Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Sormani - Milano) I MISTERI DEL CASTELLO D'UDOLFO DI ANNA RADCLIFFE VOL. II MILANO _Oreste Ferrario_ Sotterranei Galleria Nuova, via Silvio Pellico, 6, scala n. 18 e Santa Margherita [Illustrazione: La Camera misteriosa. _Cap. XXII_] CAPITOLO XII L'avarizia della zia d'Emilia ced finalmente alla sua vanit. Qualche splendido pranzo dato dalla Clairval, e l'adulazione generale ond'essa era l'oggetto, aumentarono la premura della Cheron per assicurare una parentela che l'avrebbe tanto illustrata a' propri occhi ed a quelli del mondo. Propose il prossimo matrimonio di Emilia, ed offr di assicurarne la dote, purch la Clairval facesse altrettanto pel nipote. Questa ponder la proposta, e considerando ch'Emilia era la pi prossima erede della Cheron, l'accett senza difficolt. Emilia ignorava queste disposizioni, quando la zia l'avvert di prepararsi alle nozze che dovevano aver luogo senza indugio. La fanciulla, sorpresa, non capiva il motivo di una s istantanea conclusione, in verun modo sollecitata da Valancourt. Ed infatti, non conoscendo le convenzioni delle due zie, era ben lontano dallo sperare una s gran felicit. Emilia mostr qualche opposizione, ma la Cheron, sempre gelosa della sua autorit, insist per il pronto matrimonio, colla stessa veemenza, con cui ne aveva rigettate in principio le menome apparenze. Tutti gli scrupoli di Emilia svanirono, quando Valancourt, istruito allora della sua felicit, venne a scongiurarla di confermargliene la certezza. Mentre si facevano i preparativi di queste nozze, Montoni diveniva l'amante dichiarato della Cheron. Ne fu malcontentissima la Clairval quando ud parlare del loro imminente matrimonio, e voleva impedire quello di Valancourt con Emilia; ma la coscienza le rappresent, che non aveva diritto di punirli dei torti altrui. Sebbene donna del gran mondo, era per meno famigliarizzata della sua amica col metodo di far dipendere la felicit dalla fortuna e dagli omaggi ch'essa attira, anzich dal proprio cuore. Emilia osserv con ansiet l'ascendente acquistato da Montoni sulla zia, come pure la maggior frequenza delle sue visite. La sua opinione su questo Italiano era confermata da quella di Valancourt, il quale aveva sempre esternato estrema avversione per lui. Una mattina ch'essa lavorava nel padiglione, godendo della dolce frescura primaverile, Valancourt leggeva vicino a lei, e tratto tratto deponeva il libro per conversare. Fu avvisata che la zia voleva vederla subito; entr nel suo gabinetto, e paragon sorpresa l'aria abbattuta della signora Cheron col genere ricercato del di lei abbigliamento. Nipote mia... diss'ella, e si ferm con qualche imbarazzo. Vi ho fatta cercare... io... io... voleva vedervi. Ho da darvi una notizia... da questo momento voi dovete considerare il signor Montoni come vostro zio; noi ci siamo maritati stamattina. Confusa, non tanto del matrimonio, quanto del segreto con cui era stato fatto, dell'agitazione colla quale le venne annunziato, Emilia attribu siffatto mistero alla volont di Montoni, piuttostoch a quella di sua zia; ma questa non voleva che si credesse cos. Voi vedete, soggiuns'ella, che ho voluto fuggire la pubblicit; ma ora che la cerimonia fatta, non m'importa pi che si sappia. Vado subito ad annunziare alla mia gente che il signor Montoni il loro padrone. Emilia fece quanto pot per felicitare la zia di un matrimonio cos imprudente. Voglio celebrare le mie nozze con tutto il fasto, continu la signora Montoni, e per non perder tempo, mi servir dei preparativi che furono fatti per le vostre, le quali verranno protratte un poco; ma voglio che per far onore alla festa, voi vi abbigliate degli abiti fatti pel vostro matrimonio. Desidero egualmente che facciate noto il mio cambiamento di nome al signor Valancourt, il quale ne informer la signora Clairval. Fra pochi giorni voglio dare un pranzo magnifico, e conto su di loro. Emilia era talmente attonita, che pot appena replicare alla zia, e, a tenore del suo desiderio, torn nel padiglione ad informar l'amante dell'accaduto. La sorpresa non fu il primo sentimento di Valancourt, sentendo parlare di queste nozze precipitose; ma quando seppe che le sue erano differite, e che gli ornamenti preparati per abbellire l'imeneo della sua Emilia, stavano per esser degradati servendo per la signora Montoni, il dolore e lo sdegno agitarono a vicenda il suo spirito. Non pot dissimularlo alla fanciulla; i di lei sforzi per distrarlo e scherzare su questi timori repentini furono inutili. Quando alla fine si separ da lei, era oppresso da una tenera inquietudine che la colp vivamente, e pianse senza saper perch, quando fu giunta all'ingresso del giardino. Montoni prese possesso del castello colla facilit d'un uomo che da lunga pezza lo riguardava come suo. Il suo amico Cavign l'aveva singolarmente servito prodigando alla Cheron le attenzioni e le adulazioni ch'essa esigeva, ed alle quali Montoni pareva prestarsi con pena; egli ebbe un appartamento nel castello, e fu obbedito dalla servit come lo stesso padrone. Pochi giorni dopo, la signora Montoni, come l'aveva promesso, diede un magnifico pranzo ad una numerosa societ. Valancourt v'intervenne, ma la Clairval se ne scus. Vi fu accademia di musica e festa da ballo. Valancourt, come di ragione, danz con Emilia; egli non poteva esaminare le decorazioni della festa, senza rammentarsi ch'erano destinate per le sue nozze. Nonostante cercava di consolarsi, pensando che fra poco i suoi voti sarebbero stati esauditi. La signora Montoni ball, rise e chiaccher del continuo tutta la sera. Montoni per, taciturno e riservato, sembrava ristucco di quel divertimento, e della frivola societ che ne formava l'oggetto. Fu il primo e l'ultimo banchetto dato in occasione di quelle nozze. Montoni, cui il carattere severo, e il taciturno orgoglio, impedivano d'animare queste feste, era nondimeno dispostissimo a provocarle. Trovava esso ben di rado nelle conversazioni un uomo che potesse rivaleggiar con lui per lo spirito od il talento. Tutto il vantaggio, in questa specie di riunioni, era dunque sempre dalla parte sua. Conoscendo con quale egoismo si frequenta la societ, temeva d'esser vinto in simulazione, ovvero in considerazione, dovunque egli si trovava. Ma la signora Cheron, quando trattavasi del proprio interesse, aveva talfiata pi discernimento che vanit. Conosceva essa la sua inferiorit alle altre donne in tutte le qualit personali. La gelosia naturale risultante da questa cognizione, ne contrariava dunque l'inclinazione per le riunioni che offriva Tolosa. La sua politica era cambiata; si opponeva con vivacit al gusto del marito per il gran mondo, e non dubitava ch'egli non fosse per essere cos ben ricevuto da tutte le donne com'eralo stato allorch faceva la corte a lei. Erano scorse poche settimane da questo matrimonio, quando la signora Montoni partecip ad Emilia il progetto di andare in Italia, tostoch fossero finiti tutti i preparativi pel viaggio. Andremo a Venezia, diss'ella; Montoni vi possiede un bel palazzo, e quindi passeremo al suo castello in Toscana. Perch prendete voi un'aria cos seria, figliuola? Voi che amate tanto le belle vedute, dovreste essere incantata di questo viaggio. --Devo forse venire anch'io? disse Emilia con emozione e sorpresa insieme. --S, certo, replic la zia; come potete supporre che noi vogliamo lasciarvi qui? Ah! vedo che pensate al cavaliere. Io credo che non sappia nulla, ma lo sapr sicuramente quanto prima. Montoni uscito per darne parte alla signora Clairval, ed annunziarle che i nodi proposti fra le nostre famiglie sono sciolti irremissibilmente. L'insensibilit colla quale la Montoni faceva sapere alla nipote che la separavano, forse per sempre, dall'uomo al quale doveva unirsi per tutta la vita, aument vie pi la disperazione dell'infelice a tal notizia. Quando pot parlare, domand il motivo di tal cangiamento a riguardo di Valancourt; e l'unica risposta che ne ottenne fu, che Montoni aveva proibito questo matrimonio, attesoch Emilia poteva aspirare a partiti assai pi vantaggiosi. Io lascio attualmente tutta questa faccenda a mio marito, soggiunse la Montoni; ma devo convenire che il signor Valancourt non mi piaciuto mai, e che non avrei mai dovuto dare il mio consenso. Son debole assai; bene spesso son cos buona, che le pene altrui mi rattristano, e la vostra afflizione la vinse sulla mia opinione. Il signor Montoni per mi ha dimostrato con molta chiarezza la follia ch'io faceva, ma non avr certo a rimproverarmela una seconda volta. Pretendo assolutamente la vostra sommissione a quelli che conoscono meglio di voi i vostri interessi, e ci dovete obbedire in tutto. Emilia sarebbe stata sorpresa dalle asserzioni e dall'eloquenza di questo discorso, se tutte le di lei facolt, annientate dalla scossa ricevuta, le avessero permesso d'intenderne una sola parola. Qualunque fosse la debolezza della signora Montoni, avrebbe potuto risparmiarsi il rimprovero di una eccessiva compassione e d'una prodigiosa sensibilit ai mali altrui, e soprattutto a quelli di Emilia. Quella medesima ambizione che l'aveva indotta a brigare il parentado della Clairval, formava oggi il soggetto della rottura. Il suo matrimonio con Montoni esaltava ai di lei occhi la propria importanza, e conseguentemente cambiava le sue mire per Emilia. Questa interessante fanciulla era troppo afflitta per far valere le sue ragioni, o scendere a preghiere. Quando finalmente volle far uso di quest'ultimo mezzo, le manc la parola, e si ritir nella sua camera per riflettere, se ci le fosse stato possibile, ad un colpo cos inaspettato e tremendo. Pass gran pezza prima che si fosse riavuta abbastanza da porsi a riflettere; ma il pensiero che le si affacci fu tristo e terribile. Cred che Montoni volesse disporre di lei pel proprio vantaggio, e pens che Cavign fosse la persona per la quale si interessasse. La prospettiva del viaggio d'Italia diveniva ancor pi disgustosa, quando considerava la situazione turbolenta di quel paese lacerato dalle guerre civili, in preda a tutte le fazioni, e dove ogni castello si trovava esposto all'invasione del partito avverso. Consider a qual persona era rimesso il suo destino, ed a qual distanza si sarebbe trovata da Valancourt. A tale idea, svan qualunque altra immagine, ed il dolore immerse nella confusione tutti i suoi pensieri. Pass qualche ora in questo stato doloroso; quando fu avvertita per il pranzo, volle scusarsene. La Montoni per, ch'era sola, non volle acconsentirvi, e le convenne obbedire. Parlarono pochissimo durante il pranzo. L'una era oppressa dal suo dolore, e l'altra indispettita dell'assenza inaspettata di Montoni. La sua vanit era offesa da siffatta negligenza, e la gelosia l'allarmava principalmente su di ci ch'ella chiamava un impegno misterioso. Non ostante Emilia si prov a parlar nuovamente di Valancourt, ma la zia, insensibile a piet ed ai rimorsi, divenne quasi furiosa perch si permettessero osservazioni sulla di lei autorit e su quella di Montoni; in conseguenza la povera Emilia si ritir piangendo. Traversando il vestibolo, ud entrare qualcuno dalla porta grande; le parve di vedere Montoni e raddoppi il passo; ma riconobbe tosto la voce diletta di Valancourt. Emilia, mia cara Emilia! sclam egli col tuono dell'impazienza, a misura che si avanzava e che scuopriva le orme della disperazione sul volto di lei. Emilia, bisogna ch'io vi parli; ho da dirvi mille cose; conducetemi in qualche parte ove possiamo parlare con libert. Ma! voi tremate, vi sentite male; lasciate ch'io vi conduca ad una sedia. Vide una porta aperta, e si prov a condurre Emilia col; ma essa, ritirando la mano, gli disse sorridendo languidamente: Sto gi meglio. Se volete parlare con mia zia, nel salotto. --Voglio parlare con _voi sola_, mia cara Emilia, replic Valancourt. Gran Dio! Siete gi arrivata a questo punto? Acconsentite voi cos facilmente a dimenticarmi? questo luogo non ci conviene, possiamo essere intesi. Non voglio da voi che un solo quarto d'ora di attenzione. --S, quando avrete veduto mia zia, disse Emilia. --Io era gi infelice, venendo qui, esclam Valancourt; non aumentate il mio affanno con questa freddezza e con questo crudele rifiuto. L'energia colla quale pronunci tali parole, la commosse fino alle lagrime, ma persist nella negativa d'ascoltarlo fintantoch non avesse veduto la signora Montoni. Dov' suo marito, dov' egli questo Montoni? disse Valancourt con voce alterata; debbo parlar giusto con lui. Emilia, spaventata delle conseguenze dello sdegno che sfavillava ne' di lui occhi, l'assicur con voce tremante che Montoni non era in casa, e lo scongiur di moderare il risentimento. Agli accenti interrotti della di lei voce, gli sguardi di Valancourt passarono tosto dal furore alla tenerezza. Vi sentite male, Emilia, diss'egli, e vogliono perderci amendue. Perdonatemi se ho ardito dubitare della vostra tenerezza. Emilia non s'oppose pi ad accordargli un colloquio nella stanza vicina. La maniera colla quale aveva nominato Montoni, aveale cagionato i pi fondati timori sul pericolo cui poteva correre egli stesso; non pens pi se non a prevenire le terribili conseguenze della sua vendetta. Ascolt egli attento le di lei preghiere, e non vi rispose che con occhiate di disperazione e di tenerezza. Nascose alla meglio il suo risentimento per Montoni, e si sforz di acchetare i di lei terrori; ma Emilia, poco contenta di quell'apparente tranquillit, si turb ancor davvantaggio, e procur di far conoscere a Valancourt l'inconveniente di un alterco con Montoni, lo che avrebbe potuto rendere la loro separazione irrimediabile. Ced egli alle tenere preghiere, e le promise che, per quanto grande potesse essere l'ostinazione di Montoni, non farebbe mai uso della violenza per conservare i suoi diritti. Emilia si sforz di calmarlo coll'assicurazione di un attaccamento inviolabile. Gli fe' osservare che fra un anno circa sarebbe stata maggiorenne, e che per conseguenza allora sarebbe uscita di tutela. Queste assicurazioni per consolavano poco Valancourt: egli considerava che allora essa sarebbe in Italia, ed in balia di coloro il cui potere su di lei non sarebbe cessato tanto facilmente co' loro diritti. Emilia, alquanto calmata dalla promessa ottenuta e dalla tranquillit ch'egli affettava, stava per lasciarlo, quando la zia entr nella stanza. Gett essa un'occhiata di rimprovero sulla nipote, che si ritir subito, e una di malcontento e d'alterigia sull'infelice giovane. Non questa la condotta ch'io mi aspettava da voi, diss'ella, o signore; io non credeva di vedervi pi in casa mia dopo avervi fatto avvertire che le vostre visite non mi tornavano pi gradite. Credeva ancor meno, che voi cercaste di vedere clandestinamente mia nipote, e ch'ella avesse l'imprudenza di acconsentire a ricevervi. Valancourt, vedendo esser necessario di giustificare Emilia, protest che l'unico scopo della sua visita era stato quello di domandare un abboccamento a Montoni, e ne spieg i motivi colla moderazione che il sesso, pi che il carattere di quella donna superba, poteva solo esiger da lui. Le sue preghiere furono ricevute con asprezza. La zia si lagn che la sua prudenza avesse ceduto a quant'essa chiamava la sua compassione, aggiungendo infine che conoscendo benissimo la follia della sua prima condiscendenza, e volendo evitare di ricadervi, rimetteva intieramente ed esclusivamente quest'affare al marito. L'eloquenza sentimentale del giovane le fece alfine comprendere l'indegnit della sua condotta; essa conobbe la vergogna, ma non il rimorso. S'indispett che Valancourt l'avesse ridotta a quella penosa situazione, ed il suo odio crebbe colla coscienza dei propri torti. L'antipatia ch'egli le ispirava era tanto pi forte, in quanto che, senza accusarla, la costringeva a convincersi da s stessa. Non le lasciava una scusa per la violenza del risentimento col quale lo considerava. Alla perfine, la sua collera divenne cos violenta, che Valancourt si decise di uscire al momento, affine di non perdere la propria stima in una risposta poco misurata, e si convinse appieno che non doveva sperare n piet, n giustizia da una persona che sentiva il peso delle male opere, e non l'umilt del pentimento. Si era formata l'istessa idea di Montoni, essendo chiaro che il piano della separazione veniva direttamente da lui. Non era probabile ch'egli abbandonasse il suo disegno per preghiere o ragioni che doveva aver prevedute, e contro le quali era preparato. Intanto, fedele alle promesse fatte ad Emilia, pi occupato del suo amore, che geloso della propria dignit, Valancourt si guard bene dall'irritar Montoni senza necessit. Gli scrisse, non per domandargli un abboccamento, ma per sollecitare il suo favore, e ne attese la risposta con qualche tranquillit. CAPITOLO XIII La signora Clairval si teneva in disparte da tutto quell'intrigo: quando aveva acconsentito al matrimonio di Valancourt, era nella credenza che Emilia avrebbe ereditato dalla zia. Allorch il matrimonio di quest'ultima l'ebbe disingannata su tal proposito, la coscienza le imped di rompere un'unione quasi formata; ma la sua benevolenza non andava al punto da spingerla a fare un passo che avesse a deciderla intieramente. Si felicitava che Valancourt fosse sciolto da un impegno ch'essa credeva tanto al disotto di lui per le sostanze, quanto Montoni giudicava umiliante tal parentado per la bellezza di Emilia. La Clairval poteva stimarsi offesa, che un individuo della sua famiglia fosse stato cos congedato; ma non si degn di esprimerne il suo risentimento in altro modo che col silenzio. Montoni, nella sua risposta, assicur Valancourt che un abboccamento, non potendo n cambiare la risoluzione dell'uno, n vincere i desiderii dell'altro, non finirebbe che in un diverbio affatto inutile, e che per ci credeva bene di non accordarglielo. La moderazione tanto raccomandatagli da Emilia, e le promesse fattele, poterono sole trattenere l'impetuosit di Valancourt, che voleva correre da Montoni a domandar con fermezza quanto veniva ricusato alle sue preghiere. Si limit dunque a rinnovare le sue istanze, e le appoggi con tutte le ragioni che poteva somministrare la sua posizione. Passarono alcuni giorni in domande da una parte, e nell'inflessibilit dall'altra. Fosse per timore, o per vergogna, o per l'odio che risultava da questi due sentimenti, Montoni evitava accuratamente colui che aveva tanto offeso; non era n intenerito dal dolore espresso nelle lettere di Valancourt, n colpito dal pentimento per le solide ragioni in esse contenute. In fine, le lettere dell'infelice giovine furono respinte senza essere aperte. Nella sua prima disperazione, obli tutte le promesse eccettuata quella di evitare la violenza, e corse al castello, risoluto di veder Montoni, e porre tutto in opra per riuscirvi. L'Italiano fece dire che non era in casa, ed allorch Valancourt chiese di parlare alla signora o ad Emilia, gli fu negato positivamente l'ingresso. Non volendo impegnarsi in alterchi coi servitori, part e torn a casa in uno stato di frenesia: scrisse l'accaduto a Emilia, esprimendole senza riserva le angosce dell'anima; e la scongiur, giacch restava solo questo ripiego, di accordargli un abboccamento segreto. Appena quella lettera fu spedita, la sua alterazione si calm: conobbe il fallo commesso, aumentando le pene di Emilia colla descrizione troppo sincera de' suoi guai. Avrebbe dato la met del mondo per ricuperare quella lettera imprudente. Emilia per fu preservata dal dolore che avrebbe provato ricevendola. La signora Montoni aveva ordinato che le fossero portate tutte le lettere dirette alla nipote: la lesse, e montata sulle furie per la maniera con la quale Valancourt vi trattava Montoni, la bruci. Montoni, intanto, sempre pi impaziente di lasciar la Francia, sollecitava i preparativi della partenza, e terminava in fretta ci che gli restava da fare. Osserv il pi profondo silenzio sulle lettere nelle quali Valancourt, disperando d'ottener di pi, e moderando la passione che avealo fatto trascendere, sollecitava il permesso soltanto di dire addio ad Emilia. Ma quando il giovane intese che sarebbe partita fra pochi giorni, e ch'era stato deciso che non la rivedrebbe pi, perd ogni prudenza, e in una seconda lettera le propose un matrimonio segreto. Questa lettera and come l'altra nelle mani della signora Montoni, e venne la vigilia della partenza senza che Valancourt avesse ricevuto una sola riga di consolazione, o la menoma speranza di un ultimo abboccamento. Intanto Emilia era inabissata nello stupore prodotto da tante disgrazie inaspettate ed irrimediabili. Essa amava Valancourt col pi tenero affetto; erasi abituata da lunga pezza a considerarlo come l'amico ed il compagno di tutta la vita; non avea un pensiero di felicit al quale non fosse unita la sua idea. Qual doveva esser dunque il suo dolore al momento di una separazione cos inaspettata, e forse eterna, e ad una distanza tale, dove le nuove della loro esistenza potrebbero appena giugnere, e tutto questo per obbedire ai voleri di uno straniero, a quelli d'una persona che provocava non ha guari ancora il loro matrimonio? Invano procurava essa di vincere il suo dolore, e rassegnarsi ad una sciagura inevitabile. Il silenzio di Valancourt l'affliggeva ancor pi, perch non sapeva attribuirlo al suo vero motivo; ma quando, alla vigilia di lasciar Tolosa, seppe che non erale permesso di salutarlo, il dolore l'oppresse maggiormente, e non pot trattenersi dal domandare alla zia se le fosse stata positivamente negata questa consolazione, ci che le fu barbaramente confermato. Se il cavaliere avesse voluto ottener da noi questo favore, diss'ella, avrebbe dovuto contenersi diversamente. Egli doveva aspettare con pazienza che noi fossimo disposti ad accordarglielo; non mi avrebbe rimproverata perch persisteva a negargli mia nipote, e non avrebbe molestato il signor Montoni, il quale non credeva conveniente di entrare in discussione su questa ragazzata. La di lui condotta in quest'affare stata affatto presuntuosa e importuna; desidero di non sentir mai pi parlar di lui, e che ci liberiate da cotesta ridicola tristezza, da cotesti sospiri, da cotesta aria cupa, la quale farebbe credere che voi siate sempre disposta a piagnucolare; fate come tutti gli altri; il vostro silenzio non basta a nascondere la vostra inquietudine alla mia penetrazione; vedo bene che siete disposta a piangere in questo momento, s in questo momento istesso, a dispetto della mia proibizione. Emilia, che si era voltata dall'altra parte per nascondere le sue lacrime, si ritir a precipizio per versarne in copia. Fu s grande la di lei agitazione nel riflettere al suo stato e all'idea di non veder pi Valancourt, che sentissi venir meno. Appena si fu riavuta un poco, si affacci alla finestra, e l'aria fresca della notte la rianim alquanto. Il chiaro di luna, cadendo sopra un lungo viale di olmi, sotto di lei, invitolla a tentare se il moto e l'aria aperta non calmerebbero l'irritazione di tutti i suoi nervi. Tutti dominavano nel castello: Emilia scese lo scalone, e traversando il vestibolo, penetr cautamente nel giardino per un andito solitario. Camminava pi o meno celeremente, secondo che le ombre la ingannavano, credendo vedere qualcuno da lontano, e temendo non fosse qualche spione di sua zia. Frattanto, il desiderio di rivedere il padiglione, nel quale aveva passati tanti momenti felici con Valancourt, dove aveva ammirato seco lui le belle pianure della Linguadoca, e la Guascogna sua cara patria, questo desiderio la vinse sul timore di essere osservata, e and verso il terrazzo, che si prolungava sino all'ingresso del giardino, dominando gran parte della sottoposta prateria, alla quale si scendeva per una marmorea scalea. Quando fu alla scala, sost un momento guardando intorno. La distanza del castello aumentava la specie di spavento che le cagionavano il silenzio, l'ora e l'oscurit; ma non iscorgendo nulla che potesse giustificare i suoi timori, sal sul terrazzo, onde il chiaro di luna scopriva l'ampiezza, e mostrava il padiglione in fondo. Si avanz verso questo, e vi entr; l'oscurit del luogo non era adatta a diminuire la sua timidezza. Le gelosie erano aperte, ma le piante dei fiori ingombravano l'esterno delle finestre, lasciando appena vedere a traverso i rami il paese fiocamente illuminato dalla luna. Avvicinandosi ad una finestra, essa non gustava di quello spettacolo se non in quanto potea servirla a richiamarle alla fantasia pi vivamente l'immagine di Valancourt. Ah! sclam con un gran sospiro, gettandosi sopra una sedia; quante volte ci siamo seduti in questo luogo! Quante volte abbiamo noi contemplato questa bella vista! Non l'ammireremo pi insieme? mai, forse non ci rivedremo mai pi! D'improvviso, lo spavento ne sospese le lagrime: avendo udito una voce vicina a lei nel padiglione, gett un grido, ma lo strepito ripetendosi, distinse la voce amata di Valancourt. Era egli stesso, era il giovane che la teneva in braccio. In quell'istante la commozione le tolse l'uso della parola. Emilia, disse alfine Valancourt, tenendole una mano stretta tra le sue, mia cara Emilia! Tacque nuovamente, e l'accento col quale aveva pronunziato questo nome, esprimeva la sua tenerezza insieme ed il suo dolore. O Emilia mia! soggiuns'egli dopo una lunga pausa; vi riveggo ancora, ed ascolto ancora il suono della vostra voce! Ho errato intorno a questi luoghi e a questo giardino per tante notti, n aveva che una debolissima speranza di rivedervi! Era questa la sola risorsa che mi restava; grazie al cielo non mi mancata. Emilia pronunzi qualche parola senza saper quasi ci che dicea, espresse il suo inviolabile affetto, e si sforz di calmare l'agitazione di Valancourt. Quando egli si fu un poco rimesso, le disse: Io son venuto qui subito dopo il tramonto del sole, n ho cessato poi dal percorrere i giardini ed il padiglione. Aveva abbandonato qualunque speranza di vedervi; ma non sapeva risolvermi a staccarmi da un luogo ove vi sapeva cos vicino a me, e sarei probabilmente rimasto tutta notte in questi contorni. Ma quando apriste il padiglione, l'oscurit m'impediva di distinguere con certezza se fosse la mia cara Emilia: il cuore mi batteva cos forte per la speranza ed il timore ch'io non poteva parlare. Appena intesi gli accenti lamentosi della vostra voce, ogni dubbio svan, ma non i miei timori, fintantoch non pronunziaste il mio nome. Nell'eccesso della gioia, non ho pensato allo spavento che vi avrei cagionato; ma non poteva pi tacere. Oh! Emilia, in momenti cos preziosi, la consolazione e il dolore lottano con tanta forza, che il cuore pu a stento sopportarne la tenzone. Il cuore d'Emilia sentiva questa verit; ma la gioia di riveder l'amante nel momento in cui si accorava di esserne separata per sempre, si confuse presto col dolore, quando la riflessione guid la sua immaginazione sull'avvenire. Faceva essa ogni sforzo per ricuperare la calma e dignit tanto necessarie per sostenere quest'ultimo colloquio. Valancourt non poteva moderarsi; i trasporti della gioia si cangiarono improvvisamente in quelli della disperazione; ed espresse col linguaggio il pi appassionato l'orrore della separazione, e la poca probabilit d'una possibile riunione. Emilia procurava contenere la propria tristezza, e addolcire quella dell'amante. Voi mi lasciate, le dicea egli, voi andate in terra straniera! E a qual distanza! Voi andate a trovare nuove societ, nuovi amici, nuovi ammiratori; si sforzeranno di farvi scordare di me, e vi saranno preparati nuovi nodi. Come poss'io saper tutto questo, e non sentire che non tornerete pi per me, che non sarete mai pi mia? La voce gli manc soffocata dai singulti. Credete voi dunque, diss'Emilia, che la mia afflizione nasca da un affetto leggiero e momentaneo? Potete voi crederlo? --Soffrire! interruppe Valancourt; soffrir per me! Emilia mia, quanto son dolci, e quanto amare al tempo stesso queste parole! Io non devo dubitare della vostra costanza; eppure, tal l'inconseguenza del vero amore; esso sempre pronto a sospettare; e quand'anche la ragione lo riprova, egli vorrebbe sempre una nuova assicurazione. Adesso vi veggo, vi stringo tra le mie braccia: ancora pochi momenti, e non sar pi che un sogno: guarder, e non vi vedr pi... Io rinasco da morte a vita, quando mi dite che vi son caro; ma appena non vi ascolto pi, ricado nella dubbiezza, e mi abbandono alla diffidenza. Poi, sembrando raccogliersi, esclam: Quanto son colpevole di tormentarvi cos in questi momenti nei quali dovrei consolarvi, e sostenere il vostro coraggio! Questa riflessione lo intener singolarmente. La sua voce e le sue parole erano cos appassionate, che Emilia, non potendo pi contenere il proprio, cess di reprimere il dolore di Valancourt, il quale in cotesti istanti terribili di amore e di piet perd quasi il potere e la volont di signoreggiare la sua agitazione. No, esclam, io non posso, non deggio lasciarvi. Perch affideremo noi la felicit della nostra vita alle volont di coloro che non hanno il diritto di distruggerla, e non possono contribuirvi se non concedendovi a me? O Emilia! osate fidarvi al vostro cuore! Osate esser mia per sempre! La voce gli tremava, e non disse di pi. Emilia piangeva e taceva. Valancourt le propose di sposarsi segretamente. Alla punta del giorno lascerete la casa della signora Montoni, e mi seguirete alla chiesa di Sant'Agostino, ove ci attende un sacerdote per unirci. Il silenzio col quale la fanciulla ascolt una proposta dettata dall'amore e dalla disperazione, in un momento in cui era appena capace di respingerla, quando il suo cuore era intenerito dal dolore d'una separazione, che poteva essere eterna, quando la sua ragione era in preda alle illusioni dell'amore e del terrore; questo silenzio incoragg le speranze di Valancourt. Parlate, mia cara Emilia, le diss'egli con ardore; lasciatemi ascoltare il suono della vostra voce soave; fate che intenda da voi la conferma del mio destino. Essa rimase muta, un freddo brivido l'assalse, e svenne. L'immaginazione turbata di Valancourt se la figur moribonda. La chiam per nome, e si alzava per andar a chieder soccorso al castello; ma pensando alla di lei situazione, fremette all'idea di uscire e lasciarla in quello stato. Dopo qualche momento ella sospir e rinvenne. Il contrasto da lei sofferto fra l'amore e il dovere, la sommissione alla sorella di suo padre, la ripugnanza ad un matrimonio clandestino, il timore d'un nodo indissolubile, la miseria ed il pentimento in cui essa poteva immergere l'oggetto de' suoi affetti, erano motivi troppo forti per uno spirito affralito dalle sciagure, e la sua ragione era rimasta alquanto sospesa. Ma il dovere e la saviezza, per quanto potessero esser penosi trionfarono finalmente della tenerezza e de' suoi tristi presentimenti. Essa temeva specialmente di gettar Valancourt nell'oscurit, ed in quei vani rimorsi che sarebbero, o le parevan dover essere la conseguenza necessaria di un matrimonio nella loro posizione. Ella si condusse senza dubbio con una grandezza d'animo poco comune, quando risolse di provare un male presente, piuttosto che provocare una disgrazia futura. Si spieg con un candore che giustificava pienamente a qual punto essa lo stimasse ed amasse, e perci gli divenne, se fosse stato possibile, ancor pi cara. Gli espose tutti i motivi che la decidevano a rigettare la sua offerta. Egli confut, o piuttosto contraddisse tutti quelli che riguardavano lui solo; ma gli