel numero infinito di quei miseri, mi sono imbattuto in persona, a cui la protezione di debole vecchio, qual son io, non basta. Avrei invocata quella del marchese mio signore, s'egli per la necessit della guerra, non fosse ridotto a tutto consacrarsi al servizio del monarca, e a vivere pi da soldato che da principe. La desolata vittima per cui domando asilo e difesa, del vostro sesso, o Beatrice; una fanciulla virtuosa: i suoi genitori sono amici miei ed amici del cuore. --Deh, ricettiamola dunque, o padre! E siate benedetto d'esservi ricordato che fra le sorelle degli sventurati anche Beatrice! chi , dov' quella fanciulla? --Oh Imperatrice! La storia de' suoi dolori non breve. E qui prese l'Abate a narrarle succintamente ci che al lettore gi noto; e poi aggiunse che quando la casa di Berengario da Sant'Ambroggio fu atterrata dal popolo sedizioso, Rafaella ferita e la vecchia Alberta si trovarono ridotte alla mendicit. Giacch Berengario avendole smarrite nel primo giorno, disper troppo presto di rivederle; s che le meschine, perdendo lui, non ebbero pi sostegno. Alberta ricorse ad alcuni consanguinei, ma la fame aveali induriti. La respingeano con villania, scandolezzandosi che in tempo di tanta scarsit di cibo, avesse la stoltezza di tener seco una straniera. Taluno le dicea: Dividiamo il nostro tozzo di pane con voi ma cacciate colei che non del nostro sangue.--Ed Alberta, piuttosto che separarsi dalla derelitta, tornava a discendere le invano salite scale, e si ponea con quella nelle vie a piangere ed a porgere vergognando la mano a' passeggieri. Molte erano le donne di civile condizione ed anche nobilissime, che mendicavano. Distinguevasi dalla qualit e nettezza delle vesti, e dalla timidit della voce e del contegno. N prendevano coraggio al mendicare, se non dalla speranza di conservarsi al marito ed ai figliuoli. Ma Alberta ignor lungo tempo, come tante altre, d'essere l'unica superstite della sua famiglia. Errando con essa Rafaella per quella vasta citt, invano furono cercate da Manfredo, invano da Guglielmo. Ed allorch fu pubblicato il funesto bando contro Milano, uscirono dalle mura colla moltitudine e rimasero tra i pi destituiti di soccorso, sulla piazza del monistero di san Celso. --Aggirandomi oggi, prosegua Guglielmo fra quel popolo di desolati, una fioca voce fer il mio orecchio Abate di Staffarda! Guglielmo! Guglielmo! Era dessa, la povera Rafaella! altre volte un angiolo di bellezza! ora dimagrata, pallida, sostenevasi appena. Tuttoch s cangiata, la ravvisai. Mi feci aprire il varco dai circostanti e giunto ad essa, la dimandai del perch e del come si trovasse col e piansi all'udirne le cagioni. Ella mi chiese de' genitori, e risposi che aveano ricevuta la sua lettera, e ch'io era venuto per lei. Quando ebbi da essa e da Alberta inteso le loro vicende, dissi: l'augusta, l'ottima Beatrice degner farsi madre della derelitta. --Oh, s, buon vecchio! sclam commossa l'Imperatrice. Io sar madre dell'infelice Rafaella. Perch non l'avete qui tosto condotta essa ed Alberta? --Sia ringraziato il Dio degli afflitti! disse Guglielmo alzandosi. Quel Dio anche quello delle Imperatrici, o donna. Egli, egli rimunerer le vostre virt! Se vi piace vado senz'altro indugio a dare il lieto annunzio alle vostre protette, e condurle alla vostra presenza. --Andate, andate, disse l'Imperatrice; e ci dicendo, ella chiam un paggio ed imposegli di seguire l'Abate, e di provvederlo di scorta e di qualunque altra cosa gli bisognasse. L'Abate nel partire intese che Beatrice, voltasi ad Ernesta, ripetea mestamente quel detto: Il Dio degli afflitti anche quello delle Imperatrici! E vide che ella guardava dalla finestra verso la parte opposta, oltre il cortile, donde veniva col suono delle danze, quello della voce d'un impudente giullare, cantante imprecazioni alla citt distrutta, e vigliacche lodi all'invitto esterminatore. Traversando il cortile, e udendo che all'infame inno seguiano romorosi applausi de' festeggianti, l'Abate disse tra s, e non errava: --Quegli applausi t'inorridiscono, povera Beatrice! e forse ti fanno piangere amaramente sulle colpe dell'indegno tuo sposo! Non and guari che Guglielmo si fece annunciare. Egli fu tosto introdotto colle compagne. Queste si gettarono a' pi dell'Imperatrice, ed ella benignamente rialzandole, abbracciolle e disse a Rafaella: --Rincoratevi, buona giovane, la sventura vi perseguit molto; avete diritto ad un po' di pace, e spero che la godrete d'ora innanzi. Poi voltasi ad Alberta:--E voi pure perseguit molto la sventura; quelle perdite vostre che potr ristorare saranno ristorate. Accenn quindi loro Ernesta di Sassonia, e disse alle ospiti la virt di questa principessa, alla cura della quale era lasciato il provvederle d'ogni occorrente. --Or siete in casa vostra, ripigli. --Senza neppure conoscerci? sclamarono quelle commosse di gratitudine. --V'ingannate; l'Abate di Staffarda mi parl di voi; e chi merita la stima di tali uomini merita anche la mia. Dopo ci, interrogata Rafaella sopra le patite sventure, questa narr con modestia e candore i felici giorni, che gi passava al lato de' genitori, e tocc degli infelicissimi che seguirono. Soggiunse che, le vettovaglie essendo scarsissime nella moltitudine di popolo, in cui dopo la distruzione di Milano, si trovarono, alcuni Religiosi faticavano a radunare soccorsi ed ivi portarli, e fra questi religiosi erale apparso, con alta sua sorpresa, l'Abate di Staffarda, il quale carico d'una bisaccia, e accompagnato da un monaco pi carico ancora, distribuiva pane ai famelici. Il monaco suo compagno mi confess (prosegu Rafaella) che per fare in tutti questi giorni tali elemosine, si condannavano ambedue al pi rigoroso digiuno. --Ma si pu dare un indiscreto ciarliere, come frate Uguccione? pens, arrossendo, il santo vecchio. Beatrice conobbe dal linguaggio di Rafaella che la sua educazione, ad onta dell'oscura nascita, era gentile; ma ci che in lei pi le piacque fu la tenerezza, colla quale parlava de' genitori e del fratello, e la gratitudine sua s espressiva eppure s dignitosa verso chi la beneficava. Il volto di lei spirava ad un tempo innocenza ed abitudine di pensieri elevati. Sparito era il vermiglio delle guance, ma il pallore che le copriva, mentre non ne scemava la bellezza, induceva anche a piet ed a rispetto. Al primo istante l'Imperatrice erasi soltanto proposto di proteggerla, per farla ritornare con sicurezza nel seno della famiglia; ma ascoltandola e mirandola, sentia sorgere maggior desiderio di consolarla e di contribuire alla sua felicit. Ella riflett con rincrescimento fra s, che niuna delle dame che la servivano sembrava cos capace di retribuire confidenza per confidenza, di vincolarsi con generosa e piena dedizione ad una vera amica. Ernesta era tra le migliori che la circondavano, ma la sua amicizia parea fredda all'anima ardente di Beatrice. Venne a Beatrice il pensiero che la Provvidenza le avesse condotta Rafaella, perch trovasse in lei ci che non avea mai trovato in altra creatura: un cuore n pi debole, n pi forte del suo, un'immaginazione uguale, un simile bisogno di vita interna, di dolce mestizia e di religione; ma non nella solitudine assoluta e non nella compagnia di anime dissipate o avare d'affetto. Due o tre volte respinse quel pensiero, dicendosi che Rafaella amava troppo i genitori, n potea esser contenta lontana da loro; e fors'anco dicendosi che una Imperatrice pu essere biasimata se non elegge le sue famigliari fra persone d'illustre nascimento. Oh quanti penosi doveri, quanta severit di decoro, quanta freddezza impone un diadema! Ci ben sapea Beatrice: ma ne' colloqui ignorati com'era questo, godea di nascondere la maest del grado e d'avvicinarsi agli inferiori. E quando negl'inferiori scopriva sotto l'amabile velo della loro umilt, una grandezza di sentimenti che li facea degni di stima, oh con qual dolcezza, con qual sincera cordialit li onorava! Alfine s'alz, e presa per mano Rafaella:--Qui presso la stanza tua, le disse. Io sono tua madre, seguimi. Sorrise a Guglielmo. Questi s'inchin, benedisse la soccorritrice e le soccorse, ed usc asciugandosi gli occhi e dicendo al Signore:--Tu affliggi gli uomini per nobilitarli, e ti ricordi del loro dolore; e le consolazioni che appresti sono pur molte! Per qualche tempo Rafaella stette ignorata a corte. Villigiso occupato da cure guerriere non ebbe contezza di lei. Il solo Manfredo informato da Guglielmo delle vicende di lei, venne a vederla e si congratul assai che fosse uscita salva da tanti pericoli. A lui consegn Rafaella una lettera pel padre, nella quale gli partecipava quanto era accaduto. Berardo, non molto dopo, rispose alla figlia col pi tenero affetto, raccomandandole caldamente d'usare a favore del fratello prigioniero la buona sorte ch'ella aveva d'esser al fianco dell'Imperatrice. Ma non era d'uopo stimolarla a ci. L'Imperatrice passava con lei ogni giorno alcune ore di confidenza, e sempre pi le si affezionava; e Rafaella non desisteva dal supplicarla di parlare a pro d'Eriberto all'Imperatore. Pi volte Beatrice l'esaud, ma indarno. Federigo stava pi immoto che mai nel pensiero di usare rigore, dacch il feroce esempio dato contro Milano sortiva i successi da lui pi bramati. Brescia, Piacenza e ad una ad una tutte le altre repubbliche dianzi pertinaci nell'indipendenza, s'affrettavano ad umiliarsi e a comprare il perdono con somme esorbitanti di danaro, con ismantellare le mura, colmare le fosse, rendere le castella, ricevere i podest e promettere di guerreggiare a servizio dell'Imperatore, non solo negli affari di Lombardia, ma fino a Roma e nel regno di Sicilia, s'egli lo imponesse. Turisendo da Verona fu l'unico che negasse di curvarsi dinanzi agli stendardi imperiali, e dalla rocca di Garda, ov'era chiuso, tentasse scuotere a nuova baldanza le cadute citt. Federigo insuperbito da tanti trionfi, credea facile a superarsi gli ostacoli che rimaneano al soggettamento dell'intera Italia. La sua folle ebbrezza ascese a tal segno ch'egli non dubit di dare in feudo a' Genovesi la citt di Siracusa ch'egli non avea, n poscia ebbe mai, ed altri futuri possedimenti immaginarii[4]. [4] _Siracusanam civitatem cum pertinentiis suis et ducentas quinquaginta caballarias terrae in valle Nothi, etc. in unaquaque civitate maritima_, quae propitia Divinitate a nobis capta fuerit _rugam unam, eorum negotiatoribus convenientem, cum ecclesia balneo, fundico et furno, etc._ (V. Annali d'Italia del MURATORI). Mosse egli alquanto dopo, con poche delle sue forze in Romagna, e l'animo cadde pure a Bologna, Imola, Faenza, che tosto furono imitate dalle citt vicine. Un conquistatore abbastanza forte da compiere lo sterminio d'una citt principale come Milano non ha pi bisogno, per alcun tempo, se non del suo nome per soggiogare tutto ci ch'egli minaccia. Se l'orgogliosa fiducia di Barbarossa fosse stata durevole, s'egli avesse osato di portare il suo intero esercito nel mezzod della penisola, e fors'anche soltanto di percorrerla con poche falangi armate d'accesi tizzoni, verosimile che niuna opposizione sarebbe stata gagliarda, e lo stesso Re di Sicilia avrebbe perduto il suo Stato. Forse ci che fe' titubare l'arrogante Federigo e salv l'Italia da s piena invasione fu una cosa che parea di piccolo momento; la ostinata difesa cio d'un uomo solo in Lombardia, di quel Turisendo che, schernito come un pazzo dall'invitto domatore di provincie, pure segretamente era temuto. A cagione di esso convenne lasciare buona parte dell'esercito nell'Alta Italia, e Federigo s'innoltr a mezzogiorno con tanta lentezza e diffidenza, che lo spavento comune ebbe tempo ed agio di cessare alquanto. L'audacia di Turisendo era s straordinaria, che Federigo non potea riputarlo privo di grandi appoggi. E siccome questi non apparivano, egli li sognava in macchinazioni di principi del suo seguito, i quali se gli fingessero amici. Il conflitto avvenuto nel campo tra le diverse schiere imperiali nella resa di Milano avea a' suoi occhi una misteriosa significazione. Turisendo a parer suo era il ministro d'una forte volont di molti, d'una congiura tanto pi formidabile, quanto pi sfuggente all'indagine. Fra i prigioni lasciati in Pavia perch scoprissero le fila della sospettata trama, alcuni erano stati altre volte in intima relazione con Turisendo; e ci rinforzava i sospetti. N quindi alcuna misericordia era possibile per Eriberto, o per qual si fosse di quegl'infelici, se non col farsi rivelatori d'importanti segreti. Per colmo di sventura, l'Imperatore avendo conosciuto nel sire di Mozzatorre un'anima feroce quanto la sua, l'aveva da Bologna mandato a Pavia, perch accelerasse l'inquisizione de' rei e le condanne. Villigiso aveva una lettera di Federigo per l'Imperatrice, ma ella se la fece lasciare e non volle vederlo. Sapendo egli ch'ella non viveva tanto segregata, che non accogliesse molti altri cavalieri, l'esclusione avuta lo perturb; ed esploratone il motivo, pervenne ad aver contezza, che Rafaella viveva ricoverata presso di lei. Arse di rabbia ci udendo, e cominci a vendicarsi col vietare al custode delle carceri di pi permetterle, come aveva fatto sino allora, di visitare alcune volte il fratello. Questa fiera proibizione accor e spavent Rafaella. Ben vide la misera ch'Eriberto ed Ottolino