Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano) BIBLIOTECA SCELTA DI OPERE ITALIANE ANTICHE E MODERNE _vol. 428_ DEFENDENTE SACCHI _LA PIANTA DEI SOSPIRI_ Illustrazione: _Appoggiato ad un bastone narr le sventure degli amanti del colle._ _p. II._ LA PIANTA DEI SOSPIRI ROMANZO DI DEFENDENTE SACCHI _CON ALCUNI CENNI_ DI G. B. CREMONESI SU LA VITA E SU LE OPERE DELL'AUTORE MILANO PER GIOVANNI SILVESTRI 1841 A GIOVANNI SILVESTRI _Voi m'invitaste a dettare alcuni Cenni intorno a_ Defendente Sacchi, _ed io non ebbi a frapporre un solo istante per vedere, che a Voi, dolce e tenero amico di s caro uomo, era dovuto il mio lavoro qualsiasi._ _Conosco gi che questa mia fatica sar tenuta in pochissimo pregio da tutti quelli che non vogliono udir a narrare che le grandi cose, o gli uomini straordinarj; desiderio perdonabile a questi tempi, in cui fummo agitati da tante meraviglie di avvenimenti quasi incredibili. Ma non importa; io non confido certamente di piacere a que' saccenti i quali, gonfi del loro fumo scientifico vorran disprezzare questo umile lavoro ch'io dedico alla Vostra amicizia, lavoro che certamente non ha merito fuorch nei sentimenti che lo_ _dettarono. Da questo lato torni egli pi caro al vostro cuore scevro da quella fredda politura, che, venuta in un momento di calma, travisa non di rado le calde ispirazioni delle passioni._ _Accoglietelo dunque benevolo, e assicuratevi della mia pienissima estimazione._ _Di Casa, 27 febbrajo 1841_ GIAMBATTISTA CREMONESI DEFENDENTE SACCHI _CENNI_ DI G. B. CREMONESI Bello il pianger gli estinti; e separato Dall'immemore vulgo, a cui non fiede L'alma torpida oggetto altro nessuno Fuor che l'oggetto che la man gli tocca, E con forma e colori occupa il guardo, Bello il ridursi a solitaria cella; E ad uno ad uno riandando i giorni Che negri precedeano alla sventura, Chiamar l'amato nome, e con lo spirto Conversar del defunto. _Quantunque i molti scritti di _D. Sacchi_ sieno bastanti a render durevole la di lui fama, pure non ispiacer al lettore che un suo caro amico, il sig. _Giambattista Cremonesi_, abbia, da noi richiesto, dettato alcuni cenni per rilevarne maggiormente la virt del defunto. Il sentimento di una viva riconoscenza ed ammirazione che il suo animo nutre costantemente verso la memoria di Sacchi, ed il desiderio di renderne un pubblico attestato, sono le sole ragioni che lo obbligano ad appagare in un col suo, il nostro desiderio.--L'Autore di questi cenni non intese di scrivere l'elogio a questo letterato, ma s bene, per quanto si poteva cos subitamente, dare un pubblico segno di riverenza a chi gli fu caro amico ed alla patria, la quale deve godere che sia onorata la memoria di un suo chiaro cittadino._ Nota dell'Editore. Chiunque sia zelante dell'onor nazionale, e tenga in pregio chi s'adopra a celebrar cogli scritti la memoria de' propri concittadini per ingegno e per virt chiari e benemeriti, sapr certamente buon grado a noi che abbiam dettato un breve cenno che risguarda _Defendente Sacchi_, scrittore degno d'essere collocato nel novero di quei personaggi di cui va superba la biografia italiana. Ma delle chiare imprese quanto pi ricca la messe, tanto meno agevole stringerla debitamente in parole, e le speranze de' leggitori e il pubblico grido adegnare. E noi sopra questa cagione principalmente ci scusavamo coll'egregio signor Giovanni Silvestri dal tessere questi Cenni, quando altri rispetti nell'animo nostro le forze loro usarono di qualit, che noi stessi i sospetti nostri improverando, fummo costretti a dettare queste parole, le quali se troppo povere all'argomento, ci saranno, speriamo, testimonio di osservanza e di volont debita a tale che negli anni giovanili ci raccolse e agli studi dell'umane lettere confort. Rimembranza veramente la quale pi c'invoglia a piangere che a favellare. Quanta dottrina, quanto ingegno, quante solide qualit, quante amabili virt ci hanno fatto estimare ed amare questo caro confratello! Amico egli del vero, non istudiava che per conoscerlo, non iscriveva che per esporlo nella pi chiara sua luce. Veruna prevenzione mai non lo travi ne' suoi giudicj, mai non signoreggi le sue opinioni. Vituper sempre il mal vezzo di quelli che mettono con aspre critiche ed inurbane a rumore il pacifico regno delle lettere. Tale il danno delle discordie letterarie, che mai non si pu abbastanza dire di esse; ed allora si vogliono maggiormente combattere i vizj, quando per li malvagi esempi possono divenire comuni, e talvolta per certa loro indole vestir le sembianze della virt.--Pur troppo, convien dirlo, questa mala costumanza di trattare le controversie letterarie colle armi della plebe e co' personali oltraggi, si quasi perpetuata in Italia, ed anche al presente, sotto l'impero di pi miti costumi, si veduto nella giostra fra i _Classici_ ed i _Romantici_, come pochi abbiano saputo attenersi alle norme di gentilezza che governano il moderno viver civile. A ricondur sul buon sentiero gli abituati all'ira e alla critica mordace, giovino le seguenti parole di un illustre Italiano, parole che spirano reciproco amore e salutevole concordia; parole che noi dirigiamo principalmente, o giovani, a voi ne' quali or la patria ripone le sue pi liete speranze; a voi, ci rivolgiamo, e vi scongiuriamo, che vogliate discacciar del cuor vostro, se mai entrato vi fosse, un amore s scellerato, e riprovi quel legittimo, quel santo amor di noi stessi onde si nutrono le anime generose, quell'amore onde si conciliano i nostri veri interessi con quelli d'altrui. Questo, questo colloc di sua mano la natura ne' petti umani; e appunto vel colloc affinch avessero gli abitatori della stessa contrada, avvinti co' dolci legami d'una mutua benevolenza, a passar lietamente la loro vita. Se un amor di tal natura alligner negli animi vostri, egli avverr che, coltivando anche adulti le lettere con quell'ardore con cui ad esse dedicati vi siete fino da' vostri anni teneri, e congiungendo le vostre forze in loro vantaggio, siccome fecero gli avi nostri, le veggiate rialzarsi da quell'avvilimento in cui sono cadute per le discordie de' loro medesimi coltivatori. Gi la grand'opera oramai cominciata da alcuni privilegiati ingegni, dalla cui valorosa penna vanno esse ricevendo nuovo lustro. Quello che cominciarono a fare questi spiriti illustri, sar continuato da voi: e le lettere nostre riacquisteranno il primo loro splendore; e voi darete agli altri del vostro paese un luminoso esempio di quell'amorevolezza ed urbanit con la quale gli uomini, dal loro Facitor destinati a dover vivere insieme, hanno a trattarsi fra loro. Se, nel corso di discussioni sempre franche ed amichevoli, avveniva a Sacchi di difendersi con qualche calore, questo non aveva per cagione che un interno convincimento; l'amor proprio non vi prendeva parte nessuna. Ispirato da quell'animosa verit di cui havvi s grande scarsezza in questo secolo di _servili dichiarati, e di liberali mentiti_, si pu dire essere sempre stato indifferente per lui che la verit uscisse dalla sua bocca, ovvero da quella di uno de' suoi amici, soltanto ch'essa riportasse vittoria. Egli definendo il merito e le mende d'ogni scrittore e d'ogni produzione, esaminando e paragonando le cose in modo da ischivare i traviamenti, traeva gli animi al bello ed all'utile; e adoperava la lima della critica per mostrare nel suo nudo aspetto tutto che era atto a fortificare le facolt conoscitive invece di affinar le armi della bassa vendetta e della vile invidia. Chi pi di lui nemico di quella smania di dileggiare e maledire per abitudine o per inclinazione tutte le cose buone e oneste? Noi vorremmo che ci intendessero quegli scrittori dei leggiadri nulla e dei pettegolezzi... Vorremmo c'intendessero tutti coloro i quali non sanno modellarsi che cogli spiriti mediocri, il cui contatto nuoce al genio, come la ruggine a' metalli!--S'abborriscano alla per fine le frivolezze ed il vano garrito, e si procuri di vivere in s e non gi negli oggetti esterni, di badare pi alla realt delle cose che alle apparenze, di agire e pensare senza imitazione, e di studiare d'esser uomo, perch a tutti deve esser grave il veder scimmie da per tutto.--Non sappiamo comprendere come ai nostri giorni il piccolo numero de' veri letterati, e il grandissimo di coloro che aspirano a questa rinomanza, tanto si affanni in parole vuote affatto di un senso utile, e come alcuni scrittori di opere periodiche, senza al pi delle volte leggere gli scritti degli autori, e non mai penetrando pi a dentro nell'animo loro mandano da' loro scanni sentenze di morte e diplomi di immortalit e di gloria per i loro contemporanei, quasi che tutto il resto di questo vastissimo mondo che legge e che pensa abbia in essi soli riposta tanta parte delle loro facolt d'intelletto da costruirne una sola inappellabile ed assoluta. E pazienza ci si facesse apertamente confessando la propria religione in fatto di lettere, e difendendo a visiera calata la bandiera sotto la quale si viene assoltato, ma invece, in capo ad ogni opuscolo, ad ogni articolo da giornale, ad ogni giudizio, ad ogni controversia, noi vediamo sempre una solenne dichiarazione dell'imparzialit di chi scrive, ed una modestissima protesta di essere unicamente per il vero ed il giusto. Ma chi sono questi tali?--Oh! mio caro Cremonesi: la smania che non pochi hanno di mostrarsi dotti, solevaci spesse fiate ripetere _Defendente Sacchi_, ancorch tali non siano, e le ciurmerie che usano a tal uopo, sono mirabilmente indicate nel Capo secondo della _Relazione della Repubblica de' Cadmiti_ di Agnolo Piccione, dove si narra come i _Cadmiti_ avendo testa piccina e statura di pigmeo, si allacciano a piedi una sorta di zoccoli d'elegante lavoro, e ritti ritti sen vanno s, che veduti da lungi fanno una bella comparsa, ma se tu li squadri ben bene davvicino, ti si appalesano quelli che sono.--Se i nostri scrittori si porranno un giorno a raccogliere materiali per compilare la storia letteraria di questo _beato ottocento_, incontrando tanto profluvio di disputatori in materia di lettere, di scienze e di arti, crederanno che costoro con s ricca dottrina di parole, con tanto gusto, con tante opinioni avranno dato al loro secolo capi d'opera maravigliosi in ogni ramo di italiana letteratura. Cercheranno i monumenti di tanta benemerenza gloriosa; ma che troveranno eglino invece? Rari appajon nuotando in vasto mare Prossimi anch'essi a rimaner sepolti Entro i gorghi profondi. Schivo a profanare le lettere nel congresso degli ignari, s'attenne egli sempre alla sentenza di Platone: _Rerum naturam investigare difficile, in vulgus vero aperire nefas_. Colla moderazione, egli parlava senza alterigia, rispondeva senza vilt, criticava senza amarezza, lodava con giustizia. Le sue espressioni, scelte mai sempre, eran naturali mai sempre. Una portentosa memoria ed una singolare perspicacia lo studio gli agevolavano dell'uman cuore. Egli paragonava gli uomini dei passati tempi a quelli del nostro secolo. La conoscenza loro non lo attristava, poich ripetea di sovente: _Non si parla che dei malvagi in questo mondo: come citare i buoni? Essi sono in s gran numero!_--Non fece mai pompa di quell'impetuoso valore che in mezzo alle pugne letterarie soltanto compiacesi. Il pericolo ei lo sprezzava, ma non ne andava in traccia giammai. Destro nel nascondere le ricevute impressioni, e signore de' primi moti che svelano un secreto e tradir possono qualunque impresa mai lasciossi trascinare dall'impetuosit della sua indole. Pur vero e giusto il dire, che un costante e fermo dominio sopra s stesso sarebbe il primo passo e il pi importante, ad ottener il quale necessario ed indispensabile la condizione di prescinder sempre ed in tutto da quel turbolento, incontentabile, irragionevol _io_, che tutto guasta e deforma, e che non ci lascia mai formare giudizj retti, deducendoli dalle verit e conseguenze generali, e non dall'individuale interesse. Oh le quante volte ci che parzialmente male, generalmente considerato, trovasi essere un bene! nel qual caso l'uom di senno si consola del proprio male, ed anche in mezzo a quello felice. Ma che? Questo fermo carattere e questa dignit non impedirono che intorno a lui bulicasse uno sciame di vili insetti, che sempre aggiransi intorno agli onorandi uomini per ferirli col velenoso pungiglione della calunnia e presentarli al popolo, cui s facile l'ingannare, macchiati e deformi per le piaghe di cui li coprono. Non turbossi egli, e tenendo sempre pi la vista lontana di ogni volgar dilettanza tutto raccoglievasi alle letterarie cure, e sola vaghezza il prendeva di far tesoro di quelle cognizioni, che del loro bello e del vero intrattenendo vivo ed energico l'operare della mente, n lasciando che intorpidisca collo scemare delle forze del corpo danno allo spirito perpetua vigoria giovanile, e lo pascono di quei divini piaceri degni solo dell'eccellenza umana. Ma in un cagionevole corpo pur troppo le lunghe veglie accelerarono la nostra amarissima perdita, nel mentre egli divisava vari lavori per la filosofia e per le lettere, e in quest'ardua impresa sarebbe egli entrato con felicissimo successo.--L'avversit lo trov sempre imperturbabile e sereno, e ben di lui pu dirsi aver indefessamente praticato quel grave consiglio di Orazio: _quam memento rebus in arduis Servare mentem, non secus in bonis Ab insolenti temperatam Laetitia._ Molti che egli amava hanno sdegnato di riconoscerlo nel suo infortunio. Sofferse il male che non meritava; e allorquando la fortuna si mostrata stanca di perseguitarlo, la morte si presentata al suo cospetto.--Se alcuno cerca la cagione di un s crudele destino, ei durer fatica in trovarlo. Volete voi chieder la ragione perch questo perde al giuoco e quel vince? O perch si danno quegli anni in cui non v'ha n primavera n autunno, in cui i frutti si inaridiscono nel loro fiorire? Con tutto ci non vi cada in pensiero che Sacchi avesse voluto mai cagionare la sua infelicit colla prosperit degli uomini deboli. La fortuna pu farsi ludibrio della sapienza degli uomini virtuosi, ma il potere essa non ha d'atterrarne il coraggio. Uomini distinti gli fecero cortesi accoglienze, ed allorch gli avvenne di far con essi fortunati cambj di idee, arricch il suo fondo senza diminuir quello di loro, e port via il suo bottino eccitando l'altrui gratitudine. Alla giovent dava l'idea dei fasti antichi, nei coetanei destava fiducia e compiacenza, e le due opposte et insieme conciliava. Abbandon mai sempre la sua anima al tranquillo diletto della solitudine, come quella degli ambiziosi si abbandona all'inquieta felicit della fortuna, di cui egli ridevasi ripetendo a chi lo interrogava intorno alle sue vicissitudini ci che solca spesse fiate ripetere _Shakspeare_:--Vada il mondo come sa andare, sorgano o cadano regni, purch io abbia con che vivere, io sono il monarca di tutte le cose che passo in rassegna. Una seggiola a bracciuoli il mio trono; il ferro da attizzare il fuoco il mio scettro; una saletta di dodici piedi quadrati all'incirca mio reame che nessuno mi vorr contrastare. Quest' un minuzzolo di certezza ch'io stacco fuora del cumulo delle incertezze congiunte colla nostra esistenza; un istante di sole che rischiara benevolmente i miei d nuvolosi; e chiunque si trovi alcun poco innoltrato nel pellegrinaggio della vita, sente quanto importi l'essere masserizioso di questi minuzzoli, di questi istanti di godimento.--Queste parole ci ricorreano alla mente appunto allora che la campana della Chiesa di S. Babila annunciava l'agonia di Sacchi, della cui ingenua affettuosit noi sempre partecipammo, e dal quale n distanza di luoghi, n disuguaglianza di tempi, n vicende d'alcuna sorte poterono mai distrarre il nostro cuore. E questo carattere port lui pure ad essere eccellentemente buono con tutti: onde, in ogni citt in cui ebbe poco o molto a soggiornare, lasci s profondo desiderio di s, che della stima e benevolenza di quelli coi quali aveva conversato, il sentimento e la memoria sono passate alla generazione succeduta. Alcuni letterati di moda, che osano insultar persino la sacra immagine d'Omero, il quale come smisurato colosso innalzasi nella pi lontana prospettiva dell'antichit, dissero D. Sacchi uno scrittore spigolatore; ma egli non aveva bisogno di spigolare, siccome fanno molti, in campi mietuti, n di vivere delle altrui reliquie: egli possedeva e coltivava un proprio ricco fondo d'ingegno, da cui traeva pregevol frutto. E questi letterati di moda le cui critiche contro Sacchi a tutt'altro approdavano che alla cognizione del vero, e per lo pi il solo infame gergo de' vituperi se ne giovava ed aumentava, furono o i non lodati, o i meno lodati da lui sui pubblici giornali.--La pubblica lode anima, vero, vivifica, moltiplica i talenti: ma non serve di scuola che li formi, perch i suoi giudizj, i suoi consigli non son sicuri. Col pronto applauso a certe opere le quali fanno soltanto traspirare e riconoscere il talento ancora immaturo, essa dissimula i difetti, sbaglia il giudizio, sempre pi illude l'amor proprio e ferma o rallenta i progressi. Quasi tutti i segni d'ammirazione hanno ormai perduto il loro valore, pel grande abuso che ne ha fatto l'adulazione, ed moneta fuori di corso: fa duopo il fabbricarne una nuova, a cui diano materia di valor vero e costante il sentimento, la verit, il giudizio. I letterati, disgustati una volta dei crassi vapori d'un incenso disonorato, tengono egualmente in poco conto, e chi prodiga lodi e chi non serve con coscienza alle lettere.--Per la eccessiva lode, il campo della letteratura a d nostri, per la giovent, come la scena teatrale: troppo presto ella vi si mostra al pubblico; e in quella pericoloso il volersi fare una precoce riputazione, imperciocch egli talor pi difficile il sostenerla quando immatura, che il giungere a meritar d'ottenerla. Le lodi sieno giuste e non simili a quelle che suole articolare a disagio la fredda lingua de' complimenti! Sia in noi franchezza di opinioni senza temerit, saviezza di principj senza n pedanteria n smanie di novit, aggiustatezza di giudizj dettati da coscienza, da persuasione, e senza le solite contumelie e personali inimicizie che troppo spesso lordano i giornali!--Pare proprio che in alcuni nostri letterati prevalga il pregiudizio che un articolo da giornale od altro, debba assomigliare ad un vase scoperchiato d'incenso, da cui si tramandino adulatorj profumi a tutte le nari. Non v'ha in que' lavori menzione di creatura viva che tosto non rechi seco un panegirico. Bella, noi ripeteremo sempre, santa la lode spontanea, detta a proposito, largita a chi la merita, ma una maniera oratoria d'inchini e congratulazioni l' un fastidio, un solleticamento d'orecchi e nulla pi. Questo diciamo e a malincuore perch la lettura di non pochi scritti di circostanze che si pubblicano in alcune citt lombarde ne ha pur troppo convinti di questo abuso nella letteratura. Povero quel paese in cui letterati ed artisti non attendono ad altro che a darsi mutuamente patenti di immortalit! Eglino ignorano che c' un pubblico spassionato che gli ode, un pubblico che non usa della penna che pe' privati o pubblici negozj, n sa trattar tavolozza o scarpello, ma che vuole dagli uni e dagli altri verit ed istruzione, come cibo salutare dell'animo. Spendano i letterati le frasi gratulatorie ne' loro giornalistici convegni, n rendano l'universale a parte de' loro non sempre sinceri baciamani! Gli artisti e i letterati sono gli interpreti della sapienza; e la sapienza non fu mai l'arte di sciupare inchini o di formare ingiusti giudizj che agitano continuamente gli scrittori, giudizj che ferirono anche Sacchi, cui la voce del Vero, pi forte d'ogn'ira, apparecchiava maggiore della espettazione il trionfo. Se d'un forte pensier l'anima hai pregna, Se amor di verit ti trae dal fondo Franco l'accento e come strale acuto, Se te stesso non fuggi, e se Viltate Non t' Prudenza, o Cortesia la pingue Sciocchezza intesta con sottil menzogna, Lascia il mondo a chi 'l merta. Invidia, scherno, Noia, dolor, calunnia a te raddensa Dell'agognato calice la fercia. Puoi tu giovar dell'opra o del consiglio? Allor qual sei ti mostra: all'alto passo Della sventura, ove l'amor dei vili Quasi a meta finisce, il tuo cominci. Ma del gregge il contagio, e delle ciance Fuggi l'anil sollazzo; e s'e' t'insiegue Siepo all'orecchio oppon, freno alla lingua: Ch'uom di lingua innocente uom perfetto. . . . . . . . . . . . . . . . Quegli fia l'angel tuo che a te il sospiro Recher degli eletti in cui rivivi; Cui tu l'immensa via delle intentate Opre insegnasti, e il Dio furor del giusto, E la scienza degli arcani affetti: Or fa che in te primier forte s'alligni De' forti sensi il delicato germe. E di gentil fortezza e di verace Non commutabil gioia unica fonte solitudo, il sai. Quivi te stesso Al Sol di Verit lento matura: L'alta fantasia, l'immota mente, E l'arte, e il caso, e la memoria, e il senso Rafferma, adergi, in armonia contempra. . . . . . . . . . . . . . . . Oh se possente meditar solingo, E labor diuturno, e integra vita E incessante pregar, dal ciel t'impetri Poche, ma pregne di fecondi _Veri_ Splendide carte, in cui l'et lontane Bacin segnata del tuo cor la stampa, E ogni anima gentil senta il tuo spirto In s trasfuso, e a pianger teco impari, Te beato in fra mille! Allor potrai Volgere al mondo, che da lunge amasti, Sereno il guardo, e dir morendo: io vissi. Ma a che ripetere questi versi pieni di verit in tempo in cui sono in grand'uso e onore la frivolezza, la molle pigrizia; in cui ognuno cerca di avere e mostrare ingegno e brio senza pensare a belle, ad utili imprese, trascurando e abbandonando le opere che richiedono serj e profondi studi; in cui si preferiscono gli Almanacchi, le Strenne, le Cronachette e i Versetti che divertono e fanno ridere gli oziosi, in cui pochissimi sono compresi da quel forte sentire che la vera dote di un animo generoso; in cui si accompra coll'esser vile la facolt di diventare insolente; in cui non si abborrono la cieca adorazione e la cieca irriverenza; in cui si ride perfino de' caldi promotori di instituzioni patrie che tanto ingentiliscono il costume: in cui trionfa l'inganno.... Ma il mondo, altro non che una piazza pubblica, ove tutti i ciarlatani d'ogni genere e d'ogni professione si esercitano dal mattino alla sera a spese un dell'altro, e figurano or come ingannatori, or come ingannati, or come dotti, or come ignoranti. _Defendente Sacchi_ possedeva in sommo grado quell'arte tanto necessaria, e direm quasi indispensabile per chi scrive pei giornali, di dir molto in poco senza procedere sempre ad estratti altrettanto pesanti che nojosi, e di esporre la propria opinione in lode o biasimo, come uomo che parli per gli altri e non per s solo, il tutto spiegando e comentando in favorevole senso e giustamente, a differenza di non pochi che, senza carattere e senza propria opinione non sono che un eco della opinione la pi generale o dell'ultima che han sentita. Vi sono di quelli che per darsi vanto di perspicacia maggiore di quella di colui con cui parlano o di cui scrivono, sempre una diversa opinione oppongono, qualunque sia, purch diversa, e la propria asseriscono in tuono di certissima verit esser la sola da aversi. Fissare un'opinione in mezzo a tanti non men difficile a chi non ne ha, che ad un giudice il decidere d'una lite da cento avvocati trattata. Dotato di uno spirito conciliatore, di un carattere nobile e generoso, fermo sotto ogni aspetto, indulgente come lo sono tutti quegli uomini che non han bisogno di far forza a s stessi per conservarsi puri in mezzo ad un mondo corrotto, mostrossi egli a suoi compagni di lettere, senza nulla ostentare, e sempre sotto un ingenuo sembiante. E questi suoi compagni di lettere erano veramente generali veterani e non appartenenti all'esercito di molti letterati attuali, esercito composto in gran parte di bande erranti, senza vessilli, senza disciplina, senza valore. Persuaso che chi consuma e non produce, muore fallito verso il banco sociale, _Sacchi_ non lasci passar giorno senza stendere qualche linea di storia, di scienze, di lettere, di arti. I suoi studj erano animati dai sentimenti pi nobili, la riconoscenza, l'amicizia, la gloria nazionale, l'amore della patria, per la quale conservava in petto vivissima la fiamma che agitava l'animo suo con energiche commozioni; e a questi sentimenti frammischiavasi la passione delle anime dabbene e l'interesse pubblico. Convinto che la virt non sia una parola, possedeva in sommo grado il pregio de' veri dotti, la modestia. Le morali e le intellettuali qualit erano in lui temperate con felice mistura. Gagliarda tempra di passioni avea in lui riposto natura, ma con assoluto imperio ei le governava. Purissimi sensi di religione fortificarono la sua virt, ed ogni parte adornarono della irreprensibil sua vita. Per formarsi un'opinione e professarla, egli non consult mai n il timore, n la speranza, n le viste personali: il suo motto abituato era _Verit_ e _Giustizia_.--Di memoria vasta e tenace, versatissimo in ogni genere di letteratura, facile prestavasi a chiunque lo richiedeva di qualche cognizione, non lasciandosi mai prendere a questa vaghezza di conquistare una facile lode, per timore di vederla spenta infruttuosamente, e di star solo contento della meraviglia del nome.--Commiserava le altrui disgrazie, e compiangendo gli errori e le umane folle, vestiva di un dolce patetico gli oggetti pascendosi di filosofiche considerazioni e di belle speranze, che si sublimano sopra la sfera delle volgari passioni e de' cittadineschi tumulti. In tempi in cui gli studj letterarj non ottengono incoraggiamento o mercede, e in cui chi non nacque patrizio difficilmente sorge a qualche considerazione o fortuna, egli non brig n cariche n onori, e persuaso che ciascuno debba servire lo Stato in ragione delle sue forze, rendette de' servigi, ma invece di chiedere ricompense, fu soddisfatto di meritarle. Amava la giovent generosa cui dava spesse fiate lezione di scienza morale, e insegnandoli la rettitudine dei giudizj, l'onest delle azioni, il governo degli affetti s nella vita pubblica che privata, spronavala all'eccellenza universale. Ci sta fisso in mente quel grande dettame di _Parini_, che Sacchi spesso ripeteva, onde i giovani se ne giovassero, per declinare ove torni meglio, o ritardare almeno l'ordinario giro delle vicende: _Povert fa industria, industria fa ricchezza, ricchezza fa nobilt, nobilt fa superbia, superbia fa ignoranza, ignoranza fa povert_. Che diremo ora del suo cuore? Come lodare abbastanza quell'attitudine a un tenero e vivo affetto, che cos caro lo rendeva agli amici? Nei suoi discorsi come ne' suoi scritti, nessun indizio si scorse di pretensione o d'orgoglio; ci avvenne perch la bellezza della sua anima pareggiava la rettitudine della sua ragione e la coltura del suo ingegno.--Se reggeva al minuto squittinio ch'egli solea fare delle cose scientifiche e letterarie, usciva pago e tranquillo dalla indagine; diversamente, pace non davasi, e l'errore animosamente impugnando, conduceva a disinganno la pigra e facile credulit, rovesciando a terra, anche senza riguardo, ogni venerata antichit d'opinioni. Egli esponevasi a questi cimenti, che l'ardenza de' spiriti suoi gli pingeva sempre pieni di gloria per colui, che non isfornito di forze s'innamora della stessa difficolt, e animoso l'affronta. Coloro che dicevan male di lui soleva riguardarli siccome malati, renduti ingiusti dalla sciagura, e loro perdonava sinceramente; in tal modo raddoppiava il suo amore per quella sublime filosofia, le cui consolazioni, i cui benefizj ci accompagnano sino alla soglia del sepolcro. Era suo costume, come non mutava nella infermit il suo tenor di vita, n le solite azioni, cos n anche i piacevoli e arguti ragionamenti, che in un turbato corpo argomentavano una piena sicurezza e intiera serenit di mente. La natura gli aveva data una costituzione gracile; l'applicazione e pi sventure la indebolirono.--Perch mai, o eterno Iddio, ci dividesti innanzi tempo da persona s cara! Ma cos svengono e cadono in sul fiorire le umane speranze, e mutata in un subito la fortuna, dai pi cari diletti a conforto dati della travagliosa vita spesso non si raccoglie che lutto e amarissimo desiderio. Ben disse un saggio, che alla miseria della mortal condizione vietato anche lo sperar lungo, perch il tempo sovvertitor d'ogni cosa e struggitore possente, tutto percuote ed abbatte nel suo passare, e i beni di questa terra non sono che un'ombra mobile e fuggitiva, la quale veduta appena, dileguasi. E tanta l'incertezza in che siamo, e cos fatta la caducit della vita, che tale piangente oggi l'amico morto o il congiunto, sar pianto domani, e scender in quel sepolcro ch'ei vide aprire ai suoi cari, e sopra il quale si ripromise di lagrimare pur molto o per verace angoscia sentita o almeno per pompa e vanit di dolore. E questo ferreo decreto di necessit inesorata forse a buon dritto fe' dire gli estinti lungamente a piangersi, avvegnach breve fosse troppo la linea che i viventi divide dai trapassati. Ma a _Defendente Sacchi_, che veniva accarezzato, riverito, rispettato da chiunque o per cospicuo natale, o per bella dote d'ingegno si distinguesse, non mancher il lungo pianto degli amici, dei concittadini, degli estranei che lo conobbero; e quel pianto, quando pur fosse passaggero e di scarsa vena, gi non per inaridire la fonte di quello che ha versato ed avr a versare chi scrisse questi pochi Cenni, al quale l'essere vedovo di s cara compagnia, pesa pi che il morire. Oh! largite gli sieno Tutte le grazie che _Virt_ si merca; E quaggi dove par la _Sorte_ rida Svolgendo a suo talento Ogni merto, ogni vita ed ogni evento Non mai stilla si perda Della memoria sua santa e devota, Ma ne' suoi cari l'opra sua rinverda. Ancor ci pare vederlo seduto nel suo letticciuolo; ancor ci pare udirlo narrarci i motivi per i quali con animo gagliardo egli lasciato avrebbe la vita; e pronosticandosi la morte, dar caldi prieghi agli amici, che non mettessero sospiri, n singhiozzassero sul suo cadavere: e questo voto degno di laude, perocch ogni anima elevata che persuasa di eternar la sua fama su la terra dir dovrebbe come il poeta Ennio: _Nemo me lacrymis decoret_.--Pochi giorni prima ch'egli morisse, dicevaci stringendoci amorosamente la mano:--_Credete voi ch'io abbia ben sostenuta la mia parte_?--S, gli risposimo--_Lasciate dunque_, soggiunse egli, _ch'io esca dal palco scenico accompagnato dai vostri applausi_.--Queste poche parole bastino a far considerare al parassita, al buffone, al maldicente, al compagno da buon tempo quanta lode potr ridondar loro allorch scenderanno nel sepolcro.... dal dirsi di ciascun d'essi che altr'uomo non sapeva meglio divorar un pranzo, ch'egli aveva un ammirabil talento nel motteggiare i suoi amici, che niuno uguagliavalo in uno scherzo crudele, o ch'egli non ponevasi mai a letto senza aver dato passo alla quarta bottiglia. E queste sono cionnondimeno assai generali funebri orazioni ed elogi di morte persone che pur agirono nell'umana societ con qualche lustro e riputazione: ma se noi riguardiamo da vicino il grosso della nostra specie, esso composto di tali uomini che non saranno probabilmente rammentati un solo istante dopo la loro scomparsa. Tre anni e pi fu egli travagliato da forti dolori, ma con tanto vigor d'animo il fiero male toller che mai non ne fu superata la virt. Finalmente venuto quasi meno d'ogni forza, come vide niuna speranza per s pi rimanere, si fece sollecito di affrettarsi i soccorsi della religione consolatrice, esclamando che ito sarebbe lieto e pieno di speranza a ribaciare e padre e madre, e moglie e figlia: ed acconciatosi con decenza sovra la sua seggiola a bracciuoli, sereno in volto come l'innocenza, i suoi occhi s'illanguidirono a poco a poco, simili ai raggi del sole che vanno a perdersi nell'onde quando il mare tranquillo, finch dopo una brevissima agonia, mancare sentendosi, stendendo la mano, Dir parve: s'apre il cielo, io vado in pace. Egli sciolse lo spirto alla mercede delle sue virt, lasciando lo spento volto ancor atteggiato di una soave dolcezza, traccia sicura della tranquillit che gli era abituale e che il frutto e la prova di una coscienza illibata. Il suo ultimo spiro fu esalato tra le braccia di un amico oltremodo accorato, al quale stringendo la destra disse con voce tremebonda: _Ricordati del tuo Defendente che t'ha tanto amato_.--Filosofo senza ostentazione, cristiano di fatto pi che di parole egli mor rassegnato perch visse virtuoso, e che quali nunzj dell'inevitabile umano sfacimento gli antiveduti spasimi portasi in pace, ed alla natura perdona.--In questo tremendo abbandono di tutte cose a noi sembra aver men desolata fine ove le moribonde mani a cader vengano l'ultima volta fra quelle di cara persona, che raccogliendo cogli aliti le parole estreme, quelle si chiuda nel petto a farne serbo nell'avvenire; e veggendo di lagrime un umano volto bagnarsi, ci pare quasi rivivere nell'affetto e nella dogliosa memoria di chi rimane. _Il cavalier _Pompeo Marchesi_, nelle cui concezioni noi ravvisiam sempre lo scultore che ha studiato il bello nel vero contemporaneo; che lasci le orme greche aperte e richiuse con _Canova_ per porsi al livello delle affezioni e delle immagini del secolo in cui viviamo. Il nome di lui risuoni spontaneo sulle nostre labbra con senso di gratitudine._ Possa la nostra giovent mirar sempre in questo lucidissimo specchio; e possa la memoria di _Defendente Sacchi_ accenderla di nobile ardore a imitarne l'esempio; salvo per in quella non lodevole intemperanza di affaticarsi negli studi a dispetto della sua mal ferma salute; intemperanza che tronc il filo de' suoi giorni, e la quale, anzi che riscaldare i pi tepidi, potrebbe soffocare in loro ogni piccola scintilla che mai avessero facendo scioccamente valere a difesa della propria infingardaggine e vilt quella popolar sentenza, che dice: _Essere troppo meglio vivere con ignoranza, che morir con dottrina_; appunto perch non sanno che il vivere ignoranti altro non che un continuo morir da giumenti. La morte di _Defendente Sacchi_ fu quasi non avvertita. Questa disonorevole trascuratezza deriva in parte dalla natura di alcuni cittadini, i quali scioccamente s'immaginano e pretendono che i chiari uomini debbano avere la pompa e la jattanza degli eroi da teatro: ma pure una conferma dell'antica sentenza riportata da _Pietro Verri_ nelle Memorie del Frisi, _Che le vite dei filosofi sarebbero la vera satira de' loro tempi se potessero scriversi, o si dovessero_, con cinica libert. La cerimonia funebre d'un uomo s caro alle Scienze, alle Lettere, alle Arti, alla patria, non ebbe alcun corredo di pompa. Egli fu accompagnato alla tomba da pochi scienziati, letterati ed artisti che gli erano legati da gratitudine, rispetto ed amicizia; e noi, disturbati dalla febbre, l'abbiam veduto portato sulle spalle lentamente oltrepassare il limitare per non varcarlo pi mai. Tale il corso della vita dell'uomo! Cos rapidamente essa fugge! Somigliante ad una meteora, essa lucica e non pi.--Tre brevi discorsi vennero pronunziati su quelle care spoglie, discorsi veramente affettuosi, sinceri, a cui rispose il cuore di tutti gli astanti, i quali sbandatamente si scostarono da quell'asilo di morte assorti in lagrime e in tristi pensieri.--Pochi uomini discesero nella tomba, accompagnati siccome quegli di cui piangiamo la perdita da sommo e universale rincrescimento. Ma pi memorabile sua ventura fu quella che s'infervorasse l'amicizia intorno al suo cadavere, contro la sentenza d'_Euripide_, il qual dice: _Nessuno fra gli uomini serbasi fedele amico alla tomba._ _Defendente Sacchi_ era piccolo di persona e non bello di aspetto, bench i suoi lineamenti presentassero un non so che di piacevole nel tutt'insieme e di sereno. Dentro a' suoi occhi leggevasi una immaginativa vivace non disgiunta dalla penetrazione dell'ingegno, e ne scintillava un certo poetico brio. Un fiume di dottrina scorreva dalla sua lingua, quando gli avveniva di poter a lungo e non interrotto parlare. I suoi modi erano cortesi e la bont dell'anima sua andava del pari colla rettitudine de' suoi costumi. Lasci varie opere, ad alcune delle quali, cos il mio caro Piazza, si mostrata propizia l'opinione degli Italiani. In quasi tutte per noi scorgiamo uno scrittore abituato alla lettura dei classici, ai quali attinse principj generosi, checch ne possano dire in contrario coloro che fanno gemere i torchj sotto il peso de' libri inutili, nei quali trovansi idee comuni sulle lettere, sulle scienze, sulle arti, e ci che pi deve rincrescerci, vili adulazioni, siccome gi dicemmo, proprie a lusingare ora l'orgoglio, ora l'ignoranza, e sempre la stolta presunzione d'illustri fantasmi. Le opere di _Sacchi_ presentano una mescolanza d'ingegno e di interesse, e trattano alternamente di gravi e ridenti soggetti; motivo per cui elleno andranno alle mani d'ogni genere di persone, facendo la delizia specialmente di quelle che col sentimento del bello e dell'utile cercano d'illudere i penosi sentimenti dai quali offesa la vita. Noi confessiamo per che in molti de' suoi scritti regnano calor d'idee e fretta di composizione: che non v' tutta la maturit di riflessioni, tutta l'aggiustatezza di pensieri ond'esser degni di lunga vita. Pure anche in mezzo al loro disordine e alla scoria di che son pieni, talor s'incontrano bellezze e lumi che meritano d'essere conservati. Le opere che abbiamo di lui alla stampa sono: La Storia della Filosofia greca, in sei volumi.--La Collezione dei Classici Metafisici pubblicata in concorso del professore _Rolla_ e dell'avvocato _Germani_, in sessantadue volumi.--La Vita di _Lorenzo Mascheroni_, colla Raccolta di alcuni suoi scritti inediti.--I Lambertazzi ed i Geremei, romanzo storico di cui se ne fecero due edizioni.--Le Antichit Romantiche d'Italia, in due volumi, al primo dei quali concorse anche _Giuseppe Sacchi_.--Miscellanea di Letteratura.--Variet di Letteratura.--Saggio sulla Letteratura Civile.--La traduzione del Diritto Pubblico universale, o sia Diritto di Natura e delle Genti di _Gio. Maria Lampredi_, la quale forma i volumi 8, 9, 10, 11, 12 della _Biblioteca Scelta_ di Opere tradotte dal latino.--I Saggi sugli Uomini Utili e Benefattori del Genere Umano, che formano i vol. 417 e 418 di questa _Biblioteca Scelta_.--La Pianta dei Sospiri, di cui questa la seconda edizione, e che ottenne, a Parigi l'onore di una traduzione in lingua francese.--Oltre altre Opere, ed un infinito numero d'opuscoli letterarj e di articoli pubblicati nello _Spettatore Italiano_, nella _Minerva Ticinese_, negli _Annali di Statistica_, nella _Gazzetta Privilegiata di Milano_, nel _Pirata_, nel _Cosmorama pittorico_, nell'_Annotatore Piemontese_, nella _Vespa_, nella _Farfalla_, nell'_Eco_, nell'_Indicatore Lombardo_, nel _Ricoglitore_, nella _Rivista Europea_, ecc. Avea egli dato mano ad un interessante lavoro, i _Voti dell'Italia_: ma questo venne dall'Autore medesimo consegnato alle fiamme, ed a noi non resta che di poter dire col poeta, A suoi voti alfin deh rida Una sorte pi serena, L'infelice assai la pena D'esser bella oh Dio pag! _O Italia, o Italia!