altri lo richiamarono a tenere considerazioni su di lei, che il furore della passione e della disperazione gli avevano fatto obliare. Quel medesimo amore che facevagli proporre un matrimonio segreto ed immediato, l'obbligava allora a rinunziarvi. La vittoria costava troppo al suo cuore; si sforzava di calmarsi per non affliggerla maggiormente, ma non poteva dissimulare tutto quel che sentiva. O Emilia, diss'egli, bisogna ch'io vi lasci, e son certo che vi lascio per sempre. Singulti convulsi l'interruppero, e amendue piansero a calde lacrime. Rammentandosi finalmente il pericolo di essere scoperti, e l'inconveniente di prolungare un colloquio che l'esporrebbe all'altrui censura, Emilia si fece coraggio, e pronunzi l'ultimo addio. Restate disse Valancourt, restate ancora un momento, ve ne scongiuro; ho da dirvi mille cose. L'agitazione del mio spirito non mi ha permesso di parlarvi d'un sospetto importantissimo; ho temuto mostrarmi poco discreto, e sembrare aver unicamente in mira di allarmarvi, per farvi accettare la mia proposta. Emilia, turbata, non lo lasci, ma lo fece uscire dal padiglione, e passeggiando sul terrazzo, Valancourt continu: Quel Montoni! Io ho udito voci molto strane sul conto suo. Siete voi ben sicura ch'egli sia realmente della famiglia della signora Quesnel, e che la di lui fortuna sia tale quale sembra essere? --Non ho ragione di dubitarne, rispose Emilia con sorpresa; son certa del primo punto, ma non ho alcun mezzo di giudicar del secondo; e vi prego dirmi tutto quel che ne sapete. --Lo far per certo, ma questa informazione imperfettissima e poco soddisfacente. Il caso mi ha fatto incontrare un Italiano che discorreva con qualcuno di questo Montoni, parlavano essi del suo matrimonio, e l'Italiano diceva che s'era quello che s'immaginava, la signora Cheron non sarebbe troppo felice. Continu esso a parlarne con pochissima considerazione, ma in termini generali e disse certe cose sul di lui carattere, che eccitarono la mia curiosit. Gli feci qualche domanda, ma egli fu riservato nelle risposte; e dopo avere esitato qualche tempo, confess che Montoni, secondo la voce pubblica, era un uomo perduto negli averi e nella riputazione. Aggiunse qualcosa d'un castello che possiede in mezzo agli Appennini, e qualche altra circostanza relativa al suo primo genere di vita: lo strinsi maggiormente, ma il vivo interesse delle mie domande fu, per quanto io credo, troppo visibile, e lo insospett. Nessuna preghiera fu capace a determinarlo di spiegarmi le circostanze cui aveva fatto allusione, o a dirne di pi: gli osservai che se Montoni possedeva un castello negli Appennini, ci sembrava indicare una nascita distinta, e contraddire la supposizione della sua rovina. L'incognito scosse la testa e fece un gesto significantissimo, ma non rispose. La speranza di saper qualcosa di pi positivo mi trattenne a lungo vicino a lui; rinnovai pi volte le mie domande, ma l'Italiano stette in una perfetta riservatezza, dicendomi che tutto quanto aveva esposto non era se non il risultato d'una diceria vaga; che l'odio e la malignit inventavano spesso simili istorie, e bisognava crederci poco. Mi vidi dunque costretto di rinunziare a saperne davvantaggio, poich l'Italiano pareva allarmato delle conseguenze della sua indiscrezione. Restai perci nell'incertezza su d'un oggetto in cui essa quasi insopportabile. Pensate, cara Emilia, a quanto debbo soffrire; vi vedo partire per terre straniere con un uomo di carattere tanto sospetto, come quello di cotesto Montoni, ma non voglio allarmarvi senza necessit; probabile, come lo ha detto l'Italiano, che questo Montoni non sia quello di cui egli parlava; nonpertanto, riflettete, mia cara, prima di affidarvi a lui. Ma ormai mi scordava tutte le ragioni che poco fa mi hanno fatto abbandonare le mie speranze, e rinunziare al desiderio di possedervi subito. Valancourt passeggiava a gran passi sul terrazzo, mentre Emilia, appoggiata al parapetto, stava immersa in profonda meditazione. La notizia allor ricevuta l'allarmava moltissimo, e rinnovava il suo interno contrasto. Essa non aveva mai amato Montoni. Il fuoco de' suoi occhi, la fierezza dei suoi sguardi, il di lui orgoglio, la sua audacia, la profondit del suo risentimento, che alcune occasioni, bench leggere, avevano messo in caso di sviluppare, erano altrettante circostanze ch'essa avea sempre osservato con certo quale stupore; e l'espressione ordinaria de' suoi lineamenti avevale sempre inspirata antipatia. Credeva essa ogni momento pi che fosse quello il Montoni del quale aveva parlato l'Italiano. L'idea di trovarsi sotto il suo dominio assoluto in paese straniero, le sembrava spaventosa; ma il timore non era il solo motivo che dovesse indurla ad un matrimonio precipitato. L'amore pi tenero le aveva gi parlato a favore dell'amante, e nella sua opinione non aveva potuto vincerla sul proprio dovere, sull'interesse ben anco di Valancourt, e sulla delicatezza che la faceva opporre ad un matrimonio clandestino. Non conveniva dunque aspettare che il terrore operasse pi di quello che non avesser potuto il dolore e l'amore; ma questo terrore restitu ai motivi gi combattuti tutta la loro energia, e rese necessaria una seconda vittoria. Valancourt, i cui timori per Emilia divenivano sempre pi forti, a misura che ne pesava le ragioni, non poteva adattarsi a questa seconda vittoria. Era pi che persuaso che il viaggio d'Italia avrebbe immerso la sua Emilia in un laberinto di mali. Egli era dunque risoluto di opporvisi pertinacemente, e di ottenere da lei un titolo, per divenire il suo legittimo protettore. Emilia, diss'egli col pi vivo ardore, questo non il momento degli scrupoli; non il momento di calcolare gl'incidenti frivoli e secondari relativamente alla nostra felicit avvenire. Vedo adesso, pi che mai, quali sono i pericoli ai quali andate incontro con un uomo del carattere di Montoni. Il discorso dell'Italiano fa temere molto, ma meno assai della fisonomia, e dell'idea ch'essa mi ha formata di lui; vi scongiuro per il vostro interesse, e pel mio, di prevenire le disgrazie che mi fanno fremere a prevederle soltanto.... Cara Emilia! soffrite che la mia tenerezza e le mie braccia ve ne allontanino; datemi il diritto di difendervi. Io son lacerato dal dolore all'idea della nostra separazione, e dei mali che possono esserne la conseguenza. Non vi son pericoli ch'io non sia capace di affrontare per salvarvi. No, Emilia, no, voi non mi amate. --Abbiamo pochi momenti da perdere in recriminazioni e giuramenti, disse questa sforzandosi di nascondere l'emozione; se voi dubitate quanto mi siete caro, e quanto lo sarete eternamente, allora non vi espressione da parte mia che sia capace di convincerne. Queste ultime parole spirarono sulle sue labbra, e proruppe in largo pianto. Dopo alcuni istanti, si riebbe da quello stato di tristezza, e gli disse: Bisogna ch'io vi lasci: tardi, e nel castello potrebbero accorgersi della mia assenza. Pensate a me, amatemi, quando sar lungi di qui. La mia fiducia a tal proposito former tutta la mia consolazione. --Pensare a voi, amarvi! sclam Valancourt. --Tentate di moderare siffatti trasporti per amor mio, tentatelo! --Per amor vostro! --S, per amor mio, disse la fanciulla con voce tremante; non posso lasciarvi in questo stato. --Ebbene, non mi lasciate, rispose Valancourt; perch lasciarci, o almeno lasciarci prima dell'albeggiare del d? -- impossibile, soggiunse Emilia; voi mi straziate il cuore; ma non acconsentir mai a questa proposta imprudente e precipitata. --Se potessimo disporre del tempo, Emilia cara, essa non sarebbe tanto precipitata. Bisogna sottoporci alle circostanze. --S, certo, bisogna sottomettervici. Io vi ho gi aperto il cuore: or mi sento spossata. --Perdonate, Emilia; pensate al disordine del mio spirito in questo momento in cui sto per lasciare tutto ci che ho di pi caro al mondo. Quando sarete partita, mi ricorder con rimorso di tutto quanto vi feci soffrire; allora desiderer invano di vedervi, non foss'altro per un istante solo, per lenire il vostro dolore. Le lagrime lo interruppero; Emilia pianse con lui. Mi mostrer pi degno del vostro amore, disse Valancourt alfine; non prolungher questi crudeli istanti, Emilia mia, unico mio bene, non dimenticatemi mai: Dio sa quando ci rivedremo. V'affido alla Provvidenza. O Dio, Dio mio, proteggetela, beneditela! Si strinse la di lei mano al cuore: Emilia gli cadde quasi esanime sul seno. Non piangevan pi, non si parlavano. Valancourt, allora repressa la sua disperazione, tent di consolarla e rincorarla. Ma essa parea incapace di comprenderlo, ed un sospiro che esalava per intervalli provava solo che non era svenuta. Ei la sorreggeva camminando a lenti passi verso il castello, piangendo e parlandole sempre. Ella rispondea sol co' sospiri. Giunti alfine a capo del viale, parve rianimarsi, e guardandosi intorno: Qui bisogna separarsi, diss'ella sostando. Perch prolungar questi momenti? Rendetemi quel coraggio del quale ho tanto bisogno. Addio, soggiunse con voce languida; quando sarete partito, mi ricorder di mille cose ch'io doveva dirvi. --Ed io! di tante e tante altre, rispose Valancourt; non vi ho mai lasciata senza ricordarmi subito dopo d'una domanda, d'una preghiera, e d'una circostanza relativa al nostro amore, ch'io ardeva dal desiderio di comunicarvi, ma che mi sfuggiva dalla fantasia appena vi vedeva. O Emilia! quelle fattezze ch'io contemplo in questo momento, fra poco saranno lontane da' miei sguardi, e tutti gli sforzi dell'immaginazione non potranno delinearmeli con sufficiente esattezza... Ci detto se la strinse di nuovo al seno, ove la tenne in silenzio bagnandola delle sue lagrime, che vennero pure a sollevare l'ambascia della fanciulla. Si dissero addio, e si separarono. Valancourt sembrava fare ogni sforzo per allontanarsi. Travers a precipizio il viale; ed Emilia, che camminava lentamente verso il castello, ascolt i suoi passi veloci. La calma malinconica della notte cess alfine di essere interrotta. Ella si affrett di tornare alla sua camera per cercarvi il riposo, ma, oim! esso era fuggito lungi da lei, e la sua sciagura non le permetteva pi di gustarne. CAPITOLO XIV Le carrozze furono di buon'ora alla porta: il fracasso dei servitori che andavano e venivano per le gallerie, svegliarono Emilia da un sonno affannoso. Il suo spirito agitato le aveva rappresentato tutta notte le immagini pi spaventose ed il pi tristo avvenire. Fece ogni sforzo per bandire queste sinistre impressioni, ma passava da un male immaginario alla certezza d'un male reale. Rammentandosi che aveva lasciato Valancourt, e forse per sempre, il cuore le mancava a misura che la sua immaginazione se lo rappresentava lontano; questi sforzi spargevano sulla di lei fisonomia un'espressione di rassegnazione, come un legger velo rende la bellezza pi interessante nascondendone soltanto qualche debole tratto. Ma la signora Montoni not il di lei pallore straordinario, e la rimprover severamente; disse alla nipote che male a proposito si era abbandonata ad inquietudini fanciullesche, che la pregava di osservare un po' pi il decoro, e non lasciar trasparire che fosse incapace di rinunziare ad un affetto poco conveniente. Fu servita la colazione: Montoni parl pochissimo, e parve impaziente di partire. Le finestre della sala guardavano sul giardino, e nel passarvi vicino, Emilia non pot fare a meno di dare un'occhiata a quel luogo, ove, nella notte precedente, erasi separata da Valancourt. Gli equipaggi erano gi in ordine, ed i viaggiatori salirono in carrozza e si misero in cammino. Emilia sarebbe partita dal castello senza rammarico, se Valancourt non avesse abitato ne' dintorni. Da una piccola eminenza, ella osserv le immense pianure della Guascogna, e le vette irregolari dei Pirenei che sorgevano da lontano sull'orizzonte, illuminate gi dal sole nascente. Care montagne, diss'ella fra s, quanto tempo passer prima ch'io vi rivegga! quante disgrazie in quest'intervallo, potranno aggravare la mia miseria! Oh! s'io potessi esser sicura di non ritornar mai pi, ma che Valancourt vivesse un giorno per me, partirei in pace! Egli vi vedr, vi contempler, mentr'io sar lontana di qui. Gli alberi della strada, che formavano una linea di prospettiva alle immense distanze, stavano per nasconderne la vista; ma gli azzurri monti distinguevansi ancora traverso il fogliame, ed Emilia non si tolse dalla portiera fin quando non li ebbe totalmente perduti di vista. Un altro oggetto risvegli in breve la sua attenzione. Aveva essa osservato appena un uomo che camminava lungo la strada col cappello calato sugli occhi, ma ornato d'un pennacchino militare. Al rumore delle ruote egli si volt, ed essa riconobbe Valancourt. Le fece un segno, si avvicin alla carrozza, e dalla portiera le pose in mano una lettera. Si sforz di sorridere in mezzo alla disperazione che vedevasegli dipinta sul volto; questo sorriso rest impresso per sempre nell'anima di Emilia: si affacci allo sportello, e lo vide su d'una collinetta, appoggiato ad uno degli alberi che l'ombreggiavano; seguiva cogli occhi la carrozza, e stese le braccia; ella continu a guardarlo fintantoch la lontananza non n'ebbe cancellati i lineamenti, e che la strada, svoltando, nol fece sparire affatto. Si fermarono ad un castello poco lontano per prendervi Cavign, e i viaggiatori percorsero le pianure della Linguadoca. Emilia fu relegata, senza riguardo, colla cameriera di sua zia nella seconda carrozza. La presenza di costei le imped di legger la lettera di Valancourt, non volendo esporsi alle di lei probabili osservazioni sulla commozione che avrebbele cagionato la lettura della medesima. Nulladimeno, n'era tale la curiosit, che la sua mano tremante fu mille volte sul punto di romperne il sigillo. All'ora del pranzo, Emilia pot aprirla: essa non aveva mai dubitato de' sentimenti di Valancourt; ma la nuova assicurazione che ne riceveva, restitu un po' di calma al suo cuore. Bagn la lettera con lacrime di tenerezza, e la mise da parte per leggerla quando sarebbe stata soverchiamente afflitta, e per occuparsi di lui meno dolorosamente di quello avesse fatto la loro separazione. Dopo molti dettagli che l'interessavano assai, perch esprimevano il suo amore, ei la supplicava di pensar sempre a lui al tramonto del sole. I nostri pensieri allora si riuniranno, diceva egli; io attender il tramonto colla maggiore impazienza, e godr dell'idea che i vostri occhi si fisseranno in quel momento sopra i medesimi oggetti che i miei, e che i nostri cuori si comprenderanno. Voi non sapete, Emilia, la consolazione che me ne riprometto, ma mi lusingo che la proverete anche voi. inutile dire con qual commozione Emilia aspett tutto il giorno il tramonto del sole: lo vide finalmente declinare su d'immense pianure, lo vide scendere, ed abbassarsi dalla parte ove abitava Valancourt. Da quel momento il di lei spirito fu pi tranquillo e rassegnato di quello nol fosse stato dopo il matrimonio di Montoni e di sua zia. Per molti giorni i viaggiatori traversarono la Linguadoca, e quindi entrarono nel Delfinato. Dopo qualche tragitto pe' monti di quella provincia pittoresca, scesero dalle carrozze, e cominciarono a salir le Alpi. Qui si offrirono ai loro occhi scene cos sublimi, che la penna non potrebbe imprendere a descriverle in verun modo. Queste nuove e sorprendenti immagini occuparono talmente Emilia, che talfiata le fecero allontanare l'idea costante di Valancourt. Pi spesso esse le rinnovavano la rimembranza de' Pirenei, che avevano ammirati insieme, e di cui allora credeva che nulla superasse la bellezza. Quante volte desider di comunicargli le nuove sensazioni che l'animavano a questo spettacolo: quante volte si compiaceva essa d'indovinare le osservazioni ch'egli avrebbe fatte, e se lo figurava sempre vicino: queste idee nobili e grandiose davano alla di lei anima, ai di lei affetti una nuova vita. Con quali vive e tenere emozioni si univa essa ai pensieri di Valancourt all'ora del tramonto! Vagando in mezzo alle Alpi, contemplava quell'astro maraviglioso che si perdeva dietro le lor vette, le cui ultime tinte morivano sulle punte coperte di neve, e questo teatro s'avvolgeva in una maestosa oscurit. Passato quel momento, Emilia distolse gli occhi dall'occidente col dispiacere che si prova alla partenza d'un amico. L'impressione singolare che spande il velo della notte, a misura che si svolge, veniva vie pi accresciuta da quei sordi rumori che non si ascoltano mai se non al progressivo calar delle tenebre, e che rendono la calma generale assai pi imponente: il lieve stormir delle foglie, l'ultimo soffio della brezza che s'alza al tramonto, il mormorio dei vicini torrenti..... Nei primi giorni di questo viaggio attraverso le Alpi, la scena rappresentava un avvicendarsi sorprendente di deserti e d'abitazioni, di colti e di terreni sterili. Sull'orlo di spaventosi precipizi, nelle cavit delle rupi, al disotto delle quali si vedeva una folta nebbia, si scoprivano villaggi, campanili e monasteri. Verdi pascoli, ubertosi vigneti, formavano un contrasto interessante co' sovrapposti massi perpendicolari, le cui punte di marmo o granito coronavansi di eriche, e non mostravano che rocce massicce ammucchiate le une sull'altre, terminate da monti di neve, d'onde cascavano i torrenti rumoreggianti in fondo alla valle. La neve non era ancora sciolta sulle alture del Cenisio, che i viaggiatori traversarono con qualche difficolt; ma Emilia, osservando il lago di ghiaccio, e la vasta pianura circondata da quelle rupi scoscese si raffigur facilmente la bellezza di cui si sarebbero ornate allo sparir della neve. Scendendo dalla parte dell'Italia, i precipizi divennero pi spaventosi, le vedute pi alpestri e maestose. Emilia non si stancava di guardare le nevose cime de' monti alle differenti ore del giorno: rosseggiavano al levar del sole s'infiammavano al mezzogiorno, e la sera rivestivansi di porpora; le tracce dell'uomo non si riconoscevano che alla zampogna del pastore, al corno del cacciatore, o all'aspetto d'un ardito ponte gettato sul torrente per servir di passaggio al cacciatore lanciato sull'orme del camoscio fuggitivo. Viaggiando al di sopra delle nuvole, Emilia osservava con rispettoso silenzio la loro immensa superficie, che bene spesso cuopriva tutta la scena sottoposta, e somigliava ad un mondo nel caos; altre volte, nel diradarsi, lasciavano travedere qualche villaggio o una parte di quell'impetuoso torrente, il cui fracasso faceva rimbombar le caverne; si vedevano le rupi, le loro punte di ghiaccio, e le cupe foreste d'abeti che arrivavano alla met delle montagne. Ma chi potrebbe descrivere l'estasi di Emilia quando scuopr per la prima volta l'Italia! Dal ciglione uno dei precipizi spaventosi del Cenisio, che stanno all'ingresso di cotesto bel paese, gett gli sguardi alle falde di quelle orride montagne, e vide le ubertose valli del Piemonte e l'immense pianure della Lombardia. La grandezza degli oggetti che le s'affacciarono improvvisamente, la regione de' monti, che sembravano accumularsi, i profondi precipizi sottoposti, quella cupa verzura d'abeti e di querce che ricuopriva le profonde voragini, i torrenti fragorosi, le cui rapide cascate sollevavano una specie di nebbia, e formavano mari di ghiaccio, tutto prendeva un carattere sublime e contrapposto alla quiete e alla bellezza dell'Italia; questa bella pianura che aveva per limiti l'orizzonte ne accresceva vie pi lo splendore con le tinte cilestri che si confondevano coll'orizzonte medesimo. La signora Montoni era spaventatissima osservando i precipizi, sull'orlo dei quali i portantini correvano con leggerezza pari alla celerit, e saltavan come camosci. Emilia tremava egualmente, ma i di lei timori erano un misto di sorpresa, d'ammirazione, di stupore e di rispetto, onde non avea mai provato nulla di simile. I portantini si fermarono per prender fiato, ed i viaggiatori sedettero sulla cima d'una rupe. Montoni e Cavign disputarono sul passaggio di Annibale attraverso le Alpi: quegli pretendeva che fosse entrato dal Cenisio, e questi sosteneva ch'era sceso dal San Bernardo. Questa controversia present all'immaginazione di Emilia tutto ci che aveva dovuto soffrire quel famoso guerriero in un'impresa cos ardita e perigliosa. La signora Montoni intanto guardava l'Italia; contemplava essa coll'immaginazione la magnificenza dei palagi e la maestosit dei castelli dei quali andava ad esser padrona a Venezia e negli Appennini, e di cui si credea esser divenuta la principessa. Lungi dalle inquietudini che avevanle impedito a Tolosa di ricevere tutte le _bellezze_, delle quali il marito parlava con maggior compiacenza per la sua vanit, che riguardi pel loro onore e rispetto per la verit, la signora Montoni progettava accademie, sebbene non amasse la musica; conversazioni, sebbene non avesse verun talento per figurare nella societ; in somma, essa voleva superare collo splendore delle sue feste e la ricchezza delle livree tutta la nobilt di Venezia. Questa idea lusinghiera fu nonostante un poco turbata nel riflettere che il di lei sposo, quantunque si abbandonasse ad ogni sorta di divertimenti, quando se gli presentavano, affettava per il maggior disprezzo per la frivola ostentazione che suole accompagnarli. Ma pensando che il di lui orgoglio sarebbe forse pi soddisfatto di spiegare il suo fasto in mezzo ai concittadini ed amici, di quello nol fosse stato in Francia, continu a pascersi di queste illusioni, che non cessavano d'estasiarla. A misura che i viaggiatori calavano, vedevano l'inverno cedere il posto alla primavera, ed il cielo cominciava a prendere quella bella serenit che appartiene soltanto al clima d'Italia. Il fiume Dora, che scaturisce dalle sommit del Cenisio, e si precipita di cascata in cascata attraverso i profondi burroni, si rallentava, senza cessare di esser pittoresco, nell'avvicinarsi alle valli del Piemonte. I viaggiatori vi discesero avanti il tramonto del sole, ed Emilia ritrov ancor una volta la placida belt d'una scena pastorale: vedeva armenti, colline verdeggianti di selve, e graziosi arboscelli quai ne avea visti sulle Alpi stesse: i prati erano smaltati di fiori primaverili, ranuncole e viole che non tramandano in verun altro paese un odore cos soave. Emilia avrebbe voluto divenire una contadina piemontese, abitare quelle ridenti capanne ombreggiate alle rupi, avrebbe voluto menare una vita tranquilla in mezzo a quegli ameni paesaggi, pensando con ispavento alle ore, ai mesi intieri che avrebbe dovuto passare sotto il dominio di Montoni. Il sito attuale le raffigurava spesso l'immagine di Valancourt; essa lo vedeva sulla punta d'uno scoglio osservando con estasi la stupenda natura che lo circondava; lo vedeva errare nella valle, soffermarsi spesso per ammirare quella scena interessante, e nel fuoco d'un entusiasmo poetico slanciarsi su qualche masso. Ma quando pensava in seguito al tempo e alla distanza che dovevano separarli, quando pensava che ciascuno de' suoi passi aumentava questa distanza, il cuore le si straziava, ed il paese perdeva ogni incanto. Dopo aver attraversata la Novalese, essi giunsero verso sera all'antica e piccola citt di Susa, che aveva altre volte chiuso il passaggio delle Alpi nel Piemonte. Dopo l'invenzione dell'artiglieria, le alture che la dominano ne hanno rese inutili le fortificazioni; ma, al chiaro della luna, quelle alture pittoresche, la citt sottoposta, le sue mura, le sue torri ed i lumi che ne illuminavano porzione, formavano per Emilia un quadro interessantissimo. Passarono la notte in un albergo che offriva poche risorse; ma l'appetito dei viaggiatori dava un sapore delizioso alle pietanze pi grossolane, e la stanchezza assicurava il loro sonno. In cotesto luogo, Emilia intese il primo pezzo di musica italiana su territorio italiano. Seduta dopo cena vicino ad una finestrella aperta, ella osservava l'effetto del chiaro di luna sulle vette irregolari delle montagne. Si ramment che in una notte consimile aveva riposato su d'una roccia de' Pirenei col padre e Valancourt. Intese sotto di lei i suoni armoniosi d'un violino; l'espressione di quell'istrumento, in perfetta armonia coi teneri sentimenti nei quali era immersa, la sorpresero e l'incantarono a un tempo. Cavign, il quale si avvicin alla finestra, sorrise della sua sorpresa. Eh! eh! le diss'egli; voi ascolterete la medesima cosa, forse in tutti gli alberghi: dev'essere un figlio del locandiere quello che suona cos, non ne dubito. Emilia sempre attenta, credeva udire un artista: un canto melodioso e querulo la piomb a grado a grado nella meditazione; i motteggi di Cavign ne la trassero sgradevolmente. Nel tempo istesso Montoni ordin di preparare gli equipaggi di buon'ora, perch voleva pranzare a Torino. La signora Montoni godeva di trovarsi alfine in una strada piana: raccont lungamente tutti i timori provati, obliando senza dubbio che ne faceva la descrizione ai compagni dei suoi pericoli; ed aggiunse che sperava presto perder di vista quelle orribili montagne. Per tutto l'oro del mondo, diss'ella, non farei un'altra volta l'istesso viaggio. Si lament di stanchezza, e si ritir di buon'ora. Emilia fece altrettanto, ed intese da Annetta, la cameriera di sua zia, che Cavign non erasi ingannato a proposito del suonatore di violino. Era colui il figlio di un contadino abitante nella valle vicina, che andava a passare il carnevale a Venezia, e ch'era creduto molto amabile. Quanto a me, disse Annetta, preferirei vivere in queste boscaglie, e su queste belle colline, che andare in una citt. Si dice che noi non vedremo pi n boschi, n montagne, n prati, e che Venezia fabbricata in mezzo al mare. Emilia convenne con Annetta, che quel giovane perdeva molto nel cambio, poich lasciava l'innocenza e la bellezza campestre, per la volutt di una citt corrotta. Quando fu sola, non pot dormire. L'incontro di Valancourt, e le circostanze della loro separazione, non cessarono di occupare il suo spirito, ritracciandole il quadro di un'unione fortunata in seno della natura, e della felicit dalla quale temeva d'essere lontana per sempre. CAPITOLO XV Il giorno seguente, di buonissim'ora, i viaggiatori partirono per Torino. La ricca pianura che si estende dalle Alpi a quella magnifica citt, non era allora, come adesso, ombreggiata da grossi alberi. Piantagioni d'ulivi, di gelsi, di fichi, frammiste di viti, formavano un magnifico paesaggio, traverso il quale l'impetuoso Eridano si slancia dalle montagne, e si unisce a Torino colle acque dell'umile Dora. A misura che i viaggiatori avanzavano, le Alpi prendevano ai loro sguardi tutta la maest del loro aspetto. Le giogaje s'innalzavano le une sopra le altre in una lunga successione. Le cime pi alte, coperte di nubi, si perdevano qualche volta nelle loro ondulazioni, e spesso slanciavansi di sopra ad esse. Le falde di que' monti, le cui irregolari cavit presentavano ogni sorta di forme, tingevansi di porpora e di azzurro al movimento della luce e delle ombre, variando ad ogni istante la scena. A levante si spiegavano le pianure di Lombardia; scoprivansi gi le torri di Torino, e, in maggior distanza, gli Appennini circoscrivevano un immenso orizzonte. La magnificenza di quella citt, la vista delle sue chiese, dei suoi palagi e delle grandiose piazze, oltrepassavano non solo tutto ci che Emilia avea veduto in Francia, ma tutto quello ancora che si era immaginato. Montoni, il quale conosceva gi Torino, e non n'era sorpreso, non ced alle preghiere della consorte, che avrebbe desiderato vedere qualche palazzo; non si ferm che il tempo necessario per riposarsi, e si affrett di partir per Venezia. Durante il viaggio, egli si mostr altiero e riservatissimo, specialmente colla moglie; ma questa riserva per era meno quella del rispetto che dell'orgoglio e del malcontento. Si occupava pochissimo di Emilia. I suoi discorsi con Cavign avevano sempre per soggetto la guerra o la politica, che lo stato convulsivo d'Italia rendeva allora molto interessanti. Emilia osservava che, nel raccontare qualche fatto illustre, gli occhi di Montoni perdevano la loro fosca durezza, e sembravan brillare di gioia. Sebbene ella dubitar potesse talvolta che questo istantaneo cambiamento fosse piuttosto l'effetto della malizia, che la prova del valore, pure questo pareva convenir molto bene al di lui carattere, e alle sue maniere superbe e cavalleresche; e Cavign, con tutta la sua disinvoltura e buona grazia, non era in grado di stargli a confronto. Entrando nel Milanese, lasciarono il loro cappello alla francese pel berretto italiano scarlatto, ricamato in oro. Emilia fu sorpresa nel vedere Montoni aggiungervi il pennacchio militare, e Cavign contentarsi delle piume che vi si portavano di solito. Cred finalmente che Montoni prendesse l'equipaggio soldatesco per traversar con pi sicurezza una contrada inondata di truppe, e saccheggiata da tutti i partiti. Si vedeva in quelle feraci pianure la devastazione della guerra. Laddove le terre non restavano incolte, si riconoscevano le tracce della rapina. Le viti erano strappate dagli alberi che dovevano sostenerle; le olive giacevano calpestate; i boschetti di gelsi erano stati tagliati per accenderne il fuoco devastatore de' casali e dei villaggi. Emilia volse gli sguardi, sospirando, a settentrione, sulle Alpi Elvetiche: le loro solitudini severe parevano essere il sicuro asilo degli infelici perseguitati. I viaggiatori osservarono spesso distaccamenti di truppe che marciavano a qualche distanza, e negli alberghi ove sostavano provarono gli effetti della estrema carestia, e tutti gli altri inconvenienti che sono le conseguenze delle guerre intestine. Pur non ebbero mai alcun motivo di temere per la loro sicurezza. Giunti a Milano, non si fermarono n per considerare la grandiosit di quella metropoli, n per visitarne il magnifico tempio, che si stava ancora costruendo. Passato Milano, il paese portava il carattere di una devastazione pi spaventosa. Tutto allora parea tranquillo; ma come il riposo della morte sopra un volto che conserva ancora l'impronta orribile delle ultime convulsioni. Lasciato il Milanese, incontrarono essi nuovamente truppe. La sera era avanzata; videro un esercito sfilare da lontano nella pianura, e le cui lance e gli elmi scintillavano ancora agli ultimi raggi del sole. La colonna inoltr sopra una parte della strada chiusa fra due poggi. Si distinguevano facilmente i capi che dirigevano la marcia. Parecchi uffiziali galoppavano sui fianchi, trasmettendo gli ordini ricevuti dai superiori; altri, separati dall'avanguardia, volteggiavano nella pianura a destra. Nell'avvicinarsi, Montoni, dai pennacchi, dalle bandiere e dai colori delle divise dei vari corpi, cred riconoscere la piccola oste comandata dal famoso condottiero Utaldo. Egli era amico di lui e de' capi principali. Fece fermare le carrozze per aspettarli, e lasciar libero il passo. Una musica guerriera si fece in breve sentire; essa and sempre crescendo, e Montoni, persuaso che fosse proprio la banda del celebre Utaldo, sporse il capo dalla carrozza, e salut il generale agitando per aria il berretto. Il condottiere rese il saluto colla spada, e vari uffiziali, avvicinatisi alla carrozza, accolsero Montoni come un antico conoscente: il capitano stesso arriv poco stante; la truppa fece alto, ed il capo s'intertenne con Montoni, cui sembrava contentissimo di rivedere. Emilia comprese, dai loro discorsi, esser quello un esercito