erano perduti se non riuscivasi a placare lo scellerato. L'abate di Staffarda assunse dapprima di parlargli: ma Villigiso fu sordo. Lo zelo della fedelt e della giustizia sembrava animarlo tutto. Alla proposta di rendere miti i giudici Villigiso si sdegn, e disse inutile l'intercedere, n potervi esser clemenza per tali rei. Riferita a Rafaella questa dura risposta, ella proruppe in lagrime e scongiur l'Imperatrice di non tralasciare alcun mezzo per salvare Eriberto. L'Imperatrice stessa pens allora di parlare al sire di Mozzatorre, e lo fece chiamare a s. Venendo colui al cospetto di Beatrice, grande vergogna l'assal, nell'immaginare che avrebbe forse ivi trovata Rafaella. N mal s'apponea. L'Imperatrice aveala voluta tener presente al colloquio, parendole che al vederla si sarebbe dovuto destare nel malvagio una confusione salutare. Egli pieg il ginocchio innanzi l'Imperatrice e gett un fuggitivo sguardo sopra Rafaella, la quale fece molto sforzo a non lasciar trasparire l'avversione ch'egli le ispirava. L'Imperatrice gli disse:--Sire di Mozzatorre, la Provvidenza trasse presso di me questa buona giovine, che voi conoscete. Ci basta perch intendiate ch'io non ignoro il danno che cercaste di recarle. Ma siccome un errore, per quanto sia grave non iscancella sempre in un valentuomo tutta la sua virt, nutro desiderio ad anzi fiducia, che la virt vostra sia tale da rendervi cos sollecito della pace di questa giovine, quanto foste corrivo a turbargliela. La sua pace dipende ora dal destino di suo fratello. Sottraetelo dalla rovina; la vostra Imperatrice ve lo chiede. Villigiso rispose:--La maest vostra mi giudica benignamente, e non s'inganna. Forse le parrei anzi pi giustificabile, s'ella sapesse, ch'io non avrei mai pensato a porre la figliuola di Berardo nel castello di Mozzatorre, qualora, all'occasione d'un incendio, ella non fosse stata rapita da masnadieri e portata a me da questi, per averne guiderdone. --Voglio crederlo, disse l'Imperatrice. E Villigiso rispose:--Ma non s tosto fu nel mio castello, che io da Saluzzo, dove mi ritrovava, fui costretto a partire immantinente per l'esercito. Imposi allora a' servi, ch'io reputava fedeli, di renderla a' genitori; ma gli scellerati disobbedirono; n di quanto avvenne dappoi io ho colpa veruna. Dicendo queste parole, Villigiso guard Rafaella, e impallid sembrandogli di scorgere un amaro sorriso d'incredulit e di disprezzo. Nomato di nuovo Eriberto dall'Imperatrice, Villigiso si scus di non poter far nulla per lui, allegando che l'ufficio datogli dall'Imperatore non lo costituiva giudice, ma invigilatore sopra l'equit de' giudici. --Sarei un fellone, soggiunse, ove dessi opera a distorre i giudici dal pronunciare secondo la coscienza. Se Eriberto innocente, i giudici nol condanneranno. Quanto a me, bramo, pi di cos non posso dire, bramo di salvarlo.--Egli pronunci queste parole coll'apparente energia della sincerit, e sembrava significare: Non posso dirvi d'esser pronto a salvarlo, s'anco egli sia reo, ma pur non dicendolo, il far. L'Imperatrice prese un contegno meno freddo, e movendo un passo verso lui:--Cavaliere, gli disse, non vi chiediamo promessa maggiore di quella che fate, e l'espressione che ponete nel farla ci rassicura. --Da voi pende il concedermi l'accesso al carcere d'Eriberto, soggiunse Rafaella. Deh, appagatemi in ci! Villigiso esult d'udirsi da lei pregato con s supplichevole accento, e disse che, sebbene tali visite fossero vietate a tutti i congiunti de' rei, avrebbe provveduto perch fosse soddisfatta. Beatrice lo conged con quelle parole di benignit che pi sarebbero state atte con ogni altro ad eccitare un'ambizione generosa; ma nell'ipocrita prevaleano troppo i rei affetti ond'era viziata quell'anima. La prima volta che Rafaella torn a visitare Eriberto era accompagnata da Guglielmo. Nol trovarono pi nel carcere salubre, ove stava dianzi, ma in orrendo sotterraneo, ove appena dall'alto penetrava debole raggio di luce, e ove l'umidit era tale che le pareti gocciolavano. Il custode disse essergli stato imposto questo mutamento, n saperne il perch. Eriberto l'attribuiva ad artifizio de' giudici, per accrescerne le angosce, e cos indurlo a mercare la salute con supposte rivelazioni. Nel luogo di prima egli avea il conforto di vedere in lontananza dai cancelli l'amico Ottolino; d'udire il suo canto e di scambiare qualche cenno o parola con lui. Qui invece la solitudine era piena. Oh quanto orrenda parve anco a Rafaella, e per compassione di lui, e perch'era a lei pur s dolce il vedere dai cancelli Ottolino e udire la sua voce! L'intenzione supposta da Eriberto ne' suoi tormentatori non era la vera cagione del traslocamento. Villigiso voleva operare nuovo terrore in Rafaella, e cos farle sentire maggiore bisogno di s. Ella intese l'arte furbesca; e per tornata dall'Imperatrice proruppe in dirottissimo pianto, scongiurandola di salvare il fratello, la cui sorte vedeva oggimai disperata. Beatrice pianse con lei, e fremette d'aver meno potere sopra l'animo dell'Imperatore, che scellerati simili a Villigiso. Allora Rafaella, nell'impeto del suo dolore, manifest all'Imperatrice le sue angosce eziandio per Ottolino. --Oh mia diletta, sclam Beatrice, stringendola fra le sue braccia. Che mai mi rivelarono quel tuo sguardo e quella tua voce affannosa! Tu ami Ottolino? oh doppia sventura! --Non oso negarvelo, ripigli Rafaella, singhiozzando e nascondendo il suo volto nel seno di lei: ma oh me infelice! me infelice! --No, Rafaella! sclam l'Imperatrice vivamente commossa. Avr io assunto indarno di fare la tua felicit? Tu non osavi di supplicare se non per la vita del fratello; ma la sua e quella di Ottolino debbono esser salve. Chieder a Federigo questa grazia con tale e tanta insistenza, che la strapper a viva forza dal suo cuore. Domattina partiremo per Bologna. La partenza fu decisa. L'Abate di Staffarda l'approv; e Villigiso ud, il giorno appresso, con istupore, che Beatrice e Rafaella non erano pi in Pavia. CAPO VIII. _Ottolino._ Poco manc che le trepide speranze di Rafaella non fossero tronche per sempre. Imperocch Villigiso non dubitando che l'Imperatrice fosse ita a Bologna per impetrare clemenza da Federigo ai due accusati, divenne furibondo e mosse ogni pietra, acciocch ambidue venissero tosto sentenziati come felloni ed autori della zuffa ingaggiata nel campo cesareo. E il reo intendimento gli sarebbe riuscito, se Guglielmo non avesse con preghiere e minaccie indotti i giudici a non eseguir nulla sopra i due imputati, senza darne prima contezza all'Imperatore. Beatrice giungendo a Bologna, fu ricevuta dallo sposo colle usate dimostrazioni d'amore: ma quando ebbe aperto il motivo della venuta, e riferite le colpe di Villigiso verso Rafaella, l'Imperatore s'accigli, quindi rispose: --Se io dovessi punire tutte le pazzie de' miei guerrieri, non avrei pi chi militasse con me. Quanto ai due giovani, di cui mi parlate m'informer della loro condotta dai giudici, e dove sar possibile user loro clemenza. Il giorno appresso come Beatrice torn a parlargli d'Eriberto e d'Ottolino, egli le fece leggere il foglio che recava la sentenza capitale pronunziata contro di essi e la risposta, colla quale egli commutava loro la pena con quella del perpetuo carcere nel castello di Gramborgo in Isvevia.--Pi di questo, soggiunse, non mi sembrato di poter fare senza iattura della giustizia. Questa fera notizia lacer il cuore di Rafaella, se non che il sapere assicurata la vita de' suoi diletti, la confort pure a nuove speranze. Quali furono pertanto le sue nuove angosce, allorch dopo non molti giorni intese che i due prigioni, insieme con altri, prima di uscire d'Italia, aveano incontrato una squadra mandata da Turisendo, la quale tent di liberarli, e ad alcuni era riuscito di profittare del tumulto della pugna, per fuggire! Pi tardi le fu noto ch'Eriberto non era stato degli avventurati, bens Ottolino. Questi afflittissimo che l'amico fosse rimasto fra i prigioni, appena potea gustare la dolcezza d'essere libero. Egli mosse i suoi liberatori a nuovi assalti, ma il drappello che conducea le vittime s'era rinforzato di numero, e rimase vincitore. Ottolino si ritir finalmente alla rocca di Garda, e fu accolto dal capitano con amore. La rocca veniva assediata ogni giorno pi strettamente da Bergamaschi, Bresciani, Veronesi e Mantovani comandati dal Conte Marquardo. Ottolino, in parecchie sortite, ebbe opportunit di mostrare non minore prodezza che senno; talch traeva talvolta s ed i compagni da pericolose insidie, e rapiva vittorie che sembravano disperate. Natura avealo inclinato al mestiere dell'armi, ed ora aumentavano il suo desiderio di gloria due passioni divenute violente: l'ira contro Villigiso, e l'amore, che le sventure e la lontananza di Rafaella rendeano vieppi vivo, fervido, immaginoso. Ottolino, sebbene non immune da alcuni pregiudizii del suo tempo, rendeasi nondimeno notevole per una vita dignitosa, pia e cristiana. Per che tutti i suoi compagni lo amavano; e per quasi un anno, che dur ancora l'assedio, ebbero campo di ammirare in lui, come possono unirsi un animo altamente pio ed un esimio valore. Alcuni poi di loro, fatti prigioni, ricantavano a' cavalieri di Federigo, e citavano con orgoglio i suoi detti e i suoi fatti. I versi del guerriero saluzzese pareano forse migliori che non erano a cagione della stima che spandeasi dalle sue virt. I trovadori li imparavano e portavanli per diverse parti d'Italia; n guari and che le sue cantiche furono note alla corte dell'imperatore. E chi le cantava ridicea l'odio d'Ottolino alle male arti e a tutte le passioni volgari. E Rafaella inteneriasi: e le dame la guardavano quali con occhi di giubilo, quali con invidia: e Beatrice sorrideale, poi scrutava coll'occhio i pensieri di Federigo, e vedea che pur fingendo di applaudire, ne concepiva dispetto. Specialmente egli fremea, quando Guelfo sclamava:--Bravo il mio Ottolino! hai fatto egregiamente a spezzare le tue catene. In Gramburgo non avresti poetato cos! Federigo tralasciando per allora l'impresa di Puglia, era tornato nell'Italia settentrionale; e bench vedesse quanto il terrore tenea mute le citt vinte, non era senza sospetto per l'audacia stranissima de' guerrieri di Garda, e per quella ch'indi sembrava potersi destare in altre citt. Nondimeno l'assedio progred tant'oltre, che Turisendo trovossi ridotto alla fame. Ma prima d'arrendersi volle fare un'ultima prova, e mand segretamente nuovi legati a Verona, a Brescia, a Piacenza ed a Tortona. A quest'ultima and Ottolino; e se quelle genti fossero state pronte a sorgere insieme, Turisendo sperava di non essere obbligato a cedere. Ma la sua speranza fu delusa; giacch i soggiogati prometteano di sorgere e niuno voleva essere il primo; s che giunse il giorno in cui Turisendo consent a capitolare. Il suo nome era s formidabile, ch'egli ottenne d'uscire della rocca a patti onorevoli. Egli ritirossi alle sue castella ne' monti del Veronese; e i suoi compagni trassero in diversi luoghi, come meglio loro venne concesso. Parecchi presero arme al servizio di Venezia, la quale era in guerra con Ulrico Patriarca d'Aquileia. E fu allora che, assalito il Patriarca per mare e per terra venne sconfitto e fatto prigione nell'ultimo mercoled del carnevale. Onde segu quel ridicolo accordo, che il Patriarca accett per riacquistare la sua libert: e fu di pagare ogni anno in tributo al Doge dodici porci grassi e dodici grandi pagnotte. E Venezia fe' statuto che a que' dodici porci e ad un toro, figurante questo il Patriarca e quelli i suoi consiglieri, si tagliasse ogni anno la testa nel giorno del gioved grasso sulla pubblica piazza; il qual uso dur sino al cadere della repubblica. Dolse ad Ottolino, quando giunsegli a Tortona la notizia della resa di Garda; ma ben avea veduto essere evento inevitabile, dacch niuno osava d'alzare gl'invocati stendardi. Frattanto ch'egli esitava a qual partito s'appiglierebbe, e meditava se alcuna via se gli aprisse per rivedere Rafaella; i Pavesi comprarono dall'Imperatore il diritto di smantellare Tortona. Essi gli rappresentavano ch'era stata riedificata in obbrobrio di lui; tuttavia egli non consent che diroccassero altro che le mura. Era un mattino, ed ecco venire precipitosamente a cavallo un profugo Milanese il quale gridava:--Apprestatevi alla difesa, o alla fuga. Tutta Pavia corre a questa volta, a sterminarvi!--Il tristo nuncio fu condotto innanzi ai magistrati, e rifer loro d'essere uscito di Pavia nel medesimo tempo che usciva la turba de' devastatori, e di precederla quindi di poco. Sperarono i Tortonesi un istante ch'egli delirasse; ma la sua favella e le sue lagrime erano tali, che spiravano fede; s che la citt s'empi di spavento e di grida miserande. Non molto dopo una scolta, dalla cima d'una torre vide brulicare la turba nemica, e grid all'armi. Uomini, donne e fanciulli corsero allora, gli uni a svellere le pietre dalle strade e portarle sulle mura, gli altri ad assestarvi i mangani. Gi una volta questo infelice popolo avea veduta rasa al suolo la sua citt, n volgevano pi che sette anni dacch i Milanesi l'avevano rifatta pi bella di prima. E que' dolci focolari, quelle superbe torri, quelle venerande chiese sparirebbero di nuovo dalla faccia della terra? Questo crudele presentimento toglieva il coraggio dal cuore di tutti, e fra le urla di disperazione udiansi sclamare:--Sottomettiamoci a condizione che non si dirocchi l'intera citt! I pi bellicosi deploravano di non avere ascoltato gl'inviti che a nome di Turisendo era venuto a fare Ottolino. Se Tortona si fosse mossa pochi d avanti, altre citt l'avrebbero forse imitata; ed allora i nemici assaliti da pi punti, non avrebbero avute forze per distruggerla. Ottolino fu consultato, e rispose:--Poniamoci in sulle difese, e se l'intento de' nemici di sterminare la citt, moriamo prima che cedere.