_ Sorgi alle glorie; tu la reina sei del mondo, tu sei la figlia de' Cieli. Il tuo genio t'invita a contemplare in dolce estasi i secoli gareggiare coi secoli a far pi vividi i tuoi splendori. Un mondo il tuo regno; degne d'un mondo sieno le tue leggi. _Defendente Sacchi_ nacque in Pavia nell'ottobre del 1796, e mor a Milano nella florida et di 44 anni il 20 ottobre del 1840. Bastino questi pochi Cenni a raccomandare la ricordanza di lui. Gloriose per chi le fa, efficaci sovra chi le ascolta riescir debbono le evocazioni dalla tomba e dall'obblio; perch l'animo de' giovani, ha detto un valente scrittore, la terra pi ospitale alla memoria delle persone illustri. A MALVINA Vedesti, o Bella, il mar su cui combatte Il vento e la tempesta, che la nave Scorge in porto festante? Se improvvisa Su lui s'asside la fatal bonaccia, Ne dispera il nocchiero, e gela e trema, Che invan raggiunge coll'ansio deso Le patrie sponde, i pargoletti figli, E della sposa l'iterato amplesso. Tale il mio core: in lui convien sia desta Degli affetti la pugna ognor: se tace, La vita muta in lui, e l'armonia Immortale del bello e la favella Ch'entro si sente, e sembrano parlarne Il ciel, la terra e l'onde e l'erbe e i fiori. S'ei tal sortiva, e se innocente affetto solo amor fra l'ire torve e crude E i pensier tristi del bel mondo, amore Accolgo or sol. Soave ei pi mi versa Per entro il seno il nttare di vita; Di voti cari ed innocenti in mente Ei mi ragiona: a nuovi voli addestra L'accesa fantasia, e finch il gelo Dell'et nol costringe, dalle gravi Di Sofia cure, cui solo son care Le insonni notti e la squallida face Che del pensiero invan svelar procaccia L'oscuro inestricabil labirinto, Amor m'invola, e fra le vie rapisce Del dolce immaginar, e in queste carte, Cui fia talun segni di fola, sparge La mestizia onde il core ognor si veste. Tu, vezzosa MALVINA, a cui le Grazie Vaghe composer la gentil persona, Nido d'alma pi bella, un d beasti De' tuoi sguardi le piagge erme e romite Ov'io gi corsi colla mente, e pinsi A' meno austeri, lagrimose scene, Costumi antiqui e ferit degli avi E novelle sventure. Ecco alle labbra Schive di succhi estranei, che di miele Asperso il vaso, agl'Itali palati Ministra amaro tosco il secol novo E ogni senso di bello estingue, ardiva Io l'onda pura appresentar del fonte Nel cratere di creta. Gi me avea Mosso a libarlo amor de' prischi tempi Alla tomba prosteso, ove sdegnoso, Pel culto ora negletto, il cener giace Di quegli ausonj cigni il cui divino Canto pur vinse i secoli canuti, E dolce ognor nell'anima risuona. Cui pi la volutt soave alletta Della tristizia, amai di fresche valli E leggiadre selvette e ameni colli, Mal noti, pinger la quiete e il bello Onde son dilettosi, se nol cinse Il rozzo parlar mio di fosca nube. Se fra que' monti ancor Bella ti giovi Il pi inoltrar curioso, allor che l'ali Volger vorrai de' lumi ove s'innalza La Pianta ond'io parlava, sulle rose Del tuo labbro avverr forse baleni Un sorriso, pi grato assai dell'alba Nella stagion novella: a quel sorriso Vedrai d'intorno rallegrarsi il poggio E rifiorir la valle, ed inviarti Collo stormir de' rami il conscio bosco Sull'aure un noto nome e i miei sospiri. N tu vorrai tacciar di dura nota Questi studi e d'inutili: talora Giova lo spirto da severe idee Richiamar fra pi liete, onde rinnovi Lena ed ardir: cos fra balze e sassi Al lasso vator spesso rinverde Le forze un prato ameno. Talor giova Di soavi blandizie adescar l'alma, Ed educar di cari affetti il core. Amor che spesso di venir s vago Dolce a parlar nel volgere soave De' tuoi bei rai, ed ivi insegna altrui Con quai saette fera e quai tu annidi Virt, per che seder teco si piace Meglio che in grembo a Venere celeste; Amor ti porga questi fogli, e s'unqua Piet ti mova de' dolenti amanti, E qual rugiada del mattin ti brilli La lagrima sul ciglio, ei la raccolga Sollecito e a versarla ah! tosto voli Pietoso sul mio cor. Tempri ella alquanto Il bollor che l'incende e nel mio petto Un fiume sparga di tutta dolcezza, E spunti nuova luce a' miei pensieri. LA PIANTA DEI SOSPIRI LIBRO PRIMO L'INNOCENZA DEL COLLE. _Senza odorati fiori Le rive e i poggi, e senza verdi onori Vedrai le selve alla stagion novella, Prima che senza amor vaga donzella._ GUARINI. I. Ameni colli ove semin tanto bello Natura, vallette solitarie in cui spesso venni a confortare lo spirito lasso e a bere pi dolce l'aura di vita, voi non sarete mai posti in obblo dal mio cuore. Le tue ingenue virt non fieno dimenticate, o abitator del dirupo, da chi fuggendo il lezzo della social corruzione ritrasse sovente ricreamento, imitando la semplicit de' tuoi modi. A te di campestri fiori intreccier una corona, pianticella solitaria, ove sparse i suoi sospiri la vergine della collina, commetteva all'aura le proprie sventure, e muoveva a piet quegli cui ferivano i suoi lamenti. Lungi lo sguardo severo del freddo Sofo dalle care innocenze della natura, lungi gli agghiacciati petti chiusi alla dolce volutt delle passioni: non ignoti agli affetti del cuore, noi spargiamo sospiri per le anime sensitive, e cediamo per un palpito soave i contrastati allori della volubile fama. II. Povera Marcellina, invano una rozza culla volea tenerti lontana dalle passioni del bel mondo; invano il nato tuo colle ti crebbe alla solitudine ed alla pace. Amore s'apprende ai petti pi rozzi, e penetra i pi silenziosi recessi; Amore stringe il cuore de' porporati monarchi e dell'ultima villanella: il vento che scuote la cima del superbo pino e la viola della valle, bufera che spande la discordia nelle popolose citt, e la desolazione nelle innocenti capanne. Natura, che avara sempre ricopre di geloso velo i suoi tesori, dest la face di vita in Marcellina sulla cima di un poggio solitario. Nebiolo una collinetta che umile s'innalza fra Casteggio e Voghera, alle cui radici da un lato scorre il torrente Carvenzolo e volge dall'altro pi ricca d'acque la Schizzola. Nebiolo collina che quasi orfana si leva siccome piramide in mezzo alle sue uguali: era antica sede di uno di quei castelli che semin il feudalismo sulle Alpi e sui liguri monti: questo, come vollero il destino di chi il tenea e le fazioni, fu preso e distrutto, sicch di tanto orgoglio appena or se ne scoprono l'orme. Su queste rovine sorgono otto o dieci anzi capanne che case, e le abitano altrettante semplici famigliuole. Le tenebre delle fuggite et involgono la loro origine, si chiamano tutte dal nome del loco, e vivono in grembo all'innocenza di natura. Scorrendo quei dirupi, e a gran diletto avventurandoli in Nebiolo, ti avviseresti seguace di Vailland visitare nei deserti dell'Africa una di quelle povere orde di Ottentotti, che ricoverandosi in pochi tugurj di canne non invidiano al fasto de' molli Europei. Que' di Nebiolo non hanno neppure il forno ove cuocere il pane, non comodi della vita, non ambiziosi pensieri d'aggrandimento. Lavorano a lor mani le poche terre enfiteutiche ch'ebbero in retaggio dai loro padri; raccolgono quanto solo richiesto ai loro bisogni, spesso si maritano fra loro, e vivono in mezzo alla societ nel semplice stato di natura. III. Marcellina era figlia di Giovanni, che fra i maggiori di Nebiolo teneasi pel pi venerabile padre. Innocente come l'agnella che pasceva sul suo pendo, negletta come la pianta del bosco, cresceva la bella come il fiore di primavera: era pronta e vivace, d'un animo puro e dilicato, vestita di quella soave verecondia, onde natura volle far presente al suo sesso per renderlo pi vago e desiato. La madre di Marcellina essendo lieta di questa unica figlia, la crebbe come si coltiva la bionda spica del campo, era il primo pensiero della sua vita. Sebbene il lavoro della poca sua terra dovesse solo condursi per le sue e per le braccia del marito, e l'opera della Marcellina potesse riuscir loro a molto sollievo, essa non volle serbarla che alle cure pi lievi, e am meglio sola indurare nelle fatiche. Mentre i genitori intendevano a rompere le zolle de' campi, a raccorre la matura messe, o andavano per le legne al bosco, Marcellina nella povera capanna, lunge dall'importuna sferza del sole e dalla malvagit della stagione, preparava loro lo scarso desco che offerto dalla mano di lei, riusciva a quegli innocenti condito della pi squisita dolcezza. Essa imbandiva pure nella tersa caldaja il cibo pi semplice dell'uomo coll'aurea farina del monte; con questa pur facea una maniera di pane, che forse fu quello de' primi uomini, allorch rozzi come que' di Nebiolo, non conoscevano l'arte di costringere il calore entro cave vlte di creta, per cuocervi i loro cibi. Marcellina formava colla farina senza lievito un rotondo pane: fatto indi ben riscaldare un largo mattone ch'era base al focolare, ivi il collocava, ricoprivalo di ardenti brage e lasciavalo col finch fosse a debita cottura. Tale il modo con cui la natura insegn a que' di Nebiolo a supplire all'arte, e pone tanta squisitezza in questo cibo, che quegli uomini ingenui sporgendomelo, m'accertavano essere assai pi saporito di quello che si ministra alle mense cittadine. Assaggiandolo lo innaffiai d'una lagrima, perch sentiva la sublimit di quegli accenti, mentre quella schietta vivanda non era loro amareggiata dall'assenzio che spargono le cure sociali fino sul pi abbietto frusto di pane. Non io gi sogno la felicit de' pastori, non le favole degli abitatori di Arcadia: dipingo i costumi de' rozzi coloni dei nostri colli. Non io gi invito gli uomini ad abbandonare le citt, onde menare nella solitudine una semplice vita, straniera alle colpe ed ai delitti, che sarebbe vana fola per la lor civilt: io accenno come quei semplici montanari fra le fatiche e i disagi, gustano la felicit, e certo nella innocenza della loro vita, se invidiano alle nostre dovizie, non sanno che, ottenendole, rinunzierebbero alla pace. IV. Marcellina aveva la cura del piccolo pollajo, tosava alla stagione le agnelle, e aveva pensiere de' loro piccioletti. Preparava col latte della giovenca il burro per la famigliuola, attendeva a racconciare i rozzi abiti de' genitori, in fine prendeva sollecitudine di tutte le cose domestiche; n veniva ai campi che al tempo della vendemmia e nelle pi stringenti necessit. Quindi era pi gentile e meno brunetta delle altre femmine della montagna, assai dilicata, ed anzi pallidetta che rubiconda: poteva valere a modello onde rappresentare la grazia della collina. Capelli castani inanellati, viso piacevole, e sebbene qualche menda vi si potesse trovare nel profilo, avea una di quelle fisonomie che dir si possono saporite. Pronta, snella, dolce d'indole, non melanconica, ma, anzich gaja, di un carattere soave. Marcellina era la delizia de' suoi genitori nella fanciullezza, loro conforto nell'et pi verde. Allorch il padre nella state ritornava madido di sudore dai campi, essa se gli faceva festevole incontro, gli toglieva d'in collo gli stromenti agresti, e invitatolo ad adagiarsi sotto l'ombra di alcuni castani che prosperavano vicino alla casa, col suo grembialetto gli veniva lievemente tergendo la fronte, e con qualche fronda provocava l'aria, perch muovesse quasi coll'ali fresche a scherzargli intorno, e temprargli la tiepid'ra. Siccome spesso Giovanni al ritorno desiderava di bere, ed essa temeva forte non gli inducesse nocumento il subito freddo dell'acqua, anche correndo pericolo d'esserne ammonita teneva vuoti i secchj, onde finch ella scendesse al pedale del colle ad attingere l'umor del fonte, alquanto si rattemprasse il calore nelle arse di lui membra. Rinfrescatolo e presentatogli il cibo, gli preparava qualche fascio d'erba o di fieno, e fattonelo adagiare lo invitava al riposo. Con qualche fronzuto ramo gli allontanava i molesti insetti, e conciliavagli il sonno: quando erasi addormentato, gli copriva con quella fronda il volto, e stava sempre in attenzione perch niuno venisse a dargli molestia o a rompergli il riposo. N men tenera la Marcellina era per la madre. Aveale questa dato il proprio latte, cresciutala con amore e confidenza: teneala pi qual sorella che figlia. Gi anche adulta la forosetta, faceale intorno mille amorevolezze e mille baci: la ripigliava sovente perch troppo si affaccendasse, in vece di commettere a lei il peso de' lavori pi gravi. Ogni d le serbava l'uovo recente della gallina e la induceva a berlo; la pettinava; era sollecita di lavarle i panni pi spesso del solito bucato; vegliava per filare il lino di lei; attendeva con ogni premura ai bachi, perch Giovanni ne concedea l'utile alla moglie. Marcellina non era mai lieta se non vedeva la giovialit sorridere sul volto della madre; non sosteneva mai che andasse ancor digiuna al lavoro, e nel verno pativa di starsi pi a lungo nella piccola stalla, ove teneva l'asinello e la giovenca, per serbare le legne a destare un bel fuoco quando quella tornava dalle proprie cure. Rosa d'altra parte non era meno amorosa verso la figlia. Ne' giorni d mercato andando a Voghera a vendere qualche pollo o la lana, o alcuna misura di castane, avea sempre premura di portare a Marcellina qualche pan bianco, ch'ella per divideva co' genitori; spesso un fazzoletto, talora qualche spillo d'argento da rannodare le trecce, od altri simili vezzi. Come la buona donna aveala fregiata del nuovo presente, la riguardava quasi innamorata, e sembrandole pi bella, con trasporto la stringeva e la baciava caramente. V. Fra queste innocenti cure era cresciuta la Marcellina, sicch gi le sorrideva il terzo lustro, e sua madre non aveala che una sola volta condotta a Voghera. Non mai avea corso i vicini paesi, non mai erasi trovata fra i tumulti delle feste de' propinqui colli. Usava ne' d festivi andar coll'alba nascente a S. Antonino sua parrocchia insieme alla madre, assisteva con raccoglimento ai divini uffizj e ritornava al nato casale, senza mai immischiarsi in vani discorsi colle altre donnicciuole, o prendersi pensiero di sapere quanto altri oprasse. In Nebiolo per essa era n selvaggia n schiva; giacch non constando il paesetto che di pochi vicini focolari, viveano quasi que' solitarj come in una sola famiglia, n vi aveano che cinque madri, altrettanti mariti e dei figli. Allorch alcuno di questi ammalava, e mentre tutti intendevano al lavoro, la sola Marcellina restava nell'eremitaggio, ne pigliava essa pensiero, gli prestava ristoro col latte delle sue capre, e raccoglieva le erbe onde preparargliene col succo salutare beveraggio. Avea cura pei fanciulli degli assenti e delle loro case, e all'estate verso sera, raunata sur un vicino praticello la pia trib, faceva recitar loro l'orazione de' morti: era in fine la delizia, il pensiero pi tenero di tutti, e alle preghiere di lei ognuno confidava nelle proprie calamit. In vero la semplicit ed il candore dell'animo sono l'olocausto pi grato al nume della virt; e Marcellina esser dovea il solo interprete di que' puri cuori presso la divinit: essa era religiosa come una cenobita, ispirata come un serafino, n altro mai domandava al cielo che la salute de' suoi parenti e la prosperit de' vicini. Cos, presso a sedici anni, fresca come la rugiada del mattino, pura come la neve del monte, altro affetto mai non aveva accolto il suo cuore, fuorch l'amore di coloro che le diedero vita, e la carit de' suoi simili. VI. Gi al raggio d'estivo sole biondeggiava la messe nell'arso solco, e il tempo s'appressava in cui correa la festa della Madonna del Monte. un tempio consacrato alla Vergine, sulla cima di un colle alquanto erto, in cui gli scabri macigni fan testimonianza della vicina montagna. Essa s'innalza fra la catena delle colline che con diverso pendo e vago succedersi or di valli verdeggianti, or di sterili dirupi, muovono lungo il letto della Copia verso la di lei sorgente. A met del colle mezzo ascoso fra il seno delle rocce, le circostanti alture e le piante, siede il paesetto in dolce pendo. A lui sovrasta quasi piramide la cima del monte, sopra cui romita sorge la chiesetta colla cella del levita che ne ha la cura: conducono a questa varj tortuosi sentieri, che ora si innalzano sullo scoglio, ora si perdono nei silenziosi labirinti del bosco. Niuna vetta di opposto monte, niuna fronda d'importuna pianta adombra il solitario tempio; sicch il sole nell'intero suo giro sempre lo indora co' suoi raggi, e concilia a vederlo da lungi religioso ossequio, perch ti avvisi ch'ivi l'aura rifulga, indizio della presenza del nume. A questa chiesa traggono i terrazzani del sottoposto paese, per essere addottrinati nella religione de' loro padri, ed ivi coi puri lor cuori porgono voti innocenti al cielo. Numeroso e vago il concorso degli abitatori delle altre colline al Monte il d della festa: d'ogni et, d'ogni sesso, eguali di semplicit di costumi, pari negli abiti e nel cuore, se non che taluno nella diversa foggia di qualche ornamento accenna la nata sua terra. Tutti serbano questo giorno a sollievo delle diuturne fatiche; ognuno si procaccia far pompa de' pi eletti fregi, e ti piace fra quella semplicit un lusso che di vezzi anzich di ornamenti: ognuno si studia meglio di riuscire gradito altrui o colle grazie o coll'innocente allegria, sicch potresti dire che col si uniscono i fiori pi eletti della campagna. Ivi fra semplici parlari e liete cure si rinfrescano le vecchie amicizie e se ne stringono delle nuove; ivi si veggono gli antichi congiunti, e vi convengono e gli amorosi genitori e le figlie che andarono lungi a marito, per ritornare ai paterni amplessi. Sovente s'incontrano taluni che, da gran tempo lontani, pareano dimenticati dal cuore, si ricordano i trascorsi tempi di felicit; corrono grate all'animo le fauste novelle; e fra loro batte la gioja le scherzose penne, senza che mai invido umore ne annebbii il caro sorriso, cui sovente, fra l'avvicendarsi degli affetti e delle accoglienze oneste e belle, gode la volubile sorte d'intrecciare inaspettate avventure, e insidioso amore prepara nuovi nodi e future felicit. VII. L'industria dell'uomo si procaccia di trarre partito anche dalla semplicit di questa festa. In ogni parte sulle strade, che conducono all'erta, entro varj seni del monte, vedi annicchiati alcuni che vendono ornamenti, merletti e tele, altri che fanno mercato di fettucce a vario colore, di semplici fiori coi quali il contadino fregia il suo cappello. Alcuni ti sporgono dolci, non quali si richiederebbero al molle palato della dilicata dama, ma pur grati a quelle labbra che non ancor rifuggirono dai semplici cibi della natura. Fra questi ancor pi grate riescono le inanellate file che tu, schietta contadinella, sporgi cibo squisito a' pi schivi: tu col fior della farina e col burro della tua giovenca, componesti una molle pasta, e con questa formasti varie picciole anella cui il calore del fuoco rese rigonfie e rilucenti, e sovente, perch riuscissero pi gradite, sopra vi spargesti i favi delle tue api. Tu con grazia le offri al passeggiero che con molli parolette le compra, e spesso si ricorda di quelle che a lui gi vendevi la scorsa estate; e mentre te ne d lode, dolce ti corre un piacere all'animo che si annunzia sul tuo labbro con un caro sorriso. Altrove in breve piano a s rapisce gli orecchi, non abituati alle diverse armonie de' combinati stromenti, la melodia di un'umile sampogna o di una montana piva, al cui suono due fantocci mossi da una cordicella che si appicca alle ginocchia del suonatore, menano allegra danza su una breve assicella. Pi vicino schiude un altro un ligneo tempietto ove son dipinte le sacre storie: ognuno si studia di scoprire se sieno quali le ud dal sacerdote, ama ravvisare i fatti che pi gli piacquero, e sebbene spesso non sappia leggervi entro, si provvede del breve libretto ove il noto racconto. Qui un altro tiene un capace arnese che in varia foggia s'innalza, e in cui per diversi cristalli sporgenti all'intorno pu spiare l'occhio della curiosit. Vi si accosta il semplice montanaro, e all'abbassare di varie cordicelle, vede succedersi e scomparire innanzi a' propri sguardi citt, palagi, giardini, mari e monti e le pi strane meraviglie: gi trasportato in lontane contrade, e mentre coll'occhio sta fiso al breve pertugio, si scuote per gioja, ch gi emulo degli eroi, di cui sent nel presepe raccontare al verno la storia, gli par di scorrere l'universo, e sovente poi ragiona cogli amici de' lontani paesi come se gli avesse visitati. Altrove si stringono in breve giro uomini e donne, ed ecco scorrere all'intorno un destro cane che or va a pigliare nell'altrui tasca l'ascoso fazzoletto del padrone, a questi indovina gli anni, a quella le passioni, e con qualche altro pi pungente giuoco tiene lieta la brigata. A questo ingenuo ricreamento ti sostieni, o montano abitatore, non correre al palco vicino, n starti coll'affollata turba che gi il circonda, tese le orecchie, immobili gli sguardi e aperte le bocche quasi li tocchi gran meraviglia, a udire colui che dall'alto ti largo di parole. Ah! non credere di acquistare vantaggio ne' suoi accenti: semplice! non prestar fede ai portenti ond'ei si millanta maestro: ei viene dalle corrotte societ, n v'ha menzogna che rifugga dalle enfiate sue labbia sitibonde di guadagno. Non porre speranza negli antidoti che ti offre, n affidare troppo ciecamente a' suoi ferri te stesso: ei si ride della tua inesperienza, ei si adopra pi presto procacciare a s lucro, che a procurarti salute. In vece meglio ti alletti quest'altro che sopra un breve tavoliere ti viene attelando eletta schiera di graziosi giuochi. Ecco tre bossoletti, sono vuoti al tuo sguardo; sgombre sono le mani di chi li move fra le cui dita si agita magica bacchetta: ecco percossa sul tavoliere, e d'ogni parte come pi ti talenta spicciano lignee pallottole, e quasi polvere che s'insinua, passano sotto il cavo metallo. Mentre meravigli al primo portento, uno novello il tragettatore ne crea: leva que' piccioli globetti che sempre si riproducono, e li pone in copia nel tuo cappello: or se il tenti e lo rivolgi il trovi solo pieno di vento, eppur tu stesso il tenevi gelosamente coperto! Ma le palline che sfuggirono alle tue cure gelose, gi si moltiplicarono sotto il magico bossolo: ecco mentre le riguardi mutano colore, a un soffio s'ingrossano, e sempre crescendo divennero gonfie per modo che pi non possono ritornare sotto il capace vase. Meraviglia pure e sorridi: questa tutta destrezza della dotta mano. Anch'io sovente quando teco passai ore di schietta gioja, io t'apriva il velo di que' nuovi portenti, e apportandoti diletto, spesso mi compiacqui nelle improvvise commozioni della tua meraviglia. Ah furon pur quegli innocenti piaceri assai pi dolci di quanti ne comparte pieni d'amarezze il bel mondo! Ah fia pur ch'io ritorni a rintracciarli, allorch stanco di rintuzzare con indomito petto i dardi di bieca fortuna, con questi incolpabili strumenti, ultima mia speranza, e in vero pi certa di quella che talor risplende fra il sorriso della volubile opinione, io rieder a voi, ingenui mortali: niuno merc la festivit di que' giuochi negher lo schietto pane del suo campo alla purit del mio cuore. VIII. I vicini premeano il padre di Marcellina perch colla famigliuola volesse seguirli al Monte, che forse a tre corte miglia lungi da Nebiolo. Giovanni era resto, ma le importunit della moglie, i vezzi della figlia cui gi da gran tempo pungea curiosit d'andarvi, senza molto il piegarono. Messo quindi in capaci panieri chi il formaggio delle pecore, chi qualche pollo, chi alcun pezzo di porco arrostito o salato, s'avvi al Monte il d della festa, la brigata di Nebiolo. Fra la famiglia di Marcellina e gli altri a cui permisero le proprie cure di andarvi, essa constava di dodici a quattordici persone, cui seguiva indivisa compagna una schietta allegra. Poich giunsero al divisato loco e confortarono alquanto lo spirito lasso pel cammino, si misero a discorrere il colle, e i varj boschetti ove pi li tirava o la frequenza delle genti, o la curiosit, o la brama di recare Marcellina a piacevoli trattenimenti. Essa nuova ai tumulti, spesso seguiva i compagni quasi pecorella che tien dietro al gregge senza che la tocchi altro deso fuorch l'esempio: sovente da' parenti o dagli amici richiamata su qualche oggetto, riguardava con piacere, dimandava a vicenda quanto le ricercava la curiosa vaghezza, e siccome la allettava ora un suono, ora una meraviglia, ora un giuoco, era rapita alla gioja ed al riso. Cos que' di Nebiolo passarono in vario modo quelle ore prime della lieta giornata, altri cogli amici, altri a parte degli altrui racconti, altri colla Marcellina, finch li chiamarono nella chiesa la cerimonia e i cantici della mattina. Poich il sole incominciava a declinare dalla met dell'arco suo diurno e tacquero i pii uffizj su quel Monte, nuova scena ivi segu assai aggradevole a riguardarsi. Si riunirono in varj gruppi e brigate i congiunti e gli amici, quali in un praticello verdeggiante, quali al rezzo di un'antica pianta, chi nel seno di qualche dirupo o fra le macchie del bosco, si assisero sul terreno a grata mensa, che in breve sorse a rallegrare i loro palati. Dove prima sul Monte era un tumulto di persone che scendevano e salivano quasi arena in cui spira il vento, un rumore diverso di suoni, di parole e di grida, e un premersi a vicenda, che ti affaticava; allora la scena cangi. Al continuo moto succeduta la quiete, son vuote le vie, vuoto il tempio: d'ogni intorno ove pria non vedevi che scoglio ed erba, l'occhio si riposa sur un gruppo atteggiato d'allegria che intende al cibo ed a ricercare l'animo con nuova e pura gioja. Rompe solo l'apparente silenzio un bisbiglio di voci, che sommesso da prima, col proceder del pranzo cresce e sovrabbonda, finch s'innalzano grida di giubilo cui rispondono gli opposti drappelli e le percosse valli. Si ridestano gli strumenti, si sparge la campestre armonia, la volubile folla rapisce gli animi, e in breve vedi ove innanzi festeggiava la mensa, risplendere la danza, scopri d'ogni intorno in nuovo commovimento il colle, e ti pare che un delirio agiti quelle genti, cui volano le ore stando a diletto fra s innocenti piaceri. Anche la breve colonia di Nebiolo dopo i sacri uffizj si pose a dar opera al lauto pranzo, sotto una pianta non lungi dalla Chiesa. Il Parroco, uomo assai pio e di molta santit, recavasi in tanto a piacere di diportarsi fra i festeggianti, trattenersi or con questa, or con quella brigata, dare loro dolci parole, richiederli del nato paese e confortarli a starsi di buon animo. Allorch fu a quei di Nebiolo ed ebbe i loro ossequi, e saputo d'onde erano, e come un paesetto ivi si unisse in amorosa famiglia, e commend il loro proponimento; gli venne veduto il pane di che si cibavano, e dimand di qual sorta si fosse. Giovanni prestamente gli espose come si cuocesse ne' loro focolari, sicch assai ne fu meravigliato il venerabile Sacerdote, e sentendolo lodare siccome saporito, ne lo richiese di uno, proponendo di cambiarlo con del proprio. Appena manifest egli questo desiderio, la Marcellina fu in piedi, e preso un pane che era ancora intatto, con modesto inchino glie l'offr, dipingendosi d'innocente rossore ed abbassando gli occhi. Fu il Solitario assai lieto del gentile presente, e presa per mano la Marcellina la ricerc del suo nome, e lodata la sua prontezza e modestia, gliene seppe cortesia: essa ritraendo da lui la mano tremante si restitu al suo posto. Il savio Pastore corrispose con alcuni suoi pani e del vino alla brigata, e f' sentire alla Marcellina come desiderava che al vespro fosse fra quelle che accompagnavano col torchio l'effigie della Vergine in processione. IX. La madre fu oltremodo contenta dell'onore compartito a Marcellina, e venuta l'ora divisata, la timida fanciulla, roseo per verecondia l'angelico viso, fra le elette ancelle della Chiesa, segu la sacra pompa. Questa si aggir per le vie meno anguste che corrono intorno al Monte, ed era pure incantevole a riguardarsi, in obliquo calle, con leggiadra ordinanza alternando inni di piet, muoversi il devoto corteggio. Siccome discese fino a met del colle, ed era numeroso perch il seguivano tutti i vicini coloni, mentre da una parte era bello vederlo tortuoso scendere, piaceva dall'altra osservarlo nel salire. Ognuno facea riverenti le ginocchia e il ciglio, allorch passava la sacra effigie, e la seguitava al tempio: ognuno intendeva alla straniera figlia a parte de' sacri riti nell'altrui parrocchia, e chi ne applaudiva le fattezze leggiadre, chi il fior di giovinezza, chi la semplicit del vestire, tutti la cara modestia del volto. X. Ma fra tanta religione e piet della povera fanciulla, aveale la fortuna nemica ordita una lieve sventura che dovea segnare il destino della sua vita. Erasi restituita la processione in chiesa, e tutti si affollavano verso l'ara; alla timorosa Marcellina mentre incerta ove porsi, abbadava alle compagne e stava per inginocchiarsi, cadde il bianchissimo lino che siccome velo le copriva il capo. Ne fu assai turbata, e mentre volgeasi a raccorlo, ecco gliele viene presentato da un giovane tutto sollecito, che avidamente in lei ponea gli sguardi: la fanciulla volle sapergliene grado, ma alzati gli occhi verso lui e accortasi che con tanto fuoco la rimirava, abbass vergognoso il volto, e si fe' tutta vermiglia: acconciatosi come meglio pot il velo, stette inchinata attendendo che avesse termine la cerimonia. Il giovane era stato commosso dalla soave fisonomia di Marcellina, e sent in petto una insolita inquietudine che gli mettea desiderio di rivedere la bella sconosciuta. Compiuti i religiosi uffici ei stette ad attenderla fuori della chiesa, e mentre la semplice raccontava alla madre l'occorsole, s'incontr negli occhi di lui: le morirono sulle labbra le parole, e un inusitato palpito del cuore le richiam il rossore sulla dilicata guancia. Il giovane focoso non ristette perci: le tenne dietro, e giacch il giorno era sul declinare, veduto che quella brigata s'incamminava sulla strada che conveniagli percorrere per rendersi a casa, si mise fra loro. Ragionando or coll'uno or coll'altro, gli accompagn fino al Carvenzolo, ove presero commiato dividendosi, gli uni per salire il colle di Nebiolo, gli altri per proseguire la via. Per il giovane per quanti ragionamenti si muovessero non restava dall'adocchiare la Marcellina, e bench questa per la natural sua modestia si tenesse a molto raccoglimento, le sue pupille sovente senza avvedersene si giravano sopra di lui, e le inchinava palpitando. Cos ella trasse da quella festa al paterno casolare una dolce melanconia, che le parlava al cuore un ignoto favello cui non sapea comprendere. Sola fra' suoi pensieri e i suoi dubbj, se le destava sempre in mente quel velo, quella chiesa, e quel giovane infausto. Erano idee che pareano turbarla, ma pure non sapea disperderle, ch aveano seco una sconosciuta dolcezza ad un tempo piacevole e molesta. XI. N intanto eri meno tranquillo tu pure, sfortunato Girani. Tu ti restituisti affannato alla tua collina, tu passasti torbida la notte, e pi annebbiato il d venturo: fra' tuoi lavori innalzavi lo sguardo a Nebiolo e sospiravi; sollecitavi impaziente la prossima festa onde vedere la bella dal colle solitario. Gi per te si meditava lieto fine a tanti desiderj, timore ti stringea di non esser gradito all'avvenente fanciulla, e se non ti ratteneva il dubbio ed il timore, saresti di presente volato ad offerirle la tua vigna, i tuoi armenti e la tua casa, perch volesse corrisponderti d'amore e dividerli teco. Non era agiato Girani, non era l'ultimo dei coloni della montagna. Possedeva alcune vigne, il lavoro di due buoi, abitava sopra una placida collinetta che di poco s'innalza fra la Torrazza e Maresco, d'un miglio lunge da Nebiolo. Sulla sommit di questa siede il suo albergo, casetta umile cui saluta il primo raggio del sole, saluta l'ultimo crepuscolo della sera. Bella Mancapane, sebbene l'antica infecondit del terreno vi apponesse infausto nome. Ivi io pure pel giro di lunghi anni menai le quete ore del pampinoso autunno, in seno ai dolci piaceri dell'agreste innocenza: fra quelle valli amene sovente col mio Rousseau errai colle lagrime agli occhi pensando alle passioni del burrascoso mio cuore, e pi volte vi feci risuonare il caro sospiro di Raynal sulla tomba d'Elisa. Sur uno di que' castani io incisi il nome degli amici pi diletti alla mia ricordanza; da quella casetta io salutava l'alba nascente, rimirava la mia patria, numerava le sue torri, e rimembrava le antiche sue glorie. Nella terra natia di Girani io sovente risi delle nebbie che vedeva coprire le lontane citt: ivi ideai le sventure degli amanti infelici del Lago, ivi rinvenni nell'animo mio gli affetti che amai dipingere in altri, e col sentii narrarmi la dura istoria di Marcellina, mentre io stesso era a parte d'una scena pi bella che possa offerire la semplicitade agreste. Era un bel mattino d'estate: sciolto d'ogni benda importuna il collo, vestito di un breve giubbetto, con un semplice cappello di paglia, ritornava col fido mio brik e il frate solitario ospite mio, da una lunga passeggiata ne' dintorni di Nebiolo. Stanchi pi dal crescente caldo che dal cammino, ci soffermiamo vicini al presepe, e sediamo all'ombra sopra un banco di terra. In questo mezzo viene la castalda dal forno con frutti cotti, e li porge a noi che ne avevam mestieri. Ce ne imbandiamo cibo saporito, e il cane facendone intorno meravigliosa festa si mangiava quanto era gittato. Intanto ritornavano all'ovile le pecorelle: era con esse il porco, si ferm e volle esser quarto al nostro desco, sicch io ridendo e sovvenendomi il Pirrone, ma con un cuore diverso, distribuiva a quegli amici innocenti e innocui parte del mio cibo. Allora un montanaro che passava ne fu cortese di un saluto sorridendo, per ch io il volli a parte della brigata e della colezione. Entr egli meco in vari ragionamenti, e caduto discorso di Nebiolo, appoggiato ad un bastone narr le sventure che ripeto alle anime sensitive. XII. Girani attendeva impaziente il d festivo: come e' venne, avendo saputo ove que' di Nebiolo usassero a' divini uffici, all'alba si rese a S. Antonino, ove avea speranza di vedere la bella. Ma la madre che gi da alcuni d la scorgeva melanconica, n sapeva indovinarne la cagione, a procurarle con una lunga passeggiata qualche sollievo, pens condurla il mattino al Costiolo, che un prossimo colle su cui s'innalza con un paesetto la chiesa. Girani quindi l'attese invano e quasi disper di pi incontrarla. Pure non sapea dipartirsi da que' luoghi, e quasi dimentico di s, si adagi verso il meriggio sotto l'ombra di una pianta sulla via che da Nebiolo mette a S. Antonino. L'aura tiepida e la quiete di quelle solitudini conciliarono il sonno al conturbato garzone, sicch lo colse col l'ora de' vespri. Marcellina e la madre, poich ebbe fine il breve loro pranzo, s'avviarono alla chiesa usata per la dottrina. Mentre erano poco lungi dal paese e Rosa richiedeva la figlia della cagione di tanta melanconia, e questa rispondeale di non saperla n conoscere n esprimere, giunsero ove era coricato Girani, che da lunge videro bens, ma non vi posero mente, tale essendo il costume di pressocch tutti i montanari. A costui ruppe il sonno la voce della Marcellina: levato il cappello con cui faceva coperchio al volto, e alzatosi nel momento istesso che le donne passavano, fu fortemente scosso alla inaspettata fortuna, e la povera fanciulla diede un grido e si strinse alla madre. Questa tenendo simil commozione procedesse perch ivi non si fosse prima avveduta di un uomo, sorrise e pass colla figlia. Marcellina andava innanzi, ma aveva addietro il cuore, teneva il capo inclinato verso la strada percorsa, e tendeva l'orecchio desiderosa di sapere se quello straniero la seguitasse, ma pur temeva di rivolgersi. Per ove la strada era pi erta, e dava volta sicch con poca difficolt potea discorrere col rapido sguardo il lasciato cammino, di poco pieg il capo e s'accorse che Girani le teneva dietro, e ne fu lieta nell'animo. Era confusa e agitata, e assai le parve lunga la via che conduceala alla chiesa, perch potesse togliersi alle moltiplici dimande della madre, cui il suo labbro tremante e confuso mal sapeva rispondere. Lo sbigottimento e il rossore della Marcellina ispirarono conforto al giovane, che sebbene rozzo, pure vedea trapelargli qualche speranza a' suoi dolci desiderii, sicch entr in chiesa, e si appost in modo che agevolmente potesse vedere la bella, ed esser da lei ravvisato. Marcellina confusa fra un tumulto di affetti e il terrore religioso, stava cogli occhi al suolo, e se talor gl'innalzava vedevasi innanzi l'ardito sconosciuto che parea cogli sguardi di fuoco le favellasse un nuovo linguaggio; sicch stava contrastata, desiosa di seguire ora i doveri della sua innocenza, ora gli impulsi del cuore. Per a malgrado della modestia in cui si tenne, pot di soppiatto osservare meglio che altra volta Girani, sicch e l'occhio vivace e le forme belle, e la snellezza della persona, e il brio della giovent che gli sfavillava sul volto non le sfuggirono, ma altamente s'impressero nella sua fantasia. Il giovane innamorato si fe' di nuovo incontro alle donne, allorch si misero al ritornare verso la nativa capanna, e fu loro cortese di gentile saluto; avutane una cortese risposta, le accompagn coll'acume dell'occhio, finch l'invida strada piegando, non le rap a' suoi rinascenti desiderj. XIII. Se per lo innanzi una dolce malinconia governava l'animo di Marcellina, dopo questo giorno fatale divenne oltremodo tristissima. Non pi brillavale negli occhi la festivit dell'innocenza, non pi ridea sul suo viso la gioja come raggio di sole sui fiori di primavera: era la pianta dell'autunno che mesta abbandona l'onor della chioma e il sorriso della verdura. Non era pi l'asilo del riposo il letticciuolo suo innocente; ch rifuggiva il sonno dalle sue pupille, e se talora coll'ali lievemente le blandiva, funeste immagini le si appresentavano in cui erano sempre confusi quella festa, quel velo e quel giovanetto. Non pi correva gaja ad incontrare i reduci genitori, non pi rallegrava il sereno loro albergo col suo festevole umore. Erano dimentichi i suoi polli e le altre cure predilette: invano l'agnelletta, gi sua delizia e cura, veniva a lambirle la mano, a stropicciare il capo a lei d'intorno; invano quand'era seduta s'innalzava coi primi piedi sulle di lei ginocchia, e con teneri belati parea richiederle le carezze usate. L'altrui affetto le accresceva mestizia e le richiamava forzate le lagrime sul ciglio. Spesso facea rampogna a s stessa della propria miseria, n sapea trovarne rimedio: siccome era assai religiosa, sovente quand'era sola si prostrava, e fisando gli occhi lagrimosi al cielo, gli dimandava compassione se questo era un castigo, piet se era una folla che la prendeva.--Oh cielo! chi, chi mi toglie il fiero malore che mi uccide? E che cosa mai questa nuova inquietudine che mi turba, mi rende indifferente a quanto m'era s diletto in prima? Quai nuovi pensieri agitano i miei sonni? Che cosa che io sento qui nel mio seno, che mi preme, mi avvampa, mi d dolore e mi piace?-- Cos spesso fra s si doleva la misera, ma pur temendo un qualche gran male la prendesse, n pi sapendo patire il dolente suo stato, pens che assai bene le starebbe ove pigliasse consiglio. XIV. Era in Nebiolo un cieco, provetto d'anni e di mente, uomo mirabile a conoscersi. Misero, camminava scalzo, vestiva una giubba assai lunga che meglio di un abito nostro sentiva di una veste antica: lunghe chiome gli scendeano sulle spalle, e ricoprivagli il capo un largo cappello che avea rappiccata da un lato parte della grondaja: folta barba gli ombreggiava il mento, che non radeva, n permettea che gli calasse in fino al petto: avea sempre ignudo il collo e il seno, e mandava dalla lanosa bocca una monotona voce; procedeva a passo timido e lento, e portava un lungo bastone, unico compagno con cui traeva il travagliato fianco nei sempre eguali giorni della sua vita. Costui viveva di carit: solo col suo bastone passava dal colle alla pianura; scorreva i villaggi e le capanne, ora accattando, sovente inteso a cantare vecchie nenie, a improvvisare triviali rime: talora prediceva il futuro a chi era s semplice da tentarlo per l'opera sua; raccontava antiche istorie e le sempre sue nuove miserie. Per tal modo ritraeva alcun soccorso per s e per un fanciullo che teneva dall'estinta sua moglie. Era il cieco assai industrioso, ed io gi vidi un carretto che costrusse di propria mano, la sua vigna che potava egli stesso: conoscea la virt di molte erbe, prescrivea medicina a molti mali, era in fine in Nebiolo l'uomo pi saputo, quegli da cui tutti prendevano consiglio, l'indovino della collina. Marcellina, non sapendo trovare rimedio a' suoi malori, una mattina che costui pigliava piacere di canticchiare innanzi alla propria capanna, mentre tutti eran lungi al lavoro, le venne in pensiero di rivolgersi a lui per soccorso.--Cieco, gli disse, io sono la pi misera fanciulla di Nebiolo: mi fuggono e il sonno e la quiete, mi straniera la gioja, tutto mi spira tristezza; mi sono di peso le mie cure usate. Sento qui al cuore un vto di cui m' ignota la causa, un male di cui non so guarirmi. Ah cieco! se ti son cara, se mai non dimenticai di usarti i servigi di cui avevi mestieri, abbi misericordia di me: cieco, sanami per piet.