vittorioso che tornava nel suo paese; i numerosi carriaggi che l'accompagnavano erano carchi delle ricche spoglie dei nemici, non che di feriti e prigionieri che sarebbero stati riscattati alla pace. I capi doveano separarsi il giorno seguente, dividere il bottino, ed accantonarsi, colle proprie bande, nei rispettivi castelli. Quella sera doveva dunque esser consacrata ai piaceri, in memoria della comune vittoria, e del congedo che prendevano scambievolmente. Utaldo disse a Montoni che le sue schiere si sarebbero accampate quella notte in un villaggio distante mezzo miglio di l; l'invit a tornare addietro, e a prender parte al banchetto, assicurandolo che le signore sarebbero benissimo trattate. Montoni se ne scus allegando che voleva arrivare a Verona la sera medesima, e dopo qualche domanda sullo stato dei dintorni di quella citt, si accommiat e part, ma non pot giungere a Verona che a notte molto tarda. Emilia non pot vederne la deliziosa situazione che il giorno dopo. Abbandonarono di buon'ora quella bella citt, e giunti a Padova, s'imbarcarono sulla Brenta per Venezia. Qui, la scena era intieramente cambiata. Non eran pi i vestigi di guerra sparsi nelle pianure del Milanese, ma al contrario tutto respirava il lusso e l'eleganza. Le sponde verdeggianti della Brenta non offrivano che bellezze, delizie ed opulenza. Emilia considerava con istupore le ville della nobilt veneta, i loro freschi portici, i bei colonnati ombreggiati da pioppi e cipressi di maestosa altezza; gli aranci, i cui fiori odorosi imbalsamavano l'aria, ed i folti salci che bagnavan le lunghe chiome, nel fiume, formando ombrosi ricetti. Il carnevale di Venezia sembrava trasportato su quelle sponde incantevoli. Le gondole, in perpetuo moto, ne aumentavano la vita. Tutta la bizzarria delle mascherate formava una superba decorazione; e verso sera, molti gruppi andavano a ballare sotto i grossi alberi. Cavign istruiva Emilia del nome dei gentiluomini ai quali appartenevano le ville; e per divertirla vi aggiungeva un leggiero schizzo dei loro caratteri, essa compiacevasi talvolta ad ascoltarlo; ma il suo brio non faceva pi sulla signora Montoni l'effetto di prima: questa parea quasi sempre seria, e Montoni era constantemente riservato. indescrivibile la meraviglia della fanciulla allorch scopr Venezia, i suoi isolotti, i suoi palazzi e le sue torri che tutti insieme sorgevano dal mare riflettendo i loro svariati colori sulla superficie chiara e tremolante. Il tramonto dava alle acque ed ai monti lontani del Friuli, che circondano a tramontana l'Adriatico, una tinta giallastra di effetto mirabilissimo. I portici marmorei e le colonne di San Marco erano rivestite di ricche tinte e dell'ombra maestosa della sera. A misura che si avanzavano, la magnificenza della citt disegnavasi pi particolareggiatamente. I suoi terrazzi, sormontati da edifizi aerei eppur maestosi, illuminati, com'eranlo allora, dagli ultimi raggi del sole, parevano piuttosto fatti uscir dall'onde dalla bacchetta di un mago, che costruiti da mano mortale. Il sole essendo finalmente sparito, l'ombra invase gradatamente le acque e le montagne, spegnendo gli ultimi fuochi che ne doravan le sommit; e il violaceo malinconico della sera si stese ovunque come un velo. Quanto era profonda e bella la tranquillit che avvolgeva la scena! La natura pareva immersa nel riposo. Le pi soavi emozioni dell'anima eran le sole che si destassero. Gli occhi di Emilia si empivano di lacrime: essa provava i trasporti di una devozione sublime, innalzando gli sguardi alla vlta celeste, mentre una musica deliziosa accompagnava il mormorio delle acque. Ella ascoltava in tacita estasi, e nessuno ardiva rompere il silenzio. I suoni pareano ondeggiar nell'aere. La barca avanzavasi con movimento s placido, che appena si poteva distinguere; e la brillante citt sembrava moverle incontro da s per ricevere i forestieri. Distinsero allora una voce donnesca che, accompagnata da qualche istrumento, cantava una dolce e languida arietta. La sua espressione patetica, che sembrava ora quella di un amore appassionato, ed ora l'accento lamentevole del dolore senza speranza, annunziava bene come il sentimento che le dettava non fosse finto. Ah! disse Emilia sospirando e rammentandosi Valancourt; quel canto parte sicuramente dal cuore! Essa guardavasi intorno con attenta curiosit. Il crepuscolo non lasciava pi distinguere che immagini imperfette. Intanto, a qualche distanza, le parve vedere una gondola, ed intese nel tempo istesso un coro armonioso di voci e d'istrumenti. Esso era cos dolce, cos soave! Era come l'inno degli angeli che scendono nel silenzio della notte. La musica fin, e parve che il coro sacro risalisse al cielo. La calma profonda che sussegu era espressiva quanto l'armonia poc'anzi cessata. Finalmente, un sospiro generale parve risvegliar tutti da una specie d'estasi. Emilia per rest a lungo abbandonata all'amabile tristezza, che si era impadronita de' suoi sensi; ma lo spettacolo ridente e tumultuoso della piazza di San Marco fug le sue meditazioni. La luna, che sorgea allora sull'orizzonte, spandeva un debole chiarore su' terrazzi, su' portici illuminati, sulle magnifiche arcate, e lasciava vedere le numerose societ, i cui passi leggieri, i canti ed i suoni si mescolavano confusamente. La musica che i viaggiatori avevano gi intesa, pass vicino alla barca di Montoni, in una di quelle gondole che si vedevano errare sul mare, piene di gente che andava a godere il fresco della sera. Quasi tutte avevano suonatori. Il mormorio dell'acque, i colpi misurati dei remi sull'onde spumanti, vi aggiungevano un incanto particolare. Emilia osservava, ascoltava, e le pareva di essere nel tempio delle fate. Anche la zia provava qualche piacere. Montoni felicitavasi di essere tornato finalmente a Venezia, ch'esso chiamava la _prima citt del mondo_; e Cavign era pi allegro ed animato del solito. La barca pass pel Canal grande ov'era situata la casa di Montoni. I palazzi di Sansovino e Palladio spiegavano agli occhi d'Emilia un genere di bellezza e magnificenza tale, onde la sua immaginazione non aveva potuto formarsi un'idea. L'aria era agitata da dolci suoni ripetuti dall'eco del canale, e gruppi di maschere che ballavano al lume della luna, realizzavano le pi brillanti funzioni della fantasmagoria. La barca si ferm davanti al portico di una gran casa, ed i viaggiatori sbarcarono su d'un terrazzo, che per una scala marmorea li condusse in un salotto, la cui magnificenza fece stupire Emilia. Le pareti ed il soffitto erano ornati di affreschi. Lampade d'argento, sospese a catene dello stesso metallo, illuminavano la stanza. Il pavimento era coperto di stuoie indiane dipinte di mille colori. La tappezzeria delle finestre era di seta verde chiaro, ricamata in oro, arricchita di frange verdi ed oro. Il balcone guardava sul Canal grande. Emilia, colpita dal carattere tetro di Montoni, osservava con sorpresa il lusso e l'eleganza di quei mobili. Si rammentava con istupore che glielo avevano descritto per un uomo rovinato.--Ah! si diceva ella; se Valancourt vedesse questa casa, non parlerebbe pi cos! Come sarebbe convinto della falsit delle ciarle.-- La signora Montoni prese le arie d'una principessa; Montoni, impaziente e contrariato, non ebbe neppure la civilt di salutarla e complimentarla sul di lei ingresso in casa sua. Appena giunto ordin la gondola ed usc con Cavign per prender parte ai piaceri della serata. La Montoni divenne allora seria e pensierosa: Emilia, cui tutto sorprendeva, si sforz di rallegrarla, ma la riflessione non diminuiva n i capricci, n il cattivo umore della zia, le cui risposte furono talmente sgarbate, che Emilia, rinunziando al progetto di distrarla, and ad una finestra, per godere almeno lei d'uno spettacolo cos nuovo ed interessante. Il primo oggetto che la colp fu un gruppo di persone che ballavano al suono di una chitarra e di altri strumenti. La donna che teneva la chitarra e quella che suonava il tamburello, ballavano esse pure con molta grazia, brio ed agilit. Dopo queste vennero le maschere: chi era travestito da gondoliere, chi da menestrello e cantavano tutti versi accompagnati da pochi strumenti. Si fermarono a qualche distanza dal portico, ed in que' canti Emilia riconobbe le ottave dell'Ariosto. Cantavano le guerre dei mori contro Carlo Magno, e le sventure del paladino Orlando. Cambi il tuono della musica, ed intese le malinconiche stanze del Petrarca; la magia di quegli accenti dolorosi veniva sostenuta da un'espressione e da una musica veramente italiana. Il chiaro di luna compiva l'incantesimo. Emilia era entusiasmata; versava lacrime di tenerezza, e la sua immaginazione si portava in Francia vicino a Valancourt; vide con rincrescimento svanire quella scena incantata, e rest per qualche tempo assorta in una pensierosa tranquillit. Altri suoni risvegliarono di l a poco la sua attenzione: era una maestosa armonia di corni. Osserv che molte gondole si mettevano in fila alle sponde; riconobbe nella lontana prospettiva del canale una specie di processione che solcava la superficie dell'acque; a misura che si avvicinava, i corni ed altri strumenti facevano echeggiar l'aria de' pi soavi concenti.... Poco dopo le deit favolose della citt parvero sorgere dal seno delle acque. Nettuno, con Venezia sua sposa, si avanzavano sul liquido elemento, circondati dai Tritoni e dalle naiadi. La bizzarra magnificenza di questo spettacolo sembrava avere improvvisamente realizzato tutte le visioni de' poeti; le vaghe immagini, delle quali era ripiena l'anima di Emilia, le restarono impresse anche molto dopo la comparsa di quella mascherata. Dopo cena, sua zia vegli lunga pezza, ma Montoni non torn a casa. Se Emilia aveva ammirata la magnificenza del salotto, non fu per meno sorpresa nell'osservare lo stato nudo e miserabile di tutte le stanze, che dov traversare per giungere alla sua camera: vide essa una lunga fuga di grandi appartamenti, il cui dissesto indicava bastantemente come non fossero stati abitati da molto tempo. Vi erano su qualche parete brani sbiaditi di antichissimi parati, su alcune altre qualche affresco quasi distrutto dall'umidit. Finalmente essa giunse alla sua camera, spaziosa, elevata, sguarnita come le altre, e con grandi finestroni; questa stanza richiamolle alla fantasia le idee pi tetre, ma la vista del mare le dissip. CAPITOLO XVI Montoni ed il suo compagno non erano ancora tornati a casa all'alba: i gruppi delle maschere o dei ballerini si dispersero collo spuntar del giorno, come tante chimere. Montoni era stato occupato altrove; la di lui anima poco suscettibile di frivole volutt, si pasceva nello sviluppo delle passioni energiche, le difficolt, le tempeste della vita che rovesciano la felicit degli altri, rianimavano tutta l'elasticit dell'anima sua, procurandogli i soli godimenti dei quali potesse esser capace; senza un estremo interesse la vita non era per lui che un sonno. Quando gli mancava l'interesse reale, se ne formava di artificiali, finch l'abitudine, venendo a snaturarli, cessassero di esser fittizi: tale era l'amore pel giuoco. Non vi si era abbandonato dapprincipio che per togliersi dall'inerzia e dal languore, e vi aveva persistito con tutto l'ardore di una passione ostinata. Aveva passata la notte con Cavign a giuocare in una societ di giovani che avevan molto da spendere e molti vizi da soddisfare. Montoni sprezzava la maggior parte di questa gente, pi per la debolezza de' loro talenti, che per la bassezza delle inclinazioni, e non li frequentava se non per renderli strumenti de' suoi disegni. Fra costoro per eranvene di pi abili, e Montoni li ammetteva alla sua intimit, conservando per sopra di loro quell'alterigia decisa che comanda la sommessione agli spiriti vili o timidi, e suscita l'odio e la fierezza degli spiriti superiori. Egli avea dunque numerosi e mortali nemici; ma l'antichit del loro odio era la prova certa del di lui potere; e siccome il potere era il suo unico scopo, gloriavasi pi di quest'odio che di tutta la stima che avessero potuto tributargli. Sprezzava dunque un sentimento tanto moderato come quello della stima, ed avrebbe disprezzato s medesimo, se si fosse creduto capace di contentarsene. Nel numero ristretto di coloro ch'egli distingueva, contavansi i signori Bertolini, Orsino e Verrezzi. Il primo aveva un carattere allegro e passioni vive; era di una dissipazione e d'una stravaganza senza pari, ma del resto generoso, ardito e schietto.--Orsino, orgoglioso e riservato, amava il potere pi che l'ostentazione: avea indole crudele e sospettosa; sentiva vivamente le ingiurie, e la sete della vendetta non gli dava riposo. Sagace, fecondo in ripieghi, paziente, costante nella sua perseveranza, sapeva signoreggiare le azioni e le passioni. L'orgoglio, la vendetta e l'avarizia erano quasi le sole ch'ei conoscesse: pochi riflessi che valessero ad arrestarlo, e pochi gli ostacoli che potessero eludere la profondit de' suoi stratagemmi. Costui era il favorito di Montoni. Verrezzi non mancava di talenti; ma la violenza della sua immaginazione lo rendeva schiavo delle passioni pi opposte. Egli era giocondo, voluttuoso, intraprendente, ma non aveva n fermezza, n coraggio vero, ed il pi vile egoismo era l'unico principio delle sue azioni. Pronto ne' progetti, petulante nelle speranze, il primo ad intraprendere e ad abbandonare non solo le sue imprese, ma anche quelle degli altri; orgoglioso, impetuoso ed insobordinato: tal Verrezzi; chiunque per conosceva a fondo il di lui carattere, e sapeva dirigere le sue passioni, lo guidava come un fanciullo. Questi erano gli amici che Montoni introdusse in casa sua, ed ammise a mensa, il giorno dopo il suo arrivo a Venezia. Vi era parimente fra loro un nobile Veneziano chiamato il conte Morano, ed una tal signora Livona, che Montoni present alla moglie come persona di merito distinto; essa era venuta la mattina per congratularsi del suo arrivo, ed era stata invitata a pranzo. La signora Montoni ricev di mala grazia i complimenti di quei signori. Bastava, per dispiacerle, che fossero amici di suo marito; e li odiava perch accusavali d'aver contribuito a fargli passar la notte fuori di casa. Finalmente l'invidiava, ch, sebbene convinta della poca influenza di lei su Montoni, supponeva che preferisse la loro societ alla sua. Il grado del conte Morano gli frutt un'accoglienza che ricusava a tutti gli altri: il di lei portamento, le maniere sprezzanti, ed il suo stravagante e ricercato abbigliamento (essa non aveva ancora adottato le fogge veneziane), contrastavano forte colla bellezza, modestia, dolcezza e semplicit della nipote. Questa osservava con pi attenzione che piacere la societ che la circondava: la bellezza per, e le grazie seducenti della signora Livona l'interessarono involontariamente; la dolcezza de' suoi accenti e la sua aria di compiacenza risvegliarono in Emilia le tenere affezioni che sembravano sopite da lungo tempo. Per profittare della frescura della sera, tutta la compagnia s'imbarc nella gondola di Montoni. Lo splendido fulgore del tramonto coloriva ancora le onde, andando a morire a ponente; le ultime tinte parevano dileguarsi a poco a poco, mentre l'azzurro cupo del firmamento cominciava a scintillar di stelle. Emilia abbandonavasi ad emozioni dolci e serie insieme; la quiete della laguna su cui vogava, le immagini che venivano a pingervisi, un nuovo cielo, gli astri ripercossi nelle acque, il profilo tetro delle torri e de' portici, il silenzio infine in quell'ora solenne, interrotto sol dal gorgoglio dell'onda e dai suoni indistinti di lontana musica, tutto sublimava i suoi pensieri. Sgorgaronle lagrime; i raggi della luna, luminosi ognor pi che le ombre diffondeansi, proiettavano allora su di lei il loro argenteo splendore. Semicoperta d'un nero velo, la sua figura ne ricevea un'inenarrabile soavit. Il conte Morano, seduto accanto ad Emilia, e che l'aveva considerata in silenzio, prese improvvisamente un liuto, e suonandolo con molta agilit, cant un'aria piena di malinconia con voce insinuante. Quand'ebbe finito, diede il liuto ad Emilia, che, accompagnandosi con quell'istrumento, cant con molto gusto e semplicit una romanza, poi una canzonetta popolare del suo paese; ma questo canto le richiam al pensiero rimembranze dolorose: la voce tremante le spir sul labbro, e le corde del liuto non risuonarono pi sotto la sua mano. Vergognandosi infine della commozione che l'aveva tradita, pass tosto ad una canzone s allegra e graziosa, che tutta la conversazione proruppe in applausi e fu obbligata a ripeterla. In mezzo ai complimenti che le venivano fatti, quelli del conte non furono i meno espressivi, e non cessarono se non quando Emilia pass il liuto alla signora Livona, la quale se ne serv con tutto il gusto italiano. Il conte, Emilia, Cavign e la signora Livona cantarono quindi canzonette accompagnate da due liuti, e da qualche altro istrumento. Talvolta gli strumenti tacevano, e le voci, in accordo perfetto, andavano indebolendosi fino all'ultimo grado; dopo una breve pausa si rialzavano, gli strumenti riprendevan forza, ed il coro generale echeggiava per l'aria. Intanto, Montoni, annoiato di quella musica, rifletteva al mezzo di disimpegnarsi per seguir coloro che volevano andare a giuocare in un casino. Propose di tornare a terra: Orsino l'appoggi con piacere, ma il conte e tutti gli altri vi si opposero con vivacit. Montoni meditava di nuovo il modo di sbarazzarsi da quell'impaccio; una gondola vuota che tornava a Venezia pass accanto alla sua. Senza tormentarsi pi a lungo per una scusa, profitt dell'occasione, e affidando le signore agli amici part con Orsino. Emilia, per la prima volta, lo vide andar via con rincrescimento, poich considerava la di lui presenza come una protezione, senza saper bene ci che avesse a temere. Egli sbarc alla piazza San Marco, e correndo al casino, si perd nella folla de' giuocatori. Il conte aveva fatto partire segretamente un suo servo nella barca di Montoni per mandar cercare i suoi suonatori e la propria gondola. Emilia, ignara di tutto questo, intese le allegre canzonette de' gondolieri che, turbando coi remi le onde argentine, ove ripercoteasi la luna, si avvicinavano, e distinse poco dopo il suono degli istrumenti, ed una sinfonia veramente armoniosa; nell'istante medesimo le barche si avvicinarono, il conte spieg tutto, e passarono nella di lui gondola parata col gusto pi squisito. Mentre la societ gustava rinfreschi di frutti e gelati, i suonatori nell'altra barca eseguivano deliziose melodie: il conte, seduto accanto ad Emilia, occupavasi di lei sola, e le prodigava con voce soave ed appassionata complimenti, il cui senso non poteva esser dubbioso; per evitarli, essa parlava colla signora Livona, e prendeva con lui un tuono riservato ed imponente, ma troppo dolce per contenere le di lui sollecitudini. Egli non poteva vedere, n ascoltare altri che Emilia, e non poteva parlare che a lei. Cavign l'osservava con mal umore, e la fanciulla con imbarazzo. Sbarcarono tutti alla piazza San Marco; la serenit della notte determin la Montoni ad accettare le proposte del conte, di passare cio alcun tempo prima di andare a cena, al di lui casino col resto della societ. Se qualche cosa avesse potuto dissipare gli affanni di Emilia, sarebbe stata per certo la novit di tutto ci che la circondava, gli ornamenti dei ricchi palazzi ed il tumulto delle maschere. Finalmente recaronsi al casino, ornato col miglior gusto: eravi preparata una splendida cena; ma quivi il contegno riserbato di Emilia fece comprendere al conte quanto gli fosse necessario il favore della Montoni; la condiscendenza da essa gi dimostratagli gl'impediva di giudicare l'impresa molto difficile; rivolse allora parte delle sue attenzioni sulla zia, la quale fu talmente lusingata di tale distinzione, che non pot dissimulare la gioia, e prima della fine della cena il conte possedeva tutta la sua stima. Quand'egli si dirigea a lei, il suo volto accigliato si rasserenava, e sorridea a tutte le sue parole, gradiva tutte le di lui proposte: Morano la invit colla societ a prendere il caff nel suo palco al teatro per la sera dopo; Emilia, avendo inteso ch'ella accettava, non si occup pi che di trovare una scusa per dispensarsene. Era gi tardi quando s'imbarcarono; la sorpresa d'Emilia fu estrema, allorch, uscendo dal casino, vide il sole sorgere dall'Adriatico, e la piazza San Marco tuttavia piena di gente. Il sonno da gran pezza le aggravava le palpebre; la frescura del vento marino la ravviv, ed essa sarebbe partita di col con rincrescimento, se non fosse stata la presenza del conte, il quale volle assolutamente accompagnar le signore fino a casa. Montoni non era tornato ancora: la di lui moglie entr nelle proprie stanze, e liber Emilia dalla noia della sua compagnia. Montoni torn tardi ed era furente: aveva fatto una grossa perdita; prima di coricarsi, volle parlare a quattr'occhi con Cavign, e l'aria di quest'ultimo fece conoscere abbastanza il d seguente che il soggetto della conferenza eragli riuscito poco gradevole. La Montoni, che per tutto il d era stata taciturna e pensierosa, ricev verso sera alcune Veneziane, la cui affabilit piacque assai ad Emilia. Queste signore avevano un'aria di scioltezza e cordialit inesprimibile co' forestieri; parevan conoscerli da molto tempo; la loro conversazione era a vicenda tenera, sentimentale e briosa. La Montoni istessa, che non aveva veruna attrattiva per quel genere di trattenimento, e la cui asciuttezza e l'egoismo contrastavano sovente all'eccesso colla loro squisita cortesia, ella stessa non pot essere insensibile alle loro grazie. Cavign and a trovar le signore alla sera: Montoni aveva altri impegni. S'imbarcarono esse nella gondola per andare alla piazza San Marco, ove il concorso era numeroso. Dopo una breve passeggiata, si misero a sedere alla porta di un casino; e mentre Cavign faceva portare il caff e gelati, arriv il conte Morano. S'avvicin ad Emilia con aria d'impazienza e di piacere, che, unita alle di lui attenzioni della sera precedente, l'obbligarono a riceverlo con timida riservatezza. Era quasi mezzanotte allorch andarono al teatro. Emilia nell'entrarvi, si ramment tutto ci che aveva veduto, e ne fu meno abbagliata. Tutto lo splendore dell'arte le pareva inferiore alla semplicit della natura. Il suo cuore non era commosso dall'ammirazione come alla vista dell'immenso Oceano e della grandezza de' cieli, al fragor dell'onde tumultuanti, alle melodie d'una musica campestre. Tai memorie doveano renderle insipida la scena affettata che le s'offriva allo sguardo. Scorsero cos varie settimane, nelle quali Emilia si compiacque a considerare un teatro i costumi tanto opposti ai francesi; ma il conte Morano vi si trovava troppo frequentemente per la di lei tranquillit. Le sue grazie, la sua figura, le sue belle doti, che facevano l'ammirazione generale, avrebbero forse interessato anche Emilia, se il suo cuore non fosse stato prevenuto per Valancourt. Fors'anco avrebbe fatto meglio a mettere meno pertinacia nelle sue premure. Qualche tratto del suo carattere che rivel, indisposero Emilia, e la prevennero contro le di lui migliori qualit. Poco dopo il suo arrivo a Venezia, Montoni ricev una lettera da Quesnel, che gli annunziava la morte dello zio della propria moglie nella sua villa sulla Brenta, ed il suo progetto di venir tosto a prender possesso di cotesta casa e degli altri beni toccatigli. Questo zio era fratello della madre della signora Quesnel. Montoni eragli parente da parte di padre, e sebbene non avesse nulla a pretendere da cotesta ricca eredit, non pot nascondere tutta l'invidia che tale notizia suscitavagli in cuore. Emilia aveva osservato che, dopo la sua partenza dalla Francia, Montoni non aveva conservato nessun riguardo per sua zia: in principio l'aveva trascurata, ed ora non le mostrava che avversione e cattivo umore. Ella non aveva mai supposto che i difetti della zia fossero sfuggiti al discernimento di Montoni, e che lo spirito e la figura di lei avessero meritata la sua attenzione. La sorpresa cagionatale da questo matrimonio era stata estrema; ma la scelta era fatta, e non s'immaginava com'egli potesse cos presto mostrarle il suo aperto disprezzo. Montoni, allettato dall'apparente ricchezza della Cheron, si trov singolarmente deluso nelle sue speranze. Sedotto dalle astuzie da essa messe in opra finch l'avea creduto necessario, si trov incappato nel laccio in cui egli avrebbe voluto far cadere lei stessa. Era stato giocato dall'accortezza d'una donna, della quale stimava pochissimo l'intelligenza, e si trovava aver sacrificato l'orgoglio e la libert, senza preservarsi dalla rovina disastrosa sospesa sul di lui capo. La signora Cheron erasi posta in testa propria la maggior parte delle sostanze. Montoni s'era impadronito del resto, e bench la somma ricavatane fosse inferiore alla sua aspettativa ed ai suoi bisogni, aveva portato questo danaro a Venezia per abbagliare il pubblico, e tentar la fortuna con un ultimo sforzo. Le voci riportate a Valancourt sul carattere e la situazione di Montoni, erano pur troppo esatte. Toccava al tempo ed alle circostanze a svelare il mistero. La Montoni non era di carattere da soffrire un'ingiuria con dolcezza, e molto meno dal risentirla con dignit. Il di lei orgoglio esacerbato si spiegava con tutta la violenza, tutta l'acredine d'uno spirito limitato, o almeno mal regolato. Non volea nemmen riconoscere avere colla sua duplicit provocato in certo qual modo siffatto disprezzo. Persist a credere lei sola essere da compiangersi e Montoni da biasimare. Incapace di concepire qualche idea morale d'obbligazione, non ne sentiva la forza se non quando la si violava verso di lei. La sua vanit soffriva gi crudelmente per lo sprezzo aperto del consorte; le restava da soffrir davvantaggio, scuoprendone lo stato di fortuna. Il disordine della di lui casa faceva conoscere parte della verit alle persone spassionate; ma quelle che non volevan credere decisamente se non secondo i loro desideri, erano affatto cieche. La Montoni non si credeva niente meno d'una principessa, essendo padrona di un palazzo a Venezia, e di un castello negli Appennini. Talvolta Montoni parlava di andare per qualche settimana al suo castello di Udolfo ond'esaminarne lo stato e ritirarne le rendite. Parea non esservi stato da due anni, e che il castello fosse abbandonato alle cure d'un vecchio servo, ch'egli chiamava il suo intendente. Emilia sentiva parlar di questo viaggio con piacere, poich le prometteva nuove idee e qualche tregua alle assiduit di Morano. D'altronde, alla campagna, avrebbe avuto pi agio d'occuparsi di Valancourt, e della malinconica memoria dei luoghi natii. Il conte Morano non si tenne lunga pezza al muto linguaggio delle premure. Dichiar la sua passione ad Emilia, e fece proposte allo zio, il quale accett a dispetto del di lei rifiuto. Incoraggito da Montoni, ed in ispecie da una cieca vanit, il conte non disper di riuscire. Emilia fu sorpresa ed offesa sensibilmente della di lui persistenza. Morano passava tutto il suo tempo in casa di Montoni, vi pranzava, e seguiva da per tutto Emilia e la sua zia. Montoni non parlava pi d'andare ad Udolfo, e non era in casa se non quando vi si trovavano il conte ed Orsino. Si not qualche freddezza tra lui e Cavign, sebbene quest'ultimo abitasse sempre nel palazzo. Emilia s'avvide che lo zio si rinchiudea spesso nelle sue stanze con Orsino per ore intiere, e qualunque fosse il tema de' loro colloqui, convien dire che fosse interessantissimo, perch Montoni trascurava fin la sua passione favorita pel giuoco, e passava la notte in casa. Eravi qualcosa di misterioso nelle visite d'Orsino; Emilia n'era pi inquieta che sorpresa, avendo involontariamente scoperto ci ch'egli si sforzava di nascondere. Montoni, dopo le visite dell'amico, era talfiata pi pensieroso del solito; tal altra, le sue profonde meditazioni l'allontanavano da quanto lo circondava, e spandevano sulla di lui fisonomia un'alterazione tale da renderla terribile. Altre volte i di lui occhi sfavillavano, e tutta l'energia dell'animo suo parea prendere maggior vigore nell'idea d'una sorpresa formidabile. Emilia cercava di seguire con interesse i di lui mutamenti, ma si guard bene dal far conoscere l'esito delle sue osservazioni alla zia, la quale non vedeva ne' modi strani del marito se non la conseguenza d'una ordinaria severit. Una seconda lettera di Quesnel annunzi l'arrivo di lui e della moglie a Miarenti: conteneva inoltre particolari sul fortunato caso che li conducea in Italia, e finiva con un invito pressantissimo per Montoni, sua moglie e sua nipote, di andarlo a trovare ne' suoi nuovi possessi. Emilia ricev, quasi nel medesimo tempo, una lettera molto pi interessante, e che per qualche tempo calm l'amarezza del suo cuore. Valancourt, sperando ch'ella fosse ancora a Venezia, aveva arrischiato una lettera per la posta; le parlava del suo amore, delle sue inquietudini e della sua costanza. Aveva languito per qualche tempo a Tolosa dopo la di lei partenza, avendovi gustato il piacere di visitar tutti i giorni quei luoghi, ov'ella si trovava del consueto, ed erane partito per recarsi al castello di suo fratello, nelle vicinanze della valle. Dopo le pi tenere espressioni e lunghi dettagli, egli aggiungeva: _Voi dovete osservare che la mia lettera datata da parecchi giorni diversi. Guardate le prime righe, e conoscerete che le scrissi subito dopo la vostra partenza di Francia. Scrivere a voi, ecco la sola occupazione che ha potuto rendermi sopportabile la vostra assenza. Quando converso con voi sulla carta, e vi esprimo ciascuno de' miei sentimenti, e tutti gli affetti del cuore, mi pare che siate sempre presente: non ho avuto fino ad ora altra consolazione. Ho differito a spedire il plico unicamente pel piacere di aumentarlo. Quando una circostanza qualunque aveva interessato il mio cuore ed infondeva un raggio di gioia nell'anima mia, mi affrettava di comunicarvelo, e mi pareva vedervi godere ad una tal descrizione._ _Debbo farvi nota una circostanza che distrugge in un punto solo tutte le mie illusioni. Son costretto di andare a raggiungere il mio reggimento, e non posso pi vagar sotto quelle ombre amene, ove mi figurava di vedervi al mio fianco. La valle affittata. Ho luogo di credere che ci avvenne a vostra insaputa, da quanto mi ha detto Teresa stamattina, e perci appunto ve ne parlo. Essa piangeva raccontandomi che lasciava il servizio della sua cara padrona, ed il castello nel quale pass tanti anni felici._ E quel che peggio, _aggiungeva_, senza una lettera della signora Emilia che me ne raddolcisca il dolore. Questa l'opera del signor Quesnel; e ardisco dire ch'essa ignora tutto quel che si fa in questo luogo. _Teresa mi ha detto aver ricevuto una lettera da lui, annunziandole che il castello era affittato, che non c'era pi bisogno del suo servizio, e che avesse a sloggiare entro una settimana. Qualche giorno prima di ricevere questa lettera, ella era stata sorpresa dall'arrivo del signor Quesnel e di un forestiero, i quali avevano esaminato partitamente il castello._ Verso la fine della lettera datata una settimana dopo quest'ultima frase, Valancourt soggiungea: _Prima di partire pel reggimento, sono andato stamattina alla valle. Ho saputo che il locatario vi gi alloggiato, e che Teresa n' partita. Ho procurato di aver notizie sul carattere di