--Le parole corsero per tutto il popolo, e questi grid:--S! s!--Ma come prima giunsero i Pavesi, un orrendo prorompere d'imprecazioni e di minaccie fu il massimo sforzo che fece il popolo. Passato quell'impeto d'ostentazione, appena ebbe udito annunciarsi da un araldo che l'Imperatore permetteva solo lo smantellamento delle mura e l'abbassamento delle torri, i pi avvisarono doversi cedere, piuttosto che attrarsi maggiore danno. Fu dimandato giuramento a' Pavesi che non saccheggerebbero, n diroccherebbero alcuna abitazione, e questi lo prestarono. Allora i cittadini abbandonarono le mura, e si raccolsero ne' loro tetti e ne' loro templi a pregare Dio che la fede fosse tenuta. Senonch i capitani pavesi voleano tenerla, ma la turba non obbed. Antico odio ed avidit li spinse immantinente al saccheggio. Indi il fuoco venne appiccato in varie parti della citt; e gli oppressi pensarono, ma troppo tardi a difendersi. Una feroce battaglia emp di strage le rovine, n una casa fu salvata. I vinti errando desolati per le campagne, e volgendo il capo a mirare il luogo ove ieri stava la loro patria, diceano:--Oh misera Tortona! Milano il cui possente braccio ti rialzava dalla polvere, ora non pi. Ottolino fremeva: il suo cuore era straziato dallo spettacolo di tanta miseria. Non sapendo che farsi e pur desiderando di rivedere Rafaella, prese le mosse verso Pavia, meditando tristamente sopra i mali onde ingombra la terra, e chiedendosi se brillerebbe mai lampo di felicit per lui. Dopo lungo cammino annott, e sopravvenne pioggia dirotta: ond'egli consigliossi di ricovrare ad un tugurio, ov'anco invitavalo la strana cosa che era, per quei tempi, l'udir uscir di col lieti viva e suoni di strumenti nuncii di festa nuziale. Venne accolto ospitalmente e condotto in cucina, perch s'asciugasse e scaldasse al focolare. Ivi la madre dello sposo gl'imband una fetta di polenta di miglio ed un bicchier d'acqua, giacch il vino era stato bevuto al povero banchetto di nozze. Poi la buona donna invitollo a passare nella stalla, ove si ballava ed ove il cavallo di lui era gi allogato in un angolo, accanto alla vacca ed all'asino. Ottolino ito nella stalla stup vedendo la pienissima gioia, cui s'abbandonava quell'innocente brigata; e poich'ebbe salutato cortesemente la festeggiata coppia, s'assise sopra una panca, fra la madre dello sposo, ed un vecchietto, nonno della sposa:--E' pare, disse Ottolino, che le sciagure, onde ogni terra intorno desolata, siano state pi miti che altrove sul vostro tetto, lo spettacolo della vostra allegrezza allevia il mio cuore oppresso da lunga mestizia. --Oh Santissima Vergine! disse la donna. Abbiamo patito la nostra parte anche noi; e Dio sa come andr in avvenire! ma finch ci dei giovani sulla terra, che volete ne facciamo? Bisogna pur maritarli. --Se abbiamo patito! disse il vecchio. Ecco l quella poveraccia di Maria (accennando la sposa): tutto ci che avanza della mia casa. Suo padre era il mio primogenito. Egli e sei altri figliuoli mi furono rapiti dalle guerre, e voi vedete come venni trattato io, per aver tentato di portare vettovaglie a' Milanesi durante l'assedio (e ci dicendo traeva di sotto il giubbone un braccio monco). Il mio casolare fu bruciato, una volta da' ribelli ed un'altra dagl'imperiali. La moglie, di buona memoria, per nelle fiamme; e non la ricordo senza lagrime! ch'era una moglie amorevole e laboriosa e piena di timor di Dio. La mia comare lo sa. Ed oh! anche la mia comare ha la litania di dolori. Se sapeste come quegli omicidi, ott'anni sono, le strapparono dalle braccia il marito e tre figliuoli, e.... Basta. Preghiamo misericordia a tutti, uccisori ed uccisi. _Il Signore diede, il Signore tolse e fu fatto come volle il Signore. Sia benedetto il nome suo!_ --Sia benedetto! sclam Ottolino. Il Signore mirabile in ogni cosa e pi nell'animosa pazienza che d ai buoni infelici. Ma forse perch io sono meno buono di voi, i mali che incontrai finora m'hanno scorato e quella pazienza che mi resta senza gioia! --Non la mia! non la mia! grid il vecchio, asciugandosi gli occhi.--Ed alzatosi dalla panca, corse zoppicando alla nipote, e coll'unica mano che a lui restava, l'impalm e disse.--Tu dimentichi il nonno, figliuola. Tocca a me a far teco il ballonchio. Animo, sonatori! soffiate in quelle pive, che se non c' vino, beveremo acqua; e coraggio!--Tutta la brigata rispose con viva e grida di gioia, e lunghi schiamazzi di risa seguirono, sicch Ottolino per simpatia diessi a ridere anch'egli. La madre dello sposo ridea pi forte di Ottolino, e stringendogli famigliarmente la mano lo guardava, gli mostrava i lazzi del nonno e raddoppiava lo sghignazzo, e balbettava parole ch'ella non potea terminare. Ottolino non capiva perch costei ridesse cos cordialmente, n che dicesse, e scoppiava anch'egli in risa ognora pi sgangherate. Un tal ridere quando avviene fra molti e si prolunga qualche tempo, diventa infrenabile, quand'anche niuno sappia donde sia mosso, ed in appresso tutti sieno stupiti d'aver goduto tanto spasso. Nelle feste de' contadini quegl'impeti d'allegria poco eleganti ma benefici, si destano facilmente. Ottolino aveali conosciuti tra i contadini del suo paese, ed or gli parve d'essere trasportato ne' felici anni della puerizia. Egli e la vecchia ridendo si dondolavano l'uno pi stranamente dell'altro, si stiracchiavano per le mani, battevano or con questo or con quel piede la terra, e cos, senza accorgersene postisi in moto di danza, finirono per seguire il vortice de ballerini. E cos si sarebbe continuato chi sa fino a quando, se alcuni non si fossero accorti che gli sposi non erano pi nella stalla; sgombr cos la lieta brigata; ed Ottolino, contento d'un'altra fetta di polenta e d'un bicchier d'acqua, and a dormire sopra il fenile. La mattina congedossi da' buoni ospiti, e dur fatica a far loro accettare qualche moneta. Quel tugurio spirava povert; e nondimeno tutti v'erano s gioviali, s discreti ne' loro desiderii, s poco solleciti dell'avvenire! Non questa la vera saviezza? Piangere un momento sotto i pi aspri colpi della sventura indi riconfortarsi con innocenti risa, e benedire sempre Iddio nel dolore come nella gioia, finch gli piaccia di coronare la nostra pazienza e il nostro amore cogli eterni guiderdoni che egli promise a tutti i buoni, e pi particolarmente a coloro che molto patirono? Questa s vera saviezza; ed Ottolino, venerandola, sentiasi sollevato. Egli cavalcava fischiando e cantarellando, e comandava a s stesso di voler essere d'indi innanzi come costoro. Ma pi agevole dire--Voglio esser savio--che essere. Un fermo perenne volere, non s'acquista ad un tratto; opera di lunghi sforzi, e vacilla ad ogn'ora, finch non mutato in abitudine. Tornava Ottolino a sospirare e dicea: Que' poveri contadini almeno fanno in pace i loro matrimonii; rari contro ci sono gli ostacoli. Allora tanto e tanto si possono soffrire in pace le sventure. Ma amare Rafaella e non poterla ottenere! ed essere profugo e ribelle, mentre essa alla corte del Principe, contro cui strinsi le armi! oh questa s che sventura importabile. E saperle vicino il perfido barone di Mozzatorre, che gi una volta ardia di rapirla, che non cesser d'insidiarla! Eppure vo' rivederla e udire da lei ci che mi debba fare di quest'inutile vita che or s mi pesa, ma che ridiverrebbemi cara se ella mi dicesse: Ecco una meta; volgila a quella!--Ma tosto gli si affacciava il certo pericolo, a cui si esponeva coll'andare dove assai era conosciuto, e dove non altro poteasi aspettare che il carcere e la morte come fuggitivo e ribelle. Tra questi contrarii pensieri egli camminava lunghe ore, indeciso del luogo, a cui dovesse trarre, e stanco della vita. Giunto in una foresta ud il suono d'una campana, e ricord la foresta di Staffarda e la campana del monistero, ov'era stato educato col suo diletto Eriberto, e tutte le dolcezza d'un'et di speranze carissime, niuna delle quali s'era verificata. Oh avess'egli potuto cancellare alcuni anni della sua vita e ritornare a quell'et! Come le soavi reminiscenze attristano ed incantano l'infelice! Com'egli sente che l'esperienza del mondo non altro, se non esperienza di molti mali e di pochi beni! Segu il suono della campana e giunse ad un monistero.--Qui mentre le citt cadono, vera pace! grid. Benedetto chi seppe apprezzarla fin dalla giovent! Benedetto chi non pose, come io, la sua gioia nelle pugne, ma nel rendere lode a Dio, e pregare per gli sventurati, e dividere santamente il proprio pane con essi! Gli parea che il rinunciare quivi, nonch a tutte le umane fortune, ma perfino all'amor suo per Rafaella, e finire il resto della vita ignorato da' popoli e da' principi fosse un sacrifizio che il Cielo domandasse da lui. Entr nella foresteria, e postosi a favellare col padre Cellerario, gli aperse i suoi dolori, e i nuovi suoi desiderii.--Qual frutto coglie l'uomo quaggi dai suoi lunghi aneliti? Massimamente quando le citt sono divise, i popoli in guerra tra loro, l'iniquit e la perfidia trionfano, non egli prudente consiglio ritrarre il piede da un secolo si corrotto affine di non restarne insozzato? Me illuso! il quale credetti essere mia vocazione il combattere per la giustizia, mentre giustizia nel mondo non pu trovarsi, se non fuggendolo e ricovrando nelle solitudini, e lasciandoti sgozzare appo gli altari da chi ti assalga, anzich aumentare il numero delle vittime assumendone vana difesa. Dove la societ umana tutta disordine e violenza, e gli sforzi de' migliori non bastano a guarirla, il ritirarsi nella solitudine non pu essere chiamato codardia, ma piet e saviezza. Chi cammina fra giacenti feriti che non vogliono rimedio, e si squarciano con furore a vicenda le piaghe, non egli pio se si ritrae per almeno non calpestarli co' suoi piedi? Ovvero colui che per ogni via trova bande invincibili di masnadieri, egli vigliacco se retrocede? Tali erano gli sfoghi, onde Ottolino apriva al monaco il suo animo esacerbato. Egli narravagli confidentemente la sua storia e godea di parlare del santo Guglielmo, e degli altri religiosi di Staffarda, e del suo dolce compagno di studii giovanili, Eriberto, e di Rafaella, da cui oggimai dividealo intervallo non valicabile.--Oh avess'io prestato fede, dicea, quando mi si pingeano i mali del mondo e mi si consigliava di non volerli provare! Sfrenata voglia d'applausi mi faceva anelare alle battaglie: ed ahi! io son colui che versai nell'anima d'Eriberto la mia frenesia. Egli pi mite, pi religioso di me, si sarebbe certamente consacrato agli altari; ed oggi i suoi parenti lo vedrebbero venire dal chiostro vicino a confortarli nelle pene della loro vecchiaia, e benedirebbero lieti Iddio con esso lui. Struggonsi invece nel dolore, orbi del caro figlio! ed egli langue in carcere lontano! e forse non mirer pi mai il sole; e se un d pur riede tra i viventi e muove al paese nativo, egli pianger inconsolabile sulla tomba de' genitori, morti d'affanno per cagion sua! Ah, la mia mente non era, no, di essere cagione di tali calamit. Ma se ne fui cagione per baldanza e per sete di vanagloria, adulandomi e chiamando puri i miei voleri, son io perci meno reo? Quante volte mio padre, uso ai perigli della guerra ed invaghito di essi pur confessavami tristamente di non essere senza rimorsi e di non aver mai conosciuto a che fossero giovate al mondo le stragi, a cui avea dovuto por mano. Egli esultava talora del guerriero spirito che in me sorgea; eppure ad un tempo sospirava e diceami:--Tu sarai felice!--Egli m'avea fatto dirozzare l'intelletto pi che non era dirozzato il suo; non era quindi io in obbligo di giudicare pi rettamente di lui e d'abborrire quel mestiere di fratricida? Oh mio Dio! illuminami e non imputare a mio padre gli errori miei, ed insegnami a ripararli, affinch il suo intento, ch'era di farmi servo a te fedele, sia coronato, ed ei n'abbia eterno premio da te!