--Appena pot pronunziare queste ultime parole pel gran pianto che le sgorgava dagli occhi, e per l'angoscia che dal petto le traboccava sulle rose del labbro. Stese le tenere braccia al collo del veglio, e sospirando inchinato il capo sulle di lui spalle, attendeva ch'ei le facesse risposta. Il pietoso cieco cui assai stava a petto la Marcellina, giacch era colei che pi sovente in Nebiolo gli era cortese di soccorso, e quando era ammalato veniva a prestargli le proprie cure e divideva con lui il suo pane, stese la mano tremante sul capo della cara fanciulla, la bland dolcemente dandole parole di speranza e di refrigerio. Poi la dimand del tempo in cui caduta fosse in siffatta melanconia; e ingenuamente essa gli raccont l'accaduto al Monte. Allora l'accorto indovino di nuovo la interrog se non avea pi veduto quel giovane, e se le fosse noto che non lo avesse colta alcuna sventura. Fu turbata la semplice a simile dimanda, e con premura desider sapere se ci fosse avvenuto. Il buon vecchio sorridendo allora la ricercava perch s fortemente le tenesse di quello sconosciuto, e rispondendogli la Marcellina, ci nascere dalla gratitudine che sentiva per la premura in quel d usatale, dolcemente presala per la mano--Oh figlia! questi occhi pur troppo si chiusero per sempre al giorno, ma io vedo il tuo volto innocente colorarsi di modesto rossore: mel dicono le tue parole interrotte, e questa mano che trema nella mia. La gratitudine come la piet, che negli umani petti leggiermente si scambia in amore: questo, figlia mia, ti sparge di nebbia la bella aurora della tua vita, questo ti rende tanto sollecita... Oh! ma sai tu poi chi ei sia quel giovane che s facilmente ricevesti in cuore? sar egli degno delle tue virt? ah tu non conosci, mia cara fanciulla, qual prezioso tesoro tu ne serbi, e quanto mi dorrebbe di vederle derelitte!... Ah per piet non abbandonarti ciecamente a una passione che potrebbe costarti!... tu dispereresti i tuoi amorosi genitori, il tuo povero cieco: ah Marcellina! tu perderesti te stessa.-- Marcellina cadde nel maggior fastidio del mondo, e poco anche intendendolo, sbigottita disse che quel giovane non le avea detto nulla, non averlo veduto che poche volte e per caso, e porla in forte timore il misterioso suo favellare. Il cieco allora la esort a starsi di buon animo, volle che apertamente le narrasse quante volte si fosse incontrata in quel giovane, e come ei si comportasse verso di lei: accertatosi che fosse preso per la Marcellina, la consigli a studiarsi di saperne il nome, o almeno il paese di lui, prendendo poi sopra di s la cura di renderla felice, se lo avesse riputato degno di possederla. Le proffer per molti savi avvertimenti, perch si tenesse a gran diffidenza e verso il suo cuore e verso gli uomini, ove pur non amasse esser colta da maggiore sventura: si fe' dar fede di raccontargli ogni cosa in ogni evento, se voleva da lui utili consigli. Parve ci lusingare alla Marcellina qualche speranza, e si accommiat da lui coll'animo men tristo. XV. N Girani diveniane ogni d meno inquieto e meno amante: mille pensieri gli si giravano nell'accesa fantasia, e studiava ogni partito perch gli riuscisse vedere la cara fanciulla. Sta a fronte di Nebiolo una verdeggiante collina, dall'un lato della quale corre una via che conduce a S. Antonino, dall'altra ove per breve valletta divisa da Nebiolo, deserta, spoglia d'ogni gleba e d'ogni pianta. Le acque, le quali si precipitano dai colli superiori trascinando seco la terra che era sul pendo, vi fecero alcuni seni e scoscesero in mille luoghi il declivo, sicch tra la rapidit del dirupo, tra la nuda crosta di cui si vest nel diseccare della frana, sembrano a riguardarli un macigno. In questo seno poi, siccome piacque alle precipitanti acque, si vedono mille diversi giuochi del caso, poich la terra or s'innalza in piramide, or si prolunga con varie eminenze quasi bastita di guerra, ora s'incava in una grotta, or s'incurva in un seno: l'occhio curioso volentieri ivi gode di spaziare, e divisano que' luoghi i montanari col nome di orridi. Sulla pendice di questo vario poggio s'innalza una pianticella solitaria di olmo, che d'ogni parte dei contorni e anche dalla via romana sempre si vede primeggiare sugli altri colli, pianticella che fu poi denominata dai sospiri che ivi si sparsero per le sventure dei due amanti. Girani si arrampicava su quella cima vicino a quella pianta, ed ivi a lungo si stava a contemplare Nebiolo: spingeva l'avido sguardo a ricercare fra quelle fronde e quei tugurj la cara luce de' suoi focosi pensieri, e sovente la dimand come passero solitario che va nel bosco in traccia della compagna. Spesso dal dubbio biancheggiare fra le fronde delle vesti, vide o veder gli parve la bella, e le invi mille baci e mille sospiri. Cos struggeasi il giovinetto, ed erano derelitti i suoi campi, mentre sedeva sospirando sotto quella pianta solinga; erano derelitti gli amici invano dolenti della sua mestizia, e che invano il provocavano con motti a richiamargli sul labbro appassito l'antico sorriso. Era deserto il cuore di Girani, era chiuso alla gioja: qual pianta inaridita, su cui indarno piovono le rugiade, punto non vi poteano prieghi o conforti. XVI. Per all'innamorato giovane pareva oltremodo dolorosa s misera vita, e fe' proponimento di aver maniera onde riuscire a pi lieto fine. Correva il tempo di raccorre le messi, e in s pressante cura anche coloro che tengono piccioli poderi, sogliono ricorrere a straniere braccia per aiuto. A Girani cui nulla sfuggiva era noto, siccome al padre di Marcellina conveniva mietere il frumento, e gli parve venirgli in destro l'occasione favorevole a' suoi disegni. Trovato Giovanni nel prossimo mercato a Voghera, gli esib l'opera propria a minor prezzo d'altri, e pattuirono che ei verrebbe a Nebiolo di l a due giorni. Non a dirsi, quanto paresse lungo al giovane innamorato il tempo posto in mezzo a' suoi desiderj, e in tanto quali folle gli si girassero pel capo, e come seco stesso ponesse di aprire i suoi affetti a Marcellina. Ma quale fu la sua maraviglia, allorch venuto a Nebiolo e postosi al lavoro, vide che assai lunge gli era riuscito il suo avviso, mentre non trov come pensava l'amata giovanetta a formare i manipoli della messe tagliata, giacch a ci sola intendeva la madre? Ne fu oltremodo dolente, e volea pure pi volte dimandarla di ci, ma non lo ardiva: girava intorno ognora desideroso lo sguardo, e sempre nuova gli pungeva speranza almeno qualche momento di vederla. Finalmente venne il mezzod, l'ora del pranzo, ed ecco, mentre meno Girani se l'attendeva e stavasi pensoso, scendere la Marcellina nel pendo recando le minestre ed il pane pei parenti e per l'uomo che era seco loro al lavoro. Veniva ella con abbassata e pallida la fronte, e pensava alla sua melanconia, a' suoi affanni: giunta al gelso, sotto la cui ombra erano assisi gli stanchi mietitori, fu tocca da improvvisa meraviglia vedendo ivi il giovane sospirato. A chi che fosse fuorch a' due buoni montanari, non sarebbe sfuggita la confusione dell'una, e l'inquietudine dell'altro: ratto ei si alz, la salut, e indarno volea dirle qualche parola, velare lo stato ondeggiante dell'animo suo. Mentre incerti essi si riguardavano ed atterravano gli occhi, Nebiolo a nulla badando disse:--Brava mia figliuola, porgine il pranzo e buono, giacch il meritiamo, mentre questa mattina in tre si operato per quattro, non gi da noi, ma da questo instancabile nostro vicino che pare un folletto.--Intanto presentava a Girani la scodella, che avuta avea dalla figlia; ma questi ringraziatolo, mosse verso Marcellina dicendo che gli era pi in grado averla dalle di lei mani: essa arross, gliela porse con un sorriso di compiacenza. Rest con loro la giovinetta finch ebbero posto fine al breve pranzo; poi alquanto si trattenne sotto colore di vedere quanto fossero abbondanti le spiche del frumento, e dolcemente si richiamava alla madre, perch non la voleva a parte delle sue fatiche. Indi, poich ebbero ripreso il lavoro e Rosa la premea perch non istesse pi a lungo digiuna, Marcellina part: dirigea ver' l'erta il passo, ma ivi lasciava i suoi pensieri, e spesso rivolgeasi addietro e commetteva all'aura un sospiro. Se Girani fu per lo innanzi piacevole alla Marcellina, ora il suo cuore ne era stato s vivamente preso, che parea pei palpiti frequenti volerne uscire dal petto onde volare a lui. Per sebbene innocente, essa s'avvide non essere senza fine il venire col di quel giovane: non tocc cibo fra l'inquietudine e la gioja, e meglio pens a preparare gradita merenda all'ospite. Richiamatesi intorno le agnelle, ne spresse il fresco latte, e postolo in un terso lebete al fuoco, in breve ne fe' una vivandetta piacevole e squisita. Venuta l'ora della merenda, vol verso il campo ed ai parenti ed a Girani, che come la videro, deposti gli strumenti, le mossero incontro; ella disse con un sorriso che avrebbe diradate le nubi della pi triste melanconia.--Caro padre, questa mane mi imponeste di usarvi cortesa perch lavoraste assai: io volli ubbidirvi, e in vece del solito formaggio vi ho preparato col latte delle mie agnelle un cibo che v'andr a grado, e spero che anche il vostro ospite non vorr darmi troppo biasimo se non sar riuscito quale si converrebbe.-- Fu commosso il padre per la bella sorpresa, e stretta amorosamente al seno la figlia la baci in fronte.--Vedete, mio Girani, questa la sola nostra consolazione: colle poche terre che lavoriamo, coll'umile nostra casa, con questa diletta fanciulla, siamo pi felici dei signori di citt. Ella s'ingegna in ogni maniera per riuscire grata a sua madre ed a me, ella il nostro solo e caro pensiero. Anche la picciola cura d'oggi vi accerti di quanto vi dissi. Ma l'innocente mossa da' suoi pensieri ascosi, mal sapendo dissimulare, e nella sua semplicit dubitando che altri non le leggesse nell'animo, offrendogli il cibo vezzosamente gli soggiungeva--S, caro padre, per voi e anche pel nostro commensale, giacch questa mane mi diceste che gli dobbiamo assai buon merito per la sollecitudine che ne mostra.--In cos dire mentre abbassava que' suoi begli occhi neri che pareano due stelle nell'azzurro del cielo, volse uno sguardo fuggitivo a Girani. Ma questi, che la avea gi ben compresa, ne fu lietissimo, e dalle parole di lei messo nell'occasione di parlare, le profer le grazie con tanto fuoco, e s lusinghiere parole, ch'ella ne fu confusa.--Io non avr mai toccato cibo che mi sia riuscito pi gradito di questo: lo terr come una manna, giacch ha certo qualche cosa di cielo la mano onde viene.-- Si assisero in giro: Marcellina si pose vicino alla madre, e il desco semplice sull'erba fu assai pi grato a que' puri mortali, dell'aurea mensa su cui fumano le straniere vivande. Ognuno applaud alla Marcellina per lo squisito suo presente, ma il suo cuore non sentendo che quelle laudi le quali venianle da Girani, trepidava dolcemente. Si offr la capace tazza del vino al giovane di Mancapane; ma volle che prima bevessero i due vecchi, indi empiutala di nuovo ne fe' attingere parte alla Marcellina, e con un lieto evviva la vuot. Trascorsa in cos cari trattenimenti l'ora vespertina, si posero di nuovo all'opera i lavoratori, e perch rimaneano pure alcuni manipoli da legarsi, e il sole era sul declinare, Rosa permise alla figlia di starsi ad ajutarla. Girani in breve pose a terra quanto ancor restava della messe, onde venire di sussidio alle donne, e fu s destro che si mise vicino alla Marcellina e le preparava i legacci, e le dava mano nell'ordinare le spiche. Intanto tenea fisamente gli occhi in lei, e le gitt qualche detto or di lode or della propria presente fortuna; e la poverella tutto bevendone il dolce non sapeva rispondergli, e si affaccendava al lavoro tenendo inchinato il capo. Finalmente Girani nell'ajutarla a legare un manipolo, nel serrare il salice corse colla mano a stringere l'estremit di quella di Marcellina: ella la ritir prestamente, sicch l'altro sorridendo le disse, di non avere le mani di fuoco, a cui con tronchi accenti, fiammeggiando la bella rispose, che le metteano pi timore. XVIb. Gi il nostro emisfero volgea l'estremo orizzonte a' rai del sole, e l'amorosa stella brillava sulle ultime rose occidentali foriera della vicina notte, allorch posto fine ai lavori, Girani prese commiato dalla innocente famigliuola. Innanzi di partire posto piede nella loro casetta fu commosso nel vedere la Marcellina intesa alle domestiche bisogne, dare di propria mano il cibo alle sue pecore, e spargere amorosa le proprie cure su tutti gli esseri che la circondavano. Accrebbe ci esca al suo fuoco, che verace amore meglio s'accendo per le belle virt che spargono dall'animo una soavit di cari affetti. Per fra questi nuovi avvenimenti, anzi che scemare si accrescevano le trepidazioni nell'amorosa vergine: non sapeva a qual partito appigliarsi, fra la passione che la premeva e gli avvertimenti del cieco sui perigli d'amore. Alla dimane come ognuno fu nei campi, e questi torn dalle sue peregrinazioni, Marcellina gli offr il latte della sua capra e gli narr quanto era accaduto, e di nuovo gli chiese consiglio. Ma il veglio sentendo il nome del giovane a lui ben noto, la rassicur, perch il tenea per assai onesto, ed animandola a confidare nella premura ch'ei volea pigliarsene, le cosparse il cuore delle pi lusinghevoli speranze. Si rendeva intanto Girani ogni d alla pianta de' sospiri, e s adopr che la Marcellina il vide e ne fu oltremodo lieta. Il cieco venne a ritrovare il giovane ne' suoi campi, gli favell della figlia di Nebiolo, scandagli l'animo di lui, e sentendo ove mirassero i suoi desiderj, lo inanim a proporre alla fanciulla la propria mano, pigliando sopra di s il pensiero di condurre ogni cosa a fausto termine. Ne fu lietissimo l'amante e sospir il momento di manifetare l'amor suo alla bella. XVII. Era l'ora in cui pi fervono i raggi del sole che gi oltre al meriggio volge all'occaso, e Marcellina stava tutta sola assisa sotto i castani dietro la sua capanna. Girava sovente le desiose pupille alla pianta presso cui vide talora il giovane che vivea nella sua mente: pettinava la sua agnella, e quasi stretta dal bisogno di spargere i proprj affetti che mal le capano nell'animo, teneramente la accarezzava e baciava: allora la scuote un calpesto, s'alza e scopre Girani. Ei veniva tutto festevole, e vedendola confusa, intimorita, le disse che accortosi come fra la famiglia delle sue bestiuole ne mancavano pur alcune, le portava due colombi a lui carissimi, e che a lungo erano stati i soli suoi compagni, e gliele present. Marcellina ne fu imbarazzata, n sapea se li pigliasse o no; ma quegli augelli innocenti, siccome erano assai dimesticati, le volarono sul petto e per le spalle, e pareano ora scuotendo le ali, or avvicinando le piccole lor teste al di lei viso, invitarla ad accarezzarli. Ella volea pur consigliarsi innanzi colla madre, perch temeva gliene avesse a dar biasimo se gli accettasse, e disse a Girani che non avrebbe patito si privasse di quanto gli era pi caro.--Ah no, Marcellina, io non saprei meglio collocare questi esseri che vicini a voi, a cui solo cedono in candore ed innocenza: essi son vostri, e omai pi nulla, no pi nulla ho che possa creder mio, neppur il mio cuore. Possano questi colombi farvi almeno qualche volta sovvenire di me.-- La giovane, che nella sua schietta innocenza mal sapea celare gli affetti ascosi, gli ripose che cari al certo le sarebbero riusciti, ma che ad ogni modo si sovveniva di lui anche di troppo--Dunque, Marcellina, io non vi sono indifferente! mi potreste voi amare? voi?--Girani, io non so che cosa vi diciate, ma...--e qui tutta verecondia il fera con un modesto e loquace lampeggiar degli occhi che abbassava tremanti e incerti, e si strinse al seno uno di que' colombi.--Oh me fortunato, se a me pur compartiste s teneri accarezzamenti!--Ma questa colomba resta ognor meco...--E se io pure dovessi esservi sempre vicino, dividere con voi le vostre cure, le vostre fatiche, la vita?--Sento che allora sarei felice.-- Intanto il focoso giovane l'avea stretta per una mano, e mentre essa pronunziando le ultime parole, dolcemente riguardandolo parea invitarlo a meglio aprirle i suoi sensi, Girani dicendole--Ah s sarai mia,--ratto volle scoccarle un bacio sull'amato volto: ella sbigottita si ritrasse, e sarebbe fuggita se non la riteneva a forza. Ma mentre l'uno le profferiva i propri affetti e le dicea tenarissime parole, e l'altra inquieta, confusa, si sforzava, quasi colle lagrime agli occhi, di divincolarsi dalle sue mani, ecco loro sopravvenne la madre. Di la Marcellina un grido, e sciolta vol a nascondere la vergogna che le si pinse sul viso nel seno di lei, chiedendole piet. La buona vecchia, che sebbene rozza pur nudriva alti sentimenti, si lagn fieramente a Girani perch abusasse dell'accordatagli amicizia e turbasse l'innocenza di sua figlia; ma il giovane pieno di un generoso sdegno le rispose, s essere bene straniero alle basse mire de' seduttori:--Io vidi vostra figlia, e ne fui preso: la sua innocenza tutto mi ha preso, io l'amo e desidero di formare la felicit di entrambi, se voi vi assentite, e se ella non isdegna di dividere meco la vita. Io sar lieto se vivr con lei, ella sar la speranza della mia fortuna: coltiver i miei campi, sar a parte della mia messe e divider il mio letto.-- Rosa si compiacque a questi accenti, e di troppo amava la figlia perch non l'allettasse l'idea della di lei felicit. Baci l'innocente che ancor si avvinghiava al suo petto, e in cui le parole di Girani cresceano la trepidazione, e rialzandola le diceva:--Marcellina, pur troppo destino del nostro sesso, di non sedere sempre a quei focolari ove abbiamo mandati i primi vagiti. Lo sa il cielo quanto mi pesi la sola idea di dovermi dividere da te, ma converr seguire il nostro destino. Per non sia mai ch'io voglia far forza a' tuoi affetti. Girani coltiva molti campi, tiene molti greggi, e raccoglie maggior messe di noi; ma se Girani non pel tuo cuore, io non vorr giammai consigliarti ad assentire alla sue richieste. Finch io viva e tuo padre, starai con noi; quando ti abbandoneremo, tua questa capanna e questa valle, e qui sola ma libera, povera ma non infelice, condurrai la tua vita nell'innocenza.-- Intanto l'agitata giovanetta teneasi pur vicina alla cara parente, la stringeva e talvolta le dava caldi baci. Girani la premea perch pure rispondesse un accento, ed in fine pur sollecitata dalla madre, tutta vergognosa rispose--Ei mostra tanta premura per me, ei mi dona i suoi colombi, gli oggetti suoi pi teneri, ei dice di amarmi, potrei essergli ingrata?-- Ma Rosa perch meglio e pi liberamente potesse spiare i pensieri della figlia, ricord come non le conveniva parlarne pi oltre se prima non erasi consigliata col marito, e licenzi Girani. Ei profferse in affettuosi accenti di nuovo l'amor suo a Marcellina, e part giulivo e pieno di speranze, mentre l'amorosa fanciulla cogli occhi tremolanti di un fuoco novello, lo seguiva finch la lontananza e gli opposti colli non l'involarono. Giovanni fu contento della novella, poich piacevagli in Girani la gentil persona, la semplicit de' costumi, la florida giovinezza, e l'animo indomito alle fatiche. Il Cieco pose in assetto le opinioni, e la Marcelina venne promessa a Girani: fu divisato il prossimo autunno dopo il raccolto delle uve a stringere il felice imeneo. XVIII. Chi potr ricordare la gioja de' due amanti mentre pur li premea l'angoscia della lontana unione? Girani veniva ogni d a Nebiolo, ei volava come la rondinella al nido: sovveniva nel lor lavoro a' vecchi genitori della fidanzata, e mentre questa allestiva il cibo, ei facea la frasca a' buoi, e raccogliea le agnelle che si sbrancavano sul colle. La Marcellina festevole cantava la canzone della montagna, accarezzava i bei colombi e appena sorgeva l'aurora, le pungeva desio di vedere lo sposo. Questi per per volgere di fortuna non lasciava le sue antiche abitudini: innanzi di andare a Nebiolo spesso allungava la via e veniva alla pianta de' sospiri; di l considerava il casale umile ove si racchiudeva il caro sogno delle sue notti, il primo oggetto dei suoi pensieri; e la ricordanza delle passate angoscie, gli condiva di nuovo diletto l'idea del bene presente. Spiava nella valle se mai qualche agnella della cara fanciulla si fosse di troppo dilungata dall'ovile, e volava a richiamarla, indi festante rendevasi al tetto desiderato, ove lo accoglieva il gentile sorriso dell'amor suo. Un d venuto verso il meriggio alla pianticella, di l vide la Marcellina assisa all'ombra tutta sola coi colombi e coll'agnelletta: ei ne fu allegro ch pochi momenti gli era riuscito di vederla sola. Si precipit da quell'eminenza, e leggiermente arrampicatosi in mezzo al boschetto, fu sul colle e dietro la Marcellina senza ch'ella se ne avvedesse. Giunse mentre essa occupata al solo suo dilettarsi, careggiava gl'innocenti suoi amici, e finiva di cantare una rustica canzone che cos suona: Perch su questo margine Non il mio caro ben? Un'amorosa lagrima Vorrei versargli in sen? Girani udendola non pot pi starsi, e improvvisamente avvicinatosele, presentatole un mazzetto di fiori che per lei recava, esclam:--Non lungi l'amor tuo, agnelletta solitaria di questo colle, fiore vezzoso di questi boschi, splendore di Nebiolo: n l'amorosa tua lagrima fia che raccolgano queste invide zolle, ma bens le labbra accese del tuo sposo.-- Rest intimorita la bella, come giovinetta capriola cui improvviso calpesto turb il pasco innocente. Girani dolcemente la piglia per la mano.--A che dunque, mia cara Marcellina, non versi nel mio seno questa amorosa lagrima? a che ti stai s timida e non vieni fra queste mie braccia? perch que' baci che pur confusa comparti all'agnelletta a me non li dai, a me che ten sarei ben pi grato? non vedi come queste colombe affettuose c'insegnano ad amarci? Segui, Marcellina, il loro esempio e accogli me pure al tuo seno, lascia che io pure su quella cara bocca..... Ma essa respingendo dolcemente lui che gi erasele s avvicinato che beveva l'alito soave de' di lei sospiri, disse che a niuno patto volea che pi se le accostasse. Sdegnoso allora l'amante minacciava di fuggirsene, ella il richiamava soavemente, semplicetta scuotendosi nelle spalle, e il tratteneva con un loquace favellare degli occhi da cui piovea un'aura celeste che il rapiva a ignota volutt. Or mentre mal contende col focoso amatore, ecco s'accorge d'un suo colombo ch'era fuggito, di che fu assai turbata: e sebbene Girani la rampognasse, quasi pi di quella bestiuola le tenesse che di lui, ella pi sempre diveniane inquieta, perch gi erasi rifuggito sur un'alta pianta, temendo non prendesse pi lontano volo. Il destro amante prestamente s'arrampic fra que' rami, ed ebbe preso il colombo, ma disceso premendolo con ambe le mani, giurava a lei che il richiedeva, di non volerlo rendere se non n'avea in compenso un bacio. Mancellina gli rispose con un vezzoso sorriso, sicch lusingato ei gliele porse, ma la furbetta sen fugg ridendo. Si sdegn l'amante, le tenne presso, e raggiuntala, con tanti sospiri la stringeva, e s dolorosi lamenti, che la bella fatta pietosa abbandon il capo dipinto di caro pudore sulle di lui spalle: trepidando ei raccolse su quella bocca di rose la pi soave rugiada. Marcellina dopo quell'istante fu pi affettuosa; ma disse che le si era destato in petto un fuoco che la distruggeva, e omai di troppo intendeva che cosa fosse amore. Parea che un delirio commuovesse l'innamorato Girani, che dopo quel bacio sentiva avere attinta novella vita: quindi sebbene Rosa non abbandonasse mai la figlia, amore industrioso sapea pur additargli qualche istante in cui potesse vezzeggiare la bella, e fra s teneri affetti spuntava ognor novello sugli animi loro il deso delle nozze. XIX. Sedeva nei campi il pampinoso autunno, e tripudiava la vendemmia sul colle: Girani propose che que' di Nebiolo scendessero pel ricolto dell'uve a Mancapane, onde egli poi co' suoi parenti convenire nella stessa occasione su quel poggio, siccome in fatto segu. Venne la Marcellina co' genitori al tetto di Girani: ivi si festeggi la vendemmia e poi si men sull'aja la carola della campestre innocenza. La figlia di Nebiolo per la seconda volta vide splendere la festa, e sebbene non avesse mai ballato che co' fanciulli della natale collina, nella rozza sua danza fu s seducente che riscosse gli applausi e piacque. Alla dimane vennero que' di Mancapane a Nebiolo, e quel giorno parve destinato a far parte ai congiunti ed agli amici che Marcellina era fidanzata a Girani. Mentre racimolavano gli altri, la fanciulla preparava il semplice pranzo e s'imband il desco sotto l'ombroso castagneto vicino. Eranvi tutti i provetti di Nebiolo d'ambo i sessi, e i congiunti dello sposo: ricordava quella mensa fra le frescure del bosco la festa del Monte, e fra gli applausi e gli evviva suonarono ognora i nomi degli amanti. Poich fu spento il desio del cibo, chi ragionava delle cose vedute nelle citt, chi la lor vita con quella dei signori paragonando, esaltava la semplicit della propria; chi richiamava le cose passate, e d'uno in altro ragionamento trapassando, si ricord qual fosse un d l'umile colle ove sedevano. Allora Marcellina ricerc il padre, perch sempre si fosse rifiutato a narrarle per qual maniera il loro eremitaggio da dovizioso e rinomato si trasformasse in poche capanne: affermando gli altri, che il racconto esser dovea bello e fiero, anche Girani venne nel desiderio di sentirlo. Giovanni le rispose ci seguire, perch mal si conveniva all'innocenza di una fanciulla; ma omai che era sposa esserle lecito di udirlo.-- acerba al certo e dolente la storia de' nostri maggiori; ma giacch questo d pur consacrato al riposo, finch pi alte s'innalzino l'ombre, mentre il calore del giorno vinto dalla freschezza della vicina sera, e grato qui pur lo starsi; a voi la narri il cieco, cui se tace la luce del sole, chiara la ricordanza delle passate et. Noi qui assisi sull'erba, silenziosi beremo il suono delle sue parole, come si ode sull'alba il canto dell'usignuolo fra l'ombre del bosco.-- LIBRO SECONDO IL CASTELLO DI STEFANAGO. _Ivi l'un l'altro Beremci il sangue, e giurerem sovr'esso Anco oltre morte di abborrirci noi._ ALFIERI. I. Desto a quell'invito il veglio, movendo intorno le appannate pupille, quasi pur cercasse di fruire la cara luce del sole, inchinava alle loro preci.--Fiera storia e crudele, mio dolce amico, m'inviti a narrare, e non quale si convenga a rallegrare un convito di gioja. Dolorosa in me si ridesta l'orma delle passate cose, perch pur mi ricorda la luce alma che bevea cogli occhi ora ottenebrati e muti, e mi richiama i lieti giorni della mia fuggita giovent. Ma poich tanto deso vi prende, pur nella mia fantasia si risvegliano i racconti che per lungo ordine di tradizione si tramandavano dai nostri avi ai giovinetti di questo casale. Gi il passato splende nella mia mente come raggio di sole; gi maggiore di me stesso parmi nel richiamare la storia dei padri nostri di essere rapito in altri luoghi; gi in me si destano le vive immagini che dopo tanti anni per me sono quiete: mi si pinge nell'animo questo cielo sempre sereno, mi piovono nell'agitata mente queste roccie e queste valli: vi veggio, o colli circostanti vestiti di chiomate piante, rendere bello e vago questo seno di natura, e vi veggo quali gi foste nei secoli che fuggirono. II. Erano piene di guerra queste convalli in cui ora s'ode l'umile belato delle agnelle; dove ora s'asside lo stanco agricoltore all'ombra, onde ristorar le forze vinte dagli agresti lavori, gi si pos cruento e grondante di sudore il feroce eroe della battaglia. Qui nembi s'adunarono di guerra e i procellosi sdegni, qui muggirono le civili discordie e il fasto de' potenti, e la Copia e il Carvenzolo, travolsero nelle loro acque sangue ed eroi. E tu, patrio nostro colle, ove poveri ma innocenti sediamo, gi andasti altero per inespugnabile Castello, per temute armi e pel nome di valorosi. Passarono su te l'ire delle guerre e i secoli fuggitivi, e cadesti; n pi una pietra ricorda l'antico tuo splendore: fumano pochi focolari ove prima bollivano ira ed orgoglio. Non era allora Nebiolo asilo di semplici agricoltori, n dirupato calle conduceva all'altera sua cima; ancora sono le tracce della agiata strada che dal torrente metteva alla formidabile rocca armi ed armati. Fu questa innalzata nelle prime ire civili d'Italia, allorch orde di barbari vennero dai servili loro solchi, come addensate tempeste, a distruggere la messe de' nostri fertili campi. Vide per lungo ordine succedersi or miti or turbolenti Signori i Cavalieri di Nebiolo: da questa sede ricevevano leggi e l'opposto Costiolo, e la sorgente Codevilla, e l'amena Torrazza in cui ergevasi la torre delle carceri, e talora vi prest omaggio anche il delizioso Montebello. Su quest'erta infieriva il feudalismo: al suono di sue catene invano fremea la morta libert latina, invano la patria gemea nel vedersi, opera de' barbari, serva de' proprj figli, tiranni dei loro fratelli, e invano innalzava al cielo il sospiro della speranza. Qui sorgeva il tribunale e il patibolo, qui portavano gli schiavi di queste valli la primizia delle loro messi, e tremavano prostrati innanzi al fasto de' loro oppressori. Invano si spargeano i gemiti de' conservi, e mordeano i vassalli fremendo le proprie catene: l'ambizione de' vicini potenti facea loro sovente cangiare oppressore, non fortuna. III. Era antica nimist fra i signori di Nebiolo e quelli del non lontano Stefanago. Aveano segute sempre contrarie fazioni, adescavano ognor la discordia fra' loro alleati, e trassero sovente gli abitatori di questi colli a portare le armi contro i loro fratelli. Spesso aveano spinta la guerra fin sotto le loro rocche, posta in dubbio la lor sorte, sparso il comune sangue: se ebbero talora deposti i brandi, li costrinse necessit, non pensiero di pace: la tregua era richiesta a rinnovellare le forze; era calma di bufera che pi feroce ridesta l'ira sterminatrice. Mentre stringeano l'itale contrade le tenebre del secolo undecimo, a Stefanago regnava Stefano II, il pi fiero della famiglia e il pi valoroso. Era detto il Rosso pel colore della sua bandiera e de' suoi ricciati capelli. Era uomo rabido, feroce, d'animo ardito, intraprenditore, fosco: ruotava lo sguardo qual sinistra cometa, e pari a suono d'acqua cadente, rauca e fiera mandava la voce. Niuno senta pi di lui l'altezza de' suoi natali, niuno avea maggior sete d'onori e di gloria, niuno pi fermo nell'odio e nell'ira: avea portate l'armi nella Crociata, ed era salito illustre fra pi valorosi cavalieri. Guidone era allora signor di Nebiolo: sdegn seguire la Croce, ch disprezzava uomini e cielo. Si leggevano sulle agrottate sue ciglia cupi pensieri, quasi costrette nubi piene di tempesta: il facile muoversi dell'aggrinzata spaziosa fronte annunziava il succedersi nella sua mente di sempre nuove idee: orgoglioso aveva a schifo abbassare lo sguardo sul verme che gli strisciava al piede; niun lamento giungeva fino al ferreo suo cuore: spirava dall'occhio inquieto tosco, e vendetta, idolo a cui sagrificava anche i proprj affetti. Non conosceva altro dritto che la propria spada, altra legge che il proprio volere, altro consiglio od ajuto che i suoi pensieri e il valore dell'indomabile suo braccio. IV. Stefano e Guidone aveansi giurato odio eterno fin dall'infanzia: mentre i loro padri erano uniti per comporre una pace, i figli per puerile giuoco discordi, destati all'ira vennero alle mani, e in s mostrarono trasfusi l'odio e la fierezza degli avi. Invano i Signori di Malaspina si sforzarono pi volte di conciliar gli animi loro, n solo ottennero di ridurli per pochi momenti in tregua a respirar l'aura stessa: essi non si videro che nella mischia delle battaglie, non s'incontrarono che per macchiarsi del vicendevole sangue. Non davano mai posa ai loro turbolenti affetti, e spargeano di tanto l'odio proprio ne' loro vassalli, che que' di Nebiolo e di Stefanago non si scontravano mai senza venire alle mani, e le feste di questi colli eran ognora turbate dai loro ratti e dalle loro risse. Si spingeano sempre audaci gli uni sul confine degli altri a rapire le caccie, a calpestare le messi, ad insidiare i coloni, ed ove non potea il valore scendeva lo stile del tradimento. La diffidenza e lo spavento passeggiavano sempre queste valli, e stringevano i cuori, da cui era volta in fuga la gioja della calma. Era a Stefano una figlia cui sorridea trilustre giovinezza, di cuor gentile e dalle chiome bionde, siccome raggio di sol cadente: a Guidone un Antelmo, ardito, generoso cuore, cui spuntava scarso ancora il primo onor del mento. V'ebbe chi ard proporre a compor tante liti le loro nozze: Stefano giur che avrebbe prima strappato di sua mano il cuore dal seno palpitante di Bianca anzich vederla congiunta ad un Nebiolo; Guidone non rispose che con un amaro sorriso. Non v'era fra i due rivali altra pace che la tomba. Anselmo era men fiero del padre: talora si dolea di s pazze inimicizie, ma si dolea con s stesso, ch fora stato alto delitto sulle sue labbra il profano accento nella casa di Guidone; per ispirato dal furore degli avi e degl'insulti presenti, si procacciava pur sempre di vendicare i suoi e portar nocumento al Rosso. N questi si avviliva per ci, n tenea il nemico pi possente: ch se il Nebiolo avea due spade in campo, era la sua troppo formidabile nella temuta destra, era morte certa ai nemici, folgore sterminatrice di guerra. Pure si dolea sempre al cielo che non concedeva anche ad esso un figlio, per infondergli in petto il suo foco e l'odio suo, invido quindi ordiva sempre insidie alla giovanile imprudenza d'Anselmo, che sebbene valoroso alfine vi cadde. V. Taluno di voi ben vide il Castello di Stefanago: egli tuttora intatto quale s'innalz nelle passate et. Ben mi ricorda che ancor giovanetto, mentre poteano fisarsi al sole queste luci or chiuse in perpetua notte, errai sovente intorno a quelle solitudini riguardando l'altera mole, e narravano i coloni come s'udivano ivi ancora di notte lunghi ululati di compianto e di lamenti, e gridi di vendetta e fragore di guerra. Nel cuor di questi dirupi, non lunge dal seno ove la Copia trascina dal monte arene e sassi, in mezzo a minori eminenze, sorge a piramide il poggio solitario su cui torreggia la superba Rocca. Ivi la innalzava uno Stefano perch gli parve difficile il loco a pigliarsi, mentre potea dominare sovra gli altri e quasi avere l'ossequio de' circostanti colli: cos gli lusingava il suo orgoglio, e la chiam dal suo nome. Meravigliano tuttora i riguardanti come siensi col ammucchiati tanti massi e tante pietre: i pi canuti di quelle valli favoleggiano ancora, che quel Castello si ergesse in tre notti per opera d'incanto. La prepotenza del feudalismo e le fatiche degli schiavi grondanti di sudore, operarono ne' tempi pi oscuri queste male. Bella la vista di Stefanago, o ti diletti contemplarlo da lungi, o ti aggiri al pi della rupe su cui maestoso siede. Gli corre all'intorno quasi alla met del colle lungo giro di mura, che per le guardie e le vedette accennano, quasi bastite, chiudessero le prime fortificazioni, le quali in varia foggia sorgevano sul pendo, e dove ora si abbarbica la tortuosa vite. Sulla cima torreggia il maestoso castello procinto di densi baluardi, di propugnacoli e di guerresche difese, d'ogni parte ben serrato, presentando all'oste che ardisse accostarsegli orride bocche di spavento e di sterminio. Una tortuosa via di pietre dalla valle scorge all'antemurale ed alla uscita estrema: da questa trascorrendo fra le fortificazioni per rapido sentiero, si giunge al secondo ingresso, da cui sassosa scala mette all'inespugnabile Rocca. Sopra la sua ferrata porta si spinge al cielo l'alta torre che orgogliosa per intangibili mura, insulta agli anni ed all'et fuggitive. Essa scopre ad un tempo allo sguardo i monti e le pianure, e piove una grandine di sassi sul nemico che portasse tant'oltre il piede; mentre da ogni parte si mandano per aperti artifiziosi spiragli mille strali di morte. VI. Un d Stefano diede voce ch'egli n'andasse a diporto dai Malaspini a Pregola sul Penice. Anselmo dal padre istigato con breve mano de' suoi valorosi, si spinse su quello del Rosso a depredarne le mandre, a devastarne i campi; e inseguendo i fuggitivi ardito s'inoltr fin sotto al nemico Castello. Pose fiato alla bellica tromba, e sfid come altre volte solea i nemici alla battaglia: niuno rispose, e tacile le scolte sostenevano dalle mura il pi amaro insulto. Anselmo diede volta al cavallo per tornarsi, reputando vilt spargere voce di guerra innanzi a' codardi; ma taluno de' suoi pi fiero e men generoso, si scagli ad insultare la sentinella della porta: grida questa per soccorso, vengono pochi de' suoi, la difendono, e in tal modo involontariamente si appicca la mischia. Allora l'armi di Nebiolo son volte contro la porta: dopo breve resistenza cede e s apre. Fatto ardito il picciolo drappello penetra il primo cortile, sparge terrore, e innalza gridi di vittoria. Ma in quell'istante sbocca Stefano da alcuni sotterranei che dal castello metteano nel sottoposto bosco, prende furiosamente co' suoi i nemici alle spalle, e stretti in luogo angusto, sconosciuto, sopraffatti da' soldati che da ogni parte come onda di crescente fiume precipitavan su loro, in poco d'ora gli ebbe a man salva vinti e fatti prigioni. De' pochi compagni d'Anselmo che restarono in vita, Stefano fece a quali tagliare l'orecchie, a quali la destra, quindi cos mutilati li mand al loro Signore, dicendo che in tal modo tosava le capre che s'attentavano mozzicare nelle sue vigne; del lupo poi che ard portare l'avido dente nel suo ovile, avrebbe fatto quanto richiedeagli la vendetta dei suoi cani. Indi ordin ai suoi sgherri, che troncata la testa ad Anselmo, la si innalzasse sulla maggior vedetta del baluardo. Non si avviliva il giovane per ci, ma gi fra le mani de' suoi sicarj, fieramente lo insultava; il tacciava di traditore e di vile, e diceagli che se avea petto dovea seco lui discendere al duello.--Ma troppo fiacco il tuo braccio, perch osi trattare la spada del valore; tu paventi troppo i Nebiolo, e perci tendi loro infami insidie, tu cui il solo lampo della loro spada fa tremare ogni vena.-- Ferano acerbamente Stefano quell'orgoglio e quella rampogna, e meditando pi lunga e cruda vendetta, entratogli anco speranza con quest'amo di trarre pure il padre nella rete, richiam quell'ordine di morte, e fe' gittare il giovane eroe nella torre, stretto di ferri. Ivi spesso il caricava di tante catene che a fatica poteva reggerle; talora legategli le mani al tergo ed annodatele ad una corda che pendea dalla volta, il teneva sospeso dal suolo, rovesciando miseramente col peso del corpo le braccia: sovente ordinava venisse per giorni intieri immobilmente legato al muro in piedi o boccone sul suolo. Ivi il misero dormendo sul terreno ignudo, pativa disagio d'ogni nutrimento, e sovente alle arse sue labbra dopo lunga sete, si concedevano, a spegnerla, liquori putrefatti o amari. Fiera questa torre in cui per brevi spiragli penetra poca luce, e il piano destinato alla carcere si il primo che sovrasta all'ingresso della Rocca. La scala che conduce ad essa passa per gli appartamenti di Stefano: la porta ne tutta di ferro, e presso alle imposte di sasso aperto un tortuoso pertugio che appena consente il passaggio ad una mano, onde per questo ministrare al prigione lo scarso cibo, allorch non si vuole penetrare la carcere. Stefano ne tenea sempre seco le chiavi, n si apriva quella porta fatale s'egli non era presente, n alcuno si accostava al prigioniere senza che esso ne spiasse i moti e gli sguardi, perch temea mosso a piet non ardisse in secreto rendere mite la sua vendetta. VII. Anselmo per fra tante strettezze e in s dolorosa vita non si avviliva mai. N la scarsit del cibo, n i sonni interrotti dalle catene, dal duro letto e spesso dalla presenza del truculento nemico, n i pi fieri tormenti, poterono domare l'animo di lui. Ogni volta che udiva stridere le ferree imposte, presago di nuove sciagure, senta corrersi per le vene un gelo: per non cangi mai di aspetto o si atterr al fulminar degli sguardi di Stefano, e queto sempre ud la minaccia di nuovi tormenti: agli insulti o non rispondeva o opponeva il disprezzo. Il Rosso il premea perch scrivesse a suo padre di venire in un vicino bosco, ove gli avrebbe acconsentito di parlargli per trattare di pace. Era questo un inganno che ordiva per indurre pure Guidone ne' suoi lacci: ben Anselmo sel vide, n mai per preci, promesse o minaccie volle annuirvi. Ei non sostenne mai un solo istante che il suo cuore si mostrasse debole innanzi al nemico, e se talora fra i patimenti pur si dolse, il facea sommessamente e solo. VIII. Allorch Anselmo venne trascinato nella torre, Bianca sbigottita al suono dell'armi che s'era sparso nel Castello, accorsa alle grida de' soldati nella stanza per cui passava, vide il giovine bello e disdegnoso fieramente insultato, e n'ebbe piet. Fu per gelosa che il padre non s'avvedesse di questo sentimento che le muoveva il cuore, poich si sarebbe tenuta persa. Pensava sempre ai crudi modi con cui udiva opprimersi lo sventurato straniero, e si dolea di non potergli prestare alcun soccorso; per n osava chiederne, n muovere accento a svegliare compassione per lui: ben sapea che se l'avesse tradita un sol sospiro, in un loco ove era ignota la piet, e avrebbe provocata la spaventosa ira del padre, e ridestando gelosi sospetti, accelerata a un tempo la morte dello sventurato. Anselmo gi da molto giaceva nel duro suo carcere, e l'inumano Stefano iroso perch vedea tornar vano ogni suo pensiero di nuovi tradimenti, e il giovinetto rintuzzare con indomito petto l'ira sua, gli diminuiva ogni d pi il cibo. Quasi meditasse fra que' ceppi lasciarlo perire di fame, gi da alcuni giorni non avea schiusa la fatale porta, n permettea che alcuno si attentasse avvicinarsele, paventando si concedesse al nemico maggior vitto di quanto dall'angusto pertugio ordinava gli venisse ministrato in sua presenza. Mentre volgeano s acerbi d, in tempo che il fiero Duca era lunge dai Castello, tutto era quiete, e Bianca sola passeggiava sotto il battuto della torre, e flebilmente cantava, quasi cercasse rapire s stessa dai cupi pensieri ove la sospingeva la vista delle impenetrabili mura in cui crebbe; Anselmo sentendola, e come pi pot, avvicinatosi allo spiraglio da cui ritraea scarsa luce, la dimand.