cotesto signore, ma indarno. La peschiera era sempre aperta. Vi andai, e vi passai un'ora, pascendomi dell'immagine della mia cara Emilia. O Emilia mia! sicuramente noi non siamo separati per sempre, s, lo spero, e vivremo l'uno per l'altro._ Questa lettera le fece versar molte lacrime, ma lacrime di tenerezza e soddisfazione, sentendo che Valancourt stava bene di salute, e che il suo affetto per lei non era indebolito n dal tempo, n dalla lontananza. Quanto alla notizia che le dava intorno al suo castello, era stupita ed offesa che Quesnel l'avesse affittato senza degnarsi neppure di consultarla. Questo procedere provava evidentemente a qual punto egli credesse assoluta la sua autorit ed illimitati i suoi poteri nell'amministrazione del di lei patrimonio. vero che prima della sua partenza le aveva proposto di affittare que' fondi, e per riguardo ad economia essa non aveva fatta obbiezione alcuna; ma affidare al capriccio d'uno straniero i beni e la casa paterna, privarla di un asilo sicuro nel caso che qualche disgraziata circostanza potesse renderglielo necessario; ecco ci che l'aveva decisa ad opporvisi forte. Sant'Aubert, negli ultimi momenti della sua vita, aveva ricevuto da lei la promessa solenne di non disporre mai del castello, e, soffrendone la locazione, questa promessa era violata. Era troppo evidente che Quesnel non aveva fatto caso delle di lei obbiezioni, e considerava come indifferente tutto ci che si opponeva ai soli vantaggi pecuniari. Pareva eziandio ch'egli non si fosse degnato d'informare Montoni di tale operazione, giacch quest'ultimo non avrebbe avuto alcun motivo per nascondergliela, se gli fosse stata nota. Tale condotta spiacque forte ad Emilia e la sorprese; ma ci che l'afflisse maggiormente fu il licenziamento della vecchia e fedel serva del padre suo. Povera Teresa, diceva Emilia, tu non puoi avere accumulato nulla del tuo salario; tu eri caritatevole cogli infelici, e credevi morire in quella casa ove hai passato il fiore degli anni! Povera Teresa! Ora ti hanno scacciata nella tua vecchiaia, e sarai costretta d'andare mendicando un tozzo di pane! E piangeva amaramente mentre faceva queste riflessioni, pensando a quel che avrebbe potuto fare per Teresa, e al modo di spiegarsi in proposito con Quesnel. Temeva assai che la di lui anima insensibile non fosse capace di piet. Volle informarsi se nelle sue lettere a Montoni colui facesse menzione de' suoi affari; lo zio la fece pregare, di l a poco, di passare nel suo gabinetto, e immaginandosi che egli volesse comunicarle qualche passo di lettera di Quesnel relativo all'affare della valle, vi and tosto e lo trov solo. Io scrivo al signor Quesnel, le disse egli, allorch la vide entrare, in risposta ad una lettera che ho ricevuto ultimamente. Desiderava parlarvi sopra un articolo di questa lettera. --Anch'io desiderava intertenermi con voi di tal soggetto, rispose Emilia. -- una cosa interessantissima per voi, soggiunse Montoni; voi la vedrete al certo sotto il medesimo aspetto di me, poich non si pu vederla diversamente; converrete adunque che qualunque obbiezione fondata sul _sentimento_, come si dice, deve cedere a considerazioni d'un vantaggio pi positivo. --Accordandovi questo, disse Emilia modestamente, mi pare che nel calcolo dovrebbero entrare anche le considerazioni d'umanit; ma temo non sia troppo tardi per deliberare a tal proposito, e mi spiace che non sia pi in mio potere di rigettarlo. -- troppo tardi, disse Montoni; ma piacemi vedere che vi sottomettete alla ragione e alla necessit, senza abbandonarvi a querele inutili. Applaudisco assaissimo a tale condotta, la quale annunzia una forza d'animo di cui il vostro sesso difficilmente capace. Quando avrete qualche anno di pi, riconoscerete il servizio che vi fanno gli amici vostri, allontanandovi dalle romanzesche illusioni del _sentimento_. Non ho ancora chiusa la lettera, e potete aggiungervi qualche linea per informar lo zio del vostro consenso: lo vedrete fra breve, essendo mia intenzione di condurvi fra pochi giorni a Miarenti con mia moglie; cos potrete discorrere di quest'affare. Emilia scrisse le linee seguenti: _ inutile adesso, o signore, il farvi osservazioni sull'affare del quale il signor Montoni mi dice avervi scritto. Avrei potuto desiderare che lo si concludesse meno precipitosamente; ci mi avrebbe dato tempo per vincere quant'egli chiama_ pregiudizi, _e il cui peso mi opprime il cuore. Giacch la cosa fatta, io mi vi sottopongo, ma nonostante la mia sommissione, ho molte cose da dire su altri punti relativi al medesimo soggetto, e li riserbo pel momento in cui avr l'onore di vedervi. Intanto vi prego, signore, di voler prender cura della povera Teresa, in considerazione della vostra affezionatissima nipote._ EMILIA SAINT-AUBERT. Montoni sorrise ironicamente a ci che aveva scritto Emilia, ma non le fece veruna obbiezione. Ella si ritir nel suo appartamento, e cominci una lettera per Valancourt; vi riferiva le particolarit del suo viaggio, e l'arrivo a Venezia. Vi descrisse le scene pi interessanti del suo passaggio nelle Alpi, le sue emozioni alla prima vista dell'Italia, i costumi ed il carattere del popolo che la circondava, e qualche dettaglio sulla condotta di Montoni. Si guard bene dal nominare il conte Morano, e meno ancora della di lui dichiarazione, sapendo quanto il vero amore sia facile ad allarmarsi. CAPITOLO XVII Il d dopo, il conte pranz in casa Montoni; era straordinariamente allegro. Emilia osserv nelle sue maniere con lei un'aria di fiducia e di gioia che non aveva mai avuta; si prov a reprimerlo raddoppiando la consueta freddezza, ma non le riusc. Egli parve cercar l'occasione di parlarle senza testimoni, ma Emilia non volle mai aderire ad ascoltar cose che non si potessero dire a voce alta. Verso sera, il signor Montoni e tutta la societ andarono a divertirsi sul mare; il conte, conducendo Emilia allo _zendaletto_[1], port la sua mano alle proprie labbra, e la ringrazi della condiscendenza che si era degnata mostrare. La fanciulla, sorpresa e malcontenta, affrettossi a ritirar la mano, e credette che scherzasse; ma quando in fondo alle scale conobbe, dalla livrea, che era lo zendaletto del conte, e che il resto della societ, essendo gi entrata in altre gondole, stava per partire, risolse di non soffrire un abboccamento particolare; gli diede la buona sera, e torn verso il portico. Il conte la segu, pregando e supplicando, allorch giunse Montoni, il quale la prese per mano, e la condusse al zendaletto; Emilia lo pregava sottovoce di considerare la sconvenienza di quel passo. Specie di gondoletta ornata con magnificenza. Questo capriccio intollerabile, diss'egli; io non vedo qui nessuna sconvenienza. Da quel punto, l'avversione di Emilia pel conte divenne una specie d'orrore; l'audacia inconcepibile colla quale continuava a perseguitarla ad onta del suo rifiuto, l'indifferenza ch'egli mostrava per la sua opinione particolare, finch Montoni favorisse le sue pretese, tutto si riuniva per aumentare l'eccessiva ripugnanza ch'essa non aveva mai cessato di sentire per lui. Si tranquill per alquanto sentendo che Montoni sarebbe venuto con loro. Egli si mise da una parte e Morano dall'altra. Tutti tacevano mentre i gondolieri preparavano i remi; ma Emilia, fremendo del colloquio che sarebbe susseguito a quel silenzio, ebbe alfine bastante coraggio per romperlo con qualche parola indifferente, all'uopo di prevenire le sollecitazioni dell'uno ed i rimproveri dell'altro. Io era impaziente, le disse il conte, di esprimere la mia riconoscenza alla vostra bont: ma devo pure ringraziare il signor Montoni, che mi procur un'occasione tanto desiderata. Emilia guard il conte con un misto di sorpresa e malcontento. Come! soggiuns'egli; vorreste voi diminuire la soddisfazione di questo momento delizioso? Perch rimpiombarmi nella perplessit del dubbio, e smentire, coi vostri sguardi, il favore delle vostre ultime dichiarazioni? Voi non potete dubitare della mia sincerit e di tutto l'ardore della mia passione. inutile, vezzosa Emilia, senza dubbio, inutile affatto che cerchiate di nascondere pi a lungo i vostri sentimenti. --Se li avessi mai nascosti, signore, rispose Emilia, sarebbe inutile senza dubbio il dissimularli viemaggiormente. Aveva sperato che mi avreste risparmiata la necessit di dichiararli ancora; ma poich mi ci obbligate, vi protesto, e per l'ultima volta, che la vostra perseveranza vi priva perfin della stima ond'io era disposta a credervi degno. --Perdio! sclam Montoni; questo oltrepassa la mia aspettativa; aveva conosciuto capricci nelle donne, ma... Osservate, madamigella Emilia, che se il conte vostro amante, io nol sono, e non servir di trastullo alle vostre capricciose incertezze. Vi si propone un matrimonio che onorerebbe ogni famiglia: ricordatevi che la vostra non nobile; voi resisteste lunga pezza alle mie ragioni; il mio onore adesso impegnato, e non intendo fare una trista figura. Voi persisterete, se v'aggrada, nella dichiarazione che m'incaricaste di fare al conte. --Bisogna per certo che siate caduto in errore, signore, disse Emilia; le mie risposte su questo soggetto furono costantemente le medesime; degno di voi l'accusarmi di capriccio. Se acconsentiste ad incaricarvi delle mie risposte, un onore ch'io non sollecitai. Ho dichiarato io stessa al conte Morano, ed a voi, o signore, che non accetter mai l'onore ch'egli vuol farmi, e lo ripeto. Il conte guardava Montoni con meraviglia; il contegno di quest'ultimo mostrava eziandio sorpresa, ma una sorpresa mista a sdegno. Qui c' audacia e capriccio insieme. Negherete voi le vostre proprie espressioni, signorina? --Una tal domanda non merita risposta, disse Emilia arrossendo; voi ve la rammenterete, e vi pentirete d'averla fatta. --Rispondete categoricamente, replic Montoni con veemenza. Dunque ardite disdire le vostre parole? Vorreste negare che poco fa avete riconosciuto esser troppo tardi per isciogliervi dai vostri impegni, e che voi accettaste la mano del conte? lo negherete voi? --Negher tutto, perch nessuna delle mie parole ha mai espresso nulla di simile. --Negherete voi quello che scriveste al signor Quesnel vostro zio? Se ardite farlo, il vostro carattere attester contro di voi. Che potete dire adesso? continu Montoni, prevalendosi del silenzio e della confusione d'Emilia. --Mi accorgo, signore, che siete in un grand'abbaglio, e ch'io stessa fui ingannata. --Non pi finzioni, ve ne prego. Siate franca e sincera, se possibile. --Io sono stata sempre tale, signore, e non men fo al certo nessun merito. Non ho alcun motivo di fingere. --Cosa vuoi dir tutto questo? esclam Morano alquanto commosso. --Sospendete il vostro giudizio, conte, replic Montoni; le idee d'una donna sono impenetrabili. Ora, si venga alla spiegazione.... --Scusatemi, signore, se io sospendo questa spiegazione fino al momento in cui voi sembrerete pi disposto alla fiducia; tutto quel ch'io potrei dire adesso non servirebbe che ad espormi ad insulti. --Spiegatevi ve ne prego, disse Morano. --Parlate, soggiunse Montoni, vi accordo tutta la fiducia; sentiamo. --Permettete che vi porti ad uno schiarimento, facendovi una domanda. --Mille se v'aggrada, disse Montoni sdegnosamente. --Qual era il tema della vostra lettera al signor Quesnel? --Eh! qual poteva mai essere? L'offerta onorifica del conte Morano. --Allora, signore, noi ci siamo ingannati stranamente entrambi. --Noi ci siamo spiegati male, suppongo, nel colloquio precedente alla lettera. Devo rendervi giustizia; siete molto ingegnosa nel far nascere un malinteso. Emilia procurava di trattenere le lagrime e risponderete con fermezza. Permettetemi, signore, di spiegarmi intieramente, o di tacer del tutto. --Montoni, grid il conte, lasciatemi patrocinare la mia propria causa; chiaro che voi non potete farci nulla. --Qualunque discorso a tal proposito, disse Emilia, inutile; se volete farmi grazia, non prolungatelo. -- impossibile, signora, ch'io soffochi una passione che forma l'incanto ed il tormento della mia vita. V'amer sempre, e vi perseguiter con ardore instancabile; quando sarete convinta della forza e costanza della mia passione, il vostro cuore ceder alla piet, e forse al ravvedimento. Un raggio di luna, cadendo sul volto di Morano, scoperse il turbamento e l'agitazione dell'anima sua. D'improvviso esclam: troppo, signor Montoni, voi m'ingannaste, e vi domando soddisfazione. --A me, signore? l'avrete, balbett questi. --Mi avete ingannato, continu Morano, e volete punire l'innocenza del cattivo successo dei vostri progetti. Montoni sorrise sdegnosamente. Emilia, spaventata dalle conseguenze che poteva avere quel diverbio, non pot tacere pi a lungo. Spieg il motivo dello sbaglio, e dichiar che non aveva inteso consultar Montoni se non per l'affitto della valle, concludendo, e supplicandolo di scrivere sul momento a Quesnel onde riparare a siffatto errore. Il conte poteva appena contenersi; nullameno, mentr'essa parlava, entrambi stavano attenti ai suoi discorsi. Calmato alquanto il di lei spavento, Montoni preg il conte d'ordinare ai gondolieri di tornare addietro, promettendogli un abboccamento particolare; Morano ader senza difficolt. Emilia, consolata dalla prospettiva di qualche riposo, adopr le sue premure conciliatrici a prevenire una rottura fra due persone che aveanla perseguitata, ed insultata ben anco senza riguardo. Lo zendaletto si ferm alla casa di Montoni; il conte condusse Emilia in una sala, ove lo zio la prese pel braccio e le disse qualcosa sottovoce. Morano le baci la mano nonostante tutti i di lei sforzi per ritirarla, le augur la buona notte colla pi tenera espressione, e ritorn allo zendaletto, accompagnato dall'altro. Emilia, nella sua camera, consider con estrema inquietudine la condotta ingiusta e tirannica di Montoni, la pertinacia impudente di Morano e la propria tristissima situazione, lontana dagli amici e dalla patria. Invano pensava a Valancourt, come a di lei protettore: egli era trattenuto lontano dal suo servizio, ma si consolava almeno nel sapere ch'esisteva al mondo una persona la quale divideva le sue pene, ed i cui voti non tendevano che a liberarnela. Risolse nondimanco di non cagionargli un dolore inutile ragguagliandolo come le spiacesse d'aver respinto il suo giudizio sopra Montoni, bench per non si pentisse d'aver ascoltata la voce del disinteresse e della delicatezza, rifiutando la proposta d'un matrimonio clandestino. Ella nutriva qualche speranza nel suo prossimo colloquio collo zio; era decisa a dipingergli la sua trista situazione, e pregarlo di permettergli d'accompagnarlo al di lui ritorno in Francia; quando d'improvviso ricordossi che la valle, suo prediletto soggiorno, unico suo asilo, non sarebbe pi a di lei disposizione per lunga pezza. Pianse allora, temendo di trovar poca piet in un uomo come Quesnel, il quale disponeva delle sue propriet senza nemmen degnarsi di consultarla, e licenziava una serva vecchia e fedele, mettendola cos in istrada. Ma bench certa di non aver pi casa in patria, e pochi amici, volea tornarvi, per sottrarsi al dominio di Montoni, la cui tirannide verso di lei e la durezza verso gli altri pareanle insopportabili. E neppur desiderava abitare collo zio, il procedere del quale a di lei riguardo bastava a convincerla del pari non avrebbe altro fatto se non cambiar d'oppressore. La condotta di Montoni le pareva singolarmente sospetta, a proposito della lettera a Quesnel. Poteva, da principio, essere stato ingannato; ma essa temeva non persistesse egli volontariamente nel suo errore per intimorirla, piegarla ai suoi desiderii, e costringerla a sposare il conte. In qualunque caso per, era premurosissima di parlarne a Quesnel, e considerava la sua visita imminente con un misto d'impazienza, di speranza e timore. Il giorno seguente, la Montoni, trovandosi sola con Emilia, le parl del conte Morano. Parve sorpresa che la sera innanzi non avesse raggiunto le altre gondole, e ripreso cos presto la volta di Venezia. Emilia raccont tutto l'accaduto, esprimendo il suo cordoglio per il malinteso sorto fra lei e Montoni, e supplic la zia d'interporre i suoi buoni uffici, perch questi desse al conte un rifiuto decisivo e formale; ma si accorse in breve ch'ella sapeva gi tutto. Non dovete aspettarvi nessuna condiscendenza da me, le disse: ho gi dato il mio voto, ed il signor Montoni ha ragione di estorcere il vostro consenso con tutti i mezzi che sono in suo potere. Quando la giovent s'accieca su' suoi veri interessi, e se ne allontana ostinatamente, la maggior fortuna che possa avere quella di trovare amici che si oppongano alle loro follie. Ditemi, in grazia, se, per la vostra nascita, potevate aspirare ad un partito cos vantaggioso, come quello che vi offerto? --No, signora, rispose Emilia; io non ho l'orgoglio di pretendere... --Non si pu negare che non ne abbiate una buona dose. Il mio povero fratello, vostro padre, era anch'egli molto orgoglioso; ma, in verit, bisogna confessarlo, la fortuna non lo favoriva troppo. Sdegnata per questa maligna allusione al padre, ed incapace di rispondere con sufficiente moderazione, Emilia esit un momento confusa; la zia ne trionfava; finalmente le disse: L'orgoglio di mio padre, signora, aveva un oggetto nobilissimo; la sola felicit ch'ei conoscesse, veniva dalla bont, educazione e carit sua verso il prossimo. Egli non la fece mai consistere nel superar gli altri in ricchezza, n era umiliato della sua inferiorit a tal riguardo. Non respigneva i miseri e gli sventurati. Disprezzava talvolta quelle persone le quali, in seno alla prosperit, si rendevano invise a forza di vanit, d'ignoranza e di crudelt. Io far dunque consistere la mia gloria nell'imitarlo. --Non ho la pretensione, nipote mia, di comprendere quest'accozzaglia di bei sentimenti; ne lascio tutta la gloria a voi; ma vorrei insegnarvi un poco di buon senso, e non vedervi la maravigliosa saviezza di sprezzare la vostra felicit. Non mi vanto d'una educazione tanto raffinata come quella che vostro padre si piacque di darvi, ma mi contento d'un po' di senso comune. Sarebbe stata una vera fortuna, per vostro padre e per voi, se vi avesse insegnato ad adoprarlo. Emilia, offesa sensibilmente da simili riflessioni sulla memoria del padre, disprezzando questo discorso, la lasci d'improvviso e ritirossi nella sua camera. Ne' pochi giorni che scorsero da questo colloquio alla partenza per Miarenti, Montoni non rivolse mai una parola alla nipote; i di lui sguardi esprimevano il suo risentimento; ma Emilia era molto sorpresa com'egli potesse astenersi dal rinnovare il soggetto. Lo fu viemaggiormente vedendo che, negli ultimi tre giorni, il conte non comparve, e che Montoni non ne pronunzi neppure il nome. Parecchie congetture le si affacciarono alla mente; temeva talora che la lite si fosse rinnovata, e fosse riuscita fatale al conte; qualche volta inclinava a credere che la stanchezza e il disgusto fossero state la conseguenza del di lei rifiuto, e ch'egli avesse abbandonato i suoi progetti; da ultimo, s'immaginava che il conte ricorresse allo strattagemma di sospendere le sue visite, ottenendo da Montoni che non lo nominasse, nella speranza che la gratitudine e la generosit opererebbero molto su lei, e determinerebbero un consenso ch'egli non attendeva pi dall'amore. Passava il tempo in queste vane congetture, cedendo volt'a volta alla speranza ed all'amore: partirono infine per Miarenti, e quel giorno, come gli altri, il conte non comparve, n si parl menomamente di lui. Montoni avendo deciso di non partir da Venezia prima di sera, per evitare il caldo e godere il fresco della notte, s'imbarcarono per giungere alla Brenta un'ora prima del tramonto. Emilia, seduta sola a poppa, contemplava in silenzio gli oggetti che fuggivano a misura che la barca inoltrava: vedeva i palazzi sparire a poco a poco confusi coll'onde; ben presto le stelle succedettero agli ultimi raggi del sole, ed una notte fresca e tranquilla l'invit a dolci meditazioni, turbate sol dal romore momentaneo dei remi, e dal lieve mormorio delle acque. Giunti alle bocche della Brenta, si attaccarono alla barca i cavalli, e la fecero avanzare speditamente fra due sponde ornate a vicenda d'alberi altissimi, di ricchi palagi, di giardini deliziosi, e di boschetti odorosi di mirti e d'aranci. Allora affacciaronsi alla fanciulla tenere memorie; pens alle belle sere passate nella sua valle, ed a quelle trascorse con Valancourt presso Tolosa ne' giardini della zia. Perduta in tristi riflessioni, e spesso colle lagrime agli occhi, ne fu scossa d'improvviso dalla voce di Montoni, che l'invitava a prender qualche rinfresco. Recatasi nella cabina, vi trov la zia sola. La fisonomia di questa era accesa di collera, prodotta, a quanto parea, da un colloquio avuto col marito. Questi la guardava con aria di corruccio e disprezzo, e per qualche tempo restarono ambedue in perfetto silenzio. Montoni parl ad Emilia di Quesnel. Mi lusingo, non vorrete persistere nel sostenere che ignoravate il soggetto della mia lettera. --Dopo il vostro silenzio mi era figurata, o signore, che non fosse pi necessario d'insistere, e che avreste riconosciuto il vostro errore. --Avevate sperato l'impossibile, sclam Montoni; mi sarei dovuto aspettare dal vostro sesso una sincerit ed una condotta pi riflessiva, colla stessa facilit con cui voi poteste immaginarvi di convincermi d'errore. Emilia arross, e non parl pi. Conobbe allora troppo chiaramente che aveva di fatti sperato l'impossibile, e che laddove eravi stato errore volontario, non si poteva sperare di convincere; era evidente che la condotta di Montoni non era stata l'effetto di un malinteso, ma quello d'un piano concertato. Impaziente di sottrarsi ad un colloquio tanto dispiacevole ed umiliante per lei, Emilia torn fuori a sedere a poppa. L almeno le veniva accordato dalla natura quella quiete che le ricusava Montoni. Quando, svegliata dalla voce d'una guida o da qualche movimento nella barca, essa ricadea nelle sue riflessioni, pensava all'accoglienza che le farebbero i coniugi Quesnel, e che cosa direbbe a proposito della valle. Poi cercava distogliere lo spirito da un soggetto tanto fastidioso, divertendosi a contemplare i tratti del bel paese illuminato dalla luna. Mentre la sua imaginazione distraevasi cos, scopr un edifizio che s'innalzava al disopra degli alberi. Man mano che la barca inoltrava, udiva rumor di voci; in breve distinse l'alto portico d'una bella casa ombreggiata da pini e pioppi, e la riconobbe per la casa medesima statale gi mostrata come propriet del parente della signora Quesnel. La barca si ferm vicino ad una scala marmorea che conduceva sotto il portico, il quale era illuminato. Montoni sbarc colla sua famiglia, e trovarono i coniugi Quesnel in mezzo agli amici, assisi su sof, che godevano il fresco della notte mangiando frutti e gelati, mentre alcuni suonatori, in qualche distanza, facevano una bella serenata. Emilia era gi avvezza ai costumi dei paesi caldi, e non fu sorpresa di trovar quei signori di fuori dal loro portico a due ore dopo mezzanotte. Fatti i soliti complimenti, la compagnia prese posto sotto il portico, e da una sala vicina le furono serviti rinfreschi squisitissimi. Cessato il piccolo tumulto dell'arrivo, e quando Emilia si fu rimessa dal turbamento provato in barca fu sorpresa dalla bellezza singolare di quel luogo, e dai comodi che offriva per guarentirsi dalle molestie della stagione. Era una rotonda a cupola scoperta di marmo bianco, sostenuta da colonnati della medesima materia. Le due ali guardavano su lunghi cortili, lasciando vedere immense gradinate sulle sponde del fiume. Una fontana in mezzo, co' suoi zampilli, formava, cadendo un piacevole mormorio, e l'odore soave dei fiori profumava quel luogo delizioso. Quesnel parl dei propri affari col suo tuono ordinario d'importanza. Vant i nuovi acquisti, e compianse con affettazione Montoni delle recenti perdite da lui fatte. Quest'ultimo, il cui orgoglio almeno era capace di sprezzare una tale ostentazione, scuopriva facilmente, sotto una finta compassione, la vera malignit di Quesnel. Lo ascolt con silenzio sdegnoso, quand'ebbe nominato sua nipote, si alzarono entrambi ed andarono a passeggiare in giardino. Emilia intanto si avvicin alla signora Quesnel, la quale parlava della Francia. Il solo nome della di lei patria erale caro: provava gran piacere nel considerare una persona che ne veniva. Quel paese d'altronde era abitato da Valancourt, e dessa ascoltava attentamente nella lieve lusinga di sentirlo nominare. La Quesnel che, durante il suo soggiorno in Francia, parlava con estasi dell'Italia, non parlava in Italia che delle delizie della Francia, sforzandosi di eccitare la curiosit altrui raccontando tutte le belle cose che aveva avuto la fortuna di vedervi. Emilia attese invano il nome di Valancourt. La signora Montoni parl a sua volta delle bellezze di Venezia, e del piacere che sperava gustare visitando il castello di Montoni negli Appennini. Quest'ultimo articolo non era trattato che per vanit. Emilia sapeva bene che la di lei zia apprezzava poco le grandezze solitarie, e quelle in ispecie che potea presentare il castello di Udolfo. La conversazione continu malignandosi vicendevolmente, per quanto poteva permetterlo la civilt, con reciproca ostentazione. Assise su morbidi sof, sotto un portico elegante, circondate dai prodigi della natura e dell'arte, gli esseri meno sensibili avrebbero dovuto provare trasporti di cordialit, buone disposizioni, e cedere con trasporto a tutte le dolcezze di quei luoghi incantati. Poco stante albeggi; sorse il sole, e permise agli sguardi attoniti di contemplare il magnifico spettacolo che offrivano da lunge i monti coperti di neve, i declivi verdeggianti, e le ubertose pianure che si estendevano alle loro falde. I contadini che andavano al mercato passavano in battello. Gli ombrelli di tela colorata, che portavano la maggior parte per guarentirsi dai raggi solari; i canestri di frutti e di fiori che andavano accomodando nel tragitto; l'abbigliamento semplice e pittoresco delle villanelle, tutto formava un colpo d'occhio dei pi sorprendenti. La rapidit della corrente, la vivacit dei rematori, i canti di quei contadini all'ombra delle vele, ed il suono di qualche rustico strumento, dava a tutta la scena il carattere di una festa campestre. Allorch Montoni e Quesnel ebbero raggiunte le signore, passeggiarono tutti insieme nei giardini, la cui elegante distribuzione contribu molto a distrarre Emilia. La forma maestosa e la ricca verzura dei cipressi, ch'ella trovava qui nella loro perfezione, l'altezza smisurata dei pini e dei pioppi, i folti rami dei platani, contrastavano coll'arte in quei giardini meravigliosi; i boschetti di mirto ed altre piante fiorite confondevano gli aromatici effluvi con quelli di mille fiori che smaltavano il terreno, e l'aria veniva rinfrescata dai limpidi ruscelli, serpeggianti fra i verdi pergolati. Intanto il sole s'innalzava sull'orizzonte, ed il caldo cominciava a farsi sentire. La societ abbandon i giardini per andar in cerca di riposo. CAPITOLO XVIII Emilia profitt della prima occasione propizia per parlare a Quesnel del castello della valle. Le sue risposte furono concise, e fatte coll'accento di chi non ignorando il suo assoluto potere, s'impazientisce di vederlo messo in dubbio. Le dichiar che la disposizione presa era una misura necessaria, e ch'essa doveva andar debitrice alla di lui prudenza de' vantaggi che gliene sarebbero ridondati. Del resto, aggiunse quando il conte veneziano, di cui non mi ricordo il nome, vi avr sposata, i fastidi della vostra dipendenza cesseranno. Come vostro parente, mi rallegro per voi d'una circostanza tanto felice, e, ardisco dirlo, cos poco attesa dai vostri amici. Per qualche momento, Emilia rest muta e fredda; quindi procur disingannarlo a proposito del poscritto da lei aggiunto alla lettera di Montoni; Quesnel parve avere ragioni particolari di non crederle, e per assai tempo persist ad accusarla di capriccio. Convinto alfine della di lei avversione per Morano, e del rifiuto positivo che gli aveva dato, si abbandon alle stravaganze del risentimento, esprimendosi colla maggiore asprezza. Lusingato segretamente dal parentado d'un nobile, onde aveva finto dimenticar il casato, era incapace d'intenerirsi dei patimenti cui poteva incontrare la nipote nel sentiero che le segnava la propria ambizione. Emilia vide tosto tutte le difficolt che la minacciavano; e quantunque nessuna persecuzione potesse farla rinunziare a Valancourt per Morano, essa fremeva all'idea delle violenze di suo zio. A tanta collera ed a tanto sdegno oppos'ella solamente la dolce dignit d'uno spirito superiore; ma la fermezza misurata della sua condotta non serv che ad esacerbare il corruccio di Quesnel, obbligandolo a riconoscere la sua inferiorit. Fin per dichiararle che, se persisteva nella sua folla, e lui e Montoni l'avrebbero abbandonata al disprezzo universale. La calma nella quale Emilia erasi mantenuta in presenza dello zio, l'abbandon quando fu sola: pianse amaramente; ripet pi d'una volta il nome del padre, di quel tenero padre che non vedeva pi, e di cui si rammentava tutti gli avvertimenti datile al letto di morte. Oim! diceva essa; conosco bene adesso che la forza del coraggio preferibile alle grazie della sensibilit. Far tutti gli sforzi per adempire alla mia promessa; non mi abbandoner ad inutili lamenti, e procurer di soffrire con fortezza d'animo l'oppressione che non posso evitare. Sollevata in qualche modo dal suo fermo proposito di adempire in parte alle ultime volont paterne, terse il pianto, e comparve a tavola colla consueta serenit. Verso sera, le signore andarono a prendere il fresco nella carrozza della Quesnel sulle rive della Brenta. La situazione d'Emilia formava un contrasto malinconico coll'allegria delle brillanti societ riunite sotto gli alberi lungo il delizioso fiume. Taluni ballavano all'ombra, altri, sdraiati sull'erba, prendevano gelati, mangiavano frutti e gustavano in pace le dolcezze d'una bella sera all'aspetto del pi bel paese del mondo. La fanciulla considerando le lontane vette nevose degli Appennini, pens al castello di Montoni, e frem all'idea ch'egli ve la condurrebbe, ed avrebbe saputo costringerla all'obbedienza. Questo timore per svan, riflettendo ch'era in di lui potere a Venezia, come lo sarebbe stata in ogni altra parte. Tornarono a Miarenti assai tardi; la cena era preparata nella magnifica rotonda gi tanto ammirata da Emilia: le signore si riposarono sotto il portico, finch Quesnel, Montoni ed altri gentiluomini vennero a raggiungerle. Emilia faceva ogni sforzo per tranquillarsi, allorch una barca sost d'improvviso alla scalea del giardino, ed essa distinse la voce di Morano, il quale comparve poco dopo. Ricev i di lui complimenti in silenzio, e la sua freddezza parve da principio sconcertarlo, ma in seguito si rimise, riprese il suo brio, e la fanciulla osserv che la specie d'adulazione onde l'opprimevano i suoi zii, e di cui ella maravigliossi forte, eccitava solo il suo disgusto. Appena pot ritirarsi, le di lei riflessioni quasi involontariamente si aggirarono sui mezzi possibili d'indurre il conte a desistere dalle sue pretese; la sua delicatezza non ne trov di pi efficace fuor quello di confessargli un vincolo gi formato, e rimettersene alla di lui generosit. Nullameno, quando la domane egli rinnov le sue premure, Emilia