-- Il solitario, che prudente uomo era quanto benigno, e a cui non era quella la prima volta che gl'incontrassero simili cose, ascoltava il giovine con paterno affetto e si studiava di penetrare colla mente nei misteri di quell'anima tumultuante. Come Ottolino ebbe compito il suo racconto, il monaco cos prese a parlargli:--Figliuolo, la tua cordiale confidenza mi commuove, pi che non pensi. La parte che avesti alle guerre ond'Italia devastata, non grande, stante i verdi tuoi anni; ma basta a turbare una coscienza dignitosa ed onesta. Ti compiango e t'auguro pace. Nondimeno bada che pace malagevole a rinvenirsi sulla terra. I monisteri possono darla e la danno di fatti; ma solo a quelli che vi vengono chiamati da superna ispirazione divina. Or io non retribuirei la tua schiettezza, se non ti dicessi apertamente che il tuo repentino mutamento di brame e pensieri, pi che da invito del cielo, muove in te da scoramento per le incorse sciagure e da fallita speranza d'appagare un amore. Ci non basta, o figliuolo, all'alto passo, a cui tu vorresti affidarti. La tua inesperienza non ti fa pensare all'immenso pericolo che si ha ad obbligarsi a vita angelica cogli affetti e colle forze di uomo, senza vera vocazione dall'alto. Un tal pericolo cresce poi oltremisura per chi abbia sortito dalla natura spiriti vivi ed impazienti, come in te mi rivelano il tuo sguardo e le tue parole. Le anime ardenti, avvezze ad operare, invano per melanconia o stanchezza innamoransi del riposo. Dopo alcun tempo tornano ad abborrirlo. Un bisogno pi potente della ragione li concita ad agitare s e gli altri; e allora niuna regola monastica scudo che le francheggi. L'interna inquietudine proromper finalmente al di fuori, e potr traboccarle ad eccessi pi indegni della misericordia di Dio, che non siano gli errori stessi de' mondani. --A tempi in cui questa barba, ora canuta, nereggiava come la tua, e questi occhi semispenti dardeggiavano come i tuoi, io prima d'invaghirmi degli altari cinsi la spada e la rotai parte ad utile, parte a danno della giustizia; ma se il danno accadeva, non era voluto da me. Nondimeno fui trascinato a colpe, o mi parvero tali; e per vergogna e rimorso mi ritrassi dal mondo. O beate le gioie dell'eremo, pure, esultanti, divine; ch'io gustai per alcun tempo! Un amico ne partecipava anche egli con me, ed egli era della mia tempra. E pareaci che il fervore della nostra mente avesse nello studio della perfezione un campo sicuro ove esercitarsi tutta la vita, senza possibilit d'errare. Questo amico--oso appena nominartelo, tant' ora imprecato da tutti!-- il famoso Arnaldo da Brescia. --L'eresiarca! sclam Ottolino. --Tu inorridisci, figliuolo, veggendo in me chi si dice amico suo. Odi. Ei non volgeva in mente eresie, quand'io dapprima lo conobbi. Egli era divorato da ardente bisogno di operare ed agitarsi; e questo lo disgust ben presto dei silenzii e della quiete della contemplazione. Ei disse di voler viaggiare in traccia della sapienza; ed io che gli aveva posto molto amore e prevedeva i rischi, a cui il bollente suo spirito andava incontro, nol volli abbandonare. Passammo in varii cenobii: ma nessuno contentava il mio amico; tant'egli presumeva di s medesimo. Visitammo il santo abbate Bernardo di Chiaravalle; e parve un istante ad Arnaldo d'essere chiamato ad imitarlo. Nondimeno il desiderio di maggior dottrina lo allontan da lui e lo trasse a Parigi alla scuola dell'illustre Abailardo, ove pure splendeva l'ingegno di Pietro Lombardo di Novara, detto il _maestro delle sentenze_, ora vescovo di Parigi. Fra i discepoli d'Abailardo, il pi studioso ed ardente era Arnaldo. Allettato dalle novit del maestro, concep il disegno di predicare contro gli abusi che egli diceva di scorgere negli ecclesiastici, e tutta la sua vita divenne un iracondo apostolato contro la ricchezza del clero. Io mi adoperava indarno a frenare gl'impeti di quello spirito irrequieto; la smania che lo invadeva era pi potente de' miei consigli. --Francia, Svizzera ed Italia lo udirono attonite bandir guerra a' prelati, ed intimare come debito degli uomini di Chiesa l'intero spogliamento d'ogni possesso. S gagliarda tonava la sua facondia, s affascinante era l'esempio ch'ei dava di rigida penitenza, s strascinante l'autorit ch'egli su molti altri monaci aveva acquistato, che non poneano in dubbio essere lui mosso da Dio; e quasich lo scopo del Vangelo fosse pi la _povert_ che la _carit_, calpestavano questa per imporre inesorabilmente quella. Il loro delirio era della natura di quelli, che tanto pi sono perigliosi, in quanto che racchiudono qualche apparenza di vero. Senza dubbio gli abusi della ricchezza degradano il sacerdozio, e povert che muova da carit santa. Ma Arnaldo affogava questa parte di verit in una moltitudine di proposizioni, altre esagerate, altre erronee, altre apertamente ereticali. Io me n'avvidi e gliel dissi. Ei mi respinse dal suo seno trattandomi d'adulatore de' potenti e d'apostata. Malgrado di ci io l'amava teneramente. E trovandomi a Roma, allorch agli altri assunti, egli un quello di suscitare il popolo a governo libero e ribellione dal Papa, lo scongiurai ancora con lagrime d'aprir gli occhi sul precipizio, al quale correva. Anche allora mi respinse e non volle quinci appresso n pi ascoltarmi, n pi vedermi. Fui certo allora della prossima sua ruina, n i miei presentimenti fallirono. Dopo varii conflitti delle fazioni che eransi suscitate in Roma, Arnaldo fu sbandito e costretto a fuggire in Campania presso un Visconte. Ma Federigo Barbarossa che in quel tempo veniva in Roma per cingersi la corona imperiale, lo fece prendere e consegnare al prefetto della citt. Il misero fu strangolato e bruciato, sparse le ceneri al vento. Ecco la miseranda fine dell'improvvido Arnaldo. Io lo piansi e lo piango ancora; e tengo per fermo essersi quell'uomo cos perduto, perch nato con forte inclinazione ad agitarsi, commise l'errore d'abbracciare, senza divina vocazione, lo stato monastico, nel quale l'irrequieta anima sua non seppe trovare altra palestra, se non quella in cui s'avvent. --Vedi dunque, figliuolo, che un tale stato non da tutti: e l'errore nell'abbracciarlo, senza chiamata dal cielo, potrebbe essere irreparabile. Tu pertanto ascolta il mio consiglio: smetti per ora un tal pensiero ed aspetta da Dio pi chiari indizii del suo volere sopra di te, rimanendo nondimeno presso noi in qualit di semplice ospite. La santit del luogo e la sua lontananza dai rumori del mondo ti assicureranno dalle ricerche e dalle offese de' tuoi nemici; ed io mi studier di calmare con una santa parola le perturbazioni del travagliato tuo animo. Ottolino, convinto dalle ragioni del solitario, lo abbracci intenerito, e rimettendosi in tutto alla sua direzione, ferm quivi il suo soggiorno. CAPO IX. _La Lega Lombarda._ Ma gi la stella di Federigo ecclissavasi, ed ei correva un'assai perigliosa fortuna. Cagion precipua de' suoi rovesci si fu la sacrilega e dissennata lotta in cui egli erasi cacciato contro il Vicario di Cristo; il che come avvenisse qui da narrare brevemente. Federigo, come fu detto, risoltosi di elevare l'impero alla monarchia universale, senza alcun potere su la terra che gli dettasse legge o ponesse alcun rattento ai suoi voleri; ben avea compreso non potergli ci venir fatto, se non si assoggettasse la Chiesa, rendendosi ligio e quasi servo il supremo Capo di lei. A tal fine egli erasi adoperato d'introdurre nel seggio apostolico l'antipapa Vittore, scacciandone il vero Papa Alessandro. Soggiogata la Chiesa, parevagli che niuno avria pi osato di resistere alla sua potenza. Ma l'alta Provvidenza di Dio vegliava a confondere i disegni dell'empio. Alessandro, di patria senese, era un Pontefice di carattere del tutto acconcio a quella terribile contingenza. Egli, quanto mite con gli umili, altrettanto alto ed inesorabile coi superbi, accoppiava alla fortezza dell'animo una singolare dottrina e una lunga esperienza nel maneggio degli affari. Stato gi cancelliere della Chiesa romana in condizione di Cardinale, e Legato in negozi delicatissimi sotto il suo predecessore Adriano IV, conosceva da vicino Federigo ed aveva profondamente scandagliata tutta l'ambizione ed ostinatezza di quel magnanimo, ma traviato principe. Bench poi, stante la sua umilt, avesse resistito con ogni sforzo alla sua promozione; nondimeno come prima costretto a cedere alla volont del sacro Collegio sobbarc gli omeri al grave incarico, intese subito l'obbligo che gli correa gravissimo di conservare intatta l'indipendenza della Chiesa dalle invasioni della potenza laicale, e respingere il lupo che assaltava l'ovile di Ges Cristo. Egli spieg senza ambagi fin da principio il suo pensiero, allorch avendo Federigo avuta la baldanza di mandargli ad intimare per mezzo di due suoi ambasciatori che si recasse al Concilio da lui convocato in Pavia per farvi giudicare la sua elezione; non solo respinse vigorosamente l'iniqua pretensione; ma fece loro tale risposta, che ben mostrava come egli sentisse tutta la forza dell'autorit, di cui era investito. Noi, disse l'invitto Pontefice, riconosciamo l'Imperatore, secondo il dovere della sua dignit, come avvocato e difensore della santa Chiesa romana; e se egli non vi mette ostacolo, noi lo onoreremo al di sopra degli altri Principi terreni, salvo sempre l'onore che noi dobbiamo al Re dei cieli e al Signore de' signori, che pu perdere il corpo e l'anima dell'uomo precipitando l'uno e l'altra nella geenna del fuoco eterno. Perci amando noi e desiderando d'onorar Federigo, come facciamo, noi siamo altamente meravigliati che egli ricusi a noi, o piuttosto a S. Pietro nella nostra persona, l'onore che ci dovuto. Imperocch, egli allontanandosi dall'esempio de' suoi predecessori e sorpassando i limiti della sua dignit, ha convocato il Concilio senza nostra intesa, e ci ha chiamati alla sua presenza, quasich egli avesse alcuna giurisdizione sopra di noi. Ges Cristo ha dato a S. Pietro e per lui alla Chiesa romana questo privilegio, trasmesso ai SS. Padri e conservato fino al presente a traverso della prosperit e dell'avversit ed anche dell'effusione del sangue, quando convenuto: che cio essa Chiesa romana giudichi le cause di tutte le Chiese, senza che essa sia sottoposta giammai al giudizio di niuno. Noi non finiamo dunque di stupirci che un tal privilegio sia ora aggredito da colui, che dovrebbe esserne il difensore. La tradizione canonica e l'autorit non ci permettono di andare alla sua Corte per udire il giudizio di lui. I voti delle minori Chiese e i loro particolari prelati non possono attribuirsi la decisione di queste sorta di cause, ma bens essi debbono sottostare al giudizio de' loro metropolitani e della Sede apostolica. Imper noi saremmo sommamente colpevoli dinnanzi a Dio, se per nostra o ignoranza o debolezza lasciassimo ridurre in servit la Chiesa, che Cristo nel suo sangue ha riscattata. I nostri Padri hanno versato il loro per difendere una tal libert; e noi seguendone l'esempio, siamo pronti, se bisogna, a fare altrettanto[5]. [5] BARONIO, Annali, an. 1150, _Acta Alexandri III_. Federigo avrebbe dovuto comprendere da tal linguaggio che egli dava di cozzo in una pietra assai dura; se non che acciecato dalla superbia, tenne a Pavia il preteso Concilio, e fattavi dichiarare legittima l'elezione dell'antipapa, scrisse a tutti i Principi della Cristianit incitandoli a sollevarsi contro Alessandro e ponendo al bando dell'Impero chiunque continuasse a riconoscerlo per Papa. Pervenute queste cose a notizia del Pontefice, egli non istette inoperoso; ma invi presso tutte le Corti cattoliche Cardinali e Legati, i quali come testimonii di veduta nel fatto della sua elezione potessero sbugiardare le menzogne degli avversarii. Poscia si rivolse a curar Federigo ammonendolo pi volte paternamente e procurando or colle dolci or colle aspre di rimetterlo in senno. Finalmente veduta ogni opera tornare in vano, acciocch la contumacia di lui non infettasse gli altri, lanci contro l'ostinato Principe sentenza di scomunicazione, dichiarandolo decaduto dal trono imperiale ed assolvendo tutti i suoi sudditi dal giuramento prestatogli di fedelt, ed estese tale condanna a tutti i suoi partigiani. Frutto di queste energiche disposizioni si fu che quasi tutti i Re cristiani, bench da prima incerti e titubanti, alla fine disingannati, abbracciarono le parti del verace Pontefice, e moltissimi degli aderenti di Federigo si distaccarono da lui, come da scismatico e persecutore della Chiesa. Ma il danno maggiore che l'anatema pontificale rec a Federigo, si fu la cos detta Lega lombarda. Una gran parte delle citt italiane, soggette all'Impero erano rimase profondamente inasprite dalle crudelt esercitate dal feroce Principe nell'ultima guerra di Milano. Quelle stesse che prima per gelosia o per vendetta avevano cooperato alla rovina dell'infelice metropoli; al vederne poscia l'eccidio e la miseria de' superstiti cittadini, aveano cangiato in sensi di commiserazione l'antico odio. Aggiungasi a tutto ci il malcontento che destavano le continue espilazioni e soverchierie dei governatori posti da Federigo, a cui questo Principe per tenerli a s devoti, lasciava ogni arbitrio. Tali e simiglianti cose producevano un fermento negli animi, che facilmente sarebbe scoppiato al di fuori, se il timore della potenza di Federigo e pi la religione del vassallaggio non li avesse tenuti in rispetto. Ma quando i popoli si videro per decreto papale sciolti da ogni vincolo di sudditanza al Barbarossa, e la parte di Alessandro acquistar di giorno in giorno maggior consistenza, s'avvisarono di poter oggimai senza colpa e con isperanza di successo scuotere l'importabile giogo. Massimamente affidavali la fiducia nel soccorso divino, giacch combattendo Federigo essi avrebbero combattuto il nimico dichiarato della Chiesa, e difendendo i proprii diritti avrebbero insieme difesi i diritti del Pontefice. Essi dunque cominciarono ad intendersi tra loro e concertare di comune accordo i mezzi di riuscire nell'impresa. Da prima quattro sole citt, Verona, Vicenza, Padova e Treviso fermarono alleanza scambievole