--Ah per piet, chiunque voi siate, essere pietoso che qui v'aggirate, giacch non pu albergare anima fiera in cuor di donna, datemi un'arme con che io possa por fine alla tristissima mia vita. Omai qui ho difetto di pane e di acqua, ed quasi un d che son s travagliato dalla sete che sento struggermi le viscere. Porgetemi, e fia l'opera pi pia di questo Castello, porgetemi un ferro per piet.-- Que' dolorosi accenti discesero in cuore a Bianca, e fu commossa a tanta miseria: e sovvenendogli qual si fosse chi le parlava, parve che un'ignota voce la richiamasse a compassione, sicch superando il timore di essere scoperta e dell'ira paterna, gli rispose che attendesse. Vol alla carcere; colle preci e coi doni tanto si adopr che ne sedusse la guardia, sicch pot da quella picciola fessura offrire alcun sussidio al prigioniero: a ci per confortargli l'animo travagliato un un biglietto, in cui dicevagli essere figlia di Stefano bens, ma non d'egual cuore, l'animava a non ismarrirsi, e gli dava qualche speranza di salute. Anselmo si ristor alquanto, e ottenuto da Bianca con che scrivere, pot significarle i sentimenti del grato animo suo. Era Anselmo giovane d'alto intelletto, n lo studio dell'armi avealo sviato dal coltivare l'ingegno nelle discipline che gli consentivano le tenebre della sua et: le sue lettere cercarono il cuore di Bianca, e in lei la compassione erasi trasformata in tale inquietudine, che ognor la pungea nuovo deso di sapere novelle del cavaliere oppresso. Ogni volta che si mutavano le scolte e veniva a guardia della torre quella ch'essa avea resa amica, tosto volava a quella dura porta, e se il padre era assente stava a lungo a racconsolare Anselmo con miti accenti. Di propria mano gli sporgeva il cibo, e pi d'una volta in quell'angusto forame da cui il prigioniero traeva refrigerio a' suoi patimenti, strinse la mano pietosa che il sovveniva, e mentre esprimeale tremando la sua gratitudine, quella di Bianca tremando essa pure gli accennava, insieme alla piet, quai nuovi affetti le si destassero in petto. IX. Fra queste pie cure e il timore e il compianto, cresceva nella vergine leggiadra ognor pi compassione per le sciagure d'Anselmo. Poich questi pi volte esprimeale il desiderio di vederla, desiderio a cui parea dolcemente inclinare anch'essa; n ci riuscendole in niun modo, fatta ardita dalla bramosa, un d mentre il padre era penetrato nella torre infausta, con mendicato pretesto vi port audace il piede. Stefano lunge dal darle per ci rampogna, presala per la mano con amaro sorriso le disse--Vieni, figlia, impara anche nella docilit del tuo sesso ad abborrire i tuoi nemici. Calpesta questo orgoglioso: esso lotta contro la natura, contro la forza e contro il voler mio; ma pur se io sono Stefano, cadr. Esso lo sparviero che voleva dominare nei nostri boschi, vol intorno alla nostra sede, port l'artiglio nel nostro tetto, ma cadde nella rete, cadde nelle mie mani, n fia vi sfugga pi mai. Se ei non seconda il voler mio, se non chiama quel Guidone nella nostra valle al parlamento ch'io medito, vedrai ivi rotolarsi la sua testa, e il suo sangue render pi belle le nostre bandiere.-- Bianca stava sbigottita e muta presso al padre, guardava di soppiatto Anselmo cui n lo squallor della carcere, n i sostenuti patimenti, per nulla aveano scemato alla nobile fierezza del volto e all'avvenenza delle forme. Non volea applaudire agli inauditi crudi modi del padre, ch non gliele consentiva il cuore, ma non ardiva sciogliere accento per raddolcirne la fierezza; ben sapea che tanto stato sarebbe il segnale di morte pel prigioniere sventurato. Tremava la combattuta fanciulla, e riguardava Anselmo con un misto di piet, di conforto e di paura, che gli apriva quali angoscie a prova le combattessero nell'animo. Il Nebiolo per nulla si avviliva, muovea gli occhi or sul padre or sulla figlia, e mentre sdegnosi rifuggiano dall'uno, pareano vaghi fermarsi a contemplare il leggiadro viso della giovane pietosa, quasi stanco viatore cui aletta limpida fonte, e dopo petroso cammino rallegra l'amena verdura del prato. Nel momento che Stefano altrove torceva il fiero cipiglio, ei riguardava la bella, nelle accese luci raccoglieva il fuoco dell'alma, e in un baleno tutti le esprimeva i sensi ascosi. Per anzi che punto si dileguasse la sua fermezza, o gli annebbiasse debole tristizia il volto, con generoso ripiglio cos mordea il nemico.--Uomo dispietato e vile: a che insegni la tua malvagia crudelt a quest'angelo d'innocenza? Non temi che l'alito tuo soltanto macchii il candore delle sue virt? Assai si ravvisa al solo leggiadro aspetto di dolcezza pieno; ben altro il suo cuore dal tuo, e troppo straniera debb'essere in questo Castello, bench il destino ve la facesse nascere tua figlia. Tu sei lo sparviere, tu il lupo distruggitore, ma ella la colomba benefica che porge conforto alla solitaria tortorella del bosco, e le riconoscente, n mai vorr spiegare il volo dalla sua macchia, senza spargerle intorno il flebile canto della gratitudine.-- La giovane era commossa ai cari accenti da lei sola intesi, e tremava vedendo torvo ruotarsi qual tempestosa nube lo sguardo del padre che impaziente spirando tosco dalle enfiate labbia proruppe--Folle, a che vaneggi tu, a che muovi mistici detti? Ben io apprenderotti quale tu sia, e che sorte ti attenda. Qui vuolsi sangue, e tu il verserai. Per cessa dallo spargere ombra di lode a mia figlia: sarebbe in lei segno dell'odio mio la lode di un Nebiolo. Fra pochi d o tuo padre sar mio vassallo, o verserai colla vita questo insano orgoglio.-- Senza udire risposta, impone di raddoppiare i ferri al prigioniero, esce dispettosamente dall'infausta soglia e seco trascina Bianca. Soffoca la timida i sospiri che le van concitando il terrore e la piet, e traendo dietro al padre, muove fuggitive le tremule pupille inondate di represso pianto sur Anselmo: mentre si avvisa d'infondergli speranza ed ardire, ritrae in vece dal di lui volto intrepido e sereno una straniera dolcezza che le piove in petto e lo schiude a nuovi affetti, quasi aura mattutina che accarezza la socchiusa rosa, finch apra il seno a' balsami della rugiada. X. Il Rosso sped un messo a Guidone a ordinargli che cessasse dallo spargere contro di lui le insane sue grida, e sciogliesse il turbine di guerra che milantava volere portargli a Stefanago per vendicare il figlio. Questi giacersi nella sua torre, e proporgli solo partito a liberarlo, che ei si rendesse vassallo di Stefano: se il nega manderebbe a Nebiolo la testa d'Anselmo: due soli d concedersi alla scelta. Arse di rabbia Guidone alla fiera minaccia e ordin che si gittasse dalla sua torre il messo. Stefano che pi ritornar nol vide e seppe da' suoi spiatori la fine di costui, si morse per dispetto le labbia agitando vendetta. Band nei suoi feudi la condanna d'Anselmo decapitato tra due d, e mandogli nel carcere avviso che si apparecchiasse a morire: ei nulla rispose, ma sguard con s fermo ciglio chi glielo annunziava, che vergognando si ritrasse dalla carcere in cui risplendea tanta virt. Pure perch l'ira di Stefano pi s'accendea a quel silenzio, e di nuovo gli proponeva la vita a prezzo della vilt, rispose il generoso Nebiolo che nulla temeva la morte e che da un codardo suo pari, cui era morta in petto ogni scintilla di valore, non doveasi attendere che tradimenti e patiboli. XI. Bianca erane oltre modo dolente, e seguendo gl'impulsi del suo cuore seco ferm di liberare il giovane prigioniero. Gli porse tenere preghiere perch volesse assecondare le di lei premure se avesse schiuso il carcere, n sdegnasse la sua virt di salvare una vita che non era del tutto sua ove teneva un padre, e ricordasse che il misero morrebbe di dolore nell'udire la dira e sanguinosa novella. Persuadeano l'austera ragione d'Anselmo le care sollecitudini di Bianca, e sebbene d'animo forte pur gli tremava il pensiero all'immagine d'una morte obbrobriosa ed oscura: ma l'idea che la sua salvezza travolgesse Bianca a certa rovina, gli ridestavano nell'animo le assopite virt e pria scegliea cadere che vivere coll'onta di una viltade in fronte. Rispose per a Bianca che sarebbesi arreso, presto a secondare quanto gli richiedea la piet di lei, ove ella volesse seco partirsi dall'infausto castello, perch non pativa di abbandonarla al furore del Rosso, e confidare, libero e a lei vicino, di porre fine alle tremende ire paterne. Alla misera di troppo era noto Stefano, perch potesse annidare pur lieve speranza; ma serbava troppe virt perch sostenesse di offuscarne lo splendore con una fuga, e troppo le tenea d'Anselmo onde abbandonarlo: pens di salvarlo, gittarsi indi ai piedi del padre, e cadere vittima del suo implacabile sdegno. Bianca di continuo attendeva se il padre dimenticasse nella sua stanza le chiavi della carcere: ma invano lo sper, e temeva che male le riescissero i suoi pensieri. Gi premea l'ultima sera che spargea colle tenebre l'estremo sonno sulle pupille d'Anselmo, gi s'apprestavano nella prossima valle il feral palco e la cruda bipenne, e il misero giacea pur sempre ne' suoi ferri: non si lagnava, non ostentava coraggio, queto aspettava il suo destino. Ma con quella notte scendeva il gelo di morte in seno a Bianca: le parea ad ogni istante che sorgesse l'importuna aurora, e sentiva nell'animo il suono del bronzo fatale e l'ultimo sospiro di Anselmo morente. N pi potendo reggere a s funeste immagini, n parendole che dar si convenisse maggior indugio al pietoso suo proponimento, fatta ardita, siccome la stringea necessit di consiglio, penetr nella stanza ove Stefano dormiva, e chetamente avvicinatasi ove tenea le chiavi, le rap. Prese il serico di lui mantello adorno d'aurei fregi, e la celata ondeggiante per molte piume, se ne ricopr la persona, si arm d'una spada, e tacita e franca s'avvi alla torre. XII. Poco differa Bianca dal padre in altezza, sicch le sentinelle non si accorsero della frode. Disserra l'uscio ferrato, e ad Anselmo che scosso riguardava chi venisse a portargli o vita o morte, dicea pregando e stendendo le mani tremanti ai suoi ceppi:--Ecco ti schiudo il tuo carcere, ti sciolgo le tue catene. Quest'abito e questo elmo ti apriranno ogni via ed ogni porta, ch tutti ti crederanno il Signore. All'ultima uscita gi presto un mio fido con un cavallo: t'invola, salvati e ricordati nel furor delle tue vendette che Stefano padre di Bianca... Non obbliare talora quella mano che scioglie i tuoi ferri:... io gi non sar pi, ben conosco l'ira paterna, ma la ricordanza di chi per te si dimentica d'essere figlia, ti renda meno crudele...--Ah Bianca, ch'io parta e abbandoni te fra gli artigli dei crudi?... ch'io viva mentre queste tue forme immortali, questo cuore s pietoso... questo pietoso cuore!... Ah non sia mai! mi colgano mille morti, anzi che esser reo di tanto delitto.--Anselmo, or s mi strazii d'acerba doglia, or che il tuo dubbio solo ne spinge a irreparabile rovina! Omai non ha pi speme, la sorte gittata e noi siamo entrambi perduti, che questa frode non pu starsi ignota a Stefano... Deh! se ami tuo padre, se non spenta ogni favilla di gloria nel generoso tuo cuore, se non mi sei ingrato, Anselmo, fuggi... io non posso essere felice se non ti vedo in salvo.-- Anselmo comprese il linguaggio della tenera fanciulla, commosso le cadde al piede, ch eran gi sciolte le sue catene, e stringendole teneramente la destra che copriva di lagrime riconoscenti e di baci.--Ah spirito celeste per cui mi son cari anche questi infausti luoghi! speranza della travagliata anima mia... Bianca, ah! no il mio cuore non pu esserti ingrato, se ei respira solo perch tu gli ministri l'aura di vita... ma che ei giammai non si divida da te: se lo abbandoni nulla per me la vita, lievi mi sono e patibolo e morte... Ma la giovane accorta avendo l'animo a doversi affrettare, pur lo pungea a fuggire, mentre ne avea ancor tempo: ei si arrendeva purch ella non rimanesse in sua vece nella torre. Volea schiudersi la strada col ferro, volea,... ma un lampo loro scioglie la confusion della niente: Bianca fa cenno alla sentinella pi prossima di entrare: la assalgono, la disarmano; Anselmo prende quelle armi e quella divisa, la minaccia di trafiggerla se chiama per aiuto: la chiudono nella torre e s'involano. Ogni servo cede al loro passaggio, ogni porta si apre, ch ognuno crede con un soldato il Duca. Bianca segue Anselmo, perch l'aspetto di un semplice uom d'armi potrebbe destar sospetto, n gli sarebbe permesso in quell'ora l'andar fuori. Gi solleciti hanno corsi gli appartamenti, lasciate addietro le ascolte, passate le due prime porte: gi trepidando di gioja si appresentano all'estrema, e Bianca d il cenno perch si schiuda. In tanto il soldato dalla torre innalza disperate grida, accorre la vicina guardia, si sente la frode, si d il segno di soccorso. Il custode dell'ultima uscita che stava per ischiudere, vedendo il contrasto de' due guerrieri, perch Anselmo premea Bianca a seguirla, e questa si rifiutava, sospetta dell'inganno, a quel clamore ne ha certezza, e vuole opporsi al loro passaggio; ma la spada d'Anselmo vince ogni ostacolo. Gi il grido d'allarme scorre per tutto il Castello, suona la campana, si desta la milizia, accorrono i servi, tutto scoperto. Anselmo non si perde d'animo, apre la porta, sale il pronto cavallo, si leva a forza Bianca sugli arcioni e si dilegua in un istante. Racconsola la vergine tremante, le ripete che non avrebbe mai patito di lasciarla vittima della sua piet, la preme al petto, la inanima, la pasce di nuove speranze e fugge. XIII. Precipita il cavallo fra le distorte vie: sprona timore chi il caccia e preme, ei vola e pare non senta il doppio peso, appena liba coll'agil piede e balze e valli e passa, e in breve sotto le mura di Nebiolo. Anselmo diede il solito suo segno e fu riconosciuto dalle veglie: si schiusero le porte, e fu uno stupore, una gioia di tutti nel vederlo di ritorno, mentre ognuno piangeva la sua morte: chi accorreva a riguardarlo, chi se gli faceva incontro e gli baciava le mani e lo stringeva al seno, mentre a tanto amore spuntava sul ciglio al reduce il pianto della riconoscenza. Guidone che gemea sulla sorte del figlio e ne fremea orribilmente in suono di piet e di rabbia, vedendolo improvvisamente libero, e stringendolo fra le sue braccia, pianse di paterno affetto: per fieri i suoi lumi aggirandosi fra quelle lagrime, quasi raggio di sole fra fosca nube, annunciavano le sue risorte speranze e la vendetta che gli suonava intorno al cuore. Ud severo e muto il fiero veglio i patimenti del figlio, e il suo silenzio parea la calma che precede la tempesta; ma quando seppe che seco traeva la figlia di Stefano, sorrise di barbara gioja, credendo che rapita l'avesse alla vendetta. Anselmo allora radolca quell'antica rabbia col racconto di quanto la virtuosa adoperasse per lui, e aprendogli i suoi affetti ascosi, gli asseverava com'ei non avrebbe mai con vilt corrisposto ove lo stringea gratitudine. Gli addusse innanzi la tremante donzella, che stava contrastata nell'idea dell'altrui sdegno, del luogo nemico ov'era, e di un incerto avvenire. La confort il giovinetto vestendo d'amorosa dolcezza le sue parole, sciolse i di lei timori, e ispirolle coraggio; le propose tutti i teneri sensi del proprio cuore omai non pi libero, non pi suo.--Tu, generosa Bianca, mi salvasti la vita, tu restituisci un figlio, tu perdesti un padre, io darotti uno sposo. Tu forse richiamerai la pace su questi contrastati colli, sarai l'angelo di salute a questi abitatori ognor turbati da ire nemiche. Tu splenderai raggio di gioja in Nebiolo, e l'anima mia accesa d'inesausti affetti attinger dai tuoi occhi una soave e nuova vita: tu sarai la speranza de' miei giorni, tu l'elemento del valor mio, e mentre io ti stringer al petto amante e sposo, grato in te mio padre ravviser l'angelica mano che gli rendeva un figlio e gli ricovr le perdute speranze. Fra tanta soavit di affezioni, tu ancora farai riflettere ne' nostri cuori il lampo della gioja, e su queste mura il sorriso della calma.-- Pioveano siccome rugiada ristoratrice di primavera sulle erbe appassite gli accenti d'Anselmo in cuore della vergine pudibonda, e a s teneri affetti stranieri nel luogo inospito ove sort la culla, ella beveva una nuova dolcezza che componeva le tempeste dell'animo suo. Tripudiava ei di vederla commossa, e tanto si ingegn che le rasciug il ciglio, e porgendole nel proprio un nuovo padre, pot richiamare in lei alquanto lo spirito smarrito. Guidone istesso rattemprando i vetusti sdegni che gli capano nell'animo, reso per amor del figlio di pi umana natura, con dolci blandizie la allett a nuovi pensieri, e insieme ad Anselmo la strinse al petto. Col giorno nascente, perch aura di nemica fama non turbasse il candore della bella innocenza di Bianca, fu nel castello ove sorgea il tempio celebrato l'imeneo: si sparse d'ogni intorno la letizia, e giuliva brill la festa per la liberazione d'Anselmo. Trassero da queste valli e i vassalli e le scalze contadine alla Rocca, onde offerire presenti, quali de' loro greggi, quai di frutti o di fiori ai nuovi sposi, e lieti ne ritornarono per doviziosi doni. Sparse la fama l'inaspettato evento, e tutti sperando di raggiungere la invano da lunga et sospirata concordia, aprivano l'animo a nuovo gaudio, sicch le conscie valli ripeterono gli evviva e i cantici di pace. XIV. Come ricordare il furore di Stefano allorch conobbe la frode? Morse per dolore le mani, squass la scompigliata chioma, e con un grido di rabbia dest all'armi i suoi: corse il Castello, n ritrovandoli fece inseguire i fuggitivi. Per il cammino era breve, e il timore aggiungea lena al loro corso; sentivano da lungi ferirli sull'ali de' venti il suono della suscitatrice squilla e gli urli dei soldati: ad ogni fischio d'aura, ad ogni sasso smosso dal veloce corsiero, si credeano preda degli irosi nemici, ma sperarono e ottennero salute. Poco dopo che si furono rifugiati in Nebiolo giunsero fino alle falde del colle armi ed armati, ma dipinti d'onta e di dispetto tornarono digiuni di preda e di vendetta al loro Signore. Stefano ponendo sull'irta testa il cimiero di guerra, proclama ribelle la figlia: giura di vendicarsi traendo dalla vagina il formidato brando, che agitato nella sua destra sparse sinistro lampo, sicch ne furono atterriti i circostanti.--Vendetta e morte siano la sola nostra insegna. Io non ho altri figli che questa spada: essa non torner al mio fianco se non grondante del sangue dei traditori: allora esultante tergerolla colle mie labbra e la riporr. Giurate vendetta o morte.--I vassalli palpitando toccavano col proprio quel brando fatale, e pronunziavano il terribile sacramento. Si spargeva a quei terribili accenti un cupo mormoro, che ripeteano le mura del palagio; parea che fino l'aura ne tremasse: un brivido, un gelo cercava tutti i cuori; tutti i volti erano smarriti, fuorch quello del tremendo Signore. Sventola sulla Torre di Stefanago la sanguinosa insegna; si diffonde in tutti i petti, scorre per tutte le valli fiero commovimento di guerra. E i Signori di Fortunago, e que' di Rocca Susella e i Malaspina del Penice son richiesti da Stefano alleati contro il Nebiolo. Il Castello manomesso, le scolte trafitte, la figlia involata, sono crucciosi argomenti sulle labbra de' suoi messi: preme e da tutti ottiene soccorso. Il grido di guerra mugge di monte in monte, l'indegnazione unisce arme ed armati, l'insegna di distruzione sparge il terrore, come spaventosa cometa. XV. Anselmo manda lettere a Stefano, che gli portano novella dell'imeneo di sua figlia, e gli propone una pace stretta da' nodi di sangue. A quell'annunzio pi freme il Rosso, risponde che si restituisca la giovane involata e il prigioniero, sdegnare ogni altro partito, e se pi si tarda a ubbidirlo, sterminer i nemici, sterminer Nebiolo; e il sangue de' vinti segner soltanto dopo la loro rovina, la pace. Bianca volea pur sola correre a rintuzzare l'ira del padre, a offerirgli il petto ignudo, ma Anselmo nol sostenne, sapendo che ne andava a certa morte: quanto meglio poteva, studiavasi di porre in calma l'inconsolabile fanciulla, cui quindi movea tenerezza pe' luoghi ove nacque e timore pel periglio del padre, quindi sollecitudine pel nuovo asilo e amore per lo sposo: era la deserta sempre atterrita dal pensiero, che apportavale irreparabile doglia qualunque fosse o il vincitore o il vinto, che era delitto in lei per qualunque porgesse voti; era sempre turbata dall'immagine che per s si destassero tanto furore e tante armi. Per mal sostenendo che crescesse il turbine senza che in nulla si fosse provata di scioglierlo, volle scrivere al padre accenti di filiale ossequio ed amore, volle cercargli per quanto avea di pi caro la pace. Mand un messo che gli deponesse a' piedi il proprio pentimento e l'ulivo, ma di questi pi non si ebbe notizia, e invano ogni d la profuga di Stefanago rinnovava la speranza di udire annunziarsi men fiera la volont del padre. Guidone per rivolto l'animo da ogni vano pensiero di pace, non istava neghittoso, perch a lui sprovvisto e inerme sovrastasse poi sul capo la nemica spada. Rampognava talora il mite cuore d'Anselmo e rideva di Bianca occupata nel suo dolersi al cielo per le proprie sventure. Non pens a far voti o ad innalzare preghiere; sollecit gli alleati persuadendo altrui e il suo dritto di difendere chi avea presso di s preso ospitalit, e vendicare gli oltraggi fatti nel figlio. Dava agli uni donativi, agli altri speranze; trasfuse in tutti l'odio ch'egli avea nel Rosso, sicch gi conveniano numerosi soldati intorno ai suoi vessilli. Bench mitigasse il suo fuoco a non esacerbare il dolore dei figli, pure sentiasi ruggire in petto l'ira antica, e l'odio degli avi gli ridestava la sete atra di sangue. Cos mentre l'uno fea velo dell'onte novelle alla brama che avea di prostrare il rivale, Guidone ridea nel pensiero di spegnere nel petto del nemico l'ognor rinascente livore. XVI. Lo strepito de' bellici strumenti, il clangor delle trombe, e il suono dei sacri bronzi, annunziavano la fatal milizia che sotto gli stendardi del Rosso s'avviava lungo il Carvenzolo verso le nemiche torri. Il cigolo delle ruote, il grave e lento stropicciare dei fanti, lo scalpitar de' cavalli, faceano un misto d'un cupo rimbombo che si ripeteva di speco in ispeco, e avvisavi al grave pondo tremarne il dirupo. Era ingombra la tortuosa via dal piano al colle d'armi e di combattenti, e i raggi del sole ripercossi dagli scudi, dai brandi e dai cimieri, pareano spargere nell'aure un torrente di scintille di fuoco. Fugge sbigottito il montano abitatore, e s impetra per paura, che n si lagna n piange per le calpestate messi e per le violate capanne: fuggono l'inerme veglio, le vergini pudibonde nelle macchie e negli spechi, e le madri tremanti si stringono i figli al seno. Il terrore precorre l'evento, si annunzia a Nebiolo la formidabile armata, si annunzia la sanguinosa bandiera, lo spaventoso motto, e sopra di essa orribile a vedersi il capo troncato del messo infelice. S'inaspriscono gli animi a tanta crudelt, e gi Guidone, non men fiero dell'abborrito rivale, anela vendetta. Gi in suo pensiero la vede compiuta e tutta ne pregusta il dolce, gi tende pi fili onde se pi cruenta la raggiunge, gli riesca pi cara. Mentre la militar baldanza si sparge pe' suoi campi a depredare gli abituri e gli armenti, mentre l'audace nemico lo insulta sotto le sue Rocche, il Nebiolo prepara loro per mille modi la morte. In que' tempi di barbarie tutto concedea la dira legge di guerra, n l'animo feroce di Guidone rifugga da crudelt. Ei sparse veleni nelle fonti, veleni nei vini, nei cibi de' coloni, veleni sulle micidiali spade: cos i seguaci di Stefano or a tradimento, or clti da improvvisa sventura, or con acerbi e lunghi dolori, e di giorno e di notte, e nelle capanne e nelle valli in diversi modi oscuri morivano. Il valore si affievoliva, giacevano le spade, la paura e il terrore cominciavano a cercare tutti i petti, mentre il nemico atrocemente ne esultava. XVII. Fremea il Rosso a questa nuova maniera di guerra che si opponeva al suo sdegno, e tarpava i suoi facinorosi disegni: fremeva nel vedersi tendere tanti agguati, patire tanti disagi il suo campo, e ostinato il nemico rifiutarsi alla battaglia. Gli parve dopo alcuni d che pi non potessero starsi senza taccia di vilt, divise le alleate schiere sui circostanti poggi, e ordin che con trabocchi e balestre s'investisse da una parte la Rocca, mentre egli co' pi arditi vi avrebbe dall'altra portato il ferro e il combattimento. Squillano d'ogni parte i guerreschi oricalchi che sfidano il nemico alla pugna, e mandano grida di confuse voci che tacciano di timore e di codardi gli assediati: s'innalza il canto di guerra, l'inno della vittoria; Stefano s'innalza invitto nell'armi, domatore dei possenti, e signor degli Irii colli; Stefano che se muove il passo tremano i forti, e paurosi fuggono ad appiattarsi come cervi ne' loro covili; se snuda il ferro china ogni orgogliosa testa: ei folgore sperditrice della battaglia, sterminatore de' nemici, oppugnator di Nebiolo. Erano mortali saette al cuore di Guidone gli acerbissimi accenti: lo stare chiuso ancora gli parrebbe vilt. Sente che gli giungono i soccorsi richiesti da Montebello, sguajnando l'invitta spada d il segno di guerra e si dispone a discendere nell'aperta campagna. Fremono intorno a lui i suoi prodi, e si diffonde fra loro un cupo suono di ripercossi scudi che pare il mesto lamento di rovina e di morte. Alzano alcuni dal chiuso cimiero in segreto gli occhi di preci al cielo, altri agghiacciano stretti da sinistri presentimenti. Ride Guidone e disprezza i loro voti, e scuote il brando che sparge sanguigni lampi, muove su loro uno sguardo di compassione, e pare rampognarli di vilt, e accennare che in quell'arme sua soltanto sia riposto il volere della terra e del cielo. Anche Anselmo cigne l'acciaro malgrado la sposa che dolcemente lo prega a restarsi, o a condurla seco.--No, non seguire tant'ira, dolce amor mio, n abbandonare questa misera a cui tu solo sei vita. Lascia al padre il peso di tanta guerra, e tu resta a difendere queste torri: ten prego pei primi nostri affetti, non allontanarti da me: sento che questo d pu riuscirti fatale, sento che noi non dobbiamo dividerci. Deh vorrai opporti all'amore della tua sposa la prima volta che trema sul tuo periglio? Che se tanta in te sete di gloria e di sangue, che si chiuda il tuo cuore alle mie preghiere, consenti che io pure combatta al tuo fianco e teco divida il destino dell'armi: io mi porr fra te e il ferro nemico, n vi avr soldato di Stefanago, per quanta fierezza accolga, che ardisca per questa via cercarti il petto.--Anselmo la confortava di lusinghevoli parole, e dolcemente se le richiamava perch s poco confidasse nel suo braccio. Per non cessava dalle preci l'esule timorosa; e se tacea, era il suo silenzio pi eloquente degli accenti, era un sospirare dolente, un riguardare pieno d'affetto, una mestizia che annebbiava i suoi vezzi e li rendea pi vaghi, come lo spruzzo della rugiada sulla rosa del mattino; le bagnavano le lagrime copiose il viso e risplendea pi bello come estivo sole dietro il velo di una minuta pioggia. Ma qual robusta quercia allo spirare d'aura leggiera, piega i mobili rami e non si commove nella radice, era intenerito l'eroe, ma non cedeva alle molli blandizie di Bianca: il chiamavano le trombe e l'impero del padre, e gi in punto di volare al campo raccomandava alla sposa i propri affetti. Com'ella vide che vani tornavano e preci e pianti, di nuovo il pregava:--Deh almeno, mio Anselmo, giacch pur corri alla battaglia, fuggi, ah fuggi l'incontro di mio padre. Volgi per piet su altri eroi la generosa spada; ah si torcerebbe al mio seno! io non potrei sostenerne l'atroce vista, n patire la mano che mi lusinga, fosse macchiata di sangue... e di qual sangue!... Il vostro incontro sarebbe troppo fatale... Anselmo, egli mio padre.--In cos dire avvolgeva vezzosa le braccia intorno al ferrato usbergo dello sposo, e dolcemente alzandogli la gi calata visiera, gli careggiava colla tremola mano il volto e baciava l'amata bocca. Ei rispondea parole e vezzi per sospiri e baci, e gi molli affetti gli addormentavano i bellici sdegni, se nol scuoteano le grida delle ordinate schiere. La voce di guerra impera su quella d'amore, tornano gli amanti agli amplessi, e con un loquace sospiro Anselmo a lei s'invola. Mentre ella lo seguita colle rugiadose pupille, l'altro talor si rivolge e dai chiuso elmetto pur le vibra gli ultimi accesi sguardi d'amore. Bianca abbandonata e sola anelava flebili singhiozzi, e quasi l'animo le fuggisse cadeva sul seggio abbandonato: indi sporgeva le braccia al guerriero e vuote le ritraeva al vedovo seno, chiedeva dell'amante all'aure, alle squallide pareti, ma ei gi era lunge, e al nome d'Anselmo rispondeano solo le cave vlte del Castello e il fiero muggito della battaglia. Gi l'accesa fantasia le dipinge nuove sventure, delibera seguire lo sposo, veste guerriera maglia e s'avvia verso la porta: se le oppone dolce violenza, per che delibera attendere finch meglio s'inviluppi la mischia, e fra maggiori cure non s'abbia mente a' suoi passi. Sta intanto dalla vedetta ad osservare la pugna n sa per cui preghi: palpita se piega l'una o l'altra schiera: or figlia, ora sposa, or fuggitiva, or serva, non sa far voti, spesso ondeggia, e trema sempre. XVIII. Torrenti che scendono furiosi da opposti monti e si mischiano frementi nella valle, nubi che s'incontrano e confuse ululando spargono lampi e tempeste, sono lievi immagini della crudele battaglia. Ondeggia il terrore sugli irti cimieri, morte splende negli sguardi dei combattenti, morte scaglia il declinare d'ogni spada. Nessun brando digiuno di sangue, tace in ogni petto la piet, pi lieto chi disset il suo sdegno nelle viscere di pi nemici, e fin dalle chiuse visiere, come lampo da nube, trapela il livore e l'ira: accende un sol desiderio e il superbo cor del Signore e il tremante petto dell'ultimo schiavo. Stefano, purch ognor versi sangue, non risparmia la punta dell'acciaro n al vincitore n al vinto: bufera che abbatte e l'alta pianta e l'ultimo virgulto: ogni volta che si gira la temuta destra cadono mietute teste, e le calpesta col piede che imprime orme di sangue e passa. Incoraggia i soldati col grido della vendetta e chiede del giovine Nebiolo. Questi, fido al suo giuramento, prode nel cruento certame, coglie mille palme sugli alleati e sfugge il fiero Sir di Stefanago. Ma il Rosso dal colle mentre gioisce fra le uccisioni, vede in basso consumarsi miseranda strage de' suoi, vede piegar l'armi, e un terribile guerriero, quasi turbo in campo di biade, spargere lo sterminio e la morte. Alle insegne, al portamento ravvisa Anselmo, e barbaramente esultando precipitandosi a valle, lo chiama alla tenzone.--Cessino l'armi, soldati: lascia, vituperato rapitor di fanciulle, di mostrarti prode sul volgo: il bastone e non la spada si conviene all'imbelle tuo braccio. Qui, qui ti rivolgi, la mia che ti attende e vuole insegnarti quanto valga un Nebiolo, eroe da tradimenti.-- Anselmo punto s aspramente il riguard e con disdegnoso ripiglio:--Uomo crudele, perch il cielo ti diede una figlia, e tu non puoi imitare le sue virt! Ammansa il tuo furore, omai Bianca mia sposa: benedisci a questo nodo, d la pace a' nostri cuori, a questi popoli.--Ah codardo! la pace al tuo cuore, daralla la punta della mia spada. Difenditi, n colla piet far velo alla tua paura.-- Segu l'assalto agli acerbi detti, che non permise Stefano all'altro di rispondergli, ma lo invest furiosamente col ferro. Anselmo cos costretto, chiamando in testimonio il cielo perch non avea rotti i suoi giuramenti, difendendosi si pose nell'infausto duello. L'una e l'altr'oste immobile rist, n osa innalzare un solo accento pe' due combattenti, pende dai loro moti, e corrono gli sguardi dietro al fulminar de' ferri. Qui ognuno trema, n osa col pensiero tentare il futuro, mentre Guidone spargendo strage nell'oste, iva affannoso in traccia del figlio. XIX. Bianca, che palpitante considerava la pugna, e a cui nulla sfuggiva, vide dal poggio il padre a provocare Anselmo, e un gelo di morte tutta la cerc. Present inevitabile la zuffa, e anziosa di dividerli, paventando per entrambi, vol dal Castello nel campo. Sopravvenne agli sdegnosi mentre aveano dato principio al fiero assalto, e siccome la consigliava amore, os, perch cessassero dall'armi, interporre la sua spada in mezzo alle loro destre. Stefano il crede un tradimento, e mentre grida al rivale:--Vile, il mio braccio vale per te e pe' tuoi--il suo ferro disceso nel petto dell'infelice Bianca. Essa d un grido--Ah padre--cadde, e l'elmetto rovesciato lascia sprigionare il tesoro delle bionde chiome. I due guerrieri la ravvisano, il Nebiolo ne resta stordito pel dolore: Stefano trae partito dalla sorpresa di lui per ordinare a' suoi soldati che si prendano la ferita e la trasportino a Stefanago. Anselmo s'avvede che gli rapita la sposa, cerca invano di soccorrerla, ch il Rosso gli sopra col ferro e il provoca di nuovo alla battaglia. In tanto la mischia cresce e si fa generale; coloro che videro il miserando caso di Bianca alzano grida di orrore: vola d'ogni parte la ferale novella, accorrono guerrieri nell'angusta valle, e in suo sdegno terribile Guidone scende anch'esso anelante di pugnare col nimico. L'odio antico fa dimenticare lo sdegno novello; Stefano lascia Anselmo e si batte con lui, e tanto eran lieti que' fieri d'incontrarsi, che avresti detto scendessero al ballo e non al conflitto. Mentre fremono intorno armi ed armati, e si oppongono scudo a scudo, elmo a elmo, spada a spada, Anselmo palpitante e addolorato, siccome gli persuade amore, silenzioso si ritira dal campo e segue la sposa. XX. Venivano intanto furiosi i due rivali alla lotta, e forse la morte d'un d'essi poneva breve termine alla guerra, se la pugna che d'ogni parte premea non turbava il duello. Allora sitibondi di sangue volgono il formidabile acciaro fra l'oste pi folta, e piove ove scende irreparabile morte: striscia di sangue allaga i lor passi, e mietono mille vite fra il volgo e fra gli eroi. Stefano instancabile rinnova ognora e gli assalti e la strage, scorre le file, raccoglie i fuggitivi e oppone il suo valore ove vien meno quello de' soldati. Guidone mentre incoraggia i suoi, gli spinge sul nemico con impeto irresistibile come sasso che si rotola dal monte, e li preme e li fuga e gli uccide: invano chiede a tutti del figlio. Poderoso era Guidone, ma in breve s'avvide che aveva una sola spada in campo, poich ove non folgoreggiava il suo brando piegavano i suoi, mentre dove non ruggiva l'ira del Rosso oprava la temuta destra di Fortunato Malaspina. Come generoso leone che si vede circuito nella foresta, fieramente si aggira fra le nemiche insidie, arruffa la bionda criniera e pone con un sol ruggito il gelo in petto de' cacciatori; cos Guidone or sul colle, or nel chino dava procelloso co' suoi ne' nemici, e la sola sua presenza era loro terrore e indubitata fuga. Ma il suo coraggio non potea soccorrere ogni drappello ed ogni mischia, n opporre lo scudo al Malaspina mentre frenava la baldanza del Rosso. Destro raccolse le sue schiere, le ordin in ben serrata coorte sulla via che mena alla Rocca, e vedendone scemato il numero, perch molti vilmente s'erano dati per vinti, sostenne da prode ritraendosi dubbia la battaglia, finch la notte pose termine alle ire ed al conflitto. Ritiratosi nel Castello fu dolente senza modo di non trovarvi il figlio, e scoprire venuta meno la fede di qualche alleato. Pure confidando nella prudenza d'Anselmo, colla speranza ei meditasse qualche audace impresa, divis tenersi chiuso nella Rocca finch spirasse aura pi propizia. Pass la notte nell'ordinare i suoi militi, applaudire a' valorosi, rinfrancare i meno audaci e dare ordini per la difesa. Intanto l'oste avversa destando d'ogni parte i fuochi e vegliando nel riordinare i battaglioni e repristinare le armi, accennava anzich riposare sulla vittoria, di prepararsi a nuove imprese. XXI. Appena sorgeva quasi a gramaglia, vestito d'infausta luce il d novello, Stefano siccome famelico lupo che s'aggira intorno all'ovile ove la greggia, inoltrato sino sotto le mura di Nebiolo, alteramente sfidava Guidone e il chiamava a nuova pugna, e perch vedea serrate le porte e niuno rispondere alle sue minacce, il tacciava di paura e di codardia. Fremeva il Nebiolo alla nuova rampogna, e malgrado il parere de' suoi, dest i soldati all'armi, e usc con essi dal chiuso. Retrocedono all'impeto novello le schiere del Rosso, gli altri le inseguono e porta il combattimento nella pianura: la fortuna or all'uno sorride, ora l'altro abbandona; a vicenda i due campi o vincitori o vinti innalzano il grido di fuga o di vittoria, e per lunghe ore si combatte or sull'alto or nel declivo con dubbio marte. Ma disperate grida de' talacimanni, un confuso suono di trombe, di squille e di timballi, un cupo rimbombo d'armi ed armati, annunziano che il forte preso d'assalto. Avvampa Guidone di dolore e di rabbia; e pur vorrebbe volare a soccorrerlo, ma invano cerca di abbandonare il conflitto in cui si trova avviluppato. Si batte con deliberato coraggio, fere, rovescia, uccide e stermina, ma se qui il nemico piega, invadono altre schiere vincitrici il Castello. Allora ode tuonare la voce di Stefano:--Sia preso, ma niuno osi vestirsi dell'ira mia, in quel petto fere solo il mio brando, beve sola la mia vendetta.--Guidone si volge a mandar pentito quell'orgoglio, ma d'ogni parte furiosamente assalito, e mentre abbatte chi gli viene incontro, preso a tradimento alle spalle disarmato, e prostrato fra mille ferri che gli pendono sul capo. Gli si annunzia le truppe disperse, presa la Rocca, dileguato il potere: s'insulta al vinto, e s'innalza il plauso della vittoria. Freme il Nebiolo stretto dalla turba che l'opprime e spaventa solo che ei giri la sanguinea vista: ei si scuote e palpitano mille petti, fremono mille spade, ch ognuno teme non riprenda l'armi e il furore, di tanto gli atterr sul campo; pari a cignale fra lacci, che se rabuffa l'ispido pelo o arruota la zanna, ne agghiacciano gli assalitori cui trema ancora la mente per la passata ferit della belva. Ma altiero in sua possanza il Rosso sopra al vinto e il garrisce amaramente.--Vedi, orgoglioso, il tuo Castello in mio potere: mira, gi divampa la fiamma divoratrice ove passeggiava il tuo orgoglio. Omai se' mio vassallo, mio schiavo, inchina la fronte al tuo Signore e siagli sgabello nel salire il suo destrero.