abbandon quel progetto: sarebbe repugnato troppo al di lei orgoglio lo svelare il segreto del suo cuore ad un uomo come Morano, e domandargli un sacrifizio; talch respinse con impazienza il piano gi concetto. Ripet il suo rifiuto nei termini pi decisi, e biasim severamente la condotta tenuta verso di lei. Il conte ne parve mortificato, ma continu a persistere nelle solite assicurazioni di tenerezza; l'arrivo della Quesnel l'interruppe, e fu per Emilia un gran soccorso. Di tal guisa, Emilia pass i giorni pi infelici in quella casa deliziosa a motivo dell'ostinata assiduit di Morano, e della tirannia crudele che esercitavano su di lei Quesnel e Montoni, i quali parevano, al par della zia, pi risoluti che mai a siffatto matrimonio. Quesnel, vedendo infine che i discorsi e le minacce erano egualmente inutili per venire ad una pronta decisione, vi rinunzi, e tutto fu rimesso al tempo ed al potere di Montoni. Emilia intanto desiderava tornar a Venezia, sperando col sottrarsi in parte alle persecuzioni di Morano; d'altro lato, Montoni, distratto dalle occupazioni, non sarebbe sempre stato in casa. In mezzo alle sciagure, pens anche a raccomandar con forza la povera Teresa a Quesnel il quale, la lusing promettendole che non l'avrebbe dimenticata. Montoni, in un lungo colloquio, concert con Quesnel il piano da eseguirsi riguardo alla nipote, e questi promise trovarsi a Venezia tosto dopo la celebrazione del matrimonio. Emilia per la prima volta, non prov verun rincrescimento a separarsi da' parenti. Morano torn a Venezia nella stessa barca di Montoni. La fanciulla, la quale osservava gradatamente l'avvicinarsi di quella superba citt, si vide dappresso la sola persona che potesse diminuirgliene il piacere. Arrivarono verso mezzanotte; Emilia fu liberata dalla presenza del conte, che segu Montoni in un casino, e pot finalmente ritirarsi nella sua camera. Il d seguente, lo zio in un breve colloquio dichiar ad Emilia che non intendeva esser tirato pi per le lunghe; il suo matrimonio col conte era per lei di un vantaggio cos prodigioso, che sarebbe folla l'opporvisi, ed una folla inconcepibile, e che verrebbe celebrato senza dilazione, e, se facea duopo, senza di lei consenso. La giovane, la quale fino allora aveva impiegate le ragioni, ricorse alle preghiere: il dolore le impediva di considerare che, con un uomo del carattere di Montoni, le suppliche non produrrebbero migliore effetto delle ragioni. Gli domand poscia con qual diritto esercitasse egli su di lei quell'autorit illimitata. In uno stato pi tranquillo, non avrebbe rischiato questa domanda che non le giovava a nulla, e faceva trionfare Montoni della sua debolezza e del suo isolamento. Con qual diritto? sclam questi con un sorriso maligno; col diritto della mia volont; se voi potrete sottrarvene, io non vi domander con qual diritto lo faceste. Ve lo ricordo per l'ultima volta: voi siete straniera, lontana dalla patria; deve interessarvi di avermi per amico, e ne conoscete i mezzi; se mi obbligate a divenirvi nemico, m'arrischier a dire che la punizione superer la vostra aspettativa; dovreste ben sapere che non son fatto per essere burlato. Emilia rest immobile dopo che Montoni l'ebbe lasciata: era disperata, o piuttosto stupefatta; il sentimento della sua miseria era il solo che avesse conservato: la Montoni la trov in quello stato. La giovine alz gli occhi, e il dolore espresso da tutta la di lei persona avendo senza dubbio intenerita la zia, le parl con insolita bont; il cuore di Emilia ne fu commosso, e dopo aver pianto alcun poco, raccolse bastante forza per raccontarle il soggetto del suo dolore, e sforzarsi d'interessarla per lei. La compassione della zia era stata sorpresa, ma la sua ambizione non poteva moderarsi, e credeva esser gi la zia d'una contessa. I tentativi della fanciulla non riusciron meglio con lei che con Montoni: ritorn nella sua camera, e cominci nuovamente a piangere, risolutissima di sfidare ad ogni costo tutta la vendetta di Montoni, anzich sposare un uomo di cui avrebbe disprezzata la condotta, quand'anco non avesse mai conosciuto Valancourt. Sopraggiunse poco di poi una faccenda che per qualche giorno sospese l'attenzione di Montoni; le visite misteriose d'Orsino si erano rinnovate con maggiore frequenza, dopo il ritorno di Montoni. Cavign, Verrezzi, e qualcun altro erano ammessi, oltre Orsino, a questi conciliaboli notturni: Montoni divenne pi riservato e severo che mai. Se i propri interessi non l'avessero resa indifferente a tutto il resto, Emilia si sarebbe accorta che meditava qualche progetto. Una sera che non doveva tenersi riunione, arriv Orsino agitatissimo e sped al casino un suo confidente in cerca di Montoni: lo pregava di tornare a casa subito, raccomandando al messo di non pronunziar il suo nome. Montoni torn sull'istante, trov Orsino, e seppe tosto il motivo della visita ed agitazione sua, conoscendone gi una parte. Un gentiluomo veneziano, che aveva recentemente provocato l'odio di Orsino, era stato pugnalato da scherani pagati da quest'ultimo. Il morto apparteneva alle prime famiglie, ed il Senato erasi preso a cuore quell'affare. Uno degli assassini fu arrestato, e confess, Orsino essere il reo. Alla nuova del suo pericolo, egli veniva a trovare Montoni perch gli facilitasse la fuga, sapendo che in quel momento tutti gli officiali di polizia erano in cerca di lui per tutta la citt, talch riuscivagli impossibile di uscirne. Montoni acconsent a nasconderlo per qualche giorno finch la vigilanza fosse rallentata, e potesse con sicurezza lasciar Venezia. Sapeva il pericolo che incorreva accordando asilo ad Orsino; ma era tale la natura delle obbligazioni sue verso quell'uomo, che non credeva prudente negarglielo. Tal era la persona ammessa da lui alla sua confidenza, e per la quale sentiva tanta amicizia, quanto potevalo comportare il suo carattere. Per tutto il tempo che Orsino rimase nascosto nella casa, Montoni non volle attirare gli sguardi del pubblico celebrando le nozze del conte; ma quando la fuga del reo ebbe fatto cessare questo ostacolo, inform Emilia che il di lei matrimonio avrebbe avuto luogo la mattina seguente. Essa protest che non avrebbe mai acconsentito, ed egli rispose con un maligno sorriso, assicurandola che di buonissima ora il conte ed un sacerdote si sarebbero trovati in casa sua, e consigliandola a non isfidare il di lui risentimento con un'opposizione contraria ai suoi voleri ed al proprio di lei bene. Esco per tutta sera, aggiuns'egli: ricordatevi che domani do la vostra mano al conte Morano. Emilia, la quale, dopo le ultime di lui minacce, si lusingava che la crisi giungerebbe al suo termine, fu poco scossa da questa dichiarazione; studi dunque il mezzo di farsi coraggio considerando che il matrimonio non poteva esser valido fintantoch in presenza del sacerdote ella ricuserebbe di prender parte alla cerimonia. Il momento della prova si avvicinava, ed essa era egualmente agitata dall'idea della vendetta e a quella dell'imeneo. Assolutamente incerta sulle conseguenze del suo rifiuto all'altare, temeva pi che mai il potere illimitato di Montoni, ed era persuasa che avrebbe trasgredite senza scrupolo tutte le leggi per riuscire ne' suoi progetti. Mentre stava immersa in questo mare di affanni fu avvertita che Morano desiderava parlarle. Appena il servo fu uscito con le di lei scuse, se ne pent, lo chiam indietro, e volendo provare se le preghiere e la fiducia produrrebbero migliore effetto del rifiuto e dello spregio, gli fece dire che sarebbe andata a trovarlo ella stessa. La dignit e il nobile contegno con cui mosse incontro al conte, l'aria rassegnata e pensierosa che ne addolciva la fisonomia, non erano mezzi capaci per farlo rinunziare a lei, n servirono se non ad aumentare una passione che l'aveva gi inebriato. Egli ascolt ci ch'essa diceva con apparente compiacenza e gran desiderio di contentarlo, ma la sua risoluzione era invariabile. Mise in opera con lei l'arte e l'insinuazione la pi raffinata. Persuasa Emilia che non avesse nulla da sperare dalla di lui giustizia, ripet solennemente le sue proteste d'opposizione, e lo lasci coll'assicurazione formale che avrebbe saputo mantenersi nella negativa anche malgrado la violenza. Un giusto orgoglio aveane trattenute le lacrime in presenza di Morano, ma appena si trov sola, pianse amaramente, invocando il padre, ed attaccandosi con dolore inesprimibile all'idea di Valancourt. La sera era avanzatissima, allorch la Montoni entr nella di lei camera cogli ornamenti nuziali che inviavale il conte. Essa aveva scansata la nipote per tutta la giornata, temendo cedere ad un'insolita sensibilit: non ardiva esporsi alla disperazione di Emilia; e forse la sua coscienza, il cui linguaggio era s poco frequente, le rimproverava una condotta s dura verso un'orfana figlia di suo fratello, e della quale un padre moribondo le aveva affidata la felicit. Emilia non volle vedere quei regali, e tent, sebbene senza speranza, un nuovo ed ultimo sforzo per interessare la compassione della zia. Commossa forse alternativamente dalla piet o dai rimorsi, seppe nasconder l'una e gli altri, e rimprover alla nipote la follia di affliggersi per un matrimonio che non poteva mancare di renderla felice. Certo, le diss'ella, se io non fossi maritata, e se il conte mi offrisse la sua mano, sarei molto lusingata di questa distinzione. Se io credo dover pensare cos, voi, nipote mia, che non siete ricca, dovete indubitatamente trovarvene onoratissima, e mostrare una riconoscenza, un'umilt verso Morano, tale da corrispondere alla sua condiscendenza. Son sorpresa, ve lo confesso, di veder lui cos sommesso e voi cos orgogliosa. Stupisco della sua pazienza, e, se fossi in lui, vi farei per certo ricordare un po' meglio dei vostri doveri. Io non vi aduler, ve lo dico schietto; questa ridicola adulazione che vi d tanta e tale opinione di voi stessa, che vi fa credere non esservi nessuno che possa meritarvi. L'ho detto spesso al conte; io non badava alla stravaganza de' suoi complimenti, e voi li pigliavate alla lettera. --La vostra pazienza, signora, disse Emilia, soffriva allora assai meno della mia. --Tutto questo pura affettazione, null'altro, rispose la zia; io so che l'adulazione v'insuperbisce e vi rende cos vana, che credete ingenuamente di vedere tutti gli uomini ai vostri piedi; ma v'ingannate. Posso accertarvi, nipote mia, che non troverete molti adoratori come il conte; chiunque altro vi avrebbe voltate le spalle, e vi avrebbe lasciata in preda a un tardo pentimento. --Oh! perch mai il conte non fa quel che farebbero gli altri? disse Emilia sospirando. -- una fortuna per voi che non sia cos, replic la zia. --Io non sono ambiziosa; desidero solo restare nello stato in cui mi trovo. --Non si tratta di ci, soggiunse la zia; vedo che pensate sempre a quel Valancourt. Scacciate, ven prego, queste ubbie amorose e questo ridicolo orgoglio; diventate ragionevole. D'altronde son tutte ciarle inutili; voi sarete maritata domani, vogliate o no, gi lo sapete: il conte non vuole esser pi a lungo vostro zimbello. La fanciulla non tent rispondere a siffatta singolare aringa, sentendone l'inutilit. La zia depose i regali del conte sopra un tavolino ove appoggiavasi Emilia, e le augur la buona sera. L'orfanella fiss gli occhi sulla porta dond'era uscita la zia; ascoltava attenta se qualche suono venisse a rialzar l'abbattimento spaventoso de' suoi spiriti. Era mezzanotte passata; tutti dormivano, tranne il servo che aspettava il padrone. Il di lei animo, prostrato dai dispiaceri, ced allora a terrori imaginari; tremava considerando le tenebre dell'ampia stanza in cui trovavasi; temeva senza saper perch. Dur in tale stato tanto tempo, che avrebbe chiamata Annetta, la cameriera della zia, se la paura le avesse concesso d'alzarsi dalla sedia e traversar le camere. Le tetre illusioni a poco a poco svanirono; ed and a letto, non per dormire, era impossibile, ma per cercar di calmare il disordine dell'accesa fantasia e raccogliere le forze che le sarebbero state necessarie per la mattina seguente. CAPITOLO XIX Un colpo battuto alla porta di Emilia la scosse dalla specie di sonno al quale erasi data in preda. Sussult: le vennero tosto in mente Montoni e Morano. Ascolt qualche momento, e riconoscendo la voce di Annetta rischi ad aprire. Che ti conduce qui cos di buon'ora? le chiese tutta tremante. --Per carit, signorina, non vi spaventate; siete cos pallida, che fate paura anche a me. Gi dabbasso fanno un gran rumore; tutti i servi vanno e vengono con furia, e nessuno pu indovinarne il motivo. --Chi c' con loro? disse Emilia; Annetta, non m'ingannare. --Il cielo me ne guardi, per tutto l'oro del mondo non v'ingannerei. Ho veduto soltanto che il signor Montoni mostra un'impazienza straordinaria, e mi diede l'ordine di farvi alzare sul momento. --Cielo! aiutatemi, grid Emilia disperata. Il conte Morano dunque venuto? --No, signorina, per quanto io sappia egli non c'. Sua _eccellenza_ mandommi a dirvi che a momenti saranno qui le gondole, e partiremo da Venezia. Bisogna ch'io mi sbrighi per tornar dalla padrona, la quale tanto confusa, che non sa pi quel che si faccia. --Ma insomma, che cosa significa tutto questo? --Oh! signora Emilia, io non so altro se non che il signor Montoni tornato a casa agitatissimo, e ci ha fatti alzar tutti, dichiarandoci che bisognava partir sull'istante. --Il conte Morano viene egli con noi? e dove andiamo? --Lo ignoro. Ho inteso che Lodovico parlava d'un castello che il padrone ha in certe montagne. --Negli Appennini? --Appunto, signorina; ma sollecitatevi, e pensate all'impazienza del signor Montoni. Dio buono! sento gi i remi delle gondole che arrivano. Annetta usc a precipizio. Emilia si dispose a questo viaggio inaspettato, ed appena ebbe gettati libri ed abiti nel baule, ricev un secondo avviso; scese nel gabinetto della zia, ove Montoni le rimprover la sua lentezza. Egli usc quindi per dare alcuni ordini, e Emilia chiese il motivo di quella partenza subitanea. La zia parve ignorarlo come lei, e che non intraprendesse quel viaggio se non con estrema ripugnanza. Finalmente tutta la famiglia s'imbarc, ma n Morano, n Cavign si fecero vedere. Questa circostanza rianim un poco gli spiriti abbattuti di Emilia, la quale somigliava ad un condannato a morte, cui venga accordata una breve dilazione: il suo cuore si allegger ancor pi, quando ebbero fatto il giro di San Marco senza fermarsi per prendere il conte. L'alba cominciava appena a biancheggiar l'orizzonte ed il lido. Emilia non ardiva fare veruna interrogazione a Montoni, che rest qualche tempo in cupo silenzio, e s'avvolse quindi nel mantello, come se avesse voluto dormire. Sua moglie fece altrettanto. Emilia, non potendo prender sonno, alz una cortina, e si mise a considerar il mare. L'aurora illuminava grandemente la sommit dei monti friulani; ma le loro coste e le onde che le bagnavano, erano tuttavia sepolte nell'ombra: la fanciulla, immersa in dolce malinconia, osservava i progressi del giorno, che stendevasi sul mare, illuminando Venezia, i suoi isolotti, e finalmente le spiagge italiane, lungo le quali cominciavano gi a mettersi in moto le barche. I gondolieri venivano spesso chiamati da coloro che portavano le provvisioni al mercato di Venezia. Un'infinita quantit di barchette coperse in breve la laguna. Emilia gett l'ultimo sguardo su quella magnifica citt; ma il di lei spirito allora era soltanto occupato da mille congetture sui casi che l'attendevano, sul paese ov'era trascinata, e sul motivo di quel viaggio repentino. Le parve dopo mature riflessioni, che Montoni la conducesse al suo castello isolato per costringerla pi sicuramente all'obbedienza con mezzi di terrore. Se le scene tenebrose e solitarie che vi si disponevano non sortissero il bramato esito, il suo matrimonio vi sarebbe celebrato per forza, e con maggior mistero forse e meno smacco per l'onore di Montoni. Il poco coraggio resole dalla proroga svan a questa terribile idea, e quando si tocc la riva, ell'era ricaduta nel pi penoso abbattimento. Montoni non rimont la Brenta, ma continu in carrozza per andare agli Appennini. Durante questo viaggio fu cos severo con Emilia che ci solo avrebbe servito a confermare le sue congetture allarmanti. I viaggiatori cominciarono a salire gli Appennini: a quell'epoca que' monti erano coperti da immense foreste di abeti. La strada passava in mezzo a questi boschi, e non lasciava vedere che rupi spaventevoli sospese sul loro capo, a meno che qualche radura non lasciasse distinguere momentaneamente il sottoposto piano. L'oscurit di quei luoghi, il loro cupo silenzio, quando neanche il pi lieve vento agitava la cima degli alberi, l'orrore dei precipizi susseguentisi, ciascun oggetto, in una parola, rendeva pi imponenti le triste riflessioni d'Emilia. Essa non vedeva a s intorno che immagini di spaventosa grandezza e di tetra sublimit. A misura che i viaggiatori montavano attraverso le selve, le rupi accatastavansi a rupi, i monti parevano moltiplicarsi, e la cima di un'eminenza sembrava servir di base ad un'altra. Finalmente trovaronsi sopra un piccolo piano, ove i mulattieri sostarono. La scena vasta e magnifica che si presentava nella valle, eccit l'ammirazione universale, ed interess perfino la signora Montoni. Emilia obli un momento i suoi mali nell'immensit della natura. Al di l d'un anfiteatro di montagne, le cui masse parevano numerose quanto le onde del mare, e le cui falde erano coperte di folti boschi, scuoprivansi le campagne d'Italia dove i fiumi, le citt, gli oliveti, le vigne e tutta la prosperit della coltura si mischiavano in una ricca confusione. L'Adriatico circoscriveva l'orizzonte. Il Po e la Brenta, dopo aver fecondato tutta l'estensione del bel paese, venivano a scaricarvi le loro fertili acque. Emilia contempl a lungo lo splendore di quei luoghi deliziosi che abbandonava, e la cui magnificenza sembrava non ispiegarsi davanti a lei se non per cagionarle maggior rincrescimento. Per lei, il mondo intero non conteneva che Valancourt, il di lei cuore dirigevasi a lui solo, e per lui solo versava tante lacrime. Da quel punto di vista sublime i viaggiatori continuarono a salire penetrando in una gola angusta che mostrava soltanto minacciose rupi sospese sulla strada. Nessun vestigio umano, verun segno di vegetazione compariva col. Questa gola conduceva nel cuore degli Appennini. Si allarg finalmente, scoprendo una catena di monti sterilissimi, attraverso i quali bisogn viaggiare per pi ore. Verso sera, la strada svolt in una valle pi profonda, circondata quasi tutta da scoscese montagne. Il sole tramontava allora dietro lo stesso monte che scendevano i viaggiatori, prolungandone l'ombra verso la valle; ma i suoi raggi orizzontali, traversando qualche spaccatura, doravano le sommit dell'opposta foresta, e scintillavano sulle alte torri ed i comignoli d'un castello, i cui vasti bastioni estendevansi lungo uno spaventoso precipizio. Lo splendore di tanti oggetti bene illuminati veniva accresciuto dal contrasto dell'ombre che avvolgevano gi la valle. Ecco il castello di Udolfo, disse Montoni, parlando per la prima volta dopo parecchie ore. Emilia guard il castello con una specie di terrore, quando seppe ch'era quello di Montoni; sebbene illuminato in quel momento dal sole all'occaso la gotica magnificenza di quell'architettura, le antiche mura di pietra bigia, ne formavano un oggetto imponente e sinistro. La luce s'affievol insensibilmente, spargendo una tinta purpurea che si estinse grado grado, e lasci i monti, il castello e tutti gli oggetti circonvicini in tetra oscurit. Isolato, vasto e massiccio, esso sembrava dominare la contrada. Pi la notte diveniva oscura, pi le sue alte torri parevano imponenti. L'estensione e l'oscurit di quegli immensi boschi erano considerate da Emilia come adatte soltanto a servir di covile a masnadieri. Finalmente, le carrozze giunsero alle porte del castello. La lunga oscillazione della campana che fu suonata alla porta d'ingresso aument il terrore di Emilia. Mentre si aspettava l'arrivo di qualcuno che aprisse quelle imposte formidabili, ella consider il maestoso edifizio. Le tenebre che l'avvolgevano non le permisero di discernerne il recinto, le grosse mura, i bastioni merlati e d'accorgersi che era vasto, antico e spaventoso. La porta d'ingresso conduceva nei cortili, ed era di proporzioni gigantesche. Due fortissime torri ne difendevano il passaggio. Invece di stendardi si vedevano svolazzare, su per le sconnesse pietre, erbe lunghissime e piante salvatiche abbarbicate nelle rovine, e che parevano crescere a stento in mezzo alla desolazione che le circondava. Le torri erano congiunte da una cortina munita di merli e casematte. Dall'alto della vlta cadeva una pesante saracinesca. Da questa porta, le mura dei bastioni comunicavano con altre torri sporgenti sul precipizio; ma queste muraglie quasi rovinate mostravano i guasti della guerra. Mentre Emilia osservava con tanta attenzione, si ud aprire i grossi catenacci. Un vecchio servitore comparve, e spinse le imposte per lasciar entrare il suo signore. Mentre le ruote giravano con fracasso sotto quelle saracinesche impenetrabili, Emilia si sent mancare il cuore, credendo entrare nella sua prigione. Il cupo cortile che traversarono confermnne la lugubre idea; e la di lei immaginazione, sempre attiva, le sugger un terror maggiore di quel che potesse giustificarlo la sua ragione. Un'altra porta l'introdusse nel secondo cortile, ancor pi tristo del primo. Emilia ne giudicava alla fioca luce del crepuscolo, vedendone le alte mura tappezzate d'ellera e di musco, e le merlate torri giganteggianti. L'idea di lunghi patimenti e d'un assassinio le colp l'immaginazione d'improvviso orrore. Questo sentimento non diminu allorch entr in una sala gotica, immensa, tenebrosa. Una face che brillava da lontano traverso una lunga fila d'arcate serviva solo a renderne pi sensibile l'oscurit. L'arrivo inaspettato di Montoni non aveva permesso alcun preparativo per riceverlo. Il servo da lui spedito partendo da Venezia, l'aveva preceduto di pochi momenti, e questa circostanza scusava in qualche modo lo stato di nudit e disordine del castello. Il servo che venne a far lume, salut il padrone tacendo, e la di lui fisonomia non fu animata da veruna apparenza di piacere. Montoni rispose al saluto con leggiero moto della mano e pass. La moglie lo seguiva, guardandosi intorno con una sorpresa ed un malcontento, cui pareva temer di esprimere. Emilia, vedendo l'immensa estensione di quell'edificio, con timido stupore si avvicin ad una scala marmorea. Qui gli archi formavano una vlta altissima, dal centro della quale pendeva una lampada a tre becchi, che il servitore si affrett di accendere. La ricchezza delle cornici, la grandezza di una galleria che conduceva a molti appartamenti, ed i vetri coloriti d'un finestrone gotico, furono, gli oggetti che scuoprironsi successivamente. Dopo aver girato appi della scala, e traversata un'anticamera, entrarono in una vastissima sala. L'intavolato di nero larice ne aumentava l'oscurit. Portate altri lumi, disse Montoni nell'entrare. Il servo depose la lucerna ed usc per ubbidire. La padrona osserv che l'aria della sera era umida in quel clima, e che avrebbe gradito un po' di fuoco: Montoni ordin di accenderne. Mentr'egli passeggiava pensieroso nella stanza, la signora Montoni riposava silenziosa sopra un sof, aspettando il ritorno del servo. Emilia osservava l'imponente singolarit e l'abbandono di quel luogo, illuminato da una sola lucerna posta in faccia al grande specchio di Venezia, che rifletteva oscuratamente la scena, e l'alta statura di Montoni, che passava e ripassava colle braccia incrociate, e la faccia ombreggiata dalle piume del suo largo cappello. Il vecchio servitore torn di l a poco carico d'un fascio di legna e seguito da altri due servi con lumi. Vostra eccellenza sia il benvenuto, disse il vecchio, dopo aver deposte le legna. Questo castello stato lunga pezza deserto. Ci scuserete sapendo che abbiamo avuto pochissimo tempo. Saranno due anni il giorno di san Marco prossimo, che vostra eccellenza non venuta qui. --Precisamente, disse Montoni, tu hai buona memoria, Carlo; come hai tu fatto dunque a vivere s lungamente? --Ah! signore, molto a stento. I venti freddi che soffiano in questi luoghi nell'inverno, sono cattivi per me. Aveva pensato pi d'una volta di domandare il permesso a vostra eccellenza di lasciarmi abbandonare i monti per ritrarmi nella valle; ma non so come sia, io non posso risolvermi ad abbandonare queste vecchie mura dove ho vissuto per tanti anni. --Bene, disse Montoni; cosa facesti tu in questo castello dopo la mia partenza? --Press'a poco come secondo il solito; ma tutto rovina qui: c' la torre di settentrione che ha bisogno di esser risarcita; molte fortificazioni sono in cattivo stato; una parte del tetto della sala grande crollato, e poco manc non cadesse sulla testa della mia povera moglie (Dio l'abbia in pace). Tutti i venti vi s'inabissavano l'inverno scorso. Noi fummo quasi per morir di freddo. --Ci sono altre riparazioni da fare? disse Montoni con impazienza. --Oh! s, eccellenza. Il bastione rovinato in tre luoghi. Le scale della galleria a tramontana sono piene di tante macerie, ch' pericoloso passarvi. Il corridoio che mette alla camera di quercia, nel medesimo stato. Una sera mi ci avventurai; e... --Basta basta, disse Montoni vivamente; ne discorreremo domattina. Il fuoco era gi acceso. Carlo spazz il camino, dispose le sedie, spolver una tavola di marmo vicina e usc. I nostri personaggi s'accostarono al fuoco. La Montoni tent appiccar discorso, ma le brusche risposte del marito ne la distolsero. Emilia procur di farsi animo, e con voce tremante disse: Poss'io domandarvi, o signore, il motivo di questa improvvisa partenza? Dopo una lunga pausa ebbe bastante coraggio per reiterare la domanda. Non mi garba rispondere alle interrogazioni, disse Montoni, come a voi non conviene di farmene. Il tempo spiegher tutto. Desidero adesso non essere importunato pi a lungo. Vi consiglio ad adottare una condotta pi ragionevole. Tutte queste idee di pretesa sensibilit non sono, a dirla schietta, che debolezze. Emilia si alz per andarsene. Buona notte, diss'ella alla zia, nascondendo con difficolt la sua emozione. --Buona notte, mia cara, rispose questa con accento di bont straordinaria in lei. La tenerezza inaspettata fece piangere la fanciulla, che, salutato Montoni, s'avvi. Ma voi non sapete dove sia la vostra camera? soggiunse la zia. Montoni chiam il servo che attendeva nell'anticamera, e gli ordin di far venire la cameriera di sua moglie, la quale arriv poco dopo e segu Emilia. Sai tu dove sia la mia camera? diss'ella ad Annetta nel traversar la sala. --Credo saperlo, signorina, ma una stanza molto stravagante; situata sul bastione meridionale, e ci si va dallo scalone: la camera della signora all'altra estremit del castello. Emilia sal la scala ed entr nel corridoio. Percorrendolo, Annetta ripigli il chiaccherio. un luogo solitario e tristo questo castello; io tremo tutta nel pensare che devo soggiornarvi. Oh! quante volte mi son pentita di avere abbandonata la Francia! non mi sarei mai aspettata, quando seguii la signora per girare il mondo, di essere imprigionata in un luogo simile. Oh! non sarei venuta via dal mio paese, quand'anco m'avessero coperta d'oro. --Da questa parte, signorina, voltate a sinistra. In verit, son quasi tentata di credere ai giganti. Questo castello sembra fatto espressamente per loro. Una notte o l'altra vedremo qualche folletto; ne devono comparire in quella gran sala, la quale, ne' suoi pesanti pilastri, somiglia pi ad una chiesa, che ad altro. --S, disse Emilia sorridendo, lieta di sottrarsi a pi serii pensieri, se noi venissimo qui a mezzanotte e guardassimo nel vestibolo, lo vedremmo per certo illuminato da pi di mille lampade. Tutti gli spiriti ballerebbero in giro al suon di deliziosa musica; e' soglion sempre tener lor congreghe in luoghi consimili. Temo, Annetta, tu non abbia bastante coraggio per assistere a s bello spettacolo. Se tu parlassi, tutto svanirebbe all'istante. --Epperci credo che se abiter qui un pezzo diverr un'ombra anch'io. --Spero che non confiderai i tuoi timori al signor Montoni; gli spiacerebbero assaissimo. --Come! voi dunque sapete tutto, signorina? Oh! no, no. So ben io cosa devo fare, e se il padrone pu dormire in pace, certo tutti qui possono fare altrettanto... Per quest'andito, signorina; esso conduce ad una scaletta. Oh! se vedo qualcosa, cado svenuta sicuramente. --Non possibile, disse Emilia sorridendo, e svoltando l'andito che metteva in un'altra galleria. Annetta si avvide allora d'avere sbagliata strada, e si smarr sempre pi attraverso altri corridoi: spaventata infine dai loro giri e dalla solitudine loro, grid chiedendo soccorso; ma i servi erano dalla parte opposta del castello, e non potevano udirla. Emilia apr la porta d'una camera a sinistra. La cameriera sclam: Non entrate l dentro, signora, ci perderemmo ancor pi. --Porta il lume: troveremo la strada traverso tutte queste stanze. Annetta stava alla porta titubando; essa tendeva il lume per lasciar vedere la camera, ma i suoi raggi non vi penetravano a met. Perch non entri? disse Emilia; lasciami vedere per dove si va per di qui. L'altra si avanz con ripugnanza. La camera dava adito ad una fuga di stanze antiche e spaziose. I mobili che le adornavano erano antichi quanto le muraglie, e conservavano un'apparenza di grandezza, sebbene logorati dal tempo e dalla polvere. Come fa freddo qui, disse Annetta; a quanto si dice, non vi ha abitato nessuno da molti secoli. Andiamo via. --Da questa parte potremo forse arrivare allo scalone, rispose Emilia, e andando sempre avanti, si trovarono in una sala guarnita di quadri; prese il lume per esaminare quello d'un soldato a cavallo sul campo di battaglia. Egli puntava la spada sopra un uomo disteso ai piedi del suo destriero, e che sembrava chiederli merc. Il soldato, colla visiera alzata, lo guardava con l'aria della vendetta. Quest'espressione e tutto il complesso sorpresero Emilia per la sua somiglianza con Montoni; frem e volse altrove lo sguardo. Passando col lume accanto agli altri quadri, ne vide uno coperto da un velo nero; questa singolarit la colp; fermossi coll'intenzione di alzare il velo e considerare ci che v'era nascosto con tanta cura; pure esit. Madonna! grid Annetta; che vuol dir mai questo? sicuramente la pittura, il quadro di cui si parlava a Venezia. --Che pittura? disse Emilia. Che quadro? --Un quadro, rispose Annetta, tremante e pallida. Non ho mai potuto sapere ci che fosse. --Alza quel velo, Annetta. --Chi? io, signorina, io? No, per tutto l'oro del mondo. --Ma che cosa hai saputo su questo quadro, che ti spaventa tanto? --Nulla, signorina, non mi stato detto nulla. Andiamo via. --Sicuro, ma prima voglio vedere il quadro; piglia il lume, Annetta, alzer io il velo. La cameriera prese il lume e fugg precipitosamente, senza volere ascoltare Emilia, la quale, non volendo restar al buio, fu obbligata a seguirla. Ma che cos'hai, Annetta? Cosa ti fu detto di quel quadro, che scappi quando ti prego di restare? --Non ne so il motivo, e non m'han detto nulla. Tutto quel che so, che ci fu qualcosa di spaventoso a tal proposito; che in seguito fu sempre tenuto coperto d'un velo nero, e che nessuno lo ha veduto da molto tempo. Si