obbligandosi con giuramento a soccorrersi in caso di guerra. Ben presto aggiuntisi i Veneziani, la Lega si stim abbastanza forte per operare; sicch scacciati gran parte dei ministri imperiali si dichiararono apertamente non pi soggetti a Federigo; e impossessatisi dei luoghi pi forti pei quali si sarebbe potuto venire ad assalirli, apparecchiaronsi alla difesa. Pi tardi si unirono loro altres le citt di Cremona, Bergamo, Brescia, Ferrara, e la Lega, divenuta assai potente, deliber di rifabbricare Milano. I Milanesi dopo la distruzione della patria si erano da prima dispersi nelle terre circonvicine: ma poscia la maggior parte del popolo era stato per ordine di Federigo riaccolta intorno all'antico suolo e divisa in quattro borgate, con case di legno sotto il governo d'alcuni suoi delegati. Questi tenevano quell'infelice moltitudine in una specie di vero servaggio, smungendola il pi ed il meglio che sapessero e tartassandola per tutte guise. Quand'ecco un bel giorno si veggono arrivare numerose schiere delle citt confederate, sventolando ciascuna la sua bandiera sotto il comando dei proprii magistrati. Questi, messi in fuga i ministri del Barbarossa, distribuirono armi e danari a que' cittadini confortandoli a tosto rialzare le mura della diroccata citt. Ed acciocch i Pavesi ed altri loro antichi nemici non potessero disturbarli, posero campo all'intorno, deliberati di restare in arme alla difesa, finch l'opera della riedificazione di Milano non fosse interamente compiuta. indescrivibile la gioia che ad un tratto invase quegli oggimai disperati cittadini, e i gridi di giubilo che si sollevarono d'ogni parte. Senza porre in mezzo dimora, tutti, uomini, donne, vecchi e fanciulli, si accinsero all'opera e compartitosi tra loro il lavoro, a chi lo scavare le fosse, a chi il trasportare i materiali, a chi l'impastare i cementi, a chi lo squadrare le pietre; in breve tempo dal mucchio delle sue rovine si vide come risorgere la nobile Milano quasi da morte a novella vita. Cos la Lega lombarda andava acquistando ogni d maggiore stabilit, quando Iddio stesso col suo intervento venne a darvi l'ultimo rassodamento. Federigo non era uomo da sbigottirsi o da cedere s facilmente. Egli meditava terribile vendetta; ed accorto, com'era, ben comprese che vano saria stato espugnare la Lega mentre l'anima della medesima, vale a dire Papa Alessandro, rimanesse illeso. Egli si avvis che a troncare d'un sol colpo i nervi di tutti, fosse uopo abbattere il capo. Avviossi dunque alla volta di Roma con poderoso esercito con intenzione d'impadronirsi della citt, se non gli venisse fatto d'aver nelle mani il Pontefice, intronizzarvi almeno Guido da Crema, che col nome di Pasquale III egli avea fatto eleggere in luogo dell'antipapa Ottaviano, morto poco innanzi nella sua contumacia. I Romani incoraggiati dall'animoso Pontefice s'apparecchiarono alla difesa: e bench molto inferiori di forze, osarono nondimeno di venire a giornata coll'esercito di Federigo. Ma come Dio volle essi furono pienamente battuti: e il Barbarossa entr trionfante in Roma, dove in breve, impadronitosi eziandio del castello S. Angelo e della chiesa di S. Pietro violent colle minacce il popolo a giurargli obbedienza. Papa Alessandro costretto a ritirarsi co' suoi in una fortezza dei Frangipani, vedendo che quivi non avrebbe potuto a lungo resistere, s'indusse a fuggirne in abito da pellegrino, andando prima a Terracina e poscia a Gaeta nel regno di Napoli, d'onde pass a Benevento. Federigo fattosi coronare per le mani dell'antipapa, si credeva oggimai di avere assicurato l'esito dell'impresa; quando il flagello di Dio gli fu sopra a sconcertare i disegni del peccatore. Il giorno appresso alla sua incoronazione, un cocentissimo sole, seguito da una piccola pioggerella, gitt una mortalit s spaventosa nell'esercito, che appena vi era agio a seppellire i cadaveri di quei che giornalmente perivano. I duci pi ragguardevoli furono i primi a restar vittima del morbo. Pi di duemila gentiluomini vi perdettero la vita; e tra questi il Duca di Baviera, i Conti di Nassau, d'Altemont, di Lippe, di Tubinga e Rainaldo arcicancelliere dell'Impero. Federigo vedendo assottigliate ogni d le sue truppe in modo s orribile e i pochi superstiti reggere a stento la vita; temette a ragione che, se pi a lungo si dimorava, il Re di Sicilia dall'una parte e i confederati lombardi dall'altra lo avrebbero colto in mezzo. Onde, levato il campo, si di precipitosamente ad una piuttosto fuga che ritirata; abbattendosi in mille pericoli, che gli si paravano innanzi ad ogni passo, pien di dispetto e di vergogna e accompagnato da piccolo drappello ripass a stento le Alpi, d'onde era poco innanzi disceso pieno di baldanza alla testa d'immenso esercito. La nuova di questo disastro diffusasi in breve per l'Italia, non a dire quanto giovasse a rialzare l'animo degli alleati. Se ne parlava per ogni dove e tutti vi riconoscevano il dito di Dio, che avea rinnovato in quella contingenza il prodigio gi operato contro l'empio Sennacheribbo. Tutte le altre citt lombarde finirono di dichiararsi dalla parte del Papa; sicch a Federigo non rimase fedele se non la sola Pavia, in cui si chiusero le poche milizie che egli lasciava tuttavia in Italia. Allora i confederati per assicurarsi contro una nuova discesa del Barbarossa, pensarono di fabbricare una piazza forte sui confini del paese al confluente del Tanaro e della Bormida. Messisi adunque all'opera, in poco tempo l'ebbero condotta a buon termine; denominando la nuova citt _Alessandria_ in onore e devozione del Pontefice Alessandro IV, a cui i consoli di essa si recarono per fare atto di dedizione e di vassallaggio. Cos quando Federigo pensava d'aver oggimai domata la Chiesa e il suo capo; la Chiesa e il suo capo gli si levava contro pi glorioso e pi forte. Anche le cose di Rafaella avevano grandemente mutato aspetto. La pia Imperatrice, bench amasse di ritenerla presso di s, nondimeno non os di fargliene neppur la proposta, bene intendendo quanto fosse nell'amorosa fanciulla il desiderio di rivedere i parenti. Onde, venuto il tempo del suo ritorno in Germania, chiam la giovinetta, e dopo averla colmata di regali e di carezze consegnolla all'Abate Guglielmo unitamente ad Alberta; la quale, rimasa sola e desolata, come dicemmo, ced alle vive istanze di Rafaella, che avendola in conto di sua seconda madre, non finiva di supplicarla a contentarsi di menare il rimanente di sua vita con lei. Ognuno comprende da s medesimo quanto fosse grato e consolante questo viaggio per la buona donzella. Si vedeva ella come uscita da un naufragio e salva oggimai e sicura in su la riva. Quando riandava colla mente i passati pericoli, le strette e le angoscie mortali da cui era stata straziata, l'orlo dei precipizii che avea valicati, si sentiva compresa da un subitaneo raccapriccio; che a poco a poco dileguandosi le lasciava l'anima come cospersa da un'ineffabile dolcezza, ed accesa di amore e di gratitudine verso Dio, che per vie s inaspettate e mirabili l'avea campata. La certezza poi d'aver presto a rivedere la madre e il babbo le era di estrema letizia, e la fervida brama le faceva ad ogni tratto interrogare l'Abate quanto altro tempo ci volesse per arrivare, e guardar le campagne e le colline se mai vi scorgesse qualche somiglianza con quelle che ricordavano il luogo nato. Un solo pensiero intorbidavale la pace a quando a quando e le trafiggeva l'anima di acuto dolore. Esso era quello del fratello, la cui liberazione non erasi potuta conseguire dall'ostinato e feroce Barbarossa, e di Ottolino, di cui non erasi pi udita novella. Chi sa come vive, e se vive l'infelice Eriberto! Oh fratel mio! Prigioniero in lontano paese, privo della vista e del conforto de' tuoi cari; senza neppur contezza di loro, in mano a feroci sgherri; oh i grami giorni che tu meni, e forse l'angoscia t'avr ucciso a quest'ora! Tali erano i queruli lai che singhiozzando metteva di tratto in tratto la povera Rafaella. Vero , poi pensava, che l'Imperatrice mi assicur che appena tornata in Germania ne avrebbe preso conto, e gli farebbe coll'autorit sua alleggerire ogni pena. Ma chi sa se le cure della pia Signora giungeranno in tempo! E di Ottolino che ne sar? Il non essersene saputo pi nulla mostra pur troppo che egli perito in qualche scontro. E qui la fantasia le dipingeva con vivi colori l'amato giovinetto giacente in terra ferito e boccheggiante protendere il languido sguardo, quasi ad invocare chi gli porgesse alcun soccorso; e finalmente spirare derelitto e sconfortato. In mezzo a s crudeli pensieri che quasi pungentissime spine straziavano il cuore dell'affettuosa fanciulla, il santo Abate Guglielmo gittava in quell'anima colle sue parole soave balsamo, ricordandole l'uniformit ai divini voleri e come ogni cosa torna in bene a chi con tutta confidenza si getta nelle amorose braccia di Dio tenendo per ottimo quanto Egli dispone sopra di noi. Anche l'umor faceto di frate Uguccione conferiva non poco a distrarre sovente l'afflitta Rafaella coi colloquii che tratto tratto intrecciava. --Che vi pare, padre Abate, di questa nostra curiosa villeggiatura, che certo non mi stava in calendario? --Mi pare, rispondeva Guglielmo, una delle pi dilettose; giacch Iddio benedetto ci ha porta occasione e dato grazia di patir qualche cosa e adoperarci alquanto a sollievo degl'infelici. --Tolto va bene; ma a me tarda mille anni di tornare alla mia cella, donde, salvo l'ubbidienza, non mi lascer trarre pi fuora se non quando mi dovranno portare in sepoltura. --L'amore della solitudine, figliuolo mio, cosa ottima, ed inculcata co' precetti e coll'esempio da' Santi. Ma esso non dee trasmodare in eccesso, n ritrarci dal soccorrere il nostro prossimo quando il bisogno lo richiede. Ricordati del grande Antonio, quel primo luminare della vita eremitica. Egli non dubit di abbandonare a tempo il deserto; quando l'infierire della persecuzione contro i cristiani richiedeva l'opera di chi confortasse i fedeli alla costanza. E a coloro che si scandolezzavano della sua uscita dall'eremo rispondeva: Che direste voi d'una donzella, la quale vedendo andare in fiamme la casa di suo padre, in vece di accorrere, si scusasse con dire non affarsi alla sua riservatezza l'abbandonare la propria stanza? --S, ma il mirare tante sciagure e di tanti a me, che son tenero di cuore, non soffre l'animo. E poi quel vedere nei grandi del mondo tanta alterigia, tanta simulazione, ed anche tanta fierezza, cosa proprio che mi fa stomaco. --Bella tenerezza di cuore per verit, fratel mio, non voler vedere gli altrui patimenti per non sentire afflizione! Questa tenerezza verso di s, non verso degli altri. La vera tenerezza o meglio carit del prossimo dee muoverci a sollevare l'altrui miseria, e quindi a ricercarla e scoprirla. Quanto poi ai vizii che ti fanno afa ne' grandi, pensa che ogni classe ha i suoi difetti e peccati. Che se questi nei potenti del secolo son pi frequenti per esser in loro pi spesse e pi pericolose le occasioni: vi si ammirarono nondimeno ben soventi delle grandi virt. Dimmi: tra i vizii della corte di Federigo, non hai tu veduta una Imperatrice, specchio di modestia, di umilt, di mansuetudine, di carit e d'ogni cristiana perfezione? E queste virt nello splendore di un trono s alto, e tra i pericoli d'una corte s depravata, credi tu che abbiano piccolo pregio? --Oh questo l'ho confessato e lo ripeto; la virt di quella Signora mi ha pi d'una volta commosso fino alle lagrime; e meravigliato dicevo tra me: Come possibile che una moglie s buona si trovi a fianco d'un marito s tristo! --Ammira anche in ci, frate Uguccione, la sapienza della divina dispensazione. Spesso, come dice l'Apostolo, il marito infedele vien convertito dalla moglie fedele, e viceversa. Chi sa che Federigo non debba alla fin ravvedersi, pei conforti e per le preghiere della sua virtuosa consorte. --Non c' che dire; voi trovate sempre una ragione per dimostrare che ogni cosa cos va bene come va. Questo significa esser uomo di lettere ed avere studiato teologia! Io che sono un povero laico... --Non ci bisogno di lettere e teologia per intendere le cose che qui diciamo, figliuol mio, basta il semplice buon senso e il catechismo. Non Dio che dispone e governa il tutto in questo mondo? E Dio non sapientissimo e benignissimo? E l'effetto della sapienza e della bont pu non essere ordinato per s medesimo e tendere di per s ad altro che al bene? Egli vero che se prendi nell'universo a considerare ciascun evento spicciolatamente e separato dagli altri, pu sembrarti brutto e disordinato, come appunto nella musica pu sembrarti senz'armonia una nota presa da s, e fuori di concerto delle altre. Ma non cos, quando ciascuna cosa vien riguardata nella disposizione del tutto e nel finale intendimento del supremo ordinatore. Rafaella prendea diletto a udire questi discorsi e ne traeva utili documenti pel suo stato presente. In tal modo coll'avvicendamento di s diversi affetti ella consum il tempo del lungo viaggio, finch giunse alla casa paterna. Berardo e la consorte, che gi per lettera avevano ricevuto annunzio del prossimo arrivo della figliuola, ne stavano in ansiosa aspettazione e ad ogni picchio alla porta, ad ogni rumor sulla strada trasalivano dalla speranza, che poi conosciuta vana