--Cui il Nebiolo oppresso dal numero, ma non prostrato--Prode solo di parole: vile mi costringi per un tradimento: questo il valor tuo... A che ti rifuggi in mezzo a' tuoi agnelli che non osano alzare gli occhi paurosi sulla mia fronte? A che non ti provi meco come pur dinanzi mi provocasti, n io stetti chiuso tremando fra le mie mura? Oh! ma folle, che cerco? tu torci il guardo al solo lampo della mia spada. Perdei tutto, ma mi resta l'onor mio, tu codardo trionfi colla vilt, tu prode solo nel trucidar le fanciulle. XXII. Pungono acerbamente Stefano queste rampogne, ordina di rendere al nemico la libert e l'armi, e giura di dar morte al primo che attenter frapporsi al loro duello. Ossequiosi si ritraggono i soldati, e si sparge nel campo un cupo silenzio, che solo rotto dalla stridente fiamma che divora il Castello, e dallo scroscio delle mura cadenti. Allora Guidone impugnando il libero brando, volto in pria uno sguardo alla sua Rocca, senza mostrarsi n atterrito n dolente:--Rosso, ricordati che il mio petto non di debile donzella.--E l'altro a lui:--Servo di Nebiolo, troppo ho sete del tuo sangue perch fallisca il colpo.-- Sono questi detti il segno d'una lotta che pi fiera non segu fra eroi: lo scontro di due nembi che frammischiano le procelle, il fremito di due belve che pugnano nella foresta. Trema sotto a' lor piedi la valle, spirano fuoco gli irosi volti, lampi i brandi che scendono tempesta sull'elmo, sulla corazza e sullo scudo. Ma prodi erano entrambi e maestri di guerra, eran destri e micidiali i colpi, ma erano riparati. Arrabbia Guidone a s lunga resistenza, e impaziente apporta alla gola dell'altro la spada, ma mentre scaglia il colpo, Stefano percuote a lui s fieramente la mano, che forzato abbandonare l'arme. Per ei stesso non evit, abbench lieve la ferita, e sentendosi scorrere il sangue, fu sopra all'avversario, il rovesci, e brandendogli il ferro sul viso gli intim con terribil voce di darsi vinto. Guidone per nulla si arrende o mostra timore: rovesciato sbuffa come leone piagato a morte: freme, ma n parla, n si lagna, gira foschi gli occhi e mentre l'altro l'insulta, in un lampo coll'una mano procura di deviare la pendente spada, coll'altra tratta un pugnale, e lo avventa al petto del nemico. Ma il ferreo usbergo scudo al Rosso, che scosso a tanto ardire gl'immerge nella gola il provocato acciaro: e mentre quei versa il sangue e la vita, gli calca il petto coll'orgoglioso piede e l'insulta.--Cos il Rosso ti calpesta: cos qui fosse teco tuo figlio, e andasse ogni tuo congiunto come te e la tua Rocca, fuoco ed ombra.-- Levato il cruento elmo dell'ucciso, e innalzatolo con barbare grida sulla bandiera, fu la spoglia di Guidone gittata nella fiamma divoratrice che distruggeva l'oppugnata fortezza. Si fe' libero alla militar baldanza di depredare i poderi del vinto, e ordin l'inesausto odio di Stefano di rovesciare fino alle fondamenta la formidabile Rocca, sicch non ne restasse pietra sopra pietra, e si disperdesse pur la memoria di un orgoglio che fu. Fra tanta strage e sangue allora pens a' suoi ed alla pace: credendo Anselmo o estinto oscuramente o fuggito, depose la spada micidiale, e disse che perdonava alla figlia i commessi errori, perch aveagli aperta la strada alla vendetta. XXIII. Ma era vano il perdono di Stefano. L'ira e l'insano livore non gli permisero di veder qual piaga avesse il suo ferro aperta nel petto di Bianca; la vittoria gli aveva tratto di mente di chiederne novelle, pago di saperle in Stefanago. Giovane sventurata e in mal punto pietosa, ondeggiante fra gli affetti di sposa e di figlia, amore la trasse fra le battaglie, e ambizione la trascinava al nato suo tetto. Anselmo anelante la raggiunse lungo la via che conduce a Stefanago, recata sur un letto di frondi da una mano di fidi soldati. Come questi videro giungere il guerriero, dubitando non gli inseguisse onde loro involare Bianca, si disponevano alla difesa, ma il dolente alzando la destra ignuda gridava--Pace: io non porto guerra, voglio vedere la mia Bianca, la sposa mia, colei che per me si avventur fra l'armi, voglio soccorrere a' suoi mali e caderle vicino.-- Scese in cuore a Bianca la voce di Anselmo, e n'ebbe soave refrigerio; preg i soldati perch libero lasciassero a lui il passo al suo letto. Come il vide, quasi amore le richiamasse sulle erranti pupille il fuoco di vita, teneramente riguardandolo,--ah Anselmo mio, diletto sposo s per poco a me concesso!... vedi, omai segnato il mio destino, e mi abbandonava anche la speranza, se non che deso di pur vederti mi nudriva in seno amor di vita. Or lieta inchino alla necessit che mi appella, irreparabile necessit, poich la mano, ahi qual mano!... che trafisse questo mio seno, troppo seppe cercare le vie di morte.... Almeno colla mia vita si ponesse termine a tanto furore. Anselmo fattosele vicino, e presa la destra che Bianca avea a stento levata allorch il vide, teneramente la baciava e bagnava di pianto, e i suoi occhi stringendo agli occhi della sposa:--Ah Bianca, lungi per piet questi sinistri presagi che mi straziano.... Lascia al tuo Anselmo, all'amor del tuo sposo il pensiero di sanare la tua ferita: amore per me ti trasse al duro passo, amore deve prestarti salute.--Oh che di' tu mal accorto! quali pensieri aduni? a che pure stai? Non vedi i perigli che ti circondano? non senti il suono delle inimiche catene che ancor ti si apprestano? Ah va, fuggi, finch n'hai tempo! Soave in vero mi il vederti, e sento che la tua voce mi piove un balsamo sull'anima che mi asperge e disacerba fino le mie ferite;... ma tu sei in periglio, e a me sar bastante sollievo nelle ore estreme l'averti ancora abbracciato, e il sapere che quel ferro fatale fu sazio di una vittima sola... Ah se m'ami, se non vuoi contristare con terribili presentimenti l'anima mia fuggitiva, ricevi questo ultimo addio e involati sempre dalla sventurata tua sposa.-- Accompagnava la misera le meste parole con una soavit d'affetti che se le pingeano sul pallido viso e i sensi schiudeano dell'anima; stringeva a s Anselmo, e ancora tacendo il pregava in vista a salvarsi colla fuga. Ma questi ricus di lasciarla, depose lo scudo nelle mani de' soldati, e li sollecit perch la trasportassero ove erano indirizzati. Non si dipart mai lungo la via dal suo fianco, e d'amorose parole s'ingegnava lenire alla sfortunata il doppio affanno. Come furono al fatale Castello si adoprarono ragioni e preci perch Anselmo non vi ponesse il piede, presagendogli sinistri e sventure, ma tornarono a vto, quasi parole commesse al vento. Ei depose Bianca sul letto del riposo, e giur che niuno nol rimoverebbe mai finch era in vita. Ognuno sentivasi commosso da terrore discorrendo col pensiero i guai della giovinetta, ognuno era preso da meraviglia vedendo Anselmo con tanta fermezza riedere fra quelle mura; tutti rispettavano e compiangevano lo sposo di Bianca. XXIV. Le cure dell'arte indarno furono poste in opera, invano si accolsero labili speranze, ch non vi avea rimedio alla piaga fatale. Fuggiva alla misera col sangue la vita, che sentiva ognor pi venirsi meno: e il celeste suo spirito dolente di abbandonare il leggiadro velo con cui fu pellegrino in questo mortale viaggio, pareva ora fuggire dalle annebbiate pupille di Bianca, ora riedere ad esse non gi per fruire ancora la luce fuggitiva, ma per pascerle in quelle innamorate dello sposo, e ancor gustare la soavit dell'amoroso deso. Nulla sapevano quegli affannati, n curavansi chiedere di quanto accadeva a Nebiolo: Anselmo solo avea pensiero di soccorrere alla trafitta, mentre la nemica fortuna gli toglieva il patrio tetto, la libert e il padre. Fuggiva la notte funesta per Bianca, e ognor pi scemavano in lei le forze, e s'avvicinava l'ora del misero suo fine. Ordin che convenissero al suo letto il pio sacerdote, il custode del Castello, ed alcuni servi, e prendendo da loro gli estremi congedi, li pregava perch consentissero ad Anselmo suo torsi liberamente da quelle infauste mura.--Ei qui non pose inimico il piede, ei non apport sterminio e guerra ai vostri figli. Fu la piet che il trasse in queste soglie, la piet libera gliene dia l'uscita. Questo sia l'estremo favore che accordate alla povera vostra Bianca, questa l'ultima opera pia e giusta che vi consiglia l'amor mio: ve ne prego per quell'affetto che pur m'aveste, per quelle cure onde sovente raddolca per voi l'ira paterna, e vi resi men duro il suo rigore. Ei non ve ne far rimprovero; ditegli che il concedeste alla morente sua figlia, e che era crudelt negare l'estrema grazia alla figlia di Stefano.-- Erano tutti commossi intorno a lei, pieni di lagrime gli occhi, le risposero che Anselmo potea a suo piacere partirsi, ma ad un tempo che conveniva il facesse tosto, giacch giungeano dal campo sinistre novelle per lui. Si succedeva sulle squallide gote a Bianca un misto di piet e di dolore, piet che la stringea per le sventure che presaga dell'amico, dolore che la premeva perch dovesse dividersi innanzi di morire; ma vinse la piet e a lui dal labbro agitato dagli aneliti di morte volava la tenera preghiera.--Mio sposo, mio unico amico, va, ti salva, n volere ostinarti a perire vilmente fra questi ceppi, mentre t'attendono forse altrove gli allori della gloria e il periglio de' tuoi congiunti. Omai io sono presso al mio fine, inutili omai mi sono le tue cure. Lascia che sola io componga questi occhi al sonno di morte... Ti prometto che il tuo nome sar l'ultimo mio sospiro... tu sarai l'ultimo pensiero di Bianca... se tu solo fosti quello onde io gustai qualche dolce in questa travagliata vita...--Ah, Bianca, ch'io ti abbandoni? disperi dunque affatto di tua salute?... E dovr lasciarti sola contro l'ira d'un uomo s fiero? Ei venga, ei la spenga nel mio petto, e almeno vedendomi ancora ne' suoi ceppi, sia men duro con te... Ei sia feroce, ma non padre snaturato... ei ti dia l'estremo abbraccio e tu possa dividerti da lui obbliando un involontario...--Anselmo, e tanto ti stringe pensiero degli altrui filiali affetti, mentre nulla hai cura de' tuoi? forse in questo istante tuo padre oppresso dai nemici, invano sospira il braccio di suo figlio perch gli presti soccorso... forse ei cadde e non ha una mano amica che gli ministri l'ultimo uffizio di religiosa cura... Ah questa idea pur mi pesa! va, mio pietoso amico, per l'amore che mi ponesti in questi brevi giorni di nostra unione, va, ti prema sollecitudine pel padre, cedi al deso della tua Bianca che ten prega e ti vuol compassionevole, n si acqueta che in questo pensiero...-- Erano inutili le preci di lei, e i consigli di quelli che il circondavano: Anselmo rispose siccome conosceva il valor di Guidone, e che ove fortuna men propizia gli mostrasse la fronte, chiuso nella Rocca poteva sostenere lunga difesa: allora migliorata la salute della sposa, sarebbe volato a soccorrerlo. Soggiunse come solo ei seguendo i consigli del cuore, mai non si sbigottiva all'incostanza della sorte o al rumor de' perigli:--Sempre io gli ebbi al tergo, e per quanto fieri mi minacciassero, non giunsero a prostrarmi giammai, e s che il mio cuore era unicamente acceso da sentimenti d'onore: potranno ora atterrirmi, ora che dovere, gratitudine, amore, amore che per te mia liberatrice e sposa s altamente intendo, a te mi stringono, n fia che umana forza mentre io viva giunga a dividermi giammai... Se pur te move come innanzi, eguale affetto per me, cessa dall'inutile preghiera: mi cruccia, m'irrita, e quasi mi desta l'acerbissimo dubbio che poco t'importi di avermi vicino,... o ti pesino le mie cure.-- Si acquet Bianca a quel deliberato favellare, e gli rispose con uno sguardo in cui tutti sfavillavano i sentimenti dell'anima amorosa. Poich alquanto racconsol l'amico sul destino che la premeva, presentendo brevi i momenti di vita che ancor le rimaneano, gli profferiva mille ricordi, perch sottrarre si potesse allo sdegno di Stefano, ma ad un tempo accorta il raddolciva con pietosi sensi che il richiamassero dalla vendetta.--Ti sia la ricordanza di Bianca tua infelice, siccome un'aura che temperi il rigore de' tuoi pensieri... Deh abbiano fine queste discordie, e sulla mia sciagura s'innalzi la pace di questi poveri coloni. Che se l'onta di una non tua colpa... agognasse in mio padre a spargere nuovo sangue alla mia memoria, Anselmo perdonagli l'ira, e forse qualche rimorso... che destar gli potesse la ricordanza di una figlia perduta... Egli mio padre, Anselmo, ed io morrei desolata, se sapessi che nella sua canizie privo dell'antico valore, privo del conforto de' filiali affetti... dovesse sostenere i furori del tuo sdegno. Anselmo tutto le prometteva, e le giurava che pi presto avrebbe rinunziato alla sua fortuna, alla vita, di portare la spada di guerra nell'asilo che ella col nascervi aveva per lui santificato. Anselmo abborra dai pensieri di vendetta e si proponea di offrire, se occorreva per la pace di que' paesi, anche in olocausto la propria vita. XXV. Allorch la calma dell'amoroso foco consentiva a Bianca il pensiero di cose meno affannose, spargeva i suoi accenti a sollievo degli altri che le stavano intorno. Prese l'estremo commiato dalla sua nutrice, e raccomandatale la propria memoria, la preg perch talora la richiamasse al padre.--Allorch dorma in lui lo sdegno, e il dolore lo cerchi della perduta figlia, allora te le avvicina, e digli che Bianca mor invocando il suo nome;... che solo mi dolse di non potergli chiedere compatimento di un pietoso errore, pietoso perch forse il suo cuore istesso ove sia pi mite, mi applaudir di aver salvata una vittima di acciecato furore... Digli ch'io muojo per giovanile imprudenza e amore;... che que' ferri m'erano del pari mortali, e volea dividerli, ma il destino... Se per egli a s rivolgesse qualche rimprovero,... tu il solleva dalla crucciosa idea, e lo accerta che sua figlia non ebbe mai quel pensiero, ma riconobbe la spada del cielo che pun le proprie colpe... Se mai l'ostinazione d'Anselmo a non allontanarsi... se... deh tu che m'avesti in luogo di madre, tu che vedi quanto ei mi ami, chiedi a Stefano in compenso di tante cure per me sparse, in espiazione della mia sventura... chiedigli... n qualche atroce scena... Gli ricorda che io abborro il sangue, e che perdonando... morii... oh Anselmo... Anselmo... Allora Bianca fu presa da convulso improvviso commovimento, che le tronc la voce e le tolse ogni lena. Madida di freddo sudore la fronte, era combattuta da un fiero anelito che quasi le impediva di spirare le fuggitive aure di vita: si smarrirono le ultime rose delle appassite labbia, n pi, sebbene agitate sembrassero tentarlo, potevano formare accento. Parve che una nube se le diffondesse sullo squallido volto, se le innondarono di pianto gli occhi, e avvisavi che un velo ne appannasse il lume. Come face cui viene meno l'alimento, ora pallida e presso ad estinguersi, ora divampa di subita luce, indi ricade; cos nelle pupille alla morente, or quasi si spegneva la vitale scintilla, ora ritornava a sfavillare, e mentre di nuovo animate pareano erranti cercare quegli che pi loro incresceva abbandonare, tornavano di nuovo ad offuscarsi. Cos per molte ore accolse la misera debile fuoco di vita, e a lungo lott fra l'ansia di una penosa agona. Anselmo sentiva a prova tutte le angosce che la stringevano, e a maniera ch'ella ripigliavasi, sorgeva a ristorarlo la speranza, per cader tosto in una miserrima disperazione: la sua anima era un deserto di arena in cui spira la bufera, dove invano piove la rugiada, dove invano un'erba pone radice. Per avea cura di sostenere i singhiozzi che pel gran duolo ognora gli prorompeano dal petto, per non contristare colle sue doglie alla moribonda. Stava inchinato sul letto ferale, intendeva a soccorrerla, a porgerle qualche refrigerio, e sovente le bagn l'aride labbra colle lagrime de' suoi occhi. La dimandava pietosamente, la blandiva con affetto, le dava qualche tenero amplesso, e raccoglieva colla bocca tremante gli estremi sospiri, che pareano con un confuso susurro fuggendo, gli parlassero ancora del suo amore. XXVI. Gi un alto clangor di trombe si propaga di vetta in vetta, gi ripetono le valli le grida confuse degli evviva e i clamori della vittoria, e a questi si rispondono da Stefanago suoni d'esultanza e di gioja. Tutto intorno un frastuono, un affaccendarsi di soldati e di conservi, tutto annunzia Stefano che giunge vincitore. Si scuote, se ne avverte Anselmo, e se gli propone la fuga, perigliosa in chi la permette, ma sacra a chi serba i giuramenti. Solleva lo sfortunato cavaliere il capo dal letto di morte, e n agitato n stretto da meraviglia, interrompe--Vincitore, e in qual modo? dunque mio padre?... fuggire!... Bianca or rende gli spiriti estremi ed io?... Anselmo non fugge, non commette bassezza. Se mio padre... se... io cadr senza avvilirmi.--Niuno osa rispondergli, n trre a' suoi occhi il velo che ancor gli ricopre il destino della sua casa: ammutolisce ognuno e dall'occorso pi fiero scopre l'avvenire, e trema. Stefano irato aveva dimenticati i privati affetti, Stefano trionfante chiese di Bianca, non vedendola muovergli in contro, e dividere seco l'esultanza della vittoria. Ud che era presso a morte, e parve turbato commoversi, e volle vederla, ma come inoltr il piede in quella stanza di pianto, e scopr Anselmo a canto a quel letto, ripigliando la nata fierezza stette, lo sguard con un amaro sorriso che annunziava il tripudio della crudelt:--Tu qui, tu cagione che io sia orbato dell'unica mia figlia? Ah sapevi al certo ch'io richiedea qualche gran vittima sulla sua tomba: non aspettato m' il dono e pi gradito.-- E a lui Anselmo con disdegno, mentre colla destra faceva velo agli occhi di Bianca:--Uomo crudele, e osi insultarmi a questo letto, ove manda l'ultimo sospiro quella figlia che tu trafiggesti? Ah ch'io la tolga a' tuoi sguardi! n son degni di fermarsi in tanta virt; certo quest'alma immortale nel suo partire da spoglia s pura ne sarebbe macchiata... Vedi, ella moriva spargendo sentimento di pace, e tu vieni a insultare l'asilo della sua quiete col veleno della tua inaudita ferit! Credi forse atterrirmi? vittima sulla tomba di quest'angelo? io ne sar ben lieto, poich con lei mi rapisti quanto m'era di pi dolce e di pi caro: io che brevi e foschi giorni vissi con lei, volonteroso divido seco il riposo della morte. Sappia ognuno per ch'io non t'abborro, sappia mio padre...--Tuo padre?... bevette il suo sangue questa mia spada: la sua spoglia abbruci fra le ruine del vostro castello; Nebiolo non pi.-- Fe' gittare innanzi ad Anselmo gli abiti insanguinati e l'elmo di Guidone, e gli fe' balenar sugli occhi la spada ancor rosseggiante che gli uccise il padre: il riguardava con orgoglio e disprezzo quasi anelasse che l'avvilimento del figlio rendesse pi bello il suo trionfo. Ma l'eroe muto guat quegli oggetti d'orrore, non proffer accento, impetr. Raccolto indi al cuore lo spirito inorridito, e tratto un profondo gemito, cadde sul letto di Bianca e spir. XXVII. Dopo tante lagrimose vicende fu cercato a qualche piet l'animo di Stefano, e venne dolente per la morte della figlia. Il Malaspina parl allora sensi di pace almeno cogli estinti, e il Rosso ebbe per legittime le nozze di que' miseri nel cui amoroso sangue erasi macchiate le mani, e acconsent avessero eguale sepoltura. Anselmo coll'onore delle armi, e colle insegne di cavaliere levato sulle spalle de' Signori confederati, Bianca portata dalle spose, furono posti a sepoltura presso alla seconda porta che esce dal Castello, ed ivi s'innalz una chiesetta ed un'ara. Stefano reso dalla canizie pi mite, moveva sovente a visitare quella tomba, e a spargerla di qualche fiore, e solo negli estremi giorni di sua vita, spesso con amarezza ricord ove il traesse l'ira ultrice e lo spirito di vendetta. LIBRO TERZO LA FIDANZATA DI NEBIOLO. _Amor sementa in voi d'ogni virtute, E d'ogni operazion che merta pene._ DANTE. I. Il cieco era venuto a termine della dolente istoria che il giorno se n'andava, e raggiando l'occidente per gli estremi crepuscoli, parea rivolgere l'ultimo addio ai solitari di Nebiolo. Tutti erario impietositi al mesto racconto, e qualche secreta lagrima spesso fu vista spuntare sul ciglio a Marcellina. Girani cui nulla era sfuggito, e mentre tutti pendevano dalle labbra del cieco, amava schiudere il cuore a quegli affetti che vedea succedersi sul volto della bella, ruppe il silenzio.--Fiera storia narrasti, egregio veglio, e non poco ne fu commosso il cuore dell'amor mio.--Avvicinandosi poscia alla rosea guancia di Marcellina, amoroso stringendole la mano:--Sgombra i pensieri tristi che ti dest il racconto delle passate et: brilli il sorriso sul tuo volto e rallegri gli animi nostri. Allora il bardo della collina salut con lusinghiere parole la leggiadra sposa: disse come dopo quelle fosche tenebre sorgesse a diradarle pi propizia aurora, e come movendo per quelle valli amica il piede la Pace, una povera famigliuola co' rottami del diroccato castello si costruisse un tugurio sulla vetta di Nebiolo: mano mano indi nuove aggiungendone, siccome dimandava il bisogno della crescente colonia, si formarono i pochi casolari che sorgono su quella cima.--Essa fra gli avvolgimenti dei secoli fuggitivi visse nella campestre semplicit, n mai pot la corruzione in questi luoghi, n i nostri padri furono sollecitati dal desiderio di allargare i confini di quei poveri campi, che merc il tributo di poco grano, ebbero fin da quelle remote et in dono dagli orgogliosi dominatori; n mai venne loro il talento di cambiar forma a queste capanne, e se togli le fanciulle che sovente altrove andarono a marito, niuno de' figli di Nebiolo abbandon questa patria innocente. Fu il debito solo di provvedere alla necessit della vita che men i nostri fratelli nelle citt, o per cambiare i prodotti del loro suolo, o per prestare altrui i proprj offici, ma ritornarono sempre semplici e puri al loro focolare. Fu la piet che sempre gli inchin alla religione degli avi, la semplicit che educ le nostre figlie, e l'innocenza che le guid desiate in seno degli sposi, n mai turbolenti affetti offuscarono il bel sereno della pace conjugale. Essa sieda sempre invidiata fra di voi, e da questa solitudine accompagni nei focolari di Girani la bella Marcellina, cui il cielo cortese di tante grazie innocenti, e la volle a consolazione della nostra cadente et. Ella dia a colui, che lieto le siede al fianco, bella corona di figliuoletti che in s rechino le virt della madre, fiori degni di s gentile stelo: sia la felicit, o figli, indivisa compagna della vostra vita.-- II. Si fe' la Marcellina tutta vermiglia come la rosa dell'alba, al suono di quella lode, e vezzosamente abbassando gli occhi sfugg gli sguardi di coloro che l'affisavano e le davano plauso. Per s'avvide che il suo Girani stava trepidante fiso in lei sfavillando di gioja, e sent corrersi al cuore un fiume di tutta dolcezza. Giri, allora disse il padre, giri la tazza dell'amicizia, e ponga giulivo fine a questo festevole giorno. Venne il rustico cratere allora terso nell'onda, ed empiutolo di spumante vino, Marcellina lo offr al padre. Se ne avvide il cieco, e a lei--Sposa della Collina, a te spetta il cominciare, noi seguiremo l'esempio: bevi e presenta la tazza a cui pi ti dolce scerre fra noi, ma bada a non mentire.-- La bella timida si rifiutava, ma in fine sollecitata ne attinse qualche sorso, indi stava dubbiosa a cui la offrisse, giacch la giovanile innocenza le consigliava il padre, ma il cuore le fea un pi dolce invito. Tutti stavano in attenzione del modo onde si togliesse dal contrasto in cui la vedeano, e ne pigliavano diletto; ma in fine raggiando di un amabile sorriso i genitori, la porse a Girani. S'innalzarono replicate evviva, sicch ella nascose il suo rossore in seno della madre, finch lo sposo la richiamava, ed a saperle onore della grazia, le offriva il presente di alcuni spilli con cui raffermare le treccie. Si altern una rustica canzone che invitava a bere ed alla gioja, e come ebbe fine la libazione dell'amicizia, a porre termine pi gradito alla festa, il cieco invitato sciolse il canto delle nozze. Era l'inno che il trovatore sposando la voce al suono dell'armonica arpa fea echeggiare nella valle Borgoratto, il d che il Signore di quella men la figlia dei principi al patrio talamo dai Liguri monti. Sentiva della religione non in tutto spenta de' latini, sentiva della rozza favella che nuova allor tentavano le itale Muse, ma non era oscuro a que' montanari, il cui linguaggio talora come i costumi ricorda tempi pi antichi. Dest il bardo di Nebiolo la meloda di una corda che era tesa ai capi di un legno piegato in arco, e pari a Femio crinito che rallegrava la mensa della casta Penelope, innalz il cantico che suona in questi accenti, mentre gli rispondeano gli amici con gioviali evviva: Tutto festevole D'un vago riso Che i fiori addoppia Del roseo viso, Nel bosco Idalio Amor dicea All'Acidalia Leggiadra Dea: Vedi risplendere Tu quella Rosa Che il seno schiudere Par vergognosa, E mentre amabile Incanta gli occhi, Par dir stringendosi: Nessun mi tocchi? Vedi protendere Tutto giulivo A lei le braccia Quel casto Ulivo, Che dalle foglie Tal calma muove, Che il crine cingere Potra di Giove? Li vo' rimovere Da questo lido, E uniti crescerli L dove il nido Pone la tortora Fra fronda e fronda, Mentre la Copia Bacia la sponda. E incontro Venere Serena il ciglio, In sen recandosi Il caro figlio: Pi bello in animo Non ti fu desto Pensier, o fecesi Pi vago innesto. Prosiegui; il vivido Cespo gentile Le aurette educhino D'eterno aprile. N lo molestino Le algenti brine, Ma l'alba rorida Gl'imperli il crine. Qui a Imen commettere Dei la tua face, E il bacio porgergli Di eterna pace. Qui intorno versino I vezzi e il Riso La colta ambrosia In paradiso. Ognor a renderlo Giulivo intenti, Lieti vi aleggino I bei Momenti; E mentre volgono Lungi le cure, Fauste vi danzino L'Ore future; Faccia il suol ridere Di bei colori Vaga famiglia D'erbe e di fiori. Disse, e all'augurio Dal manco lato Fe' plauso il fulmine Nunzio del Fato: Sparir le nuvole Che al ciel fean velo, E un riso parvero La terra e il cielo. III. Cos giulivi si menavano i giorni dell'autunno fra le feste della campestre innocenza. Ognuno si studiava di rendere men nojoso il tempo che si mettea in mezzo a queste nozze con qualche nuovo diporto. Rendeasi la gentile brigata sui vicini monti, e qualunque fosse il luogo a cui si indirizzassero, riusciva sempre aggradevole alla Marcellina perch nuovo, mentre essa non avea mai veduto che il nato suo nido. Era l'ottobre, e siccome correva la festa di Montalto, Girani propose di andarvi con piacevoli amici. Sorge Montalto in mezzo ai colli di Casteggio lungo il corso della Copia, e come pino fra le minori piante, si innalza maestoso sovra di essi. La natura tutto profuse, perch quell'eminenza essere dovesse la pi deliziosa delle ville oltrepadane. Se da qualche altura ti prende vaghezza di contemplare il vario succedersi delle colline, la tua mente errando sopra uno spazio s esteso e diverso, si avvisa che le si stenda dinanzi un ampio burrascoso mare: ivi mille vertici ora fregiati di grazioso palagio, ora velati di candida nuvoletta, accrescono la tua illusione, sembrandoti o le onde rialzate, o i vascelli affidati allo spirare de' venti; mentre le pianure e le valli ora ti offrono un placido tratto di acque, ora uno schiuso abisso. Fra questa immaginazione che pi ti riesce gradita e meglio ti acquista opinione d'esser vera, quanto pi vasto lo spazio che cingi collo sguardo, Montalto fa pompa di nuovi incanti: fra il silenzio delle vallee e l'ondeggiar di tante cime, ti pare di ravvisare l'isola fortunata, ove approdano i tuoi pensieri e riposano gli stanchi tuoi occhi. Che se in vece meglio ti diletta da quella sede discorrere co' lumi all'intorno, vai orgoglioso di dominare i sottoposti poggi, e ti pare essere il re di quelle balze. N pi vario, n pi piacevole unqua si offriva alimento alla tua curiosit, esca al tuo immaginare. Da un lato t'incanta la pianura di Lombardia fiorente per popolose citt, e i suoi confini s estesi che vincono la tua vista e si confondono in un azzurro infinito, e come immense acque si colorano al variare delle ore del giorno: Dall'altro ferma l'acume del tuo vedere la canuta cima delle Alpi che nasconde le spalle fra le nubi e pare sposarsi al cielo. Che se l'aere puro veste quelle vette di luce, miri ripercosso un doppio sole dalle eterne nevi, e scopri dietro monti succedersi monti, e ghiacci e monti ancora, sicch lunge ti si desta il pensiero di straniere terre e di lontane genti. Commosso fra s opposti remoti obbietti, quasi dolente di non potere stringere tanta mole di cose col solo girar dell'occhio, su te il richiami e il volgi su quanto si posa al tuo piede, e mentre ne avvisavi esausta la sorgente, ecco scaturire nuove bellezze. Qui trovi l'opera dell'uomo e le necessit della vita seminare l'eminenze di case, di castelli e di paesi: vedi l'industria rompere il seno al pendo, ed ei grato alimentare la messe; crescere le piante che dai piegati rami ti sporgono i frutti; la vallata altrice di densi castagneti e di pascoli graditi all'armento. Or ti piacciono i varj errori delle convalli, ora il biondeggiar delle biade che allo spirare del vento s'increspano in onda, e la quiete del maggese, e il sacro orror del bosco; ora par che inviti i tuoi pensieri al riposo l'ordine con cui dal chino procedono all'erta i filari della vigna, gravi di grappoli pendenti che parte s'innostrano, parte s'indorano ai rai del sole e ministrano alla tua mensa squisito liquore. Fra tanta variet di poggi, piacciono fra le opposte pendici i tortuosi meandri della Copia: scorre limpida fra sasso e sasso, e piega i ramoscelli che le escono sopra, e muove tacita pe' vicini prati ad innaffiare le zolle ed cortese all'aure delle valli di grata frescura. Allora seguendo i voli della agitata mente, ti senti rapito alla diletta Tempe, e ossequi il loco sacro alle deitadi agresti, odi i canti di Bacco, i suoni e le danze delle invase seguaci del nume, e gi ti pare di vivere in pi lontane et. Se non che pi caro ti riesce all'animo richiamato dalle fantasie, ravvisare quivi il cultore inteso o allo studio dell'aratro, o a racconciare alle piante la chioma; altrove le mandre dilettarsi di brucare le erbette, mentre i fanciulli che le governano intrecciano allegri balli al suono di rozzi pifferi e rusticali carmi. Invaghito dell'opera dell'uomo, e della vita, che lo spirito suo diffonde dove porta la mano, se ti volgi ove pi scarso approda il sole verso la settentrionale regione, rinvieni il riposo, anzi lo squallor di natura. Sporge il tufo vestito di scarse glebe, vedi formarsi la roccia primitiva, e succederle il dirupo, e spogliarsi d'ogni verde onore, fuggire ogni pianta, e innalzarsi lo scoglio, e comparire la montagna. Qui nello stesso mezzo trovi il bello della coltivazione e quello della natura: l'uno ti cerca con piacere, l'altro ti solleva la mente, l'uno ti schiude i tesori del bello, l'altro aprendoti i misteri dell'infinito t'innalza al sublime. IV. L'industria dell'uomo poi volle rendere Montalto il pi dilettoso fra i colli. Il paese situato sur un piano vicino alla sommit, ma sulla roccia che vi sovrasta, ard la dovizia erigere magnifico palagio, ed ove era maggiore l'impero della natura profuse il pi eletto dell'arte. Allo scuotere della magica verga di questa allettatrice degli umani consorzj, apparvero sulla inaccessibile rupe e altere mura, e torri, e portici, e tempj, e dilettose pianure. Scomparve l'ispido della roccia e si orn di variopinti tappeti: si appian il dirupo, scosse il selvaggio del bosco e apr il seno al sorriso de' fiori: si compart il pendo in vari piani, che dolcemente l'uno all'altro succedendo, trasformati in altrettanti gardini, vagamente mettono dal piede della collina alla vetta: ti avvisi di vedere una egizia piramide sopra cui s'aderga alto palagio; ti pare, contemplandola da lunge, di rinvenire fra i monti le delizie dell'Isola Bella che siede reina dell'ameno Verbano. Se vago sei di scorrere questi poggi, ora ti diporti sotto un viale tutto coperto di frondosi pergolati e che pare protendersi innanzi al piacevole errar de' tuoi passi; ora vai lungo un altro rallegrato da cedri e d'aranci che fanno dolce forza al clima, e crescono ove era loro inospite il terreno: ivi vengono ad educarli i venticelli tiepidi del mezzod, ivi le lascive aurette amano soffermare le ali scherzose, e imbalsamate le piume sul margine che d'ogni intorno olezza, volano a scuotere i pi eletti odori nelle propinque valli, ed a solleticare i sensi di que' rustici abitatori, non ancora ottusi per le orientali essenze alle care fragranze della natura. Se malinconico pi ti diletta il selvaggio, varj tortuosi sentieri ti mettono fra foschi boschetti, in cui l'arte talora non os turbare la natia selvatichezza, e nei quali per la densit delle frondi nulla ponno i raggi del sole: dolce ivi t'alletta la solitudine, e una soave quiete t'invita al riposo. Se pi che restare, ti in grado muovere l'incerto piede fra i frondosi labirinti, ora ti si addensa dinanzi la macchia, or bella ti si apre alla vista la lontana pianura, or ti avventuri in una verde capannetta che non invidia l'asilo alle ninfe, ora riesci in un seno ove ordinato leggiadro teatro in cui e il palco, e la loggia, e i sedili sono di sempre verde mirto, sicch il reputi il tempio consacrato alla Dea d'amore. Fra questi piacevoli errori, fra queste selvette amene, scegliendo fior da fiore muovea la Marcellina il piede sull'erba onde era pinta la via. Facea col sorriso dolce invito agli amici e allo sposo, a partecipare nella gajezza che in lei destavano le bellezze nuove, e a quel sorriso parea si rallegrasse il poggio e nuova si diffondesse in que' luoghi aura di vita, pareano le piante dai commossi rami scuoterle sul grembo mille fragranze elette, e avvisavi ivi intenti a rallegrarla tutti alternare i lor canti i pennuti abitatori del bosco. Ma gi il doppio giro di agili scale ecco mena la bella peregrina alla sede de' botanici fiori, che concede l'aria del monte. Qui l'accoglie o lungo portico in cui in varia foggia distribu il maestro pennello i pi pregiati dipinti, o fresca grotta non gi quale si apre nella foresta alle belve, ma artifiziosa, incantevole e dove il ciottolo minuto, involati i colori all'iride, ne fregi a mosaico le vlte e le pareti. In fine ritrova, ci che pi piace sull'alto della roccia, il zampillo della fontana e la marina conchiglia, inviolato asilo d'argentei pesci. Qui l'arte ebbe pi innanzi: cel in mezzo all'arena e dietro i marmorei sedili, che invitano al riposo, graziose insidie, sicch a voglia ne spiccia una fonte improvvisa. Cadde a Girani in pensiero di farne una piacevole sorpresa alla Marcellina, e mentre ella adescata dagli inviti sedeva, ecco si vide innanzi spruzzare mille zampilletti, acqua le parti, acqua il seggio insidioso ove posava: s'alza e dallo spruzzato umore le contrastato il passo, onde molle la succinta gonna, fra gli evviva della brigata ed un modesto rossore s'invola e si nasconde. Il veggente amante per avea gi provveduto a porre riparo alla lieve sciagura, sicch nella casa di una prossima contadina, era parato con che rasciugare la tradita curiosit della semplice fanciulla. Sdegnosetta ella sen richiama allo sposo, e pare col torvo sguardo presagirgli lunghi sdegni; ma ei s piacevolmente le usa intorno accarezzamenti, si mostra s dolente di esserle stato molesto, che in fine l'ira nella forosetta si volge in un dolce riso, e sfavilla di nuovo la gioja sul volto dell'audace amatore. Alla sera il Signore del loco schiuse il palagio alla danza. Ivi convennero gli abitatori de' vicini villaggi, atteggiati anzich di volutt, di un ingenuo pudore che rapiva: non vi mancarono le belle di citt, molte delle quali per gustare le piacevolezze dell'agreste innocenza, rapirono gli abiti alle contadine e folleggiarono con esse. Vi andarono anche que' di Nebiolo, e la Marcellina colle proprie attrattive dest meraviglia in chi la considerava: parea che le grazie movessero l'agile suo piede, e le componessero di rose e di ligustri il viso, e avvisavi ch'ella sola accogliesse quanto era di leggiadro. Non manc chi ardisse avvicinarsele e ferire la sua modestia colla lode, n si tenne l'invidia di guatar bieco il garzone che ognuno segnava diletto alla fanciulla, cui ella spesso co' bei rai ammiccando invitava alla gioja, e al quale per vezzi e per premure, rispondea la bella col sorriso d'amore. V. In s fatto modo si andava sognando una prossima felicit per quella coppia innocente, se non che l'inimica fortuna le veniva temprando i suoi veleni: si adunavano su quelle colline nubi di tempesta che doveano rapire loro per sempre la cara luce del sole. Aveano in quel mezzo le truppe francesi innondate per la prima volta le contrade d'Italia, e vezzeggiando le sue bellezze le imponevano nuove catene: un grido di guerra non pi, come ai tempi d'Anselmo, chiamava all'armi i figli della gloria; ma si stringeva ognuno che aggiungesse il quarto lustro a seguire gli stendardi de' vincitori. Era Girani a questa et: l'avversa sorte il volle fra i primi che dovessero accostare le labbra onde assaggiare quel nuovo calice amaro. Si turbarono gli sposi al duro annunzio, che colle lagrime represse sul ciglio dava a quegli atterriti montanari il pastore dall'altare. La legge interdice le nozze a coloro che sono nel numero de' chiamati, sicch forza differir pure quelle degli amanti di Nebiolo. Una segreta amarezza ricerca i loro cuori, ma la speranza non gli abbandona, ch la novit dell'ordinanza ancora non ne appalesa tutto il rigore, sicch nella temenza in cui stanno, pur travedono sempre qualche raggio di fortuna. Attendevano con impazienza e con tremore il momento della scelta, e si confortavano gli animi contrastati con qualche dolce chimera, allettando tuttavia nuovi affetti che la paura sollecitava e rendeva pi teneri. Venne il Natale, tempo temuto e segnato alla scelta fatale. Il sacro bronzo chiama i signori e i contadini al tempio: vi accorrono gli amici e le trepidanti madri, vi accorrono con Girani i suoi parenti e Marcellina. Il silenzio di tutti annunzia il terrore che siede nei loro petti, la trepidazione scuote tutti gli animi, e ognuno teme per s o pei suoi. Si agita la fatal urna: Girani trae il numero, ed era il due: alla Torrazza si richiedeano sei coscritti: Girani fatto soldato. La povera Marcellina sent venirsi meno alla fatal novella; lo sposo rest immobile guardandola cogli occhi gonfi di pianto, ma la loro ambascia and inosservata e confusa fra l'afflizione di altre madri e spose. VI. Era irremovibile il destino de' segnati: furono vani e preci e lamenti: si davano solo due d al compianto delle vedovate famiglie, poi doveano i novelli soldati seguire l'armata ad Alessandria. Chi potr ricordare se fosse maggiore il dolore in Girani, o nella povera fanciulla in questi infausti momenti? Ella non sapeva trovare n tregua n riposo: contrastata fra l'amore e il martiro di ogni perduta speranza, parea smarrirsi della ragione. Appena spuntava l'alba, Girani era a Nebiolo e le sue confondea colle lagrime della Marcellina.--Ah Girani, mio sposo, forse per sempre a me rapito... Ahi dura legge, a che ne costringi?... ma io, io ti seguir, sar tua compagna fra i disagi e le sventure: divider teco il peso delle tue armi, le tue fatiche. Io terger il sudore della tua fronte dopo i disagi del cammino, ti concilier il sonno nella stanchezza, e ti temprer l'amarezza per l'esilio dai luoghi ove sei nato. A mia madre pur resta il marito, e a te, che dura necessit spinge ramingo in lontane contrade, io sar confortatrice compagna. Ch'io ti segua, ch'io teco divida il tuo destino, e non temer i perigli, care mi saranno le fatiche, dolce mi sar teco anche la morte.-- Ma era vano il voto, era vietato l'imeneo, n il rigor dell'armi compativa le dolcezze d'amore.--Ahi dunque tu solo... lunge, ed io misera, abbandonata in questa solitudine... io gemer e verser inutile pianto, mentre tu presso a nuovi oggetti forse scorderai la povera Marcellina...--Girani cui questi lamenti erano mortali saette, palpitante stringea per la mano la dolorosa, e le prometteva coi cenni, col pianto e con interrotti sospiri eterno amore e fede.