dice che ci abbia qualche rapporto colla persona che possedeva il castello prima che appartenesse al padrone; e... --Benissimo, Annetta, mi accorgo che infatti tu non sai nulla del quadro. --No, nulla in verit, signorina; perch mi hanno fatto promettere di non parlarne mai. Ma... --In tal caso, soggiunse Emilia, vedendola combattuta dalla volont di rivelare un segreto, e dal timore delle conseguenze, in tal caso, non voglio saperne di pi. --No, signorina; non me lo domandate. --Tu diresti tutto. Annetta arross, Emilia sorrise; finirono di traversare quelle stanze, e si trovarono finalmente in cima allo scalone. La cameriera vi lasci la padroncina per chiamare una serva del castello, e farsi condurre alla camera inutilmente cercata. Intanto Emilia pensava al quadro. La curiosit la spingea a tornar indietro per esaminarlo; ma l'ora, il luogo, il cupo silenzio che regnava intorno, tutto ne la distolse. Pure risolse di tornar col nuovo giorno al misterioso quadro e sollevarne il velo. La serva comparve alfine, e condusse Emilia nella sua camera, situata all'estremit del castello ed in fondo al corridoio, sul quale s'apriva appunto la fila di stanze che avevano traversate. L'aspetto deserto di quella camera fece desiderare alla fanciulla che Annetta non partisse subito. Il freddo umido che vi si sentiva la gelava quanto il timore; preg Caterina, la serva del castello, di accenderle un po' di fuoco. Oh! signorina, son molti anni che non venne acceso fuoco in questa camera, disse la fantesca. --Non c'era bisogno di dircelo, buona donna, soggiunse Annetta; tutte le stanze di questo castello son fresche come i pozzi in tempo di estate: stupisco che voi possiate vivere in un luogo simile. Per me, vorrei essere a Venezia, o piuttosto in Francia. Emilia fe' cenno a Caterina di andare a prender le legna. Non capisco, disse la cameriera, perch questa si chiami la camera doppia. La padroncina intanto l'osservava in silenzio, e la trovava alta e spaziosa come tutte le altre gi vedute. Le pareti erano intavolate di larice; il letto e gli altri mobili pareano antichissimi, ed avevano quell'aria di tetra grandezza che si osservava in tutto l'edificio. Essa apr un finestrone; ma l'oscurit non le permise di nulla distinguere. In presenza di Annetta, Emilia procurava di contenersi e trattener le lacrime. Desiderava ansiosamente di sapere quando si aspettava al castello il conte Morano; ma temeva di fare un'interrogazione inutile, e divulgare interessi di famiglia in presenza della servit. Intanto, i pensieri d'Annetta occupavansi di oggetti ben diversi: essa amava molto il maraviglioso; aveva udito parlare d'una circostanza relativa al castello, che solleticava molto la di lei curiosit. Le avevano raccomandato il segreto e la sua smania di parlare era cos violenta, che ad ogni istante stava per dir tutto. Era circostanza s strana! Il non poter parlarne era un castigo forte per lei; ma Montoni poteva imporgliene de' pi severi ed essa temeva di provocarlo. Caterina port le legna, e la fiamma sfavillante fug alquanto la nebbia lugubre della stanza; la fante disse ad Annetta che la padrona la cercava: Emilia rest sola in preda alle sue tristi riflessioni. Per sottrarvisi, si alz a considerare meglio la camera ed i mobili. Vide una porta chiusa poco esattamente; ma accorgendosi non esser quella ond'era entrata, prese il lume per sapere ove conduceva. L'apr, e scorse i gradini d'una scaletta segreta. Volle vedere dove mettesse, tanto pi che comunicava colla camera; ma nello stato attuale del suo spirito le manc il coraggio per andar pi oltre. Chiuse la porta, e cerc d'affrancarla, avendo osservato che dalla parte interna non aveva chiavistello, mentre di fuori ve n'erano fin due. Appoggiandovi una sedia pesante, rimedi in parte al pericolo; ma paventava molto d'esser costretta a dormire in quella camera isolata, sola e con una porta della quale non conosceva la riuscita. Voleva quasi andar a pregar la signora Montoni acci permettesse ad Annetta di passar la notte con lei, ma rigett quest'idea, persuasa che i di lei timori sarebbero stati chiamati puerili, e per non iscuoter anche di troppo la fantasia gi alterata della giovine. Queste affliggenti riflessioni furono interrotte dal rumore di passi nel corridoio: era Annetta ed un servo che le portavano la cena da parte della zia. Si mise a tavola vicino al fuoco, ed obblig la cameriera a mangiar seco lei. Incoraggita da tale condiscendenza, e dallo splendore e calore del fuoco, la buona ragazza accost la sedia a quella d'Emilia, e le disse: Avete mai udito parlare, signorina, dello strano caso che ha messo il padrone in possesso di questo castello? --Quale maravigliosa storia ti fu mai detta? rispose Emilia, cercando nascondere la viva curiosit che la tormentava. --Io so tutto, soggiunse Annetta guardandosi intorno, ed accostandosele sempre pi; Benedetto mi ha raccontato tutto per viaggio.--Annetta, mi diss'egli, voi non sapete nulla di quel castello ove noi andiamo?--No, gli risposi, signor Benedetto; e voi che ne sapete?--Ma mi lusingo che saprete custodire un segreto, altrimenti non vi direi nulla per tutto l'oro del mondo.--Ho promesso di non parlarne, e si assicura che al padrone spiacerebbe molto che se ne ciarlasse. --Se hai promesso il segreto, disse Emilia, fai male a rivelarlo. Annetta tacque alcun poco, poi soggiunse: Oh! ma per voi, signorina, so bene che vi posso confidar tutto. Emilia si mise a ridere, dicendo: Io tacer fedelmente quanto te. Annetta replic con gravit, ch'era cosa indispensabile, e continu: Voi dovete sapere che questo castello molto antico e ben fortificato; si dice che abbia gi sostenuto diversi assedi, e non appartenne sempre al signor Montoni, n a suo padre; ma per una disposizione qualsiasi, egli doveva entrarne al possesso, se la signora moriva senza maritarsi. --Qual signora? disse Emilia. --Adagio, soggiunse Annetta; la signora di cui verr a parlarvi. Essa abitava nel castello, ed aveva, come potete immaginarvelo, un gran treno. Il padrone veniva spesso a visitarla; se ne innamor e le offr di sposarla; erano parenti alla lontana, ma ci non importava. La signora amava un altro, e non volle saperne di lui, per cui dicono montasse sulle furie; e voi ben sapete qual uomo sia quando in collera. Forse lo vide ella in uno di questi trasporti, e lo rifiut. Ma, come vi diceva, essa parea trista, infelice, e ci per molto tempo. O Dio! Che rumore questo? Non sentite, signorina? -- il vento, disse Emilia; prosiegui il tuo racconto. --Come vi diceva, essa era afflitta ed infelice, passeggiava sola sul terrazzo, sotto le finestre, e l piangeva amaramente... Tutto ci l'ho inteso dire a Venezia; ma ci che segue, lo seppi oggi soltanto: il caso accaduto molti anni addietro, allorch il signor Montoni era ancor giovine; la dama si chiamava la signora Laurentini; era bellissima, ma andava spesso in collera, al par del padrone. Accortosi questi ch'essa non voleva dargli retta, che fa? lascia il castello, e non ci torna pi; ma ci poco le importava, poich era infelice anche lui assente. Una sera finalmente, soggiunse la ragazza sbassando la voce, e guardando intorno inquieta, per quanto si dice, verso la fine dell'anno, cio alla met di settembre, o ai primi di ottobre, a quanto suppongo, o fors'anco alla met di novembre... poco importa, sempre verso la fine dell'anno: ma non posso precisare il momento, perch non me lo dissero neppur essi. In somma, verso la fine dell'anno, questa signora and a passeggiare fuori del castello nel bosco vicino, come faceva di solito. Essa era sola, colla sua cameriera: faceva freddo; ed il vento, spazzando via le foglie, soffiava tristamente attraverso quei grossi castagni che abbiamo passati ieri: Benedetto mi mostrava gli alberi mentre raccontava. Il vento era dunque molto freddo, e la cameriera la pregava di tornare indietro, ma non volle acconsentirvi, ch passeggiava volentieri pei boschi in qualunque stagione, la sera in ispecie; e se le foglie secche cadevano intorno a lei, ne avea maggior piacere. Ebbene! fu veduta scendere verso il bosco; venne la sera, ed essa non comparve. Suonarono le dieci, le undici, mezzanotte, e non si vide tornare; i domestici, pensando che le fosse occorsa qualche disgrazia, ne andarono in traccia; cercarono tutta la notte, ma non la trovarono, e non poterono averne nessun indizio. Da quel giorno non ne hanno pi saputo nulla. -- proprio vero? disse Emilia sorpresa. --Verissimo, signora, rispose Annetta inorridita; pur troppo vero. Ma si dice, soggiunse ella sottovoce, che da qualche tempo la signora Laurentini fu vista pi volte di notte nel bosco e nei contorni del castello; alcuni de' vecchi servitori, che restarono qui dopo il tristo caso, assicurano d'averla veduta. Il vecchio fattore potrebbe raccontare cose assai strane, a quanto si dice. --Qual contraddizione! soggiunse Emilia; tu dici che non si era pi udito parlare di lei, e poi asserisci che fu veduta. --Tutto questo mi fu detto colla massima segretezza, continu Annetta senza badare all'osservazione; son certa che non vorrete farci torto a Benedetto ed a me di parlare di questo fatto. --Non temere della mia indiscrezione, rispose Emilia; ma permettimi ch'io ti consigli d'essere un po' pi prudente, e non isvelare ad alcuno quel che hai detto a me. Il signor Montoni, come tu dici, potrebbe benissimo andare in collera, se ne sentisse parlare. Ma, quali ricerche furono fatte a proposito di questa infelice? --Oh! infinite, perch il padrone aveva diritti sul castello, essendo parente pi prossimo della signora Laurentini; e si dice che i giudici, i senatori, od altri, dichiararono ch'egli non potesse entrarne in possesso, se non dopo molti anni, e che se dopo questo lasso di tempo la dama non si fosse trovata, allora il castello gli sarebbe appartenuto come se fosse morta. Ma il fatto si propal, e si sparsero tante e tante voci strane in proposito, che non ardisco neppure menzionarvele... -- strano, disse Emilia; ma allorch la signora Laurentini di poi ricomparsa nel castello, non le ha parlato nessuno? --Parlato! parlarle! sclam Annetta con ispavento. No, no, e poi no, statene sicura. --E perch no? disse Emilia, bramando sapere qualcosa di pi. --Madonna santa! Parlare con uno spirito! --Ma quali ragioni vi sono per credere che fosse uno spirito, se nessuno se le avvicinato, e se nessuno le ha parlato? --Oh! signorina, questo non posso dirvelo. Come potete voi farmi domande cos stravaganti? Ma nessuno l'ha veduta andare e venire nel castello. Ora la vedevano in un sito, e poco dopo era in un altro. Essa non parlava, e se fosse stata viva, cosa avrebbe fatto in questo castello senza parlare? vi sono perfino parecchi luoghi dove nessuno si arrischiato pi di andare, e sempre per lo stesso motivo. --Perch essa non parlava? disse Emilia sforzandosi di ridere, malgrado la paura che cominciava ad impossessarsi di lei. --No, rispose Annetta indispettita; ma perch ci si vedeva qualche cosa. Si dice pure esservi un'antica cappella nella parte occidentale del castello, ove talvolta, a mezzanotte, si sentono gemiti. Io fremo solo a pensarvi! col si sono vedute cose molto straordinarie. --Finiscila una volta con queste favole. --Favole! signorina, io posso dirvi in proposito una storia che mi raccont Caterina. Era una fredda sera d'inverno, e Caterina stava seduta nel salotto col vecchio Carlo e sua moglie. Carlo desider di mangiar fichi, ed incaric la serva d'andarne a cercare alla dispensa, ch'era in fondo della galleria settentrionale. Caterina prese la lampada... Zitto, signora, odo fracasso!... Emilia, in cui allora Annetta avea fatto passar la sua paura, ascolt attenta; ma non ud nulla. La cameriera continu: Caterina and alla galleria... quella che abbiam traversata prima di venir qui. Essa andava colla lampada in mano senza paura alcuna... Ancora! sclam d'improvviso; ho sentito ancora: or non m'inganno. --Zitto! disse Emilia tutta tremante. Ascoltarono, e rimasero immobili. Fu udito un colpo battuto nel muro. Annetta gett un alto grido, la porta si apr con lentezza, e videro entrar Caterina, che veniva per dire alla cameriera che la sua padrona la cercava. Annetta ridendo e piangendo, rimprover Caterina di averle fatto tanta paura: temeva avesse udito ci ch'ella aveva detto. Emilia, profondamente colpita dalla circostanza principale del racconto di Annetta, non avrebbe voluto restar sola nella situazione attuale; ma, per evitare i sarcasmi della signora Montoni, e non tradire la propria debolezza, lott contro l'illusioni della paura, e conged Annetta per tutta la notte. Quando fu sola, pens alla strana storia della signora Laurentini, e poi alla situazione in cui trovavasi ella stessa in quel terribile castello, in mezzo a deserti e montagne, in paese straniero, sotto il dominio d'un uomo che pochi mesi prima non conosceva, e di cui considerava il carattere con un orrore giustificato dal terror generale ch'egli ispirava. Allora, ricordando i timori profetici di Valancourt, il cuore di lei stringeasi dolorosamente, abbandonandosi a vani rammarici. Il vento, fischiando con forza di fuori pel corridoio, accresceva la di lei malinconia. Emilia restava fissa davanti alle fredde ceneri dello spento focolare, quando un'impetuosa raffica penetrando con ispaventevol fracasso per quegli anditi, scosse porte e finestre, e spaventolla tanto pi che spost, nella scossa, la sedia ond'ell'erasi servita per affrancare l'uscio della scaletta, che si socchiuse. Gelata dal terrore, stette immobile, si fe' quindi coraggio, e corse ad assicurarlo alla meglio; quindi coricossi lasciando il lume sulla tavola; ma quella luce tetra raddoppi la sua paura. Al tremolio degli incerti raggi le pareva sempre di vedere ombre moversi nel fondo tenebroso della camera, ed affacciarsi per fino alle cortine del letto. L'orologio del castello suon un'ora prima ch'ella potesse addormentarsi. CAPITOLO XX La luce del giorno fug i vapori della superstizione, ma non quelli della paura. Si alz, e per distrarsi delle importune idee, cerc occuparsi degli oggetti esterni. Contempl dalla finestra le selvagge grandezze che le s'offrivano; i monti accatastati l'un sull'altro, non lasciavan vedere che anguste valli ombreggiate da folte selve. I vasti bastioni, gli edifizi diversi del castello, stendevansi lungo uno scosceso scoglio appi del quale rumoreggiava un torrente precipitandosi sotto annosi abeti in profondo burrone. Una lieve nebbia occupava le lontane fondure, e svanendo gradatamente ai raggi del sole, scopriva gli alberi, le coste, gli armenti ed i pastori. Osservando queste ammirabili vedute, Emilia si trov alquanto sollevata. L'aria fresca del mattino contribu non poco a rianimarla. Innalz i pensieri al cielo, ch sentivasi ognor pi tranquilla allorch gustava le sublimit della natura. Quando si ritrasse dalla finestra, gir gli occhi verso la porta da lei assicurata con tanta cura la notte precedente. Era decisa di esaminarne la riuscita, quando, nell'avvicinarsi per levar la sedia, si avvide ch'essa n'era gi stata alquanto scostata. impossibile descrivere la di lei sorpresa nel trovar poscia la porta chiusa. Rimase attonita come se avesse veduto uno spettro. La porta del corridoio era chiusa come l'aveva lasciata; ma l'altra, che non si poteva chiudere se non dal di fuori, eralo stata necessariamente nel corso della notte. Si spavent all'idea di dover dormir ancora in una camera nella quale era s facile penetrare, e cos lontana da qualunque soccorso: si decise pertanto di dirlo alla signora Montoni, e domandarle il cambiamento della camera. Dopo qualche difficolt le riusc di ritrovare la sala della sera precedente, ove stava gi preparata la colazione. Sua zia era sola, Montoni essendo andato a visitare i contorni del castello, per esaminar lo stato delle fortificazioni in compagnia di Carlo. Emilia not che la zia aveva pianto, e il suo cuore s'intener per lei con un sentimento che si manifest pi nelle sue maniere che nelle parole. Si fece coraggio non ostante, e profittando dell'assenza di Montoni, chiese un'altra camera, ed informossi del motivo di quel viaggio. Sul primo articolo, la zia la rimand a Montoni, ricusando di mescolarsene; e sul secondo, protest la pi assoluta ignoranza. Parlarono quindi del castello e del paese che lo circondava; e la zia non pot resistere al piacere di motteggiare la buona Emilia sul di lei gusto per le bellezze della natura. Questi discorsi furono interrotti dall'arrivo di Montoni, il quale si mise a tavola senza mostra di avvedersi che vi fosse qualcuno vicino a lui. Emilia, che l'osservava tacendo, vide nella sua fisonomia un'espressione pi tetra e severa del solito.--Oh! se io potessi indovinare,--diss'ella tra s,--i pensieri ed i progetti di quella testa, non sarei condannata a questo crudele stato d'incertezza!--Avanti la fine della colazione, passata nel silenzio, Emilia arrischi la domanda del cambiamento della camera, allegando i motivi che ve la inducevano. Non ho tempo di occuparmi di queste inezie, disse Montoni; quella la camera che vi fu destinata, e dovete contentarvene. Non presumibile che nessuno siasi preso l'incomodo di salire una scala per chiudere una porta; se non lo era quando entraste, probabilissimo che il vento abbia sospinto un chiavistello. Ma io non so perch dovrei occuparmi d'una circostanza cos frivola. Questa risposta non soddisfece punto Emilia, la quale avea notato come i chiavistelli fossero rugginosi, e per conseguenza non tanto facili a moversi. Non fe' noto questa sua osservazione, ma rinnov la domanda. Se volete essere schiava di simili paure, disse Montoni severamente, astenetevi almeno dal molestare gli altri. Sappiate vincere tutte queste frivolezze, ed occupatevi nel fortificare il vostro spirito. Non avvi esistenza pi spregevole di quella avvelenata dalla paura. S dicendo, egli guardava fisso la moglie, la quale arross, e non profer parola. Emilia, sconcertata ed offesa, trovava allora i suoi timori troppo giusti per meritare que' sarcasmi; ma vedendo che qualunque osservazione in proposito sarebbe inutile affatto, mut discorso. Carlo entr di l a poco portando frutti. Vostra eccellenza dev'essere stanca di quella lunga passeggiata, diss'egli mettendo le frutta sulla tavola; ma dopo la colazione ci resta da vedere assai pi: c' un posto, nella strada sotterranea, che conduce a... Montoni aggrott le ciglia e gli accenn di ritirarsi. Carlo tronc il discorso e chin gli occhi; poi, avvicinandosi alla tavola, soggiunse: Mi son presa la libert, eccellenza, di portare alcune ciliege per le mie padrone: degnatevi gustarle, diss'egli presentando il paniere alle donne; sono buonissime; le ho colte io stesso; vedete, sono grosse come susine. --Andiamo, andiamo, disse Montoni impazientito, basta cos. Uscite ed aspettatemi, poich avr bisogno di voi. Quando i due coniugi si furono ritirati, Emilia cerc distrarsi esaminando il castello. Apr una gran porta e pass sui bastioni, contornati per tre lati da precipizii. L'ampiezza di essi ed il paese svariato cui dominavano eccitarono la di lei ammirazione. Percorrendoli, sostava ella sovente a contemplare la gotica magnificenza d'Udolfo, la sua orgogliosa irregolarit, le alte torri, le fortificazioni, le anguste finestrelle, le numerose feritoie delle torrette. Affacciatasi al parapetto, misur coll'occhio la voragine spaventosa del sottoposto precipizio, di cui le nere cime delle selve celavano ancora la profondit. Dovunque volgea gli sguardi, non vedeva che picchi erti, tetri abeti e gole anguste, che internavansi negli Appennini, e sparivano alla vista tra quelle inaccessibili regioni. Stava cos intenta quando vide Montoni accompagnato da due uomini che si arrampicavano per un sentiero praticato nel vivo sasso. Egli si ferm sopra un poggio considerando il bastione, e voltandosi alla scorta, si esprimeva con aria e gesti molto energici. Emilia conobbe che un di coloro era Carlo, e che solo all'altro, vestito da contadino, dirigevansi gli ordini di Montoni. Si ritir dal muro al repentino fracasso d'alcune carrozze ed al tintinnar della campana d'ingresso, e le venne subito l'idea che fosse giunto il conte Morano. Torn celeramente alla propria stanza, agitata da mille paure; corse alla finestra, e vide sul bastione Montoni che passeggiava con Cavign: parevano intertenersi in animatissimo colloquio. Mentre stava agitata e perplessa, ud camminare nel corridoio, ed Annetta entr. Ah! signorina, diss'ella, arrivato il signor Cavign: son contentissima di veder finalmente una faccia cristiana in questo luogo. Egli cos buono, m'ha sempre dimostrato tanto interesse.... C' pure il signor Verrezzi, ed un altro che voi non indovinereste mai. --Il conte Morano forse, suppongo... E cedendo all'emozione, cadde quasi svenuta sulla sedia. --Il conte? Ma chi ve lo dice? No, signorina, egli non qui, fatevi coraggio. --Ne sei tu ben sicura? --Sia lodato Iddio, soggiunse Annetta, che vi siete riavuta presto. In verit, vi credeva moribonda. --Ma sei proprio sicura che il conte non c'? --Oh! sicurissima. Io guardava da un finestrino nella torretta di settentrione, quando sono arrivate le carrozze: non mi aspettava certo una vista tanto cara in questa spaventosa cittadella. Ma ora vi sono padroni, servitori, e si vede un po' di moto. Noi staremo allegri: andremo a ballare e cantare nel salotto, ch' lontano dall'appartamento del padrone. Ma, a proposito, Lodovico venuto con loro. Vi dovete ricordare di Lodovico, signora Emilia: quel bel giovane che governava la gondola del cavaliere nell'ultima regata, e guadagn il premio! Quello che cantava poesie cos belle, sempre sotto la mia finestra, al chiaro della luna, a Venezia! Oh! come l'ascoltava io! --Temo che que' versi non ti abbiano guadagnato il cuore, Annetta mia. Ma se cos, ricordati di non lasciarglielo capire. Adesso sono riavuta, e puoi lasciarmi. --Mi scordava di domandarvi in qual maniera avete potuto riposare in questa antica e spaventosa camera la notte scorsa. --Come secondo il solito. --Non avete dunque inteso alcun rumore? --No. --N veduto nulla? --Niente affatto. -- sorprendente. --Ma dimmi, per qual motivo mi fai tu queste interrogazioni? --Oh! signorina, non ve lo direi per tutto l'oro del mondo, n molto meno quel che mi fu raccontato di questa camera... Vi spaventereste troppo. --Se cos, tu mi hai gi spaventata. Potrai dunque dirmi tutto quel che ne sai senza aggravarti la coscienza. --Dio Signore! si dice che compariscano spiriti in questa camera, e da un bel pezzo. --Se vero, gli uno spirito che sa chiudere molto bene i chiavistelli, disse Emilia sforzandosi di ridere, malgrado la sua paura. Ieri sera lasciai quella porta aperta, e stamane l'ho trovata chiusa. Annetta impallid, e tacque. Hai tu inteso dire che qualche servitore abbia chiusa questa porta stamattina prima ch'io mi alzassi? --No, signora Emilia, vi giuro che non lo so, ma andr a domandarlo, disse Annetta correndo alla porta del corridoio. --Fermati, Annetta, ho altre domande da farti. Dimmi quel che sai di questa camera e della scaletta segreta. --Vado subito a domandarlo, signorina; eppoi son persuasa che la padrona avr bisogno di me, e non posso pi restare. Ed usc ratta, senza aspettare risposta. Emilia, sollevata dalla certezza che Morano non era arrivato, non pot astenersi di ridere del repentino terrore superstizioso di Annetta, bench anch'ella se ne risentisse talfiata. Montoni aveva negato ad Emilia un'altra camera, ed ella si decise a sopportar rassegnata il male che non poteva evitare. Procur di rendere la sua abitazione pi comoda che pot; situ su d'un grand'armadio la sua piccola biblioteca, delizia dei giorni felici, e consolazione nella sua malinconia, prepar le matite, avendo deciso di disegnare il sublime punto di vista che scorgevasi dalla finestra; ma rammentandosi quante volte avesse intrapreso anche altrove una distrazione di quel genere, e quante ne fosse stata impedita da nuove imprevedute disgrazie, titub ad accingersi al lavoro, turbata dal presupposto prossimo arrivo del conte. Per evitare queste penose riflessioni, si mise a leggere; ma la sua attenzione non potendo fissarsi sul libro che aveva in mano, lo butt sul tavolino, e risolse di visitare il castello. Rammentandosi la strana istoria dell'antica proprietaria, si ricord del quadro coperto dal velo, e risolse d'andarlo a scoprire. Traversando le stanze che vi conducevano, si sent vivamente agitata: i rapporti di quel quadro colla signora del castello, il discorso di Annetta, la circostanza del velo, il mistero di quell'affare, eccitavano nell'anima sua un lieve sentimento di terrore, ma di quel terrore che s'impadronisce dello spirito, l'innalza ad idee grandiose, e, per una specie di magia, all'oggetto medesimo, che n' la cagione. Emilia camminava tremando, e si ferm un momento alla porta prima di risolversi di aprirla. Si avanz verso il quadro, che parea di straordinaria grandezza e trovavasi in un canto; si ferm nuovamente; alla fine, con mano timida alz il velo, ma tosto lasciollo ricadere. Non era un dipinto che aveva veduto, e, prima di poter fuggire, svenne sul pavimento. Allorch ebbe ricuperato l'uso de' sensi la rimembranza di ci che aveva veduto la fece quasi mancare una seconda volta, ed ebbe appena la forza di uscir da quel luogo e di tornare nella sua camera. Quando vi fu rientrata, non ebbe coraggio di restarvi sola. L'orrore la dominava intieramente, e quando fu un poco riavuta, non seppe decidersi se dovesse informare la signora Montoni di ci che aveva visto; ma il timore di esser nuovamente derisa, la determin a tacere. Sedette alla finestra per riprender coraggio. Montoni e Verrezzi passarono di l a poco; essi parlavano e ridevano, e la loro voce la rianim alquanto. Bertolini e Cavign li raggiunsero sul terrazzo. Emilia, supponendo allora che la signora Montoni fosse sola, usc per recarsi da lei. Sua zia stava abbigliandosi pel pranzo. Il pallore e la costernazione della nipote la sorpresero assai, ma la fanciulla ebbe forza bastante per tacere, sebbene il labbro ad ogni momento fosse in procinto di tradirla. Rest nell'appartamento della zia fino all'ora del pranzo; essa vi trov i forestieri, i quali avevano un aria insolita di preoccupazione, e parevano distratti da interessi troppo importanti, per fare attenzione a Emilia od alla zia: parlarono poco, e Montoni anche meno: Emilia frem nel vederlo. L'orrore di quella camera le stava sempre innanzi, e cambi colore temendo di non poter contenere l'emozione; ma pot vincere s medesima, interessandosi ai discorsi ed affettando un'ilarit poco d'accordo colla mestizia del cuore. Montoni mostrava evidentemente riflettere a qualche grande operazione. Il pasto fu silenzioso. La tristezza di quel soggiorno influiva perfino sul giocondo carattere di Cavign. Il conte Morano non fu nominato. La conversazione s'aggir tutta sulle guerre che in quei tempi laceravano l'Italia, sulla forza delle milizie veneziane e sulla bravura dei generali. Dopo il pranzo, Emilia intese che il cavaliere sul quale Orsino aveva saziata la sua vendetta, era morto in conseguenza delle ferite ricevute, e che l'omicida veniva cercato con cura. Questa notizia parve allarmar Montoni; ma seppe dissimulare, e s'inform dove fosse nascosto Orsino. Gli ospiti, eccettuato Cavign, ignari che Montoni a Venezia ne avesse favorito la fuga, risposero che desso era scappato la medesima notte con tanta fretta e segretezza, che neppure i suoi pi intimi amici non ne avevano saputo nulla. Emilia si ritir poco dopo colla signora Montoni, lasciando quei signori occupati nei loro consigli segreti. Aveva gi Montoni avvertito la consorte, con cenni espressivi, a ritirarsi. Questa and sui bastioni a passeggiare, n apr bocca: Emilia non interruppe il corso de' suoi pensieri. Essa ebbe bisogno di tutta la sua fermezza per astenersi dal comunicare alla zia il soggetto terribile del quadro. Si sentiva tutta convulsa, ed era tentata di palesarle ogni cosa per sollevarsi il cuore; ma, considerando che un'imprudenza della zia poteva perderle ambedue, prefer soffrire un male presente anzich sottoporsi per l'avvenire ad uno maggiore. Essa aveva in quel giorno strani presentimenti. Le pareva che il suo destino l'incatenasse a quel luogo lugubre. Nondimeno, la rimembranza di Valancourt, la perfetta fiducia che aveva del suo amore costante, bastavano a versarle in seno il balsamo della consolazione. Mentre appoggiavasi al parapetto del bastione, scorse in poca distanza parecchi operai ed un mucchio di pietre che parevano destinate a risarcire una breccia. Vide parimenti un antico cannone smontato. La zia si ferm per parlare co' lavoranti, domandandoli cosa facessero. Si vuol risarcire le fortificazioni, signora, disse uno di loro. Ella fu sorpresa che Montoni pensasse a que' lavori, tanto pi ch'ei non le aveva mai manifestata l'intenzione di voler soggiornare col lunga pezza. Si avanz verso un'alta arcata che conduceva al bastiono di mezzogiorno, e che, essendo unita da una parte al castello, sosteneva una torretta di guardia dominante tutta la valle. Nell'avvicinarsi a quell'arcata, vide da lontano scendere dai boschi una numerosa truppa di cavalli e d'uomini, cui riconobbe per soldati al solo splendore delle lance e delle altre armi, giacch la distanza non permetteva di giudicare esattamente dei colori. Mentre guardava, l'avanguardia usc dal bosco, ma la truppa continuava a stendersi fino all'estremit del monte. L'uniforme militare si distingueva nelle prime file, alla testa delle quali inoltrava il comandante, che pareva dirigere la marcia delle schiere, avvicinandosi gradatamente al castello. Un tale spettacolo, in quelle contrade solitarie, sorprese ed allarm singolarmente la Montoni, la quale corse in fretta da alcuni contadini che lavoravano all'altro bastione, a domandar loro cosa fosse quella truppa. Queglino non poterono darle alcuna risposta soddisfacente; e, sorpresi anch'essi, osservavano stupidamente la cavalcata. La signora, credendo necessario comunicare al marito il soggetto della di lei sorpresa, mand Emilia per avvertirlo che desiderava parlargli. La nipote non approvava l'ambasciata, temendo il mal umore dello zio; pure obbed senza aprir bocca. Nell'avvicinarsi alle stanze, ove si trovava Montoni cogli ospiti, Emilia ud una contesa violenta. Si ferm temendo la collera che poteva produrre il suo arrivo inaspettato. Poco dopo tacquero tutti; allora essa ard aprir la porta. Montoni si volse vivamente, e la guard senza parlare; ella esegu la commissione. Dite alla signora che sono occupato, ei le rispose. La fanciulla cred bene raccontargli il motivo dell'ambasciata. Montoni e gli altri si alzarono tosto e corsero alle finestre; ma, non vedendo le truppe, andarono sul bastione, e Cavign congettur dovesse essere una legione di _condottieri_ in marcia per Modena. Parte di quella soldatesca era allora nella valle, l'altra risaliva i monti verso ponente, e la retroguardia era ancora sull'orlo dei precipizi, dond'erano venuti. Mentre Montoni e gli altri osservavano quella marcia militare, s'ud lo squillo delle trombe e dei timpani, i cui acuti suoni venivan ripetuti dagli echi. Montoni spieg i segnali, di cui pareva espertissimo, e concluse che non avean nulla di ostile. La divisa dei soldati e la qualit delle armi lo confermarono nell'opinione di Cavign; ebbe la soddisfazione di vederli allontanare, n ritirossi fintantoch non furono intieramente scomparsi. Emilia, non sentendosi bastantemente rimessa per sopportare la solitudine della sua camera, rimase sul baluardo fino a sera. Gli uomini cenarono fra loro. La signora Montoni non usc dalle sue stanze: Emilia recossi da lei prima di ritirarsi, e la trov piangente ed agitata. La tenerezza della nipote era naturalmente cos insinuante, che riusciva quasi sempre a consolare gli afflitti; ma le pi dolci espressioni a nulla valsero colla zia. Ella finse, colla solita delicatezza, di non osservare il dolore di lei, ma ne' modi us una grazia cos squisita, una premura cos affettuosa, che quella superba se ne offese. Eccitare la piet della nipote, era per lei un affronto s crudele pel suo orgoglio, che s'affrett a congedarla. Emilia non le parl della sua estrema ripugnanza a trovarsi isolata; le chiese soltanto in grazia che Annetta potesse restare con lei fino al momento di coricarsi. L'ottenne a stento; e siccome Annetta allora era co' servitori, le convenne ritirarsi sola. Travers veloce le lunghe gallerie. Il fioco chiarore del lume non serviva che a rendere pi sensibile l'oscurit, ed il vento minacciava di spegnerlo ad ogni istante. Passando davanti la fuga delle stanze visitate la mattina, credette udir qualche suono, ma guardossi bene dal fermarsi per accertarsene. Giunta alla sua camera, non vi trov neppure una scintilla di fuoco. Prese un libro per occuparsi, finch Annetta venisse; ma la solitudine e la quasi oscurit la piombarono nuovamente nella desolazione, tanto pi ch'era prossima al luogo orribile scoperto la mattina. Non sapendo risolversi a dormire in quella stanza dove per certo la notte precedente era entrato qualcuno, aspettava Annetta con penosa impazienza, volendo saper da lei un'infinit di circostanze. Desiderava egualmente interrogarla su quell'oggetto d'orrore, di cui la credea informata, sebbene inesattamente. Stupiva per, che la camera che lo conteneva restasse aperta tanto imprudentemente. Il fioco chiarore diffuso sulle pareti dal lume presso a spegnersi, aumentava il suo terrore. Si alz per tornare nella parte abitata del castello, prima che l'olio fosse totalmente consunto. Nell'aprir la porta, intese alcune voci, e vide un lume in fondo al corridoio. Era Annetta con un'altra serva. Ho piacere che siate venute, disse Emilia; qual cagione vi ha trattenute tanto? Favorite di accendere il fuoco. --La padrona aveva bisogno di me, rispose Annetta un poco imbarazzata. Vado subito a prendere le legna. --No, disse Caterina, incombenza mia. Ed usc. Annetta voleva seguirla; ma Emilia la richiam, ed ella si mise a parlar forte e a ridere, come se avesse avuto paura di stare silenziosa. Caterina torn colle legna, e tostoch fu acceso il fuoco e la serva se ne fu andata, la fanciulla domand ad Annetta se avesse prese le informazioni ordinatele. S, signora, rispose la ragazza, ma nessuno sa nulla. Io ho osservato Carlo con attenzione, perch dicono ch'egli sappia di cose strane; quel vecchio ha una cert'aria che non saprei esprimere: mi domand pi volte se era ben sicura che la porta della scaletta segreta non fosse chiusa.