li facea tornar mesti a contare le ore e i giorni e immaginare successivamente i luoghi per cui Rafaella dovea passare. Come se la videro innanzi sana e fiorente (bench l'accorto Guglielmo avesse usata la precauzione di precedere d'alquanti passi per disporli a quell'incontro) poco manc che non tramortissero; tanta fu la piena della gioia, che ad un tratto trabocc loro nell'anima. Stettero buona pezza come avviticchiati sul collo di lei, non saziandosi mai di baciarla e di stringerlasi al seno. Dato finalmente sfogo all'ardenza di quel primo affetto volsero con multe lagrime le loro parole di ringraziamento all'Abate e alla buona Alberta, professandosi obbligati ad ambedue della vita e salvezza di lei. Dimandarono poi ansiosamente del figliuolo, temperando il dolore del sentirlo prigione colle promesse fatte dall'Imperatrice di prenderne cura, ingrandite pietosamente da Rafaella colla giunta che presto sarebbe rimandato libero. N qui finirono le consolazioni della buona famiglia. Imperocch Manfredo, tornato indi a poco dal campo credette d'aver buono in mano per rimeritare la virt di Berardo e punire la perfidia di Villigiso. Questi, finita l'impresa di Milano, consapevole che la rettitudine del severo Marchese non lo avrebbe lasciato senza castigo proporzionato alla colpa; e d'altra parte vedendosi molto addentro nelle grazie dell'Imperatore, pens di rimanersi per ora ai servigi di lui, niente curandosi della solenne scomunica fulminata da Papa Alessandro. Onde Manfredo, che da prima dubbioso, a poco a poco per le dimostrazioni di Guglielmo, era venuto in chiaro del diritto del vero Pontefice, dichiar Villigiso decaduto, come scismatico, della signoria di Mozzatorre, ed invest della medesima il fedele Berardo a premio dei tanti suoi meriti. Cos Rafaella si trov padrona di quel medesimo castello, dove era stata condotta captiva, e signora di quei medesimi sgherri che l'avevano s iniquamente tradita. Non da dire se ella benigna e pia qual era, perdonasse con cristiana generosit a quei tristi; solamente li volle rimossi dall'ufficio, di cui avevano usato s male. Ma dalle domestiche cose di Rafaella convien che torniamo alle pubbliche di Federigo. L'indomabile animo di costui non si franse pel passato disastro; crebbe anzi vie peggio nella perfidia. Essendo morto il secondo suo antipapa, ne fe' creare un terzo nella persona dell'abate di Strum, col nome di Callisto III, e prese a fare gli apparecchi per una nuova discesa in Italia. Ma non pot eseguirla prima che passassero alcuni anni; tanto era profondo il danno ricevuto dal disfacimento del suo esercito in Roma, e dalla diffalta di moltissimi Principi, che pel decreto papale si erano separati da lui. Nondimeno, fatti i supremi sforzi, giunse a raccogliere uno sterminato esercito e nell'autunno del 1174 s'avvi alla volta d'Italia. Nel primo porvi il piede, vinse e dann alle fiamme la citt di Susa. Poscia pose l'assedio ad Alessandria, fabbricata, come si disse, in onore del Pontefice e qual baluardo contra gli assalti di Germania. Senonch un forte stuolo di Lombardi essendo venuto in soccorso della citt, che pur da s sola si difendeva bravamente; Federigo fu costretto a levare l'assedio, bruciando da se stesso il proprio campo. Allora egli volse le armi contra Milano. Le condizioni dei Milanesi erano mutate d'assai. Nella precedente guerra, quasi soli a difendersi, essi ora si vedevano confortati da potentissima Lega. Dipoi la fresca rimembranza dell'ostinazione e crudelt di Federigo a voler distrutta la loro citt, li avea disposti siffattamente, che tra il vincere e il morire non riconoscevano mezzo di sorte. Finalmente la persuasione di combattere contro il persecutore della Chiesa, maledetto dal Vicario di Cristo, e che per sentenza papale era decaduto da ogni ragione sopra di loro, ispirava ad essi un coraggio straordinario ed una confidenza nell'aiuto divino, che ne raddoppiava a mille tanti l'ardire. Un esercito, intimamente persuaso di combattere per Dio, invincibile. Ci si avver appuntino nel caso presente; e Federigo lo speriment a proprio danno. Era tale e tanta la confidenza in Dio dei Milanesi che, quantunque non fossero per anco giunti gli aiuti de' confederati, e l'oste alemanna fosse infinita; essi non cercarono di differir la battaglia, ma uscirono incontro al nemico con sicurezza della vittoria. Essi avevano divisi tutti i cittadini abili a portare le armi in sei schiere, ciascuna sotto il comando dei capi del proprio quartiere. Oltre a queste avevano formate due compagnie di scelti guerrieri, l'una detta della _morte_, l'altra del _carroccio_, ossia del carro, sopra cui era inalberata la bandiera della citt. La prima di queste compagnie era composta di novecento soldati a cavallo, strettisi con giuramento a morire piuttosto che retrocedere in faccia al nemico. La seconda era composta di trecento giovani delle pi nobili famiglie, strettisi del pari con giuramento a morire piuttosto che lasciar prendere dal nemico l'insegna che custodivano. Nella Compagnia della morte trovavasi altres Ottolino; cui, se ben vi ricorda, lasciammo nel chiostro sotto la cura del solitario che incontr nella selva. Egli fino a questi ultimi tempi era durato col costante menando vita quasi in tutto conforme a quella dei monaci presso cui dimorava. Quivi aveva avuto novella del ritorno di Rafaella tra' suoi e dell'esaltazione di Berardo alla signoria di Mozzatorre. Ma dove la prima di tali notizie l'avrebbe forse indotto a lasciare la solitudine; la seconda ne lo distolse: giacch egli, semplice arimanno, si vedeva in condizione troppo inferiore alla donzella, e per impossibilitato ad impalmarla. D'altra parte la pace, che provava nell'eremo e nelle sante occupazioni de' monaci, lo teneva abbastanza contento. Cos la dur per s lungo spazio di tempo con grande soddisfazione di quei religiosi; i quali credendolo sufficientemente provato, erano quasi sul punto di condiscendere alle sue istanze di essere ascritto tra loro. Quando ecco in un tratto al primo sentirsi la nuova della venuta del Barbarossa, i fervidi spiriti del giovine che sembravano spenti, nonch sopiti, si destarono in tutta la primitiva vivezza; ed egli presentatosi all'Abate del monistero gli manifest la risoluzione d'andare a combattere in difesa di Milano, per espiare la colpa d'aver altra volta pugnato contro di lei sotto il vessillo d'uno scismatico. L'Abate dopo varie interrogazioni, conosciuta l'irremovibile volont del giovine, gli fe' allora osservare quanto prudente era stata la condotta sua e de' monaci nel resistere alle sue inchieste di vestir l'abito, giacch ora mostrava a chiare note di avere tutt'altra vocazione. Indi rifornitolo del bisognevole pel viaggio, lo accomiat benedicendolo nel santo nome di Dio. Ottolino giunto a Milano e riconosciuto dagli antichi compagni, coi quali avea militato sotto Turisendo, fu accolto con grande gioia, atteso il suo noto valore, e venne arrolato, secondo il suo desiderio, nella schiera obbligatasi con giuramento a morire piuttosto che dietreggiare. Sorgeva l'alba del d terzo di giugno e i due eserciti movevano baldanzosi a bandiere spiegate l'uno contro dell'altro. Federigo, secondo il suo solito, marciava a capo di tutti i suoi per animare pi coll'esempio che con la voce i soldati. Seguivalo folto stuolo di quei Principi alemanni e di quei Signori italiani, che tuttavia erangli rimasti fedeli; codiati da scelta mano di fanteria alemanna, che formava l'avanguardo. Nel centro stava il grosso della cavalleria, comandata dal perfido Villigiso, a cui pel noto valore era stato affidato da Federigo il suo imperiale stendardo. Il resto di quell'immensa moltitudine veniva da ultimo diviso in varie colonne sotto la guida di esperti capitani. I Milanesi dalla parte opposta avanzavano in assai minor numero sotto capi poco dotti di guerra, ma pieni di coraggio e di confidenza nella causa che difendevano. Appena giunti a vista del nemico, tutti piegarono a terra le ginocchia e ad alta voce porsero a Dio questa fervente preghiera:--Signor degli eserciti ed arbitro delle battaglie, tu che dicesti di resistere ai superbi, e dare grazia agli umili, guarda contro di chi oggi usciamo a combattere nel tuo santo nome. Ricordati che noi pugniamo non tanto per nostra difesa, quanto per quella del tuo Vicario.--Quindi levatisi e gridato: _Viva S. Pietro e S. Ambrogio_, animosi procedettero all'attacco. Quel primo impeto fu quanto mai si potesse aspettare gagliardo, ma soprafatte dal numero le prime file furono in breve costrette a piegare; e il piccolo drappello, giuratosi alla difesa del Carroccio, sottentr a ristorare il conflitto. Senonch mentre esso faceva prodigi di valore, la numerosa cavalleria del Barbarossa si gitt nella mischia a gran galoppo e caricando d'ogni parte quel piccolo stuolo, fu quasi sul punto di sbaragliarlo. Allora la compagnia della morte, ripetuto ad alta voce il suo giuramento, invest impetuosamente di fianco la cavalleria nemica e la pose in disordine. Ottolino che trovavasi in prima riga, adocchiato il vessillifero, lo riconobbe all'insegna del cimiero per Villigiso. Gli ricorse alla mente in quel punto ci che l'iniquo avea fatto contro di Rafaella e dell'amico Eriberto, e un subitaneo impeto d'ira gl'infiamm ogni fibra del cuore. Senza porre alcun tempo a deliberare, quasi sospinto da istintivo furore, scagliossi contra di lui e con un fiero colpo di lancia il rovesci dall'arcione. Indi precipitandosi da cavallo gli fu sopra per istrappargli di mano l'imperiale stendardo. Villigiso, a cui mai non era incontrato di venir balzato di sella, bench si sentisse gravemente ferito nel lato destro, nondimeno ardente di furore e di vergogna erasi gi ritto in piedi e tratta la scimitarra stava per iscaricare un terribile fendente sul capo dell'avversario. Ma un gagliardo colpo di stocco, che questi seppe scagliargli a tempo, il pass da parte a parte. Tal fa la miseranda fine dello spietato; ed Ottolino, dato allora di piglio alla bandiera capitana, la scosse all'aria e trionfante recolla tra' suoi. Questo fatto ardimentoso decise della giornata. Imperocch la cavalleria teutonica, come vide a terra il proprio duce e in mano de' nemici il vessillo imperiale, cadde interamente d'animo, e datasi a fuga precipitosa, rec col proprio disordine lo scompiglio e la paura in tutto l'esercito. Da quel punto nel campo non fu pi battaglia, ma eccidio. I soldati del Barbarossa, sembravano invasi da prodigioso terrore. Niuno d'essi pi pensava a difendere s stesso, non che ad offendere l'inimico. Quindi nel generale tumulto altri venivano calpestati dai cavalli correnti all'impazzata; altri erano trucidati dalle armi de' loro stessi compagni; ed altri fuggendo in calca precipitavano nel prossimo Ticino. Federigo, sforzatosi indarno di calmar lo spavento e riordinare il campo, fu come involto e trasportato da un'onda di fuggitivi, n pi si vide. Il perch i suoi baroni, dopo averlo indarno cercato, lo tennero morto od annegato nel ripassare il fiume; e questa nuova and talmente crescendo e corroborandosi di bocca in bocca, che la stessa Imperatrice, la quale dimorava in Pavia, credendola vera, ordin in Corte il corrotto ed ella vestissi a bruno. CAPO X. _La pace di Venezia._ Mentre col passare dei giorni pi si andava raffermando l'opinione della morte di Federigo, Federigo comparve ad un tratto in Pavia; ma sotto divise non sue, senza alcun seguito, sbaldanzito, altamente accorato. Egli nel totale sbandamento e soqquadro del campo dopo la sconfitta de' suoi, erasi sforzato invano arrestare i fuggenti e di raggranellarne intorno a s una parte almeno, che gli valesse di scorta ad onesta ritirata. Niuno dava orecchio alle sue parole; ma tutti, imprecando la guerra e chi si ostinava a volerla, badavano ad assicurare la propria salvezza. Venuta meno ogni prova, Federigo fu costretto anch'egli a fuggire, e trovandosi d'ogni parte circondato da nemici, gli fu duopo, per non cader prigioniero, spogliarsi degli abiti imperiali e camuffatosi alla meglio, andar errando pi giorni per luoghi fuori di mano, chiedendo per carit un ricovero ed un pane ai pastori e contadini della campagna. Una tanta umiliazione in quell'animo s altero e cos sitibondo di gloria avea fatta una impressione profondissima; la quale crebbe anche pi nel trovar, che poi fece, tutta la corte e la imperatrice stessa in gramaglia. Gli parve a quella vista di ravvisare un manifesto segnale dell'ira divina; sicch gli ricorrevano del continuo alla mente quelle parole del Salmo: _Humiliasti tamquam vulneratum superbum._ Era s insistente quella voce, e tanto il terrore che gl'inspirava, che non pot celarne lo sgomento al vigile occhio della pia ed affettuosa consorte. Beatrice, che quanto virtuosa, altrettanto prudente era ed accorta e niente altro pi accesamente bramava che il ravvedimento dello sposo, intese quello essere il punto da tentare sopra l'animo di lui un colpo decisivo. Tenne dunque segretamente a consiglio i principali dell'Impero, che tuttavia si trovavano in corte; e rappresentata loro l'opportunit delle presenti disposizioni, in breve li ebbe convinti quel tempo essere acconcissimo per indurre Federigo a tornare all'ubbidienza della Chiesa. A procacciare poi pi efficacemente lo scopo ottenne da que' Principi