--No, amor mio, il mio cuore non pu essere che tuo, io non posso vivere che per te... Se irreparabile destino or s ne acerba e divide,... forse non sar per sempre, forse dopo s dira procella non fia ne debba fallire pi lieto porto: soli quattro anni ne richiedono all'armi, e sebbene lenti, si dilegueranno finalmente innanzi al nostro deso: allora voler a questi lidi, voler al tuo seno unica mia Marcellina, e ricordando la nostra costanza e i sostenuti travagli, pi dolce suoner l'ora della nostra unione... Ma e tu pure non voler poi che m'abbia a fuggire tanto sospirato bene: tu... giurami di non esser che mia,... di non porre in altri i tuoi invidiati affetti, giurami di attendere il mio ritorno, n che mai oser alcuno vagheggiare il fiore di questo colle... Che se poi la fortuna affatto nemica spento mi vuole fra l'armi, lontano da te.... Marcellina! se sciolta d'ogni promessa, d'ogni giuramento, un altro pi avventurato possedesse... deh per queste lagrime, per quegli affetti onde l'animo nudrivi nella tua felicit, non dimenticarti del misero che ti pose tanto amore quanto esser ne pu capace un mortale, che col solo pensiero di te aliment la vita raminga, e fra i tumulti della milizia non visse che per te sola... Scorrendo questi poggi, vedendo quella pianta, ricordati che ai primi spesso appresi a ripetere il tuo nome, e sotto quelle verdi fronde ho sovente sparse lagrime amorose... Consacra, Marcellina, qualche segreto sospiro alla mia memoria e vivi felice.-- Piangeva la commossa fanciulla per duolo e per tenerezza, e con soffocati singhiozzi il pregava perch pi non albergasse s tristi presentimenti, n volesse di tanto amaro pure esacerbare il suo affanno. Marcellina soffolti gli occhi al cielo annebbiati di pianto, pari all'astro antelucano fra la notturna rugiada, e indi movendoli sull'amico con tanta soavit che davano conforto e vita, gli sporgeva le mani tremanti, gli giurava eterna fede e amore--io sar tua o di nessuno.-- VII. Tali erano i melanconici ragionamenti fra' quali volavano a que' miseri le poche ore che loro acconsentiva la sorte che li premea. Gi eran trascorsi que' giorni luttuosi, gi pendeva l'istante segnato alla partenza, e Girani preso il dolente commiato da' suoi, venne a dare l'ultimo addio a Marcellina. Ella volea pur essergli compagna fino a Casteggio, ma non le reggeva il piede, e fra s lungo dolore mal potea sostenere l'animo affaticato. Mille volte iterarono gli amplessi ed i saluti, e ritornarono ai giuramenti, alle lagrime.--Ah forse io non ti vedr pi: estrania terra lungi da' miei, lungi da te mi raccorr semivivo, coperto di ferite e di sangue. Allora mi sar di qualche consolazione il tuo nome, ma in uno mi sar di amarezza, ch invano ti dimander e sperder l'aria i miei gemiti, invano desiderer che almeno la tua mano pietosa mi chiuda gli occhi nel riposo.-- Il tempo premea, i compagni gi si dilungavano, ed era necessit partire. Marcellina cadde semiviva fra le braccia della madre, e Girani si precipitava dal colle miseramente gemendo e rivolgendo gli occhi dolenti all'amoroso loco. Chiamava la sposa e rinnovava i lagni, e seguiva gli altri a caso, quasi cacciato giovenco che corre e si precipita sul cammino, senza sapere ove lo tragga l'incerto piede e la fortuna. VIII. Il novello guerriero fu inviato ad Alessandria, ed ivi coperto della militare assisa ed adestrato all'armi. Sapeva appena scrivere, ma amore tutto affina e insegna: ei mandava sovente sue novelle alla Marcellina, e tracciava sulla fida carta interprete del suo cuore parole e pianto. La semplice fanciulla che pur senta dolce ricreamento nel ricevere quelle lettere amorose, pativa sovente dura molestia per non sapere da s interpretare quanto le scriveva l'amico: guardava con impazienza la lettera quasi volesse dire: ei qui mi parla ed io non posso sentirlo; la baciava, e la trasportava al seno e gemea finch le venisse di avventurarsi in chi le svolgesse le cifre arcane. Per quanto la sua modestia le fesse dolce forza, pur non sapea imporre silenzio al suo tripudiare sentendo gli amorosi sensi di Girani, e per quanto fosse destro chi per lei affidava al foglio la risposta, non pareale per mai che tutti esprimesse gli affetti che ella sentiva. Marcellina che sino allora non si occup che delle sue agnelle e del suo casale, era desiderosa ad ogni novella che venisse di lontana terra, non parlava che d'armi e di soldati. Traeva nei luoghi pi alti e meno ingombri di piante, per vedere nella lontana pianura il frequente alternare delle truppe che passavano il Po e andavano o redivano di Lombardia, e fra quell'ondeggiare d'uomini e di cavalli, fra il lampeggiar di quell'armi e il suono degli strumenti guerreschi non vedea che Girani, non uda che la sua voce, e tutto le parlava di lui, e da questo inganno ritraea sovente sollievo, pi spesso nuovo argomento al suo dolore. Accade che taluno de' vicini si rendesse ad Alessandria a visitare qualche congiunto pur soldato: la Marcellina gli fu intorno e gli profer mille ricordi, mille cose che dovesse usare e dire al suo sposo. Il premea ognora di nuovo perch nulla dimenticasse, e quasi dovesse solo occuparsi di loro, il pregava perch mentre dimorava col fosse sempre con Girani e gli parlasse de' suoi affetti, e spiasse se in lui era ancor viva la fiamma del prisco amore e lo invitasse a venirla a ritrovare. N diversa era quando il messo facea ritorno: lo affaticava con mille richieste, e ricevendo per qualche ricordo che avea mandato a Girani, talun lieve dono, fatta sicura della fede del suo amante, non piacere che soverchi quello ond'era cercato il suo cuore, che ognora si apriva a nuove speranze, come il fiore d'estate che a temprare l'arsura, socchiude il calice all'aura della sera perch lo imbalsami la notturna rugiada. IX. Avea gi la luna compiuto cinque volte il suo viaggio intorno alla terra, e altrettante riflessale ora scarsa, ora intera quella luce che beve dal sole, per rendere a noi meno tristi le tenebre della notte, dacch il giovine di Mancapane seguiva le marziali bandiere. Gi destro nelle militari manovre e primo fra gli eguali, si affidava in compenso ottenere per pochi giorni di rivedere i patrii campi, e gi di questa sua speme alimentava l'amica e confortava s stesso; inutile fiducia che disperse il fatal ordine per cui il reggimento di Girani prendeva la via di Francia. Fu improvvisa e rapida la partenza, n l'amante ebbe modo di mandarne novelle a Nebiolo, e ne fu oltremodo dolente. Movendo sui monti che Italia dividono dall'estranee regioni, pi viva si destava alla vista di que' dirupi nell'animo suo melanconico la ricordanza de' suoi colli, sentiva la potenza d'amore e il deso della sua Marcellina, e questo era lo strale pi acerbo che gli saettava in petto l'arco del nuovo esilio. Appena ebbe sosta per qualche d il viaggio e fu sulla cima delle Alpi, ei scrisse all'amica e diede un saluto alla patria. Fra i sospiri onde spargea le carte, egli usciva in questi lamenti: --Ahi innocente colomba destinata a dividere meco il nido, invano tu empierai di pianto la deserta campagna, invano confiderai che accorra il tuo fido a porti sollievo! qual aura amica potr impennare l'ali a tanto volo e recarmi i tuoi lagni in s lontane contrade? qual pietosa valle far eco alla tua voce e divider in mia vece il suono della tua mestizia!-- --Ahi deserti campi, ameni boschi ove menai vita innocente e solitaria, io pi non verr a respirare in grembo alla vostra quiete il balsamo dell'esistenza! Io sperava bearvi di lei che me facea beato, mentre mi riscaldava a' suoi rai d'amore, ma ogni speranza fugg: sar fosco il bel sereno de' suoi lumi e lontano l'amico delle vostre solitudini.-- --Mia Marcellina, ricevi con questo addio la fede del tuo sposo. Chi sa quando mi sar dato ancora farti pervenire, testimonii d'amore, questi fogli impressi de' miei sensi e delle lagrime de' miei occhi? ma ti sar sempre fido il tuo Girani, n mai per volger di fortuna, gli cesser un istante il pensiero della sola amica, dell'anima sua. E tu pure bella de' patrii nostri lidi, speranza de' miei d, serbami, deh serbami l'amor tuo, finch il cielo ne sorrida e ricongiunga due cuori, che siccome due foglie dello stesso stelo crebbero per riposare vicini a bere lo stesso alimento di vita.-- X. Pervenuto Girani sulla Senna fu del numero dei scelti per l'impresa d'Egitto. Innanzi partire invi qualche lettera in Italia, e abbandonata l'Europa, pur sempre si procacciava di trovare occasione per mandare sue novelle: ma in breve cangi il destino dell'armi e i gallici stendardi diedero volta ai lidi d'Esperia. Per che non solo fu tolta ogni corrispondenza che potea seguire fra i due amanti, ma fu impossibile alla Marcellina avere notizia delle bandiere sotto cui combatteva lo sposo e della fortuna che esse correano in s lontane regioni. Prode Girani intanto e coraggioso conseguiva in Egitto i primi gradi di minore uffiziale. Scorreva quelle contrade gi celebri per antica grandezza, e sentiva pieni la mente e il petto di alte cose. Vide Alessandria non pi orgogliosa per orientale commercio, poich l'audace navigatore super il capo delle tempeste; vide volgersi al mare con incostante passo il Nilo, e quaranta secoli parlare dalle piramidi di Menfi. Innanzi alle meraviglie della natura, fra lo splendore degli antichi popoli, che in mezzo al bujo delle et fuggitive, pallido ancor si riflettea su quelle rovine, dolce era a Girani l'idea della lontana sua sposa. Ei sovente scoprendo fra gli immensi deserti di sabbia, quasi isole in mare, breve seno di verdeggianti glebe, si avvisava che ivi fosse il sorriso del divino sguardo di Marcellina. Talora nel bujo ancor della notte destandolo raggio d'intempestiva aurora, gli parea di vederla venire a lui dall'Oriente vestita di colore dell'acceso cielo: spesso inform l'aura delle di lei sembianze, e immaginava che movesse a rallegrarlo fra gl'incanti del miragio o in seno a qualche candida nube. Questi soli erano i pensieri onde ei nudriva la calda fantasia, e rapito nell'ideale di un oggetto celeste, nulla poteano su lui le cure terrene, cui non desse alimento l'altissimo suo sentire. Vide le belle Mussulmane e fu insensibile alla loro avvenenza, ch lieve cosa le parvero innanzi alla cara immagine che serbava in petto: ei fu insensibile alle lusinghe de' piaceri che allettavano i suoi compagni sulle sponde del Nilo. Mentre gli altri prendeano sollievo alle fatiche co' sollazzi, ei raccoltosi in solitaria parte trascorrea dolcemente le ore coll'idea di Marcellina, e talor l'alma in s dolce quiete fatta pellegrina dai sensi, trasmutate in sogno quelle dilette immagini, gli parea ch'ella venisse a parlargli della sua fede e del suo duolo. Fra i tumulti e le turbolenze militari, ei sempre non intese che amore: ogni d salutava il sole--e tu la vedrai, diceva, tu vedrai quell'angelo d'innocenza, ed io?... Ah chi sa se ancor mi sar dato contemplare da lunge il colle che si rallegra al girare de' suoi lumi!-- XI. La militare baldanza e il dritto di rappresaglia devastavano i campi e ne turbavano gli abitatori. Girani andava coi suoi soldati per viveri fra quelle desolate campagne, ma mite non inchinava che alla necessit. Mentre stretto dal dovere operava la forza, impediva a' suoi ogni violenza, li richiamava dalle crudelt, n mai lasciava di spirare ne' loro petti sentimenti di commiserazione. Racconsolava lo sciagurato cui coglieva il disastro di guerra e a cui la digiuna fatica de' soldati invadea le case e ne dividea gli averi, e gli raddolcia la fortuna col diminuirne i danni: si studiava ognor che il potea, perch il turbine dell'armi mentre fremea negli alti palagi, mite passasse sul povero tugurio. Girani non vena meno n al suo debito n alle necessit di guerra, ma ad un tempo non vena meno al suo cuore, e bella era la piet da lui richiamata ove spesso tace ogni generoso sentimento. Penetr il suo drappello un'abitazione ove era sola e abbandonata una fanciulla: piangeva la misera tremante e presaga di un triste avvenire, n osava alzare gli occhi, n osava raccomandarsi. Gi il soldato la sogguardava con malizioso sogghigno, e indurato fra le sventure, anzich compassionare alla sfortunata, pareva insultarne il pianto. Fu tratta al campo colle spoglie della sua casa. Girani osservando la mesta prigioniera si sovvenne di Marcellina, e gli cadde in pensiero, che fra il destino dell'armi potrebbe anch'essa venire colta dalla stessa sciagura. Lo fer quell'immagine, e mentre si divideva la preda, ei rinunzi alla propria parte a patto che non si molestasse la bella fanciulla e la si ponesse in sua mano. L'ottenne, e fatto il Colonnello partecipe di quanto l'animo gli capa, guid la prigioniera al vicino villaggio e la restitu palpitante e timorosa ai parenti che omai n disperavano della salute. A tanta cortesa furono vivamente commossi e la figlia e i genitori, sicch quegli proposero al generoso guerriero di restarsi col e dividere colla bella le loro dovizie. Ricus l'eroe l'offerta accennando come l'onore e le sue affezioni gli togliessero di abbandonare le proprie insegne, e di disporre del suo cuore gi occupato. Allora gli si proffersero donativi e tesori, e tutti li rifiut, e solo alle iterate preghiere, prese un vezzo di perle onde farne presente alla sua sposa: si restitu quindi al campo godendogli l'animo non gi perch altri gli andasse in qualche modo obbligato, ma per avere operata una bella azione che al certo confidava riuscire dovesse gradita alla sua Marcellina. XII. N meno foschi giorni si volgevano intorno alla figlia derelitta. Pi non fioria sulla sua guancia il fior di giovinezza, pi non le lampeggiava sul volto il sorriso gi apportatore d'allegrezza, n pi s'uda la sua voce dolce come il canto di capinera solitaria! Allorch era sola pi affannata la stringeva la melanconia: volgea nell'animo la fuggita felicit e la condizion presente, e vesta di nuova tristezza il suo duolo: ogni piaggia ed ogni macchia ricordavale il suo Girani ed ogni speco e ogni valle faceva eco a' suoi lamenti. Stringeva al seno i colombi e l'agnelletta, e pareano quegli innocenti partecipare nelle sue pene; l'una con querulo belato le lambiva la mano, gli altri le svolazzavano sul petto e raccoglieano dalla sua bocca i baci. Mentre con essi confondea queste ingenue affezioni, le sembrava temperare alquanto le proprie amarezze, e ritrovare alcun refrigerio all'immenso fuoco che la ardeva. Andava spesso sul colle della pianta ove Girani avea sparsi tanti sospiri ed ivi versava essa pure i suoi: ivi stava a lungo fisa nella via che doveva ricondurle l'amor suo. Sovente sporgendo le mani al cielo gli chiedeva il ritorno dello sposo: teneva s in quello ferme le devote pupille, e pregava con s dolorosi lamenti che parea ne sentissero piet consci gli augelli della valle, e flebilmente alternassero a lei d'intorno i loro canti. Allorch era nel bosco e svolgea le sue querele il solitario usignuolo, quasi venisse l'augello pietoso compagno alla sua mestizia, stava Marcellina ad udirlo con placida quiete, come cara si ascolta la voce dell'amicizia. Spesso fra questo silenzio sentiva fischiare fra le fronde l'aura leggiera, e avvisandosi in pria che fosse l'orma del reduce amante, tendeva fiammeggiando l'orecchio, ma gli mora tosto sul volto l'improvvisa gioja e la speranza, fatta accorta del suo errore. Talora si richiamava a quell'aura ingannatrice, talora se era pi dolce la tristizia che la governava, cantando in voce lamentevole, rivolgevale nel proprio accento l'inno che soleano cantare le abitatrici del monte. Aura soave e queta Che intorno a me t'aggiri E i flebili sospiri Ascolti del mio cor; Amica deh! li reca In sen del caro bene, Narragli le mie pene, Narragli il mio dolor. E se piet gli desta La lagrima amorosa, Nel seno mio pietosa Deh vienila a versar; E un cesto ogni mattina Avrai d'eletti fiori, Ove sui primi albori Le penne riposar. Cos a lungo giacea la sconsolata e sola, e spesso ivi dimentica delle sue cure usate, dimor molte ore fra le preci ed il pianto, finch non la richiamava al mesto focolare, o la voce de' reduci genitori, o il cadente raggio del giorno. XIII. Restava a Marcellina il sollazzio della tenera madre, ma il cielo pur di questa la volle rendere dolente. Pochi mesi dopo che Girani part dall'Italia, la pia fu presa da malore s fiero che in breve la trasse al sepolcro. La Marcellina non si rimovea mai dal mesto letto, n dimenticava la pi lieve cura; e se queste valevano, certo Rosa avrebbe racquistata la salute. Ma i guai della disgraziata fanciulla spuntavano allora, ed era segnato dovesse assai combattere fra dire procelle, n mai raggiungere il sospirato lito. Rosa era presso a morire, e doleasi non gi di dipartirsi da questa vita, ma di lasciare sola e vedova d'ogni conforto la figlia gi per s crescenti affanni ridotta a tanto stremo.--Marcellina, ecco omai a s mi chiama il cielo: forza dividerci, ma pur mi duole il lasciarti, e il lasciarli, o figlia, fra tanto squallore. Se almeno ti sapessi felice col tuo sposo, unica meta cui solo miravano i miei pensieri, io morirei tranquilla,... ma cos povera orfanella, smarrita, ti abbandono fra i travagli della vita, e lontana, ahi troppo! la speranza di migliore sorte. Tuo padre ti ama, ma ei non pu averti quelle sollecitudini ch'io usava teco, e abbisognevole di chi gli faccia consolazione, mal potr sovvenire all'ammalato tuo spirito. Per il duolo mai non ti tragga a disperare, n chiudere l'animo alla speranza. Non traviare giammai dal sentiero su cui per buona ventura ti mettesti, paventa le vie tortuose in cui si celano i serpi con mille insidie, ed abbi sempre in mente che ti ho cresciuta nella povert e nella innocenza.-- La pia donna ben conosceva quanto tenero per la figlia fosse il marito, pure gliela accomand con ogni istanza, e volle che le facesse promessa di non adoprare mai violenza nella volont di lei.--Se torna Girani, arrida il cielo alla vostra unione, se pi non torna.... sia libero al tuo cuore scegliere la vita che pi ti in grado. Per guardati dalle attrattive e dalla fallacia delle nostre passioni, consigliati con tuo padre come avevi costume adoperare con me, ed ei sia scorta all'incerto tuo piede: una figlia sola come una viola che metta all'impeto di tutti i venti. Non ti adeschino le lusinghe di coloro che di dolcezza ti vestiranno la frode; sono come la brina di primavera che scende per innaffiare i malaccorti fiori e li disecca. Sii cauta e schietta, n mai la sete dell'oro o il desiderio di fortuna migliore ti seducano, o trascinino lungi dalla tua semplicit. In questa, tua madre gust i piaceri pi cari della vita, ti crebbe delizia di un marito amoroso, e passa senza che niuna trista ricordanza venga a funestare l'ore sue estreme. Possano a te pure questi monti ove sortisti la culla schiudere l'asilo innocente del riposo, possa il tuo cuore, come crebbe, serbarsi puro e virtuoso, sicch come ritornerai all'amplesso che ora ultimo ti porgo, io pur ti ritrovi quale ti lascio,... Ah s, Marcellina, quel tuo sguardo affettuoso mi acqueta, quel tuo pianto mi affida... Vieni al mio seno e ricevi dalla madre che s divide da te, il pegno pi dolce d'amore.-- XIV. Dopo simili ricordi abbracci teneramente il marito e la figlia, e invoc sul capo di questa la benedizione del Signore. Indi si pose in calma e diede tregua ai vaghi pensieri, quasi li rivolgesse sopra s stessa e ne fosse contenta: accoglieva sul viso tanta quiete che parea vi si diffondesse un raggio della pace celeste. Di nuovo dopo alquanto, riscossa gir pi volte i tremoli lumi su que' mesti intesi a soccorrerla, e quasi salisse al cielo, pass fra le loro braccia, e parve chiudesse gli occhi nel sonno, ch dolce la morte del giusto e fra i vizj della societ, e nella semplicit dei campi. Marcellina non si dilung mai dal letto ove Rosa giaceva. Lontana dal seguire il costume de' cittadini, e fuggire come stranieri coloro che or dianzi ne fur cari perch pi non gli alimenta l'animatrice favilla, essa col superstite parente ebbe le pi sollecite cure dell'emunta spoglia della madre che vest colle stole del sepolcro, e la adagi nel feretro. Come giunse il cruccioso momento che dovea per sempre rapire la cara estinta alla magione dell'incolpato viver suo, la sconsolata figlia in negra veste la segu alla chiesa, ed ivi prostrata sul suolo presso alla funerea bara, con gemiti repressi per angoscia e per religioso terrore, pregava la pace all'anima benedetta. Indi la accompagn al cimitero e abbench sentisse soffocarsi dall'affanno, mai di l non si rimosse finch l'invide zolle la rapirono a' suoi occhi. Innalz di sua mano su quel terreno la croce, e poich il gelo che le si era ristretto intorno al cuore, sciogliendosi, le permise libera uscita al suo dolore, la bagn di lagrime, e accese l'aura di s dirotti sospiri, che uscirono in mesti gemiti i dolorosi amici che le feano corona. XV. Dopo tanta sventura Marcellina non port pi n serena la fronte, n vivaci i lumi, ove fosca nebbia di pianto non gli appannasse. Ogni volta che il padre ritornava al vedovo casolare, ella vedendolo solo se gli stringeva al petto, e il guardava fiso quasi volesse chiedergli ove era la sua compagna. Il mesto veglio abbracciava amorosamente la figlia e muti confondeano i loro omei, e condivano d'amare ricordanze il desco e il silenzio del riposo. Invano Giovanni pur temendo forte alla figlia per tale mestizia, consigliato dagli amici, si prov pi volte di trarla lungi dalla nata capanna, e addurla ne' vicini paesi a passare meno mesti alcuni giorni. Invano le conoscenti di lei si studiavano inescarla con vezzi a ripigliare l'animo dimesso: le era di peso la loro serenit, trovava unicamente sollievo nella propria melancona, e solo in questa amava rivolgere tutti i suoi pensieri. Mentre i vicini ne' d festivi correano a diporto le valli, ella solitaria penetrava nel cimitero ed ivi carica di dolore il volto, dimessa e velata di nero zendado, atterrava la fronte, e sulle zolle che ricoprivano la madre spargeva preghiere e lamenti. Sovente intrecciava su quella croce una corona d'erbe sempre verdi, evocava la pia estinta perch la sovvenisse nelle proprie sciagure, le chiedeva che almeno le rendesse lo sposo per averlo a compagno nel distribuire devoti fiori su quella fossa. Siccome per quel sacro recinto non era schiuso alla piet de' fedeli che nei d festivi, e sovente il pastore dava qualche dolce rampogna alla Marcellina, perch di troppo ivi si struggesse in doglianze, ella negli altri giorni in ora che non potesse spiarla importuno sguardo, si trascinava sul poggio dei sospiri, da cui guardava nel cimitero. Ivi appoggiato il travagliato fianco alla pianta amica, or chiamava la madre, ora Girani, indirizzava al cielo preci e voti, e spargeva di lamenti la collina e il bosco. Queste erano le sole cure che le occupassero la mente e il cuore, e se stretta non l'avesse amore del vecchio padre, ella giammai non si sarebbe prestata a preparare le vivande, a richiamare l'ora di quiete, ch interamente avea perduti e il cibo e il riposo. Erravano sparse le sue pecore nel bosco, lorda dal limo e dagli sterpi l'intonsa lana, e invano coll'umile belato pareano pregarla perch ne prendesse maggior pensiero: erano derelitti i suoi colombi, muta la sua casa, e tutto a lei d'intorno sembrava vestirsi del suo squallore. XVI. Si avvisarono alcuni che volesse procedere a mal fine questo dolore della Marcellina, sicch persuasero al padre che per avventura converrebbe trovar modo a procurarle nuovo partito di nozze. Ognuno compiangeva la figlia di Nebiolo: omai le sue belle virt eran note, correvano le sue sventure su la bocca di tutti, ed ognuno ne sentiva piet: Marcellina era il compianto delle figlie, l'amore dei padri, era il secreto sospiro di tutti i giovani del colle. Fu quindi agevole trovare chi desiderasse alle nozze di lei, e il padre sempre di nuovo sollecitato, dolcemente un d accarezzandola, cercava d'insinuarle nell'animo il nuovo consiglio.--Mia cara, tu vedi che gi io m'incurvo sotto il peso degli anni e delle fatiche, s che solo oggimai non basto a queste poche terre. Tu prostrata dalla tristezza e non avvezza agli stenti, male ti adoperi ond'essermi di ajuto, e sovente mi si spezza il cuore vedendoti indurar fra lavori che tua madre ti impediva. Omai volge il terzo anno da che Girani in istrane contrade e non ne manda sue nuove: forse mentre tu gemi, ei dimentica... Deh, Marcellina cedi alla necessit, unisci la tua destra a qualche altro che accolga animo eguale, che te compensi della perduta madre, a me sia di sollievo, a entrambi di secura speranza. Vuoi che io pianga ogni d sull'incertezza del tuo destino? ch'io cada col dolore di lasciarti orfana e sola su questa rupe? vuoi?... no, Marcellina, sii pi mite e vinci te stessa, un giovane di Codevilla.... La sconsolata fanciulla a maniera che suo padre favellava, dolcemente il cingeva colle braccia e gli scaldava di baci le lanose gote; ma come sent la fatale proposta quasi le fuggissero le forze, si abbandon sul di lui petto, e in vece di risposta le veniano sulle labbra i singhiozzi, sugli occhi le lagrime. Nebiolo ne era intenerito, volea inanimarla, la accarezzava, la invitava a rispondergli e ad annuire al suo consiglio. Come pot appena Marcellina riprendere lena e ardire, perch la tenerezza del padre le dava animo ad aprirgli i propri pensieri, atteggiata di dolore e di innocenza, a lui volgea tai detti:--Ah padre! padre mio! perch avete fermo di perdermi, perch spingermi alla disperazione? io mi adoprer per alleviare le vostre fatiche, il cielo pietoso raddoppier le mie forze, se mia madre non si dimentica di me... Io vi sar sempre vicina finch mi sia dato dividere con voi la vita: lasciate alla fortuna la cura del resto. Ma non parlatemi di nuove nozze, una spina che m'infiggete in petto; sarebbe un lento veleno che pria di condurmi all'altare, mi trascinerebbe all'invidiato riposo della perduta vostra compagna... Io non credo che Girani siasi dimenticato di me, ei nol pu, e in lontane contrade forse inutilmente desidera di mandarne sue nuove. Che se pure in guerra... se ei pi non fosse,... nessun altro, no mai... io vivr finch l'amor vostro abbisogna delle mie cure, poi lo seguiter in cielo... Per piet, padre mio, se vi fui cara, se affatto non mi ha dimenticata l'amor vostro, per questa mia mestizia, non mi parlate giammai d'altro... Ve ne prego per lo stesso dolor mio,... per questo pianto,... per la promessa che ne deste alla mia povera madre innanzi che si dividesse da noi...-- Il buon vecchio fatto assai pietoso della Marcellina, piangeva al pianto di lei: un bacio, un eloquente amplesso, la rassicurarono e tutto le promisero. Dopo quell'istante ei pi non parl a lei di nozze, neppure la interrogava del suo dolore, ma cercava cogli accarezzamenti e colle sollecitudini sempre nuove, di toglierla per qualche istante alla melanconia: la figlia anche essa poneva ogni opera perch alleviasse le fatiche del padre; allorch ei ritornava, componeva come meglio le riusciva a serenit il volto, e si procurava sempre pi colle cure e cogli affetti di rendersegli cara e di piacergli. XVII. Erano solo volte dodici lune da che aveasi innalzato l'ulivo di pace, e l'incendio di guerra destava di nuovo il terrore negli italici petti. Gi i gallici stendardi risalivano le alpi, e Girani reduce dall'Egitto, conseguito pel suo coraggio il grado d'uffiziale, era fra i primi che moveano verso l'Italia. Gli godeva l'animo nell'idea di rivedere la vergine di Nebiolo dopo il volgere di s lunghi giorni, e s diversa fortuna. N le fatiche di lungo viaggio, n i sudori sparsi in una via che ancora intentata schiudevasi fra le nevi, le balze e gli scoscendimenti del S. Bernardo all'ardito passaggio del guerriero; n le veglie, n il gelo, n il digiuno poterono domare l'animo suo speranzoso, che vedea acquistandosi merito presso il generale, pi agevole gli sarebbe ottenere lo sposare Marcellina. Era primo a destare i suoi compagni all'opra, primo ad arrampicarsi fra le rocce per iscerre la men difficile strada, primo a scomporre carri, a calar cannoni dagli scogli, a ridurre i dispersi commilitoni sotto le bandiere. Era caro ai soldati, agli eguali ed a' suoi superiori, che gli promettevano in Italia larga messe di premj. Ma nulla ei curava di questi, era un solo il pensiero che il movea, e dalla cima dell'Alpi salutava la terra natale della sua amica, alternava canzoni di guerra e d'amore. Calate le Alpi corsero l'armi galliche con diversa fortuna l'insubriche contrade, e Girani in molti eventi pot col suo coraggioso adoperare, fare palese di qual valore armasse l'animo intraprendente. Un'ala dell'esercito era indiretta verso il Po, e in questa era il reggimento di Girani. Perch siccome l'assetato che cerca una fonte amica, egli ardeva di baciare pel primo la nata sua terra, bram ed ottenne di appartenere al picchetto che precedeva la divisione la quale inviavasi a Casteggio. Precedeva festivo in mezzo a' suoi sentendo l'aura nativa, e scoprendo da lunge i dolci colli, salut l'Iria e i paesi che il videro povero contadino e da cui passava valente soldato, e inoltrando verso Casteggio, dilungandosi sulla romana strada, in breve gli occhi suoi desiderosi, poterono riposarsi scoprendo la pianta dei sospiri e dietro questa l'amoroso Nebiolo. Accennava palpitando agli amici l'invidiato poggio, e quasi la vedesse, inviava saluti alla sua Marcellina, e ad ogni istante avvisava ch'ella volare dovesse ad incontrarlo, quasi ogni suono di tromba potesse annunziarle il suo ritorno. L'inimico era a Casteggio, quindi fu pigliato il partito di porre il campo nella pianura di Montebello. L'antiguardia ivi prese i suoi quartieri, si inviarono messi al reggimento, si disposero le scolte, e si mand a spiare il paese. XVIII. Girani attendeva sollecito a quanto gli richiedeva il dover suo, ma il pungeva impaziente brama di vedere Marcellina.--Le sono s di poco lungi, diceva fra s, vedo il suo casale, annovero le piante che s'infiorano al di lei sorriso, e forse or mi piange lontano! forse ora geme, ed io non volo a consolarla? forse in questo momento disperando del mio ritorno, cede all'importunit che la preme e d la mano ad un altro.... Ed io avr invano s a lungo amato e formati tanti desiderj?... e cos si sperderanno le mie speranze, mentre un momento solo pu recarmi alla sospirata felicit? e star pi a lungo inerte e pensoso?...--Tai cose volgeva nella mente il contrastato guerriero, e ognor pi s'accendeva in lui il desiderio di Marcellina. Restava ancora a un'ancella del mattino il menare la danza della terra intorno al sole, perch questa toccasse a met del suo viaggio, e le truppe non raggiungeano il drappello spiatore che verso sera; e in due ore Girani aveva agio volare a Nebiolo, vedere la bella ed essere di ritorno. Adescato da idea cotanto seducente, pi non vede ostacoli, affida il suo picchetto al minor uffiziale, e sotto colore di riconoscere il colle e ritornare in breve, si mette precipitoso in cammino. A misura ch'ei percorrea que' poggi mille care rimembranze se gli ridestavano nell'animo, e senta crescere la fiamma dell'antico affetto: alcuni montanari accorrevano tirati dalla curiosit a vedere quel soldato, e forse lo avrebbero ravvisato, s'ei in nulla ponendo mente al loro meravigliare, con ogni pensiero inteso al vedere l'amante, non si fosse involato ai loro sguardi colla rapidit del lampo. Era Nebiolo cui cercavano i suoi occhi, era la bella solitaria cui intendevano i suoi voti: gi col deso precorreva l'evento e favellava con lei, gi per nuove affezioni era tolto il pensiero d'ogni passata amarezza, e come raggio di sole dopo lunghe tenebre, pi bella gli rinasceva nell'animo la speranza. XIX. La vergine di Nebiolo, cui la vaga fama avea annunziato il rumore della novella guerra e il ritorno delle galliche insegne, sempre pronta come suole l'amante a prestare facile credenza a quanto brama, gi accogliea fidanza di rivedere in breve lo sposo. Traeva sovente sul colle dei sospiri, per iscoccare di l pi lungi lo sguardo, e spiare se sulla romulea strada o lungo il Po vedevasi commovimento d'armi e d'armati, e spesso siccome la consigliava l'amorosa vaghezza, avea fra strane illusioni attinto nuovo ricreamento, onde pi amara poi sentire l'acerbit del proprio inganno. Quella stessa mattina l'avevano ivi pure attirata il romore de' tamburi e il clangore delle trombe, e fra un continuo aggirarsi di carri e di soldati, un luccicare d'armi e un fragore confuso di suoni e di voci, era sovente trascorsa dalla trepidazione della paura al tripudio della speme. Volgeasi indi al cimitero, ed alla madre addimandava per piet il ritorno dello sposo, e come nave all'onde cui rapisce ora propizio, ora contrario vento, occupata da diversi affetti or disserrava le palpebre al pianto, ora accogliea la gioja. Reduce al suo colle raccontava ansiosa al padre quanto erale occorso alla vista, e spesso usciva dall'abituro, onde per poco che da Nebiolo raggiungere potesse coll'occhio, pur cercare qualche nuovo allettamento alla sua immaginazione. XX. Dimorava appunto in questi pensieri incerta intendendo alle domestiche cure, allorch con lena affannata la raggiunse Girani. Marcellina si scosse al calpesto de' suoi passi, si videro, e da loro fu detto appena:--oh mia Marcellina! oh mio Girani!--e l'una si confuse nel seno dell'altro. Solo dopo alcuni istanti ricuperarono gli smarriti sentimenti, rinnovellarono quelle prime eloquenti parole, stettero a riguardarsi quasi ammutoliti, e quindi l'una premendo la mano dell'altro, si dimandavano s'erano pur dessi, quasi sospettando non li prendesse qualche illusione. Indi pi securi e lieti, a vicenda si chiesero della loro fede, si narrarono le proprie sventure, i perigli, i timori, e vagheggiarono l'idea della presente fortuna.--Oh mia Marcellina! pur ti trovo dopo tanti guai ed affanni, e sei pur bella come il primo d che ti vidi e ne fui preso, e quale ne serbo l'immagine nel cuore, sola compagna ch'io m'avessi nel vario cammino della varia sorte. Avvicinandomi all'Italia, il sorriso di questo cielo sempre sereno, parea che mi annunziasse che qui risplende la virt de' tuoi occhi: parea che le Alpi monti aggiungessero a monti per allungare il mio cammino: oh! ma che son mai quelle rocce eterne innanzi all'immenso amor mio? fuggivano sotto l'instancabile mio piede, e parea che col rumore i torrenti mi chiamassero in tua voce e dicessero, affretta; parea che al mio passaggio vedendo i miei tormenti si sciogliessero i ghiacci, e vola mi ripetessero, vola in seno ad amore: le stesse campane della sera che spargevano un queto suono di vetta in vetta, sembravano dirmi in loro flebile metro: noi siamo figlie della pace e a te l'annunziamo. Ah s, Marcellina! breve omai sia il sospirar nostro: la tua mano fu il premio che io desiderava alle mie fatiche: omai il mio grado mi consente di menarti per isposa, e il sarai, e noi vivremo felici. Dimmi, e tu anima dell'anima mia, lo desiderasti questo istante che sempre fuggiva innanzi alla tormentosa mia brama? avevi ogni giorno presente il tuo Girani, come tu Marcellina eri a me, tu solo pensiero di gioja? mi ami tu sempre del pari, m'ami, Marcellina; e sarai tu felice di ristorarti alfin da tanti travagli in questo seno amoroso?... Mentre l'acceso amante le favellava, or le stringeva, ora le baciava le mani, or cogli occhi accesi di amoroso fuoco pareva invitarla a rispondere alle proprie richieste. Stava la Marcellina intanto confusa fra il piacere ed un misto di vergogna e di pudore che destavano in lei il marziale aspetto di Girani, e quelle innocenti virt che sebbene travagliate, eransi sempre serbate pure nel suo cuore. Mal sapea la semplice corrispondere ai modi ingentiliti ed animati dello sposo, e solo accarezzandolo e accennando col capo e colla mano, gli rispondevano i suoi occhi col linguaggio pi eloquente della natura, e a chi bene intende amore, caro e certo pegno degli affetti ascosi. XXI. Intanto in ogni casa era corso il nome di Girani, e quasi ad ognuno succedesse favorevole avventura, erano tutti festanti per gioja, di tanto andavano dolenti nella mestizia di Marcellina. La curiosit movea giovani e vecchi, donne e fanciulli: traevano dalle loro soglie e si affollavano intorno al soldato; chi gli sporgea le braccia, chi lo premeva al petto e applaudiagli il ritorno e la prossima felicit, chi stava muto a guardarlo intimidito dalla guerresca presenza. Questi gli dimandava della salute, quegli de' viaggi e delle guerre, l'uno il tirava per la mano, l'altro lo scuoteva per l'abito, tutti chiedevano e voleano soli risposta: una domanda succedeva all'altra, e a queste ne seguivano mille, quasi onde che vengono a sferzare il lido e si succedono senza posa, s che egli confuso, angustiato li riguardava tutti e non sapea rispondere ad alcuno. Il cieco intanto compiaceasi di richiamare alla Marcellina come ei sempre l'avesse incorata a buona speranza, e s di ci ne andava giojoso, quasi l'evento fosse stato costretto dai suoi presagi. In questo mezzo le donne che meno audaci non ardiano porsi fra la calca che premea Girani, e i fanciulli, che o si sovvenivano appena d'averlo veduto, o aveanlo sentito nominare, come sogliono ad ogni nuova cosa rallegrarsi, gli facevano con gridi festevole allegra. Le une pi curiose minutamente spiavano gli abiti onde ad esse compariva s dovizioso, ed amavano coll'ardita mano trattare la morbidezza de' panni; gli altri andavano leggiermente a toccargli la spada, indi ritraevano la mano quasi da un ferro rovente, e ritornavano scherzosi allo stesso giuoco. Questi intendeva maravigliato all'auree insegne che gli ornavano le spalle, quegli pigliava il cappello di lui, e compiacevasi o di scuotere o di solleticarsi al mento le variopinte piume. Ognuno diversamente cercava di soddisfare al natural talento, e chi non potea parlargli o interrogarlo, si metteva nel ragionare di lui col vicino, e in tutti era eguale il tripudio. Tratto dalle grida e da confuse voci che il richiamavano, giungeva in quella dai campi il vecchio Nebiolo, ed accertatosi dell'arrivo del giovane, anelante, bagnati per consolazione gli occhi, mosso da nuovo entusiasmo, prima abbracci Marcellina, indi Girani. Poich la gioja gli permise gli accenti, e in lui fu spenta la bramosa di accarezzare que' diletti, prorompeva--Oh mio Girani! caro figlio, solo pensiero della mia Marcellina, tu rasciughi il mio pianto, tu porti la salute a mia figlia, la pace ai nostri cuori, tu sarai il bastone della mia vecchiezza, formerai la nostra felicit.