--Sicurissima, gli risposi. In verit, signorina, son tanto sbalordita, che non so quel che mi dica. Non vorrei dormire in questa camera pi che sul cannone del baluardo, l in fondo. --E perch meno su quel cannone che in qualunque altra parte del castello? disse Emilia sorridendo. Credo che il letto sarebbe duro. --S, ma non si pu trovarne un pi cattivo. Il fatto sta che la notte scorsa fu veduto qualcosa vicino a quel cannone, che vi stava come di guardia. --E tu credi a tutte le favole che ti spacciano? --Signorina, vi far vedere il cannone di cui si tratta. Voi potete scorgerlo qui dalla finestra. -- vero, ma una prova che sia guardato da un fantasma? --Come! Se vi faccio vedere il cannone, non lo credete neppure allora? --No, non credo altro se non quel che vedo co' miei occhi. --Ebbene, lo vedrete, se volete avvicinarvi soltanto alla finestra. Emilia non pot trattener le risa, e Annetta parve sconcertata. Vedendo la di lei facilit a credere al maraviglioso, la fanciulla cred bene astenersi dal parlarle del soggetto del suo terrore, temendo ch'ella soccombesse a paure ideali. Parl dunque delle regate di Venezia. Oh! s, signorina, disse Annetta, que' bei lampioni e quelle belle notti al chiaro di luna: ecco che cosa c' di magnifico a Venezia; son certa che la luna pi bella in quella citt che altrove. Che musica deliziosa si sentiva! Lodovico cantava cos spesso vicino alla mia finestra, sotto il portico! Fu Lodovico a parlarmi di quel quadro che avevate tanta smania di vedere ieri. --Che quadro? disse Emilia, volendo far parlare Annetta. --Quel quadro terribile col velo nero. --L'hai tu veduto? --Chi? io? giammai; ma stamattina, continu la cameriera, parlando sottovoce e guardandosi intorno, stamattina, quando fu giorno chiaro,--voi sapete ch'io aveva un gran desiderio di vederlo, ed aveva inteso strane cose in proposito,--andai fino alla porta decisa di entrarvi, ma la trovai chiusa. Emilia fremette, e temendo d'essere stata osservata, poich la porta era stata chiusa s poco tempo dopo la sua visita, tremava la sua curiosit non le attirasse la vendetta di Montoni; e comprendendo quel soggetto essere troppo spaventoso per occuparsene a quell'ora, cambi discorso. Era vicina la mezzanotte, e Annetta accingeasi ad andarsene, allorch intesero suonare la campana della porta d'ingresso; ristettero spaventate: dopo una lunga pausa udirono il rumore di una carrozza nel cortile; Emilia si abbandon sopra la sedia esclamando: il conte senz'altro. --A quest'ora! oh no! parendomi impossibile ch'egli abbia scelto questo momento per arrivare in una casa. --Cara mia, non perdiamo tempo in vani discorsi, disse Emilia spaventata; va, te ne prego, va a vedere chi pu essere. Annetta usc portando via il lume, e lasciandola all'oscuro: ci le avrebbe fatto paura qualche minuto prima, ma in quel momento non ci badava: aspettava ed ascoltava quasi senza respirare. Infine Annetta ricomparve. S, diss'ella, avevate ragione; il conte. --Giusto cielo! sclam Emilia; ma proprio lui? l'hai realmente riconosciuto? --S, l'ho veduto distintamente; sono andata al finestrino della corte occidentale che, come sapete, guarda nel cortile intorno. Ho veduto la sua carrozza, ov'egli aspettava qualcuno: vi erano molti cavalieri con torce accese. Quando gli si present Carlo, disse alcune parole ch'io non potei capire, e scese in compagnia d'un altro signore. Credendo che il padrone fosse gi in letto, corsi al gabinetto della padrona per saper qualcosa; incontrai Lodovico, dal quale seppi che il signor Montoni vegliava ancora, e teneva consiglio cogli altri signori in fondo alla galleria di levante. Lodovico mi fe' segno di tacere, ed io son tornata subito qui. Emilia domand chi fosse il compagno del conte, e come li avesse ricevuti Montoni; ma Annetta non pot dirle nulla. Lodovico, soggiuns'ella, andava appunto a chiamare il cameriere del padrone per informarlo di questo arrivo, allorch io lo trovai. Emilia rest alcun tempo incerta; finalmente preg Annetta di andar a scoprire, se fosse possibile, l'intenzione del conte venendo al castello. Volentieri, rispose l'altra; ma come potr io trovare la scala, se vi lascio la lucerna? Emilia si offr di farle lume. Quando furono in cima alla scala, essa riflett che poteva essere veduta dal conte, e, per evitar di passare pel salone, Annetta la condusse per vari anditi ad una scala segreta che metteva nel tinello. Tornando indietro, Emilia tem di smarrirsi, ed essere nuovamente spaventata da qualche misterioso spettacolo, e fremea all'idea di aprire una sola porta. Mentre stava perplessa e pensierosa, le parve udire un singulto; si ferm, e ne sent un altro distintamente: avea a destra parecchi usci; tese l'orecchio; quando fu al secondo, intese una voce lamentevole, ma non sapeva decidersi ad aprir la porta, o ad allontanarsi. Riconobbe sospiri convulsi e le querele d'un cuore alla disperazione: impallid, e consider ansiosa le tenebre che circondavanla: i lamenti continuavano; la piet vinse il terrore. Nella probabilit che le di lei attenzioni valessero a consolarlo, depose il lume, ed apr la porta pian piano: tutto era tenebre, tranne un gabinetto in fondo d'onde trapelava una fioca luce. Parendole riconoscere la voce, si avanz adagio, e vide sua zia appoggiata al tavolino, col fazzoletto agli occhi... Essa rest immobile per lo stupore. Un uomo stava assiso vicino al caminetto, ma non pot distinguerlo, perch le voltava le spalle; tratto tratto egli diceva qualche parola sottovoce, che non potevasi intendere, ed allora la zia piangeva pi forte. Avrebbe Emilia voluto indovinare il motivo di quella scena, e riconoscere colui che a quell'ora si trovava col: non volendo per aumentare le smanie della zia scuoprendo i suoi segreti, si ritir con cautela, e, sebbene a stento, le riusc di trovare la sua camera, ove in breve altri interessi le fecero obliare la di lei sorpresa. Annetta torn senza risposta soddisfacente. I servi, coi quali aveva parlato, ignoravano il tempo che il conte doveva restare nel castello: non parlavano che delle strade cattive percorse, dei pericoli superati, e maravigliavansi che il loro padrone avesse fatto quella strada a notte cos avanzata. Ella fin col chiedere il permesso d'andarsi a riposare. Emilia, conoscendo che sarebbe stata una crudelt il trattenerla, la conged. Rimase sola, pensando alla propria situazione ed a quella della zia; e gli occhi di lei fermaronsi alfine sul ritratto trovato nelle carte che il padre aveale imposto di ardere, e che stava sul tavolo con vari disegni estratti da una scatoletta poche ore innanzi: tal vista la immerse in tristi riflessioni, ma l'espressione commovente del ritratto ne addolciva l'amarezza. Guard intenerita que' leggiadri lineamenti; d'improvviso, ricordossi conturbata le parole del manoscritto trovato colla miniatura, e che allora aveanla compresa d'incertezza e d'orrore. Infine, si riscosse, e decise di coricarsi; ma il silenzio, la solitudine in cui si trovava a quell'ora tarda, l'impressione lasciatale dal soggetto cui stava meditando, le ne tolsero il coraggio. I racconti di Annetta, bench frivoli, aveanla per conturbata, tanto pi dopo la spaventosa circostanza ond'ella era stata testimone poco lungi dalla sua camera. La porta della scala segreta era forse il soggetto d'un timore meglio fondato. Decisa a non ispogliarsi, si gett vestita sul letto; il cane di suo padre, il buon Fido, coricato ai di lei piedi, le serviva di sentinella. Preparata cos, procur di bandire le triste idee; ma il suo spirito errava tuttavia sui punti che pi l'interessavano, e l'orologio suon le due prima ch'ella potesse chiuder occhio. Ced finalmente ad un sonno leggero, e ne fu svegliata da un rumore che le parve sentire in camera. Tremante alz il capo, ascolt attenta: tutto era nel silenzio; credendo essersi ingannata, si riadagi sul guanciale. Poco dopo il rumore ricominci: pareva venir dalla parte della scaletta. Si ramment allora il disgustoso incidente della notte scorsa, in cui una mano ignota aveva socchiuso quell'uscio. Il terrore le agghiacci il cuore. Si alz sul letto, e stirando lievemente il cortinaggio, osserv la porta della scala. Il lume che ardeva sul caminetto spandeva una luce fiochissima. Il rumore che credeva venire dalla porta continu a farsi sentire. Le pareva che ne smovessero i chiavistelli; poi si fermavano, e quindi ricominciavano pian piano, come se avessero temuto di farsi udire. Mentre Emilia fissava gli occhi da quella parte, vide l'imposta muoversi, aprirsi lenta e qualcosa entrare in camera, senza che l'oscurit le permettesse distinguer nulla. Quasi morta dallo spavento, fu abbastanza padrona di s stessa per non gridare e lasciar ricader la cortina. Osserv tacendo quell'oggetto misterioso, il quale pareva cacciarsi nelle parti pi oscure della camera, poi talvolta fermarsi; ma quando si avvicin al camino, Emilia pot distinguere una figura umana. Una tetra rimembranza fu quasi per farla soccombere. Continu nonostante ad osservar quella figura, la quale rest immobile buona pezza, e si avvicin quindi pian piano ai piedi del letto. Le cortine, socchiuse alquanto, permettevano alla fanciulla di vederla; ma il terrore la privava perfin dalla forza di fare un movimento. Dopo un istante, la figura torn al camino, prese il lume, consider la camera, e riaccostossi adagio al letto. I raggi della lampada svegliarono allora il cane, il quale salt a terra, latr forte, e corse sull'incognito, che lo respinse colla spada coperta dal fodero. Emilia riconobbe il conte Morano. Essa lo guard muta dallo spavento. Egli cadde in ginocchio, scongiurandola di non temere, e gettando il ferro, volle prenderle una mano. Ma, ricuperando allora le forze paralizzate dal terrore, Emilia salt gi dal letto, Morano si alz, la segu verso la porta della scaletta, e la ferm mentre ne toccava il primo gradino; ma gi al chiarore d'un lume, essa aveva veduto un altr'uomo a met della scala medesima. Gett un grido di disperazione, e, credendosi tradita da Montoni, si di per perduta. Il conte la trascin in camera. Perch tanto spavento? diss'egli con voce tremante. Ascoltatemi, Emilia, io non vengo per farvi alcun male; no, giuro al cielo, vi amo troppo, senza dubbio pel mio riposo. Emilia lo guard un momento coll'incertezza della paura. Lasciatemi, signore, gli disse, lasciatemi dunque sul momento. --Ascoltate, Emilia, soggiunse Morano, ascoltatemi: io vi amo, e sono disperato, s, disperato. Come posso io guardarvi, forse per l'ultima volta e non provare tutte le furie della disperazione? Ma no, voi sarete mia a dispetto di Montoni, a dispetto di tutta la sua vilt. --A dispetto di Montoni! sclam Emilia con vivacit. O cielo! che sento mai? --Che Montoni un infame, grid Morano con veemenza, un infame che vi vendeva al mio amore, che... --E quello che mi comprava lo era egli meno? diss'ella gettando sul conte un'occhiata sprezzante. Uscite, signore, uscite sull'istante. Poi soggiunse con voce commossa dalla speranza e dal timore, bench sapesse di non poter essere intesa da nessuno: Od io metter sossopra tutto il castello, ed otterr dal risentimento del signor Montoni ci che implorai indarno dalla sua piet. --Non isperate nulla dalla sua piet; egli mi ha tradito indegnamente: la mia vendetta lo perseguiter da per tutto; e quanto a voi, Emilia, ha senza dubbio progetti pi lucrosi del primo. Il raggio di speranza che le prime parole del conte avevano reso ad Emilia, fu quasi spento da queste ultime espressioni. La di lei fisonomia ne fu conturbata, e Morano procur di trarne vantaggio. Ei disse: Io perdo il tempo, non venni per declamare contro Montoni, venni per sollecitare, per supplicare Emilia; venni per dirle tutto ci che soffro, per iscongiurarla di salvarci amendue: me dalla disperazione e lei dalla rovina. Emilia, i progetti di Montoni son tali, che voi non potete concepirli; sono terribili, ve lo giuro. Fuggite, fuggite da quest'orrida prigione coll'uomo che vi adora. Un servo, guadagnato a forza d'oro, mi aprir le porte del castello, e fra breve vi sarete sottratta da questo scellerato. Emilia era oppressa dal colpo terribile ricevuto nel mentre appunto rinascevale la speranza in cuore. Si vedeva perduta senza riparo. Incapace di rispondere e quasi di riflettere, si abbandon sur una sedia, pallida e taciturna; era probabilissimo che in principio Montoni l'avesse venduta a Morano, ma era chiaro che in seguito avesse ritrattata la sua promessa, e la condotta del conte lo provava. Appariva eziandio che un progetto pi vantaggioso aveva solo potuto decidere l'egoista Montoni ad abbandonare quel piano, che aveva s vivamente sollecitato. Queste riflessioni la fecero fremere delle parole di Morano, ch'ella non esitava a credere. Ma mentre tremava all'idea delle sventure che l'attendevano nel castello di Udolfo, considerava che l'unico mezzo di uscirne era la protezione d'un uomo, col quale non potevano mancarle sciagure pi certe e non meno terribili; mali in fine, di cui non poteva sostener il pensiero. Il silenzio di lei incoragg le speranze del conte, che l'osservava con impazienza; ei le prese la mano e scongiurala a decidersi. Tutti gl'istanti di ritardo, le disse, rendono la partenza pi pericolosa; i pochi momenti che noi perdiamo, possono dare a Montoni il tempo di sorprenderci. --Per piet, signore, non m'importunate disse Emilia fiocamente; io sono infelice, e debbo continuare ad esserlo. Lasciatemi, ve ne prego, lasciatemi al mio destino. --Non mai, grid il conte con impeto; io perir piuttosto... ma perdonate questa violenza: l'idea di perdervi mi altera la ragione. Voi non potete ignorare il carattere di Montoni; ma potete ignorare i suoi progetti, s, voi li ignorate certo, ch diversamente non esitereste fra l'amor mio ed il suo potere. --Io non esito punto, disse Emilia. --Partiamo dunque, soggiunse Morano baciandole la mano, ed alzandosi in fretta. La mia carrozza ci aspetta sotto le mura del castello. --V'ingannate, signore; vi ringrazio dell'interesse che prendete per la mia sorte, ma io rester sotto la protezione del signor Montoni. --Sotto la sua protezione! sclam violentemente Morano; la sua _protezione_! Emilia, deh! non vi lasciate ingannare... Ve l'ho gi detto quale sarebbe la sua _protezione_. --Scusate se in questo momento non presto fede ad una semplice asserzione, e se esigo qualche prova. --Non ho il tempo n il mezzo di produrne. --Ed io non avr nessuna volont di ascoltarle. --Voi vi beffate della mia pazienza e delle pene mie, continu Morano; un matrimonio coll'uomo che vi adora, egli dunque cos terribile ai vostri occhi? Preferite questa crudel prigionia? Oh! c' qualcuno, per certo, che m'invola gli affetti che dovrebbero appartenermi, altrimenti non potreste ricusare un partito che pu sottrarvi alla pi barbara tirannide. E correva smarrito su e gi per la camera. --Il vostro discorso, conte Morano, prova abbastanza che i miei affetti non potrebbero appartenervi, disse Emilia con dolcezza. Questa condotta prova abbastanza ch'io sarei ugualmente tiranneggiata, caso fossi in vostro potere. Se volete persuadermi il contrario, cessate di molestarmi davvantaggio colla vostra presenza; se me lo negaste, mi obblighereste di esporvi alla collera del signor Montoni. --Ma ch'ei venga! sclam Morano furibondo; ch'ei venga! Ardisca provocare la mia! ardisca guardare in faccia l'uomo che ha cos insolentemente oltraggiato! Gl'insegner io cosa sia la morale, la giustizia, e specialmente la vendetta! venga, ed io gl'immerger la spada nel seno. La veemenza colla quale si esprimeva, divenne per Emilia un nuovo motivo d'inquietudine. Si alz dalla sedia, ma le tremavano le gambe, e ricadde. Guardava attentamente la porta chiusa del corridoio, convincendosi di non poter fuggire senza esserne impedita. Conte Morano, diss'ella finalmente, calmatevi, ve ne scongiuro, ed ascoltate la ragione, se non la piet. Voi v'ingannate egualmente nell'amore e nell'odio. Non potr mai corrispondere all'affetto onde vi piaceste onorarmi, e certo io non l'ho mai incoraggito. Il signor Montoni non pu avervi oltraggiato: sappiate ch'ei non ha diritto di disporre della mia mano, quand'anco ne avesse il potere. Lasciatemi, abbandonate questo castello, finch potete farlo con sicurezza. Risparmiatevi le terribili conseguenze d'una vendetta ingiusta, ed il rimorso sicuro di aver prolungato i miei patimenti. --Una vendetta ingiusta! esclam il conte riprendendo a un tratto la furia della passione. E chi mai potr vedere questo volto angelico, e credere un castigo qualunque proporzionato all'offesa che mi fu fatta? S, abbandoner questo castello, ma non ne uscir solo. La mia gente mi aspetta, e vi porter alla mia carrozza; le vostre strida saranno inutili; nessuno pu ascoltarle in questo luogo remoto. Cedete dunque alla necessit, e lasciatevi condurre. --Conte Morano, diss'ella alzandosi, e respingendolo mentre si avanzava, io sono adesso in poter vostro, ma riflettete che una simile condotta non pu acquistarvi la stima di cui pretendete esser degno. Qui fu interrotta dal brontolo del suo cane, che salt gi dal letto per la seconda volta; Morano guard verso la scala, e, non vedendo alcuno, chiam ad alta voce _Cesario_. Emilia, le disse, in seguito, perch mi obbligate ad usar questo mezzo? Oh! quanto desidererei persuadervi, anzich obbligarvi ad essere la mia sposa! Ma giuro al cielo che Montoni non vi vender ad un altro. Intanto verrete meco. Cesario, Cesario!... Un uomo comparve. Emilia gett un alto strido, mentre il conte la trascinava. In quel punto s'intese rumore all'uscio del corridoio. Il conte si ferm, come esitante tra l'amore e la vendetta; l'uscio si apr, e Montoni, seguito dal vecchio intendente e da parecchi altri, entr precipitoso nella camera dicendo: Ah traditore! pagherai il fio del tuo infame attentato; in guardia! Il conte non aspett una seconda sfida; consegn Emilia a Cesario, e voltosi con fierezza: Sono da te, infame, grid egli menandogli un colpo da disperato. Montoni si difese valorosamente, ma furono separati dai seguaci, mentre Carlo strappava Emilia alla gente di Morano. per questo, disse Montoni con ironia, per questo ch'io vi riceveva nel mio tetto, e vi permetteva di passarvi la notte? Voi adunque veniste a ricompensar la mia ospitalit con un indegno tradimento, e per involarmi mia nipote? --Che chi parla di tradimento, rispose Morano con rabbia concentrata, osi mostrarsi senza arrossire. Montoni, voi siete un infame; se qui c' tradimento, voi solo ne siete l'autore. --Ah vile! grid l'altro sciogliendosi da chi lo tratteneva e correndo addosso al conte. Uscirono dalla porta del corridoio. Il combattimento fu cos furioso, che nessuno ard avvicinarsi. Montoni, d'altra parte, giurava di trafiggere il primo che si fosse frapposto. La gelosia e la vendetta aumentavano la rabbia e l'acciecamento di Morano. Montoni, pi padrone di s stesso, ed abilissimo, ebbe il vantaggio, e fer l'avversario; ma questi parendo insensibile al dolore e alla perdita del sangue, seguit a battersi, e piag Montoni leggermente nel braccio, ma nell'istesso momento tocc una larga ferita, e cadde in braccio a Cesario. Montoni, appoggiandogli la spada al petto, voleva obbligarlo a chieder la vita. Morano pot appena replicare con un gesto ed una parola negativa, e svenne. L'altro stava per trafiggerlo, ma Cavign gli trattenne il braccio: cedette per con molta difficolt, e vedendo l'avversario rovesciato, ordin di trasportarlo all'istante fuori del castello. Emilia, che non aveva potuto uscire dalla camera durante lo spaventoso tumulto, entr nel corridoio, e patrocinando con coraggio la causa dell'umanit, supplic Montoni di accordare a Morano, nel castello, i soccorsi che esigeva il suo stato. Montoni, il quale non ascoltava quasi mai la piet, parea in quel momento sitibondo di vendetta. Colla crudelt d'un mostro ordin per la seconda volta che il suo vinto nemico fosse trasportato subito fuori del castello nello stato in cui si trovava. Quei dintorni, coperti di boschi, offrivano appena una capanna solitaria da passarvi la notte. I servi del conte dichiararono che non l'avrebbero mosso di l, finch non avesse dato almeno qualche segno di vita. Quelli di Montoni stavano immobili, e Cavign faceva invano rimostranze: la sola Emilia, non badando a minacce, port acqua a Morano, e ordin agli astanti di fasciargli le ferite. Montoni, sentendo finalmente qualche dolore alla sua, si ritir per farsi medicare. In quell'intervallo, il conte rinvenne. Il primo oggetto che lo colp, aprendo gli occhi, fu Emilia chinata su di lui coll'espressione della massima inquietudine. Egli la contempl dolorosamente. L'ho meritato, diss'egli, ma non da Montoni. Io meritava d'esser punito da voi, e ne ricevo invece piet. Dopo qualche pausa soggiunse: Bisogna ch'io vi abbandoni, ma non a Montoni. Perdonatemi i dispiaceri che vi cagionai. Il tradimento di quell'infame non rester impunito.... Non sono in istato di camminare, ma poco importa: portatemi alla capanna pi prossima. Non passerei la notte in questo luogo, quand'anco fossi certo di morire nel breve tragitto che dovr fare. Cavign propose di andare ad uniformarsi se vi fosse nelle vicinanze qualche abituro, prima di levarlo di l, ma il conte era troppo impaziente di partire. L'angoscia del suo spirito sembrava ancor pi violenta del patimento della ferita. Rigett sdegnosamente la proposta di Cavign, n volle che si ottenesse per lui il permesso di passar la notte nel castello. Cesario voleva far venir innanzi la carrozza, ma Morano glielo proib. Non potrei sopportarla, diss'egli; chiamate i miei servitori: essi mi trasporteranno sulle braccia. Finalmente, calmandosi alquanto, acconsent che Cesario andasse prima in cerca di un ricetto. Emilia, vedendolo risensato, si disponeva ad uscire, quando Montoni glie l'ordin per mezzo d'un servo, aggiungendo che se il conte non era partito, dovesse allontanarsi immediatamente. Gli sguardi di Morano sfavillarono di sdegno, e si fece di fuoco. Dite a Montoni, soggiunse, che me n'andr quando mi converr. Lascer questo castello ch'esso _chiama il suo_, come si lascia il nido di un serpente; ma non sar l'ultima volta che udr parlar di me. Ditegli che, per quanto potr, non gli lascer _un altro omicidio_ sulla coscienza. --Conte Morano, sapete voi bene quel che dite? disse Cavign. --S, lo so benissimo, ed egli intender ci ch'io voglio dire. La sua coscienza, su questo punto, seconder la sua intelligenza. --Conte Morano, disse Verrezzi, che fin allora stava zitto, se ardite insultare ancora il mio amico, v'immergo la spada nel cuore. --Sarebbe azione degna dell'amico d'un infame, disse Morano, e la violenza dello sdegno lo fe' sollevare dalle braccia de' servi; ma la di lui energia fu momentanea, e ricadde spossato. La gente di Montoni tratteneva Verrezzi, il quale pareva disposto a compiere la sua minaccia. Cavign, meno irritato di lui cercava di farlo uscire, Emilia, trattenuta fin allora dalla compassione, stava per ritirarsi, quando la voce di Morano l'arrest. Le fe' cenno di avvicinarsi. Ella si avanz timidamente, ma il languore che sfigurava la faccia del ferito, eccit la di lei piet. Vi lascio per sempre, ei le disse; forse non vi vedr pi. Vorrei portar meco il vostro perdono, e, se non fossi troppo importuno, ardisco chiedere la vostra benevolenza. --Ricevete questo perdono, disse Emilia, coi voti pi sinceri per la vostra pronta guarigione. Scongiuratolo quindi ad uscir tosto dal castello, recossi dallo zio. Egli era nel salotto di cedro su di un sof, e soffriva molto della sua ferita, ma la sopportava con gran coraggio. Emilia tremava nell'avvicinarsegli; ei la rampogn forte per non aver obbedito subito, e attribu a capriccio la di lei piet pel ferito. La fanciulla, punta da quelle oltraggiose parole, non rispose. In quella Lodovico entr nella stanza, riferendo che trasportavano Morano su d'una materassa ad una capanna poco distante. Montoni parve placarsi, e disse ad Emilia che poteva tornare alla sua camera. Ella andossene volentieri; ma l'idea di passar la notte in una stanza che poteva esser aperta a tutti, le fece allora pi spavento che mai. Risolse di andare da sua zia a chiederle il permesso di condur seco Annetta. Nell'avvicinarsi alla galleria, ud voci di persone che parevano altercare; riconobbe ch'erano Cavign e Verrezzi; quest'ultimo protestava di voler andare ad informar Montoni dell'insulto fattogli da Morano. Cavign parea cercar di calmarlo. Non si deve badare, diceva egli, alle ingiurie d'un uomo in collera; la vostra ostinazione sar funesta al conte ed a Montoni; noi abbiamo ora interessi molto pi seri da discutere. Emilia un le sue preghiere alle ragioni di Cavign, e riuscirono in fine a distoglier Verrezzi dal suo progetto. Entrata dalla zia, la di lei calma le fece credere che ignorasse l'accaduto; volle raccontarglielo con cautela; ma la zia l'interruppe dicendole che sapeva tutto. Bench Emilia sapesse benissimo ch'ella aveva poche ragioni per amare il marito, pur non la credeva capace di tanta indifferenza. Ottenne il permesso di condur seco Annetta, e si ritir subito. Una striscia di sangue, rigando il corridoio, conducea alla sua stanza, e nel luogo del combattimento il suolo erane tutto coperto. La fanciulla trem, ed appoggiossi alla cameriera nel passarvi. Giunta in camera, volle esaminare dove mettesse la scala, dipendendo molto la sua sicurezza da questa circostanza. Annetta, curiosa e spaventata insieme, acconsent al progetto; ma nell'avvicinarsi alla porta, la trovarono chiusa al di fuori, talch dovettero accontentarsi di assicurarla nell'interno, appoggiandovi i mobili pi pesanti che poterono smovere. Emilia and a letto, e la cameriera si mise sur una sedia presso al camino, ove fumava ancora qualche tizzone. CAPITOLO XXI Fa duopo riferir ora qualche circostanza di cui l'improvvisa partenza da Venezia e la rapida sequela di casi susseguiti nel castello non ne concessero d'occuparci. La mattina istessa di quella partenza, Morano, all'ora convenuta, and a casa Montoni per ricevere la sposa. Fu sorpreso non poco dal silenzio e dalla solitudine de' portici, pieni al solito di servitori; ma la sorpresa fece luogo immediatamente al colmo dello stupore ed alla rabbia, allorch una vecchia apr la porta, e disse che il suo padrone e tutta la famiglia erano partiti di buonissim'ora da Venezia per andare in terraferma. Non potendolo credere, sbarc dalla gondola e corse nella sala ad informarsi pi minutamente dalla vecchia, la quale persist nella sua asserzione, e la solitudine del palazzo lo convinse della verit. L'afferr pel braccio, e parve volesse sfogare sulla poveretta la bile che l'ardea. Le fece mille interrogazioni in una volta, accompagnati da gesti cos furibondi, che colei, spaventatissima, non fu in grado di rispondergli. La lasci, e si mise a scorrere il portico e i cortili come un insensato, maledicendo Montoni e la propria dabbenaggine. Quando la donna si fu riavuta dal terrore, gli raccont quanto sapeva; per verit era poco, ma bast a far comprendere a Morano come Montoni fosse andato al suo castello degli Appennini. Ei ve lo segu tostoch la sua gente ebbe fatti i necessari preparativi, accompagnato da un amico e da numerosa servit. Era deciso di ottenere Emilia, o sacrificare Montoni alla sua vendetta. Quando si fu alquanto calmato, la coscienza gli ramment alcune circostanze che spiegavano abbastanza la condotta di Montoni. Ma in qual modo quest'ultimo avrebbe mai potuto sospettare un'intenzione ch'egli solo conosceva, e che non poteva indovinare? Su questo punto per era stato tradito dall'intelligenza simpatica che esiste, per cos dire, fra le anime poco delicate, e fa giudicare ad un uomo ci che deve fare un altro in una data circostanza. Cos infatti era accaduto a Montoni. Aveva alfine acquistata la certezza di quanto gi sospettava: che la sostanza, cio, del conte Morano, invece di esser ragguardevole, come l'aveva creduto in principio, era al contrario in cattivissimo stato. Montoni avea favorito le sue pretese sol per motivi personali, per orgoglio, per avarizia. La parentela d'un nobile veneziano avrebbe sicuramente soddisfatto il primo, e l'altro speculava sui beni di Emilia di Guascogna, che doveangli esser ceduti il giorno stesso delle nozze. Aveva gi concepito qualche sospetto per le sregolatezze del