una scritta, nella quale dichiaravano che se l'Imperatore non si rappaciasse col Papa, essi non potevano pi parteggiare per lui con danno s manifesto della loro coscienza. Ci fatto, l'illustre donna raccomand fervidamente a Dio ed a S. Pietro l'esito di tanto affare e coltone il destro tenne un giorno a Federigo questo discorso: --Imperatore, tu sei conscio di quante lagrime io ho versato, e assai pi ne ho sparse nel mio segreto, dinanzi a Dio per impetrare che tu uscissi dalla falsa e perigliosa via, per la quale ti sei messo. Ma quest'oggi io chieggo da te che tu mi ascolti benignamente e non m'interrompa, finch io non abbia tutti esposti i miei angosciosi pensieri. Ti prego inoltre a non isdegnarti se io ti parler con quella libert, che alla sollecitudine ed all'affetto di sposa concesso. Posso io promettermi tanto dal magnanimo ed amoroso Federigo? L'Imperatore commosso dall'accento ond'ella accompagnava queste parole, le prese affettuosamente la mano e ponendosela sul cuore: Parla pure, o Beatrice, le disse; parla liberamente; che io ti ascolter volentieri, quand'anche tu non dovessi dirigermi che riprensioni e rampogne. --Io non dir nulla, ripigli l'Imperatrice, che non sia rispettoso, e che non tenda anzi al restauro e incremento della tua grandezza. Indi soffermatasi alquanto, quasi per concentrare le proprie idee, cos riprese:--Iddio nel sollevarti, o sposo, all'altezza del trono imperiale, ebbe tra gli altri suoi disegni quello certamente di costituire in te il sostenitore dell'ordine civile, e il difenditore armato della sua Chiesa. Questa ultima dote massimamente costituisce il distintivo carattere dell'imperatore cristiano. Qual fu l'idea che presedette alla formazione dell'impero nel Cristianesimo? Tu il sai. Essa venne espressa da quel Grande, che fu il primo ad essere investito di tale dignit. L'immortal Carlomagno scriveva in fronte alle sue leggi: _Carlo Re, per la grazia di Dio, difensor della Chiesa ed umile aiutatore della Sede apostolica in tutte le cose._ Or mira te e il tuo regno a fronte di s sublime concetto. I tuoi popoli vessati da lunga e crudelissima guerra. Ogni ordine di persone travolto negli errori, che delle guerre sono inevitabili conseguenze. Da per tutto angherie di ministri, che da te, occupato nelle armi, poco o nulla vengono vigilati. L'impero diviso in parti e lacerato da lacrimevole scisma. Le chiese smunte, oppresse, vedovate dei proprii Pastori. Il capo civile della repubblica cristiana in aperta ribellione al capo spirituale della medesima, sotto il peso della degradazione e dell'anatema, costretto a rivendicar colla spada un'obbedienza, a cui la coscienza de' sudditi non pu prestarsi. Finch la verace elezione di Alessandro al supremo pontificato potea sembrarti dubbiosa (se a ragione o a torto io qui non cerco), tu potevi aver qualche scusa, non fosse altro, al cospetto degli uomini. Ma ora che la cosa chiarita e tutto l'orbe cattolico, ad eccezione di pochi, obbedisce e venera il vero Papa, qual difesa puoi tu recare in faccia a Dio ed al mondo? Alessandro riconosciuto dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Spagna, da molti Principi ancora della Germania. Guglielmo poi di Sicilia e Manuele di Costantinopoli, non contenti di prestargli obbedienza, hanno impugnate le armi per sostenerlo contro di te; e alle armi altres ricorsa l'intiera Italia per la stessa cagione. Tu fidi nel tuo valor militare e nella tua esperienza nella guerra. Ma non vedi che il cielo con aperti prodigi ti contrasta? Per ben due volte due potentissimi eserciti, agguerriti, vittoriosi, invincibili, sono spariti, non si sa come, qual fumo al vento. Di tre antipapi, opposti al vero Papa, due sono gi estinti miseramente, ed il terzo appena prolunga nell'oscurit e nel disprezzo universale la sua fellonesca usurpazione. Non sono questi perspicui e palpabili segni che Dio contro di te? E ci sar potenza o consiglio che possa prevalere in onta di Dio? Che aspetti di pi? Guarda; perfino quei pochi Principi ecclesiastici o secolari, che pur ti erano restati ligi, apertamente protestano di non potere pi innanzi seguirti nell'apostasia.--E qui gli di a leggere la scritta, menzionata pi sopra, la quale era del tenore seguente: Noi, qui sottosegnati, saremo sempre pronti, secondo le leggi dell'Impero ad obbedirvi, o Sire, in tutte le cose temporali, e a prestarvi i servigi e l'ossequio che il sovrano vostro diritto da noi richiede. Ma voi, bench Sovrano de' corpi, non siete tuttavia Sovrano altres delle nostre anime. Noi non intendiamo di perderle per farvi piacere n vogliamo pi oltre preferire le cose della terra a quelle del cielo. Dichiariamo dunque alla Maest vostra, che noi d'ora innanzi riconosciamo Alessandro per vero Papa cattolico; e non curveremo pi la fronte al vano idolo che avete innalzato nella persona di Giovanni di Strum. Stante ci, voi ben vedete, o Sire, non esserci possibile di rimanere pi oltre presso di voi; finch voi durate in contumacia di santa Chiesa. Seguivano le firme. Federigo rimase attonito a quella lettura, e di subita ira avvamp. Ma l'accorta Beatrice fu presta a calmarne con bei modi lo sdegno, e ripigli:--Questo franco parlare dei baroni, non dee offenderti, o Imperatore. Esso segno di animo nobile e leale, che la tua sapienza dee anzi apprezzare. Guai a quel Principe i cui ministri e cortigiani a guisa di vili mancipii non sappiano fare altro che chinare il capo ai suoi voleri senza osar mai di contraddirgli liberamente, quando la giustizia o la verit lo richiede. Non vi Principe pi infelice e men sicuro di questo. Egli non avr mai intorno a s veri amici; ma sol piacentieri interessati ed egoisti, che, dove lor metta conto, lo tradiranno con la stessa facilit onde prima lo adulavano. Qui poi trattandosi di coscienza, saresti nonch ingiusto ma sacrilego a pretendere di dominarla a tua posta. La stima che vedi fare da' tuoi Baroni della loro eterna salute, dee anzi esserti di stimolo a vincere te medesimo con una risoluzione comandata dalla legge divina, dal proprio onore, dagli stessi tuoi temporali interessi. Finito un tal discorso, ambidue restarono alquanto in silenzio, finch Federigo lo ruppe dicendo con la consueta sua energia ed impeto di voce:--Ebbene, Imperatrice, io fin d'ora rinunzio allo scisma, e mi riconcilio a Papa Alessandro; ma non intendo dar pace n ai Lombardi n al Siciliano, n al Greco.--Son contenta, riprese Beatrice, per ora non chieggo di pi; il resto sar materia di pi maturi consigli. Cerchiamo da prima il regno di Dio; ogni altra cosa gli terr dietro. Soltanto pregoti, o Imperatore, ad attener fedelmente la promessa e presto.--Ci detto, rizzaronsi; e Beatrice si ritir nella proprie stanze a ringraziare il Dator d'ogni bene; Federico chiam presso di s l'Arcicancelliere dell'impero per ispedire di subito ambasciatori al Papa. Questi furono lo stesso Arcicancelliere, Cristiano di Magonza, Wicmano Arcivescovo di Magdeburgo, Conrado designato Vescovo di Worms, e Weremondo Protonotario del regno. Partitisi senza dimora essi trovarono il Papa in Anagni; e con parole di somma devozione e rispetto gli esposero come l'Imperatore ardentemente desiderava di sottomettersi alla sua obbedienza e far la pace colla Chiesa e colla citt di Roma, e ricevere l'assoluzione dell'incorsa censura. Gli presentarono poi una lettera di Beatrice, in cui ella, dopo aver dato sfogo agli affetti di sua devozione, narrava al S. Padre con filial confidenza l'operato da lei, e supplicavalo che ad imitazione di quel Dio, di cui sosteneva in terra le veci, volesse dimenticare ogni offesa ed accogliere con paterna piet il prodigo ma convertito figliuolo. Se ad Alessandro riuscisse consolante una tale novella non a dire. Egli rispose agli ambasciadori con termini di singolare benevolenza e scrisse con sommo affetto alla pia Imperatrice; ma risolutamente protest che non avrebbe giammai accettata la sottomissione di Federigo, se questi non dava in pari tempo la pace a tutti gli alleati della Chiesa e segnatamente ai Lombardi, all'Imperatore di Costantinopoli, al Re di Sicilia. Gli ambasciadori, che sapevano la contraria disposizione di animo del Barbarossa fecero ogni opera per distornare il Pontefice dalla posta condizione; ma vedendo l'irremovibile volont di lui sopra tal punto, chiesero d'essere accompagnati nel loro ritorno da alcuni Cardinali Legati, i quali si adoperassero in nome del Papa a farvi condiscendere Federigo. Alessandro assegn loro i due Cardinali Umbaldo e Raniero; e questi insieme con gl'inviati si recarono dall'Imperatore, che fuor d'ogni espettazione trovarono dispostissimo a rappaciarsi eziandio con gli alleati della S. Sede. Cagione di tal mutazione era stata Beatrice, la quale bel bello lo avea persuaso a cessare da ogni guerra contra popoli e signori cristiani, e volgere piuttosto la sua indole bellicosa a combattere gl'infedeli in Oriente, dove Saladino, divenuto soldano di Egitto e di Siria, minacciava grandemente il regno di Gerusalemme. Si stabil coll'Imperatore un generale convegno tra lui, il Papa, i rappresentanti della Lega e gli ambasciadori del Re di Sicilia per fermare i patti della pace e giurarla. Per tal convegno si prescelse la citt di Bologna, a cui poscia per varie ragioni venne sostituita Venezia. Grande fu il compiacimento dei Principi s di Alemagna come d'Italia per un atto s desiderato, ed ognuno si affrettava per assistervi di presenza. Tra questi non poteva mancare il marchese di Saluzzo, Manfredo, il quale tra i Principi dell'Impero grandeggiava non poco per autorit e per potenza. Egli volle che tra i minori feudatarii a s soggetti, destinati a seguitarlo, venisse Berardo, gi divenuto come dicemmo, signore di Mozzatorre. Ma, anche senza un tale invito, Berardo sarebbesi offerto da s per abbracciare pi presto il figliuolo Eriberto, che nella restituzione dei prigionieri d'ambe le part, da farsi in Venezia, doveva essere rimesso in libert. La medesima ragione invogliava fortemente anche la moglie e la figliuola; e tante furono le preghiere d'entrambe, che Berardo acconsent finalmente a condurlesi seco. Cos Rafaella ebbe il contento di andare ancor essa a quella solennit, a cui oltre l'amore del fratello la sospingeva il desiderio di rivedere la pia Imperatrice per rinnovarle pi pienamente i rendimenti di grazie. Frattanto Papa Alessandro partiva da Roma; e dopo essersi recato per pochi giorni a Benevento, imprendeva il viaggio di mare con sei Cardinali (giacch gli altri si erano avviati per terra), accompagnato a segno di onore da undici grandi galere del Re di Napoli. Accostatosi a Venezia, vennergli incontro a riceverlo sopra elegantissime barche il Doge coi membri di quell'illustre Senato, il Patriarca co' suoi Vescovi suffraganei, i principali cittadini e una moltitudine sterminata di popolo. Giunti alla citt, tutti si ordinarono in solenne processione e cantando le divine laudi si recarono al magnifico tempio di S. Marco. Quivi il S. Padre fatta orazione e benedetto il popolo si ritir nel palazzo patriarcale. Siccome poi seppe non essere ancora giunti in Venezia i commissarii della Lega, l'amoroso Pontefice, per rimuovere ogni ostacolo che fosse sopravvenuto, ed anche per dare ai Lombardi un solenne attestato della sua benevolenza, invitolli a mandare i loro rappresentanti in Ferrara, dov'egli si recherebbe per deliberare con essi intorno alle condizioni della pace. Trasferitosi dunque col, accompagnato da gran numero di Cardinali e di Vescovi, non pu dirsi a parole l'entusiasmo, ond'egli venne accolto dal popolo ferrarese e da tutti i magistrati e baroni delle diverse citt lombarde. Il Papa li convoc il d appresso nella chiesa dedicata a S. Giorgio, e tenne loro questo sermone: Voi sapete, o cari miei figli, la persecuzione che la Chiesa ha sofferto da parte dell'Imperatore, che dovea proteggerla. Voi sapete quanti danni l'autorit della Chiesa romana ne ha ritratto. Imperocch i peccati restavano in gran parte impuniti e i sacri canoni senza esecuzione; per nulla dire della distruzion delle chiese e dei monasteri, dei saccheggi, degl'incendii, delle uccisioni e dei delitti d'ogni maniera. Dio ha permesso questi mali; ma infine Egli ha rabbonacciata la tempesta, e volto il cuore dell'Imperatore a chieder la pace. questo un miracolo della divina potenza. Imperocch chi avrebbe pensato che un Vecchio Sacerdote ed inerme potesse resistere al furore teutonico e vincere senza combattere un Imperador s possente? Ma ognuno intende che impossibile guerreggiar contra Dio. Ora avendoci Federigo chiesta la pace, escludendone voi, noi considerando la devozione e il coraggio, onde voi avete combattuto per la Chiesa e per l'Italia, non abbiamo voluto accettarla senza di voi; affinch come voi avete partecipato con noi della tribolazione, cos partecipiate ancora con noi della gioia. questa la ragione, per la quale noi, senza aver riguardo n alla nostra dignit n alla nostra vecchiezza, ci siamo esposti al mare e ai pericoli d'un lungo viaggio per venire a deliberare con voi se dobbiamo o no accettare la pace che ci viene offerta. I rappresentanti della lega, vivamente commossi da tanta degnazione, risposero di comune accordo per bocca d'uno dei loro capi. Venerando Padre e Signore, tutta l'Italia si getta ai vostri piedi