-- Scendevano care queste parole in seno a Marcellina: riconoscente, compunta, non sapendo trovare accenti alla sua letizia, si stringeva fra il padre e l'amante e versava lagrime di gioja. Cos si alternavano le dolcezze dell'amore e dell'amicizia, ed era piacevole anche la ricordanza delle passate sciagure, ch suole con piacere il marinajo ricordare in porto la burrasca. Furono sacri alcuni sospiri alla memoria dell'estinta madre; fu dato merito alla serbata fede, e si cosparse di dolce obblo ogni sinistro di nemica fortuna fra le pi care affezioni che ministrano al cuore l'energia di vita. XXII. Per tal modo trascorrevano rapide le ore, e Girani, intento a disbramare la dolce sete che s da lungo il travagliava, spente in lui tutte le altre cure, dimenticava imprudente i suoi doveri: adescato dall'idea di un'apparente felicit, non sentiva quai fiere procelle gi gli ruggissero sul capo. Il Comandante della Divisione seppe la vicinanza dell'inimico, e temendo non fosse in periglio la guardia avanzata, le tenne tosto dietro; sicch giunse nelle pianure di Montebello, poche ore dopo che vi aveano preso campo i compagni di Girani. Pose i quartieri, e mentre scorreva i luoghi, visitava le sentinelle, gli venne annunziata la mancanza di un uffiziale. Non fu ira cui eguagliasse quella di lui al pensiero, che un soldato innanzi all'inimico abbandonasse il suo posto, e disertasse dalle bandiere. Tutti meravigliavano come a ci si fosse condotto Girani, esso da tutti tenuto valoroso ed onorato; ma alcuni montanari che asserivano aver veduto un soldato fuggire a suo potere verso il colle, diedero maggiori argomenti al dubitare, sicch il Generale ordin che ad ogni modo venisse inseguto. Si mand una mano di cacciatori sulle tracce del fuggitivo, e siccome era stato da tutti osservato, fu facile scoprire il suo cammino e raggiungerlo fino a Nebiolo. Stavano nel ragionare ancora intorno al reduce parenti ed amici, quando scoprirono che alcuni soldati salivano il colle. Girani fatto di ci accorto, e avvisando fossero nemici che si attentassero di farlo prigione, sguainata la spada, giur di non perderla che estinto, e inanimava i circostanti a difendere l'onor suo. Ma fra s generosa gara qual meraviglia fu la tua, giovane imprudente e sfortunato, allorch in essi ravvisasti i compagni, e ti fer rampogna di traditore e vile, ed annunziato l'arrivo del Generale fremente per gli abbandonati posti, ti venne ordinato di deporre la spada? Mille diversi affetti si succederono sul tuo volto, ed un tristo presagio ti occup quasi tetra nube il cuore. Incitato alla partenza ti dividevi con represso dolore dalla Marcellina, prendesti mesto commiato dagli amici, e pieno di tristi pensieri ricalcasti con orma incerta quella strada su cui ti condussero l'amore e la speranza. LIBRO QUARTO LA BATTAGLIA DI CASTEGGIO. _...So come incostante e vaga, Timida, ardita vita degli amanti; Ch'un poco dolce molto amaro appaga: E so i costumi, e i lor sospiri, e i canti, E 'l parlar rotto, e 'l subito silenzio, E 'l brevissimo riso, e i lunghi pianti; E qual 'l mel temprato con l'assenzio._ PETRARCA I. Addotto in campo innanzi allo sdegnoso Capitano, si vide Girani fatto segno all'ira ed a' rimbrotti di lui, n sapeva ove sperare salute, ch la sua difesa era peggiore della colpa per cui era querelato. Lannes non volle decidere del castigo dell'uffiziale e ne ripose ogni pensiero nel consiglio di guerra, che ordin si unisse coll'alba novella. Crucciosa si volse la notte allo sconsolato giovane fra le custodie siccome un fuggitivo, n mai chiuse placida quiete le sue palpebre, ch troppo funesta potea su i suoi pensieri l'idea non del suo destino, ma dei delitti che gli si apponeano. Gemea non gi per s, ma per la sua Marcellina, ch vedea mal reggerebbe la povera fanciulla al nuovo infortunio, presago della prossima sua sorte. Si pot trovare un contadino che si recasse quella stessa notte a Nebiolo: e per esso il prigioniero riusc a mandare all'amica novelle del proprio stato, dirle qual giudizio lo attendesse al prossimo giorno e come temesse assai; desiderare almeno di vederla, per che volesse al nuovo d venire al campo col padre, e affinch non la molestasse la licenza de' soldati le invi uno scritto in cui diceva:--Abbiate rispetto a questa povera fanciulla: essa appartiene allo sventurato Girani.-- Trem Marcellina al duro annunzio, e pi ai sinistri presagi che il messo avea udito spargersi pel campo. Si tolse col padre dall'umile tetto, appena l'alba vermiglia pinse l'oriente del lontano fiammeggiare del giorno. Come fu alla Torrazza, s'avvenne in bande di soldati che siccome li traeva la ferit di guerra calpestavano le speranze dei fertili campi, invadevano le case degli spaventati terrazzani, e a man salva involavano quanto loro veniva innanzi, indi disperdeano ci che seco non poteva trasportare la loro rapacit. Si udivano intorno il compianto, il lamento de' padri e delle mogli, e quali si vedeano prendere sbigottiti la fuga, quali gemere innanzi alle spogliate case, quali imprecare contro ai crudi che aveano portato il terrore su quelle innocenti colline. Procedeva la coppia timida e silenziosa in mezzo a questa licenza, e parea che ognuno rispettasse il loro dolore, parea che innanzi al soave viso della mesta giovane, dipinta da temenza e da verginale verecondia, si spontasse ogni audace deso, e che la canizie del padre addolorato inducesse compassione e rispetto. Che se taluno ardiva avvicinarli, sporgeva senza far motto il veglio la tessera dolente, ed ognuno commiserando a Girani, ossequioso sgombrava loro il passo e accennava la via che menava al campo. II. Avea l'oste franca posti gli accampamenti nelle pianure su cui domina Montebello, ed ivi sapendo vicino il nemico, teneasi ognora presta alla difesa. Marcellina pass fra le varie scolte che erano appostate sul colle e nel paese, e cal al piano. Vide d'ogni parte quasi brulicame di api intorno agli alveari, o presso una fiorita riva, un commovimento continuo di soldati, ud un misto di grida, di suoni e di stranieri accenti: or la ferivano i manipoli di rilucenti fucili, or l'atterriva lunga fila di apparate bocche di spavento e di morte. Ove ardono fuochi, fervono i lavori, ove si distribuiscono viveri, e foraggi: chi accorre con notizie, chi sostiene il passaggiero, chi cambia le sentinelle, scrive su tamburi ed alterna le parole e le ordinanze. La baldanza dei soldati scorre tutti i luoghi, invade tutte le case: la legge di guerra siede ove impera il bisogno: il timore cede alla licenza, tace l'avarizia innanzi alla minaccia, freme ne' petti quasi onda intorno a scoglio l'inutile coraggio innanzi alla forza soverchiante, il terrore batte ad ogni cuore e si palesa dai torvi sguardi. In tanto scorre a vicenda intorno la piet e la fierezza, la discordia e l'ordine, a maniera che stringe la necessit o il dovere, od pi o men lontana la mano che muove tanta mole. Giunti i solitarii del colle in mezzo ai figli di guerra, chiesero di Girani, e sentirono che era tratto innanzi al consiglio destinato a dar sentenza del di lui fallo. Trem Marcellina a quell'annunzio, e dimandando che ne potesse seguire, gliene fu presagito assai male. Le fu accennata una tenda cinta da soldati, e le si disse che ivi sedeva l'irrevocabile tribunale presieduto dal maggior-comandante che giudicava del disertore. Stringendosi timidamente al padre, e abbassando gli umidi rai innanzi ai soldati curiosi e procaci, attendeva quella diserta il fine di quel giudizio, mentre le correano all'animo diversi pensieri formati or dal timore or dalla speranza. Ma ecco un suon di tamburi accenna che il consiglio disciolto: un mormorio si sparge di bocca in bocca, un compianto scorre per tutto il campo e s'annunzia la condanna di Girani; morte. Le sue difese erano riuscite vane: egli avea abbandonato il suo posto a fronte dell'inimico, le leggi e la necessit di guerra richiedeano un terribile esempio: svanirono tutte le ricordanze della virt del prode innanzi all'appostogli delitto: pi che la colpa il perde la sua avversa fortuna. Ruppe in dolorosi lamenti Marcellina come la trafisse la fiera novella, e semplice addimand se non poteasi rivocare l'ingiusta sentenza.--Chi, chi fu s inumano per punire tanto crudelmente un uffizio pietoso? Ei volea consolare la derelitta sua sposa, annunziarle il suo ritorno: ei recava altrui la vita e si avr procacciata la morte? E quelli che scagliarono s barbaro colpo, non hanno essi intelletto di piet e d'amore? E sono uomini?... Ma ch'io li vegga... Me, me sentano e il mio dolore... Chi potr resistere al mio pianto, alla mia disperazione?... Che se hanno pur sete di sangue, se bramano una vittima, non egli innocente, io ne morr, ch tutta mia ne la colpa: bene pi giusto fia il castigo e di lor meno indegno: ch non perdono il prode, e tolgono a me misera una vita cui da gran tempo di peso per le tante sventure...-- III. Invano s'ingegnavano quelli che le erano intorno per dar consolazione alla dolente: fu condotta al Colonnello di Girani, e il ritrov gemente sul disastro del suo bravo uffiziale ed amico. Se gli precipit alle ginocchia, chiedendogli piet e compassione.--Ah rendetelo, rendetelo a me, egli innocente:... ei non volea abbandonare le bandiere, vol per annunziarmi il suo arrivo e ritornava in campo... Oh se lo aveste veduto quando ud la mortale rampogna,... se aveste veduto che generoso sdegno!... Ahi piet del povero Girani, egli innocente.-- Stringeano quei lamenti a compassione il pio, e come conobbe costei essere la Marcellina di cui aveagli s sovente discorso Girani, ne sent maggior doglia, sollev la misera e ne raccolse fra le braccia il vecchio padre. Scoprendo l'acerba angoscia che soffocava la fanciulla le dava miti accenti e consigliavale di ristorarsi, ma ella nulla uda, e solo con largo pianto il richiamava a piet e gli dimandava lo sposo. Mal reggea l'animo al cauto guerriero di accrescere l'affanno alla misera, ma a lungo provocato, omai sembrandogli il silenzio crudelt, usc in queste doglianze.--Mia fanciulla, non esacerbate di pi il dolor mio col vostro lamento: nulla in mia mano, non ci resta che il pianto: Girani irreparabilmente perduto, e noi, noi lo abbiamo perduto, io col concederlo nell'antiguardia, voi pel cui amore fu trascinato al doloroso passo. Cercai di difenderlo invano: certo che disert il suo dovere, la circostanza lo condanna, le infrante leggi di guerra richiedono una vittima. Girani abbandon i suoi compagni innanzi all'inimico, e se non s'avesse irremovibile rigore, ogni soldato ne seguirebbe l'esempio. In altro evento le azioni di valore per lui operate avrebbero cancellato ogni errore, ma ora le antiche virt rendono pi colpevole il nuovo delitto... Ognuno lo commisera della sua sciagura, tutti sentono che vilt nol mosse, ma il suo destino lo condanna: ognuno ne geme, io ne piango n so darmene pace...-- Erano mortali ferite a Marcellina quelle parole e la disperavano: al fuggire d'ogni fidanza, pi cadea l'infelice nel dolore.--Ah voi non sapete ch'io tutto perdo, lui perdendo, e sola mi rester la mia desolazione... Mor mia madre e doveva Girani essere il sostegno di questo vecchio cadente, il mio compagno, la nostra speranza... Ah ch'io non potr sostenere quest'ultima sventura!... Sento che Girani... ma e chi potr negarlo al mio pianto, chi se non chiuso ogni petto alla piet? chi vorr trafiggere s crudelmente una misera che prega e si strugge in affanno?... chi gittarla nel precipizio mentr'ella si avviticchia alle sue ginocchia?... Ahi misera me! ahi compassione per l'innocente, perdono!...--Datti calma, mia buona fanciulla, sei misera forse tu sola? ed io non perdo in lui il pi diletto amico? il mio braccio destro nel comando dell'armi, colui che meco s a lungo divise il destino della guerra? Non vedi intorno dipinti di dolore tutti i suoi compagni? e chi di loro per serbarlo non porrebbe e preci e istanze, se valessero a rimuovere dal suo capo il disastro che lo preme? Almeno fra tanto infortunio ti sia di qualche sollievo il vedere come ognuno ne vada dolente, e sia l'amico tuo l'amore di tutti.-- Allora senza per dar a vedere che tai parole la persuadessero, chiese almeno di parlargli, e le fu risposto come ci potea conseguire, giacch dovea Girani da l a non molto condursi nella prossima chiesa per offrire gli ultimi suoi voti al cielo.--Dunque fia breve?..--Tre ore sole, e poi il tuo amico...--Marcellina impallid, venne meno: il Colonnello la sorreggea, e commiserando alla disgraziata, con mille argomenti e cure procurava di richiamarle le forze e inanimarla. IV. Poich riebbe alquanto lo spirito smarrito, s'avvi la dolente col pio guerriero all'oratorio di Ginistrello, n stette molto che se le annunzi giungere fra l'armi Girani. Ei veniva con serena fronte, e serbava fra il dolore la dignit dell'innocenza, ch tale il rendea la coscienza di non aver commessa vilt. Accennava come lieto si avvicinasse all'altare onde di l passare al riposo della tomba, ed essergli bastante compenso se restava della sua perdita orma di dolore ne' suoi compagni d'armi; solo corrucciarlo di non essergli concesso rivedere la sua Marcellina, e almeno darle l'estremo addio ed apprenderle col proprio esempio a sostenere l'animo forte fra tante disavventure. Poich fu poco lunge, Marcellina, scoprirlo, chiamarlo, gittarsi fra i soldati ed abbracciarlo, fu un punto solo. Ognuno si ritir al cenno del Colonnello, n alcuno s'ard turbarli: vol terzo fra tanto duolo il cadente Nebiolo, ed era una compassione vedere Girani stringere al seno il padre e la figlia, compartire e ricevere tanta soavit d'affetti che a lungo loro non permisero di formare un accento, e solo rompea quel miserando silenzio qualche repentino prorompere di pianto. Fu prima Marcellina a sciorre quella soffocata ambascia, n pi avendo mente ov'ella si fosse, n pi la giovanile timidezza ponendo freno al suo sentire, disperatamente dimandava lo sposo e aperto manifestavagli l'interno affanno.--Dunque io che ti amo, cui solo era dolce il pensiero di teco vivere i miei d, io sar cagione della tua morte?... e tu che ora qui palpiti a me vicino, che stringo con tanto amore al seno, che mi ami, tu, mio Girani, mio sposo... dovrai?... oh Dio! ahi disperato pensiero! ed io in tanto?... io sola?... Ah no! ch'io teco divida questo istante funesto... io t'infonder coraggio, e mi sar dolce con te... Chi potr impedirlo... chi s crudo fia che nieghi d'aver comune la morte,... a chi dovea dividere teco la vita?... ma e si potrebbe impedirlo a un animo deliberato?... io stretta a questo petto, io stretta a Girani... ah niuno! niuno varr a dividerci...-- Ma il giovane tristo pi per questa desolazione dell'amica che pel proprio destino, procurava di lenire tanta amarezza.--Poni in calma i turbolenti affetti, e piega il capo alla necessit, che forse non s acerba quale la fingi... E se fossi caduto in Egitto, solo, pesto dall'infuriare della battaglia, e invano chiedente piet? Almeno ora ti dato porgermi l'estremo amplesso, almeno fra queste braccia senti che gli ultimi moti del mio cuore si ridestano per te, almeno sei certa ch'io t'amo... No, Marcellina, non prostrare l'animo mio, non darmi doppia morte coll'aggiungere all'irreparabile mio fato la tua disperazione: a questa sola mal saprebbe reggere la contrastata anima mia... Il solo pensiero della tua felicit dava forza al mio labbro, ma suon invano il tuo nome in mezzo ai figli di guerra:... il Colonnello volle pure farsi scudo allo sventurato, ma invano;... amore ci richiamava al maggior dei beni, e dopo tanto deso, amore spezza per sempre quel nodo che gi era presso a formarsi. Ah, Marcellina, non piangere, non desolarmi... noi saremo ricongiunti in cielo...-- V. Gi l'ara e il sacerdote attendevano il mortale designato al supplizio, e la lugubre campana che lo chiamava all'ultima benedizion del Signore, percuoteva di terrore tutto l'esercito. Scese quel suono spaventoso in cuore a Marcellina, e voce pietosa d'amico in seno a Girani: l'una inchin il capo dipinta di mortale angoscia, l'altro cercando cogli occhi erranti la luce del cielo, parea schiudere il labbro al sorriso di pace.--Senti, Marcellina, questo bronzo? In triste suo metro ei m'annunzia il prossimo mio fine; il principio della mia agona, ma mi chiama ove la religione de' nostri padri ci apre i tesori de' suoi conforti, ci schiude la via a una vita pi eguale... Forse un giorno ho profanato con amorosi pensieri la castit del tempio, allorch bevvi per la prima volta l'amore pe' tuoi occhi, compresi, ben mel rimembra, da innocente pudore e da terror religioso: ora vuolsi lavare ogni macchia, e rendere l'animo mondo quale il tuo, al bacio dell'eterno... Ah, Marcellina! abbiano calma per poco i terreni pensieri, e mentre col mi reco onde prepararmi al nuovo mio viaggio, teco resti l'amor mio, teco resti la ricordanza delle nostre sventure.-- Si alz dal sasso su cui avea preso qualche riposo, e dava un abbraccio alla dolorosa per dividersi ed inoltrare nella vicina chiesetta, ma essa come chi sull'orlo d'un precipizio si aggrappa a quanto le scorre alle mani per sostenersi, forte si avviticchiava a Girani.--Ah non fia no ch'io ti abbandoni: io vo' seguirti all'altare, e dividere teco proponimenti e preghiere... I nostri affetti sono puri, n saranno forse disaggradevoli in cielo le preci di due cuori che si amano: se meno acerba ne si volgea la fortuna sarebbero voti di felicit... saranno voti di eterno pianto.-- Niuno ard opporsi al pio desiderio, e la coppia sfortunata inoltr nella chiesa. Ivi la Marcellina, siccome angelo tutelare, soccorse all'amico negli uffici della religione, si sparsero pie lagrime e sciolsero l'ali all'etere fra i vortici degli incensi le devote preghiere. Penetrava dalla finestra del tempio un raggio di sole, e fera i gradini dell'altare sui quali erano genuflessi i penitenti amici, sicch si diffondea su' loro volti la luce: parea che il cielo mosso a tanta piet, spargesse un'aura divina che valesse a rinnovellare le forze ne' loro agitati petti. VI. Poich ebbero compimento le religiose cerimonie e si tolsero dal sacro loco gli sconsolati, Girani si accorse che fuori della chiesa tutti stavano in inquieta attenzione i suoi compagni d'armi, e non lunge scopr breve drappello di soldati che tenevano le bocche de' fucili a terra, ed erano preceduti da alcuni tamburi coperti di negro velo. Gir intorno le dubbie pupille e lesse nel volto di tutti il proprio destino, e volto a Marcellina stringendole la mano:--Marcellina, mia compagna nella sventura, ecco gi pende il momento del mio fine:... ricevi in questo amplesso l'ultimo pegno dell'amor mio, e ti allontana da questi luoghi funesti. Mi serbi il tuo cuore qualche dolce ricordanza, serbami i tuoi affetti,... ma tu non devi stare presente,... fra pochi istanti io non sar pi...-- Allora la dolente, che stretta da profonda melanconia stava col capo abbandonato, come chi si giace dimentica dell'esistenza, fu da subito terrore riscossa, si strinse a Girani, e riguardava in atto di dolore e di sdegno il padre che la sorreggeva e volea allontanarla.--Ah no! non fia mai ch'io mi diparta dal tuo fianco,... i crudeli ci uccideranno insieme... Chi sa forse mossi a piet pel mio dolore,... forse, vorranno perdonare...--Ah no non ti seducano, mia cara, s folli illusioni: morta ogni speranza... Vedi quella mano di soldati che non lunge mi attende?... quando que' tamburi di morte ridesteranno lugubre suono, allora mi chiamer la mia ora estrema, io partir, e dopo pochi istanti ti ferir un fragore, uno scoppio... allora... ah, Marcellina!... Tu ottieni la mia spoglia, e ti adopera perch sia sepolta presso a quella di tua madre: almeno mi sia dato dopo morte ottenere fra le nate mie glebe quella pace che invano ho vezzeggiata in vita: almeno ch'io non sia troppo lunge da que' luoghi che fai beati di tua presenza;... e sappia, e cada col dolce pensiero che verrai talora su quella terra a versare qualche tributo di pianto. Sostieni il cadente tuo padre, e talora ricordagli lo sposo che hai perduto; ma giacch la sua et lo richiede, un altro figlio... Ah, Marcellina!... almeno affatto non dimenticarti di me; tel chiedo in solo compenso di tanto affetto che ti serbava in cuore... Perch altri per non turbi con larve gelose la tua pace, allorch piet ti muova del perduto amico,... digli che vieni a visitare il riposo di tua madre, e tacita e in te ristretta, spargi anche sulla mia fossa qualche sommesso sospiro... E voi, mio buon padre, padre della mia Marcellina, voi datemi l'estremo vostro abbraccio, l'ultimo pegno di paterno affetto... Per questo s tenero amplesso, per quelle lagrime che s copiose vi piovono dagli occhi, vi raccomando questa povera fanciulla: compatite al suo dolore, n muovetele rampogna se in lei sia soverchia l'amarezza pel doloroso mio fine: io la ho amata tanto... deh non vogliate far forza al suo cuore... Trepidava l'afflitto veglio, n sapea fargli altra risposta che di singhiozzi e di pianto, abbracciava, baciava a vicenda Girani e la figlia, n avresti detto quale dei tre fosse pi infelice o sventurato. VII. Corsero alcuni istanti fra s tenera commozione, e poich ebbe qualche tregua il compianto, Girani composto a serenit il volto e ripreso animo, volgea ai commilitoni pi ferme parole--Mio Colonnello, che sempre anzi che capo mi foste padre amoroso, e voi soavi amici porgetemi l'estremo vostro abbraccio, e dimettere vi piaccia al morente socio quanto in lui vi parve riprovevole ne' tempi trascorsi. Deh non sia presso di voi la mia memoria turbata da alcuna sinistra ricordanza. Io sono stretto a dividermi da voi, ma non n' colpa che giovanile imprudenza d'amore: non vogliate arrossire d'avermi avuto a compagno, poich l'onore fu sempre l'unica meta cui miravano i miei pensieri. Io divisi con voi i perigli e la fortuna dell'armi, voi dividete con me il dolore che mi preme per questa fatale mia partita... Se mai vi fui caro, se mai non venni meno presso di voi al dover mio, all'amicizia, deh non patite, ve ne prego, che questa povera fanciulla e questo vecchio, dopo la mia caduta vadano insultati dalla marziale durezza. Sia loro libero trasportare seco l'estinta mia salma, perch riposi vicino ad essi almeno dopo la morte. Se non fui l'ultimo nelle battaglie, spero che voi, mio Colonnello, vorrete di tanto essermi cortese, ch sarebbe crudelt abbandonare le spoglie d'un soldato di onore fra questi campi obbliviosi, su cui scorrer il tumulto delle prossime pugne: voi l'otterrete, ch non vive ira di giustizia oltre la tomba.-- Gemeano tutti intorno allo sfortunato, e si iteravano intanto i dolorosi complessi e le parole e i baci, ed era una mestizia, un lamento che ti cercava il cuore. A questi, Girani rendea pur grazie di antichi benefizj, a quelli ricordava la vita insieme condotta, i corsi perigli e le palme mietute:--ma per me tutto ha fine, e quale!... a voi sta chiuso il campo della gloria, a me la fossa... Almeno fossi caduto combattendo, che il mio nome andrebbe scritto fra quello de' valorosi figli della patria. Ahi dolce nome che rapito alla nata rozzezza ora cominciava s altamente a intendere!... ahi inutili speranze e pi inutile pianto!-- Provvide quindi come bramava si compartissero le sue cose, e fattasi venire una sua spada assai bella, dono del suo Generale al ritorno d'Egitto, la baci e porgendola al Colonnello:--Eccovi l'arme onorata che m'acquist il mio coraggio: questa era la sola eredit che avrei lasciata a' miei figli, se un d avessi diviso con Marcellina... inutili speranze! A voi ora la porgo perch non sentiate vergogna ove vi soccorra del mio fine: questa vi far testimonianza ch'io non fui l'ultimo dei vostri soldati. Questa l'estrema volta ch'io tratto l'armi d'onore, di cui fra poco verr spogliato fino delle insegne: io la bacio e la bagno di pianto, certo il solo pianto che non la disonori, poich non figlio della vilt, ma del dolore di lasciarla.-- Lev quindi quel vezzo di perle di cui era stato presentato in Egitto, e lo pose al collo di Marcellina.--Tieni, mia sconsolata amica, questo l'ebbi in Egitto, allorch pensando a te, salvai una vita preziosa. Io divisava di offrirtelo il giorno delle tue nozze, e te lo offro nell'ultimo momento della mia vita: ricordati a qual fine era destinato, e quando il ricevesti... ricordati...-- Ma il funereo suono de' tamburi annunziava l'ora fatale: Girani riscosso stette ad udirlo, e intrepido come ebbe rivolto uno sguardo confortatore alla sua Marcellina--S, t'intendo, voce di morte, io vengo.-- Marcellina svenne fra le braccia di suo padre, che la sostenea combattuto da doppia ambascia: Girani riguardava l'amato viso che dipinto di pallore mortale gli richiamava il suo prossimo destino; tra commosso e addolorato strinse teneramente la mano della misera, la accost alla tremante bocca, e pronunziando il di lei nome, per l'ultima volta parve fruire la vita fuggitiva dalla cara morente luce del di lei volto: indi innalzati gli occhi al cielo, si mise coraggioso fra i soldati che doveano scorgerlo sul sentiero di morte. VIII. Procedeva a lento passo il corteggio funebre e pervenne a una vicina campagna, ove era schierata gran parte dell'esercito e lo stato maggiore. Girani in cui pi non poteano n dolore n amor di vita, inoltr senza far motto nel fatale recinto: se gli strapparono dalle spalle le onorate insegne del suo grado, ma prima che si gittassero a terra volle baciarle, e con quel bacio parea dire che mai non le ebbe disonorate. Ruppe solo il silenzio allorch si volea bendargli gli occhi.--Io vissi sempre siccome soldato d'onore e muojo senza vilt: non ebbi mai alle spalle l'inimico, non fuggii mai i perigli, n ora tremer di vedere la morte. Vibrino i miei amici al cuore, ei solo n' colpevole: io perdono loro questa necessit e gli amo come fratelli.--Colle braccia aperte ponendo gli occhi al cielo, e susurrando il nome della sua Marcellina, calava il ginocchio l'intrepido e stava attendendo il dardo mortale. Dopo pochi istanti che Girani erasi dipartito, la deserta di Nebiolo ripigliava l'anima smarrita, e sporgendo le braccia tremanti, e vuote ritraendole al seno, dicea con interrotti singhiozzi:--No, mio Girani, non fuggirmi per piet... qui, qui meco...--In tanto viene in s stessa e pi nol vede, e sola si trova col padre adagiata su d'un sasso, e sente il proprio errore: alza gli occhi, scopre gi lontani i soldati, e senza far motto, accesa da improvviso coraggio, vola, si precipita ove pi folta l'oste schierata. Giunse fra le file quando Girani rifiutava la benda, e per gli spazj che si aprono fra schiera e schiera vederlo e volare a lui fu un punto solo, sicch niuno se ne avvide o pot impedirla. Lo raggiunse nel momento che ei piegava il piede, se gli prostr vicino, se gli strinse al seno, e perch l'ansia affannata le soffocava gli accenti, accennava s stessa e percoteasi il petto riguardando l'amico, quasi dicesse di voler morire con lui. Fu universale la maraviglia a tanto coraggio, si sostennero i fucili gi inchinati onde scoccare il colpo fatale, e tosto alcuni soldati tenendola presa da pazza erano accorsi per trasportarla altrove. Marcellina aveasi con tanta forza avviticchiata a Girani che era malagevole il dividernela: non parlava, non piangeva, spirava disperazione dagli occhi e si difendea colle mani, co' piedi e co' denti da que' barbari che si attentavano strapparla dal suo amico. Era una compassione a vedere una lotta fra soldati e una donna che per ogni modo cercava di avvinghiarsi a colui dal quale si volea separarla, n altro mettea dal petto che qualche disperato grido ogni volta che pareano venirle meno le forze. Era perturbato tutto l'esercito, e commoveano ogni petto il silenzio di Girani, quella miserrima lotta e le grida disperate della donna. Il Generale trasse a quella mischia, ordin di ritirarsi ai soldati, e accostatosi alla Marcellina la richiese fra dolce e severo quale folla la prendesse, e perch fanciulla volesse porre a s imprudente partito il proprio onore. Com'ella vide rimossi i crudi che voleano farle violenza, tenendosi tuttavia stretta al suo amico, poich l'affanno le permise la voce, con incredibile coraggio franca e deliberata gli rispondeva--Non isperate mai,... mai ch'io mi divida da lui: trafiggetemi, ponetemi in brani, io non lo lascer,... morir con lui... io fui la cagione, egli innocente... Niuno s'attenti di avvicinarsi, non sento parole... e chi, chi siete voi che mi parlate d'onore... se perdo tutto?...-- In tanto erasi avvicinato il vecchio Nebiolo e atterrato, stringendo le ginocchia a Lannes gli domandava commiserazione, e con lui molti dello stato maggiore chiedeano grazia per Girani. Come Marcellina s'avvide che quegli era il Generale, ispirata e desta da nuova speranza se gli gitt ai piedi e lasciando libero il pianto, ora stringendogli le ginocchia ed ora baciandogli l'elsa della spada pregava clemenza, perdono pel suo amico--Grazia per piet, egli innocente, ei non volea fuggire... me, me qui trafiggete, ma vi stringa compassione di lui... Non macchiate di questo sangue il nome vostro, datelo alla vostra gloria, al mio pianto, al dolore di tutti... Se avete figli ah pensate! a qual duro passo possa trascinargli una cieca passione e compatite al vostro soldato... Che vi avvenne di male per ci, che vi occorra tanto rigore?... che vi feci io misera orfanella che vogliate strapparmi il cuore colle vostre mani?... Ah no piet, perdono...-- Stava silenziosa, ansante tutta al di lui volto, e tacito se le volgea sulle gote a rivi il pianto, e con quello sguardo, con quelle lagrime, con quei repressi sospiri, sembrava pur chiedergli grazia e perdono. Mosse Lannes intorno gli occhi, e parvegli tutto lo stato maggiore dipinto di piet e di duolo ripetergli con Marcellina, perdono. Egli sollev la misera coll'una mano, e stesa l'altra a Girani, che era stato muto a s diversa scena, gli ordin di raccogliere le insegne del suo grado, e disse che ove nella prossima battaglia lavasse con valore le macchie apposte all'onor suo, gli era fatta perdonanza; indi di sua mano gli restitu la spada. Fu universale la letizia, e mentre Girani quasi preso da stupore, come quello cui pass vicino il fulmine e non l'offese, vedeasi cinto dagli amici che gli metteano coraggio e gli faceano intorno piacevole e lieta festa; la Marcellina rapita all'entusiasmo dalla gioja, volea di nuovo per gratitudine prostrarsi innanzi al clemente Generale. Ma ei mitigava con blandi accenti quella sfavillante letizia, le applaudiva a quella costanza di affetti onde a tanto fu mossa, e le proferiva consigli perch con maggior prudenza il suo amante per lo innanzi adoprasse per coglierne non amari frutti. IX. Intanto Girani ebbe restituito all'omero l'onor perduto, ed abbassata innanzi al Comandante la punta ossequiosa del reso acciaro, gli riferiva i sensi del grato animo suo.--Non gi perch mi pesasse il morire, non gi perch onta mi pungesse di commesso delitto, ch ben sentiva la necessit segnare dura condanna a lieve colpa, e ci che pi, l'animo mio mi giudicava ch'io era innocente. Voi mi restituite alla vita, voi mi ridonate al mio grado, all'onor mio, a quanto mi di pi caro, ed io giuro per questa spada che innanzi a voi si inchina, giuro che nel primo fatto d'arme sapr rendermi degno di queste insegne o morire: terger dalla fronte la macchia che s'attenta deturparla, o non la innalzer mai pi innanzi ai vessilli della gloria. Dopo la pugna io deporr questo ferro al vostro piede, n mi verr restituito se i miei compagni non giudicheranno che io ne abbia buon merito. Se fia mi succeda tanto amica la fortuna, allora vi porr voti perch abbiano qualche ricompensa le virt di questa povera fanciulla e fine i suoi lunghi patimenti.-- Il Generale accolse al seno il valente giovinetto e lo accertava come ei conoscesse le sue virt, e di quanto sen dolesse innanzi colla dura necessit, che lo armava di tanto rigore. Fu cortese anche alla Marcellina di lusinghevoli encomj, le applaud l'umano cuore, e il maschile coraggio, dicendole come gli intensi suoi affetti aveano forza di pigliare qualunque alto animo, e piacergli che di tanto l'avesse in cuore Girani: le porse nuovamente fede di tenere quanto poco dianzi avea promesso, e la confort e nudr di buone speranze pel conseguimento di una prossima felicit. Trepidava la bella solo occupata del pensiero che fosse salvo l'amico, e dietro il velo delle inchinate palpebre muovea furtivamente gli occhi sopra di lui, se non che al suono di quella lode correva un lieve vermiglio a dipingerle il viso, che la rendeva in suo pudore pi bella. X. Si diffuse per tutto il campo la gioja e su ogni bocca suonavano i nomi di Girani e della Marcellina, e per ognuno si applaudiva al novello coraggio di lei che salv allo sposo la vita. Tutti s'affollavano intorno al racquistato amico ed era loro grazioso parlargli, e chi ne era impedito si studiava manifestargli colla mano i sensi ascosi, chi il confortava nella vista alla letizia, chi vel richiamava con improvvise grida di tripudio che ad abbondanza usciano dai petti, e sfavillava sul volto di tutti s verace la gioja, che Girani sovente a tanta amicizia commosso, stretto soavemente fra l'altrui braccia era sforzato a lagrimare, che pur dolce in uman cuore la volutt d'essere caro altrui. Dolce volutt che il mio cuore anela pi d'ogni vana fola che vezzeggia il bel mondo e chiama onore l'orgoglio de' mortali; soavissimo nettare che ove si delibi presso un animo gentile, addolcisce l'amaro calice di vita e le mortali catene infiora di rose le quali olezzano di paradiso: volutt cui ignora il cieco volgo e il procace mortale che non innalza mai l'ali del deso sopra la paludosa terra, che il Sofo vest tutta di celesti spoglie, e che ove si contemperi coll'affetto pi tenero dell'alma, ove si attinga fra i fiori di un gentil volto o dalla luce fuggitiva di due occhi amorosi, il solo e pi pregiato conforto dell'umana vita. Ma ove la letizia correva all'estremo, era in Marcellina in cui fu estremo il dolore. Ella non trovava modi e parole ad esprimerla: contrastata ad un tempo dalla modestia e dall'amore, da tutti riguardata ed applaudita, non sapea a cui volgersi, quali accenti formare in mezzo al tumulto di un campo, fra genti a lei s strane per costumi, per maniere e per favella. Pure non sapea starsi queta, e chiudere nel silenzio del cuore il piacere ch ad ogni istante lo schiudeva a un nuovo palpitare: divideva la soavit del contento col padre e coll'amante, or careggiava colla timida mano il canuto capo di questo, e ne baciava la gota lanosa, or movea su quegli soave il favellare de' bei lumi cui seguiva il raggiare di pi seducente sorriso. Figlia ed amante, siccome pria fu la compassione, ora era l'amore di tutti, e batteva furtivo in ogni petto vaghezza, non che di vederla, di ottenere gli ultimi suoi sguardi, allorch modestamente a s li raccoglieva, come chi siegue colla bramosia del volto gli estremi raggi del sole che si nasconde. XI. Erano intanto accorsi d'ogni intorno gli abitatori della collina; poich la loquace fama avea sparso sui monti il venir di Girani. Egli era a tutti diletto e il suo caso riusciva pi acerbo quanto pi ognuno era tenero per la Marcellina. Quindi pi ratta si propagava la propizia novella, quindi pi festevole si diffondea fra loro la gioja, che meglio schietta e pura suole risplendere su quegli animi che meno si accostano alla civilt, n risentono i legami sociali, i quali non che al pensiero, impongono dure catene fino alle care affezioni del cuore. Scendevano que' semplici fra l'armi, ed erano intromessi nel campo, e vedeano il lor paesano, e con grida e con gesti e con parole gli aprivano il proprio affetto e la gioja onde erano piacevolmente cercati: Girani rendea loro grazie per voti e abbracciamenti e baci. Ognuno recava seco qualche donativo, e chi portava i polli, chi il capretto, chi il latte ed il formaggio. Venivano questi divisi fra i soldati che ne faceano festa, e coperte di brani quelle bestie innocenti, ridestati nella campagna i fuochi, talora con pentole e con i spiedi, spesso con vecchie bajonette ne arrostivano le carni e ne imbandivano un banchetto. Si divideva in varj gruppi il campo, e ognuno intendeva a cure diverse. Qui si stringeva una mano di montanari intorno a varj soldati che eran pur nati sui colli, altrove gli amici insieme prendeano riposo dalle fatiche: ove si conveniva ad un desco, ove si allestiva un cibo, e mentre l'uno si tenea buono se rendeva acquavite per latte, l'altro era desioso a pi spiritosi beveraggi. Girava la tazza spumante di pretto liquore, il gaudio sovente usciva in liete risa ed in festevoli grida, e spesso la gioja moveva il piede all'agile danza. Era bello fra tanto rumore e tripudio l'ordine che reggeva ogni cosa, e il cambiarsi delle scolte, il correre de' messi, il sostenere de' carri nel cammino sconnessi, la distribuzione de' viveri e de' foraggi, e il ricevere e il dar ordini, e il severo comandare e il subito ubbidire. Era bello vedere ai tumulti e agli evviva, al battere de' tamburi, succedere il silenzio e la quiete, e un correre a' fucili, un allestire i cavalli, un porsi nelle file, e destramente eseguire le militari evoluzioni. La sola voce del Comandante muove a s d'intorno in varj giri, in eguali atteggiamenti e in armoniose file, miliaja di soldati: or incedono i fanti, ora precipitano i cavalli, questi procedono con ordinanza, quegli soccorrono con apparente disordine, gli uni traggono pesanti carri, gli altri i cavi bronzi, che in un lampo rivolgono, puliscono, v'infondono nel seno la combustibile polve e coll'occhio sagace divisano ove debba cadere il telo mortale. Tutto movimento ed opra, e ti piace in questi l'agilit, in quelli la fierezza, sugli elmi degli uni scuotersi l'equina criniera, su quelli degli altri ondeggiare le variopinte piume, e i raggi del sole infrangersi ne' puliti fucili, e nelle sguainate spade, sicch ti pare sovente vedere sull'armi di guerra il settemplice arco di pace. XII. Corsero due giorni in questo modo, e mentre i soldati prendeano riposo dei sostenuti disagi, il Comandante ordinava che si scorressero i colli e pigliava cognizione delle posizioni delle forze dell'oste contraria. Talora si udiva nelle valli qualche strepito d'armi, e ritornavano poscia i brevi drappelli che eransi mandati a spiare o vinti o vincitori: ora redivano scemi di numero, ora traevano prigioni vinti all'inimico. Girani cui troppo addentro premea l'onta del passato giudizio, mai non restava inoperoso, e sempre ottenea dal suo Colonnello di andare capo delle bande che scorreano i dintorni. Cittadino delle rupi egli era pi d'ogni altro esperto de' luoghi, pi ardito: inoltr fra vallate inospite, si arrampic su luoghi dirupati, e adopr con tanta audacia, che pot spiare quai posti occupasse l'inimico; port s innanzi il piede che gli convenne talora venire alle mani colle avverse scolte avanzate, e pot condurre al campo alcuni prigionieri in testimonianza del proprio coraggio. Volgeva egli nella mente alte cose cui alimentavano pi alti desiderj. Avea da lungi scoperti sulle alture di Casteggio alcuni apparati di guerra, n sapea comprendere come si fossero col situati ed ordinati: non potea conoscerne la forza, e bramava d'esserne accertato innanzi di aprire al Generale i suoi disegni. Allora gli sugger la Marcellina, e parve che assai bene l'opera di lei verrebbe in destro. Era la Marcellina con altre donne e col padre sempre nel campo, e solo si ritraeva a Montebello, allorch l'esercizio militare richiamava nel bivacco la quiete. Essa provvedeva i cibi al suo amico ed al Colonnello di lui, e talora present lo stesso Generale col fresco latte delle sue capre che a Nebiolo iva a spremere il padre, e un d gli offr di quello stesso squisito cibo che gi aveva posto a Girani la prima volta che venne a lavorare i suoi campi: lo aggrad l'eroe, e mentre assiso nella tenda lo gustava, ella piacevolmente narrava a lui la storia di quel giorno. Fu Girani dalla fanciulla, e accennatole quanto gli tenesse di rendersi accetto a Lannes, le manifest come per un suo divisamento gli era mestieri di sapere quanto operavasi sopra Casteggio, e se le desse l'animo di recarvisi.--Perigliosa e difficile l'impresa, ma a niuno meglio deve uscire agevole che a te, giacch non pu cadere sospetto in mente ad alcuno che una semplice contadina possa covare pensieri di guerra. Non richiedermi di pi: l'evento ti render pi accetto lo sposo, e sorrider amico alla nostra felicit.