conte, ma non aveva acquistata la certezza della di lui rovina, se non la vigilia del matrimonio. Non esit dunque a concludere che Morano lo ingannava per certo sull'articolo dei beni di Emilia, e questo dubbio confermossi, quando, dopo aver convenuto di firmare il contratto la notte medesima, il conte manc alla sua parola. Un uomo cos poco riflessivo, cos distratto come Morano, nel momento in cui s'occupava delle sue nozze, aveva facilmente potuto mancare all'impegno senza malizia; ma Montoni interpret l'incidente secondo le proprie idee. Dopo avere aspettato un pezzo, egli aveva ordinato a tutta la sua famiglia di star pronta al primo cenno. Affrettandosi di arrivare al castello d'Udolfo, voleva sottrarre Emilia a tutte le ricerche di Morano, e sciogliersi dall'impegno senza esporsi ad alterchi. Se il conte, al contrario, non avesse avuto che pretese onorevoli, com'ei le chiamava, avrebbe certamente seguito Emilia, e firmata la cessione concertata. A questo patto Montoni l'avrebbe sacrificata senza scrupolo ad un uomo rovinato, all'unico scopo di arricchir s medesimo. Si astenne nullameno dal dirle una sola parola sui motivi di quella partenza, temendo che un'altra volta un barlume di speranza non la rendesse indocile ai suoi voleri. Fu per tai considerazioni ch'era partito improvvisamente da Venezia; e, per motivi opposti, Morano eragli corso dietro attraverso i precipizi dell'Appennino. Allorch seppe il di lui arrivo, Montoni, persuaso che venisse ad adempire la sua promessa, si affrett di riceverlo; ma la rabbia, le espressioni ed il contegno di Morano lo disingannarono tosto. Montoni spieg in parte le ragioni della sua improvvisa partenza; e il conte, persistendo a chiedere Emilia, colmollo di rimproveri senza parlare dell'antico patto. Il castellano finalmente, stanco della disputa, ne rimise la conclusione alla domane, e Morano si ritir con qualche speranza sull'apparente di lui perplessit; quando per, nel silenzio della notte, si ramment il loro colloquio, il di lui carattere e gli esempi della sua doppiezza, la poca speranza che conservava l'abbandon, e risolse di non perder l'occasione di possedere Emilia in altro modo. Chiam il suo confidente, gli comunic il proprio disegno, e l'incaric di scoprire fra i servi del castello qualcuno che volesse prestarsi a secondare il ratto di Emilia: se ne rimise in tutto alla scelta e prudenza del suo agente, e non a torto, poich questi non tard a trovar un uomo stato recentemente trattato con rigore da Montoni, e che non pensava se non a tradirlo. Costui condusse Cesario fuori del castello, e per un passaggio segreto l'introdusse alla scala, gl'indic una via pi corta, e gli diede le chiavi che potevano favorirne la ritirata; fu anticipatamente ben ricompensato, ed abbiamo veduto qual riuscita ebbe l'attentato del conte. Il vecchio Carlo, frattanto, aveva sorpreso due servitori di Morano, i quali avendo avuto ordine di aspettare colla carrozza fuori del castello, comunicavansi la loro maraviglia sulla partenza improvvisa e segreta del padrone. Il cameriere non aveva lor confidato, del progetto di Morano, se non ci ch'essi dovevano eseguire; ma i sospetti eran destati, e Carlo ne trasse il miglior partito. Prima di correre da Montoni, procur di raccogliere altre notizie, ed a tal uopo, accompagnato da un altro servo, si pose in agguato alla porta del corridoio della camera di Emilia; n vi rest indarno, giacch, poco dopo, sent giunger Morano, ed essendosi accertato de' suoi progetti, corse ad avvertire il padrone, contribuendo cos ad impedire il ratto. Montoni, il giorno dopo, col braccio al collo, fece il solito giro delle mura, visit gli operai, ne fece aumentare il numero, e torn al castello, ov'era aspettato da nuovi ospiti. Li fe' venire in un appartamento separato, e Montoni rest chiuso seco loro per quasi due ore. Chiamato poscia Carlo, gli ordin di condurre i forestieri nelle stanze destinate agli uffiziali della casa, e di farli immediatamente rifocillare. Frattanto il conte giacea in una capanna della foresta, oppresso da doppio patimento, e meditando una terribil vendetta. Il servo di lui, spedito al villaggio pi vicino, non torn che il d dopo con un chirurgo, il quale non volle spiegarsi sul carattere della ferita, e volendo prima esaminare i progressi dell'infiammazione, gli amministr un calmante, e rest con lui per giudicarne gli effetti. Emilia pot nel resto di quella notte riposare un poco. Destandosi, si ramment che finalmente era stata liberata dalle persecuzioni di Morano, e si sent sollevata in gran parte da' mali che l'opprimevano da tanto tempo. L'affliggevano ancora per i sospetti esternatile dal conte sulle mire di Montoni: egli aveva detto che i suoi progetti erano impenetrabili, ma terribili. Per iscacciarne il pensiero, cerc le sue matite, si affacci alla finestra, e contempl il paese per iscegliervi una bella veduta. Cos occupata, riconobbe sui bastioni gli uomini giunti di fresco nel castello. La vista di quegli stranieri la sorprese, ma ancor pi il loro esteriore: avevano essi una singolarit di vestiario, una fierezza di sguardi, che cattivarono la di lei attenzione. Si ritir dalla finestra mentr'essi vi passavano sotto, ma vi si riaffacci tosto per osservarli meglio. Le loro fisonomie accordavansi cos bene coll'asprezza di tutta la scena, che, mentre esaminavano il castello, li disegn come banditi nella sua veduta. Carlo, avendo procurato a coloro i rinfreschi necessari, torn da Montoni, il quale voleva scoprire il traditore da cui, la notte precedente, Morano aveva ricevute le chiavi; ma Carlo, troppo fedele al suo padrone per soffrire che gli nuocessero, non avrebbe per denunziato il camerata, neppure alla giustizia. Accert che l'ignorava, e che il colloquio de' servi del conte non gli avea svelato altro che la trama. I sospetti di Montoni caddero naturalmente sul guardaportone, e lo fece venire. Bernardino neg con tanta audacia, che lo stesso Montoni dubit della sua reit, senza poterlo credere innocente; infine lo rimand, talch sebben fosse il vero autore del complotto, ebbe l'arte di sfuggire ad un severo castigo. Montoni recossi dalla moglie, ed Emilia non tard a raggiungerli; essa li trov in una violenta contesa e voleva ritirarsi, ma la zia la richiam. Voi sarete testimone, diss'ella, della mia resistenza. Ora ripetete, o signore, il comando al quale ho tante volte ricusato d'obbedire. Egli ordin severamente alla nipote di ritirarsi. La zia insist perch restasse. Emilia desiderava sfuggire alla scena di quell'alterco; voleva servire la zia, ma disperava di calmare Montoni, nei cui sguardi dipingeasi a tratti di fuoco la tempesta dell'anima. Uscite, grid egli infine con voce tuonante, Emilia obbed, e and sul bastione, dove non erano pi gli stranieri. Meditando sull'infelice unione fatta dalla sorella di suo padre, e sull'orrore della propria situazione, cagionata dalla ridicola imprudenza della zia, avrebbe voluto rispettarla quant'erale affezionata; ma la condotta della Montoni aveaglielo sempre reso impossibile. La piet per che sentiva pel cordoglio di quella infelice, le faceva obliare i torti dei quali poteva accusarla. Mentre passeggiava cos sul bastione, comparve Annetta, che, guardando intorno con cautela, le disse: Mia cara padroncina, vi cerco dappertutto; se volete seguirmi, vi far vedere un quadro. --Un quadro! sclam ella fremendo. --S, il ritratto dell'antica padrona del castello. Il vecchio Carlo mi ha or detto ch'era dessa, e pensai farvi cosa grata conducendovi a vederla: quanto alla signora, voi sapete che non si pu parlargliene. --E perci tu ne parli con tutti. --S, signora; cosa farei qui, se non potessi parlare? Se fossi in un carcere, e mi lasciassero chiaccherare, sarebbe almeno una consolazione: s, vorrei parlare, quand'anco fosse ai muri. Ma venite, non perdiamo tempo: bisogna che vi mostri il quadro. -- forse coperto da un velo? disse Emilia dopo una pausa; non ho nessuna voglia di vederlo. --Come! signora Emilia, non volete vedere la padrona del castello, quella signora che sparve cos stranamente? Quanto a me, avrei traversate tutte le montagne per veder il ritratto. A dirvi il vero, questo racconto singolare mi fa fremere al solo pensarvi, eppure l'unica cosa che m'interessa. --Sei tu poi certa che un quadro? l'hai tu veduto? coperto da un velo? --Buon Dio! s, no e s: son certa che un quadro. L'ho veduto, e non coperto da alcun velo. L'accento e l'aria di sorpresa con cui Annetta rispose, rammentarono ad Emilia la sua prudenza, e con un sorriso forzato, dissimulando la commozione, acconsent ad andar a vedere il ritratto posto in una stanza oscura attigua al tinello. Eccolo qua, disse Annetta piano, mostrandole il quadro. Emilia l'osserv, e vide che rappresentava una signora nel fior dell'et e della bellezza. I lineamenti n'erano nobili, regolari e pieni d'una forte espressione, ma non di quella seducente dolcezza che avrebbe voluto trovarvi Emilia, n di quella tenera melanconia che tanto l'interessava. Quant'anni sono scorsi, disse Emilia, dacch sparita questa signora? --Venti anni circa, a quel che dicono. La fanciulla continu ad esaminare il ritratto. Io penso, ripigli Annetta, che il signor Montoni dovrebbe situarlo in una camera pi bella. A parer mio, il ritratto della signora, della quale ha ereditate le ricchezze, dovrebbe stare nell'appartamento nobile. In verit, era una bella donna, ed il padrone potrebbe, senza vergognarsi, farlo portare nel grand'appartamento dove c' il quadro velato. (Emilia si volse). vero che non lo si vedrebbe meglio: ne trovo sempre chiusa la porta. --Usciamo, disse Emilia; lascia, Annetta, che torni a raccomandartelo; procura di esser riservatissima nei tuoi discorsi, e non far sospettare che tu sappia la minima cosa, a proposito di quel quadro. --Santo Dio, non gi un segreto: tutti i servitori lo hanno veduto pi volte. --Ma come pu essere? disse Emilia sussultando; veduto! quando? come? --Non c' nulla di sorprendente: gi noi siam tutti un pochetto curiosi. --Ma se mi dicesti che la porta era chiusa? --Se cos fosse, come avremmo potuto entrare? E guardava da per tutto. --Ah! tu parli di questo quadro qui, disse Emilia calmandosi. Vieni, Annetta. Non vedo altro degno d'attenzione. Andiamo via. Avviandosi alla sua stanza, essa vide Montoni scendere nella sala, e torn nel gabinetto di sua zia, cui trov sola e piangente. Il dolore e il risentimento lottavano sulla sua fisonomia. L'orgoglio aveva trattenuto fin allora le sue doglianze. Giudicando Emilia da s medesima, e non potendo dissimulare ci che si meritava da lei l'indegnit del suo trattamento, credeva che i suoi affanni avrebbero eccitata la gioia della nipote, anzich qualche simpatia. Credeva che la disprezzerebbe, n avrebbe, per lei la minima compassione; ma conosceva assai male la bont di Emilia. Le pene vinsero finalmente l'orgoglioso carattere. Quando Emilia era entrata la mattina nelle sue stanze, le avrebbe svelato tutto, se il marito non l'avesse prevenuta; ed or che la di lui presenza non glielo impediva, proruppe in amari lamenti. O Emilia, esclam ella, io sono la donna pi infelice! Vengo trattata in un modo barbaro! Chi l'avrebbe preveduto, quando aveva dinanzi a me una s bella prospettiva, che proverei un destino cos terribile? Chi avrebbe creduto, allorch sposai un uomo come Montoni, che mi sarei avvelenata la vita? Non c' mezzo d'indovinare il miglior partito da prendere; non ve n'ha per riconoscere il vero bene. Le speranze pi lusinghiere c'ingannano, ingannando cos anche i pi saggi. Chi avrebbe preveduto, quando sposai Montoni, che mi pentirei cos presto della mia generosit? Emilia sapeva bene che avrebbe dovuto prevedere tutti questi inconvenienti, ma non essendo quello il momento di farle inutili rimproveri, sedette presso la zia, le prese la mano, e con quell'aria pietosa che la faceva somigliare ad un angelo custode, le parl con infinita dolcezza. Tutti i suoi discorsi per non bastarono a calmare la signora Montoni, la quale non volle ascoltar nulla; essa aveva bisogno di sfogarsi ancor prima di essere consolata. Ingrato! diss'ella, mi ha ingannato in tutte le maniere. Ha saputo strapparmi dalla patria, dagli amici; mi chiuse in questo antico castello, e crede costringermi a cedere a tutti i suoi voleri; ma vedr che si ingannato, vedr che nessuna minaccia baster ad indurmi a... Ma chi l'avrebbe creduto? Chi l'avrebbe mai supposto che, col suo nome, la sua apparente ricchezza, costui non avesse nulla affatto? No, neppure uno zecchino del suo! Io credeva far bene: lo credeva uomo d'importanza ed opulentissimo, altrimenti non lo avrei sposato. Ingrato! Perfido! Mostro!... --Cara zia, calmatevi; il signor Montoni sar forse men ricco di quello che credevate, ma non poi cos povero. La casa di Venezia e questo castello sono suoi. Posso io domandarvi quali sono le circostanze che vi affliggono pi particolarmente? --Quali circostanze! sclam la zia furibonda. Che! non basta? Da molto tempo rovinato al giuoco, ha perduto anche tutto ci che gli ho donato, ed ora pretende che gli faccia cessione di tutti i miei beni. Fortuna che la maggior parte di essi sono in testa mia: ei vorrebbe dilapidare anche questi e gettarsi in un progetto infernale di cui egli solo pu comprendere l'idea; e... tutto questo non basta? --Certo, disse Emilia, ma rammentatevi, signora, ch'io l'ignorava assolutamente. --E non basta, che la sua rovina sia compiuta, che sia pieno di debiti d'ogni sorta al punto che, se dovesse pagarli, non gli resterebbe n il castello, n la casa di Venezia? --Sono afflittissima di ci che mi dite... --E non basta, interruppe la zia, che mi abbia trattata con tanta negligenza e crudelt, perch gli ricusai la cessione; perch invece di tremare alle sue minacce, lo sfidai risolutamente, rimproverandogli, la sua vergognosa condotta? Io l'ho sofferto con tutta la dolcezza possibile. Voi sapete bene, nipote, se mi sfugg mai una parola di doglianza fino ad ora; io, il cui unico torto una bont troppo grande ed una troppo facile condiscendenza! E per mia disgrazia mi vedo incatenata per la vita a questo vile, crudele e perfido mostro! Emilia, comprendendo che i suoi mali non ammettevano consolazione reale, e spregiando le frasi comuni, stim meglio tacere; la signora Montoni per, gelosa della sua superiorit, interpret quel silenzio per indifferenza o disprezzo, e le rimprover l'oblio de' propri doveri e la mancanza di sensibilit. Oh! come diffidava io di quella sensibilit tanto vantata, quando sarebbe stata messa alla prova! soggiuns'ella; io sapeva benissimo che non v'insegnerebbe n tenerezza, n affetto pei parenti che vi hanno trattata come loro figlia. --Perdonate, zia, disse Emilia con dolcezza, io mi vanto poco, e se lo facessi, non mi vanterei gi della mia sensibilit, ch' un dono forse pi da temere che da desiderare. --A meraviglia, nipote, non voglio disputar con voi; ma, come io diceva, Montoni minacciommi di violenze, se persisto pi a lungo a negargli la cessione; era appunto il soggetto della nostra contesa quando entraste stamattina. Ora son decisa; non v'ha forza sulla terra che possa costringermivici, e non soffrir con calma tanti mal trattamenti; gli dir tutto ci che merita, a dispetto delle sue minacce e della sua ferocia. Emilia profitt di un momento di silenzio per dirle: Cara zia, voi non fareste che irritarlo senza necessit; non provocate di grazia, i mali crudeli che temete. --Poco men cale, ma non lo appagher mai; voi mi consigliereste forse a spogliarmi di tutto il mio? --No, zia, non intendo dir questo. --E che intendete voi dunque? --Voi parlavate di far rimproveri al signor Montoni... disse Emilia titubante. --Che! Forse non li merita? --Certo; ma non credo sia prudenza il farglieli nella situazione attuale. --Prudenza! prudenza con un uomo che senza scrupolo calpesta perfino le leggi dell'umanit! ed user prudenza con costui? No, non sar vile a tal segno. --Pel vostro solo interesse, e non per quello di Montoni, disse Emilia modestamente, stimerei bene di consultar la prudenza. I vostri rimproveri, quantunque giusti, riescirebbero vani, n farebbero che spingerlo a terribili eccessi. --Come! Dovrei dunque sottoporrai ciecamente a tutto ci ch'ei mi comanda? Pretendereste ch'io me gli gettassi ai piedi per ringraziarlo della sua crudelt? Pretendereste che gli facessi donazione di tutti i miei beni? --Cara zia, io forse mi spiego male! non sono in caso di consigliarvi sopra un punto tanto delicato; ma soffrite che ve lo dica: se amate il vostro riposo, cercate di calmare il signor Montoni, anzich irritarlo. --Calmarlo! impossibile, ripeto, non voglio neppur provarmici. Emilia, bench piccata dall'ostinazione e dalle false idee della zia, sentiva piet de' di lei infortunii, e fece il possibile per calmarla e consolarla, dicendole: La vostra situazione forse meno disperata che non crediate. Il signor Montoni pu dipingervi i suoi affari in uno stato pi cattivo di quello che lo siano realmente, per esagerare e dimostrare il bisogno che ha della vostra cessione; d'altronde, finch conserverete i vostri beni, vi offriranno una risorsa, se la futura condotta di vostro marito vi obbligasse a separarvi da lui.... --Nipote crudele e insensibile, la interruppe impazientemente la zia, voi dunque tentate persuadermi che non ho motivo di querelarmi? Che mio marito in una posizione brillante? che il mio avvenire consolante, e che i miei affanni son puerili e romanzeschi come i vostri? Strane consolazioni! Persuadermi che sono priva di criterio e di sentimento, perch voi non sentite nulla, e siete indifferentissima ai mali altrui! Io credeva aprire il cuore ad una persona compassionevole, che simpatizzasse colle mie pene; ma mi avvedo pur troppo che le persone sentimentali non sanno sentire che per s. Andatevene. Emilia, senza risponderle, usc con un misto di piet e disprezzo. Appena fu sola, ced ai penosi pensieri che le faceva nascere la posizione infelice della zia. Le proprie osservazioni, le parole equivoche di Morano, l'aveano convinta che il patrimonio di Montoni mal corrispondeva alle apparenze. Vedeva il fasto di lui, il numero de' servi, le sue nuove spese per le fortificazioni, e la riflessione aument la di lei incertezza sulla sorte della zia e la propria, pensando al truce carattere dello zio che andava ognor pi spiegandosi nella sua ferocia. Mentre versava in questi affliggenti pensieri, Annetta le port il pranzo in camera. Sorpresa da tal novit, domand chi glielo avesse ordinato. La mia padrona, rispose Annetta. Il signore ha comandato ch'essa pranzi nel suo appartamento ed ella vi manda il pranzo nel vostro. Ci sono state forti discussioni fra loro, e mi pare che la cosa si faccia seria. Emilia, poco badando alle sue ciarle, si mise a tavola, ma Annetta non taceva s facilmente: parl dell'arrivo degli uomini da lei gi veduti sul bastione, e della loro strana figura, non meno che della buona accoglienza lor fatta da Montoni. Pranzano essi con lui? disse Emilia. --No, signorina; hanno gi mangiato nelle lor camere in fondo alla galleria settentrionale. Non so quando se ne andranno. Il padrone ha ordinato a Carlo di portar loro il bisognevole. Hanno gi fatto il giro di tutto il castello, e dirette molte interrogazioni ai manovali. In vita mia non ho mai veduto ceffi cos brutti; fanno paura a vederli. La fanciulla le domand se avesse udito riparlare del conte Morano, e se vi fosse per lui speranza di guarigione. Annetta sapeva solo che trovavasi in una capanna, e molto aggravato. Emilia non pot nascondere la commozione. Signorina, disse la ciarliera, come le donne sanno ben nascondere l'amore! Io credeva che voi odiaste il conte, e mi sono ingannata. --Credo di non odiar nessuno, rispose Emilia sforzandosi al sorriso; ma non sono innamorata certo del conte Morano; e sarei egualmente dispiacentissima della morte violenta di chicchessia. Annetta torn a parlare de' dissensi fra i coniugi Montoni. Non cosa nuova, diss'ella, giacch abbiamo inteso e veduto tutto fino da Venezia, sebbene non ve ne abbia mai parlato. --E facesti benissimo, ed avresti fatto meglio a continuare a tacere; abbi dunque prudenza, che questo discorso non mi garba. --Ah! cara signora Emilia, vedo qual rispetto avete per persone che si occupano s poco di voi! Io non posso soffrire di vedervi illusa in tal modo; debbo dirvelo unicamente pel vostro interesse, e senza alcun disegno di nuocere alla mia padrona, quantunque, a dir vero, abbia poca ragione di amarla. --Tu non parli certo di mia zia, disse Emilia con gravit. --S, signora; ma io sono fuori di me. Se voi sapeste tutto quel che so io, non andreste in collera. Spesso, spessissimo ho inteso lei ed il padrone che parlavano di maritarvi al conte: essa gli diceva sempre di non lasciarvi cedere ai vostri ridicoli capricci, ma di saper costringervi ad obbedire. Mi si straziava il cuore all'udire tanta crudelt; parendomi che essendo ella stessa infelice, avrebbe dovuto compatire le disgrazie altrui e.... --Ti ringrazio della tua piet, Annetta; ma mia zia era infelice, e forse le sue idee erano alterate. Altrimenti io penso... son persuasa che... Ma via, lasciami sola, Annetta, ho finito di pranzare. --Voi non avete mangiato quasi nulla; prendete un altro boccone... Alterate le sue idee? aff! mi pare che lo siano sempre. A Tolosa ho inteso spesso la padrona parlare di voi e del signor Valancourt alla signora Marville e alla signora Vaison in un modo poco bello: diceva loro che durava fatica a contenervi ne' limiti del dovere, che eravate per lei un gran peso, e che se non vi avesse sorvegliata bene, sareste andata a scorrazzare per le campagne col signor Valancourt; che lo facevate venir la notte, e.... --Gran Dio! sclam Emilia facendosi di fuoco; impossibile che mia zia mi abbia dipinta cos. --S, signora, questa la pura verit, sebbene non la dica tutta intiera. Mi pareva che avrebbe potuto parlare in altra maniera di sua nipote, anche nel caso che voi aveste commesso qualche fallo. Ma siate certa che non ho mai creduto neppure una sillaba di tutti i suoi discorsi. La padrona non guarda mai a ci che dice, quando parla degli altri. --Comunque sia, Annetta, disse Emilia, ricomponendosi con dignit, tu fai malissimo ad accusar mia zia presso di me; so che la tua intenzione buona, ma non parliamone pi; sparecchia la tavola. La cameriera arross, chin gli occhi ed affrettassi ad andarsene. dunque questo il premio della mia onest? disse Emilia quando fu sola. questo il trattamento che debbo ricevere da una parente, da una zia, la quale doveva difendere la mia riputazione, invece di calunniarla? Oh! mio tenero ed affettuosissimo padre, cosa diresti se tu fossi ancora al mondo? Che penseresti della indegna condotta di tua sorella a mio riguardo?... Ma via, bando alle inutili recriminazioni, e pensiamo soltanto ch'essa infelice. Per divagarsi alquanto, prese il velo, e scese sui bastioni, l'unico passeggio che le fosse permesso. Avrebbe, s, desiderato percorrere i boschi sottoposti, e contemplare i sublimi quadri della natura; ma Montoni non volendo ch'ella uscisse dal castello, cercava contentarsi delle viste pittoresche cui osservava dalle mura. Nessuno eravi allora col; il cielo era tetro e tristo come lei. Per, trapelando il sole dalle nubi, Emilia volle vederne l'effetto sulla torre di tramontana: voltandosi, vide i tre forestieri della mattina, e si sent un tremito involontario. Coloro le si avvicinarono mentre esitava. Volle ritirarsi, ed abbass il velo, che mal ne nascondeva la belt. Essi guardaronla attenti, parlandosi tra loro: la fierezza delle fisonomie la colp ancor pi del singolare abbigliamento. La figura in ispecie di quello in mezzo spirava una ferocia selvaggia, truce e maligna che l'atterr. Pass rapida: quando fu in fondo al terrazzo, si volse, e vide gli stranieri all'ombra della torretta, intenti a considerarla, ed a parlare con fuoco tra loro. Ella affrettossi a ritirarsi in camera. Montoni cen tardi, e rest un pezzo a tavola cogli ospiti nel salotto di cedro. Gonfio del suo recente trionfo su Morano, vuot spesso la coppa, e si abbandon senza ritegno ai piaceri della tavola e della conversazione. Il brio di Cavign parea al contrario scemato: guardava Verrezzi, cui aveva stentato molto a contenere fin allora, e che voleva sempre manifestare a Montoni gli ultimi insulti del conte. Un convitato mise in campo i casi della notte scorsa, e gli occhi di Verrezzi sfavillarono: si parl poscia di Emilia, e fu un concerto di elogi. Montoni solo tacea. Partiti i servi, la conversazione divenne pi libera; il carattere irascibile di Verrezzi mescolava talvolta un po' di asprezza in quanto diceva, ma Montoni spiegava la sua superiorit perfin negli sguardi e nelle maniere. Uno di essi nomin imprudentemente di nuovo Morano; Verrezzi scaldato dal vino, e senza badare ai ripetuti segni di Cavign, diede misteriosamente qualche cenno sull'incidente della vigilia. Montoni non parve notarlo e continu a tacere, senza mostrare alterazione. Quell'apparente insensibilit accrebbe l'ira di Verrezzi, il quale fin a manifestare i detti di Morano, che, cio, il castello non gli apparteneva legittimamente, e che non avrebbegli lasciato volontariamente un altro omicidio sull'anima. Sarei io insultato alla mia tavola, e lo sarei da un amico? grid Montoni pallido dal furore. Perch ripetermi i motti d'uno stolto? Verrezzi, che si aspettava di vedere l'ira di Montoni volgersi contro il conte, guard Cavign con sorpresa, e questi god della sua confusione. Avreste la debolezza di credere ai discorsi d'un uomo traviato dal delirio della vendetta? --Signore, disse Verrezzi, noi crediamo solo quel che sappiamo. --Come! interruppe Montoni con gravit; dove sono le vostre prove? --Noi crediamo solo quel che sappiamo, e non sappiam nulla di quanto ci afferm Morano. Montoni parve rimettersi, e disse: Io son sempre pronto, amici, quando si tratta del mio onore; nessuno potrebbe dubitarne impunemente. Ors, beviamo. --S, beviamo alla salute della signora Emilia, disse Cavign. --Con vostro permesso, prima a quella della castellana, soggiunse Bertolini. Montoni taceva. --Alla salute della castellana, dissero gli ospiti, e Montoni fece un lieve cenno di capo in segno d'approvazione. Mi sorprende, signore, gli disse Bertolini, che abbiate negletto tanto questo castello: un bell'edifizio. --E molto adatto ai nostri disegni, replic Montoni. Voi non sapete, parmi, per qual caso io lo posseggo? --Ma, disse Bertolini ridendo, un caso fortunatissimo, ed io vorrei che me ne accadesse uno simile. --Se volete compiacervi d'ascoltarmi, continu Montoni, vi racconter la cosa. Le fisionomie di Bertolini e Verrezzi esprimevano ansiosa curiosit. Cavign, il quale non ne esternava, sapeva probabilmente gi la storia. Sono quasi venti anni che posseggo questo castello. La signora che lo possedeva prima di me, era mia parente lontana. Io sono l'ultimo della famiglia: essa era bella e ricca, ed io le offrii la mia mano, ma siccome amava un altro, mi respinse. probabile che il preferito abbia respinto lei, che fu assalita da una costante malinconia, ed ho tutto il fondamento di credere che troncasse ella stessa i suoi giorni. Io non era allora nel castello: un caso pieno di strane e misteriose circostanze ch'io vo' ripetervi. --Ripetetele, disse una voce. Montoni tacque, ed i suoi ospiti, guardandosi reciprocamente, si chiesero chi avesse parlato, e s'avvidero che tutti si facevano la stessa domanda. Siamo ascoltati, disse Montoni; ne parleremo un'altra volta: beviamo. I convitati guardarono per tutta la sala. Siamo soli, disse Verrezzi, fateci la grazia di continuare. --Non udiste qualcosa? sclam Montoni. --Parmi di s, rispose Bertolini. --Pura illusione, disse Verrezzi guardando ancora. Siam soli. Continuate, ven prego. Montoni ripigli sottovoce, mentre i convitati si serravano intorno a lui. Sappiate che la signora Laurentini da qualche mese mostrava i sintomi d'una gran passione e d'un'immaginazione alterata. Talvolta si perdeva in una placida meditazione, ma spesso farneticava. Una sera di ottobre, dopo uno di questi accessi, si ritir sola nella sua camera, vietando di sturbarla. Era la camera in fondo al corridoio, ch' stata il teatro della scena d'ieri sera: da quell'istante non la videro pi. --Come! Non fu veduta pi? disse Bertolini. Il suo corpo non fu trovato nella camera? --Non si trov il suo cadavere? esclamarono tutti unanimamente. --Mai, rispose Montoni. --Quai motivi s'ebbero per supporre che si fosse uccisa? disse Bertolini.--S, quai motivi? disse Verrezzi. Montoni gli lanci un'occhiata sdegnosa. Perdonate, signore, soggiunse l'altro; non pensava che la signora fosse vostra parente, quando ne parlai con tanta leggerezza. Montoni, ricevendo questa scusa, continu: Vi spiegher tosto il tutto: ascoltate. --Ascoltate! ripet una voce. Tutti tacevano, e Montoni cambi di colore. Questa non un'illusione, disse finalmente Cavign.--No, disse Bertolini; l'ho intesa anch'io. --Questo diventa straordinario, soggiunse Montoni, alzandosi precipitosamente. Tutti i convitati si alzarono in disordine: furono chiamati i servi, si fecero ricerche, ma non fu trovato nessuno. La sorpresa e la costernazione crebbero. Montoni fu sconcertato. Lasciamo questa sala, diss'egli, ed il soggetto del nostro discorso; troppo serio. Gli ospiti, disposti ad uscire, pregarono Montoni di andare altrove a seguitare il suo racconto, ma invano; malgrado tutti i suoi sforzi per parer tranquillo, egli era visibilmente agitatissimo. Come! disse Verrezzi; sareste superstizioso, voi che vi burlate dell'altrui credulit? --Non sono superstizioso, rispose Montoni ma convien sapere cosa ci vuol dire. Usc, e tutti ritiraronsi. FINE DEL SECONDO VOLUME Milano, 1875--Tip. Ditta Wilmant. NOTA DEL TRASCRITTORE La presente edizione del libro una traduzione abbreviata e priva di quasi tutte le parti in poesia. La versione originale completa in inglese si trova su Project Gutenberg: The mysteries of Udolpho (http://www.gutenberg.org/etext/3268). Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annnotazione minimi errori tipografici. In particolare, l'uso di trattini e virgolette per introdurre il discorso diretto, molto irregolare e incoerente, stato per quanto possibile regolarizzato. I seguenti refusi sono stati corretti [tra parentesi il testo originale]: P. 14 - col quale lo considerava. Alla perfine [perfino] " 17 - vedo bene che siete disposta [diposta] a " 17 - Tutti dormivano [dominavano] nel castello " 22 - a qual punto essa lo stimasse ed amasse [amassase] " 27 - cadde quasi esanime [esamine] sul seno. Non piangevan pi " 52 - degli altri beni toccatigli [toccatagli] " 62 - o signore, che non accetter [eccetter] mai " 64 - Calmato alquanto il di lei spavento, Montoni [Monteni] " 76 - oltre Orsino, a questi conciliaboli notturni [nottorni] " 83 - disponevano non sortissero [sortiressero] il bramato esito " 86 - lasciar [lascir] entrare il suo signore " 87 - posta in faccia al [ad] grande specchio " 90 - per assistere [assistare] a s bello spettacolo " 106 - ad idee grandiose, e, per una specie [spece] " 128 - colmollo di rimproveri [rimpoveri] senza parlare " 141 - e senza badare ai ripetuti segni di [di di] Cavign Grafie alternative mantenute: follia / folla Saint-Aubert / Sant'Aubert End of the Project Gutenberg EBook of I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2, by Ann Radcliffe License: Share Alike