per rendervi grazie e testimoniarvi la sua letizia per l'onore che voi fate ai vostri sudditi di venire a loro, affine di cercare e rimenare all'ovile le pecorelle smarrite. Noi conosciamo per propria esperienza la persecuzione che Federigo ha fatta alla Chiesa ed a Voi. Noi siamo stati i primi ad opporci al suo furore ed impedire che egli distruggesse l'Italia ed opprimesse la libert della Chiesa; e per una causa s santa noi non abbiamo perdonato n a spese, n a travagli, n a perdite, n a pericoli. Per ci, venerando Padre, conveniente che voi non accettiate pace senza di noi; siccome noi l'abbiamo pi volte ricusata, perch ci veniva offerta senza di Voi. Pel resto noi siamo ben contenti di far pace coll'Imperatore, al quale noi non ricuseremo nessuna delle sue antiche ragioni sopra l'Italia; purch sieno salvi i diritti che noi abbiamo ereditato dai nostri maggiori. Quanto al Re di Sicilia, noi approviamo che sia anch'egli compreso in questo trattato, perciocch egli un Principe che ama la pace e la giustizia. I nostri viaggiatori lo sanno per esperienza, giacch vi ha pi sicurezza nei boschi di quel reame che non nelle citt degli altri Stati. Romualdo Arcivescovo di Salerno e personalmente presente a quel consesso, ci ha nella sua cronaca conservato questi particolari. Saputosi da Federigo come il Papa trovavasi a Ferrara in uno coi rappresentanti della Lega e cogli ambasciatori del Re di Sicilia, invi col suoi plenipotenziarii per conchiudere definitivamente le condizioni della pace, da giurarsi poi da lui e da tutti in Venezia. Terminate le conferenze, il Papa, con tutta quell'adunanza si restitu alla citt reina dell'Adriatico; dove in breve recossi eziandio l'Imperatore, con gran seguito di Principi e Signori alemanni. Il giorno appresso del suo arrivo il Papa gl'invi sei Cardinali, acciocch ricevessero dalle sue mani per iscritto la rinunzia allo scisma, e la professione di obbedienza a lui ed a' suoi legittimi successori nella cattedra di S. Pietro, e in conseguenza di ci lo assolvessero dalla scomunica. Lo stesso dovea farsi coi Prelati e Signori del suo seguito. Compiuto tutto ci appuntino, il Doge di Venezia con gran moltitudine del Clero e del popolo and a prendere l'Imperatore e processionalmente lo condusse alla chiesa di S. Marco, dove il Papa attendevalo. Federigo appena giunto alla presenza di Lui gitt via dalle spalle l'imperiale paludamento e prostesosi boccone a terra baci reverentemente i piedi a sua Santit, implorando supplichevolmente perdono e benedizione. Il Papa, commosso fino alle lagrime, si pieg amorevolmente sopra di lui, lo benedisse con grande affetto, e sollevandolo da terra lo abbracci e lo baci in bocca. A tal vista un impeto di gioia invase tutti gli astanti, e Alemanni e Italiani, grandi e popolo, proruppero in alto grido di giubilo. Da ultimo il Papa, fattosi all'altare, inton il solenne inno di grazie al Signore. Per pi giorni durarono le pubbliche feste nella citt con addobbi e luminarie e giuochi e conviti; le quali feste si raddoppiarono il giorno del giuramento della conchiusa pace. Radunatisi pertanto nella gran sala del palazzo patriarcale, il Papa col Sacro Collegio, l'Imperatore, l'Imperatrice, i Principi, i Commissarii della Lega lombarda e gli Ambasciadori del Re di Sicilia; il Papa fece una breve allocuzione, relativa a quel fatto, ricordando i beneficii della pace e commendando altamente la virt e la prudenza dell'Imperatrice, a cui dopo Dio, essa dovevasi. L'illustre donna, verso cui tosto si rivolsero gli occhi di tutti, si tinse il viso di modesto rossore ed avvall dignitosamente gli sguardi. All'allocuzione papale segu un discorso dell'Imperatore, dove egli confessando i suoi passati errori, rendeva grazie a Dio d'avernelo ritratto, e prometteva per ammenda d'andare a guerreggiare in Terra Santa, e protestava di rendere piena pace ai Lombardi e al Re di Sicilia. Tutti acclamarono con festevoli grida, e presentati poscia da' chierici i santi Evangelii e le reliquie della vera croce, l'Imperatore pel primo, e quindi i Principi e i Commissarii delle parti contraenti giurarono d'osservare fedelmente il trattato. La grandezza di questi avvenimenti, qui piuttosto accennati che narrati, ci avevano quasi fatto dimenticar Rafaella. Ma essi non erano estranei per lei; anzi meravigliosamente s'intrecciavano con le sue avventure. Riavuto il fratello, cui fuor d'ogni credere trov florido e lieto, ella pensava d'aver tocco il limite d'ogni sua contentezza. Ma Iddio le serbava un altro benefizio, tanto pi giocondo quanto meno da lei immaginato. Il d che il Papa tornava da Ferrara, accompagnato dai magistrati e rappresentanti delle citt lombarde, Rafaella insieme colla madre stavasi a una finestra del Doge mirando quel non pi veduto spettacolo, e un ufficiale di corte le veniva indicando e spiegando i singoli personaggi.--Osservate, madamigella; quelli che immediatamente seguono il corteggio papale, sono i Messi di Federigo Imperatore. Son tutti alemanni ed appartengono alle prime dignit dell'Impero. I due che vengono dopo, l'uno ecclesiastico, l'altro secolare, sono gli Ambasciadori del Re di Sicilia, Romualdo Arcivescovo di Salerno, e Ruggiero conte di Andria. Da ultimo vedete i Commissarii della Lega scelti tra i consoli e i magistrati delle diverse citt. Hanno varie divise secondo la patria a cui appartengono. Questi sono Milanesi, questi di Cremona, questi altri di Treviso, quelli di Bergamo.--Rafaella osservava attentamente tutto e tutti, quando tra i consoli di Milano le parve vederne uno che al volto e agli atti si rassomigliava pienamente ad Ottolino. Trasal a quella vista, e un gelido tremore le corse per le ossa. La madre che s'accorse di quella veemente ed improvvisa turbazione:--Che hai, figliuola, le disse, tu se' fatta pallida e quasi convulsa!--Vedi, mamma, rispose Rafaella, guarda quel terzo da parte destra, che ha la piuma nera al berretto e la cintura turchina ai fianchi, non sembra egli proprio Ottolino?--La buona vecchia aguzzando gli sguardi restava anch'ella meravigliata della totale rassomiglianza; ma non sospettando a pezza dell'identit di persona:--Veh, esclamava, coincidenza di fattezze e di movimenti! lo diresti gemello; se nonch questi ha il volto pi abbronzato.--Mamma, ripigliava Rafaella, a cui il cuore batteva in petto oltre l'usato, chi sa che non sia desso.--Che di' tu mai, figliuola mia, Ottolino! di cui non si saputo pi nulla, e che certo sar a quest'ora in paradiso, giacch era pio giovine, e Dio certamente gli avr usata misericordia. E poi che avrebbe a far egli coi Milanesi e molto pi coi Consoli! Egli era un semplice arimanno di Saluzzo.--E che possiamo noi sapere, o mamma, delle vicende di questo mondo! Chi avrebbe mai predetto che io prigione in Mozzatorre vi sarei stata poi in qualit di signora! Non potrebbe ad Ottolino essere accaduto qualche cosa di somigliante?--E non ne sarebbe trapelato qualche sentore infine a noi? disse la madre: Rafaella, non fare che l'antico affetto t'illuda. Ma l'antico affetto non la illudeva; imperocch veramente quegli era Ottolino, decorato dai Milanesi della loro cittadinanza ed ascritto tra' consoli in guiderdone del fatto egregio nella battaglia di Legnano. Egli veniva con gran desiderio in Venezia s perch sapeva d'avervi a rivedere Eriberto, e s perch sperava d'incontrarvi inoltre Berardo alla corte del Marchese Manfredo. Qual fu la sua sorpresa, quando ud che oltre a Berardo, eravi eziandio la figliuola! Esult di gioia; e come prima gli fu concesso, corse subito all'albergo, dove gli fu detto che dimorava Berardo. Ognuno pu immaginare le allegrezze che tutti i membri di quella famiglia fecero al vederlo, quasi redivivo e tornato dall'altro mondo. Egli altres non capiva in s medesimo dalla letizia, n sapeva saziarsi di stare con essi; e ogni d era a visitarli e intrattenerli piacevolmente col racconto delle sue avventure, ed a vicenda facevasi narrare da Eriberto e da Rafaella le loro. Cos passarono tutti quei giorni, che precedettero la ratificazion della pace; ed Ottolino sembrava quasi divenuto un secondo figliuolo di Berardo; tant'era la confidenza e l'affetto, con che egli veniva trattato. facile indovinare se in quel bollente animo si ridestasse l'antica fiamma. Nondimeno egli non osava palesarsi, s perch non sapeva quali fossero le disposizioni di Berardo, e s perch avea concepito gran desiderio di seguitare l'Imperatore nell'impresa d'Oriente a difesa di Terra Santa. Senonch la pia Imperatrice, che appena seppe di lui avea voluto vederlo e spesso lo chiamava in corte, un d fe cadere il discorso sopra Rafaella e sopra la necessit di dover omai darle stato; e come dal mutamento di colore e dall'agitazione degli atti si accorse degli interni affetti del giovane, apertamente il dimand se egli a riguardo della donzella era quel medesimo che fu un tempo, giacch a lei tutto era noto. Ottolino, affidato da tanta benignit di quell'eccelsa Signora, interamente le confess l'animo suo. Le espose come egli veramente per Rafaella non era in nulla diverso, ma che il desiderio di seguitar Federigo nella crociata contro gl'infedeli, e il timore non forse la mutata condizione di Berardo fosse ostacolo a contrarre con lui parentado lo facevano star titubante. Beatrice risposegli che, quanto all'andata in Palestina essa non potea eseguirsi se non dopo qualche anno, essendo indispensabile dar prima assettamento alle cose dell'Impero e far gli apparecchi di guerra; n potea venirle ostacolo dalle nozze con Rafaella, la quale, pia come era, sarebbe stata anzi lieta di quella virtuosa risoluzione dello sposo. Quanto poi alla disparit di condizione, gi egli, console milanese, non la cedea gran fatto al feudatario di picciol castello; ed oltre a ci ella sarebbe stata presta a sollevarlo a grado pi alto, se il Marchese Manfredo non l'avesse prevenuta. Conciossiach questi ammirato del valore di Ottolino, avea gi mosse pratiche presso la magistratura di Milano per riavere l'antico suo suddito, affine di proporlo al comando generale di tutte le schiere della sua signoria. Ottolino fu oltremodo lieto a udir tali cose; giacch gli frugava l'anima eziandio la brama di tornare al luogo nativo e rivedere i parenti e gli amici. Il perch rendute all'augusta Imperatrice le maggiori grazie che per lui si potessero, tutto si commise nelle sue mani. La magnanima donna, accertatasi prima dei sentimenti eziandio di Rafaella, chiam a se Berardo e manifestogli ogni cosa, con estremo contento di lui. Il perch, iniziate e conchiuse in poco tempo le trattative, l'Imperatrice ebbe la soddisfazione di potere prima del suo ritorno in Germania, assistere ella stessa agli sponsali, decorandoli di ricchi doni. INDICE La Manumissione Pag. 1 Il Rapimento 16 La lieta novella 30 L'Assedio 44 La Resa 52 La Distruzione di Milano 70 La pia Imperatrice 78 Ottolino 92 La Lega Lombarda 108 La pace di Venezia 127 GIO. GNOCCHI--EDITORE =Scienza per tutti=. Eleganti volumi in-16 illustrati =Storia di un foglio di carta= di G. Pizzetta, traduzione del dott. G. Gorini, con incisioni L. 1 -- =Storia d'un pezzo di carbone= di G. Hment, traduzione del dott. G. Gorini, con incisioni 1 -- =Storia di un raggio di sole=, di P. Papillon, traduzione del dott. G. Gorini, con incisioni 1 -- =Un vezzo di perle=, storia delle perle, loro formazione, pesca, commercio e imitazione di Paride Colucci-Nucchelli 1 40 =La mia dimora=, storia del corpo umano, di Alacot, tradotta dal prof. I. Malacarne 1 30 =Il mondo prima del diluvio=, di G. Pizzetta. Un volume in-16 illustrato 1 -- Legati in carta zigrinata oro in pi al volume -- 80 =Roncali A.= Scienza e costanza, ossia Cristoforo Colombo e la scoperta dell'America. Un vol. in-16 illust. 1 40 =Una passeggiata in vacanza=, trattenimenti scientifici e morali dedicati ai giovanetti. Un vol. in-16 2 -- =Bazzoni G. B.= Racconti storici edizione illustrata. Un vol. in-16 1 20 =Verne G.= Un viaggio aereo, ossia cinque giornate in un pallone. Un volume in-16 illustrato 2 -- =Zoncada A.= Quattro racconti ad istruzione dei giovinetti. Un vol. in-16 2 -- =Massimo buon prezzo.= Grandissime carte geografiche murali: Italia, Europa e Mappamondo, approvate dal Ministero di Pubblica Istruzione, di metri 2 per 1, espressamente disegnate ed incise ad uso delle Scuole, Commercio e per famiglie, con parole e caratteri grossi, colorate e stampate su bella carta, in 9 fogli ciascuna, in fogli per sole 7 -- Montata su tela con bastoni 14 -- Mediante Vaglia Postale in lettera affrancata si spediscono franche di Posta. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come le grafie alternative (ognora/ogn'ora e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale): 28--egli avea trovato nel Pontefice Adriano IV [Pontefice IV] 31--non volesti abbandonare [abbondonare] questo paese 39--da lontano Giovanna, e pensando [pensado] essere 72--non esservi Dio, non esservi [eservi] giustizia 110--Federigo avrebbe [aveebbe] dovuto comprendere 116--si sentiva compresa da un subitaneo [subitano] raccapriccio 117--Anche l'umor faceto di frate Uguccione [Ugucoione] 121--pose l'assedio ad Alessandria [Allessandria] 132--con termini di singolare benevolenza [benevoenza] End of the Project Gutenberg EBook of Rafaella, by Silvio Pellico License: Share Alike