-- Marcellina di buon animo assecond i desiderj dell'amante, e poste in un paniere alcune frutta, delle ova e due colombi, ben avvisata del modo con cui dovea adoperare, entr in cammino verso Casteggio per la via della collina lungo i tortuosi meandri della Copia. Pass illesa in mezzo alle sentinelle, e insieme con altri montanari che andavano e redivano chi recando polli, chi frutta, pot conseguire ogni suo desiderio. XIII. Casteggio, sede antica di un presidio non ignoto nelle romane guerre, e intorno a cui sono celebri e la fontana d'Annibale e il monte di Cesare e luoghi la vestust del cui nome ricorda la presenza dell'Aquila latina; posto sul pendo che riunisce quasi apice di angolo la doppia catena di colline, l'una delle quali muove verso Voghera, l'altra seconda il corso del Po. Gli corre al piede la romana via, e dove forse un d fremeva l'onda dell'incostante Eridano, ora le prime mura sorgono del paesetto che in varia foggia a riguardarsi sale mano mano sul poggio in fino alla cima: l'una casa sovrasta all'altra e s'aderge pi orgogliosa quanto pi s'accosta al vertice, l'un tetto quasi di gradino all'altro, e ti presenta a riguardarsi un colle di riunite abitazioni fra le quali innalza pi orgoglioso il capo qualche chiesetta. Una spaziosa via dalla radice mena alla sommit e divide il paese, e lungo questa si schiudono officine d'ogni sorta a cui hanno ricorso pel bisognevole i cultori della montagna. Sulla vetta spaziosa grandeggia da un lato il maggior tempio, la cui torre ornata di graziosa cupola, rende pi vago a riguardarsi da lungi quella piacevole altura: dall'altro fabbricato un moderno convento, ed era forse un'antica rocca, e innanzi ad esso si stende un ameno praticello da cui, mentre ti pare di avere al piede ossequioso il villaggio, spingi curioso lo sguardo per l'immensa pianura, e ti diletta vedere il corso del Po, le feraci campagne di Lombardia, i castelli del Piemonte; n la tua curiosit ha confine se non se dal connubio del cielo cogli orgogliosi gioghi del Cinisio e del Monte Rosa. A questo poggio, che il pi dilettoso, e vien denominato il Pistornino, trae sovente il curioso viaggiatore a deliziarsi nel contemplare le lontane bellezze. Marcellina non curata innoltr col suo cesto fino al mercato. Questa una piazza che quasi riposo giace a met del colle, e dall'una parte ornata di una chiesetta, dall'altra si spazia fino al dirupo e sovrastandogli il Pistornino presenta tuttora la vista dello spalto d'una fortezza. Da questa piazza per salire pi in alto, conviene passare sotto un arco, sicch lo diresti la porta della rocca, e se su quella cima si assise l'ira di guerra, quivi certo erano poste le prime fortificazioni. Ivi in fatti avea l'oste raddoppiate le guardie, abbench non potessero impedire il passaggio ai montanari, poich ove loro pur fosse stata chiusa questa via, ne restavano altre assai per salire e rendersi alla parte pi erta di Casteggio. Molti venivano intorno alla Marcellina per fare mercato di quanto portava; ma la destra forosetta sentendo che ove ne avesse consumata la vendita, non avea pi con che far velo al suo andare, richiedeane molto prezzo sicch niuno volea comperarsi il suo. Non facea risposta che di un modesto sorriso a quanto alcuno motteggiando diceale, e in s ristretta e chiusa procedea in suo cammino, e tripudiava nell'idea di condurre a meta ogni suo desiderio. Per tal modo d'uno in altro luogo trascorrendo, mettendosi or con questa or con quella donna, delle quali per avventura alcuna conosceva, ella pot pervenire fino alla cima di Casteggio. Quivi quasi presa da femminile vaghezza, e come se fosse selvaggia del loco, addimandava ora l'uno ora l'altro che si facessero i soldati in questa od in quella parte, e avendo pi avanti l'ardir suo, rimirando intorno come chi assaggia nuove cose, inoltr con diversi cicalecci fino al Pistornino. Ivi vendette i suoi colombi e le ova, e in tanto a suo grand'agio pot comprendere come in quel luogo si fossero posti de' cannoni ed innalzate alcune fortificazioni. Poich ogni cosa vide e not, bellamente ritirandosi lasci quella terra, e in brev'ora di ritorno al suo Girani, gli narr distintamente quanto erale occorso di osservare. Da tanto ben sent il sagace soldato come il nemico si fosse afforzato sul Pistornino e nel Monastero. N ci senza molta accortezza, poich dominando quel luogo il sottoposto paese, non solo si teneano soggetti gli abitanti, ma rendeasi micidiale l'impresa di chi si fosse attentato di penetrarlo, mentre que' cannoni impunemente vi piombavano sopra sterminio e morte. XIV. Fermo nel suo proposto e pieno di alte speranze, venne Girani al Generale, gli narr quali fossero le difese di Casteggio e il modo con cui tutto ebbe scoperto, sicch quegli ne fu ad un tempo meravigliato e dolente, poich vide turbati i suoi progetti, e temea forte la presa del Pistornino non dovesse costargli molto sangue. Girani scoprendo i propri pensieri, gli disse a ci solo essere venuto, presto a trarlo dal duro impaccio: gli chiese una mano di arditi e presti a porre per la gloria la vita, e gli svel come proponeasi, girando nella valle opposta, condurli dietro al colle di Casteggio, e mentre fervea la battaglia nella pianura, e tutte le forze dell'inimico erano volte a difendersi ove erano assalite, egli arrampicandosi co' suoi sul colle, gli piglierebbe alle spalle, e renderebbe inoperosa quella fortificazione. Lannes rivolto l'animo a siffatto proponimento, gliene piacque, gli acconsent una squadra di pochi arditi de' quali il pose al comando, e baciatolo in fronte gli disse:--Bravo capitano, sappiti col tuo valore procacciar questo grado nella battaglia.-- Ogni cosa era ordinata fra il Generale e il giovane ardito, se non che il primo sentiva, come, se Girani si fosse scagliato a prendere il Pistornino innanzi che egli di fronte si fosse mischiato nella battaglia, e il nemico accorgendosi del nuovo assalimento rivolgesse a quelle parti le forze; sarebbesi gittata l'impresa, e inutilmente avventurati a indubitata perdita i suoi. Perci stavano fra loro ragionando del modo con cui dare un segno, ma non sapeano ravvisarne uno sicuro. Allora il Generale soggiunse--Se un ardito potesse salire la torre del tempio...--Un lampo parve balenare innanzi a Girani, che rispondea interrompendo-- fatto: a ci basta Marcellina.-- Sorrise l'uomo delle battaglie e gli applaud che meglio gli parve dover riescire per amore, quanto avrebbe durato fatica a ottenere altrimenti, e disse:--Che questa giovane oggi richiamare dovesse la fanciulla d'Arco?--e accompagn tai detti di un sorriso che ad un tempo accennava e la fidanza della vittoria e il plauso che ne dava a chi schiudeane la via. Dileguarono innanzi all'accortezza di Girani gli ostacoli che poteano nascere in questa impresa, e posero fra loro che allorch il Generale farebbe volare dalle sue truppe al cielo un foco artifiziato, Marcellina moverebbe a suono le campane del tempio, affinch dall'opposta valle volasse novella che si operava l'assalto. Girani apr questi pensieri alla Marcellina e trovolla presta a seguirli, abbench il padre ne fosse alquanto turbato, sicch ne fu malagevole ottenerne il consenso. Amore duce d'ogni audace impresa, desto in cuor di donna l'arma d'ardire, la sprona fra i perigli, e sovente poca scintilla per lui seconda gran fiamma di gloria: amore accese nuovi pensieri in animo alla vergine di Nebiolo, le sparse di rose la via de' perigli che la scorgeva a conseguire lo sposo. Perch non le fallisse il misterioso andare, venne a Casteggio la sera che precedeva il d della battaglia, ivi prese alloggio presso una buona femmina con cui teneva amicizia, e la cui casa usava ogni volta che traeva al mercato, e la quale era forse d'un trarre d'arco lunge dalla chiesa. L'amante innanzi di separarsi da lei le dava ricordi e preghiere, e perch bene le riuscisse l'impresa, e perch non la cogliesse qualche sventura. Sentiva egli un'insolita letizia scorrersi in petto scoprendo il coraggio della bella, e precorrendo col pensiero il bene che lo attendeva, ma ad un tempo il timore pareva amareggiargli il calice cui appressava le labbra assetate, od offuscargli la luce che gli raggiava sugli occhi: ei spesso timoroso, come barchetta in mezzo all'onde contrastata da opposti venti che or l'uno la rapisce, or l'altro la spinge n sa rimuoversi, da doppio affetto sospinto non sapea sciogliersi dall'amica e lasciarla libera al suo cammino. Ma vinse in fine la brama d'onore e la data fede, vinse l'amoroso deso, strinse la bella pudibonda al petto, e additandole il cammino--Va, anima mia: ci dividiamo solo ancora per pochi istanti, poscia nulla potr separarci giammai. Va, ricordati di chi non vive che nell'amor tuo, e domani i nostri cuori ritornando a' pi soavi amplessi, possano dirsi in loro favella: noi siamo felici, ma lo abbiamo meritato.-- E a lui la Marcellina, cui la commozione amorosa non diminuiva per nulla il vigore dell'animo--Fatti sicuro, mio unico amico, omai mi sento il coraggio di un soldato. Il tuo trionfo certo, e questo abbraccio sar l'ultimo che non ci scambieremo se non che sposi. Animi entrambi il pensiero della nostra felicit. Io vedr fischiarti intorno il periglio e pure oser accennarti la strada che ti adduce a combatterlo,... ma tu fra l'ardire e la mischia, ricordati che hai qualche parte di te,... che taluna trema sulla tua sorte; ricordati che un cuore amante e s a lungo contristato dagli affanni, ti serba il premio di un costante affetto e della vittoria; sieguila audace s, ma in modo che vane non riescano le nostre speranze... Girani, non dimenticarti mai di Marcellina, e son certa che ritornerai salvo al mio seno.-- XV. Il sanguigno colore onde l'alba novella vest le prime nubi in oriente, annunziava il d della battaglia. Tutto ordine, opra e silenzio nell'un campo e nell'altro: si stringono gli offiziali intorno al Comandante, e dal correre, dal breve starsi e dal partire si argomenta il succedersi delle ordinanze. Volano dalle prime alle ultime squadre gli operosi aiutanti, scorrono di fila in fila gli ordini severi: il suono delle trombe o de' tamburi impongono i movimenti, or avanzano gli audaci picchetti, or si stendono, or si dividono, or si riuniscono le schiere. Il fragor dei carri pesanti, lo scalpitare de' cavalli commettono all'aure un mormoro confuso ed una nebbia di polve, che sale a rapire i puri raggi del sole e rende pi truce il momento della battaglia: ti avvisi di sentire nelle nubi muta mormorare la tempesta pria che dirompa sulla terra, e quella nebbia e quel mormoro ti mettono terrore. Accorrono d'ogni parte gli abitatori de' monti e si arrampicano quali sui dirupi, quali fra i rami delle lontane piante, ansii di riguardare nella vasta pianura il commovimento delle schiere, lo scintillare dell'armi e l'ondeggiare dei cavalli. Ricordano gli amici ed i congiunti, ricordano le antiche tradizioni dei padri e le trascorse guerre: ondeggiano fra il terrore e la maraviglia, quindi li prostra l'idea di pericolare, quindi gli accende amore di novit, sieguono coll'occhio e colla mente l'ordine della battaglia, e contrari sorgono i timori o le speranze, siccome muove gli animi amore di parte o diversit di consiglio. Intanto il soldato nella sua fila mentre muto opra ognora novelli movimenti e lo perch non sa, ebbro di sconosciuto foco, mosso da un'ignota forza gira l'incerto sguardo bramoso di nuove cose, n pi teme perigli, n pi pensa a serbare la vita, e anela e chiede la battaglia. Fu lo scontro di due picchetti che diede il segno della pugna: in un istante tutto fu movimento e fuoco e sangue nella desolata pianura. Una fila succede all'altra, volano ad un punto, fischiano per l'aura mille teli di morte: tra il fumo e il rumore, questo vince, quel retrocede: or tacita un'ala s'avanza con passo accelerato e pare agogni al trionfo, or un drappello rintuzzato da forza maggiore piega e manda rovina quasi leon che s'accoscia e mette spavento col fiero ruggito: or si dividono i fanti e danno luogo all'oprare de' cavalieri, che furiosi precipitano nella mischia, piovano dagli sguainati brandi sterminio e morte. Altrove si scatena dal cavo bronzo fulmine distruggitore; tronca, abbatte, fora, uccide quanto si oppone al suo passaggio, e precipita quasi dalle nubi e manda dall'ignivomo seno, come vulcano dall'ardente gola, mille infocate saette, che scagliano intorno lagrimevole strage col temuto rimbombo del tuono; ma il soldato imperterrito stampando orme di sangue, fra il maggior cimento pi s'accende alla vittoria: si lasciano i caduti, si stringono le file, e mentre la fiera artiglieria gli tempesta contro la rovina, ei quasi la disprezzi, se le scaglia incontro, l'aproccia, l'assale e la rende inoperosa; ardire solo concesso all'orgoglio dell'uomo. Cos per pi ore pendeva dubbia la battaglia, l'un campo e l'altro facea prodigi di valore, e volava la vittoria or sugli stendardi dell'uno, ora sfavillava sull'armi dell'altro. Il Duce franco intanto volse un'ala del suo esercito sopra Casteggio, e mentre parea tutto occupato nel dargli l'assalto, mentre dalla cima grondava su lui una pioggia di fuoco, ecco vola per l'aere aperto l'artifiziale cometa, e Marcellina che di soppiatto e mentre niuno sel curava avea salita la torre, mise improvvisamente a suono i sacri bronzi. Allora anche Lannes invest coll'artiglieria il paese, e mentre inutili sforzi volgea contro l'armata cima da cui gli grandinavano sopra infallibili colpi, Girani co' suoi pochi arditi usc dalla macchia ove si era appiattato, si arrampic precipitosamente sul colle e fu sopra alle fortificazioni de' nemici in meno che nol videro. L'opera dei bronzi omai vana: le spade ignude e deliberato ardire sono soli ministri al conflitto. Richiamati dal nuovo assalto, abbandonano gli artiglieri l'opera de' fuochi, e lasciano libera la strada a quella cima alle francesi truppe della pianura; il breve drappello degli arditi assalitori lotta con indomito valore cogli animosi che si sforzavano a respingerli: si pugna colle spade, colle bajonette e colle mani, si combatte fin sui cannoni: cadono intorno a Girani i seguaci, son pari la speme e il timore, ma in fine i sussidj vicini, un risoluto coraggio e disperate grida furono il segno della vittoria. XVI. Gi s'udivano d'ogni parte i bellici oricalchi in suono di gioja, le ostili schiere si ritiravano verso il Po; scorreva ogni fila il grido della vittoria, e il nome glorioso di Girani. Ei scese asperso di sudore e di sangue, e sulla piazza del mercato si avvenne nel Generale che moveagli incontro: stette a lui dinanzi in atto ossequioso, e offrendogli la propria spada, gli disse che omai decidesse del suo destino. Commosso il Duce gliela restitu con un amplesso, spicc dal suo petto l'insegna d'onore, e la pose al vincitore proclamandolo colonnello e l'eroe della battaglia. Risuonavano a lui d'intorno gli evviva, ch ognuno accogliea vera gioja per la gloria dell'amico. Si applaudiva anche all'ardire di Marcellina, ma ella non si vedeva:--Venga, dicea il Generale, ben venga questa figlia dei prodigi, e qui sul campo della gloria abbia la mano dello sposo e il premio che si conviene al suo coraggio.--Ognuno cercava di lei impaziente, suonava su ogni bocca il suo nome ed era Marcellina il deso ed il voto di tutti. I sacri bronzi dato appena il pattuito segno aveano cessato dal suono, e la vergine di Nebiolo essere dovea discesa dalla torre. Girani annuncia in qual casa potea avere ricovrato, si accorre, si cerca, si dimanda, si torna, ma mesti dolenti portano tutti un'inutile brama, la bella non si trova. Diverso si dipinge sui volti l'affetto: chi spera, chi teme, chi palpita presago di qualche sventura. Ma ecco in fine piangente il vecchio Nebiolo, e un grido universale gli chiede di Marcellina...--Marcellina non pi...-- Meraviglia, dolore, piet, stringono i petti; l'un preme, l'altro chiede, tutti domandano che avvenne di lei chi colla voce, chi col gesto, chi coll'impaziente interrogare degli occhi. Appena Marcellina ebbe dato il segno, accortasi che Girani co' suoi pochi saliva il colle, discese dalla torre per restituirsi all'asilo ove avea ricoverato, e impaziente attendere il destino dell'amico. L'improvviso squillo de' muti bronzi avea mosso meraviglia e curiosit, e attirate varie persone al tempio, per che quando ella discese, per quanto andasse cauta, non pot a tutti tenersi celata. In quello stesso mezzo si grid al tradimento, si conobbe lo stratagemma militare e il fine per cui erasi desto quel suono. Scorreva il paese lo sdegno di guerra, lo spavento negli uni, la speranza negli altri: alcuni cacciatori pieni d'ardire cercavano ogni angolo, salivano sui tetti delle case, e cogli infallibili fucili dardeggiavano intorno la morte. Altri eransi indirizzati al tempio a rinvenire i complici del tradimento, e mentre la militare ferocia spargeva il terrore in quell'asilo, qualche voce imprudente accenn la Marcellina. Gi si annunziava la presa del Pistornino e il trionfo dell'inimico, si suonava a raccolta e si dava il segno della ritirata. Il Comandante della banda che avea assalito il tempio innanzi di ritirarsi, agognando a qualche vendetta, trasse furioso contro colei che gli venia indicata, e l'avrebbe trafitta, n la vittima se gli opponeva, se il sacerdote non frapponea la mano di pace in mezzo ai micidiali ferri, e non chiedeva atteggiato di piet e di sdegno, che non si macchiasse di sangue la casa di Dio. Allora il furente soldato ordin a' suoi che seco trascinassero la Marcellina, serbandola a miglior uopo all'ira vendicatrice de' traditi, e si precipit dal colle per condursi a salvamento. Tanto narrava dirotto nel pianto il padre, che inquieto sul destino della figlia erasi coll'alba condotto a Casteggio, e nel bollore della mischia avea osato inoltrare il piede in fino alla chiesa. Fu il misero presente al duro caso, invano pianse e preg, segu da lunge il fuggiasco stuolo, imprecando ai crudi che gli strappavano l'unica sua figlia; ma temendo lui pure non facessero prigioniero n pi potesse giovare alla figlia, abbench con acerbissima ambascia, diede ai crudi le spalle, e coll'incerto piede ricalcando la via gi trita, mentre lasciava addietro il cuore, venne in traccia di Girani. Gli chiede Marcellina e mettea col disperato dolore compassione, e animava ora questo ora quello a seguirla e sottrarla a tanto infortunio. XVII. Fu turbato Lannes all'improvviso disastro, e mille smanie di dolore e di gelosia trafiggeano a prova il povero Girani, nell'idea della sua sposa abbandonata alla licenza de' soldati, o fra le estreme agone d'obbrobriosa morte. Si volse disperato al Generale, e per tutto premio di quanto avea operato, chiese una banda di arditi con cui volare a liberare la sposa. Si annu all'inchiesta e tosto i pi animosi si strinsero intorno a lui: presentendo la via che doveano percorrere i nemici, si misero con disperato coraggio in cammino. Era un correre, un precipitarsi l'andar di que' prodi, era un anelito, una smania il lor desiderio: non ebber sosta finch videro lontano il nemico drappello che nelle campagne di Casatisma camminava verso il Po. Si era l'ostile banda assai ingrossata raccogliendo i fuggiaschi, ma nel pensiero che fra quegli era la rapita sposa nulla trattenne Girani, ch amore non sente n forza n perigli. I suoi voleano far fuoco, ma ei pens come taluno di questi dardi di offesa poteano innocenti ferire colei che voleasi liberare.--Amici, le vostre sole spade ne dieno la vittoria.--Disse, e gridando Marcellina, d'un tratto raggiunse i fuggitivi, si accese la pugna e cadeano d'ogni parte colpi e ferite. Marcellina riconobbe lo sposo, il chiam, e fu quella voce esca novella all'incendio di lui ed al valore dei soldati, sicch fu tanta la calca e la strage, che cedeva il nemico e prendeva la fuga. Allora il feroce capitano, quello stesso che avea dal tempio rapita Marcellina, avvicinatosi a lei che quasi libera stava per volare fra le braccia dello sposo, grid--Il tradimento non fia impunito, abbiti francese la tua vittima,--e colla spada fer la misera che cadde.--Assassino--grida Girani, e gi lo ha steso al suo piede, mentre i di lui seguaci si dileguano. XVIII. Amore vince la sete di vendetta ed paga di quel solo sangue la spada di Girani, e mentre i suoi inseguono i fuggitivi, anelante ei raccoglie la sua Marcellina, la chiama, studia ridestare in lei lo spirito smarrito, accosta tutto tremante le labbra alle labbra di lei, e si adopera ad infonderle spirito e vita. Le lagrime che frequenti gli pioveano dagli occhi e tutto irroravano alla misera il volto, ebbero tanta virt che poterono richiamarla, e a misura che riprendevano le sue gote la smarrita rosa e la bocca il natio cinabro, tripudiava l'animo al giovinetto amoroso: ei dimandava con tanta ambascia la trafitta che ne piangeano quelli che officiosi gli prestavano soccorso. Schiuse ella in fine gli occhi, e ripigliata alquanto, fu lieta di ritrovarsi fra le care braccia, e muovendo sul labbro un lieve sorriso il dimand se ormai fosse sua. Come sent d'essere libera, tutto per gioja quasi se le fea raggiante il viso, volse gli occhi ossequiosi al cielo e poscia teneramente li pose all'amico, e parve invitarlo a dividere con lei la nuova letizia che le cercava l'animo: intese il linguaggio affettuoso il giovinetto, s'inchin sull'amato volto, e tutto tremante le baci la bocca amorosa e ne raccolse un soave sospiro. Pure gemea Girani per la disgrazia ond'era colta, e Marcellina ognor meglio racquistando le forze, lo rassicurava non doversi temere la sua ferita.--No, mio amico, mio sposo, datti pace n conturbare il gaudio di questa nostra unione con fatali presentimenti. Il fiero che si attent trafiggermi nella chiesa, non sostenne che salva gli sfuggissi,... ma forse la sua mano tremante per un delitto, non fer s addentro quanto bramava la sua crudelt. Si dilegua ogni dolore ed ogni male nel vederti salvo e nel sapermiti restituito: questo pianto di cui mi bagni, una rugiada che in me rinverda la vita, il pensiero che son tua un balsamo che sana tutte le mie piaghe e toglie ogni acerba ricordanza.-- Girani intanto si studiava di tergerle la ferita e in qualche modo stagnarle il sangue che ne sgorgava, n per quanto vedesse ripigliarsi la Marcellina, ei si svestia del timore o rattemprava il duolo.--Ahi me infelice! invano co' blandi accenti aqueti l'affannata anima mia e i suoi tristi presagi... e tu in tanta sciagura sei pur per mia colpa: oh dolore! oh pensiero che mi allaccia lo spirito e mi scioglie la lena che mi regge! fida, impareggiabile Marcellina; e tu pur m'ami? e a tanto affetto io corrispondo doni di sangue... Ben io dovea, ben io, volare non alla pugna ma a te, e farmi tuo scudo: avrebbe il crudo trapassato il mio petto prima di giungere a questo seno amoroso: forse quel ferro micidiale quivi saziava la sete, forse... oh me felice se col versato mio sangue avessi a te data la vita!-- Marcellina gli stendeva la titubante mano e si procacciava di calmarlo, e mentre ei la adagiava per trasportarla, soffocava la misera il dolore ed i sospiri perch li vedea altrettanti strali che laceravano a prova il cuore di Girani: richiamava la serenit nelle dubbie pupille: con qualche accento si studiava deviarlo dai tristi presentimenti e spogliargli ogni timore, ma il dolente la riguardava fiso e non poteva rattemprare l'angoscia.--A lungo, s, navigai ne' mali, ma ora che parea spirare aura propizia, non paventava cos dura tempesta che rovescia ogni nostra speranza... Dolce s mi riesce il conforto che mi viene da' tuoi occhi, impareggiabile Marcellina, dolce la fidanza che ti accende, e in me par quasi diffonda la calma che ti siede in cuore. Ecco ho gi rasciutto il pianto, ch sol da te hanno legge i miei affetti: essi son tutti tuoi, io non respiro che per te, per serbarti a pi sereni giorni se tanto ne acconsenta la sorte avversa che ne fischia intorno. Ch'io medichi a' tuoi mali, teco io tutto divida, ch teco solo mi dolce la vita.-- XIX. Porgevano queste parole un soave ricreamento a Marcellina, e gi si avvisava attingere la sospirata felicit, misera! allorch la coglieva il pi crudo disastro. Mentre Girani favellava, uno de' fuggiaschi cacciatori che erasi appostato dietro una pianta, agognando vendetta dell'estinto suo capitano, appunta il fucile al capo del misero, e scocca il colpo; lo sventurato giovane colto nella fronte con un grido cadde estinto sul petto della sua Marcellina. Ahi figlia sfortunata! invano festi prova di magnanimo ardire, invano pur accoglievi nell'affanno di morte qualche speme e traevi refrigerio alla sventura nella vista dell'amor tuo. Tu eri sortita agli infortunii, tu segnata a sopravvivere al tuo fido perch dovessi patire doppia morte accogliendolo trafitto in petto. Invano il vindice sdegno dei soldati ti uccise innanzi l'assassino dello sposo, ch il tuo cuore rifuggiva dalla fiera vendetta, e tu versando il represso sangue dalla riaperta piaga stringevi con mestissimi ululati la cruenta spoglia ed invocavi la morte.--Ahi... Girani, mio amico, mio sposo, Girani!... Ah pi non , pi non risponde... Oh Dio qual sangue tutto mi allaga il seno? di qual sangue io ritraggo bagnate le mani stese all'amato capo!... Ahim, dolente me! ahi disgraziato Girani! pi non ti trovo, e ove sedeva lo sguardo pi non v'hanno che ossa infrante, e lacere carni e distruzione!... Ahi misera, misera! a tanto mi ha serbata la nemica fortuna! doveva io raccoglierti fra queste braccia coperto di ferite e di morte?... Ahi, chi l'orrendo colpo scagli? maledetto il fiero che tronc s preziosa vita! e che mi vale s'essi punirono l'assassino quando io ho perduto per sempre l'amico? Allora dovea cadere che stava per iscagliare la fatale ferita, allora... Pietoso cielo, dove dormia la tua giustizia quando all'infame attentato commise la mano! a che nol travolgesti nel nulla? in che t'ebbi io offeso... perch di tanto mi perseguiti?... O se era segnato s nefando lutto, perch un colpo solo ad entrambi non troncava la vita? a che sorridermi propizio, e solo perch pi fatale seguisse la mia rovina, mentre rifiora la mia speranza, qui su questo petto stendermi trucidato colui per cui unicamente vivea? e quasi per saziare l'amorosa mia sete, darmi da bere il sangue delle sue vene?... Ahi sventura, sventura...-- La derelitta atteggiata di disperazione cos prorompea nei lamenti e maravigliava perch non la uccidesse il dolore. Si strappava le chiome scarmigliate e passe, percuoteasi il petto, e riscossa, fatta forza a s stessa, soffolta sulla mano tremante s'innalzava dal suolo su cui era prostesa, e sostenuta dai lagrimosi soldati, stette assisa sull'ignuda terra. Teneva in grembo l'ucciso amico, a vicenda riguardava l'infranto volto e stretta da raccapriccio faceva agli occhi un velo colle mani sanguinose, volea pur dargli un bacio, ma la tremante bocca non trovava ove fermarsi.--Ahi, Girani, miserissimo Girani!... ch'io ancora ti stringa a questo cuore che in petto forte mi piange;... ancora pria che allacci queste labbra la morte, che pietosa gi a te mi congiunge, esse ti dieno un bacio estremo... Ma che cerco io mai? qual fia in questo infranto capo, breve asilo incruento su cui io spiri l'ultimo fiato?... Ahi misera! cerco un bacio e non trovo che sangue! vo raccorre gli estremi suoi aneliti e non bevo che sangue!... Ah duro cuore, e a tanto lutto non mi scoppj in petto? e a s lagrimevole vista non vi offuscate inutili miei occhi? ei qui giace nel mio seno, ed io ancor vivo?... Piangevano i circostanti a s dolorosa scena, n reggea loro l'animo di lasciare Marcellina in quella situazione, n riescivano a partirla da quella estinta spoglia, cui si avviticchiava furibonda e minacciava in suono di piet e di sdegno.--Ah no, non mi dividete da lui... Crudeli, egli mio, mio, nessuno lo tocchi... guai a chi tanto osa... io voglio morirgli vicino.-- E qui rinnovellava il pianto e i delirj, se non che parve a poco a poco non gi calmarsi ma affievolirsi, e stretta dal profondo dolore le fuggirono le prostrate forze e torn a ricadere, e si chiusero quasi in sonno di morte i suoi occhi. Allora que' pietosi soldati la divisero dall'estinto e la trassero dal lago di sangue in cui giacea. XX. Vennero trasportate al campo l'emunta salma dell'uffizial d'onore e la morente Marcellina, e il giorno della vittoria si converse in giorno di lutto per l'acerbo e duro caso. Si diffusero la mestizia, i singhiozzi, le doglianze in ogni fila e in ogni schiera, l'angoscia piovea le lagrime sul ciglio; tremava ogni petto, era ogni volto squallido di dolore. Il vecchio misero di Nebiolo, che Lannes tenea seco alimentandogli la speranza per la libert della figlia, come vide giungere il drappello, reputandolo vittorioso, precipit ad incontrarlo: ma visto l'alto infortunio, preso da subito terrore rist, oppresso dal dolore teneva fisi gli occhi in Marcellina, non gli spuntava una lagrima, non formava un accento, non movea un sospiro e male avresti avvisato s'egli era in vita, s impetr. Ella intanto dal suo letto che era intrecciato di tronchi rami, volgeva a lui le pupille affievolite, e come fu posta al suolo muovea dal fioco labbro questi accenti:--Ahi padre infelice, orbato padre! ecco quale a voi ritorna la sfortunata figlia vostra, ecco quai nozze mi preparava il cielo... Egli correva a soccorrere alla rapita amica, a trarmi dal periglio, ei volea restituirmi al vostro amplesso paterno, misero! ei trov sul mio petto la morte... Cos si spense ogni mia speranza, si tronc il filo cui era affidata la mia vita... S, padre amoroso e infelice, io lo raggiunger e in breve: sia per me un sollievo, un fine ancor dolce a tanti guai il morire... Intanto si sciolse lo stupore che pel gran duolo erasi al cuore ristretto del padre, sicch infine la sua angoscia usc dagli occhi e dal petto in lagrime e in singhiozzi.--Padre, voi piangete, voi che non perdete uno sposo, cui non si recide sul pi bel fiorire ogni speranza? Piangete per me? non cesso io forse dai patimenti? non s'ammutolisce finalmente il mio lamentar lungo? a che pur starsi ogni d a contristarvi coll'eterno mio pianto... Rattemprate l'ambascia: omai esservi dovea di solo peso la mia vita dolente... non vi sia per ne' d della vostra vecchiezza, dispiacevole la ricordanza di Marcellina: padre, la figlia vostra oltre l'amore non sent altro affetto che quel dolce fremere che nel mio cuore commoveano i vostri accarezzamenti, altra vaghezza che raccorre dal soave volgermi del ciglio testimonianza di paterna tenerezza... Ah non restatevi lungi da me a spargere lagrime!... qui... qui le versate in questo seno ove egli vers col sangue la vita... Cingetemi colle vostre braccia: ch'io possa ancora, mentre rendo gli spiriti estremi, deliziarmi di qualche affettuoso amplesso; che questo cuore schiuso ad ogni infortunio possa anche una volta palpitare soavemente e poi tacersi per sempre.-- Provocato il veglio da que' lagni, inchinato sulla figlia, alternava abbracciamenti e meste querimonie.--Me dolente, me tapino! a che mi ha serbato la mia vecchiezza?... quai delitti ho io commessi nell'innocenza della mia capanna, perch debbano a prova lacerarmi tanti infortunii... Tutto ho perduto, una sposa, la pace, ma pur restava a sollievo della mia canizie questa unica figlia che ringiovania del suo sorriso le mie membra cadenti,... ed ora anch'essa mi tolta,... mi tolta quando avea fidanza di vederla felice... Ahi! Girani sfortunato e a me fatale Girani?...--No, padre, non vi riesca dolorosa la sua ricordanza... mi uccide doppiamente la vostra rampogna. Ei mi am, ei per per salvarmi e per fra queste braccia... Infelice! avea tersa la mia ferita, stava richiamando i miei spiriti smarriti, e mi piovea tanta dolcezza dagli occhi amorosi che mi racquistava la vita... Io riguardava quel volto di foco, quando... oh perch ebbi la vista?... oh perch pur non morii di dolore che ora non udrei... oh padre... ah Girani...-- Piangevano tutti intorno alla misera perch la non lontana spoglia del giovane, e il sangue onde avea l'altra grondante il petto e lorde le mani e il viso, metteano ad un tempo terrore e compassione. Il padre con atti e aspetto di calma parlava all'angosciosa conforti e persuasioni, che niuna amarezza gli tenea contro il di lei perduto sposo, ed accorgendosi che ognor pi se le diffondea sulla fronte il pallore di morte, le raccomandava di dare triegua all'affanno onde restituire le affievolite forze. Marcellina per paga di quanto affidavala il padre, di niun altro pensiero lo trattenea fuorch dell'amico.--Ch'io sappia s'ei fu trasportato nel campo, che io sappia se voi cosparsa avete di qualche lagrima la sua spoglia, e gli perdonate dovermi amata,... se fu pure questo amore che vi lascia vedovo ed orbato della figlia nella vostra vecchiezza.-- Le fu detto essere poco lungi il feretro ove giacea Girani, e venirle impedito di vederlo per alcuni pietosi che postisi in mezzo la copriano. Li preg perch volessero dileguarsi, ed essi se le tolsero dinanzi, e inclinando i mesti volti pareano accennarle ove giacea il trafitto.--Ah s toglietevi, toglietevi ond'io sappia ch'ei non lungi da me: ei spir fra le mie braccia e a me sia dato rendere vicino a lui la vita. Col volgetevi, o padre, fissate gli occhi in quel miserrimo spettacolo... e benedite alla fredda spoglia,... chiamate lo spirito che forse ancora le geme d'intorno, e ditegli che io son presta a seguirlo... S, caro padre, sento venir meno la vita,... allaccia i miei sensi invincibil forza di sonno... voi mel diceste, il sonno di pace, ma almeno ch'io il dorma presso al mio Girani... All'ultimo mio desiderio, se nel richiedete per me, acconsentir quell'uomo pietoso che gi alle mie lagrime fe' dono ahi s per poco! della preziosa vita a me s cara... almeno se la sua piet non valse a riunirci in vita, insieme ne congiunga nel riposo del sepolcro... Gi la voce di Marcellina era affievolita e fioca, e non uscivano dalle tremanti sue labbra che tronche parole. Volle che si rivolgesse la sua faccia verso di Girani, e come scopr il luttuoso letto e il giacente, parve che le tremasse il pensiero e la mente, metteva pi frequenti singhiozzi, rivolse al cielo i lumi sbigottiti, e pieni di profondo dolore e di pianto--Padre, grata vi sono del benefizio estremo,... i miei occhi si vanno offuscando, ma fruirono colla fuggente luce la cara e dolorosa vista... Padre, pregate alla morente figlia vostra,... stendetemi, deh stendetemi la mano perch io pi omai non vi ravviso... ancora un paterno bacio... e raccogliete l'ultimo mio sospiro... ei vola a voi... a voi e a lui... Il singhiozzo di morte le soffocava la voce, e l'anima fuggitiva pi non le consentiva forze alle parole. Movea le labbra tremanti e pareano susurrare il nome di Girani, e sgorgando copioso sangue dalla ferita, spir. XXI Fu squallore in tutto il campo, ch alla disgrazia de' miseri accresceva terrore il dolor disperato del povero Nebiolo. Ei si era precipitato al suolo presso a Marcellina, a vicenda la dimandava e cercava per piet di seguirla: era lagrimevole e doloroso a vederlo innalzare il bianco capo bagnato nel sangue della figlia, e col rugoso volto e gli occhi pieni di disperazione rivolgersi al cielo e dimandare la morte. Non vi avea consolazione o parole che valessero a mitigare il suo affanno, n si pot rimuoverlo finch prostrato dall'angoscia e vinto dalla stanchezza, si pot trasportare il miserando veglio nella tenda. Vestirono i prodi di guerra la mesta gramaglia come allorch muore de' primi capitani, si compose con tronchi e frondi un letto funebre, e sopra vi si adagiarono gli estinti, si fregi Girani delle insegne di Colonnello, e si copr il mesto feretro con due bandiere, ad accennare che entrambi aveano operato nella battaglia ed avuta parte nella vittoria. Si posero sull'armi i soldati, sciolsero le trombe ed i timballi una mesta armona ed annunziarono la funerale pompa, mentre traevano d'ogni parte i rustici nel campo, e stavano mesti spettatori della dolente cerimonia. I pi fidi soldati di Girani levarono sulle loro spalle la squallida bara, e per lungo giro la recarono a un'ara che si era innalzata in mezzo al campo. La precedevano e la seguivano numeroso corteggio di fanti e di cavalli, e intorno al feretro stavano mesti il Generale collo stato maggiore: si alternava un fioco suono di tamburi che imitava un lontano lamento, ed una querula meloda che gittava la melancona ne' petti, e ognuno presso cui passava il funereo convoglio metteva qualche sospiro sulla coppia infortunata. Collocato innanzi all'ara il cataletto, s'innalz il compianto degli amici e de' congiunti, e si alternarono le nenie di piet e il canto degli estinti. Quindi siccome avea desiderato Giovanni, la compagnia di Girani e la lamentevole banda accompagnarono il feretro sulla collina, e traevagli dietro lunga fila di montanari, de' quali altri narravano il duro caso, altri pregavano pace alle anime benedette. L'uno presso l'altro adagiati gli amanti della sventura, sulla stessa vetta, nella stessa fossa, furono posti a sepoltura sotto la pianta dei sospiri. Ivi erano accorsi tutti que' di Nebiolo, uomini e figli: innalzavano un mesto pianto e faceano risuonare per que' luoghi abbandonati i cari nomi di Marcellina e di Girani, e a quei nomi rispondeano le conscie valli con pietosi ululati, mentre i soldati salutavano la terra che ricopriva gli estinti colla fiera armonia dei fucili. Ivi s'innalzarono le bandiere della gloria, e ognuno riguardando la capanna di Marcellina compiangea l'orfano colle e il vedovo padre. XXII. Nebiolo orbato e solo nella squallida casa, sempre dolente, chiamava e nella mesta notte e nel giorno affaticato la figlia, e rinnovellava ad ogni istante la storia dell'acerbo dolore. Era il colombo che trova deserto il nido, e va di fronda in fronda e plora e chiede i figli; era l'allodola abbandonata che piange la solitudine, e assorda di lamenti il bosco e la campagna. Trascinava l'antico fianco sulla erta funerea vetta, e prostrato sotto la pianta amica versava interminati omei su quella sacra terra, evocava gli estinti a sollievo nella sua ambascia: di l volgendo il sospiro anche alla moglie, e alle nuove associando le ricordanze degli antichi mali, ponea le tremole pupille al cielo, quasi volesse chiedergli di ricongiungerlo a quanto avea di pi caro. Cos ognor genuflesso, sovente colle mani congiunte, giaceasi a lungo quasi rapito o dimentico di s, e lo avresti tenuto inanimata pietra, se non manifestava in lui la vita il rivo copioso che gli sgorgava dal ciglio. Indi riscosso richiamava le sue cure sui cari figli, pronunziando i diletti nomi, strappava le erbe malefiche che crescevano sopra la loro fossa, invocava propizia la stagione e mite il vento a quel terreno e a quella pianta, baciava innanzi partire le pie zolle e raccoglieva qualche virgulto per ornarsene il petto finch ritornasse. Tale era il pietoso uffizio, cui intendeva ogni giorno il derelitto veglio col nascere e col tramontare del sole, finch la cadente et e il continuato duolo, gli schiusero il desiato asilo di pace, solo certo porto ai travagli dei miseri mortali. FINE. INDICE LIBRO I. _L'innocenza del colle._ pag. 1 LIBRO II. _Il Castello di Stefanago._ 66 LIBRO III. _La fidanzata di Nebiolo._ 143 LIBRO IV. _La battaglia di Casteggio._ 208 DELLA BIBLIOTECA SCELTA vol. 231 AMMAESTRAMENTI DEGLI ANTICHI RACCOLTI E VOLGARIZZATI DA FR. B. DA S. CONCORDIO ~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~ _Prezzo Austr. lir. 3 00. Ital. lir. 2 61._ ~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~ _Biblioteca Scelta di Opere Greche e Latine tradotte in lingua italiana, in 16.^o grande, carta sopraffine levigata, con Ritratti._ VOLUMI PUBBLICATI FINORA _Vol. I al IV._ TACITO. Opere tradotte da _B. Davanzati_ colle giunte e supplementi dell'Abate _Gabriele Brotier_, tradotti dall'Ab. _Raffaele Pastore_, quattro volumi. _Ital. lir. 12 00_ _Vol. V._ VIRGILIO. L'Eneide tradotta da _Annibal Caro_; colla Vita dell'Autore e del Traduttore, e _Ritratto_. 3 50 _Vol. VI._ CELSO. Della Medicina _Libri otto_, volgarizzamento di _G. A. Del Chiappa_. 4 60 _Vol. VII._ SALLUSTIO. Della Congiura Catilinaria e della Guerra Giugurtina, _Libri due_ volgarizzati da Frate _Bartolommeo da S. Concordio_; col _Ritratto_. 2 61 _Vol. VIII all'XI_. LAMPREDI. Diritto Pubblico Universale o sia Diritto di Natura e delle Genti, volgarizzato dal dottor _Defendente Sacchi_, seconda edizione riveduta e corretta sul testo. _Volumi_ quattro. 9 20 _Vol. XII._ CORNELIO NIPOTE. Le Vite degli Eccellenti Comandanti, recate in lingua italiana da _Pier Domenico Soresi_, milanese, col testo latino a fronte, edizione migliorata e accresciuta; _col Ritratto_. _Ital. lir. 2 30_ Di quest'Opera se ne fatta un'edizione col testo a fronte, ed un'altra della sola traduzione italiana: quest'ultima 1 74 _Vol. XIII._ DEMOSTENE. Le Aringhe per eccitare gli Ateniesi contra Filippo Re di Macedonia, volgarizzate ed illustrate con Prefazioni ed Annotazioni Storiche dal P. _Franc. Venc. Barcovick_; col Ritratto. 2 30 _Vol. XIV._ CICERONE M. T. Orazioni scelte recate in lingua italiana a riscontro del testo, e corredate di note da _Giuseppe Antonio Cantova_. 3 00 _Vol. XV._ CESARE. Commentarj, recati in italiano da _Camillo Ugoni_, coll'aggiunta di un indice generale delle materie; _e Ritratto_. 4 60 _Vol. XVI._ FLORO L. ANNEO. Delle Gesta de' Romani. _Libri quattro_ tradotti da _Celestino Massucco_. Seconda edizione. 2 61 _Vol. XVII e XVIII._ CICERONE M. T. I tre Libri dell'Oratore recati in lingua italiana a riscontro del testo da _Giuseppe Antonio Cantova_, due volumi. 6 50 _Vol. XIX e XX._ OVIDIO P. NASONE. Le Metamorfosi recate in altrettanti versi italiani da _Giuseppe Solari_ col testo a fronte, due volumi. _Seconda edizione_. 5 65 Di quest'Opera se ne fatta anche un'edizione della sola traduzione italiana. 3 25 NOTA di trascrizione: sono stati corretti i seguenti refusi: al padre, guardava di soppiato Anselmo innodate di represso pianto sur Anselmo: fremeva nel vedersi tendere tanti aguati, da nuovo entuasiasmo, prima abbracci alcuni opparati di guerra, n sapea comprendere Nel libro I due diversi capitoli sono numerati XVI, Abbiamo numerato il secondo XVIb. Nel libro IV due capitoli sono numerati VII. ed il successivo numerato IX. Abbiamo numerato VIII. il secondo. End of Project Gutenberg's La pianta dei sospiri, by Defendente Sacchi License: Share Alike